The end
Io,
la somma dei tuoi errori.
Tu,
la somma degli errori miei.
Insieme
fu il nostro sbaglio...
il più grande !
Folco Terzani, "A piedi nudi sulla terra"
di Patrizia Poli
A piedi nudi sulla terra
di Folco Terzani
Mondadori, 2011
Pp. 232
18,00 €
“I valori dipendono dal punto di vista. Per esempio, per i mass media, per il pubblico, un sahdu è rovinato, è un poveretto perché rinuncia agli attaccamenti, alle case, alle cose. Mentre un sahdu, un fachiro, pensa che sono rovinati quelli che rimangono nel samsara. Sono loro che rinunciano alla conoscenza, alla dimensione di grandezza che può essere dio, per perdersi nelle storie materiali nell’illusione”. (pag. 229)
Quando si parla di quest, di cerca, vien subito da pensare al Santo Graal e a Frodo che deve distruggere l’anello del male, ma esiste anche un altro tipo di ricerca, quella interiore, dell’uomo che vive un perpetuo richiamo alla trascendenza.
Folco Terzani, figlio di Tiziano, in A piedi nudi sulla terra, ci racconta l’inquietudine che l’ha condotto a conoscere, nei suoi pellegrinaggi, un uomo votato a questo genere di ricerca, il sahdu Baba Cesare. Terziani conosce Baba Cesare in India, luogo eletto della ricerca spirituale. Per gli indù, la trascendenza è, in verità, immanenza, poiché tutto è dio e conoscere dio significa rendersi conto di questo suo essere ogni cosa. Curiosamente, però, Baba Cesare non è indiano bensì italiano, figlio di un commercialista. Egli ha abbandonato la moglie, una serie di compagne più o meno amate, e alcuni figli mai dimenticati. Il suo percorso è quello tipico del sahdu, dalla vita mondana a quella ascetica, dalla famiglia alla rinuncia. Rinuncia che è il corrispettivo di ricerca.
“Se sei in rinuncia, rinunci a tutti i valori sociali, metti tutto sullo stesso piano: l’oro, i diamanti, una pietra, un cavallo, una foglia, tutto fa parte della composizione del pianeta, no? Di cui siamo parte anche noi. Siamo tutti granelli che compongono il pianeta. Non è una teoria, è proprio così. Dobbiamo avere coscienza di quello che realmente siamo. Appena non dai dei valori sociali alle cose, realizzi che tutto è la creazione del creatore.” (pag. 127)
Solo attraverso la rinuncia a qualsiasi bene materiale – persino ai capelli se diventano oggetto di curiosità e simboli di uno status – come anche a qualsiasi attaccamento affettivo, l’asceta può affinare la sua ricerca interiore, per capire dio, per afferrarne il concetto, per rendergli grazie di averci creato, soprattutto per servirlo. Appena sveglio, il sahdu saluta il sole e riconosce dio, gli fa la puja, l’offerta rituale, la cerimonia. Ungendo di ghee il lingam di Shiva, offrendogli una collana di gelsomini, mantenendo acceso il dhuni, il fuoco sacro, con la cenere sterile e benedetta, egli dà concretezza a dio, lo materializza nella pietra, nell’idolo, nell’oggetto.
Senza contare i ciarlatani, ci sono tanti tipi di asceti in India, dagli aghori che vivono nei crematori, bevono urina dai teschi e assaggiano carne umana, ai fakir, i sahdu musulmani, a coloro che vanno sempre nudi, a quelli che usano il fallo come uno strumento, a chi tiene sempre un braccio sollevato finché non si atrofizza, a chi dorme in piedi. Più generalmente, un sahdu è un uomo scalzo, che vive di semplicità, delle uniche cose davvero possedute, il suo corpo e la sua mente, ed è pronto a rinunciare anche ad esse. Il corpo va mortificato nei suoi bisogni e così pure il cuore, se si vuole davvero trovare l’unione con dio.
