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Strampalario di Natale, parte quarta

14 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #unasettimanamagica

Strampalario di Natale, parte quarta

Un allarme antiaereo. Che spaccava i timpani. Quella era la voce di Dino Salamè, dall’altra parte della cornetta. Il direttore della casa editrice aveva alzato il ricevitore dopo almeno venti squilli. Perché la mattina di Natale, alle 7 e 25, lui se ne stava ancora nel mondo dei sogni. Non come quell’insonne pazzo di Salamè. Che ora gli stava urlando nell’orecchio ogni sorta di improperi.

«Disgraziato maledetto! Furfante farabutto!!! Mi vuoi rovinare? Dillo che mi vuoi rovinare! La mia ultima opera! Pidocchioso illetterato! Troglodita! Che se non fosse stato per me, per i miei libri, la “Ca’ Story” non esisterebbe nemmeno! Bandito disonesto! Ladro di polli! Ma con chi credi di avere a che fare? Io ti rovino! Ti rovino, com’è vero che sono Dino Salamèèèè!», e qui lo scrittore, volente o nolente, aveva dovuto prendere fiato.

Il direttore ne aveva approfittato per rispondere a quei vaneggiamenti e a quegli insulti di cui non capiva assolutamente il motivo.

«Ohè, datti una calmata, Dino bello! Di che blateri? Il tuo libro l’abbiamo curato come fosse un neonato. È così che dimostri la tua riconoscenza? È così che apprezzi tutte le notti in bianco passate da me e dagli altri alla casa editrice, perché il tuo libro uscisse per Natale? Buono a sapersi! Sono stufo delle tue lune e delle tue scenate. Se le cose stanno così, rescindo il contratto. Pago la penale e tu ti trovi un altro editore disposto a farti da zerbino. Ma che dico, mica solo da zerbino, anche da lucidascarpe. Elettrico. A spazzole rotanti. Perché è così che ci tratti ormai, pallone gonfiato! E ti ricordo che i soldi per la tua auto decapottabile all’ultima moda, li ho anticipati io. Salda il tuo debito con me o ti trascino in tribunale anche per questo!»,

Dino Salamè, per tutta risposta, prese a ripassare ad alta voce l’albero genealogico per parte di madre del direttore, dall’editto di Costantinopoli ai giorni nostri.

Il direttore non ci vide più. Potevano toccargli tutto. Ma non metter in dubbio l’onestà di sua madre, quella santa donna. Così mentre urlava nella cornetta: «Impìccati, Salamè, buono solo per le frasi nei Baci Perugina!», sentì dall’altra parte Dino singhiozzare disperato: «Non riattaccare, sono sotto assedio!», ma il direttore chiuse la comunicazione.

«È sotto assedio, il coglionazzo deficiente! Tutte se le inventa, quella primadonna isterica!», sbottò il direttore, mentre si accendeva una sigaretta. Poi scostò le tende del soggiorno, guardò in strada, aprì la finestra, urlò all’edicolante in piazza: «Sandro! Portami su i soliti quattro quotidiani! Sbrigati!», si lasciò cadere sul divano e accese la televisione.

In quel momento, mentre scorrevano le immagini del telegiornale del mattino, realizzò il vero significato dell’ultima frase disperata che Dino Salamè aveva esclamato al telefono. Stavano trasmettendo la diretta della protesta che una trentina di lettori avevano già organizzato sotto la casa dello scrittore. Pernacchie, fischi, chi urlava «Scendi giù!», chi invece tuonava, perché voleva che gli venissero restituiti i soldi del libro. E tutti, sventolavano alta sulla testa una copia del libro che aveva una copertina precisa identica all’ultimo lavoro di Salamè. Non fosse stato altro che per il titolo: “Fuffa e ragnatele”.

Il direttore si sfregò gli occhi incredulo. Pensò che si trattasse di una messa in scena, di un fotomontaggio. Guardò meglio, ma l’immagine non accennava a cambiare. Corse nello studio, dove, sul tavolo, rientrato la sera prima dalla presentazione, aveva appoggiato una scatola piena di libri di Dino. Ne estrasse uno. “Fuffa e ragnatele”. Ebbe un giramento di testa e la vista gli si annebbiò. Si sedette. Poi, iniziò febbrilmente a svuotare la scatola, controllando i titoli in copertina. “Fuffa e ragnatele”, “Fuffa e ragnatele”, “Fuffa e ragnatele”, “Fuffa e ragnatele”… Quelle tre parole sembravano lo sbuffo di una locomotiva a vapore che iniziava ad accelerare, le ruote stridevano sui binari, l’albero di trasmissione in acciaio mordeva le traversine, il treno si lanciava in una corsa inarrestabile, da togliere letteralmente il fiato… andandosi a schiantare nel buio più assoluto.

«Sciùr dutùr… cos’è che è successo? Si sente male?»

Il direttore sentì l’odore del dopobarba di Sandro, l’edicolante. Aprì gli occhi e realizzò che era finito lungo e disteso. Sandro, chinato su di lui, gli tastava il polso.

«Vuole che chiami un’ambulanza?»

«Lascia stare, Sandro, un mancamento. Solo un po’ di stanchezza.», ebbe la forza di rispondere.

«Avrà mica sbattuto la testa? Sente male da qualche parte? Guardi, dottore che a me non costa niente chiamare un medico», povero Sandro, non poteva immaginare…

«No, grazie, Sandro, aiutami solo a rialzarmi e a mettermi sul divano. Tutto bene. Un po’ di riposo e poi passa tutto», il direttore si sentiva come uscito da una centrifuga.

«Va bene, come vuole lei. I giornali glieli ho messi sul tavolo. E guardi che quando sono salito, la porta non era mica chiusa a chiave, sa? Faccia più attenzione. Con tutti i brutti ceffi che girano, non si sa mai. Anche se questa volta, nella distrazione è stato un bene che io sia riuscito a entrare, visto che lei non sarebbe riuscito ad aprirmi. Meglio così, va’.», Sandro allungò un cuscino al direttore, perché se lo mettesse dietro alla schiena.

«Sicuro che non devo passare più tardi, per vedere come sta?»

Il direttore fece cenno di no con la mano.

«Al limite le porto un po’ di brodo di cappone che ha fatto mia moglie. Con i cappelletti. Per far sangue e riprendersi meglio.»

Ma il direttore non ne volle sapere. Ringraziò Sandro e gli disse di non preoccuparsi. Che tornasse pure all’edicola, gli spiaceva non poterlo accompagnare alla porta, ma tanto Sandro la strada la conosceva.

«Buon Natale, dottore!», gli disse Sandro, prima di infilare le scale.

«Buon Natale, Sandro. Buon Natale. E grazie», rispose il direttore con un filo di voce.

Meno male che Sandro l’aveva aiutato a sedersi sul divano. Perché quando allungò la mano e prese il primo quotidiano nel mucchio sul tavolo, leggendo il titolo in prima pagina, lo prese la nausea. Mentre il giornale planava sul pavimento, squillò il cellulare. Il direttore ebbe la sbadataggine di rispondere.

