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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

unasettimanamagica

#unasettimanamagica Nadel

26 Dicembre 2013 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia, #unasettimanamagica

NADEL

Nadel l’è apanna pasè

Anc par st’an al lus al s’en smurzè

A ni è piò par la vì

Tot che scaramai

Tot che via vai

E c’la nuiousa sinfunì

La zaint l’ha smess

Anc ed suridar e ed dir “Bon An che ven!”

I reddan soul i mamaloc

E i fangen

I reddan sol lour

Parchè i en i onic che i han vest e Signour!!!

NATALE

Natale è appena trascorso

Anche per quest’anno le luci si sono spente

Non c’è più per la via

Tutto quel chiasso

Tutto quel via vai

E quella noiosa atmosfera

La gente ha smesso

Anche di sorridere e di dire “Buon Anno Nuovo!”

Ridono solo gli stupidi

E i bambini

Ridono solo loro

Perché sono gli unici che hanno visto il Signore!

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#unasettimanamagica St Jeremy's angels

25 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica  St Jeremy's angels

Wood cracked from rain and sun, insulating porcelain, black flocks of birds perched on wires. I count the telegraph poles and jump down from the train. Thirty-three poles . Thirty-three as the age of Christ.

I step down because St. Jeremy is a good place to spend the Christmas night. They say that you can hear the angels sing and the children put candles on the windowsill.

I cross the church square howling my song: Sister Death, Sister Death , why do not you take me back? I walk slowly , the rags are not enough to protect me from chilblains. Bad boys throw snowballs at me, bad boys are everywhere.

I see myself in the Keaton's window , while drooling on sausages hung in festoons , along with a black mongrel dog. I'm leaving and the mongrel follows me.

Sitting on a step, with my hat between my knees , I roll up a cigarette . Angels or no angels, before night falls, a dollar will drop in the greasy cap, I will pay a bed by lousy Reverend Gordon. Sister Rosy puts a dish covered with a towel next to the cap: "Jack, you’re still alive?”

"And you, you dirty whore? "

She goes away.

The hours pass, it starts to snow . A couple of coins fall in the cap. Christmas Eve charity, lousy charity.

From the windows I see women filling the turkey with chestnuts. I imagine biting into the crispy skin at the flickering light of a candle. The children cut paper stars, then look out of the window and put a lighted candle on the windowsill.

The bells jingle, the bells of Santa Claus’ sleigh. All doors are crowned with holly and sing hymns of joy.

All, but not the Mac Dowell door. It hasn’t a garland of red berries like the others, it talks to me through its black ribbon, its voice oiled. "The boy is dead," it says. I could go two houses ahead, where the light invites to party and you smell roast. Instead, I sit with my back against the Mac Dowell door.

A man and a woman pass. "Have you seen? ", they whisper , "Mary Mac Dowell has not removed the black ribbon yet. " They throw a coin in the hat, no one refuses a piece of bread on a night like this.

Now I have my dollar. Now I can go down to the mission, I have my dollar.

I linger, with my hands deep in the dog’s hair; I curl up against the Mac Dowell door. The bastard licks my feet, black like the ribbon.

The stairs are softened because the snow thickens. The dog's tongue is warm on my legs that I do not feel anymore down there at the bottom of the pants . The snow falls, cold and sweet.

Sister Death, Sister Death, why do not you take me back? It 's my singing voice .

Then it is no longer my voice.

The road has become dark or maybe I closed my eyes. I hear someone singing but it is not me, I swear .

The angels flutter in the flakes , they whirl in spirals of snow, snowmen riding ice. I watch them swirl in the crystals and touch the doors with wings drenched in snow. All doors, but especially the Mac Dowell door.

I'm not cold, I'm not afraid. Inside the house, Mrs. MacDowell does not cry anymore, I hear only the voice of the angels.

The angels of St. Jeremy singing.

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#unasettimanamagica L'incontro

24 Dicembre 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica L'incontro

Le parole sono colorate diceva Eduardo, “…tu liegge e vide ‘o blu, vide ‘o cceleste, vide ‘o russagno, ‘o vverde, ‘o ppavunazzo…”

Ma le parole sono anche suoni, immagini, musiche dell’anima.