“La mortificazione della carne è la liberazione dall’ego. Mortifichi questo ego, lo porti sotto la pioggia o non ti curi di te e di quello che ti può succedere, perché sei parte del tutto. Quindi hai un’idea più ampia, che ti viene dal perdere l’identità, dall’andare oltre gli attaccamenti dell’ego. Perché l’ego cos’è? L’ego è quello che ti dà le paure, no? “Io ho paura?”. Se non ci sei, di cosa hai paura? Sei uno zombie, e uno zombie non ha paura di niente. Non ha paura di essere distrutto, di non essere più “io”, di scomparire, cioè di morire. “Lasciatemi morire!” Il punto è la liberazione dell’io, in nome di dio. E se ci riesci e non ci sei più come entità separata, allora vai oltre la vita e la morte. Sei il Tutto, e il Tutto né nasce, né muore.” (pag. 146)
Baba Cesare è un santo, ma della speciale santità indiana; non lo è per il mondo occidentale. Baba Cesare entra ed esce di galera, proviene dalla cultura post beat generation, freak, psichedelica. È uno degli hippie che negli anni settanta mollavano casa e famiglia e si mettevano in viaggio via terra, senza passaporto, verso l’India, convinti di far parte di un movimento la cui essenza era peace and love. Giunti a destinazione, giravano per gli ashram, finendo poi, inevitabilmente, per affollare le spiagge di Goa, in quelli che oggi chiameremmo rave parties, feste in cui si ballava, si praticava l’amore libero, si fumava il chilum, si assumevano acidi e droghe più o meno pesanti.
“Provi questo, l’altro, provi il peyote, la mescalina, l’erba, i funghi, il veleno degli scorpioni e prendi conoscenza della natura, di quello che cresce sul pianeta, no? Alimentarsi non significa solamente alimentare la parte fisica, significa alimentare anche la mente di conoscenza. […] È dall’inizio del pianeta che l’umanità scopriva le piante, cos’era nutrimento, cos’era medicina, cosa dava un effetto particolare.” (pag. 56)
Anche in questo c’è chi si ferma allo sballo e chi va oltre, continuando la ricerca, usando la droga come esperienza per superare i confini sensoriali, per espanderli, per sentirsi parte della natura, in comunione con l’universo e con dio. Dall’incontro con Baba Cesare e con molti altri sahdu, Folco Terzani trae un insegnamento di vita senza precedenti, un’esperienza che solo l’India e la sua spiritualità può offrire.
“Ho riscoperto la bellezza degli elementi – l’acqua, la terra, il fuoco, l’aria. Mi sono sentito felice camminando sulla terra, facendo il bagno nei fiumi freddi dell’Himalaya, stando accucciato accanto alle fiamme di un fuoco, respirando spazio.” (pag.14)
/http%3A%2F%2F4.bp.blogspot.com%2F-spXUDIYy3oI%2FT_b10tvTe1I%2FAAAAAAAAAF0%2FyUA-JQDLBS8%2Fs320%2F9788804613749.jpg)
CriticaLetteraria: Folco Terzani, "A piedi nudi sulla terra"
"I valori dipendono dal punto di vista. Per esempio, per i mass media, per il pubblico, un sahdu è rovinato, è un poveretto perché rinuncia agli attaccamenti, alle case, alle cose. Mentre un sah...
http://www.criticaletteraria.org/2012/07/folco-terzani-piedi-nudi-sulla-terra.html
Laboratorio di Narrativa
Patrizia Poli shared Laboratorio di Narrativa's status update.
/http%3A%2F%2Fprofile.ak.fbcdn.net%2Fhprofile-ak-ash4%2F372916_107511192684108_1986048962_q.jpg)
Più che un racconto, “Il viaggio”, di Wania Viola, ci appare come la cronaca di una giornata qualunque; piccolo stralcio di un diario, forse. Oppure semplicemente il resoconto di una breve gita turistica, uno di quei tour organizzati che si risolvono spesso con un senso di tristezza e di solitudine, non colmata dagli occasionali compagni di viaggio. Protagonista il gruppo, persone comuni che condividono lo spazio all’interno di un pullman, tra sgranocchiate, sbuffi, soffiate di naso, spintoni: una lotta per la sopravvivenza pacifica. E poi i luoghi, Ancona, con le sue piazze, le fontane, i monumenti, le bancarelle; e la gente, gli indifferenti abitanti del posto, “per tutto simili” ai turisti intruppati dietro la “virago” gracchiante che fa da guida.
