arte al bar
Arte al bar: GIOTTO "Approvazione della regola"
Oggi, amici lettori della signoradeifiltri, faremo un salto indietro nel tempo, bentornati alle nostre pagine artistiche.
Qui al bar la situazione è tranquilla e radiosa, grazie ai cambiamenti climatici l'estate sarà ancora lunga, chissà che un giorno potremo andare a Natale al mare. Scherzi a parte, oggi vi porterò nel 1300, pertanto, per andare così indietro nel tempo, ho deciso di farmi accompagnare da Katia, una giovanissima cassiera del supermercato: pettinatura alla moda, trucco e tatuaggi, bigiotteria varia indossata un po' dappertutto, avrete capito dove. Molto bene, non ci resta che iniziare.
- Katia, lo sai chi era Giotto?
- No, però a scuola avevo l'astuccio con le sue matite e i pennarelli.
- Uelà, tontolona, possibile che non sai chi è Giotto? (E' Giovanna la Milanese dal fondo della sala.)
- Un nuovo rapper?
- Walter, lasciamola a cappuccino senza zucchero e cornetti integrali per una settimana!
- Giovanna, dobbiamo essere buoni, non è colpa loro se sono nati in un'altra epoca.
- Sarà, ma a me questi giovani sembrano tutti un po' fuori di testa.
- Forse per le nuove generazioni l'arte può sembrare qualcosa di antico, qualcosa di difficile da capire, come per noi è difficile capire loro, Katia. Giotto era un artista che ai suoi inizi era molto più giovane di te, il Medioevo è stato un periodo storico alquanto controverso e la vita di tutti i giorni di quell'epoca non era vicina per nulla ad un modo di vivere ragionevole per come possiamo intenderlo noi.
Della vita di Giotto, nato a Colle di Vespignano intorno al 1267, non sappiamo molto ma la scintilla che ha innescato la sua arte è stato l'incontro con Cimabue, il maestro che, nella sua bottega, insegnò il mestiere dell'artista al giovanissimo allievo. Alcune leggende, diremmo metropolitane, narrano che Cimabue si stupì della bravura del ragazzino quando, su un sasso, disegnò le pecore al pascolo, oppure quando il maestro cercò di scacciare una mosca da sopra una tela dipinta da Giotto.
- Però, era bella la vita a quell'epoca, niente scuola, aria buona, cibo genuino...
- Katia, eravamo sempre nel medioevo, il mezzo di locomozione era il carretto e il cavallo, non c'era l'illuminazione elettrica, né il telefonino, i talk show, le automobili, il w.c., e mi fermo qui perché la vita di allora non era propriamente bella e comoda, però l'arte era tenuta molto in considerazione, possiamo dire che era la televisione di quei tempi.
Giotto in breve superò il maestro e il suo talento fece rapidamente il giro d'Italia. Come in moderno passaparola, la sua figura assumeva un'importanza enorme e la sua presenza veniva richiesta da più parti, troviamo le sue magnifiche opere nella basilica superiore e inferiore di Assisi, a Roma ai tempi di Papa Bonifacio VIII, a Firenze, a Rimini, a Padova, a Napoli, Bologna, Milano.
- Anche senza l'aeroplano ha girato molto l'artista, eh!
- Sì, Katia, e questo suo spostarsi di città in città è stato fondamentale per la storia dell'arte nazionale perché, con il suo stile innovativo, ha influenzato ed è stato di esempio per tutta l'arte e gli artisti dell'epoca.
Ora, nell'ammirarla, sembra arte semplice, facile, quasi ingenua, invece Giotto era un artista modernissimo che, grazie al suo lavoro, rinnovò tutti i concetti utilizzati fino a quel momento. Di fatto anticipando il Rinascimento, stravolse la costruzione di un'opera introducendo l'uso della prospettiva. L'immagine non era più piatta ma aveva un effetto tridimensionale, la sua scena non era più solo simbolica ma diventava realistica. In età avanzata, grazie all'enorme esperienza artistica accumulata, divenne anche architetto e la sua opera maggiormente conosciuta è il famoso campanile di Giotto, torre campanaria della cattedrale di S.Maria del fiore a Firenze.
“Nel detto anno (1334) (...), si cominciò a fondare il campanile nuovo (...) di costa a la faccia della chiesa in su la piazza di Santo Giovanni (...) e proveditore della detta opera (...) fue fatto per lo Comune maestro Giotto nostro cittadino, il più sovrano maestro stato in dipintura che si trovasse al suo tempo (...)”
(Giovanni Villani, Cronica)
- Ma, Walter, in quel periodo non avevano altri divertimenti?
- Katia, in un certo senso non sapevano che fosse il tempo libero, però, in ogni caso, si divertivano anche loro in tanti modi. Esistevano varie classi sociali ma il divertimento per tutti era assicurato, furono perfino gli antenati inventori del gioco del calcio, e poi giullari e saltimbanchi animavano le piazze, beh, io magari sarei stato proprio un grande giullare non trovi?
- Il principe dei giullari!
- Grazie del complimento Gianni. Senti, che ne dici di mettere un po' di musica? Dai, accendi il nostro jukebox.
- Ce l'hai l'ultima dei Ramones?
- Dalia, ma allora siamo proprio rimasti al Medioevo! Forza, adesso è meglio che andiamo a descrivere l'opera Approvazione della regola.
Questo lavoro fa parte del ciclo di affreschi realizzati da Giotto ad Assisi nella Basilica superiore. Di formato 230X270, rappresenta S. Francesco con i suoi confratelli nell'atto di ricevere l'autorizzazione al nuovo credo dell'ordine monastico.
I protagonisti sono in primo piano e il pathos è tutto nel momento dell'atto di ricevere di mano in mano il documento, atteso pazientemente dai Francescani, fuori del palazzo Laterano, per circa 90 lunghissimi giorni. A tal memoria, nel 1927 venne eretta una statua bronzea del Santo Francescano con le braccia aperte rivolte verso la facciata della Basilica di S.Giovanni in Laterano a Roma.
Ma ritorniamo a Giotto, nell'opera pittorica tutti i frati sono ansiosamente statici nel momento cruciale, eppure l'artista ha reso la scena dinamica, con tutte le forme in una danza cromatica.