Talvolta la parola, una sola, un’unica parola, “quella parola”, è un incontro, un avvicinarsi inaspettato tra sconosciuti, tra diversi, tra chi avrebbe potuto anche non trovarsi mai. E quando alla parola si accompagna lo sguardo, allora due mondi si fondono, si ri-conoscono, vite che si sfiorano e restano legate da un filo sottile che avvolge, stringe e impedisce di dimenticare. Una traccia indelebile nell’anima.

È così che è accaduto, pochi giorni fa, mentre camminavo di corsa per le strade di una città infreddolita ma frenetica, volgarmente addobbata per un Natale che bisogna a ogni costo festeggiare, illuminata in modo sciatto, così, quasi per forza, perché “a Natale si fa”, a Natale si truccano strade e piazze, si mascherano miserie e squallori. A Natale, i colori artificiali non sono quelli delle parole.

Macchine che sfrecciano e strombazzano, passanti carichi di pacchi che ti urtano indifferenti, con occhi vuoti, il sorriso stampato su volti di pietra, finto, come le luci, come i colori. E, a un incrocio, l’unico buio, addossata al muro, una grande macchia scura accartocciata; ai suoi piedi, un largo panno che intravedi sporco, carico di cianfrusaglie, radioline, statuette, portafogli: un piccolo bazar.

Passo oltre, uno dei tanti uomini-sacco, come li chiamano ora. Ho fretta, ho freddo, devo compiere il solito rituale dei regali, non ne ho voglia. Ma, qualcosa mi blocca, qualcosa mi spinge a tornare sui miei passi, una insolita curiosità, o forse no, forse il richiamo per quell’”invisibile” che sta lì, muto, rassegnato, in un luogo inconsueto. “Ecco”, penso, “ecco che come sempre mi intenerisco per un derelitto e faccio il solito gesto di generosità pelosa. Non sfuggo alla regola, a Natale si diventa tutti più buoni ed altruisti, come se, con un po’ di elemosina, ci si lavasse le coscienze”.

Ma quel cartoccio umano ha su di me uno strano fascino. Mi accosto, vorrei dargli dei soldi e poi scappare via, ma ho paura di offenderlo, e allora fingo di interessarmi a un piccolo portamonete, quasi perfetta imitazione Gucci. Lo prendo e guardo l’uomo. Senza parlare, lui alza una grande mano dal palmo rosa e mi mostra le cinque dita. Faccio il conto che, se tutto va bene, a lui andrà la metà; gli porgo una carta da dieci euro. Lui cerca in un sacchetto di pezza il resto, sempre senza parlare gli faccio cenno che va bene così, non voglio il resto.

E allora avviene l’incontro. Il giovane alza su di me due immensi occhi neri e liquidi, “occhi di paglia bruciata”, avrebbe detto Pasolini, “…occhi di poveri cani dei padroni”. Mi guarda serio per un lungo istante. Quegli occhi non sorridono, “vedono”, mi riconoscono, quegli occhi sanno. Sanno il segreto di una vita che rotola ancora alla ricerca di un senso, sanno, sanno di un Natale, di mille Natali mai arrivati. E anche io so, e vedo. Vedo tracce della sua storia antica, vedo la sua crudele innocenza, vedo lui, vero testimone dell’Avvento.

Alì, uno dei tanti figli dei figli…” “essi che ebbero occhi solo per implorare…” “essi che si adattarono ad un mondo sotto il mondo…” (1)

Abbassa il capo, Alì; prende dalla tasca qualcosa e me lo porge: è un piccolo ciondolo d’avorio, una minuscola testa d’elefante. Io compro, lui dona.

Apre la bocca, le sue grosse labbra si stirano sui denti bianchissimi. La voce dura, roca, un’aspra carezza: AMICA, dice, solo AMICA.

Avrebbe potuto pronunciare altre parole: “grazie” per esempio , oppure “ciao”, o anche: “è per te”. E invece sceglie di dire: AMICA. E quella parola ha il colore di tutti i mondi lontani, il colore di tutti i Natali del mondo.

Sono tornata a quell’incrocio, ci passo spesso, ma lui non c’è.

Altre strade, altri marciapiedi, altri incroci lo vedranno, grande ombra scura dagli occhi brillanti, neri e lucidi come la sua pelle, porterà altrove la sua storia, la storia dei figli di “Alì dagli occhi azzurri”, pronuncerà ancora “quella parola” ad orecchi sordi, guarderà sempre in fondo a occhi ciechi, e la profezia di un Vate rimpianto, non troverà ancora echi. “Se egli non sorride, è perché la speranza per lui non fu luce, ma razionalità”. (1)

Ida Verrei.