Ma, più che un racconto, “Il viaggio” di Wania Viola, è l’esplorazione di una possibilità, quella di vedere il consueto con gli occhi dell’inconsueto. La protagonista scende da un pullman affollato di turisti, s’inoltra per le vie di una città, visitandola, tenendo gli occhi - non bassi e frettolosi come chi ci vive - ma all’altezza cui la tengono comunemente i turisti, gli “esterni”. Vede quei particolari che gli abitanti del luogo non vedono più. Un indizio, però, non deve sfuggirci, lasciato cadere ad arte nelle prime battute: l’idea che il gruppo dei nuovi arrivati è “in tutto e per tutto simile agli abitanti del posto”. Camminando lungo il corso, guardando distratta le vetrine, la protagonista ha un dejà vu, che può essere inteso in due sensi: da una parte le vetrine ormai sono le stesse un po’ovunque, dall’altra c’è un vero e proprio di già visto, di già vissuto. Perché Wania Viola è di Ancona. Se non lo sapessimo, lo intuiremmo dall’affetto che mostra nel descriverci la sua città, riappropriandosi dello stupore di chi la vede per la prima volta.
Non è un racconto, ripetiamo, ma una dichiarazione d’amore che infonde un senso di pace, di un vivere ancora a misura d’uomo.
Gustose le descrizioni dei personaggi, fatte con vivacità ed ironia. Il testo è ben scritto, con cura e pulizia anche nella forma grafica, cosa che, di questi tempi, non è scontata.
Patrizia Poli e Ida Verrei
Il viaggio
- Ricordatevi di prendere i bagagli a mano e tutto quello che vi può essere utile. Il pullman andrà al parcheggio e tornerà a riprenderci stasera! - gracchia l'insopportabile voce dell'accompagnatrice. Chissà dove ho sentito dire che le hostess sono tutte belle, gentili e cordiali. Forse in un film. La signora seduta al mio fianco sbuffa, prende il ventaglio, si alza con fatica sul ventre grasso, raggomitolando nello sforzo il doppio mento in tre ciambelline parallele, raccoglie in un mucchio le riviste che ha sfogliato fino allora e le lascia ricadere sul sedile al proprio posto, quindi, incurante della mia presenza, si fa strada a spintoni per uscire, trascinando con sé il mio impermeabile. Non dico niente, non ho più parole: è dall'inizio del viaggio che cerco di sopravvivere al suo continuo sgranocchiare, sbuffare, soffiarsi il naso e raschiare la gola.
Finalmente scendo anch'io. Mi accoglie una piazza abbagliante di luce, abbastanza grande, rettangolare. Bei palazzi tutt'intorno, secondo me dell'ottocento; da un lato una fontana monumentale con quattro cavalli di marmo bianco. Cerco l'orologio. Ci sono sempre orologi che vegliano sulle piazze. Eccolo, infatti: tondo, incorniciato di scuro, non particolarmente appariscente sulla facciata del palazzo di fronte. Segna le undici e dieci. Ho fame. Una metà della piazza è affollata di bancarelle multicolori: avrei voglia di dare una sbirciata. Si finisce sempre per concludere qualche affaruccio. È pieno di gente che va e viene, prevalentemente donne dall'aria casereccia. Non una che ci noti. In effetti abbiamo ben poco da farci notare: non siamo né troppo stanchi e sfatti dal viaggio, né originali nel vestiario o nell'attrezzatura, né abbiamo i lineamenti slavati dei turisti nordici, che bene o male uno li guarda lo stesso. Siamo in tutto e per tutto simili agli abitanti del posto e passiamo tra loro inosservati.
