Iano Campisi, "Di fronte alla vita"
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Iano Campisi
Di fronte alla vita
Guido Miano Editore, Milano 2025
Le dilanianti contraddizioni della società contemporanea trovano spazio tra le pagine di Di fronte alla vita, di Iano Campisi (Guido Miano Editore, Milano 2025), un’opera che sin dall’incipit immerge il lettore in atmosfere oniriche e visionarie. Lo scrittore e biologo siciliano delinea un’umanità fragile ma particolarmente resiliente, plasmando una galleria di personaggi che, nella loro varietà e ricchezza, rievocano la Comédie humaine di Balzac. Le situazioni in cui essi agiscono assumono talvolta una dimensione paradossale e sotto alcuni aspetti straniante, non lontana dalla poetica pirandelliana e che accentua il senso di spaesamento. Divisa in quattro sezioni (Di fronte alla vita, con il sottotitolo Racconti e riflessioni inediti, Di ricordi e fantasia, Così come sono, Piccole storie), l’opera è introdotta dalla puntuale e appassionata prefazione del professor Floriano Romboli, che ne illustra con estrema accuratezza e abile maestria i nuclei tematici fondanti e le peculiarità stilistiche.
Nella ricca e coinvolgente trama di racconti, aforismi, riflessioni, nelle brevi incursioni in testi che si avvicinano al genere fantasy, l’io narrante tratteggia una realtà disgregata, nella quale gli antichi valori sembrano essere sul punto di dissolversi. Sullo sfondo si agita la moltitudine di personaggi, alla ricerca di un appagamento illusorio, perdendosi spesso in un ariostesco castello di illusioni.
Un evidente senso di straniamento e di alienazione pervade alcuni dei componimenti, dove Campisi, sulla scia degli autori più illustri della nostra tradizione letteraria, da Leopardi a Verga e Calvino, assume un atteggiamento critico nei confronti della tecnologia e di un progresso che può mercificare l’essenza stessa dell’uomo e del suo operato, sconvolgendone l’esistenza. Emblematico da questo punto di vista è il racconto Appunti sparsi di un ricovero in ospedale: attraverso una serie di potenti analogie, si istituisce un efficace paragone tra la condizione del paziente ospedaliero e quella del carcerato, entrambi ridotti a numeri, in un meccanismo di spersonalizzazione: «Tra poco passeranno i miei carcerieri, brave persone indottrinate a prendere appunti sullo stato di salute del detenuto, a misurargli la pressione e la temperatura, a cambiare la flebo e a controllare se il paziente ha ingerito la pillolina. A loro risponderò seccato nel manifestare i miei sintomi e chiederò ansioso quando mi consentiranno di uscire dallo stato di detenzione».
Alcune intense riflessioni esprimono un profondo legame dell’autore con la sua terra e descrivono attimi di estatico panismo: «C’è una natura […] che riesce a sopravvivere alle difficoltà, che si adatta ai cambiamenti climatici, che prende vita dal suolo, dall’aria ed anche dal sole cocente. Una natura che ti contestualizza e ti ingloba nel suo habitat, che ti affascina mentre ti immergi nel profumo degli agrumi, e sospiri del leggero movimento dei rami e delle foglie […]».
In altri passaggi narrativi, il tempo fluisce inesorabile e la morte serpeggia minacciosa, recando con sé una pesante faretra di dolori, malattie e sofferenze, ma, ciononostante, Campisi rivela un incessante attaccamento ai veri ideali, l’umanità, la fratellanza, la solidarietà, l’amore, considerato nelle sue diverse sfaccettature e angolazioni e di cui è un esempio commovente il ricordo della sorella morente: «Ѐ stata da sempre buona, e l’amore che riversava a me e ai familiari era un dono, una cessione di sé, senza nulla pretendere» (da Hospice).
In Il mistero del lago il filo conduttore è il superamento del confine tra il sogno e la realtà, aspirazione piuttosto ricorrente, incarnata qui nel desiderio del protagonista Marco di poter assistere a qualcosa di incredibile, come lo spettacolo della neve in piena estate, mentre l’enigmatica e affascinante figura femminile che compare all’improvviso sulla riva del lago è lo strumento con cui oltrepassare il limite e rendere possibile ciò che non lo è: «Cadeva la neve, leggera, continua, a rivestire di uno spesso manto bianco l’asfalto della strada. In lontananza, sul sedile in legno dirimpetto al lago, la figura di una donna con in testa un cappello a tese larghe, immobile. Lui sapeva che sorrideva al lago, alla neve e all’incredulità delle persone che irridono ai sogni».
La grande varietà dei temi trattati si accompagna ad uno stile raffinato ed un linguaggio evocativo, talvolta lirico; l’alternanza tra la brevità degli aforismi e delle considerazioni personali e la fluida scorrevolezza dei testi narrativi, unita ad una notevole capacità di modulazione dei toni, rende l’opera particolarmente stimolante nella sua originalità nel trattare con consapevole accettazione tematiche di carattere universale.
