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valentino appoloni

Nemesi

7 Febbraio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #valentino appoloni

Racconto molto carico, con termini duri che si susseguono (sputare, stuprare, graffiare), la violenza è esacerbata, oltre che appunto dai termini e ovviamente dalla brevità del testo, anche dal luogo domestico che si immagina ristretto e di cui si focalizzano solo alcuni punti (come l’angolo della stanza); nello stesso tempo la dialettica tra la presunta serenità della casa in cui si sta e di cui si pensa di avere controllo quasi totale (come sarebbe in un contesto di normale quotidianità) e il repentino e angosciante svolgersi dei fatti, ridisegna il luogo del proprio vivere assegnandogli una pesante nuova dimensione. Il tutto senza che la protagonista possa più intervenire, potendo ormai solo subire e avere un ruolo passivo .. Un racconto che non lascia indifferenti. (Valentino Appoloni)

Il primo è stato l’aspirapolvere. Ha sputato invece di inalare.

Poi la lavapiatti ha cominciato a opacizzare tutte le stoviglie. Poi un piatto nuovo nuovo è caduto giù dal pensile di taglio sopra il tuo piede. E l’albero è crollato un numero sospetto di volte con tutte le palle che si sono frantumate e tu lì a ricomprarle come una cogliona a metà prezzo che ormai mancavano solo tre giorni a Natale.

Poi c’è stato il robot e hai avuto la conferma. Ha staccato a bella posta un pezzo di battiscopa, l’ha trascinato sul parquet appena fatto rilucidare e, con un chiodo, ha rigato tutto il pavimento. In modo coscienzioso, chiaramente intenzionale. Ora le rigature si vedono bene, sembrano ghirigori di una mano inviperita.

Il parquet… il parquet dove è successa la cosa. È successa lì perché era il posto più illuminato e occorreva luce per rasare il pelo, per inserire la cannula dell’ago in vena. È successa lì ma non doveva succedere lì, doveva essere sul letto, nell’incavo del tuo braccio, come avevi disposto, immaginato. Ma la realtà ci stupisce, ci previene, ci prevarica. L’incavo del tuo braccio si è trasformato in un pavimento di legno mai abbastanza caldo. Le lacrime concepite c’erano, sì, anche tante, ma c’erano anche discorsi fuori luogo, convenevoli, mezzi sorrisi, e quel tentare di convincerti che è giusto così. Ti hanno dovuto chiamare persino perché ti eri allontanata, perché non eri dove dovevi stare, lì con lui, a stringerlo, a carezzarlo, ti eri arresa al fatto che le cose non stavano andando come avresti desiderato. E non lo hai abbracciato che dopo, quando la testa già ciondolava, quando gli occhi erano sbarrati, quando dalla bocca usciva sangue. Ma poco, non quanto avresti voluto e dovuto, non con quella rassegnazione, quella dolcezza sfinita e infinita che avevi avuto con gli altri, piuttosto con un senso di azione irrimediabile, crudele, fredda. Col senso di rendertene conto solo a cosa conclusa, col senso di non essere in pace con la tua coscienza, di voler riportare le lancette indietro di un’ora e non farne più nulla.

Ti sei chiesta se lo hai fatto perché ormai era programmato, perché il veterinario aveva guidato per mezz’ora col tempaccio, perché non ce la facevi più a reggere l’agonia dell’incertezza, perché subentra un egoismo per il quale vuoi che tutto finisca, perché c’era da fare l’albero di Natale e venivano i parenti e tu, ancora, non avevi comprato nessun regalo.

È morto incazzato, ringhiando fino all’ultimo istante. Così, poi, di certo te l’ha fatta pagare, anche se ti ama ancora, anche se gli hai chiesto perdono mille volte. Perché di te si fidava come di nessuno, perché eri stata tu a salvarlo, ad allattarlo, perché non voleva morire anche se soffriva, perché voleva rimanere ancora abbracciato con te su quel letto e ti aveva messo la testa nella mano e si era pure sforzato di alzarsi, di mangiare, ti aveva fatto le fusa.

Ecco, da allora, le cose hanno cominciato a ribellarsi, a vendicarsi, si sono arrabbiate. La punta aguzza di uno sportello ti si è conficcata nella caviglia come l’ago nella vena, il mouse saltella e cerca di sfuggirti come lui per tutta la casa mentre lo rincorrevano con la siringa e, alla fine, il robot si è incaricato di stuprare il pavimento.

Sì, forse qualche rumore strano lo avevi sentito, forse c’era stato il suono dell’allarme quando un oggetto rimane incastrato fra le ruote e magari potevi anche alzarti e andare a vedere cosa succedeva. Ma non l’hai fatto, non ti sei voluta accorgere, ti sei tenuta a distanza anche lì. E così quel chiodo del battiscopa non era più fra le ruote (zampe?) del robot, ma era come fosse fra le tue dita, stretto fra i tuoi polpastrelli, a graffiare e rigare e incidere.