Il gruppo si raccoglie attorno all'accompagnatrice. Ci guiderà a vedere il porto, poi il duomo, annuncia. Che bellezza di programma! Siamo una ventina, tutti adulti e non mostriamo particolari segni di entusiasmo quando ci incamminiamo in fila più o meno scomposta dietro la virago, che ogni tanto si volta e ci gratifica con un "coraggio" urlato a tutta forza. Adesso sì che si voltano! Non credo per ammirazione.
Ci incamminiamo per quello che pare il corso cittadino, con negozi e banche. C'è pure la Standa. Guardo le vetrine: dejà vu. Che mi aspettavo? Non è certo una città esotica quella che sono venuta a visitare. Si respirano ordine e laboriosità, come in altre città delle Marche. La faccia della gente è indifferente, ma buona; i movimenti e il modo di camminare non danno la sensazione dello stress urbano.
In fondo alla via si apre un'altra piazza e poi giù, verso il porto, a pochi passi. Finalmente mi stupisce il mare! Mi sento come una bambina. Davanti a noi, dietro il sipario di alcune grosse navi all'ancora, si apre l'ampio golfo, come un gomito, che dà nome alla città: Ancona. La giornata è limpida e si scopre la costa stagliata di netto sul mare smagliante fino a Fano. Le linee dolci del paesaggio infondono serenità; mi dispongo a guardare più attentamente i dettagli della costa quando: "Guardate, a destra i cantieri navali, - mi distoglie l’acuto dell'accompagnatrice - a sinistra la zona industriale e le strutture dell'Ente Fiera; sempre a destra, sotto il colle Guasco, l'arco di Traiano, che l'imperatore fece costruire prima di partire per la Dacia; ancora più a destra l'arco Clementino, costruito in onore di papa …" E continua a stridere. Ma dove l’hanno trovata? Qualcuno la fermi! Volgo lo sguardo verso l'alto, al nominato colle Guasco, e vedo ergersi come su un piedistallo di roccia a strapiombo sul mare, nella purezza delle sue linee romaniche, il duomo. Sul fianco verde del colle si snoda serpeggiando la via di accesso, simile, nella distanza, ad un sentiero. L'ampio portale è rivolto verso il mare e l'intera costruzione, pur solitaria e distaccata, non sembra dominare come una fortezza fiera ed imprendibile, ma dà piuttosto l'impressione di spiare, sorniona e bonaria, accattivante come una comare, il nostro gruppo di turisti per un giorno. Intanto ci avviamo dietro all'accompagnatrice, che imperterrita ci strombetta nelle orecchie la promessa dello splendido e ineguagliabile panorama che ammireremo di lassù.
Wania Viola
http://www.facebook.com/poli.verrei.laboratorio.narrativa/posts/318576831577542
Lorenzo Spurio, "Jane Eyre Una rilettura contemporanea"
di Patrizia Poli
Se una caratteristica distingue l’odierna critica letteraria è la multimedialità e l’accostamento della letteratura “alta” a mezzi espressivi non convenzionali e non immediatamente ad essa correlati, dalla narrativa di genere, al cinema, fino ai giochi di ruolo. La smitizzazione del mother text è accompagnata da un’estrema semplificazione del linguaggio critico e da un utilizzo di veicoli non tradizionali quali, ad esempio, le interviste virtuali.
In “Jane Eyre, una rilettura contemporanea”, Lorenzo Spurio si avvicina al testo originale di Charlotte Bronte, per poi allontanarsene, compiendo un excursus su una serie di rewriting successivi e adattamenti anche cinematografici e televisivi, a partire dal famoso prequel del 1966, “Wide Sargasso Sea”, per finire con la parodia mash up del 2010, “Jane Slayer”, dove la protagonista si trasforma in ammazza vampiri.
Invece di puntare sugli aspetti classici e tipici del romanzo della Bronte, come la travagliata infanzia di Jane a Lowood e l’amore romantico per il tenebroso Rochester, Spurio mette in evidenza caratteristiche secondarie, ma interessanti, amplificate dalle riscritture successive.