Il movimento parte da una linea curva immaginaria, sono curve le volte a botte, la cui prospettiva ispira il senso di profondità, sono una serie di curve le pieghe del tessuto damascato, disposto sulle pareti di fondo dell'architettura che fa da cornice all'evento, è curvo il gruppo di frati inginocchiato a mani giunte in segno di ringraziamento e devozione al Papa Innocenzo III. Altre linee curve, le loro umili teste calve e spoglie, in contrasto con le forme curve ad ogiva dei copricapi del Papa e dei suoi astanti.
Il marrone sbiadito delle povere tonache dei frati è di un tono scolorito dalle intemperie, dal freddo, dalla pioggia, nell'estenuante attesa per essere accolti dal Papa, arresosi solo in seguito a una visione notturna. Ora eccoli inginocchiati sulla pavimentazione dorata, con lo sguardo speranzoso, di fronte alla ricchezza rosso porpora dei pregiati abiti religiosi, con alla testa la massima autorità del Papa.
Giotto, con una velatura celestiale finale in un alone di spiritualità, rende l'opera emozionante per lo storico momento, le tinte dell'affresco non sono accese, la scena è solenne ma tutto è in armonia, la scelta di professare la fede in povertà non si sarebbe ben intonata con colori accesi e sfarzosi.
- Katia, sei rimasta scioccata?
- Veramente, vedere quest'opera mi dà un senso di serenità, i colori mi sembrano eleganti, forse mi sbaglio, dovrei dire celebrativi, in effetti la scena rappresenta un momento storico, nel complesso vederla mi fa sentire in pace. Ecco, se fossi stata lì, avrei alla fine applaudito. Certo che questi frati erano un po' cocciuti, eh!
- Era la forza della fede, e la genialità di Giotto è stata averla rappresentata come in una scena teatrale. Adesso che ne pensi dell'arte antica?
- Esiste l'arte vintage?
- Boh? Mi sembra di no.
- Ecco, mi piacerebbe pensare all'arte come un qualcosa vintage: pensa se un supermercato fosse arredato così.
- Katia, vedrai che un giorno accadrà, e le divise delle cassiere saranno come le dame del'300, potrebbe essere un bel vedere, no?
- Uelà, pure io mi voglio vestire come una dama!!
- Giovanna, ti andrebbe bene come la Gioconda di Leonardo?
- Sì, ma al collo vorrei un foulard rosso!
Carissimi lettori della signoradeifiltri, con l'immagine di Giovanna la milanese vestita come la Gioconda, ma con un foulard rosso al collo, vi ringraziamo, vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo artista, forse a sorpresa potremmo andare a Napoli.
Arte al bar: ALBERTO BURRI Il grande cretto di Gibellina
Eccoci, amici dell'arte, ad un nuovo appuntamento, la signoradeifiltri si arricchisce di una nuova opera, nel suo genere una delle più grandi al mondo. Oggi parleremo di un artista italiano, Alberto Burri, e del grande cretto di Gibellina.
Sto aspettando Bice e Alice, le due sorelle ex maestre in pensione, prima di recarsi al nostro bar devono fare il loro abituale giro fra i gatti di strada. Come in quasi tutti i quartieri, nei nostri paraggi vive una colonia felina: detto fra noi, oltre l'amore e la simpatia che si ha per tutti per gli animali, il gatto può considerarsi al servizio della società, detenendo un'importanza strategica perché, quando manca il gatto, si sa che i topi ballano, quindi, anche se non a tutti piacciono, in realtà sono anche molto utili.
Ecco vedo arrivare le due sorelle.
- Walter, possiamo salutare anche noi i nostri amici lettori del blog? Carissimi amici della signoradeifiltri, siamo felici di essere qui con voi e vi auguriamo buona lettura.
- Bice e Alice, come stanno i nostri amici con i baffi a quattro zampe?
- Walter, sono sempre affamati e, con questo caldo, non possiamo fargli mancare l'acqua, a nessuno deve mancare l'acqua. Senti, ma oggi di chi parliamo?
- Di un medico.
- Un medico? Ma guarda che noi stiamo benone, eh!
- Ma non è per voi, e poi, diciamo che in questo caso la medicina ha perso un medico ma noi abbiamo acquistato un grande artista, parleremo di Alberto Burri (Città di Castello, 12 marzo 1915 – Nizza, 13 febbraio 1995), vissuto in un periodo storico nel quale gli eventi belligeranti dominavano la vita di tutti i giorni. Era un giovane medico e venne arruolato nell’esercito. Volete sapere perché un medico sia divenuto artista?
- Beh, sì, se era un medico doveva curare i malati.
- Bice, hai ragione, ma nessuno di noi conosce in anticipo il proprio destino. La vita scorre da sé e, a volte, siamo obbligati a lasciarla andare al caso. Dopo essere stato impiegato su vari fronti di guerra, insieme al suo reparto venne fatto prigioniero dagli Inglesi in Tunisia ma, per uno scherzo del destino, fu trasferito nel Texas in un campo di prigionia Americano. Circondato da filo spinato, gli tolsero tutto l’armamentario medico, si ritrovò spogliato del giuramento di Ippocrate e la cosa non dovette piacergli affatto. Oltre che prigioniero, era un uomo sconfitto nell’anima. Ma, se voleva continuare a vivere con dignità, aveva un'unica ciambella di salvataggio, affidarsi alla fantasia e così, nel campo, approfittando delle varie opportunità offerte ai prigionieri di guerra per occupare il tempo, scelse di iniziare a dipingere.
- Ma, scusa Walter, se era un medico perché nel campo di prigionia iniziò a dipingere?
- Alice, hai ragione, possiamo immaginare che Burri abbia iniziato a dipingere perché aveva bisogno di comunicare il suo disagio, alleviando il suo stato d'animo. Dipingere è stato, già dai tempi degli uomini primitivi, un mezzo di comunicazione naturale, anche i bambini sin da piccolissimi fanno gli scarabocchi proprio per esprimere quello che frulla loro per la testa. Forse poteva anche esserci un'altra motivazione pratica: tenendo presente che era un prigioniero di guerra, svolgere un'attività culturale, magari agli occhi del nemico, che lo teneva prigioniero, era un fattore che lo faceva passare maggiormente inosservato, e chissà se avrà anche ricevuto qualche trattamento di favore in cambio delle sue opere. Intanto il tempo passava più rapidamente e, piano piano, si innamorò di questo nuovo linguaggio, quello dell’arte.