Dall’altra parte del filo, qualcuno che sembrava soffrire di adenoidi e che parlava a nome del Padre Priore del Santuario di Bò lo invitava imperiosamente a restituire le statue dei tre Re Magi entro il primo pomeriggio di quella giornata, pena una denuncia per “appropriazione indebita di beni della Chiesa”. Il direttore non ebbe nemmeno il tempo di rispondere. Si sentì il “click” impietoso che terminava la comunicazione.

«E io dove lo trovo un autotrasportatore la mattina di Natale?», aveva chiesto ad alta voce il direttore. Ma parlava solo con se stesso e quando se ne accorse, si avvilì ancora di più.

Forse la televisione gli sarebbe stata d’aiuto per pensare ad altro. La accese, ma sul primo canale un critico letterario ben noto nell’ambiente, stava già montando il caso di “Fuffa e ragnatele”. Raggiunto al telefono dai giornalisti, non gli era parso vero di poter dare fondo alla sua prolissa malevolenza:

«Ho letto “Comete e tripudi”. Prima della “metamorfosi”, diciamo così, poco prima che venisse distribuito. Che dire? Nelle duecentocinquantotto pagine di auto-sbrodolamento – passatemi il termine - che ci ha voluto regalare Salamè, le occorrenze delle parole “comete” e “tripudi” erano, in totale, ben centosettanta. Vi rendete conto? Una cometa e un tripudio ogni pagina e mezza. Ora, non è cambiato solo il titolo del libro. No! Perché queste due parole, rileggendo le pagine nella loro nuova forma, sono state sostituite in tutto il testo! E il risultato è strabiliante! Unico nel suo genere! Salamè, finalmente esce allo scoperto! Sentite qua, cosa scrive già nella prefazione: “Miei cari, fedeli lettori. Questa la mia ultima opera in termini di tempo che ho deciso di donarvi. Piena di “fuffa”, di “ragnatele”. Perché voi, che mi seguite da così tanti anni, che esigete il bello, il sublime, di cui io riesco a permeare le pagine dei miei libri, meritate solo “fuffa” e “ragnatele”. Perché questo siete in grado di capire e apprezzare. Solo questo. Vi sono momenti nella vita in cui un uomo, un vero uomo, deve guardare in faccia alla realtà. Per me, per voi, questo momento è giunto. Fatidico. Ineluttabile. Io so scrivere solo di “fuffa”, perché nella mia vita ho vissuto solo in mezzo a “ragnatele”. Che voglio condividere con voi. Perché anche voi vi muovete tra “fuffa” e “ragnatele”, sin dalla nascita. Solamente, non ve ne siete ancora resi conto. E io voglio sollevare il velo dai vostri occhi. Lentamente, inesorabilmente. Sì, anche voi, anche voi, credetemi, vivete di “fuffa” e “ragnatele”!” … E questa è solo la prefazione! Ma vi rendete conto? Dino Salamè dichiara subito che i suoi lettori sono dei pezzenti ignoranti, come lo è lui, d’altronde! Più che una trovata commerciale, credo che sia una confessione accorata del Salamè, stanco di indossare la maschera dello scrittore illuminato, che peraltro non è mai stato. Una confessione salvifica in extremis… Credo che stia uscendo di scena…»

Il direttore era orripilato. Ma come era potuto succedere? Cosa, soprattutto era successo in quelle poche ore, dalla presentazione del libro alla vigilia, fino alla mattina di Natale?

Spense subito la televisione. Spense il cellulare e staccò il telefono. Avrebbe voluto non esistere più. Dissolversi. Ma non poteva. Iniziò a piangere come un bambino. Si asciugò il naso che gli colava nella manica del pigiama. E si ricordò che l’ultima volta che aveva fatto quel gesto aveva dieci anni. Prima che sua madre gli facesse capire con uno sganassone che solo gli incolti non usano il fazzoletto.

Si ricordò che non aveva ancora fatto colazione. Ma chi aveva voglia di vestirsi, uscire, cercare un bar aperto, la mattina di Natale?

La pendola a muro batté le otto. Era passata solo mezz’ora da quando tutto aveva avuto inizio, ma sembrava fosse passato un secolo. E ora, che avrebbe fatto?

Il direttore tirò un sospiro profondo. Nulla. Non avrebbe fatto nulla. Che andassero tutti al diavolo. Salamè, il Padre Priore, i giornalisti, il critico letterario, i lettori imbufaliti.

«La vita è una sola!», si disse il direttore e aprì la finestra del soggiorno.

«Sandro, Sandro!», chiamò e Sandro fece capolino dall’edicola, «È ancora valida l’offerta del brodo di cappone e dei cappelletti?»

«Glieli porto a mezzogiorno?», chiese l’edicolante.

«Se non è un disturbo per te e per tua moglie… mi farebbe piacere venire da voi a mangiarli…», azzardò il direttore.

«Orpo! Ma certo, sciùr dutùr! Che onore! Certo, saremo in metà di mille, ma dove mangiano diciotto, si mangia anche in diciannove! L’aspetto a un quarto a mezzogiorno, allora, prima della chiusura!», e la testa di Sandro scomparve tra i mucchi di riviste patinate e Settimane Enigmistiche.

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Strampalario di Natale, parte terza

13 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #unasettimanamagica

Strampalario di Natale, parte terza

Corriere della sera

sabato 25 dicembre

Pinocchio è tra noi e augura a tutti Buon Natale

Il Salamé e la sua trovata natalizia (e marchettara) giunge in tempo per le strenne.

C’era una volta… Pinocchio. Ma quella è storia conosciuta.

Novità dell’anno, o meglio di questo Natale: la trovata di Dino Salamè. Il suo nuovo libro “Comete e tripudi”. Titolo eccentrico, iperbolico, al pari della fama del Salamè (anche se un collega giornalista partenopeo è del parere che un titolo così si addica di più a un negozio di fuochi d’artificio). Salamè, scrittore controverso, prolifico, sempre sulla cresta dell’onda. Lui, che si presenta da sé, come ha sempre tenuto a sottolineare, ieri sera, alla vigilia di Natale, era in una famosissima libreria del centro, per presentare la sua ultima fatica. “Comete e tripudi”, appunto, vegliato nientemeno che da tre Re Magi (viva la modestia!).

Ma che sorpresa, questa mattina, per i fan di Salamè e per chi, tra il pubblico, ha acquistato una copia del libro.

Nottetempo, chissà per quale magia, il titolo sulla copertina si è trasformato. Non più “Comete e tripudi”, bensì “Fuffa e ragnatele”. Che, tutto sommato, crediamo ben più consono al contenuto e al tenore del libro.

Finalmente, Salamè!

Hai avuto il coraggio di dichiararti. Produttore di fuffa e abbindolatore di lettori, gigione incallito, affabulatore, Narciso della carta stampata. Questo diranno di lui i detrattori.

Noi di lui diciamo: “Gran volpone”!