(1) da “Profezia” di P.P.Pasolini

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#unasettimanamagica Davanti al presepe

23 Dicembre 2013 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica Davanti al presepe

Marcello De Santis, nato a Tivoli, 5 marzo 1939. Già funzionario di banca, oggi è in pensione. Da sempre è appassionato di poesia e letteratura, studioso in particolare di Dino Campana e il suo tempo. Negli ultimi anni, oltre a comporre in lingua, dedica il tempo a poesie in dialetto tiburtino e ha pubblicato diverse raccolte di poesie vernacolari. Quello che presento qui, tuttavia, non è una poesia ma un racconto breve in cui Marcello De Santis propone l’atmofsera magica di una notte di Natale. Trovandosi malato e nell’impossibilità di recarsi coi familiari alla Messa di mezzanotte riscopre la gioia di posare il Bambinello nel Presepe.

DAVANTI AL PRESEPE

di Marcello de Santis

Suonano ancora le campane… è passata da poco la mezzanotte; uno scampanio limpido e gioioso in questa silenziosa notte stellata. Ho un forte raffreddore e non vado a messa, come gli anni passati. Gli altri sono già usciti, mi hanno salutato frettolosamente, e incappottati con scialli e cappelli, per far fronte al vento gelido che da ieri ulula di giorno e di notte, sottobraccio a due a due stretti stretti per scaldarsi meglio, e per trasmettersi meglio la festosità di questa notte santa, si sono recati alla vicina chiesa: mia moglie e mia figlia, e i miei cognati, che passano il natale con noi. Sono andati, lasciando la tavola imbandita con i piatti vuoti o quasi, e una gran confusione di stoviglie, bottiglie (con vino e spumante ancora a metà), pezzi di dolce nei piattini, e bicchieri mezzo pieni e mezzo vuoti. La televisione è accesa su un programma qualsiasi dall’inizio della cena, nessuno la guardava, del resto, ma adesso le voci che da essa escono, anche se attutite, sono confuse con i rintocchi vicini e lontani delle campane delle varie chiese del paese, che si rincorrono nell’aria gelida, sotto un cielo di ghiaccio, dove è sospesa la facciona d’argento della luna. Uno starnuto di tanto in tanto mi scappa, fragoroso, e porto il fazzoletto omai bagnato sul viso, davanti alla bocca, e al naso. Provo a tirare su per liberare il respiro, ma … eh, ha da fa’ il suo corso… mi ritornano le parole di qualcuno… qualcun altro mi dice pigghiate quaccosa… (prenditi qualche cosa) … e che mi prendo ancora!… … ‘n’aspirina… te la si’ piàta ‘n’aspirina? ci ho provato: con aspirine (il suggerimento è arrivato in ritardo), con i suffimigi di camomilla (consiglio di mia cognata), con la bomboletta spry da inserire su per il naso, più su, se vo’ che fa effetto! eppo’ arespira forte!) (mio nipote), con la pomata da spalmare sul petto, ma quessa ‘nn’è bona! t’à da sparma’ lo vicsvaporùbbe! (ma questa non è buona devi spalmarti il vix vaporub!) effetto stupefacente e immediato! (il mio consuocero)). Ho obbedito come un suddito al suo re, e sto peggio di prima. Ma tant’è, devo aspettare che faccia il suo corso e passi da solo. E sì che non sono soggetto ai ricorrenti raffreddori e influenze annuali. Neppure ricordo l’ultima volta che l’ho beccata! Per questo, debbo dire, ho molta cura di me stesso, mi copro quando devo, e cerco di non espormi alle correnti d’aria. Ma stavolta… nenè nenè anduvina sa ccom,’è… (nenè nenè indovina com’è? detto popolare) Le campane hanno smesso di suonare. Sto solo, almeno per il tempo della messa, poi ci saranno di nuovo frastuono e allegria e la tombola tradizionale, tral vociare natalizio consueto di ogni natale. M’avvicino al presepe che è stato costruito sul ripiano del mobile alto in sala; le lucine s’accendono e si spengono grazie al circuito alternato, e da sotto la carta di cielo blu addossata alla parete, splende la luna e brillano le stelle dorate. Guardo il ruscello con acqua vera, che scorre e va a finire in un piccolo lago (una volta il laghetto si faceva con un pezzo di specchio con intorno il muschio), e da qui riparte in un circolo chiuso invisibile, per poi ritornare. Guardo le tre o quattro pecore davanti alla statuina del pastore, e distanti, presso le ultime capanne del paesaggio, i tre magi che arriveranno alla grotta (provvederemo noi a spostarli in avanti un poco ogni giorno), solo la notte della befana. Eccola, la grotta, c’è la madonna, inginocchiata, nel suo manto celeste; e dal-l’altro lato, in piedi, appoggiato a un rudimentale bastone, san giuseppe. Per la fretta della messa hanno dimenticato di porre nella stalla il bambino ge-sù, che è appena nato. So dov’è, la statuina; sta dentro un cassetto in camera; la prendo e la porto al presepe… la metto al suo posto, nel giaciglio di paglia, sotto una piccola flebile luce, che illumina la mangiatoia con il bue e l’asinello accovacciati a fianco della stessa. La quiete della sala è rotta solo dal sottovoce della televisione e dallo scroscio leggero della cascatella che dà origine al ruscello che scende al lago. … meno male che ho messo il bambinello, se n’erano scordati, nella fretta di andare a messa; mi sembra brutto un presepe senza bambinello, adesso ch’è nato. (da: pezzi di vita, inedito) marcello de santis