L’essere prigioniero di guerra, oltre che farlo avvicinare all’arte, gli diede la consapevolezza di aver visto, fuori del suo paese, letteralmente un altro pianeta, gli Stati Uniti d’America, una nazione moderna che già allora si era dimostrata una grande potenza proiettata nel futuro, visioni che condizionarono non poco il suo lavoro. E così, terminata la guerra, si trasferì a Roma: la sua vita era cambiata e anche il suo io.
A Roma iniziò a frequentare gli ambienti artistici e a lavorare di fatto per creare opere d'arte, con la fame di esprimere il dramma utilizzando materiale atipico che però sprigionasse aliti di emozioni, sapeva che doveva uscire dagli schemi, andare oltre il passato e così, attraverso materiali di largo consumo, usati, laceri, diventava testimone e messaggero di un urlo di dolore, un'espressività moderna per esorcizzare la crudeltà. Era originale e sapeva farlo bene, rischiando molto, perché a quei tempi la critica legata alla tradizione schifava le avanguardie, ne soffrì ma ormai il solco era tracciato, era una persona mite ma, come un invasato, continuò a sperimentare. Nonostante la sua arte venisse definita “povera", Burri andò avanti per la sua strada con coraggio e convinzione; il materiale che usava per le sue opere era semplicemente parte di questa vita, quindi umanità, quindi essenza naturale, arte povera? No, era solo arte e fortunatamente ne venne ampiamente gratificato esponendo apprezzato in tutto il mondo.
- Walter, perché nessuno è profeta in patria?
- Bice, purtroppo è così, nessuno è profeta in patria, però nel 1985, proprio nel nostro paese, da un luogo che non ti aspetti, qualcuno lo chiamò. Era il sindaco di Gibellina, Ludovico Corrao, una persona che voleva ridare una nuova luce al paese completamente distrutto nel 1968 da un tremendo e drammatico terremoto, e così chiamò a raccolta una serie di artisti e architetti a Gibellina, nel paese che venne ricostruito a circa 20 Km dal luogo originario. Risposero all'appello, fra gli altri, Guttuso, Accardi, Schifano, Burri, Paladino, Consagra, Quaroni, Mendini, Pomodoro, Thermes, Paladino, Isgrò, Lupertz, Boetti, Purini.
«Andammo a Gibellina con l'architetto Zanmatti, il quale era stato incaricato dal sindaco di occuparsi della cosa. Quando andai a visitare il posto, in Sicilia, il paese nuovo era stato quasi ultimato ed era pieno di opere. Qui non ci faccio niente di sicuro, dissi subito, andiamo a vedere dove sorgeva il vecchio paese. Era quasi a venti chilometri. Ne rimasi veramente colpito. Mi veniva quasi da piangere e subito mi venne l'idea: ecco, io qui sento che potrei fare qualcosa. Io farei così: compattiamo le macerie che tanto sono un problema per tutti, le armiamo per bene, e con il cemento facciamo un immenso cretto bianco, così che resti perenne ricordo di quest'avvenimento. »
(Alberto Burri, 1995)
E' così che si espresse l'artista umbro dopo aver visitato la città nuova. L'idea di Alberto Burri era di riciclare tutte le macerie abbandonate rigenerando nuova materia per la realizzazione della sua opera, il cui significato non era cancellare, ricoprire, nascondendo il dramma vissuto, bensì, come avviene per il terreno, ararlo per ossigenarlo e renderlo fertile. Il cretto era per lui una tecnica già sperimentata in passato in vari formati logicamente inferiori, questa sarebbe diventata un'impresa enorme ma necessaria per diversi motivi, doveva realizzare da un lato un monumento alla memoria, da un altro un monumento alla vita, questo grande cretto, un basamento di cemento intramezzato da profondi solchi.
All'epoca nessuno, viste le dimensioni, poteva immaginarne l'impatto visivo ma Burri, abituato agli scenari Americani, consapevole che la modernizzazione, come negli Stati Uniti, sarebbe sopraggiunta anche in Italia, già ipotizzava che le nuove generazioni avrebbero potuto osservare anche dall'alto questa grande opera, che poteva rappresentare un ricordo indelebile a rispetto della natura, e che il dramma sociale sarebbe rimasto nella memoria del luogo. Pertanto, dopo questo fatto, si doveva fare tesoro di questa triste esperienza e attuare nuove regole di costruzione, prevedendo norme antisismiche atte a scongiurare simili drammi.
Attraverso l'arte era possibile mantenere il ricordo per guardare al futuro con ottimismo.
-Walter, ma perché gli artisti sono così matti?
- Alice, non mi ricordo chi, forse Picasso, disse che gli artisti riescono a vedere quello che gli altri non possono vedere, quindi non è che sono matti ma hanno una mente diversamente aperta. Sai che disse il sindaco di allora di Gibellina?
- Che disse?
- “Cosa sarebbe l’uomo senza il soffio rigeneratore dell’arte?” Queste le parole dell’ex sindaco Ludovico Corrao, impresse sulla facciata di un edificio abbandonato di fronte al cretto di Burri.
Amici lettori della signoradeifiltri, con questa bella frase io, Bice e Alice vi salutiamo e vi aspettiamo al prossimo artista, torneremo molto indietro nel tempo per incontrare Giotto.
Arte al bar: MARINA ABRAMOVIC The artist is present
Amici lettori della signoardeifiltri, è mattina presto, al bar solita gente che distrattamente va e viene. E' Estate e noi cerchiamo, attraverso l'arte, di far sorridere un po' di gente perché, mentre aspetto Dalia, leggo le ultime consuete e immancabili brutte notizie sul giornale. Purtroppo così è la vita ma, di controparte, tutte le arti, ad ogni latitudine, hanno il pregio di colorarvela e di alleggerirvela in certi momenti difficili. Per oggi abbiamo concordato che andremo a parlare di arte presso il negozio di Monica la parrucchiera, vi descriveremo un ricordo, coinvolgendovi, attraverso la cronaca di una nostra spedizione a New York, in una fantasiosa esperienza fatta nella Primavera del 2010, per raccontarvi, amici del blog che sta all'arte come CR7 sta al calcio, la cronaca della performance dell'artista Marina Abramovic.
Ecco arrivare Dalia.
- Dalia, buongiorno, sei pronta?
- Sì, lasciami prendere un caffè alla parmigiana e andiamo... senti, ma di chi hai detto che parliamo oggi?
- Marina Abramovic.