Siamo certi che grazie a qualche diavoleria tecnologica e tipografica, hai fatto in modo che il titolo, a distanza di poche ore dalla presentazione, cambiasse - in meglio, perché più calzante, secondo noi. Così, dopo Santo Stefano, quando riapriranno le librerie, ci sarà la fila per accaparrarsi il tuo libro. E gran volponi quelli della casa editrice Ca’ Story, primo fra tutti il direttore, che da tempo si batte perché all’editoria venga riconosciuto il grande compito morale di diffondere la cultura. A lui noi chiediamo: ne sei proprio sicuro? Con questa trovata del “titolo cangiante”, quanti soldi andranno a rimpinguare le casse della Ca’ Story, che, negli ultimi anni, ha fatto del suo cavallo di battaglia Dino Salamè. Sempre e solo Dino Salamè. L’asso pigliatutto. Il Varenne dell’editoria, tanto che tutti gli altri autori cercavano di darsela a gambe levate, se non, addirittura, venivano messi alla porta, dopo essere stati vessati dalla primadonna Dino Salamè. Direttore, Direttore, e questa la chiami cultura? Mezzucci di chi considera i suoi lettori soltanto dei gonzi… Che vergogna! Anche se, certo, riempirete i cassetti di banconote. O forse no. Chissà. E tu, Dino Salamè, hai mai pensato che, magari, per una volta, il pubblico vorrà ragionare con la sua testa? E riflettendo sul fatto che c’è chi si permette di cambiare le carte in tavola (e i titoli di un libro), forse ti ammirerà di meno e ti lascerà un poco di più nel tuo brodo. Da solo.

Come un Pinocchio in una vasca da bagno. E si sa che al legno l’acqua non giova.

Buon Natale a tutti i Pinocchi! P.B.

Continua

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Strampalario di Natale, parte seconda

12 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #racconto, #unasettimanamagica

Strampalario di Natale, parte seconda

Da Pasiele a Dio

25 dicembre, ore 1:30

Caro Signore, prima di tutto buon Natale!

Eccoci qua. Come ci avevi chiesto, ti scriviamo. Scrivo io per tutti e due.

Abacùc si è steso sul letto e sta guardando il soffitto. È un po’ stanco, perché siamo tornati tardi, ma è stata una serata bellissima. Siamo stati in una libreria del centro. C’era una presentazione di uno scrittore (Abacùc lo ha definito “pifferaio magico” e “trombone sfiatato”, e un po’ ha ragione) che si credeva un Re Magio e non sapeva che i tre Savi a quest’ora erano ancora in cammino. Mica erano ancora arrivati alla mangiatoia. Ci sarebbero arrivati il 6 gennaio. Io ho cercato di dirlo subito all’inizio. Pensa che in sala c’erano persino tre statue dei Re Magi!! Ma nessuno ha risposto quando ho parlato io. Comunque. Lo scrittore, che si chiama Dino Salamè (che nome!) parlava e parlava e non la smetteva. Parlava solo di se stesso e del suo libro (si intitola “Comete e tripudi”) e la gente lo applaudiva. Ma il bello è venuto dopo, quando c’è stato il rinfresco, alla fine di quella noiosissima presentazione. Abacùc mi passava i panini al latte imbottiti con il prosciutto crudo e per sé aveva riempito un piatto di tartine al salmone e ai gamberetti. Mi stavo pulendo la bocca dalle briciole, quando si è avvicinato un signore che si è presentato come “ragionier Mariano Righetti”. Vedessi che bellissimo orologio ha nel taschino del panciotto! Il ragionier Righetti ha fatto i complimenti ad Abacùc, dicendogli che aveva un figlio molto sveglio. Così piccino e già conosceva la storia della Notte Santa e capiva tante cose. Credeva che fossi il figlio di Abacùc, visto che sono piccolino. Noi abbiamo fatto finta di niente, naturalmente. Abacùc si è messo a parlare con il ragioniere, che sembra conoscere bene Dino Salamè. Lo conosce bene, ma non lo apprezza per niente. Così mi è sembrato, da quello che diceva di Salamè. Però, ha subito aggiunto a mezza voce: «Nonostante tutto mi dà da mangiare.» Così, io gli ho allungato un panino al prosciutto: «Una volta tanto si faccia dare da mangiare da qualcun altro.», ho detto e lui ha riso. Mi ha accarezzato la testa e ha chiesto ad Abacùc: «Ma questo bimbo così educato e sveglio, cosa sa fare di bello?»

«Sa distinguere i sogni belli da quelli brutti e fasulli.», ha risposto Abacùc orgoglioso, ma con un ghigno strano. E il ragionier Righetti, sgranando gli occhi, ha risposto: «Veramente?? Quasi quasi mi è venuta un’idea…»

Anche il ragionier Righetti è un tipo sveglio, sai? Sveglio e simpatico. Ma questo te lo racconto nella prossima lettera. Mi si chiudono gli occhi dal sonno.

Per intanto ti mandiamo i nostri saluti e tanti bacetti natalizi. Ciao.

Tuoi Pasiele e Abacùc

Il ragionier Mariano Righetti era davvero un tipo sveglio. E quel bambino, così curato nell’abbigliamento – al contrario del padre, un tipo un po’ bohémien con quel codino e quel giaccone frusto – gli era piaciuto sin da subito. Più che rappresentare la voce dell’innocenza, quel bimbo era davvero arguto, e che proprietà di linguaggio, nonostante i suoi pochi anni! Forse cinque al massimo, aveva valutato, squadrandolo, il ragioner Righetti. Quando poi il padre gli aveva rivelato che sapeva distinguere i sogni belli da quelli brutti e fasulli, beh, il ragioniere era andato a nozze, come si dice.

Li aveva subito invitati a raggiungere il tavolo dove erano appoggiate le pile del libro “Comete e tripudi” di Dino Salamè, aveva preso una copia, l’aveva porta al bambino e gli aveva chiesto: «Tu che distingui i sogni, dimmi un po’ – che tipo di sogni ci sono in questo libro?»

Già, perché il ragionier Righetti, impiegato da trentasette anni nell’amministrazione della casa editrice “Ca’ Story” e promosso a direttore amministrativo otto anni prima, ne aveva visti di scrittori. Di ogni tipo. Aveva contabilizzato di tutto e ne aveva lette di cotte e di crude. Ma, nonostante tutto, era ancora convinto che il vero scrittore non potesse fare a meno di far colare i suoi sogni nella bottiglietta dell’inchiostro con cui poi avrebbe scritto le sue storie. E dunque, i sogni che avrebbero impregnato le righe di un libro sarebbero stati la cartina al tornasole dell’anima – e delle qualità umane - dello scrittore stesso.

Il bimbo dal cappottino blu prese il libro, sfogliò le pagine al contrario, sentì palpitare i sogni di Dino Salamè sotto alle sue mani, ci pensò un attimo e affermò decisamente: «Fuffa e ragnatele.»

«Spiegati meglio…», disse Abacùc.

«Questi non sono sogni.», Pasiele ne era convintissimo, «Sono fuffa. E sono ragnatele. Quelle spesse, grigie e polverose. Che ti si appiccicano ai capelli, quando entri in cantina… Insomma, fuffa e ragnatele! Non ci sono altre parole per descrivere questi sogni!»