E vendicare.

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MNEMAGOGHI di PRIMO LEVI (Torino 1919 – ivi 1987)

12 Gennaio 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

Primo Levi, noto per le opere legate alla drammatica esperienza nel lager (Se questo è un uomo, La tregua, Sommersi e Salvati), fu anche un abile narratore. Chimico prestato alla letteratura (oppure semplicemente chimico e scrittore), nei suoi racconti tratta spesso di vicende legate al mondo del lavoro (pensiamo tra gli altri alla raccolta dal titolo Il sistema periodico). Fu un grande lettore di Lucrezio, Rabelais, Darwin.

Vediamo da vicino il racconto Mnemagoghi, nell’edizione Einaudi.

Il dottor Morandi raggiunge il paese di cui è diventato medico condotto. Deve innanzitutto passare dall’anziano Ignazio Montesanto dal quale rileverà la condotta. Sente un lieve disagio; la gente del posto mostra di sapere già chi è lui. Gli si legge in faccia che è un dottore. Un’identità che sembra avere uno spiacevole aspetto totalizzante.

Levi mostra subito belle qualità narrative; “un silenzioso e rapido guizzare di lucertole” accoglie il nuovo arrivato quando raggiunge l’abitazione dell’ormai ex-collega. Viene abilmente costruito il personaggio stravagante del vecchio medico che “si muoveva con la sicurezza silenziosa e massiccia degli orsi” e indossava una “camicia sgualcita e di dubbia pulizia”. La casa di Montesanto è palesemente trascurata e l’uomo non sembra voler parlare di temi concreti. Inizia quello che diventa presto un soliloquio sulla sua vita personale e professionale, mentre il giovane nota varie cose: in particolare, “un lungo filo di ragno pendeva dal soffitto, reso visibile dalla polvere che vi aderiva”. Inoltre, in un armadio c’erano “poche boccette in cui i liquidi avevano corroso il vetro segnando il livello”.

Il padrone di casa denota un palese disinteresse verso l’attualità; racconta i suoi inizi nelle trincee durante la guerra e poi parla del rapido sopravvenire di una certa apatia che lo ha portato al volontario esilio nella condotta sperduta del paese. Morandi non riesce a farlo parlare di questioni pratiche, come il suo alloggio o la situazione dei pazienti dei quali come nuovo dottore doveva farsi carico. Ci ricorda certi personaggi kafkiani, nascosti nell’ombra, evasivi, quasi diafani, eppure in qualche modo necessari perché depositari di qualcosa di importante. A un certo punto il vecchio sembra assopirsi, ma non è del tutto silenzioso; il soliloquio probabilmente continuava nel suo interno, immagina il suo ospite.

Alla fine emerge la specializzazione dell’anziano medico: i ricordi. Qui si coniugano Proust e la chimica. Montesanto parla con passione di “adrenalinici assorbiti per via nasale”. E’ riuscito, con le sue conoscenze, a ricostruire in forma conservabile un certo numero di sensazioni. Ha racchiuso degli odori in boccette numerate e ciascuno di essi lo riporta a un momento del passato; l’odore della scuola e della sua aula, quello indefinito della pace provata dopo aver raggiunto una meta in montagna, quello di una persona conosciuta e forse amata. Si chiamano “mnemagoghi”, ossia suscitatori di ricordi. Mostra i suoi segreti al suo successore che all’inizio sembra incuriosito.

Levi mette insieme amore per la vita e scienza, proponendo in questo ritratto pittoresco e un po’ inquietante, un culto del ricordo mantenuto razionalmente, accuratamente classificato in specifici recipienti, dal contenuto molto personale. Quelle boccette sono la mia persona, dice infatti Montesanto. Il giovane medico a un certo punto avverte il bisogno incontenibile di andare via e abbandonare quella casa. Ha letteralmente bisogno di respirare odori diversi. Parte bruscamente. La sua è quasi una fuga e quindi un rifiuto per il rigido razionalismo del collega.

Forse solo la memoria involontaria proustiana può, con la sua naturalezza, riportare in modo piacevole il ricordo. Sta al caso, ossia alla vita farci riassaporare ciò che è stato; la madeleine di Proust allaccia presente e passato e permette un dialogo tra ieri e oggi, a differenza dell’impostazione “passatista” del vecchio. La scienza di Montesanto è artificio; sacrifica troppo il presente sull’altare del passato in funzione del quale non si può vivere se non rinunciando all’oggi. Il ricordo nato da una circostanza accidentale, invece, costituisce una piccola vittoria sul tempo e sulla morte. Si tratta di un ricordare fecondo perché crea o meglio ricrea un momento del passato, attraverso, ad esempio, il casuale assaggio di un dolce (come capita nella Recherche), senza boccette numerate o “adrenalinici assorbiti per via nasale”.

