Nonno sprint
31 Luglio 2023 , Scritto da Giuseppe Scilipoti Con tag #giuseppe scilipoti, #racconto
Mio nonno materno, che personaggio!
Incallito donnaiolo e grande girovago, con i suoi ottant'anni passati, sprizza arzillosità da tutti i pori. Un dongiovanni, quindi? Eh sì, tant'è vero che in famiglia l'abbiamo da sempre soprannominato Don GiovanNuccio, derivante dal diminutivo di Nuccio. In proposito si lancia con nonchalance all'avventura, nel prendere treni o autobus per raggiungere le sue conquiste, spesso rimorchiate tramite quelle cosiddette rubriche Cuori Solitari, oppure semplicemente per farsi delle belle e spensierate gite.
Bene, arrivati a questo punto è necessario tornare indietro di circa trent'anni, a quando il nonno era più giovane e, per i suoi spostamenti, utilizzava uno sgangherato ma stranamente funzionale Piaggio Si con il quale aveva girato un po' tutta la Sicilia orientale e occidentale. A quei tempi, io e la mia famiglia abitavamo a Trabia, in provincia di Palermo, lo sprintoso ci veniva a trovare una volta l’anno per rimanere ospite da noi per una decina di giorni. Talvolta spuntava in maniera inaspettata, vale a dire a sorpresa.
In breve, provo a descrivere il tragitto: partenza all'alba, dal messinese al palermitano, giungendo da noi nel tardo pomeriggio, attraversando strade, stradine, paesi, paesini, campagne etc., sfidando persino avverse condizioni meteo, sebbene per ovvi motivi il Lawrence d'Arabia de' noantri scegliesse prevalentemente le giornate soleggiate.
Io e mia sorella, se sapevamo del suo arrivo, ci piazzavamo sul balcone ad aspettarlo. Non ci portava mai dei regali, al massimo un vassoio di piparelle. L'ingresso a casa nostra da parte del nonno lo consideravo di tipo trionfale, un mix tra il folle e l’eroe, tra l’altro ancora oggi ricordo bene il suo cascaccio color marrone senza visiera che con la fantasia identificavo da aviatore.
Una sera, quasi al termine della cena, avvenne un simpatico episodio degno di nota. In sostanza a Don GiovanNuccio domandai da cosa traesse origine quel suo spirito da avventuriero, e il perché prediligesse l’utilizzo di quel catorcio.
«Vedi, caro nipote, da ragazzino amavo leggere i giornaletti e sognavo di girare il mondo. Ed eccomi qua!»
«E qual è il tuo preferito?» gli chiesi con slancio, poiché a sette anni ero un avido lettore di fumetti.
«Tex Willer!» esclamò e con le dita fece finta di sistemarsi un immaginario cappello da cowboy.
«Ah ecco, ora si spiega tutto!» intervenne ironico mio padre. «Praticamente entrambi in sella. Tex, col cavallo andando per dune e per monti, mentre lui... col Si.»
Scoppiammo a ridere.
«E se piove? Come fai?» domandò mia sorella rivolgendosi al nonno.
«Non si pone il problema perché l'Uomo del Vento... non teme la pioggia.»
La sua risposta non poteva che essere prettamente willeriana.
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