Il ragionier Righetti non credeva alle sue orecchie. Davvero quel bambino era in grado di riconoscere i sogni? Lui, che aveva letto “Comete e tripudi” poteva affermare che il bimbo aveva ragione. Quel libro conteneva solo della gran fuffa, come tutte le altre opere del Salamè, d’altronde. Ma questa più di tutte. Fuffa. Fuffa e poi ancora fuffa. L’abbinamento con le ragnatele, però, al ragioniere era parso geniale. Addirittura “soprannaturale”, se avesse dovuto usare un termine alla Dino Salamè.

Ciò nonostante, Mariano Righetti, uomo tutto d’un pezzo, non volle farsi prendere da facili entusiasmi e decise di fare un’altra prova, per verificare che quel bimbo e suo padre non fossero due mistificatori. Così, il ragioniere andò verso lo scaffale di letteratura classica, prese un libro e, di nuovo, lo porse a Pasiele.

«In questo che sogni ci sono?», chiese, cercando di celare la sottile apprensione che iniziava a provare, pensando alle doti di quel bambino.

Pasiele si rigirò il libro tra le mani, lo aprì a metà, lo richiuse, ne accarezzò la copertina e disse, con gli occhi che gli brillavano: «Ma questi sono sogni pirotecnici!»

«Come? Come?», Mariano Righetti prese una sedia e si accomodò, fissando Pasiele, «Che vuoi dire?»

«Come i fuochi d’artificio visti da una barchetta sul mare. Di mille colori, a cascata, a stella, che piovono nell’acqua e si moltiplicano specchiandosi… anche se ci sono certi botti da far tremare le finestre!»

«Che libro è?», si intromise Abacùc.

«L’Orlando Furioso… il bambino ha azzeccato di nuovo…», rispose Righetti incredulo.

«Gliel’avevo detto io!», e ad Abacùc iniziò a frullare in mente un’idea. Fu quasi lì lì per fare un cenno a Pasiele, perché voleva parlargli a tu per tu di quello a cui aveva pensato, quando il ragioniere, che era corso nella sezione dei libri per bambini, riapparve con un libro dalla copertina gialla e viola.

«Aspettate, solo un attimo ancora! Ecco qui, dimmi, dimmi che sono curioso…», Righetti porse il volume a Pasiele e trattenne il fiato.

«Ma qui, ma qui… ci sono le montagne russe, i lecca-lecca e la musica degli organetti!», Pasiele strinse a sé il libro. Non gli era mai capitato di trovare un sogno così bello in tutti quegli anni.

Righetti, per un attimo, si sentì quasi mancare. Non credeva potesse essere vero. Tre su tre. Il bambino aveva azzeccato tutti e tre i libri. O era un mostro o era un’anima davvero speciale. Chissà se il padre era consapevole fino in fondo delle capacità di suo figlio, visto che se ne stava lì, come impalato, a rimirare il bambino con un sorriso strano. Poi, però, il ragioniere capì che era tutto vero.

«Vorrà dire che questo libro te lo regalo io! Te lo leggerà il tuo papà. È un bel libro. È come dici tu. Montagne russe, lecca-lecca, organetti…», e il ragionier Mariano Righetti infilò nella tasca del cappottino di Pasiele una copia de “Le avventure di Tallerino”.

Pasiele sorrise e si toccò la tasca. Ringraziò con un filo di voce, poi chiese ad Abacùc e al ragioner Righetti se era rimasta ancora qualche tartina con i gamberetti. Aveva ancora un po’ fame.

Fin qua mi sembra che tutto fili liscio. La storia, intendo.

A proposito, i lettori più attenti e puntigliosi ora staranno pensando che il ragionier Righetti il libro lo ha infilato in tasca a Pasiele, dicendogli che glielo regalava, ma mica l’ha pagato. Bella forza, il ragioniere. No, no, vi assicuro, Mariano Righetti non ha mai fatto cose del genere. Solo che aggiungere nel capitolo una frase del tipo “il ragionier Righetti chiese a Pasiele di restituirgli il libro per un attimo, raggiunse la cassa, lo pagò e lo porse felice al bambino”, mi dite voi cosa aggiunge alla storia? O cosa toglie? Già, perché sempre nei corsi di scrittura e narrazione una delle domande amletiche che dicono lo scrittore si debba porre è: “Ma questo fatto aggiunge qualcosa alla mia storia? Oppure toglie qualcosa?” e se la risposta è “no” a entrambe le domande, allora si può tralasciare.

Comunque, fidatevi. Il libro, il ragionier Righetti l’ha pagato. In contanti. “Le avventure di Tallerino” - chissà poi se esiste davvero un libro con un titolo così.

Ma torniamo a noi. La dote di Pasiele ha spiazzato il ragioniere. E ad Abacùc è frullata in testa un’idea. Sta scritto sopra, ma Abacùc non è riuscito a spiegarla a Pasiele. Sono stati interrotti sul più bello dalla terza prova del ragioniere, dal regalo (con pagamento avvenuto, ma omesso nella storia), dalle tartine ai gamberetti. Ma non è finita qui.

Il ragionier Righetti, visto e considerato che la libreria si stava ormai svuotando, perché tutti dovevano correre alle tavole imbandite per il cenone di Natale, ha proposto a Pasiele e ad Abacùc di fare un giretto in centro e poi andare alla messa di Natale. I due non se lo sono fatto dire due volte. Certo che avevano voglia di vedere il centro e poi andare in chiesa. Anche se al ragioniere, Abacùc era sembrato un poco fra le nuvole, distratto.

Aveva ragione Righetti. Abacùc stava ripensando anche al fatto che nessuno, nemmeno a presentazione finita, si era avvicinato a Pasiele, per dirgli qualcosa in merito alla sua osservazione sui Re Magi. Che poi era la verità. E anche se Abacùc, dall’alto del suo disincanto, sapeva bene che le cose andavano a finire così nella vita reale, provava dispiacere per il suo amico.

«E poi, non si fa finta di niente quando qualcuno dice qualcosa», questo aveva detto Pasiele all’inizio della presentazione di quel bellimbusto. Più ci pensava, più ad Abacùc spiaceva. E l’idea che aveva iniziato a frullargli nella testa, era diventata più nitida, più chiara, soprattutto quando si erano seduti in chiesa.

«Altro che non rispondere all’angelo riordinatore di sogni Pasiele... Caro Dino Salamè… buon Natale!» e Abacùc aveva iniziato a fissare il ritratto di San Michele posto sopra all’altare della chiesa. Aveva fatto così per tutta la durata della Santa Messa. Come fosse in trance.

«Stai bene?», gli aveva chiesto un po’ preoccupato Pasiele all’uscita.

«Mai stato meglio!», aveva risposto Abacùc con un sorriso strano. E si era sistemato il collo del giaccone con un gesto da attore consumato. Faceva freddino ed era ora di rientrare a casa, ma il ragionier Righetti, da vero signore, chiese se loro due avessero avuto voglia, per Santo Stefano, di pranzare a casa sua.