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AVANGUARDISTI A MENTONE DI ITALO CALVINO (1923 – 1985)

9 Dicembre 2013 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

Nel 1940 l’Italia dichiara guerra alla Francia ormai sconfitta dai Tedeschi. Il Duce vuole prendere parte al banchetto dei vincitori; la guerra dura pochi giorni, costa centinaia di morti e le truppe italiane avanzano solo di pochi chilometri, arrivando a Mentone.

In questa cittadina è ambientato il racconto di Calvino. Il protagonista è un diciasettenne che vive nelle retrovie italiane del fronte, dove già i nostri soldati hanno compiuto odiosi saccheggi e piccole distruzioni, nelle case e nei campi, tanto che la madre del ragazzo dice con amarezza: “ … al soldato di conquista ogni terra è nemica, anche la sua”.

Il giovane manifesta già un certo distacco verso le iniziative del regime. Ma anche lui parte, insieme ai coetanei (inquadrati come avanguardisti); si va a Mentone per presenziare ad alcune iniziative organizzate dalla Casa del Fascio per accogliere dei falangisti spagnoli. L’adolescente partecipa per curiosità e perché parte anche l’amico Biancone. La finzione costruita dal regime è già nota: “Avevamo visto di recente al cinema un documentario che rappresentava la battaglia delle nostre truppe per le vie di Mentone; ma poi sapevano che facevano per finta, che Mentone non era stata conquistata da nessuno, era stata solo sgombrata dall’esercito francese al momento del crollo …”.

Biancone è più estroverso e socievole del compagno col quale condivide un certo spirito di indipendenza; si distingue dai coetanei per furbizia, ma partecipa comunque alle varie iniziative. Si parte come per una gita scolastica. Gli avanguardisti giungono nella cittadina semideserta e qui emerge tutta l’approssimazione organizzativa dell’evento; c’è confusione, si attendono a lungo gli spagnoli, arrivano voci continuamente smentite e si decide all’ultimo momento di restare a dormire a Mentone. Molte case sono vuote e allora inizia il saccheggio da parte dei ragazzi.

I capi esortano a farlo: “ … questa è una città conquistata e noi siamo i vincitori … un giovane che si trova qui oggi, e non porta via niente, è un fesso … e io mi vergognerei di stringergli la mano!”.

Il protagonista, disgustato dall’andazzo generale, alla fine commette un piccolo atto di sabotaggio; afferra di nascosto le chiavi delle stanze della sede del partito e le getta via, contento di aver creato un qualche disagio. Invece l’amico non ha remore a depredare nelle abitazioni come gli altri, vantandosi del bottino. Il giovane rientra perplesso dalla cittadina, intuendo in modo oscuro che la guerra avrebbe segnato anche la sua vita.

Il conflitto con la Francia è stato breve; gli eccessi dei vincitori, come detto, hanno causato danni agli stessi italiani che hanno subito saccheggi dai propri militari. La conquista è stata peraltro simbolica. Nel racconto, il regime, nei suoi ranghi più bassi, incoraggia lo spirito razziatore e si vanta, anche davanti ai falangisti spagnoli, di una vittoria molto facile.

Nel testo si sente lo spirito di avventura adolescenziale, ma c’è un fondo cupo. La preda bellica è un centro di provincia, deserto, triste, monotono. C’è l’impressione di camminare in una sorta di nuova Pompei, una città senza vita paragonata a un “sarcofago liberty”. Emerge un senso di vacuità mentre i ragazzi violano case abbandonate, frugano nei cassetti alla ricerca di qualcosa di prezioso, leggono lettere altrui. I capi si complimentano con gli avanguardisti; Mentone è vuota e piccola come i suoi occupanti che si travestono da conquistatori. La finzione del documentario visto al cinema si prolunga.

A parte il protagonista, nessuno torna con una consapevolezza nuova; la guerra vinta si accompagna alla sfrontatezza e alla spavalderia. Eppure, in filigrana, si sentono già gli scricchiolii di un regime la cui magniloquenza nascondeva incapacità e approssimazione.

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IL CROLLO DELLA BALIVERNA di Dino Buzzati (San Pellegrino di Belluno 1906 – Milano 1972)

1 Novembre 2013 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

Buzzati è in generale noto per il suo romanzo Il deserto dei Tartari, ma è anche autore della raccolta Sessanta Racconti, con cui vinse il Premio Strega nel 1958. A lui è stata dedicata la rivista francese Cahiers Dino Buzzati.

