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Natsume Soseki, "Kokoro, il cuore delle cose."

30 Gennaio 2023 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni

 

 

Kokoro, il cuore delle cose

Natsume Soseki

1914

 

 

Kokoro (titolo originale del romanzo) in giapponese come ideogramma o kanji rappresenta sia la mente sia il cuore, significa perciò un ideale equilibrio tra parte razionale e parte emotiva. Questo stato di serenità è ciò che manca al Maestro, uno dei co-protagonisti di questa storia, tutti senza nome, in quanto più figure archetipiche che veri esseri umani. Il Maestro, adulto ma certamente non anziano, fa amicizia con il Ragazzo. È un uomo taciturno, riservato, enigmatico nelle poche risposte che dà. Ha una moglie con cui ha un rapporto affettuoso ma certamente non passionale, ogni mese va solitario a visitare la tomba di un misterioso K, non lavora e non si espone al mondo. Citando lui, e probabilmente lo stesso Soseki, uomo dilaniato interiormente, "La solitudine è il prezzo che dobbiamo pagare per essere nati in questa epoca moderna, così piena di libertà, indipendenza, ed egoistica affermazione individuale". Quando il Ragazzo deve lasciare Tokyo per assistere il padre morente, il Maestro gli chiede di tornare a visitarlo perché deve parlargli. Ricevendo un rifiuto data la gravità della situazione, il Maestro gli confiderà a mo' di testamento quel passato per lui tanto doloroso che lo ha reso l'uomo schivo e appartato che il giovane ha conosciuto. La spiegazione del titolo e della vicenda è tutta nella lunga lettera finale: senza svelare dettagli, il Maestro era rimasto deluso dagli esseri umani in gioventù per un tradimento subìto, proponendosi di non fidarsi più di nessuno e, a suo modo, ergendosi a modello esclusivo di perfezione rispetto al resto del mondo. Rendersi conto pochi anni dopo che la fragilità appartiene a tutti quando entrano in campo le emozioni, e che lui stesso si macchia del medesimo peccato di tradimento, stavolta però assai più grave perché ne consegue una tragedia, determina il suo appartarsi dalla società. Lo squilibrio di quest'uomo deriva da una predominanza della parte razionale, arrogante come ogni ego, che non solo pensa di restare esclusa dalla debolezza umana, ma in un delirio di onnipotenza si convince di essere responsabile di un gesto terribile commesso dal suo amico, amico che probabilmente sarebbe comunque andato incontro al suo destino. Il suo cuore, che non accetta la sua parte oscura, e quindi non la integra, non gli permette di entrare in contatto col mondo esterno, di riflettersi, di osservarsi, lasciandolo in uno stato di sterile permanenza contro natura, tanto che, nonostante sia sposato da anni, mai è riuscito a concepire un figlio con la moglie. Nel ragazzo egli vede una versione più giovane, fresca e pura di sé stesso e quella lettera finale funge quasi da autoanalisi liberatoria in cui egli finalmente confida a qualcuno di fiducia il suo dramma, per aiutarlo a capire, almeno in minima parte, ciò che siamo come esseri umani. Il concetto di kokoro, a lui negato per sua indole tutta la vita, che possa appartenere al giovane affinché egli sia più prono a perdonarsi e quindi perdonare se stesso.

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