- Sarà dura, vero?
- Uelà, se serve di menare le mani io ci sono, eh!
Ecco a voi Giovanna la Milanese, con la sua proverbiale carica agonistica, anche se dell'arte non gliene frega niente, rimane sempre con le orecchie ben drizzate.
- Vengo anch'io, la partita al biliardo la finisco dopo!
- Veramente, andiamo a parlare di arte al negozio di Monica, se ti fa piacere, vieni anche te.
- Ma sì, mentre voi raccontate le vostre cose, io mi farò una ritoccatina all'acconciatura e magari anche al resto.
Marina Abramovic è un artista nata a Belgrado (30 Novembre 1946), dopo gli studi all'accademia di belle arti è nel cuore degli anni '70 che inizia la sua ricerca verso nuove forme espressive. La sua carriera avrebbe dell'incredibile, in realtà è quasi ossessiva sperimentazione, attraverso un nuovo linguaggio che vada al di là della staticità di una tradizionale opera d'arte.
Se, da un lato, è stata coraggiosa a rischiare feroci critiche, da un altro punto di vista è stata geniale nel trovare sempre l'approccio ideale con il pubblico, senza la paura di venire messa in discussione. A livello mondiale è considerata una vera e grande artista, sicuramente non è facile per tutti poterla identificare come tale, ma è innegabile che Marina Abramovic ha permesso alla gente di avvicinarsi al mondo dell'arte, di toccarla con mano, con tutta la propria anima, provando una serie di emozioni contrastanti ma in ogni caso vive. Altra sua prerogativa è che è volutamente uscita dallo schema artista = artigiano. Piuttosto artista che lavora in squadra, coadiuvata da diversi collaboratori che utilizzano strumenti audiovisivi. Marina Abramovic non è l'artista chiusa in uno studio, solitaria, concentrata sulla sua singola opera ma è al lavoro in una continua e dinamica costruzione di un'opera alla quale può partecipare chiunque.
- Dai, incamminiamoci, il negozio di Monica è dietro l'angolo, entriamo.
- Buongiorno a tutti, state pure comodi, sono qui per raccontarvi come è andata quella faccenda artistica. Monica, tu lavora tranquillamente.
- Ciao, Walter, ciao Dalia, ciao Giovanna.
La gente nel negozio sembra non essere interessata a noi, la musica nel locale è soft, devo solo iniziare.
Questa è una storia di qualche anno fa, insieme a me c'erano Mario il benzinaio, abituale consulente artistico, e Franco il gelataio, in qualità di testimonial. Eravamo partiti per gli Usa per andare ad assistere alla performance The artist is present, messa in mostra dall'artista Marina Abramovic, nella Primavera del 2010, al Moma di New York, performance durata tre mesi nella quale i visitatori avevano la possibilità di sedersi di fronte all'artista e guardarla in silenzio per pochi minuti. Durante il mese di Marzo l'artista aveva indossato un abito blu, nel mese di Aprile un abito rosso e in Maggio un abito bianco, era una performance intensa, lenta nell'azione ma vissuta con grande emotività, tutto si svolgeva in un grande ambiente vuoto, presente solo l'artista, seduta impassibile su una semplice sedia razionale di legno chiaro, al centro un tavolo, sul lato opposto il visitatore di turno, anch'egli seduto su una sedia uguale a quella dell'artista.
L'atmosfera che si respirava era una miscellanea di calore bollente diffuso in un assoluto silenzioso immobilismo, i visitatori, come un mantra, aspettavano il contatto con l'artista e ogni loro pensiero era una moltiplicazione di energia. Potevamo leggere nei loro volti il punto interrogativo del vedere, sapere e cercare dove era l'arte, si chiedevano inconsciamente perché si trovavano lì, qualcuno rinunciava, qualcuno voleva a tutti i costi affrontare la prova, nella quale nessuno sarebbe stato vinto o vincitore.
L'artista, protagonista della scena insieme al suo spettatore di turno, era decisa a dare tutta se stessa in pasto al mondo, consapevole che alla fine tutti saranno uniti in un grande abbraccio. Ma in tutto questo l'arte dov'è? Dov'è la bellezza, la costruzione, la visione, la materia, dov'è l'arte da vedere con gli occhi per assaporarne i colori, dov'è la fantasia, dov'è il talento dell'artista, volendo anche la visione tradizionale del vocabolo "Arte"? Che sia tutta da trovare nella semplicità di un incontro? Nell'incrocio fra due sguardi? In verità qui tutti erano protagonisti e l'essenza dell'arte era il momento stesso, questo fantastico abracadabra dell'evento, l'emozione che scuote la nostra vita, il visitatore non è più fruitore passivo ma può scambiare il fluido di energia con l'artista Marina Abramovic, in un breve e intenso tempo da apparire eterno.
Il solo limite, anch'esso pura essenza artistica, è il silenzio, e il tempo che viene fermato. Entrambi i performer, l'artista e lo spettatore, devono lottare con se stessi, vincere quella forza magnetica che li vorrebbe attrarsi, toccarsi, parlarsi, forse anche respingersi... no, tutto deve essere energia invisibile e, quando si alzeranno dalla sedia razionale di legno, saranno più forti, anche se sfiniti nel cuore e nelle membra. Questa è arte per la vita, in questo caso bisogna scegliere fra questo misterioso anelito vitale oppure la materia, quella tradizionale da vedere e da toccare di fronte alla parete di un museo. Alla fine della giostra noi umani, che vorremmo essere dominatori, in conclusione siamo solo una piccola parte di una cosa più grande di noi, la terra viva, l'aria, l'acqua, il fuoco e ogni altro elemento naturale in un continuo interscambio di fluido spirituale. Al confronto non siamo nulla, lo dobbiamo ammettere, e forse solo unendo le nostre paure e le nostre virtù diventeremo migliori, questo è quello che, secondo me, ho trovato nella ricerca di Marina Abramovic.
A questo punto io, Mario e Franco, abbiamo fatto un po' i furbastri, c'era una bella attesa per il nostro turno, serviva un escamotage, avevo con me la tessera giallorossa dell'AS Roma, lo so, ora direte che è una cosa vecchia, che lo fece pure Alberto Sordi in una scena di un film, sì, ma che ci posso fare, a ognuno la sua arte, sta di fatto che, mentre stavamo in fila ad aspettare, ho mostrato il documento, giustificandomi che Franco zoppicava in quanto infortunato, ed io e Mario, in quanto Assistenti Romani addetti al suo sostegno fisico, non avremmo potuto sostare a lungo in piedi, quindi, maramaldi noi birbanti, abbiamo eluso la fila e preso il posto davanti all'artista, sedendoci non sulla sedia razionale ma su una panchina fattaci portare dal personale Americano.