Vediamo il testo del racconto da vicino, nell’edizione Mondadori. Il protagonista è una persona umile, tranquilla, dignitosa. Cosa c’è di peggiore, per una persona pacifica, del provare improvvisamente paura? Il testo si apre quasi subito con queste parole: “Ho paura”. Si chiuderà analogamente con un “Io ho paura”. Non c’è quindi soluzione al dramma che si consuma nella storia narrata. Accade che l’uomo della vicenda provochi accidentalmente il crollo di un fatiscente edificio, abbandonato dalle autorità all’incuria. Nella sciagura ci sono molti morti e il protagonista, un semplice sarto, teme di doverne rispondere davanti ai giudici. L’edificio si chiama Baliverna; è una costruzione storica, dapprima utilizzata da una congregazione religiosa, poi dall’esercito. Successivamente, finita la seconda guerra mondiale, molti senzatetto, poveri e zingari vi trovano rifugio. Le autorità si muovono in ritardo e in modo parziale: il palazzo resta un’area considerata piuttosto degradata. Una domenica, il sarto sta passeggiando in zona con il cugino e un conoscente; per quanto la città stia avanzando, presso la Baliverna resta ancora molto verde che attira famiglie e ragazzi. C’è anche un improvvisato campo da calcio.

In questo clima sereno, il protagonista, appassionato di arrampicate (Buzzati era, come noto, amante della montagna), decide di arrampicarsi sul palazzo. Qui accadde il dramma; si staccano varie sbarre di ferro e in un tragico effetto domino crollano varie pareti. Una sciagura tremenda. L’uomo si sente colpevole; la sua sensibilità ne accentua l’angoscia e lo porta a credere che tutti lo additino a principale responsabile. In particolare il conoscente, testimone dei fatti, inizia a stuzzicarlo. Diviene suo assiduo cliente, lo tormenta con battute e allusioni, mentre inizia il processo penale. Il sarto teme di essere incriminato. In realtà sono i pubblici poteri a essere responsabili per lo stato di abbandono dell’area. Essendo già deceduti i politici legati alla vicenda, lui teme di venire preso come capro espiatorio. Peraltro nessuno viene a cercarlo: solo il conoscente, intuendo la sua insicurezza, lo assilla cinicamente.

Qual è la colpa del sarto? Semplicemente ha compiuto un gesto infantile, come ammette: “Era soltanto il gusto di sgranchirmi, di saggiare i muscoli. Un desiderio, se si vuole, un po’ puerile”. Ha voluto fare il giovanotto atletico arrampicandosi su una struttura vecchia. Forse la sua responsabilità è proprio l’essere tornato giovane per qualche istante, recuperando la freschezza e lo spirito di tanti anni prima. La società, invece, ci vuole fissi e inquadrati in modo rigido; ci sono regole e convenzioni da rispettare. Un adulto non si arrampica su un muro, è puerile oltre che pericoloso. Viene in mente qualche altro racconto dello scrittore bellunese, in particolare Il borghese stregato e soprattutto il moderno Il problema dei posteggi, con quello sfogo amaro: “Seduti ai tavoli e ai deschetti dattilografici, un poco curvi, ahimè, guardateli fra poco, migliaia e migliaia, costernante uniformità di vite che dovevano essere romanzo, azzardo, avventura, sogno, ricordate i discorsi fatti da ragazzi al parapetto dei fiumi che di sotto andavano verso gli oceani?”. Crescere significa accettare ruoli a volte grigi e deludenti e sentirsi ingannati dalla vita, di cui non si era intravisto il lato prosaico.

La Baliverna, col suo aspetto cupo e sinistro sembra fatta per attirare ragazzi temerari e vogliosi di avventura: “Squallido e torvo, il casermone torreggiava sul terrapieno della ferrovia … ricordava insieme la prigionia, l’ospedale, la fortezza”. Ma l’età della libertà e del gioco appartiene al passato. L’adulto, ormai ingabbiato, irreggimentato, non può permettersi improvvisazione, istinto, slancio. Se esce dal suo ruolo, c’è il disastro, la scoperta della propria fragilità e dell’altrui cinismo.

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MEMORIE DI UN PAZZO di L. TOLSTOJ (1828 – 1910)

27 Ottobre 2013 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

MEMORIE DI UN PAZZO di L. TOLSTOJ (1828 – 1910)

Il racconto che abbiamo letto nell’edizione Garzanti risale al 1884. I temi espressi sono nettamente legati alla vita personale dello scrittore e ai suoi tormenti etico-religiosi.

Il protagonista della vicenda narrata ammette subito la sua pazzia, nonostante il responso dei medici sia diverso. Lo considerano “predisposto all’emotività”, ma “sano di mente”. La medicina del suo tempo lo giudica guaribile.