«Che bello, un invito!», aveva esclamato Pasiele.

«Praticamente, ragioniere, avrà capito che questa frase equivale a un sì da parte di noi due!», aveva aggiunto Abacùc, stringendo felice la mano di Mariano Righetti.

Sulla strada verso casa, Pasiele aveva ricordato ad Abacùc che avrebbero dovuto scrivere al buon Dio.

«Anche per fargli gli auguri di Natale.», aveva aggiunto timidamente.

«Fallo tu, io sono troppo stanco.», aveva risposto Abacùc che, appena entrato a casa, si era subito buttato sul letto, iniziando a fissare il soffitto, per rilassarsi.

Proprio come aveva scritto Pasiele nella lettera del 25 dicembre, alle ore 1:30 del mattino.

Era davvero stanco Abacùc. Sfinito. Si era concentrato così tanto durante la passeggiata in centro e poi in chiesa, fissando il ritratto di San Michele sopra all’altare.

Ma era inevitabile. Certe cose ti affaticano. Però ce l’aveva fatta.

E poi, lo sappiamo tutti che i giornali il 25 dicembre sono in edicola. È a Santo Stefano che i giornalisti e le rotative fanno festa. Abacùc era riuscito a organizzare tutto per tempo.

Continua

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Il museo dei presepi

11 Dicembre 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #unasettimanamagica, #postaunpresepe

Il museo dei presepi

Cari amici,

due giorni fa, come vi abbiamo detto, il profilo Facebook del blog è stato chiuso.

Ieri un problema di Overblog ci ha impedito di condividere su Facebook i nostri post.

Confidiamo nella vostra pazienza e nel vostro sostegno.

E ora veniamo a noi.

Grazie alle foto di Flaviano Testa , oggi vi presentiamo il museo del presepe.

Il museo è stato realizzato nel 1961 dalla famiglia Rogati.

Autore: l'architetto spagnolo Juan Mari Oliva, insieme ad Angelo Stefanucci, presidente dei presepi d'Italia.

Il museo dei presepi
Il museo dei presepi
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Strampalario di Natale, parte prima

10 Dicembre 2015 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #unasettimanamagica, #racconto

Strampalario di Natale, parte prima

Cari amici, buongiorno

per il momento Facebook ha oscurato il profilo del blog, Signora dei Filtri, sul quale avevamo più di tremila amici. Ci chiedono conferma d'identità, ma, trattandosi di un blog e non di persona fisica, non possiamo fornirla, ovviamente.

Potete contattarci tramite il modulo del blog stesso, direttamente sulla pagina ufficiale, o via mail all'indirizzo ppoli61@tiscali.it

Oppure potete chiedere l'amicizia all'amministratrice del blog

Patrizia Poli.

Se potete, condividete questo appello per i nostri tremila fedelissimi dispersi.

Grazie e Buone Feste a tutti.

Inizia con oggi, per noi di signoradeifiltri, il periodo più magico e incantato dell'anno. Natale ci piace, pur con tutte le sue contraddizioni, perché non siamo snob - Dio ce ne scampi - siamo nazionalpopolari e pure un po' bambini dentro.

Da oggi l'argomento sarà tutto dedicato alle festività, col nostro mitico hashtag #unasettimanamagica.

Si comincia con la prima parte di un racconto "strampalato" di Patrizia Bruggi.

STRAMPALARIO DI NATALE

«I Re Magi erano ancora in viaggio alla vigilia di Natale. Non erano ancora arrivati a destinazione!»

La frase si era levata dalle ultime file.

Lo scrittore si era irrigidito e aveva allungato il collo, stretto in una cravatta nuova di zecca e alla moda, per vedere chi, tra i presenti, se ne era uscito con quell’osservazione sfacciata che, tutto sommato, lasciava il tempo che trovava (secondo lui).

«I tre Re Magi…», aveva ripetuto la vocina. E sopra le teste del pubblico aveva fatto capolino un personaggio strano. Si era messo in piedi sulla sedia, lui, così piccolino di statura, per farsi vedere meglio e aveva indicato con la sua manina grassoccia le statue dei Re Magi che lo scrittore aveva voluto fossero messe sul palco, proprio alle sue spalle. In occasione della prima presentazione del suo nuovo libro alla vigilia di Natale, nella libreria del centro, la più lussuosa - e alla moda, come la cravatta che portava lo scrittore quella sera.

«Chi ha fatto entrare quel nanerottolo?», lo scrittore si era voltato bisbigliando verso il direttore della casa editrice “Ca’ Story”. Ma il direttore, senza nemmeno fare un piega, aveva continuato a fissare il pubblico sorridendo.

Alt, fermi un attimo. Ora vi chiederete: «Ma questa cosa vuole? Perché mi sta trascinando a forza in una storia che non conosco? Così, senza che nessuno le abbia chiesto nulla. E oltre a esserci trascinato a forza, non so nemmeno se è una storia che mi piacerà. La storia, poi, è lunga, corta, noiosa? Quanto tempo dovrò impiegare per leggerla?»

“Keep it simple and complete”, dicono gli inglesi invitando, nelle tecniche di comunicazione, a mantenersi semplici ed esaustivi. Lo so, lo so, viviamo di fretta, esigiamo che le informazioni siano rapide. La nostra soglia di attenzione (e concentrazione) è diminuita parecchio. Forse resiste solo per qualche minuto e io, io sto già divagando. E forse voi, voi, vi state innervosendo (se non avete già smesso di leggere del tutto).

Ma questo, come avrete potuto leggere dal titolo, è uno “Strampalario di Natale” e, dunque, ci saranno cose strampalate, ci sarà un Natale…

Adesso non ditemi che non ve l’avevo detto. Mi sono pure messa di buzzo buono per cercare un titolo che potesse essere esaustivo (il “complete” degli anglosassoni di cui sopra!), così da non riservarvi brutte sorprese. E poi, scusate, ma voi, quando vi regalano qualcosa, state lì a questionare con il pacchetto in mano, facendo mille domande a chi vi ha usato la cortesia di farvi un regalo, oppure non ponete tempo in mezzo e scartate il pacchetto?

Ecco, io vi ho regalato una storia. Quanto basta. Ora tocca a voi scartarla, se avete voglia. Altrimenti, per favore, rimandatela al mittente, giusto così, tanto per sapere. Perché fare finta di niente non è mai bello (ne parla pure questa storia) e per chi scrive lo è ancora meno. Ah dimenticavo: fare finta di niente non è nemmeno educato. E chi scrive se lo ricorda.

Ora, il direttore della “Ca’ Story” aveva già notato il “nanerottolo”, come lo aveva chiamato nella sua ira bisbigliata lo scrittore. Lo aveva notato nel preciso istante in cui era entrato in libreria, accompagnato da uno spilungone con il codino e con addosso un vecchio giaccone da marinaio. Il “nanerottolo” che indossava un cappottino di panno blu con il colletto in velluto, delle calzette rosse e degli scarponcini blu, non era un nano. Questo il direttore l’aveva capito subito. Anche se lui, di nani, non è che se ne intendesse più di tanto. Piuttosto gli era sembrato un bambino-adulto. Uno di quei bambini che, chissà come, sapevano già tutto della vita, perché erano riusciti inspiegabilmente a vederne tutto il buono e il cattivo appena venuti al mondo, con il primo battito di ciglia.