A questo punto l'artista ci guardava, noi la guardavamo come da copione, fermi e muti, ma c'era un problema, come la mettiamo con la libertà di espressione? In teoria non ci doveva essere contatto di nessun tipo, ma noi volevamo uscire dagli schemi e dire liberamente la nostra opinione, e così abbiamo tirato fuori dei fogli, dove avevamo fatto un disegno esplicativo, in quanto non potevamo usare le parole, quindi io avevo disegnato un piatto di spaghetti e, con mimica teatrale, muovendo a rotazione indice e medio della mano destra, volevo fare intendere all'artista "Dopo ci andiamo a far due spaghetti?
Franco, invece, che durante la trasferta era sempre stato molto scettico, aveva disegnato una tazzina di caffè fumante e così, guardando Marina negli occhi, indicando il caffè con il pollice destro, la invitava ad andare a prenderlo insieme perché voleva dirle due parole a quattrocchi. Mario ha semplicemente disegnato un punto interrogativo, alzando gli occhi al cielo come a dire "E adesso che facciamo?" Avevamo superato la barriera, infranto un muro invisibile, Marina Abramovic rimase prima logicamente sorpresa poi iniziò a ridere, a ridere, e tutti i visitatori intorno iniziarono a loro volta a ridere, era un colpo di scena, è la vita che va così, noi siamo piccoli attori sul palcoscenico di fronte all'universo, e così ci siamo alzati e diretti fra la gente intorno, che ci guardava e ancora rideva. Forse un giorno l'umorismo potrà salvare il mondo.
- Ma non vi hanno messo in prigione?
- Dalia, con la fantasia tutto è permesso, e poi l'arte è bella proprio nello squilibrio, anche la nostra in fondo era una performance.
- Una che?
- Giovanna, la performance è un'azione artistica, un nuovo modo espressivo.
- Uè, fessacchiotto, ma questa roba qua mica si incornicia e si appende al muro.
- A parte il fatto che dopo vengono realizzati libri, manifesti, fotografie e video che verranno distribuiti, l'arte è un qualcosa a 360°.
- Ah, ho capito, beh, almeno non bisogna spolverarle queste opere d'arte.
- Dalia, le emozioni trasmesse dall'arte si possono vivere in tanti modi.
Non ci eravamo accorti che ne frattempo tutti avevano smesso di lavorare per ascoltare noi, beh, possiamo dirlo senza ombra di dubbio che il nostro racconto era stata una bella performance artistica e tutte le donne presenti in quel momento nel negozio stavano a coppie provando la stessa opera di Marina Abramovic.
C'era in quel negozio una bella energia diffusa, diciamo che dalle nostre parti questo tipo di fare arte si stava realizzando in maniera un po' più spiritosa e allegra. Bice e Alice si guardavano e si davano i pizzicotti sulle guance, Adele e Francesca facevano le facce buffe, Pina e Tatiana si tenevano per mano, Monica e Beatrice si grattavano entrambe la testa, perfino Giovanna, con in bocca il suo sigaro spento, davanti a Dalia era molto interessata, in sintesi avevano tutte stravolto il messaggio originario, si era creata l'evoluzione dell'arte.
Amici lettori della signoradeifiltri, io alla chetichella lascio tutte le ragazze nel negozio di Monica la parrucchiera a proseguire la loro performance artistica, forse senza volerlo è quello che fanno tutti i giorni senza accorgersene, la vita è senza sosta una reale e continuativa incredibile opera d'arte. Ci rivediamo al prossimo artista sempre su questo blog che parla umano con parole colorate.
Intanto qui al bar stiamo organizzando con la fantasia una comitiva che partirà con il nostro celeberrimo bus a tre piani, alimentato ad energia solare, perché dal 21 Settembre 2018 al 20 gennaio 2019 l'artista Marina Abramovic sarà protagonista dello speciale appuntamento Marina Abramović Speaks, organizzato dalla Fondazione Palazzo Strozzi, presso il Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. L'artista, in conversazione con Arturo Galansino, curatore della mostra e direttore generale della Fondazione Palazzo Strozzi, affronterà alcuni temi del suo percorso esistenziale e creativo, ripercorrendo le tappe della sua carriera, dagli esordi in Serbia alle ultime grandi performance in tutto il mondo. La mostra racconterà il percorso creativo dell'artista Montenegrina, si tratta di una mostra itinerante già inaugurata lo scorso 20 aprile presso la Bundeskunsthalle di Bonn.
"The Cleaner”, questo il titolo dell’esposizione, nasce in collaborazione diretta con l’artista e riunisce oltre 100 opere, offrendo una panoramica sui lavori più famosi della sua carriera, dagli anni Settanta agli anni Duemila, attraverso video, fotografie, dipinti, oggetti, installazioni e la riesecuzione dal vivo di sue celebri performance, che si terranno nel corso delle giornate di apertura, attraverso un gruppo di performer, specificatamente formati e selezionati in occasione della mostra. Marina Abramović, che si è autodefinita "nonna della performance", si confronterà per la prima volta con un'architettura rinascimentale, sottolineando lo stretto rapporto che ha avuto e continua ad avere con l'Italia.
La mostra è organizzata da Fondazione Palazzo Strozzi, prodotta da Moderna Museet, Stoccolma in collaborazione con Louisiana Museum of Modern Art, Humlebæk e Bundeskunsthalle, Bonn. L'evento è già sold out pertanto scaldate la fantasia e preparatevi a seguirci.
Arte al bar: ROBERT WHITAKER The butcher cover
Amici lettori di questo blog che vi accende la luce anche quando fa troppo caldo e non avete voglia di fare niente, sappiate che questo bar non va in ferie, pertanto, su qualsiasi spiaggia vi troviate, in collina, sul cocuzzolo di una montagna, oppure a spasso per una old city, noi vi accompagneremo con le nostre chiacchiere artistiche.
