Chiara Tortorelli, "Noi due punto zero"
14 Febbraio 2019 , Scritto da Patrizia Poli

Noi due punto zero
Chiara Tortorelli
Homo Scrivens, 2018
pp 241
15,00
Non si può certo dire che Noi due punto zero, di Chiara Tortorelli, sia mal scritto. Tutt’altro, la lingua è oltremodo bella e letteraria. Fin troppo: non è detto che ogni frase debba per forza essere la frase del secolo, pena una certa pesantezza. Ma, comunque, è una scrittura chiaramente raffinata, studiata, in un certo qual senso, “snervante”.
All’inizio la storia ti prende, complice appunto l'ottima scrittura, vuoi sapere perché la quarantenne Emma - separata da Paolo e con una figlia adolescente, Alice, che ora vive con la nonna - si sia lasciata trascinare in un rapporto frustrante con il maschilista Pietro. Egli la incontra solo quando e dove vuole lui, non le ha detto nemmeno il suo vero nome, non parla mai d’amore, la tratta con indifferenza, venera e usa il suo corpo, senza che il loro rapporto possa mai uscire da questa sorta di limbo (mai parola fu più azzeccata).
Poi, però, il tessuto della narrazione s’incrina, cominciano ad affiorare crepe, le cose “non tornano” più, la realtà si mescola al ricordo e al sogno, per confluire in un finale a sorpresa che non possiamo rivelare e che lascia interdetti e spiazzati. A livello personale, non amo questo genere che mescola realtà ed esperienza onirica, flash back e attualità, prosa e poesia, e che ti costringe ad una lettura non solo attiva - il che non sarebbe male - ma addirittura “superattiva”. Ciò nondimeno, è la scelta dell’autrice e va rispettata. Colpisce, inoltre, il contrasto fra il realismo con cui vengono descritte scene di vita quotidiane e il loro essere esperienze oniriche o, comunque, surreali.
Nel mentre, ci ritroviamo al punto zero, quello della fisica quantistica dove tutto è ancora possibile. E di là partono e si diramano tasselli di vita - reale, ricordata, sognata, limbica, finita? –, di là partono le tarsie di un mosaico che il lettore, se ne avrà voglia, potrà ricomporre, andando avanti e indietro nella storia, nella mente della protagonista, nel passato e nel futuro.
All’improvviso spunta anche un coro, che forse deriva dal desiderio dell’autrice di inserire poesie nel libro, e che dovrebbe indirizzare il lettore, accompagnandolo nella ricerca e nella ricomposizione dei tasselli. Quindi arriva anche Anna Karenina, con cui l’eroina a volte s’identifica, Anna che, guarda caso, è morta sotto un treno. Tutto, in ogni caso, si svolge nella mente della protagonista, a riprova che è il pensiero a creare la realtà e non viceversa, e che esso può contenere e generare l’universo intero.
Se proprio devo fare un paragone, mi viene a mente la serie televisiva Lost, dove ogni personaggio aveva un back ground articolato, pesante e mutevole, dove ogni cosa non era come sembrava, dove lo spettatore si caricava di enormi aspettative sempre disattese, e dove alla fine tutti erano morti in un finale appiccicaticcio e sbrigativo fatto tanto per chiudere la serie.
Insomma, davvero non so che dire di questo libro. Per coloro ai quali piace il genere è senz’altro un romanzo perfetto, per me, che amo una scrittura asciutta e una narrazione lineare, da un punto A a uno B, mi sembra uno spreco, sia di energia sia dello straordinario talento linguistico dell’autrice. Ma questa è solo un’opinione personale.
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