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#unasettimanamagica Profumo di Natale

22 Dicembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica Profumo di Natale

Timida e rossa

come le mie gote giovinette

la piccola euphorbia

dall'angolo riposto

tinge di colore

la mia anima,

sommessa luce

in uggioso avvento.

Una gemma di vita e

di speranza

ha baluginato

tra le ombre incerte

delle ore mattutine

tra le foglie

ascose del tuo amore

Ho respirato

profumo di Natale.

Tratta da "Sazia di Luce"

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#unasettimanamagica Cena di Natale

21 Dicembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica Cena di Natale

Il camino ardeva in cucina scoppiettando. I bambini correvano e giocavano a nascondino nelle fredde stanze dell’ampia casa per tenere a freno i gorgoglii dello stomaco, a mala pena riscaldato il mattino con pizzette con le acciughe salate e frittelle di cavolfiore. Il digiuno doveva essere rispettato anche dai più piccoli, in compenso la cena di Natale sarebbe stata più gradita e più apprezzata. Cena di magro, anche quella. Baccalà in bianco, condito con olive, pezzetti di peperoni sottaceto, prezzemolo, aglio e abbondante olio. Una vera e propria prelibatezza il baccalà fritto in abbondante olio bollente, croccante fuori e morbidissimo e gustosissimo dentro. Ancora peperoni imbottiti di mollica di pane, prezzemolo, acciughe o in alternativa con mollica di pane imbevuta di mosto per chi non adorava le alici. Gli spaghetti col sugo di vongole, pezzi di anguilla al forno o arrostita chiudevano la prima parte della cena. Le seconde mense era tutto un brulicare sulla tavola di castagne secche e morbide, noci, mandorle, confettini colorati, torroni e torroncini morbidi, duri fino a spaccare i denti, croccante e mandorle pralinate: una vera cuccagna per i piccoli, anche per riempire lo stomaco spesso riluttante verso le pietanze dei grandi.

Stranamente il cielo era di un intenso azzurro che si confondeva col biancore dei monti lontani. Nei prati qualche rada macchia bianca di neve recente. Faceva freddo, ma il sole pungeva gli occhi, già segno di primavera.

I piccoli decisero di andare alla chiesa, la piccola chiesa del paese. In fondo il gran presepe. Poggiati alla balaustra due freddolosi pastori nelle ampie giacche di bianchi velli, ansimanti alle cornamuse. Suono dolce che tenne estasiati i bambini per qualche minuto. Poi via a sistemare i pastorelli in bilico su monti di sughero e muschio. Alla luce rossastra delle candeline, nella capanna di cartone sorrideva il biondo Bambino e all’entrata gli zampognari con le labbra attaccate alle cornamuse mute. Nel cielo blu di carta velina il tremolare delle stelline di latta d’argento.

L’ora cominciò a farsi tarda. Una nebbia sottile incominciò ad avvolgere la massa nera degli alberi accanto alla sagoma grigia della chiesa senza lume. Tenebre sempre più nere coprivano le case del paesello e dalle finestre lontane vibravano lumicini come stelle in una notte cupa. Si intuivano voci dolci, tenui, accorate, di uomini e donne protesi nel mistero.