Gabriella Veschi
Iano Campisi, Di fronte alla vita. Racconti e riflessioni, prefazione di Floriano Romboli, Guido Miano Editore, Milano 2025, pp. 252, isbn 979-12-81351-54-7, mianoposta@gmail.com.
Rick Bass, "Diezmo"
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DIEZMO
RICK BASS
La vicenda narrata in Diezmo, romanzo di Rick Bass, edito da Mattioli 1885, si svolge tra Texas e Messico intorno al 1842, seguendo alcune memorie lasciate dai protagonisti di quella che fu chiamata la Spedizione Mier; per il resto, l'autore ovvia alle carenze di documentazione facendo ricorso a un buon piglio romanzesco. Il confine in quella zona era già caldo all'epoca. Non sarà, quello descritto, l'ultimo conflitto in loco; infatti pochi anni dopo, ci fu una durissima guerra tra Stati Uniti e Messico, nel 1846, dovuta sempre a dispute sui confini e la brama di conquista fu premiata. Le conseguenze furono la perdita da parte del Messico di circa metà del proprio territorio. In pieno Novecento, durante la rivoluzione messicana altre due volte i soldati di Washington effettuarono un'invasione. Nel 1914 quando a lungo occuparono la città portuale di Veracruz e nel 1916 quando il generale Persching con un corpo di spedizione partì per cercare di catturare Pancho Villa il quale a sua volta aveva attaccato la città americana di Columbus.
Pochi anni prima dei fatti narrati in Diezmo, ad Alamo i ribelli texani erano stati massacrati dopo tredici giorni di assedio dall'esercito messicano del generale e dittatore Lopez de Santa Anna; un mese dopo a Jacinto l'esercito texano di Sam Houston si vendicava sconfiggendo il nemico. Nel film Alamo - Gli ultimi eroi del 2004, quando il generale Santa Anna davanti ad Alamo afferma di voler attaccare il piccolo fortilizio nemico, senza attendere che giungano le artiglierie adatte all'assedio, alle obiezioni dei suoi ufficiali replica che se non avessero vinto in modo rapido e netto, il Messico sarebbe stato per secoli a mendicare il pane dagli americani. È solo la battuta di un film, però forse ci hanno preso.
Tornando al libro, dopo la battaglia di Jacinto il Texas si fece indipendente e si diede un ordinamento repubblicano. Questo è il retroterra storico del romanzo; il Texas guarda agli Stati Uniti cui si unirà anni dopo ma in questa fase c'è ancora il rischio che il Messico riprenda il Texas che considera una provincia ribelle. Ci sono anche intrighi da parte degli inglesi per far sì che questa annessione con gli Stati Uniti non avvenga. Nel frattempo accadono scaramucce lungo i confini. Succede che in un piccolo paese passano dei soldati i cui ufficiali si presentano come reclutatori per trovare gente da mandare contro il Messico, per rispondere a una iniziativa nemica. È in nome della gloria che persone comuni, ex militari, contadini, adolescenti entrano nella spedizione. Ufficialmente si deve far fronte a una incursione. Anche il giovanissimo protagonista si arma e parte; la paura diffusa è che il treno della gloria parta per sempre. Il ragazzo a sedici anni crede che Alamo e San Jacinto siano fatti lontanissimi e che per le nuove generazioni non ci sia più un'epica per cui vivere. È in nome di alti valori, come la libertà e la patria che si fa leva per arruolare gli uomini. Ma soprattutto si garantisce che ci sarebbero stati molti combattimenti e questa è un'esca efficace. Per il ragazzo infatti conta la voglia di avventura e di partecipare a un grande evento; è come entrare in una piccola Iliade. Chi resta fuori è condannato all'oblio.
E quindi si parte guidati da capi abbastanza autorevoli ma mentitori. La spedizione, spiegano, ha il patrocinio del presidente del Texas Houston di cui si legge spesso una serie di altisonanti dichiarazioni per tenere alto il morale dei soldati. Ma alcune parti del testo del presidente non vengono lette. In particolare si omette questo passo: "Sarete guidati solo dai principi bellici più civili e troverete di grande utilità mostrare misericordia nei confronti della gente comune".
Presto, non a caso, gli uomini cominciano a mostrarsi come arroganti saccheggiatori e nel territorio ancora texano si appropriano di tutto il necessario come se fosse un loro diritto farlo.
Poi una parte del gruppo decide di superare il Rio Bravo ed entrare nel territorio messicano, compiendo un atto illegale. Qui iniziano le violenze più gravi sulla popolazione. La spedizione Mier si muove senza onore e nella convinzione che i messicani siano facilmente battibili. Si depredano i villaggi, si chiedono riscatti, si giustiziano prigionieri e si fa bottino, pensando di essere largamente superiori in armi e qualità. Non c'è nessun freno o pietà verso i messicani.