La prima di queste peculiarità è l’aspetto gotico del testo, con continui richiami a “Northranger Abbey” di Jane Austen.
L’altra è senz’altro l’importanza focale data al personaggio minore di Bertha Mason. Laddove la Bronte non ci spiega le ragioni della pazzia che affligge la prima moglie di Rochester, nei prequel e sequel presi in esame da Spurio, Bertha giganteggia con tutto il suo passato tropicale. Si ha compassione, e c’è addirittura rivalutazione, del personaggio. In ogni versione, Bertha presenta aspetti diversi ma è sempre connessa col riso demoniaco-animalesco e col fuoco, entrambi simboli del male, così come con la natura vampiresca del suo morso.
Nel suo saggio, Spurio prende in esame il colonialismo e si spinge fino a concludere che la Bronte ha inteso punire con la cecità Rochester per il suo razzismo, più che per l’inganno e l’amore adulterino nei confronti dell’ingenua Jane.
Mettendo in risalto la generica benevolenza della Bronte verso gli schiavi e le donne, Spurio tocca temi alternativi e affascinanti. Si parte dal Codice Nero, promulgato nel 1685, a sancire il concetto di schiavo come oggetto, si continua con “A Vindication of the Rights of Women”, dove Mary Wollstonecraft (Shelley), in polemica con Rousseau, rivendica i diritti delle donne, per finire con la magia nera Obeah, trapiantata in America dall’Africa, e simile al Voodoo di Haiti, patria degli zombie.
A day in the life
Un giorno nella vita..
quando non ci sarà più tempo per pensare
e dove lottare controcorrente
porterà inesorabilmente a valle...
dove con le ossa deformi
mancherà la forza per scalare la montagna,
mentre il mare continuerà
ad ingrinzire il mondo degli altri..
Un giorno nella vita
dove il Sole non scalderà
e la sua luce non colorerà più
la nostra terra...
dove il fuoco non brucerà
e l'acqua non lo spengerà
e dove l'aria si farà vento
caldo e freddo
per carezzare ancora
la natura dell'uomo.
Un giorno nella vita
dove non ci sarà più nessun dio
da pregare o maledire...
dove sapremo che prima dei Pensieri Supremi,
c'era da far pace con noi stessi...
quando smarriti
non troveremo luoghi e statue
per inginocchiarsi davanti alla Pietà.
Un giorno nella vita
dove della musica
resteranno solo poche note,
ricordi e rimpianti
di un passato mai cantato
dal quale sfuggire...
dove a ricordare la bellezza
saranno le rughe delle tristezze volute..
Un giorno nella vita
dove poter rileggere
con l'azzurro dei nostri occhi
gli stolti idealismi,
i falsi pentimenti,
i facili pretesti...
pensieri che daranno il senso
di come di noi
abbiamo buttato via tutto.
Solo allora ripenserai
all'aria, all'acqua, alla terra e al fuoco.
Ma quel giorno
mancherà anche il tempo
per piangere e rimpiangere
di non aver mai vissuto.
2001
Livorno Magazine - Periodico di Informazione
/http%3A%2F%2Fwww.livornomagazine.it%2FLivorno-arte-cultura%2FStoria-di-Livorno%2Ffoto%2FChiesa_San_Sebastiano.jpg)
Livorno Magazine - Periodico di Informazione
www.livornomagazine.it
Il collegio dei Barnabiti a Livorno
Dedicata
Tu...
come una cometa
che passa una sola volta nella vita,
così vicina al mio mondo,
eppur così lontana
per poter essere abbracciata
dal mio caldo respiro
bagnato di lacrime.
Si spegne anche l' ultimo sorriso
quando solo,
nel silenzioso buio di un' altra notte,
inseguo con lo sguardo
la tua scia lucente abbandonata.
Se non potrò rivivere ancora,
allora imparerò a volare
verso i confini dell'Universo,
fino a ritrovare Te
o ad incontrare Dio.