Toni non arrivava. Nessuno sapeva il motivo di tanto ritardo. Aveva fatto sapere tramite cartolina postale dagli Abruzzi che sarebbe arrivato, neve permettendo, nel primo pomeriggio della vigilia di Natale.

Con la voce tremante di pianto represso la nonna radunò i piccoli intorno a sé e avvio la recitazione di antiche giaculatorie per propiziare l’arrivo del caro figlio. Il più piccolo dei nipotini, come un convolvolo su vecchio muro coperto di muschio oscuro, affondò il minuscolo viso tra le pieghe disfatte sul grembo della vecchia come a cercare il molle tepore di un seno. Col viso quasi esangue, i capelli bianchi fuori dal fazzolettone che le copriva il capo la donna si chinò a pronunciare nel soffio lievissimo d’un bacio la parola più dolce: figlio mio! Il piccolo subito si aggrappò con la manina sottile al suo dito, la guardò in volto, vide che non era quello della mamma sua e subito ritrasse la manina, mentre già il caldo umidore delle lacrime aveva bagnato il ricamo di venuzze azzurre sul piccolo pugno. Gli occhi del piccolo divennero allora per il pianto come lembi di cielo gonfi di pioggia scrosciante e come un fiordaliso sferzato dal vento si dilegua lieve nell’azzurro del cielo, così il bimbo riparò di corsa dalla mamma.

Sospiri frammezzati a singhiozzi, tristezza sui volti, parole accorate era tutto quello che preludiava a una serata tristissima. Il capo ricciuto dei bimbi più piccoli già ciondolava dal sonno, inutilmente le mamme tentavano di tenerli desti con il gioco della tombola o con la promessa dell’arrivo a notte fonda del buon vecchietto che in cambio di castagne e fichi secchi avrebbe lasciato qualche dono.

Con quanta ansia tutti a casa avevano atteso la sera e quanto a lungo lo sguardo di Toni aveva errato in cielo per la lunga distanza.

Solo il fremito delle stelle gli aveva tenuto compagnia e il desiderio rimasto nel cuore di giungere in tempo per celebrare il Natale, dischiusosi ormai alla speranza. Mancavano solo pochi chilometri e si sarebbe tuffato tra i suoi con la passione di un amante troppo a lungo tenuto lontano dalla donna amata. Tutto quello che la vita gli aveva dato sotto forma di dolore l’avrebbe tuffato nella nebbia opaca della malinconia e del ricordo. Ormai dal suo cuore zampillava gioia pura come una vena limpida dalla nascosta roccia. E nella sua voce rotta tra i sassi e affogata tra l’erba, vi era il riso della gioia anche se nel fondo muto dell’animo i lineamenti scomposti del volto dei compagni caduti grondavano il pianto di un sogno ormai morto.

L’ombra cupa del fogliame sembrava tremolare di voci conosciute. Il silenzio pauroso ed infinito del lungo viaggio era diventato dolce poesia, ora che la sua casa appariva piccina in lontananza, nel cielo ovattato di nebbia, al tremulo canto di rari uccelli notturni. Man mano, passo dopo passo, sempre più grande la casa allo sguardo e sempre più gonfio il cuore di gioia. Non gli mancò la voglia di scherzare. Girava carponi intorno alla casa, lo seguiva pian piano stupito, da un salto all’altro, dalla finestra il viso di un bimbetto il quale corse ad avvisare che era arrivato il vecchietto dei doni. Tutti accorsero al portone: urla, grida di gioia, lacrime, abbracci. Toni era finalmente arrivato. Il vecchietto sarebbe arrivato più tardi con i doni. Intanto ebbe inizio la cena.

Adriana Pedicini

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#unasettimanamagica Natale

20 Dicembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica Natale

NATALE

Non v’è parola più dolce più piana

per ogni cuore che attende la speme

di un giorno di trepida pace

di gioia in una notte di Luce.

Ognuno si aggrappa a una stella

che guidi nel cammino alla stalla

dov’è il primo Bambino del mondo

che ogni uomo stupito circonda

di sguardi smarriti e incantati

per l’Amor tante volte donato.