Eccomi qua, seduto al mio tavolino color fucsia, con in mano il mio Irish coffee alla nutella, di fianco a me c'è Anacleto il salumiere, poi vi spiego il perché della sua presenza. In realtà, visto l'argomento, avrei voluto Carmine il macellaio, ma è andato a pescare e così, non avendo di meglio in pasta, ci dobbiamo accontentare del nostro salumiere.
Molto bene, al momento nel bar c'è troppo silenzio e così Gianni il barista, conoscendo il tema di oggi, ha messo come sottofondo musicale la compilation di Beatlesmania. Avete capito di chi parleremo? Forse sì, forse no, sto per presentarvi l'opera di Robert Whitaker, colui che è stato "Il fotografo" dei Beatles, li ha seguiti in vari tour in giro per il mondo e ha immortalato i Fab 4 in immagini che hanno fatto la storia del gruppo.
L'artista entrò in contatto con i Beatles per una semplice casualità, durante una loro tournée in Australia. Arrivò per lui l'occasione di realizzare alcuni scatti al manager Brian Epstein, dopo i quali gli propose di collaborare insieme. Inizialmente Robert Whitaker rifiutò, per cambiare idea solo alcuni mesi dopo aver visto il grande entusiasmo, al limite dell'isteria, dei fan ai concerti, e ne seguì i destini dal 1964 al 1966.
L'opera che andremo a descrivere sarà la celeberrima "Butcher cover", la foto della copertina dell'album "Yesterday and today", nella quale i quattro musicisti sorridenti sono in camice bianco da macellai, con in braccio brandelli di carne insanguinata e bambole storpiate. Cosa che destò molto scalpore, poiché ritenuta troppo violenta, e ricevette numerose proteste, tanto da venire ritirata da tutti i negozi dove era stata distribuita.
Whitaker aveva una sintonia con il surrealismo, e la sua filosofia era di andare oltre gli schemi, quindi, al momento di realizzare il servizio fotografico, decise di interrompere, in accordo con i quattro di Liverpool, la consuetudine che voleva i Beatles nelle solite foto pubblicitarie, dove erano raffigurati inattivi, troppo belli, troppo statici da sembrare finti e, inoltre, l'esagerata passione dei fan verso il gruppo, tanto idolatrato da sfiorare l'irragionevolezza. Quindi, nell'immaginario del fotografo australiano, il pensiero che la foga entusiastica dei fan avesse potuto fare a pezzi i quattro musicisti, gli diede lo spunto per ritrarli ironicamente come dei ridenti macellai, simboleggiati dai camici bianchi, dai brandelli di carne e dalla naturalezza umana fatta a pezzi come le bambole fra le braccia di John, Paul, Ringo e George.
Il messaggio oltre gli schemi era che i quattro Beatles non rappresentavano degli idoli soprannaturali da idolatrare ma ragazzi normali, baciati dal talento e dal successo, e che la musica era semplicemente arte da godere, arte per far stare bene la gente a prescindere dalla nazionalità, colore della pelle o religione.
Anche se è un'immagine che, a prima vista, poteva ricordare un film horror, i quattro Beatles ridevano, e il loro sguardo era totalmente ironico; la prima cosa che la gente avrebbe dovuto pensare era che fosse uno scherzo, un gioco, magari provocatorio, senza offesa per nessuno. In tutto il mondo ne potevano ridere, prendendoli per pazzi, in fondo erano artisti.
- Anacleto, guarda questa foto e dimmi che ne pensi.
- Sono i Beatles? Ma che, hanno cambiato lavoro?
- No, questa era una copertina di un disco, dammi la tua prima impressione.
-Mi fa ridere, si capisce che è uno scherzo, se la foto la facevo io ci mettevo pure un doppio fiasco di vino e il barbecue, comunque mi piace, è una cosa un po' strana, però è diversa dalle solite.
-Bravo Anacleto, invece questa foto creò un sacco di problemi perché si pensava che potesse impressionare il pubblico.
- Walter, bastava che il fotografo avesse messo un bancone, un frigorifero, attaccata alla parete la testa finta di un toro con le corna, e sarebbe andata bene, il disco lo avrebbero intitolato "braciole e salsicce rock".
- E con l'arte come la mettevamo?
- Ma perché, quando si sente la musica non si mangia?
- Vedi, Anacleto, questo fotografo era come un visionario, uno sperimentatore, uno che cercava l'immagine originale, con la sua macchinetta a tracolla era un tutt'uno con la propria fantasia e, in quel momento, insieme ai Beatles si stava divertendo a inventare un messaggio artistico nuovo, in contrasto con i soliti. Tu prima hai detto bene: questa foto era diversa dalle normali copertine; in sintesi, attraverso la fantasia, cercava di entrare profondamente in contatto con il pubblico.
- Hai ragione, senti, che ne dici se mi faccio pure io una foto dentro la mia salumeria vestito da musicista? Una bella foto mentre taglio a mano il prosciutto, "Anacleto la rock star della salumeria norcina."
- Ti conio uno slogan..."Da Anacleto il prosciutto è bono e balla bene."
- Sì, mi piace!
- Anacleto, vedi l'importanza dell'arte? Allarga gli orizzonti, questo è quello che probabilmente Robert Whitaker ricercava nel suo lavoro e, pure se questa copertina venne tolta di mezzo, nulla poté fermare l'onda d'urto creativa dei quattro ragazzi di Liverpool e così, se ancora possiamo godere di quei fermo immagine storici, lo dobbiamo a un grande artista della fotografia, Robert Whitaker, che non è famoso solo per il lavoro con i Beatles ma anche per aver ritratto, con scatti memorabili, Salvador Dali, Mick Jagger e altre star dello spettacolo.
- Walter, adesso che facciamo? Ce lo facciamo un selfie alla Robert Whitaker?
Non ve lo avevo detto ma, nel frattempo, attirati dalla musica dei Beatles, altri amici hanno assistito alla nostra chiacchierata; ve li elenco in ordine sparso: Giovanna la Milanese, Dalia la Torinese, Franco il gelataio, Aristide la comparsa di Cinecittà, Monica la parrucchiera e Bice e Alice le due ex maestre in pensione. Forza, mettete tutti il camice bianco da bidello, i bambolotti con le caramelle, i panettoni scaduti del Natale scorso, spappolatevi addosso qualche tramezzino, un po' di salsa di pomodoro, mettetevi in posa, ridete e dite tutti "ce piace la lasagna!"