Lo spilungone che teneva per mano il bambino-adulto, invece, gli aveva dato subito l’impressione di quegli eterni scanzonati, per i quali, qualsiasi cosa accada, una soluzione si trova sempre.

Ma si era ben guardato dal farlo notare allo scrittore, perché i cinque minuti precedenti la presentazione dell’ultimo libro del grande e celebratissimo Dino Salamè si potevano sicuramente paragonare ai cinque minuti precedenti lo sbarco in Normandia, in quanto ad agitazione e nervosismo.

Bisogna sapere che Dino Salamè era profondamente convinto che uno scrittore del suo calibro recasse, in ogni sua opera, la lieta novella ai lettori. Per questo aveva fatto il diavolo a quattro per organizzare la presentazione alla vigilia di Natale e si era fatto espressamente inviare dal Sacro Monte di Bò, nelle Alpi Pennine, le statue ad altezza “soprannaturale” – come amava dire lui – dei tre Re Magi – dietro lautissimo compenso ai padri del Monastero di Serracorta di Bò versato dalla casa editrice. Proprio i tre Re Magi e nessun’altra statua, perché, quando erano iniziati i preparativi per la presentazione, tre mesi prima, aveva spiegato al direttore: «I miei scritti sono oro, incenso e mirra per le menti dei miei lettori!»

Così, nei cinque minuti precedenti la presentazione, Dino Salamè aveva misurato il palco in lungo e in largo, controllando la posizione delle statue dei Re Magi, facendole spostare ora di un millimetro più avanti, ora di un millimetro più indietro, controllando che i faretti illuminassero a dovere le statue, certo, ma che illuminassero lui al meglio. Finché, una volta che il pubblico si era accomodato e la sala si era riempita, il direttore aveva bisbigliato in modo suadente: «Dino, Dino… direi che possiamo incominciare.»

Dino Salamè non era il tipo di scrittore che permetteva ai proprietari delle librerie o ai direttori editoriali di formulare preamboli o introduzioni in occasione delle sue presentazioni.

«Io mi distinguo. Come il torero nell’arena.», amava sempre ripetere Dino Salamè nelle interviste, «Ma, a differenza della corrida, io non ho bisogno dei banderilleros! Io affronto il toro e il pubblico con cuore traboccante, mente vigile e sicura, ma senza premesse. Io mi presento da me!»

Quest’ultima frase gli era valsa una battuta che ricorreva spesso ai piani bassi della casa editrice, battuta che Salamè, dall’alto del suo ingegno, avrebbe considerato da quattro soldi, ma una battuta davvero fulminante. Tutte le volte che Dino arrivava a bordo della sua decappottabile sportiva - all’ultima moda, come la cravatta e la libreria del centro - il responsabile amministrativo della casa editrice - il ragionier Mariano Righetti – affacciandosi alla finestra, estraeva dalla tasca del suo panciotto l’orologio a cipolla e, guardando l’ora, annunciava agli impiegati: «È arrivato Salamè, quello che si presenta da sé.»

Anche quella sera il copione era stato rispettato alla lettera.

Dino Salamè aveva esordito con un: «Cari, quanti siete. Quanti. Sono commosso. Commosso e onorato. In questa santa notte… Pace, pace in terra agli uomini di buona volontà. Io vi reco la buona novella. La mia novella. La mia ultima fatica. Come i tre sapienti che vigilano alle mie spalle, questa sera, alla vigilia del Santo Natale, io vi reco doni modesti, inusuali, ma estremamente preziosi. Le mie parole. Nella speranza che siano per voi come la cometa, che, più di duemila anni fa, ha indicato la strada ai tre Re Magi.»

A quel punto il bambino-adulto era salito sulla sedia e aveva pronunciato la frase: «I Re Magi erano ancora in viaggio alla vigilia di Natale. Non erano ancora arrivati a destinazione!»

Era seguito il bisbiglio risentito di Dino Salamè e il sorriso impassibile del direttore che, con maestria, aveva preso la palla al balzo. Facendo finta di non avere sentito - né visto - il bambino-adulto, il direttore aveva esclamato: «Un bell’applauso per il nostro Dino. Vi posso assicurare che il suo ultimo libro brilla già più di una stella nel firmamento editoriale! Molto più di una cometa. Mio caro Dino…», e, rivoltosi con uno sguardo benevolo verso lo scrittore, aveva proseguito, «la tua innata modestia ti fa onore, ma credimi, astri come questi», e aveva alzato il libro di Dino Salamè, sventolandolo verso il pubblico, «se ne vedono uno ogni mille anni!».

E tutti, contagiati dall’entusiasmo del direttore, avevano applaudito fragorosamente. Tranne quei due tipi strani, seduti nelle ultime file. E un signore distinto, che sedeva in fondo a destra, con un bellissimo orologio infilato nel taschino del panciotto.

Lo spilungone col codino aveva tirato il bambino-adulto per la manica del cappottino blu.

«Siediti, che tanto non ti dà retta nessuno. Non vedi? Stanno andando tutti dietro a quei due pifferai magici. Lascia perdere!»

Il bambino-adulto si era rimesso a sedere malvolentieri.

«Però sai che ho ragione. Alla vigilia di Natale, i Re Magi erano ancora in viaggio. Sarebbero arrivati per l’Epifania. E poi, non si fa finta di niente quando qualcuno dice qualcosa.», aveva risposto deluso.

Lo spilungone gli aveva fatto notare che in quel luogo, quella sera, con quelle persone, la verità avrebbe avuto mille facce e sarebbe stata manipolata a piacimento, come un panetto di DAS. Inutile dire le cose come stavano – o meglio come tutti sapevano che erano andate. Nessuno l’avrebbe ammesso. Dunque, meglio godersi lo spettacolo. Tanto più che poi ci sarebbe stato il rinfresco.

A questo punto, qualcuno di voi si sarà chiesto da dove saltino fuori uno spilungone e un bambino-adulto. Perché che saltino fuori da una storia le statue dei Re Magi del Santuario di Bò, uno scrittore tutto pieno di sé, un direttore e un pubblico in una libreria del centro per una presentazione alla vigilia di Natale, è cosa abbastanza usuale. O no…?

Eccovi accontentati. Il bambino-adulto e lo spilungone si può dire che sono e non sono. Mi spiego meglio. Lo spilungone è in viaggio premio. Il bambino-adulto lo accompagna e ha il compito di controllare che non faccia pasticci sulla terra. Avete letto bene. Perché loro due vengono da un’altra dimensione. No, non sono alieni. Sono angeli. Il che, dati i tempi che viviamo, potrebbe equivalere alla stessa cosa. Ma non è così. Sono semplicemente due angeli – semplicemente per modo di dire. E il fatto che siano sulla terra alla vigilia di Natale, è solo un caso. Nulla di prestabilito. Nulla a che fare con il loro ruolo nella festività.