1998
di Ida Verrei: Un viaggio allucinato nell'impossibile
Fiori Ciechi
Maria Antonietta Pinna
Annulli Editori, 2012
pp.137
9,00
di Ida Verrei
Due racconti lunghi, un viaggio allucinato nell’impossibile, “Fiori Ciechi” di M. A. Pinna, è una singolare avventura letteraria.
Il primo racconto, che dà il titolo al libro, non è un romanzo, pur se ne possiede la struttura e ne conserva alcuni elementi; non è una fiaba, non si conclude con “…e vissero felici e contenti…” Ma della fiaba ha la suggestione e il mistero: immaginario e reale si fondono come nella dimensione onirica e possiedono lo stesso valore; niente appare arbitrario, ma necessario e fatale; tutto esiste, perché la trasfigurazione fantastica, legata al paradosso, rende verosimile l’illogico.
In un tempo non-tempo, in uno spazio non-spazio, parallelo e avvinto alla realtà, si consuma un dramma-rappresentazione, proiezione fantasmatica del mondo contemporaneo.
“Nonno Petalo, racconta”.(pag.11)
“… Sì. Dimmi dei garofani bianchi, come sono nati?”
“Tanto tempo fa, agli albori della nostra civiltà, esistevano soltanto garofani rossi (o almeno così sembra), e i fiori-Dei circolavano liberamente per le strade di Florandia…” (pag. 13)
Inizia così questo inconsueto viaggio nel surreale, tutto sembra lieve, delicato, un mondo fatto di petali colorati, delle lacrime di Skotos (la notte) che danno origine a garofani neri, e di quelle di Rais (il sole) che generano garofani gialli; un mondo senza padroni, “dove ci si accontenta di poco. Del vento, del sole, di poca terra, di un flebile raggio di luna…” Ma Florandia non è questo universo idilliaco, è una Repubblica di fiori ciechi, aridi, incapaci di vedere il lato poetico della vita… perché per loro la vita è la canzone stonata di un solista… (pag. 25)
Man mano che si procede nella vicenda, ci s’imbatte in inquietanti analogie con la società attuale: lotte per il potere, il prevalere d’interessi individuali, della forza e della sopraffazione. Ma a leggere con attenzione, non sono questi i temi principali del racconto. Guerra, prepotenza, odio razziale, elaborati dalla fantasia dell’autrice, calati in un fantastico paradossale, rimandano ad angosce esistenziali che da sempre tormentano l’uomo: la ricerca dell’identità; la conservazione della memoria, perché
“chi è senza memoria non ha futuro. E un oggetto in sé non è niente…”(pag.72)
il terrore del tempo che passa:
“… qui si cattura l’ombra, così si elude in qualche modo la sorveglianza che il tempo esercita su di noi… L’immagine è nostra, non invecchierà mai… Si esorcizza la morte…” (pag.71)
la ricerca dell’Idea, che non è soltanto riconducibile allo struggimento dello scrittore che scava dentro e fuori di sé, ma è soprattutto ricerca del senso della vita, bisogno di indagare il destino, il suo acre sapore escatologico… E l’espediente narrativo a cui ricorre l’autrice, è l’irrompere di un improvviso io narrante, Tibbs e Tibbs, l’artista e la sua ombra, un “doppio” inconsueto, dove la dualità non riguarda la distinzione tra bene e male, ma tra possibile e impossibile, un mezzo per abbattere i limiti della corporeità.
Inizia così un viaggio allucinato del protagonista all’interno del proprio cervello, un percorso nell’assurdo per raggiungere il luogo della creatività, alla scoperta di quell’Idea che non muore perché non si può ammazzare un’idea, sia essa buona o cattiva… L’idea ride… sul cadavere di chi avrebbe voluto ammazzarla… va… e si perde nel mondo. (pag.99)
Anche nel secondo racconto, Probobacter, forse meno fantasioso del primo, ma altrettanto al di fuori di ogni logica convenzionale, ci addentriamo in un mondo delirante: immagine amplificata di ciò che l’ottusità dell’uomo può causare. Anche qui due piani di narrazione: il mondo soffocato dai rifiuti urbani, in un parossismo di allucinazioni iperboliche, e la ricerca scientifica per la soluzione del problema, sperimentazione esasperata che condurrà alla distruzione dell’uomo stesso, con la creazione di un batterio killer che finirà col divorare uomo e rifiuti.