L’uomo parte da lontano per parlarci dei suoi disturbi. Ci narra due episodi della sua infanzia che lo hanno turbato. Nel primo la governante accusa con forza la balia di essersi appropriata di una zuccheriera. Basta questa scena per far sprofondare il bambino nell’agitazione; “ … tutto mi sembra doloroso … incomprensibile … e io nascondo la testa sotto la coperta”.

Un altro ricordo è quello del racconto della Passione di Cristo, fatto dalla zia. Il ragazzino non capisce il motivo di tanto accanirsi su un uomo buono: “Per quale motivo lo battevano? Lui aveva perdonato, ma quelli lo battevano. Faceva male? Zia, gli faceva male?”. Non c’è una risposta e il bambino singhiozza e sbatte la testa contro il muro.

Da adulto le cose sembrano migliorare. Il protagonista si sposa. Ha una famiglia, delle proprietà, un certo prestigio sociale e una carica pubblica. Si occupa razionalmente di aumentare le sue ricchezze; punta ad acquisire altre terre, non senza malizia e astuzia. Viaggiando però ritrova le sensazioni di tormento dell’infanzia. Dapprima, una notte, si sveglia spaventato e si chiede: “Per quale motivo sono in viaggio? Dove vado?”. Improvvisamente tutto quello che aveva in programma di fare si rivela insensato. I bisogni autentici sembrano essere altri.

Si arriva allora alla terribile notte di Arzamas, cittadina in cui l’uomo si ferma col suo servo, agognando riposo e serenità. Sono cose piccole ad angosciarlo subito: un rumore di passi, la macchia sulla guancia di un lavorante, la forma quadrata della stanzetta in cui si ritira. Il viaggiatore non dorme e si domanda: “Da cosa, dove scappo?”. Due domande profonde nel medesimo quesito. La paura che lo assale è quella della morte: “Tutto il mio essere sentiva la necessità, il diritto alla vita e nel contempo la morte che sopraggiungeva”.

Poco oltre aggiunge: “Non c’è niente nella vita, c’è invece la morte, ma non ci deve essere”. Cerca di pensare agli affari, agli acquisti, alla moglie, ma senza ricavarne conforto. Il vuoto della vita sembra portarlo a subire un profondo senso di orrore. A questo punto inizia a pregare, cosa che non faceva da una ventina d’anni e questo gli da un piccolo sollievo.

Quell’angoscia è sempre in agguato e per sfuggirle l’uomo si getta nel fare e nel correre: “Dovevo vivere senza fermarmi”. Conduce la sua esistenza come sempre, ma ora prega e va in chiesa. Riprende coraggio e ricomincia a viaggiare, diretto a Mosca. E’ di buon’umore quando si ferma a dormire in una locanda. Ancora una volta sono piccole cose a scatenare il dramma: un vecchio che tossisce in una stanza vicina, la fiamma della candela che illumina tra le altre cose un tavolo scrostato, la ristrettezza dell’ambiente. La notte è peggiore di quella di Arzamas; il viaggiatore prega e chiede ripetutamente a Dio le ragioni del suo turbamento.

Nella sua vita appare l’apatia: non si occupa più degli affari e la sua salute peggiora. L’unica manifestazione di vitalità è la caccia, ma durante una battuta si perde e prova un’angoscia cento volte più grande di quelle di Arzamas e di Mosca. Quando torna a casa, capisce che non avrebbe dovuto mettersi sullo stesso piano di Dio, interrogandolo riguardo ai suoi tormenti. Comincia a leggere la Bibbia, i Vangeli, le vite dei Santi. Sta cambiando anche nella sua interiorità, ma il percorso non è ancora completo.

Il protagonista sta per comprare un fondo a un prezzo fin troppo vantaggioso. Ma dopo aver parlato con una povera vecchia, capisce che il suo successo non può avvenire a spese degli altri. Anche i contadini devono vivere e meritano rispetto. La moglie non apprezza questa conversione che lui stesso definisce come l’inizio della sua pazzia. Poi si arriva alla svolta che coincide con la follia totale. L’uomo sta assistendo alla messa; improvvisamente gli portano la comunione. Gli viene quindi offerto il Corpo di Cristo, non è lui a chiederlo ed esso è come un dono inatteso (“improvvisamente mi portarono la comunione”). Troviamo quindi delle frasi piuttosto oscure, originate anche dalla presenza di alcuni mendicanti fuori dalla chiesa: “E improvvisamente mi divenne chiaro che tutto questo non doveva essere. Non solo non deve essere e non c’è, ma se non c’è, allora non c’è né morte né paura, e non c’è più in me il precedente sgretolamento, e ormai non ho più paura di niente”. Ora il tormentato cessa di essere tale; dona dei soldi ai poveri e torna a casa a piedi parlando con le altre persone.