Amici lettori della signoradeifiltri, con questo selfie vi salutiamo, vi presenterò meglio i miei amici dell'arte al bar la prossima volta. E' stato un piacere essere in vostra compagnia e, quando dalla spiaggia vi tuffate in acqua, fatelo artisticamente pensando a noi.
Arte al bar: PICASSO Guernica
Nuovamente benvenuti alla signoradeifiltri, amici lettori del blog più cultural fan che ci sia, e devo ammettere di essere un po' pazzo con questo caldo a parlarvi di arte. Eh già, state sognando le vacanze al mare, ai monti... uelà, mica vorreste scartare le città d'arte eh?! E quindi, per rimanere in tema, oggi eccomi qui seduto al mio solito tavolino al bar più artistico del mondo.
Ho con me la foto di "Guernica" e parleremo di Picasso. Non sono solo, c'è con me Dalia la torinese, una signora semplice ma scrittrice, timida ma di cultura, una bella persona con un incredibile bagaglio culturale e dovrò stare attento a come mi esprimo, rischio che mi faccia pagare il conto al bar per tutta la comitiva; per fortuna oggi siamo solo io, lei, Gianni il barista e Giovanna la milanese che, come al solito, gioca al biliardo fumando il suo sigaro spento.
- Dalia, buongiorno.
- Buongiorno a te, giovane da strapazzo!
- Cominciamo bene, chi ti ha fatto arrabbiare?
- Siamo alle solite, la gente che vedi guidare la macchina con una mano sola mentre con l'altra parla al telefonino.
- Hai ragione, questa società sta diventando sempre più disconnessa.
- Più che altro.....
- Dai, non prendiamocela, siamo sicuri che la cultura può fare molto per migliorare la quotidianità, per esempio molti conoscono Picasso per le sue opere astratte ma non sanno che è stato un bambino prodigio. Aveva nel dna le caratteristiche del genio, superiore per talento anche al padre, anch'esso un bravo artista, poi, crescendo, ha sviluppato le sue doti artistiche parallelamente a una personalità, come dire, accesa. Ma sì, insomma, un bel caratterino, un grande artista, un infaticabile lavoratore dell'arte ma anche un personaggio facilmente infiammabile!
- Eh sì, quando ci vuole, ci vuole, questo mondo non è per galantuomini e a volte servono le maniere forti...
- Se Picasso non fosse stato un artista, penso sarebbe diventato un poliziotto, uno di quelli che fanno rispettare la legge con le buone o con le cattive, sempre pronto a difendere le giuste cause.
- Walter, questo mondo ha da sempre bisogno di cultura, di poesia, di arti che aprano la finestra su un bell'orizzonte di colori splendenti.
- Ma nel 1937, dopo il bombardamento della cittadina Spagnola di Guernica, Picasso mise da parte i suoi soliti colori, si sentì di essere una furia creativa molto incazzata,(amici lettori scusateci ma doveva essere la realtà), e, quando venne il momento di realizzare l'opera per l'Esposizione Mondiale di Parigi, in essa riversò tutta la sua rabbia per rappresentare un episodio tragico. Era il suo linguaggio per descrivere la crudeltà e l'inutilità della guerra, la tela è di grandi dimensioni 350x780 circa, non ci sono i celesti, i rossi, i verdi, gli arancioni, né viola o bluette, nessun colore a rappresentare la vita, tutto è nelle tonalità del bianco e nero, come in un film degli anni '30 e, come la pellicola di un film, passano i fotogrammi con le immagini drammatiche.
Sì, Picasso ha dipinto un film con i fermo immagine, non c'è profondità, le immagini passano davanti agli occhi lasciando orrore e disappunto nell'osservatore. Come la pellicola di un film che scorre sullo schermo della vita, tutti sono in primo piano, quasi a far entrare lo spettatore all'interno dell'opera e vivere il dramma insieme ai protagonisti del quadro. Il fondo è di uno spento nero, il resto in primo piano dai toni chiari, come a mettere in risalto la tragedia. Sulla base, sdraiato, il soldato dalla spada spezzata, contorto, aggrovigliato con le altre forme dilaniate, astratte ma, allo stesso tempo, realistiche. La scena di guerra in un capovolgimento di equilibri, mura abbattute e annerite dal fumo, il grigio offusca i colori, al centro il cavallo imbizzarrito sembra dare tristemente il ciak alla scena, i volti terrorizzati di gente sconvolta, una mamma con in braccio il figlio, il toro impaurito che sembra impossibile non vederlo pronto alla carica, oh sì, Pablo Picasso, lui sì doveva proprio essere molto infuriato, non c'è traccia di rosso sangue, non sono i particolari che vuole rappresentare, ma solo la sua furia creativa attraverso forme astratte, e poi la lampada in alto al centro sopravvissuta al bombardamento a illuminare la scena, tutti devono vedere il dramma, e la mancanza di colore mette la parola fine alla vita.
- Walter, è vero che una copia di quest'opera è stata esposta in un palazzo pubblico internazionale ma è rimasta coperta da un drappo blu in una determinata occasione perché in antitesi con una argomentazione a tema bellico che sarebbe andata breve in discussione?
- Sembra proprio di sì.
- Allora l'arte può anche far paura?
- Dalia, era proprio quello che desiderava comunicare Picasso a quei sordi che non volevano udire, ma, nonostante tutto, all'interno dell'opera, ha inserito un segno di speranza: in basso, al centro, vicino a uno zoccolo del cavallo, dei fiori che, nella loro astrazione, possono simboleggiare la vita che dopo il dramma continuerà. L'arte ha il compito di essere una portavoce dell'ottimismo.
- Senti, che ne dici di andare a fare un giro in bicicletta?
- Ma, Dalia, ti sei impressionata?
- Mi sembra che da allora non è cambiato nulla, continuano guerre e drammi umani, eppure voglio vedere la cosa dal lato migliore, ecco perché ti chiedo di andarcene a fare una pedalata e, se arrivi ultimo, paghi la pizza.
- Ma Daliaaa!!!... Amici lettori della signoradeifiltri, è meglio che vada, qui si mette male, io e la mia amica torinese vi salutiamo e ci vediamo al prossimo artista, se volete venire pure voi a fare un giro in bicicletta, sbrigatevi, che Dalia non la batte nessuno.