Ora devo chiedervi un po’ di pazienza, perché devo spostare il “piano della storia” - come si dice nelle migliori scuole di scrittura e narrazione - su un altro livello. Un livello “soprannaturale”, direbbe Salamè, e in questo caso avrebbe ragione.

Lo spilungone, prima di diventare spilungone con il codino e il vecchio giaccone da marinaio, era un angelo di lungo corso. Il suo nome era Agàf, ma si faceva chiamare da tutti Abacùc, come il profeta. Perché quel nome gli era piaciuto sin dall’inizio e perché il profeta gli stava simpatico. Agàf – Abacùc vantava una carriera trentennale come angelo controllore di volo dei custodi (intesi come angeli custodi). Ne regolava le destinazioni, i decolli e gli atterraggi. Si muoveva tra rotte, mappe celesti, messaggi in codice e spazi eterei. Finché un bel giorno, aveva chiesto un’udienza straordinaria a Dio e, al suo incommensurabile cospetto, aveva solamente detto: «Buon Dio, fammi vedere dell’altro!»

Il buon Dio, che tutto sapeva e conosceva, non era certo arrivato impreparato all’incontro. Già da qualche mese continuava a scrutare nel pensiero dell’angelo controllore. E aveva letto chiaramente il desiderio di vedere qualcosa di più di tratti celesti, costellazioni e percorsi tortuosi tra le nuvole. Tanto più che l’angelo controllore, un po’ per noia, un po’ per attirare l’attenzione su di sé, aveva iniziato a essere un po’ troppo scanzonato. Capitava a volte che nei messaggi che impartiva ai custodi in volo usasse un frasario poco consono al suo ruolo e all’ambiente in cui si trovava. Diceva cose del tipo: «Custode 12, Custode 12, attento a non spiattellarti contro la nuvola a forma di elefante sulla tua destra! Custode 45, sei in ritardo, dacci dentro con le ali, mi sembri un tacchino!». Inoltre, aveva iniziato a trasmettere degli stacchetti pubblicitari inventati sul momento che tutti, da San Pietro all’ultima anima appena arrivata, potevano sentire in filodiffusione. Cose del tipo: «Volate Paradise, le linee aeree per i più buoni!», oppure «Un volo per tutte le destinazioni, Abacùc Wings!» e via dicendo.

Dio, che in questi casi preferiva sempre pazientare, raccogliere informazioni e aspettare al varco, quando si era trovato davanti l’angelo controllore di volo che gli aveva chiesto di fargli vedere dell’altro, aveva già pronta la risposta.

«Agàf, Agàf… che ti fai chiamare Abacùc, come il profeta… Certo che ti faccio vedere dell’altro. Ti regalo un viaggio premio sulla terra. Dalla vigilia di Natale a San Silvestro. Sette giorni in carne e ossa tra gli umani

L’angelo controllore abbozzò un sorriso al pensiero di quel viaggio, sorriso che però gli rimase appeso alle labbra, quando sentì pronunciare il “Ma” divino: «Ma, visto e considerato che negli ultimi tempi mi sei sembrato un poco troppo leggero nei toni, ti farò accompagnare. So già da chi. Qualcuno che vigilerà su di te, in modo che il tuo essere scanzonato non ti sia di danno sulla terra.»

Così, Abacùc il giorno della partenza per il viaggio premio, vide arrivare il piccolo Pasiele, incaricato di seguirlo in quei sette giorni terreni.

Non aveva scelto a caso, il buon Dio. Pasiele era un angelo piccolo come un bimbo. Un angelo riordinatore di sogni. Bisogna sapere che i sogni degli umani, sogni belli e brutti oppure incubi tremendi, al primo sorgere del sole, vanno a nascondersi nelle cantine o nei solai, per riappropriarsi poi del sonno degli uomini, una volta calata la notte.

Pasiele aveva il compito di girare le soffitte e le cantine e scovare tutti i sogni che si erano nascosti, fare una cernita, prendere i sogni peggiori e distruggerli, lasciando che rimanessero solo i più belli. Così, con calma, rigore e ordine, si aggirava per i sottotetti o nelle cantine, tra mucchi di cianfrusaglia o scaffali in metallo e scatoloni sigillati. Quando il suo udito finissimo percepiva il battito dei sogni, Pasiele allungava la sua manina grassoccia, prendeva in mano il sogno e, se si trattava di un brutto sogno, esclamava: «Uh! Un sognaccio! Che spavento!» e lo infilava nel sacco che portava a tracolla, se invece era un bel sogno, diceva: «Con questo vorresti dormire cent’anni!» e lo rimetteva al suo posto, perché continuasse ad animare il sonno degli umani. Una volta riempito il sacco, Pasiele correva in strada - non visto, naturalmente, era un angelo! - e raggiungeva la periferia della città, dove, attorno a dei bidoni nei quali bruciava di tutto, se ne stavano un mucchio di persone per riscaldarsi. Proprio in quei bidoni finivano i sognacci raccolti da Pasiele, che avevano almeno il vantaggio di ardere tutta la notte e riscaldare un poco di più quei poveretti.

Appunto per questo Dio aveva voluto che ad Abacùc lo scanzonato stesse accanto, nel suo viaggio terreno, Pasiele, candido e ordinato, in grado di riconoscere, e separare, il buono dal cattivo nei sogni e nelle cose.

Ecco, questa la digressione, l’altro “piano della storia” sul quale dovevamo necessariamente spostarci per capire chi fossero lo spilungone e il bambino-adulto. Ah, dimenticavo di dirvi una cosa - l’aspetto e l’abbigliamento con il quale tutti e due erano scesi sulla terra, Abacùc e Pasiele l’avevano espressamente scelto, non senza che Dio, sentite le loro richieste, avesse scosso il capo e rivolto gli occhi al cielo. Ma chi era lui per negare un codino e un vecchio giaccone da marinaio ad Abacùc e un cappottino blu con il colletto in velluto, delle calzette rosse e degli scarponcini a Pasiele? Così, esaudite le loro richieste, raccomandò loro di scrivere ogni tanto, augurò loro buon viaggio e li spedì in carne ed ossa sulla terra, per un viaggio premio di sette giorni.

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Gli auguri della redazione

31 Dicembre 2014 , Scritto da Redazione Con tag #unasettimanamagica

Gli auguri della redazione

La redazione augura a tutti i lettori:

BUON ANNO !!!!!!!!

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La parola al pastore di Natale

30 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #unasettimanamagica

La parola al pastore di Natale

Sentiamo che ha da dire il Pastore che da duemila e passa anni sta fermo, immobile, davanti alla capanna, grotta, stalla, tugurio dove sarebbe nato il Salvatore. C'è sempre spazio per gli ultimi, anche perché i primi ci stanno un po' sull'anima (è Natale e se si può si evitano brutte parole, altrimenti che Natale sarebbe senza un po' d'ipocrisia?). Di seguito ciò che ci ha dichiarato.