Il percorso di crescita è stato molto lento e segnato da alcuni passaggi; la riscoperta della preghiera, il riavvicinamento alla chiesa e ai sacramenti, cose importanti ma non essenziali. Il cambiare luogo, il muoversi, lo spostarsi non giovano, come ci ricorda la saggezza di Orazio: caelum, non animun mutant qui trans mare currunt. La svolta c’è, invece, quando il protagonista rinuncia a un acquisto che avrebbe causato sofferenza ad altri. Questa è la vera follia; rinunciare al proprio interesse in favore di persone sconosciute e non in grado di ricambiare. La moglie non è d’accordo e ciò fa pensare ai contrasti che Tolstoj ebbe con la consorte nell’ambito delle sue scelte.

Il percorso si completa nel finale del racconto. La presenza dei poveri deve essere percepita come un’iniquità da eliminare; non bastano la preghiera e l’osservanza dei precetti. Ci vuole infatti azione concreta; il decidere di intervenire è in prospettiva una vittoria sulla povertà (così ci spieghiamo quel “non solo non deve essere e non c’è”). Quindi il ricco lascia i suoi rubli ai mendicanti e torna a casa a piedi, non in carrozza, “parlando col popolo”; è un segno di apertura, di voglia di parità. D’altronde Tolstoj nell’organizzare scuole per i figli dei contadini, si chiedeva cosa avesse lui da dare ai suoi servi, ma anche cosa avesse da imparare da loro. Per un certo periodo si accostò ai mestieri manuali, lavorando in età già matura presso un calzolaio.

L’autore sembra con questa storia dal sapore molto autobiografico, indicare un percorso agli uomini, dalla compiaciuta cura di sé alla scoperta degli altri attraverso il Vangelo e l’azione concreta (da non confondere con la mera elemosina o la paternalistica filantropia).

Un percorso di crescita e redenzione, nella consapevolezza di dover molto patire e fare prima di diventare veramente se stessi. Questa consapevolezza, fatta di preghiera, concretezza, impegno verso gli altri, coincide con una forma di follia. Solo un pazzo, d’altronde, rinuncerebbe a un vantaggio personale per non arrecare danno a un altro.

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L’AVVENTURA di Heinrich Böll

9 Ottobre 2013 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #racconto, #valentino appoloni

L’AVVENTURA di Heinrich Böll (Colonia, 1917 – Bornheim, 1985)

L’avventura è un breve racconto dello scrittore tedesco Böll, premio Nobel per la letteratura nel 1972. Autore noto in particolare per Foto di gruppo con signora (1974), ha scritto anche molti brevi racconti che sto leggendo nell’edizione Mondadori.

Focalizziamo il testo. Il signor Fink sta per entrare in una chiesa. Già l’atto di entrare, in sé banale, si presenta in realtà piuttosto disagevole. Il protagonista non sceglie l’ingresso principale, ma quello laterale. Dopo poche righe l’atmosfera è già cupa e aspra; l’asfalto della strada è crepato, i giardinetti sono minuscoli come se il bello fosse appena sopportato dalla mentalità del tempo, le siepi hanno “foglie dure e vizze come il cuoio”.

L’ingresso nel luogo sacro dovrebbe portare serenità e distensione, di contro alla durezza dell’ambiente esterno. Invece il protagonista sente odore di muffa, deve spingere due porte e la seconda la urta tenendo il pugno chiuso. Non ci appare come un credente umile, ma come un uomo dai gesti bruschi.

Capiamo che è molto a disagio e ha bisogno di confessarsi; l’inquietudine del suo animo lo porta a pregare, o meglio a cercare di farlo. Osserva la chiesa; nota che la navata centrale è stata rinnovata. Segno che da tempo l’uomo non vi entrava. Il risultato di questo rinnovamento? I muri sono “distrutti”, “dentellati”, tutto è provvisorio e precario. Le statue dei santi sono acefale, appaiono come “forme scure e monche”. Fink attende il confessore. L’atmosfera mi ha fatto pensare a quella descritta da Kafka nel Processo, quando K. Incontra il cappellano delle carceri nel Duomo. Poca luce, ambiente disagevole, attesa incerta e goffa. Non è l’ambiente accogliente che un peccatore vorrebbe trovare. Il protagonista ha una colpa; è stato con una donna sposata. Questo lo ha turbato e lo ha spinto in quella chiesa. Ma pentimento e buoni propositi non sono nitidi; l’uomo e confuso, tediato, vorrebbe “liquidare al più presto quella faccenda” e lasciare la città. L’approccio alla colpa è quello dell’uomo moderno, assillato da impegni e poco disponibile ad approfondire i temi etici che lo riguardano. Eppure lui è venuto a cercare parole e conforto in quel luogo sacro. Finalmente riesce a entrare nel confessionale, dopo essere inciampato su una mattonella rotta. Il frate che lo confessa gli fa una serie di domande brevi, impersonali, “come può rivolgerle un medico durante una visita di leva”. Il dialogo, secco e frammentato. si chiude con l’Ego te absolvo. Fink rimane a recitare le preghiere di penitenza, fissando ancora le statue di gesso acefale.

