L’amore idealizzato e vagheggiato della Agus in Mal di pietre
11 Agosto 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni

Mal di Pietre
Milena Agus
Nottetempo, 2016
Una ragazza trova un quadernetto con i bordi rossi. Appartiene alla nonna. Lì la donna si è confidata, mettendo nero su bianco desideri e timori ma soprattutto voglia... voglia di amore carnale, di mani intrecciate e sudore sulla pelle.
Si torna quindi indietro nel tempo. Come scenario, la Sardegna della seconda guerra mondiale; come narratore – un narratore che risulta essere attento e scrupoloso –, la nipote della donna. La donna – viene chiamata per tutto il testo nonna, mai un nome né un riferimento più preciso – è poco equilibrata, un po’ inquieta. Giunta a un’età in cui è normale esibire un marito – pena la compassione di tutti – non riesce a farsi chiedere in moglie. È una bella donna, non le mancano di certo i pretendenti. Ma lei, quando qualcuno si mostra interessato, gli scrive poesie bollenti, piene di sentimento e di desiderio. Ha frequentato solo le prime classi delle elementari, tuttavia scrive da sempre – malgrado debba farlo da sola, di nascosto, con il quadernetto tra le gambe e i sensi all’erta perché non entri nessuno –, è il suo modo per sfogare quell’inquietudine. Loro però non capiscono, fuggono dinnanzi a quell’arte, a quel sentimento. Quando i suoi decidono di farla convolare a nozze con un uomo rimasto da poco vedovo, lei rimane interdetta. Non c’è amore, grida a gran voce. Quando lui però fa notare che l’amore non sia necessario, le cose vanno veloci. La narratrice/nipote chiama nonno quell’uomo pratico e non interessato alle dicerie, alle cattiverie gratuite di chi considera la sua futura moglie una pazza da rinchiudere in manicomio.
All’inizio è un legame tiepido. Sono coinquilini. Lei è un’artista, in tutti i sensi. Per come vive la sua vita, sì, ma anche per le sue qualità di poetessa, di scrittrice. È un po’ in aria, nel senso buono dell’espressione. Non si conforma alla società, alle sue assurde e banali regole. Poi, la svolta. Non è proprio amore, il loro, ma diventa un legame fatto di rispetto, normalità e sesso. Sesso senza remore né paure. Sesso senza religione e senza timori. Senza tabù.
Quando va alle terme per trovare un rimedio ai calcoli renali – Mal di pietre è un calco dal sardo che indica proprio i calcoli renali –, conosce un uomo distinto. Il Reduce. Menomato dalla guerra, attraente e colto. Se ne invaghisce. Finito il problema, fa ritorno alla sua vecchia vita. Rimane tutta la vita divisa tra due fuochi, amando sì il marito ma bramando anche il Reduce.
È un amore vagheggiato, idealizzato, quello che si trova nell’opera di Milena Agus. Un amore fatto di stranezza ma anche di normalità – perché chi è strano e chi è normale, in questo nostro mondo?
Un libro che tratta di amore – perché l’amore ha infinite sfumature –, di diversità, di pregiudizi, di vite particolari vissute in modo particolare. Un libro che si legge in un pomeriggio ma che regala tanto, che stupisce tanto. Un libro che è diverso da qualunque altro si sia letto in precedenza, con uno stile talmente particolare che si potrebbe riconoscere una pagina scritta dalla Agus tra mille. Un libro dall’immenso valore.
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