I Carabinieri a Parigi
15 Marzo 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia
Menzionati più che altro per l’ingrato compito di “accompagnare” i fanti all’assalto, mi piace ricordare al contrario le battaglie in cui i Carabinieri si fecero onore nel corso della 1^ Guerra Mondiale: le battaglie dell’Isonzo, del Carso, del Piave, sul Sabotino, sul San Michele ed in particolare nei combattimenti sulle pendici del Podgora, nell’inseguire il nemico oltre l’Isonzo, unitamente a reparti di Cavalleria.
Così come riportato nel sito dell’Arma, furono i due Squadroni di Carabinieri addetti al Comando Supremo a entrare per primi a Gorizia, il 9 agosto 1916. E ugualmente il 2 novembre 1918, circa 200 Carabinieri furono tra i primi a toccare il suolo di Trieste liberata. Nello spazio di tutto il conflitto persero la vita 1.400 arruolati dell’Arma e i feriti furono 5.000. A reparti e singoli militari, operanti in Patria e all’estero, furono conferiti: 1 Croce dell’Ordine Militare di Savoia, 4 Medaglie d’Oro, 304 d’Argento, 831 di Bronzo, 801 Croci di Guerra e 200 Encomi Solenni, tutti al Valor Militare.
Durante la Grande Guerra non esisteva ancora l’Aeronautica Militare come corpo a se stante, divenne Forza Armata solo nel 1923 e i primi aerei vennero pilotati da militari dell’Esercito, di cui l’Aeronautica faceva parte. Furono 173 gli ufficiali, sottufficiali e carabinieri che entrarono a far parte del Corpo Aeronautico Militare.
Fra questi Ernesto Cabruna, un carabiniere che, divenuto pilota, viene ricordato come un eroe dell’aria.
Piemontese di Tortona a diciotto anni si era arruolato nell’Arma e l’anno successivo, il 1908, fu fra coloro che parteciparono alle operazioni di soccorso delle popolazioni calabresi e siciliane, colpite dal tremendo terremoto di Messina. Nel 1911, vice brigadiere, partecipò volontario all’occupazione del Dodecaneso. Allo scoppio della Grande Guerra era Comandante della Stazione di Salbertrand, in Piemonte: offertosi ancora una volta volontario, venne destinato al fronte sull’altopiano di Asiago, ove si guadagnò una Medaglia di Bronzo per l’attività di soccorso prestata ai feriti durante i bombardamenti degli austriaci.
Nel maggio 1916 divenne aviatore e pilotava aerei da ricognizione sulla Carnia. Nel giugno 1917, promosso maresciallo, fu assegnato quale pilota di caccia sul fronte del Carso e del Piave. Il 26 ottobre abbatté il primo aereo nemico, in totale gliene furono accreditati otto. Grazie a tali positivi risultati, per il coraggio e la fermezza dimostrati in ogni occasione, ottenne la sua prima Medaglia d’Argento.
Il 29 marzo 1918 condusse la sua azione più famosa: volando su Conegliano, avvistò un aereo da bombardamento austriaco scortato da dieci caccia, senza nessuna paura, andò diritto verso il capostormo e lo abbattè, costringendo i gregari a rinunciare alla missione.
Cabruna fece ancora meraviglie nel giugno del 1918 durante la seconda battaglia del Piave o battaglia del Solstizio, come la definì Gabriele D’Annunzio. Affrontato uno stormo di trenta aerei nemici, riuscì ad abbatterne uno, ed era solo il primo giorno, in quelli successivi, riuscendo sempre a cavarsela, abbatté altri due aerei e un aerostato, guadagnandosi la seconda Medaglia d’Argento al Valor Militare. L’impegno costante, la dedizione, il coraggio e lo sprezzo del pericolo lo videro di nuovo in cielo, il 29 ottobre 1918, riuscendo a colpire e incendiare due caccia austriaci in decollo. Era trascorso meno di un mese da quando in seguito a un incidente occorsogli in fase di atterraggio, era stato seriamente ferito riportando fratture multiple a un braccio.
Al termine della guerra, quale compendio alla totale abnegazione dimostrata, gli venne riconosciuta anche una Medaglia d’Oro al valor militare.
Nel primo dopoguerra partecipò all’impresa fiumana al fianco di Gabriele D’Annunzio e il 6 dicembre 1923 lasciò l’Arma dei Carabinieri per transitare nella Regia Aeronautica, appena istituita. Affezionato al corpo che lo aveva visto crescere, pronunciò un sentito discordo di commiato: “Lascio con dolore i Carabinieri, ma mi propongo di essere, anche lontano, non dimentico figlio di quella famiglia di cui sono stato parte ed alla quale ho coscienza di aver fatto onore. Dovunque e sempre sarò grato all’Arma, maestra di tutti i sacrifici e di tutte le virtù, per quello che seppe insegnarmi”.
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