Forse quelle statue ci devono far pensare a una chiesa senza testa, impersonale, fredda. La confessione appare come un rito amministrativo, esercitato in modo impiegatizio. Non è questo che l’incerto Fink si attendeva, anche considerando che nel dialogo scopriamo che l’uomo ha una certa attenzione per i sacramenti. Ma l’adulterio non è il suo unico peccato; c’è un lato menzognero della sua vita professionale, un lato falso che forse riguarda in generale i rapporti tra gli uomini, la società. Non possiamo con certezza dire se l’uomo si sia pentito; ma è un fatto che ha compiuto lo sforzo di andare in chiesa. Qui però ha trovato poca attenzione e poca voglia di approfondire. L’asprezza del paesaggio esterno al luogo sacro fa da pendant con la durezza dell’ambiente interno a esso; le statue monche, la mattonella rotta, l’odore di muffa, la scomodità dell’inginocchiatoio, la poca luce. Eppure le domande dirette del frate, pur all’insegna del formalismo, hanno colpito il penitente che ha trovato quella confessione “terribilmente seria”, diversa da qualsiasi altra. Non possiamo quindi che essere cauti nel giudicare.

Forse la risposta ai temi morali e all’esito del tentativo di approfondirli che si addensano nel racconto stanno nelle ultime righe del testo: “Fink era stanco. Cercò di pregare, ma le parole ricaddero su di lui come sordi ciottoli … ”.

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DUE RACCONTI DI FRANZ KAFKA

3 Ottobre 2013 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto

DUE RACCONTI DI FRANZ KAFKA (PRAGA 1883 – KIERLING, VIENNA 1924)

Estraiamo con determinazione questi due racconti dall’immensa e inesauribile miniera dell’autore praghese. Sono succinti e quanto mai densi di temi. La loro composizione risale al 1922, ossia a solo due anni prima della morte dello scrittore. Data la brevità, riportiamoli, nella traduzione di E. Pocar per l’edizione Mondadori.

LA PARTENZA

Comandai di andare a prendere il mio cavallo dalla stalla. Il servo non mi comprese. Andai io stesso nella stalla, sellai il cavallo e montai in groppa. Udii suonare una tromba in lontananza e domandai al servo cosa significasse. Egli non lo sapeva e non aveva udito niente. Presso il portone mi trattenne e chiese: “Dove vai, signore?”.

“Non lo so” risposi. “Pur che sia via- di- qua, sempre via- di- qua, sempre via- di- qua, soltanto così posso raggiungere la meta”.

“Dunque sai quale è la tua meta” osservò.

“Si” risposi. “Te l’ho detto. Via- di- qua; ecco la mia meta.”

“Non hai provviste con te”.

“Non ne ho bisogno” risposi. “Il viaggio è così lungo che dovrò morir di fame se non trovo nulla per via. Nessuna provvista mi può salvare. Per fortuna è un viaggio veramente straordinario”.

Il protagonista da un ordine netto, ma non viene capito dal suo subordinato. Perché? Potrebbe trattarsi di un servo sciocco o distratto. Poco dopo il testo ci riporta che un misterioso suono di tromba viene udito solo dal partente. Ciò deporrebbe di nuovo a sfavore del servitore. Eppure questi è sollecito verso il padrone. Gli chiede dove va e poi osserva giustamente che lui deve conoscere la sua meta. Possiamo allora pensare che l’uomo si muova di rado, tanto che il suo ordine non è stato compreso; potrebbe essere una persona che forse all’improvviso raccoglie le forze che gli restano per compiere un viaggio importante, meravigliando chi lo conosce. Un viaggio che intraprende da solo e per di più senza provviste. Si può ritenere che le normali risorse, quelle materiali, in questo caso non servano a nulla. Si tratta, infatti, di un’impresa notevole dato che si usa il termine straordinario.

