Luke Rhinehart, "L'uomo dei dadi"
25 Marzo 2021 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni
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L'uomo dei dadi
Luke Rhinehart
1971
"Poteva esistere un uomo totalmente a caso? Poteva un singolo uomo sviluppare talmente le sue capacità da poter variare la sua anima, a piacere, da un'ora all'altra? Poteva un uomo essere una personalità infinitamente multipla? O meglio, come l'universo secondo alcuni teorici, essere una personalità multipla in continua espansione, tale da potere essere contratta solo dalla morte? E del resto, anche allora, chi poteva dirlo?"
Luke Reinhardt, protagonista omonimo dello scrittore (che però si chiama in realtà George Cockcroft e non c'entra nulla con queste vicende totalmente inventate) è uno psicanalista mediamente bravo, mediamente di successo, mediamente ricco ma soprattutto mediamente infelice, da buon medio borghese che ha tutto quanto gli servirebbe per sentirsi totalmente appagato. Cosa non va nella vita di Reinhardt e di milioni di americani di mezza età? Che sono solo se stessi, forse, o magari che sono l'unico se stesso che hanno imparato ad essere scivolando tra i paletti di società, educazione, morale, legge. Ma l'io si può cambiare come un vestito? Secondo lui sì. Basta prendere un dado e dare una opzione a ogni faccia, tiri e quello che esce sarai. Vuoi stuprare la vicina di casa, ammazzare, frodare, farti sodomizzare, corrompere i tuoi figli, mentire? Vai, lanciati, mica lo hai deciso tu, è il maledetto (o benedetto?) dado! Inizia dalle piccole cose e poi lanciati (dopo il dado si intende, sia mai), sii chi mai avresti potuto immaginare, sperimentati! Non ci dicono fior di psicologi, filosofie, guru che il nostro ego è il peggior nemico? E allora annulliamolo, che aspettiamo? Se saremo infiniti non vivremo più nella prigione dell'Io ma correremo felici nel labirinto di mille personalità fluide senza mai fermarci. Fino all'uscita. Se decidiamo di uscire. E se sapremo riconoscerci.
Libro che parte con un'idea geniale, trasgressiva, dissacrante e che alcuni hanno deciso di seguire davvero come filosofia di vita ai tempi della pubblicazione (a cavallo tra i '60 e i' 70) ma che da un punto di vista letterario secondo me diventa prolisso, ripetitivo e un po' troppo indulgente in scene ed episodi pruriginosi che lasciano il tempo che trovano a un certo punto. Scoppiettante la prima metà, declinante la seconda, con gli ultimi due capitoli notevolissimi, brevissimi ma geniali. Un invito scherzoso (sì?) alla follia, al libero arbitrio dei sensi, all'infrazione delle regole, al correre nudi per strada urlando a squarciagola frasi senza senso incuranti delle guardie o degli sguardi. Anzi, forse proprio per provocarli. Ovviamente non applicabile davvero nella realtà. Tranne che per.
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