Poi però davanti a truppe numericamente soverchianti, gli americani cedono e vengono fatti prigionieri. A questo punto dopo tante battaglie ben narrate, il rischio è che il libro diventi un romanzo "carcerario", arenandosi e perdendo il senso dell'avventura e l'amore per gli spazi. In buona parte il rischio è rigettato nel senso che il testo resta vivo; si descrivono la dura vita dei prigionieri, la solidarietà e gli antagonismi interni, la nostalgia di casa e soprattutto il diezmo che dà il titolo al libro. Si tratta di una crudele decimazione imposta ai prigionieri rei di tanti abusi sui civili e poi di vari tentativi di fuga.
Intanto il giovane dietro le sbarre cresce e matura. È consapevole del dolore che hanno causato. Lo si vede riflettere di politica e diplomazia dato che intorno alla situazione dei prigionieri che si fa questione politica calda, agiscono e tramano parlamentari americani, diplomatici del Texas e agenti inglesi; le considerazioni che fa il giovane su queste manovre di cui sembra molto informato, forse troppo, sembrano quelle di un adulto ben istruito, non quelle di un adolescente quale è. Comunque è interessante recepire la parte "maledetta" del libro.
La guerra, appunto, inizia all'insegna dell'inganno. In fondo la gente del posto è considerata sacrificabile. Civili o soldati sono pari. Si può ammazzare il civile messicano perché non è giunto il grosso riscatto richiesto. Questa è la brutale etica dei conquistatori che pagheranno per la loro improvvisazione oltre che per i loro crimini. Quando i prigionieri americani sopravvissuti tornano a casa, molti non riescono a uscire dalla strada della guerra e della violenza che segnano le loro vite, senza alternative:
"Era la stessa storia di sempre. Chi non moriva in battaglia era condannato a invecchiare e soffrire di reumatismi, dimenticato e trascurato, come Bigfoot Wallace, ritiratosi in un misero ranch di campagna a ovest di San Antonio, alla fine troppo vecchio per la guerra, ma senza aver conosciuto nient’altro. Dopo avere ucciso forse un migliaio di uomini a colpi di arma da fuoco, coltello e sciabola, e non avendo mai fatto altro in vita sua, fissava il lungo tunnel buio dei suoi ultimi giorni, senza avere altre strade, senza scelte o opzioni rimaste, a parte il silenzio e un lento scivolare nell’oscurità".
È anche questo uno scotto da pagare dopo una spedizione assurda e fallimentare, costruita sulla menzogna e la brama di bottino, ma peraltro seguita da vere e proprie guerre nelle stesse zone, tuttora tormentate.
Il cono
Anni fa, in un tardo pomeriggio, mentre stavo passeggiando, vidi un cono stradale, di colore arancione con strisce bianche, accanto a una graziosa abitazione dalla porta rosa confetto. Sogghignando, lo raccolsi, poichè mi era balenata in mente un'idea di come sfruttarlo. A tal proposito, essendo stato invitato in un pub per un compleanno, decisi di adattarlo a mo' di cappellino da festa al fine di apparire originale.
Appena tornai a casa, utilizzai un trapano per ottenere due forellini, uno a destra e uno a sinistra, per poi collegare un elastico alle due estremità. Provai il birillo e notai divertito che mi calzava a pennello.
Quella sera non feci scalpore, semmai furore, guadagnandomi i complimenti di Mattia, il festeggiato, e dei presenti. In men che non si dica, mi ritrovai al centro dell'attenzione e al centro della pista da ballo. Irene, la fidanzata di Federico, un caro amico mio, fu l'unica a mostrare la sua contrarietà nei miei confronti.
«Non capisco come fai con quella minchiata di plastica in testa ad avere così tanta considerazione» osservò con aria di sufficienza.
Le risposi con una linguaccia e continuai a scatenarmi ballando, nonché a ridere e a scherzare con tutti.
A ogni modo, a quel cinesino bicolore rimasi "legato", difatti lo indossai in una mezza dozzina di occasioni. Purtroppo, nell'ultimo party, accadde un episodio vomitevole nel vero senso della parola. In buona sostanza, commisi l'errore di appoggiare il cono sopra una sedia, finché, nel giro di pochi minuti, a un tizio grosso, grasso e coglione, avendo ingurgitato svariati pezzi di rosticceria siciliana e tracannato birra a gogò, venne da vomitare. Come è facile immaginare, il cicciobomba in questione, per cercare di limitare il più possibile la figura di merda, passò dal conato al cono per rimetterci dentro. Bleargh!
Uscii dalla festa schifato, abbandonando quello stravagante e improvvisato copricapo. Per consolarmi andai a prendermi un altro cono, gelato però, in un chioschetto vicino la spiaggia di Calderà.
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