Altra parola forte è “salvare”. Si parla di vita e di conseguenza anche di morte. Quel “via- di- qua” ribadito quattro volte segna una cesura netta tra due mondi, tra il noto e l’ignoto. Il protagonista va verso la morte; come ogni uomo anch’egli compie il suo percorso individualmente, potendo contare solo su se stesso nel momento in cui la sua esistenza si avvia alla conclusione, richiedendo tutto ciò riflessioni personali che solo nella propria interiorità si possono fare. Non è un andare senza speranza, poiché potrebbe trovare qualcosa per via, ci viene detto. Quel qualcosa può essere molte cose; senz’altro si tratta di un percorso di conoscenza e di ricerca, da compiere quando il corpo e le forze lo permettono. Non ci sembra si tratti di un vecchio, pronto a lasciare una vita che nulla può più offrirgli, dato che il protagonista è in grado di sellarsi da solo il cavallo e di montarlo senza aiuto. Inoltre i suoi sensi sono all’erta: sente infatti la tromba. Quello che si configura è il viaggio di ognuno, l’essere per morire; esso va iniziato per tempo, in solitudine.

Non tutti lo fanno con la stessa consapevolezza. Non tutti sentono il suono della tromba e si mettono in marcia; nemmeno si può trasferire agli altri questa sensibilità particolare, come ci attesta lo scarno dialogo che si svolge tra due persone che parlano su piani diversi. La distanza dal servo si acuisce infatti quando si parla delle provviste. Il padrone alla fine ci appare come una figura superiore, animata da coraggio e determinazione. C’è qualcosa di epico e di eroico nelle ultime parole del testo. Il viaggio che deve compiere è lungo e doloroso, ma “per fortuna veramente straordinario”. Bisogna raggiungere la coscienza della straordinarietà della propria vita e avere la forza per andare a cercare la prova di questa straordinarietà, andando “via- di- qua”.

RINUNCIA!

Era la mattina per tempo, le vie pulite e deserte. Andavo alla stazione. Confrontando il mio orologio con quello di un campanile, vidi che era molto più tardi di quanto avessi pensato, dovevo affrettarmi assai, lo spavento di quella scoperta mi rese incerto della via, non conoscevo ancora bene questa città; fortunatamente vidi una guardia poco distante, corsi da lui e senza fiato gli domandai la strada. Egli sorrise e disse:

“Da me vuoi sapere la via?”

“Appunto,” risposi “dato che non so trovarla da me.”

“Rinuncia, rinuncia!”. E si girò con grande slancio, come chi vuole essere solo con la propria risata.

Anche qui si parla di un viaggio, ma non di un viaggio improvviso. Non si tratta di andare a cavallo, ma di prendere un treno. Tutto dovrebbe essere comodo e agevole. Il protagonista è partito per tempo e trova le vie pulite e deserte. Quindi ci sono ordine e razionalità. La partenza per la stazione non è stata decisa all’ultimo momento. Eppure tutto si incrina in modo precipitoso; uno sguardo all’orologio del campanile fa sorgere il dubbio che sia già tardi e inoltre l’uomo teme di sbagliare strada. Le categorie di tempo e spazio sfuggono alla serena conoscenza del partente. Si cerca allora di avere una risposta da una guardia, non da un passante qualunque. L’autorità pubblica dovrebbe dare sicurezza nella quotidianità dei cittadini. Eppure la risposta appare beffarda; anzi è una domanda seguita da un secco “Rinuncia, rinuncia!”.

La guardia si volta in fretta, ridendo. Eppure dalle autorità ci si dovrebbe aspettare compostezza e serietà. In pochi momenti ogni appiglio razionale è venuto meno; il protagonista è solo, in un ambiente che non conosce e la sua situazione di disagio sembra essere senza sbocchi. Non c’è la parola speranza che abbiamo trovato alla fine dell’altro testo. Risuona fortissimo il rude invito a rinunciare, a non cercare di sapere, come se farlo non avesse senso. La conclusione è drammatica, senza elementi consolatori. Non c’è quindi ragione di conoscere? Si deve rinunciare? L’esortazione della guardia appare brutale, quasi inumana, accompagnata da un atteggiamento canzonatorio. Ci si potrebbe chiedere allora quale sia il ruolo dell’autorità se essa non costituisce un riferimento serio e attendibile.

Il pensiero va al Processo. Pensiamo al dialogo tra K. e il cappellano nel Duomo e alle oscure (forse perché troppo chiare) parole di quest’ultimo: “Il tribunale ti riceve quando vieni, ti lascia andare quando te ne vai”. Parole difficili da interpretare, ma che sembrano certificare l’inutilità della ricerca di chiarezza del protagonista. L’autorità è indifferente e lontana; esiste, c’è, ma non ti cerca, non ti trattiene, e soprattutto lascia a te i tuoi interrogativi, li respinge. Non offre risposte, anzi si meraviglia che il cittadino ne chieda come mostrano il sorriso della guardia e le sue parole: “Da me vuoi sapere la via?”.

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