Arte al bar: GIORGIO DE CHIRICO le muse inquietanti
Sono qui seduto al bar. Intorno a me gente che entra e che esce, distratta nei propri pensieri. Mi piace trovarmi in un classico bar e parlare di arte, anche per pochi minuti, con gente comune, gente che sicuramente ha tanti di quei problemi quotidiani che l'arte, seppur possa piacergli, non ha tempo né occasione di apprezzarla in toto. Io mi sono preso l'impegno di aprire questo dialogo, convinto che l'arte debba essere disponibile e alla portata di tutti, non solo per chi ne studia, o per gli addetti ai lavori, oppure per una ristretta ed esclusiva parte di appassionati, l'arte è intorno a noi normalmente, solo che non ce ne accorgiamo, e magari si ritiene un museo, o una struttura simile, roba da vecchi. Il luogo comune fra la gente è che l'arte è bella ma non se ne capiscono a fondo i significati, e ora noi della signoradeifiltri vi daremo una mano ad aprire gli occhi su questo fantastico mondo, per fare questo sarò costantemente in compagnia di personaggi vari e variopinti, che vi presenterò di volta in volta e che mi accompagneranno in questa avventura.
Oggi sono in compagnia di Paolo, un impiegato di un'agenzia di assicurazioni, parleremo delle "Muse inquietanti" un'opera realizzata da De Chirico fra il 1917 e il 1918, un olio su tela nel formato 97X67.
1888, 10 Luglio, nascita di Giorgio De Chirico, da allora sembra essere passata un'eternità, 1888 solo a pronunciarlo ha il sapore di antico, l'Italia si era riunificata solo pochi anni prima a colpi di palle di cannone, sciabola e moschetto, eppure, successivamente, dopo un periodo storico relativamente breve, il mondo si sarebbe trasformato modernizzandosi, la guerra, il primo conflitto moderno, avrebbe spinto l'industrializzazione e tutto non sarebbe più stato le stesso.
- Ciao, Paolo, buongiorno.
- Buongiorno a te e a tutti i lettori di signoradeifiltri.
- Paolo, prima che tu vada in ufficio, vorrei parlare con te di un artista e farti andare al lavoro con un po' di colore negli occhi.
- Walter, buona idea.
-L'atmosfera di quell'opera assomiglia un po' a queste prime ore del mattino non trovi?
- Però non dirmi che i due manichini siamo io e te, eh?! E la donna seduta in primo piano senza testa? Non può parlare, non può vedere, non ha le mani, e ha le braccia legate, quest'opera è un capolavoro ma non fa per noi, è veramente inquietanteeee! Walter, pensi che i giovani non conoscano bene Giorgio De Chirico?
- E' normale, i giovani sono troppo presi dalla tecnologia, se solo si entusiasmassero di più per l'arte, scoprirebbero che De Chirico era un artista troppo moderno, anche se nato nell'800, appunto, nato a cavallo fra il passato e il futuro. La vedi quella prospettiva, quel piano che sembra inclinato verso l'orizzonte?
- Sì.
- Bene, è il passaggio dall'era classicheggiante al moderno materialismo, ma sulla destra c'è una lunga ombra che oscura l'architettura e anche te, il manichino in secondo piano con le braccia alzate.
- Ma non voglio essere io!
- E, invece, sei proprio tu, e quello in primo piano sono io, non ho la bocca per parlare e gli occhi per vedere, sono senza braccia, fermo, inanimato, leggermente piegato sull'onda d'urto dell'ombra che sta per attanagliarci, inesorabile raggiungerà il rosso castello Estense di Ferrara, forse risparmierà le ciminiere delle fabbriche troppo lontane, che, però, presto saranno ricoperte dal cielo di un verde plumbeo.
Il manichino seduto in primo piano è una musa dai fianchi larghi, simboleggia una donna con un buco sotto il petto, troppa rabbia nello stomaco per vedere i propri figli andare alla guerra, i due manichini senza volto, senza parola, senza un movimento. Povera umanità, l'intelletto è prigioniero della nuova era moderna prevaricatrice sull'ideale e sull'animo classico, plasmato sull'essere umano che adesso è vittima del progresso e della barbarie.
Nel 1917 la guerra è mondiale, l'ombra di essa offusca le menti, puoi vederlo nel colore spento dell'opera, acceso solo dal grande talento dell'artista, non si può fermare il sogno, la fantasia, tutto quello che vorrebbe dire ma gli viene impedito, riesce a manifestarsi attraverso la tecnica e il simbolismo delle forme, non c'è negatività che possa impedire all'artista di dipingere una scatola in basso ai piedi del manichino, in spicchi bianco, verde, nero, rosso e giallo, tinte vive, forti, senza ombre, senza sfumature, tinte per indicare che non tutto è finito. L'artista spiega a modo suo che la speranza è ancora in piedi, l'ombra lambisce ma non può coprire l'animo di uomini e donne venuti al mondo per vivere in libertà e in armonia.
- Paolo, mi è venuta un idea.
- Quale?
- Togliti giacca e cravatta e saltiamo dentro l'opera, la piazza è in salita ma è grande, io mi rimetto la testa sulle spalle, tu infilati i pantaloncini, prendi un pallone e andiamo a giocare, qualcuno di voi lettori può anche andare in bicicletta, correre a piedi fino al castello, passeggiare portando a spasso il cane, leggere il giornale. Sotto i portici magari troverete un caffè dove chiacchierare, queste sono cose normali, la vita non è fatta per fare la guerra.
- Sono pronto.
- Bene, chi perde paga la pizza ai lettori
- Ma sei pazzo? Sono più di 1000!
- Scherzavo, a questo potrebbero pensarci i nostri sponsor.
- E, con la donna seduta in fondo alla sala che ci è stata a sentire finora facciamo?
- Parla piano, non svegliarla, è Giovanna la Milanese, non vedi alla sua destra la stecca da biliardo?
Se sa che andiamo a giocare a pallone, ci dirà che siamo due stupidi sognatori, a te rimprovererà di fare tardi in ufficio, dai, andiamo sulla piazza di De Chirico, glielo diciamo dopo come è andata.
Forza lettori, che aspettate? Fate un salto, qua la mano, magari là in fondo troveremo pure Giorgio De Chirico per salutarlo... per la pizza scherzavo, eh!
Ci vediamo al prossimo artista, non vi faccio nomi per non guastarvi la sorpresa, noi, intanto, su questa piazza abbiamo altre cose da fare, amici lettori di signoradeifiltri, Walter Fest vi abbraccia con il ciaooo più grande del mondo!!!
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