Ida Verrei: "Un fantasy atipico"
24 Gennaio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #poli patrizia, #recensioni
Bianca come la neve
di Patrizia Poli
Ilmiolibro.it
pp 74
12,00
Prefazione
di Ida Verrei
Patrizia Poli è una scrittrice versatile: passa con facilità da romanzi d’argomento mitologico, come “Signora dei Filtri”, a opere complesse e corali, come “Il Respiro del Fiume”, a racconti fantastici, pregni di metafore esistenziali, come in quest’ultimo libro che contiene due delle sue più belle e suggestive narrazioni.
Da sempre il racconto fantastico è depositario di archetipi dell’immaginario, ed è quindi la narrazione che più d’ogni altra si presta a diversi livelli di lettura, proprio attraverso il ricorso ad elementi simbolici e allegorici.
È quello che si ravvisa in entrambi i racconti di Patrizia Poli.
Il primo, “Bianca come la neve”, potrebbe sembrare, ad una lettura superficiale, semplice rivisitazione di fiabe già note (Biancaneve e i sette nani, Rosaspina dei fratelli Grimm; I cigni selvatici di Andersen). In realtà ne è la rielaborazione originalissima dei simboli più nascosti, delle metafore occulte, tradotte in immagini forti e poetiche, con ambientazioni sospese nel tempo e nello spazio, dove la condizione esistenziale del personaggio è rivista in chiave psicoanalitica.
La narrazione, così, assume il significato del “perturbante” freudiano, diviene rivelazione del “rimosso” e proiezione di paure, ansie, incubi, ma anche risoluzione dell’eterno conflitto bene- male.
Patrizia Poli si accosta al fantastico e al surreale partendo dalla suggestione del romanzo gotico moderno, in specie quello di Anne Rice. Ne attinge esperienze ed immagini, trasferendole, attraverso un linguaggio e strategie personalissimi, in figure, soprattutto femminili, dal fascino sconvolgente e misterioso.
I suoi personaggi trasgrediscono regole e valori, compiono incesti, uccidono, negano ogni senso della vita, ma lo fanno conservando una sorta di innocenza e, nell’attraversamento della parte più oscura di sé, raggiungono il riscatto, ritrovano l’umano:
“l’acqua chiara è ciò che crediamo di essere, ciò che vorremmo gli altri vedessero di noi. La melma è il nostro nucleo oscuro. Ma, toccando il fondo, poi sono risalita. Dovrei disperare ma, in un modo o nell’altro, sono viva” (pag 37)
Il secondo racconto, “Il volo del serpedrago”, ancor più del primo è un susseguirsi di allegorie e simbolismi, dove il magico, il fantastico, sin dalle prime scene, avvolge i protagonisti e li inonda di una luce di mistero arcano, mentre sospinge a cercare il percorso che condurrà al finale catartico.
Nello scenario esotico di un deserto immaginario, si snoda una storia di ricerca esoterica di verità celate, di scoperte di identità perdute. Personaggi inquietanti assumono, di volta in volta, sembianze di eroi e antieroi, del bene e del male, in una visione tra l’onirico e l’immaginario.
Ritroviamo qui tracce del vasto cosmo di Paradise Lost: il serpedrago, sorta di Satana asservito allo Spirito del Deserto, dio crudele e vendicativo, riesce ad apparire in una luce eroica e, in un capovolgimento della tradizione biblica, a trasformarsi, attraverso il sacrificio, nell’angelo salvifico che riconduce all’Eden perduto.
“il serpedrago stende le ali… non ha mai provato a volare, non ha mai pensato di poterlo fare… Destinato a servire, a tentare, e poi a scegliere…” (pag 66)
“Io, il braccio più servile dello Spirito del Deserto” (pag 69) “Volo libero, io che ho tradito e mi sono affrancato…” (pag 70)
Ancora una volta scopriamo la predilezione dell’autrice per le metafore e le simbologie: il drago non è solo l’animale leggendario per antonomasia, nelle teorie psicoanalitiche rappresenta le forze oscure, l’istintività incontrollata, l’inconscio, la forza castrante da combattere e vincere per raggiungere una maturità cosciente, ma possiede anche un senso maggiormente legato alla potenza protettiva della natura, alla sua forza creativa. E che il mitico animale sia rappresentato in un connubio con il serpente, ne rafforza il valore simbolico della coesistenza di bene e male, di caduta e redenzione, fino al raggiungimento della luce.
Atipici fantasy, quelli di Patrizia Poli, sia per l’ambientazione che per la presenza di elementi di solito estranei al genere. Al centro della narrazione non vi è il magico o l’orrido, ma, piuttosto, la metamorfosi, il cambiamento, la mutazione, che è incubo, ma si risolve, poi, in ritorno allo stato più puro dell’innocenza.
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