Visioni d’incubo, il sogno, la malattia, e ancora un “doppio”, ma questa volta è il riflesso nello specchio e il suo significato allusivo:
“…mi guardo e vedo un tizio che non conosco, un corpo estraneo…” “Chi sei?” “Io sono tu, e tu?” “Anch’io…” (pag.133)
Anche qui, al messaggio palese del tema ecologico, si affianca quello più profondo dell’angoscia di morte; del silenzio; dell’incomunicabilità, la paura di perdere “occhi e bocca”, “…un silenzio affilato di lama che uccide senza rumore”. (132)
In entrambi i racconti, Maria Antonietta Pinna è molto abile nella tecnica dello straniamento:
“Pistillo, fiore cieco e arido si è comprato uno Stradivari senza neanche saperlo suonare; (pag.76) oppure: l’Idea, sì, l’ha vista, è passata di qua. Le è sembrata… come dire… Un po’ incinta; (pag.75) o ancora: Questa povera mosca moribonda… Probabilmente pensa che siamo repellenti. In una parola le facciamo schifo… “ (pag.134)
L’autrice gioca con la fantasia, con le parole, con le immagini; sovrappone i livelli semantici; contrappone primi piani e punti di vista; usa dialoghi a più voci. Il tutto dà origine a un insieme singolare, insolito, che confonde il lettore, lo costringe a leggere e a rileggere, a fermarsi e a riflettere, a decifrare messaggi e simbolismi e, attraverso uno stile veloce, immediato, ma armonioso e musicale, restituisce il gusto della lettura.
Andersen a Livorno
A cura di Vibeke Worm e Patrizia Poli
Hans Christian Andersen (1805 – 1875) è famoso in tutto il mondo per le sue fiabe, fra cui “La principessa sul pisello”, “La sirenetta”, “I vestiti nuovi dell’imperatore”, “Il Brutto anatroccolo”, “La piccola fiammiferaia”, “Il soldatino di stagno”, “La regina delle nevi”
Non tutti sanno che fu anche un instancabile viaggiatore e durante i suoi numerosi spostamenti scrisse molti diari di viaggio.
Nella Biblioteca reale di Copenhagen è possibile consultare le pagine che riguardano il suo passaggio nella nostra città.
La danese Vibeke Worm ha rintracciato per noi le pagine dedicate al soggiorno di Andersen nella nostra città e le ha tradotte dal danese ottocentesco in inglese. Noi abbiamo provveduto a ritradurle in italiano per voi. Lo stile è veloce, guizzante, incisivo.
1833 dal diario
6 ottobre. Abbiamo affittato un vetturino e guidato allegramente le sei miglia verso Livorno. Abbiamo incontrato parecchi cacciatori e ci siamo imbattuti in una bella foresta di querce e in filari di aranci.
Gli Appennini avevano un paio di picchi elevati, per il resto la zona era piatta, e a Livorno è stato tutto un po’ noioso. Una città sporca, con un bel porto dall’acqua verde. Abbiamo visto le coste della Corsica e dell’Elba, è capitato un vapore da Genova, abbiamo parlato con due svedesi e avuto un asino per Cicerone, che ci ha preso 4 franchi e non ci ha mostrato nulla. Ci ha detto cose come: “Ci dovrebbe essere un mercante turco, ma il suo negozio è chiuso, c’è una chiesa con un bel dipinto ma il dipinto manca.”
Il duomo non è niente di speciale, un soffitto carino, ma è tutto sudicio. La chiesa greca era chiusa. Il cimitero inglese fuori la città era tutto tombe di marmo di Carrara, abbiamo trovato anche un paio di sepolture Svedesi.