Ognuno s’inchina a quel viso

al tenero e dischiuso sorriso

che affanni e dolori lenisce

e pensieri di bontà suggerisce.

Gloria Alleluia è Natale!

vibra ogni cuore mortale.

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#unasettimanamagica The Christmas diary

19 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #unasettimanamagica

#unasettimanamagica     The Christmas diary

19 dicembre. Brrr, freddo. Mi vesto.
Mutande calde e comode. (Leggi capaci di frenare qualsiasi iniziativa sessuale da parte di lui)
Reggiseno con tripla imbottitura, in grado di emergere da innumerevoli strati d’indumenti.
Maglia di lana pecorina a maniche lunghe.
Maglione a collo alto lavorato a coste giganti con ferri del n 12.
Collant 250 denari.
Cappello peruviano foderato di lapin ecologico.

Mi guardo le mani.
La curvatura delle unghie è da insufficienza polmonare acuta e ci sono inequivocabili striature verticali da eccesso di candeggina. Penso allo smalto Notte di perversione che ho comprato per la sera del 31. Le pagliuzze dorate s’insinueranno nei solchi? La pelle sembra il deserto del Gobi in una stagione particolarmente secca. Non ho tempo di mettere la crema, opto per i guanti.

Mi guardo allo specchio.
Vedo un essere flaccido, dal pallore mortuario, infagottato in un maglioncione informe. Ce la farò a trasformarmi in un’affascinante creatura in tempo per il veglione?
Esco per comprare il regalo alla suocera. (Meglio liberarsi in fretta dei brutti pensieri.)
In vetrina vedo un profumo che costa 40 €. Penso a quando lei mi ha fatto notare che suo figlio meritava di più. Cerco qualcosa da meno.
Esamino una sciarpa da 30 €. Uhm… Mi viene in mente quella volta che lei mi ha annunciato che l’ex moglie di suo figlio cucinava meglio di me.
Propendo per un piatto porta panettone da 20 €, con al centro Babbo Natale che svolazza nel cielo stellato, circondato da cristalli di neve.
Telefono a lui per conferma. Obietta che l’acquisto gli sembra fuori luogo, giacché quest’anno il Natale non lo festeggiamo da sua madre. (Colgo nettamente la nota di disappunto nella sua voce.) A che serve, dice, ormai a mia madre un piatto da panettone? Regalarglielo equivarrebbe a ricordarle la sua perdita di centralità e potere all’interno della famiglia ed a gettarla in uno stato di depressione dal quale riemergerebbe solo ad Aprile con l’organizzazione del compleanno del figlio.
E pensare che a me sembrava solo un piatto da dolce.
A questo punto mi rammento di quella colonia, regalatami dalla zia Severina buonanima tre anni fa, e scaraventata in fondo al cassetto dei calzini. Decido di riciclarla alla suocera e con i 20 € acquisto tre pecorine per il presepe ed un foglio di carta roccia.
20 Dicembre. Compilo la lista degli invitati.

Dunque. Io
Lui
Sua figlia (Anche se a Giugno mi ha detto che il
bikini nuovo mi segnava sui fianchi. Grrr)
Sua madre
Mia madre
Mio fratello
Zia ‘Melia
Zio ‘Milcare
La mia amica Alice. (Il marito è scappato nelle
Filippine con la colf.)

