Gianluca Conte, "Cani acerbi"
30 Maggio 2014 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #recensioni
Cani Acerbi
Gianluca Conte
Musicaos edizioni
La prima cosa che colpisce è il linguaggio crudo, sincopato. Un insieme di lingua italiana con sbavature in dialetto che a volte stupisce per la prematura scomparsa del congiuntivo. Il ritmo, però, segue una cadenza armonica e, alla fine, si riesce a leggere con una certa fluidità. La prolificazione di parolacce, il linguaggio crudo appunto, serve a sottolineare situazioni paradossali, almeno apparentemente, perché sappiamo che nella nostra terra sono usuali.
Poi, girando le pagine, ci possiamo rendere conto che, sotto un’apparente patina di semplicità, c’è una certa ricchezza di temi. Temi attuali, che sono insiti nella società in cui siamo immersi, come l’ambiente, la prostituzione o la corruzione politica. Temi che scottano e che forse non sono mai abbastanza trattati.
Il Salento fa da sfondo, quello che chiamiamo il tacco d’Italia, è il teatro di vicende che mettono in luce commistioni e collusioni. Una terra dove è tutto semplicemente normale, anche violare la legge, glissare sulle regole della convivenza civile. Il “tutto”, quello che l’autore racconta, è rigorosamente inventato, ovvio, come dichiara la prima pagina del libro.
I personaggi principali sono due amici, uno giornalista di provincia e l’altro agricoltore “per caso”, ma non troppo perché si evince nato con la vanga in mano. Due persone animate dalla curiosità, anche se poi non affondano mai abbastanza nel loro mondo, conservando quasi sempre un atteggiamento un po’ goliardico.
Al contorno, le anime di questa terra sperduta tra le compagne del Salento, dipinte con alcune pennellate sicure, escono e s’impongono alla nostra attenzione, sempre che si riesca a non scivolare oltre o, meglio, che si riesca ad entrare dentro il racconto, che a tratti è così sincopato da costringerci a cercare il collegamento tra un’azione e l’altra.
Una lettura nel complesso interessante per la prospettiva dalla quale ci obbliga a guardare una realtà così lontana da noi cittadini, un mondo che ancora conserva alcune caratteristiche dell’Italia del dopoguerra.
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