Per strada abbiamo visto molti greci. La sinagoga, che doveva essere una delle più belle e ricche d’Europa, mi ha fatto una brutta impressione. La gente saliva una scala in un albergo e nella chiesa che sembra la Borsa, tutti avevano il cappello e spettegolavano sulla bocca degli altri. Sudici bimbi ebrei stavano ritti sulle sedie e un Rabbi, su una sorta di pulpito, rideva e scherzava con degli anziani. Per avanzare, Tappernaklet si fece largo a gomitate come se dessero i biglietti per il teatro, nessuno pensava alla devozione. Sopra di noi, nella galleria, sedevano le donne nascoste da una grande griglia, qui dovevano essere trattate come in Spagna ed erano molto timide.
Al porto c’è una statua di marmo di Ferdinando I°, quello sopra il figlio Cosimo II°, con 4 schiavi di bronzo incatenati alla statua, uno, un negro, aveva uno sguardo molto malinconico, era orribile da vedere e sarebbe un onore aiutarlo!
La nostra finestra guardava il mare, il sole era piacevole, giù dietro il faro, era come una nave sull’orizzonte. Le colline erano grigio blu, e delle strane nuvole strappate erano appese in cielo come lance d’oro in cielo. Livorno è brutta, piatta e sporca, ma il cielo, il mare e le belle colline sono una cornice che rende degna la pittura, potrebbe anche essere piacevole stare qui un po’ di tempo.
La gente: specialmente le donne camminano per le strade in tale quantità che sembrano una processione, ho visto dei turchi con teste caratteristiche e bei ragazzi greci. Una spagnola, con neri occhi di fuoco e un velo sottile, mi è passata vicina, com’era bella!
Sul pavimento abbiamo tappeti brillanti, divani orientali, ma ci vogliono dai 5 ai 9 franchi per pranzare, siamo andati in trattoria e abbiamo mangiato con due franchi.
Non si sa se è più bello il cielo limpido e azzurro, il mare blu, o le montagne cerulee. È uno stesso colore in diverse espressioni, è come l’amore pronunciato in tre lingue differenti. (Oggi il nostro vetturino ha cantato una aria d’opera mentre ci guidava fuori strada.)
Lunedì 7 ottobre.
Questa mattina mi sono vegliato al rumore di catene, erano incatenati a due a due, uno rosso e uno giallo. […]
Siamo usciti sul porto. Il molo è coperto da blocchi di pietra color terra. A pranzo eravamo a Pisa. Sono andato alla torre e alla chiesa. Le strade erano un mortorio, mi sono ficcato in vicoli così stretti e silenziosi che mi era presa l’ansia, finalmente mi sono ritrovato in uno spazio verde, c’era una statua colossale di marmo del granduca Leopoldo I° con in mano uno scettro dorato.[…]
Martedì 8 ottobre.
Da Pisa a Firenze. Davvero un’ottima strada, guidavano come matti, siamo arrivati a Firenze in otto ore. Nell’Arno c’era poca acqua...
Livorno Magazine - Periodico di Informazione
/http%3A%2F%2Fwww.livornomagazine.it%2FLivorno-arte-cultura%2FSCRITTORI%2Ffrancesco-domenico-guerrazzi%2Flettera.jpg)
Livorno Magazine - Periodico di Informazione
www.livornomagazine.it
Francesco Domenico Guerrazzi: il romanziere animato da tensione patriottica risorgimentale e da spirito pessimistico
http://www.livornomagazine.it/Livorno-arte-cultura/SCRITTORI/Livorno-EMOZIONI-POLI-guerrazzi.htm
/image%2F0394939%2F20190531%2Fob_6113d1_61425960-10216728261030327-19684367693.jpg)
/http%3A%2F%2Fwww.livornomagazine.it%2FLivorno-arte-cultura%2FSCRITTORI%2Fandersen-brutto-anatroccolo.jpg)