Mentre sto mettendo un punto interrogativo accanto al nome della mia figliastra, nella segreta speranza che non venga, telefona la suocera. Dice che quest’anno avrebbe pensato d’invitarci lei. Rispondo che lo fa da dieci anni. Incalza che ha già preparato l’impasto per i crostini. Replico che io ho già il cappone nel freezer. (Sembra l’ultima scena di mezzogiorno di fuoco.)
Appena riattacco, chiama la zia ‘Melia. Dice che le piacerebbe se andassimo tutti in campagna da lei, quest’anno. Leggi: casa colonica sprofondata nel nulla, stufa a legna rotta dal 1950 e mai riparata, caminetto senza tiraggio, temperatura interna - 15. Rispondo, grazie, ehm, magari l’anno venturo.
Per ultimo, si fa vivo mio fratello. E’ nauseato da tutto questo consumismo, dice, ed il Natale è solo una bieca operazione commerciale. Sta pensando ad un ritiro spirituale in un eremo, con i frati che cucinano cibi biologici e cantano la messa di mezzanotte. Per Capodanno, invece, ha in programma un trekking sull’Himalaya. Gli servirebbe proprio una tenda, aggiunge.
21 Dicembre. Ritelefona la zia ‘Melia. Annuncia che le sono improvvisamente cadute le cateratte e che lo zio ‘Milcare ha la pressione alta. Raccomanda un menù iposodico. Io penso all’enorme prosciutto di Praga che ho appena acquistato, quando chiama l’ex di mio marito. Insiste che, davvero, quest’anno proprio non può fare a meno della sua bambina. (Che ha 22 anni.) Io mi mostro entusiasticamente d’accordo ma mio marito un po’ meno.
Suonano alla porta. Con un sorriso acido, la mia vicina mi regala un’invisibile piantina spinosa dall’aspetto asfittico, punteggiata di finte bacche di pungitopo e soffocata da uno strato di spray dorato. Ringrazio. Stacco dalla porta il vischio dell’anno precedente, lo rinfresco sotto il rubinetto, e glielo sbatto fra le mani con tanti auguri.
22 Dicembre. Chiama la mia amica Alice. Mi tiene due ore al telefono per raccontarmi che il marito dubita, tentenna e forse tornerà pentito per festeggiare il Natale insieme con lei. Simpatizzo e intanto penso alla scatola di fazzoletti a forma di rosa che le ho comprato. Decido di sostituirla con un perizoma di pizzo leopardato.
Insieme al perizoma per Alice, scelgo per la mia figliastra un completino rosso fuoco. Ho la tentazione di chiederlo di tre taglie in più, per darle l’impressione che anch’io la vedo grassa. In un negozio specializzato, acquisto una canadese (nel senso di tenda) per mio fratello. Mi spiegano che trattasi dell’originale usato da Messner durante la scalata del K2.
La monto in salotto per vedere se manca qualcosa e ci trovo dentro una scatola di preservativi. Mentre controllo i tiranti, mi viene in mente che non ho ancora comprato nulla per la zia ‘Melia, poi rammento che non ci vede e lascio stare.
Compiaciutissima, compro per il mio lui una cravatta costellata d’orsetti lavatori travestiti da Babbo Natale, ognuno con un fumetto che gli esce dalla bocca ed urla MERRY CHRISTMAS!! Davvero molto, molto, molto originale.
23 Dicembre. Smonto la canadese per far posto all’albero di Natale. Non riesco a farla rientrare nell’apposita custodia, perciò l’appallottolo e la incarto così com’è, con i picchetti e tutto. Ne risulta il regalo più ingombrante che abbia mai visto. Quando ho finito d’incartare, scopro di aver dimenticato di togliere i preservativi.
Piazzo l’albero di Natale. Due metri e mezzo di puro polietilene. Provo a riagganciare tre rami staccatisi l’anno precedente. Non si attaccano più ed allora nascondo il vuoto contro la parete. Spruzzo ramo per ramo con uno spray all’aroma di pino montano. Ora l’albero sa di pasta d’acciughe e il gatto appare molto interessato.
Intreccio 15 serie di luci intermittenti sperando che magari una si accenda. Non si accende nulla e passo il resto del pomeriggio a cercare i pisellini fulminati. Attacco tutte le palline, (quelle rotte le metto dietro), appendo l’uccellino di vetro di Burano sul ramo più alto, lontano dal gatto. In piedi sulla scala, provo ad infilare il puntale. E’ lungo 55 centimetri ed ha la forma di un inquietante angelo con le ali spiegate. Non ne vuole sapere di stare dritto. Mi faccio prestare un ferro da calza dalla vicina. Me lo porge con l’aria di volermici trapassare. Ancoro il puntale col ferro e con mezzo metro di filo argentato.
24 Dicembre. Supermercato.
Compro.
2 salami, uno a grana grossa uno a grana fine.
6 hg di pancetta.
10 salsicce
½ kg di soppressata
(Il prosciutto di Praga c’è già)

Penso che finalmente farò fuori la suocera ipercolesterolemica, poi mi pento e, all’ultimo minuto, acquisto anche un vassoio d’insalata di mare per lei.

Ed inoltre.
Succedaneo del caviale per il fratello allergico al salmone.
Salmone affumicato per lo zio ‘Milcare allergico al caviale.
Wurstel per mia madre allergica ad entrambi.
Tortellini per brodo. Non li mangia nessuno ma fanno
tradizione.
(Il cappone è già nel freezer dal Natale dell’anno scorso.)
Lenticchie. (Mia madre dice che portano soldi.)
25 Dicembre.

Ore 12. Alla fine sono venuti tutti. Mio fratello ha superato la crisi mistica già all’aperitivo. L’ex di mio marito è partita per i Caraibi con un charter e ci ha telefonato a mezzanotte del 24, chiedendoci dall’aeroporto se potevamo tenere la bambina.
La bambina in questione è nella mia camera, davanti al mio specchio, con l’orecchio incollato da un’ora al mio cellulare, che si pavoneggia nel mio completino, che purtroppo la fa sembrare la sorella bella di Megan Gale. Lei mi ha regalato un paio di culottes rosse con su scritto, “Su con la vita, vecchia mia.”
Col naso paonazzo e gli occhi lucidi, la mia amica Alice affoga i dispiaceri dentro un bicchiere di Martini. Suo marito ha deciso all’ultimo minuto di vedere l’alba del nuovo anno a Manila.

Ore 13,30. Porto in tavola il cappone. Il puntale sceglie questo momento per precipitare e trafiggerlo esattamente nel centro. Il gatto si arrampica sull’albero e massacra l’uccellino di vetro di Burano.

Ore 15,30. La zia ‘Melia ha già rotto, in sequenza, 3 calici di Boemia, 1 insalatiera e 2 caraffe di cristallo di rocca. Adesso sta ciucciando coscienziosamente il torrone, mentre urla nell’orecchio dello zio ‘Milcare, il quale sta cantando a squarciagola Tu scendi dalle stelle.
A capotavola, mio marito propone un brindisi con aria inebetita. Ha al collo cinque identiche cravatte, corredate d’orsetti lavatori che urlano MERRY CHRISTMAS!!
Nell’aria c’è uno strano odore di pasta d’acciughe, datteri col mascarpone e lucine fulminate. Il gatto ha rubato le ossa del cappone e le sgranocchia sotto al tavolino. Amelia singhiozza col naso affondato nello spumante. Mia madre e mia suocera, in fondo al tavolo, si accapigliano per il possesso dell’unico schiaccianoci.
Non so.
Sarà la commozione. Sarà forse lo spirito natalizio, ma sento che mi sta per venire da piangere.

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#unasettimanamagica Natale

18 Dicembre 2013 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #redazione, #unasettimanamagica, #luciano tarabella, #poesia

#unasettimanamagica Natale

Quella che inizia con oggi è una settimana magica: ogni giorno vi proporremo un contenuto in pieno spirito natalizio, sarà come aprire la finestrella di un nostro specialissimo Calendario dell'Avvento!

Tanti auguri da tutti noi.

Cominciamo con due poesie di Luciano Tarabella, una in italiano e l'altra in vernacolo livornese

Natale

Il Natale è una festa fanciulla,

il Natale è un ricordo lontano,

il Natale è mia madre alla culla che mi segna in ginocchio pian piano,

il Natale è una Grotta un po' tetra

e una Sacra Famiglia di pietra.

E' una notte trascorsa in attesa

che s'avveri chissà quale evento aspettando la bella sorpresa

che con poco mi faccia contento perché allora,

nel troppo bisogno, un pupazzo per me era un sogno.

Il Natale cos'è diventato?

Una corsa a comprare il regalo, un'offerta, uno sconto, un mercato

una gara a chi fa più gran scialo, uno spot che ho visto e rivisto

dove comprano e vendono Cristo.

Ma la Pace, purtroppo, non c'è. Se la guerra la fa da padrone

tu, Signore, mi spieghi perché non proteggi migliaia di persone?

Che vuol dir fratellanza, uguaglianza quando l'odio fa grande mattanza?

Il Natale è un affetto lontano,

il Natale è una casa fanciulla

il Natale è mia madre alla culla

che mi dice il rosario pian piano,

il Natale è un antico rimpianto

e una fiaba bambina soltanto.

Come ti sciagatto Ungaretti

'Un ciò mìa voglia di buttàmmi
in un grovìgliolo di strade
ciò un branco di stanchezza sul groppone.
Lasciatemi vì come un troiaio
arronzato in un cantino e dimetìato.
C'è un calduccino che è una bellezza.
E siccome ir caminetto 'un ce l'ho
m'accontento delle 'vattro capriole
di fumo der cardano.

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