Me ne stavo ben bello, è un modo di dire, a pascolare le pecore nei prati della Palestina quando ho visto una scia luminosa in cielo, poi ho saputo, nei 2014 anni passati davanti 'sta capanna mi sono imparato qualcosa, insomma mi sono acculturato un pochino, che era una cometa e sembrava fosse caduta a poche centinaia di metri dal gregge che custodivo. Essendo un tipo curioso e non avendo nulla da fare che non seguire 'sti stupidi animali sono andato a vedere. Mi sono messo al collo un agnello e mi sono incamminato. Chiariamo subito un equivoco, l'agnello non l'ho portato in dono a nessuno anche perché non sapevo che ci sarebbe stato qualcuno da omaggiare, me lo sono messo al collo per riscaldarmi perché la notte d'inverno è notte d'inverno anche in Palestina. E se qualcuno non lo sa anche qui da noi l'inverno nevica. Adesso, spesso, non cade la neve ma cadono le bombe ma sempre dal cielo arrivano. E poi se proprio potessi permettermi di regalare un agnello lo regalerei alla mia famiglia che fa la fame e non a un neonato che non saprebbe che farsene. E poi perché dovrei regalare il mio cucciolo di pecora a uno sconosciuto?

Insomma mi sono trovato lì per caso e sono più di duemila anni che non riesco ad andarmene, meglio, me ne vado ma dall'otto dicembre, o giù di li, mi ritrovo sempre allo stesso posto a perpetuare questa farsa di cui non frega nulla a nessuno. Una farsa alimentata dalla pubblicità, dagli interessi e non più mantenuta in vita da uno spirito di bontà, di speranza. Ma se volete continuate anche a credere che il mondo domani sarà migliore.

Prendete la mia situazione, ero pastore e sono rimasto tale dopo due millenni. A piedi andavo a pascolare le greggi e a piedi conduco al pascolo le mie pecore ancora oggi. Di cambiato sicuramente c'è, come dicevo prima, che una volta cadevano comete e neve ora cadono sempre più spesso bombe. Prima andavo avanti per chilometri con lo sguardo che spaziava sulle colline, gli ulivi, le palme ora mi bastano pochi chilometri e mi trovo davanti un muro grigio che non mi fa vedere e andare oltre. Prima c'erano i romani, quando nacque Gesù, ora ci sono gli israeliani e non nasce nessuno che ci dia una speranza di un mondo migliore, di pace e benessere. Oddio, il benessere c'è chi lo ha, ma oggi come ieri e l'altro ieri non riguarda quelli come me. Pascolavo ieri e pascolo oggi. E immagino che sia la stessa cosa per i pastori di tutto il mondo.

Mi è giunta voce, tempi moderni, da altri pastori, che in Italia ormai le greggi e le mandrie sono affidate ad immigrati provenienti da diversi paesi dell'Est o dell'Africa. Se potessi ci andrei anche io in Italia a fare il pastore, almeno non correrei il rischio di essere bombardato. Ma prima dovrei attraversare il Mediterraneo su un barcone e cercare di non affogare e poi, con una botta di culo, scusatemi ma quando ce vo' ce vo', dovrei sperare di trovare un padrone che non sia malaccio perché mi è giunta voce che so' padroni come quelli dei tempi miei. Insomma non mi sembra che sia cambiato nulla da quando m'hanno inchiodato in questo ruolo di pastorello. Poraccio ero e poraccio so' rimasto.

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Anche San Giuseppe è incazzato

29 Dicembre 2014 , Scritto da Marco Fiorletta Con tag #marco fiorletta, #unasettimanamagica

Anche San Giuseppe è incazzato

San Giuseppe mi ha detto che non vuole parlare, è troppo incazzato come marito, come padre, come falegname e, infine, come protettore dei lavoratori.
E la sua è una incazzatura cosmica, di quelle che se solo ti avvicini corri il rischio che ti tiri dietro una pialla, che se solo ti azzardi a dirgli di stare calmo prende un pezzo di legno d'ulivo e te lo spacca sul cranio. Fortunatamente ero a distanza quando gli ho chiesto come stava. Una sequela di imprecazioni che nemmeno i portuali di Livorno del secolo scorso (quelli di adesso sono troppo educati). Ho tentato di farlo parlare ma è stato inutile, ha bofonchiato qualcosa sull'essere cornuto senza che nessuno si preoccupasse di dargli merito di aver preso con sé una ragazza madre e suo figlio. Ha continuato borbottando contro i romani che l'hanno fatto mettere in viaggio in pieno inverno per un censimento del cazzo di cui non fregava niente a nessuno. Come se all'imperatore gliene importasse qualcosa di sapere quanti poveri c'erano in Galilea. E' ancora imbestialito contro i suoi connazionali che non gli hanno dato ospitalità nemmeno vedendo che quella povera donna-bambina stava per partorire. Era ed è incazzato per il passato che si ripete sempre uguale da migliaia di anni.
Ancor di più ce l'aveva con suo figlio. Vittima di una megalomania che l'ha portato a farsi crocifiggere invece di dargli una mano e guadagnarsi da vivere onestamente facendo il falegname. E poi ha continuato, con parole censurabili, con quella massa di ipocriti che hanno creduto a suo figlio e sulle sue idee, distorte e piegate agli interessi propri, ci hanno fatto non una, ma tre religioni senza contare tutte le sette e le chiese e chiesette che crescono come funghi in un bosco di castagni. Però, alla fine, ha concluso, con il sorriso sulle labbra, che gli voleva bene, alla Madonna, una santa donna, e a Gesù che si è fatto ammazzare per difendere le sue idee.
Approfittando di una colonna, dietro la quale mi sono nascosto, gli ho chiesto cosa pensasse della situazione attuale, mi sono tanto sentito giornalista. Non l'avessi mai fatto! Come un ninja impazzito ha iniziato un lancio di lime, raspe, martelli, scalpelli, chiodi, sembrava che piovesse. Intanto urlava contro i cinesi, gli indiani, gli italiani, gli americani, i russi, insomma lanciava bestemmie contro tutti, di tutti i colori e di tutti i posti. Parlava di diritti, di salari, di riposi, di pensioni che ai suoi tempi nemmeno sapevano cosa erano, di ricchi e di poveri, sembrava un sindacalista della Fiom di Pomigliano. Sono rimasto zitto e immobile dietro la colonna finché non è terminato il lancio di oggetti, poi mi sono timidamente affacciato. Si era seduto su uno sgabello e mi guardava.
"Vieni qui", mi ha detto. Mi sono avvicinato e San Giuseppe mi ha abbracciato stretto stretto.
"Tieni, tenete, duro. Arriveranno tempi migliori".

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Topo Gigio parlante e le scarpe inglesi

28 Dicembre 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #unasettimanamagica, #racconto

Topo Gigio parlante e le scarpe inglesi

«E tu chi farefti?», il bambino mise le mani sui fianchi per dare più enfasi alla domanda. Gli dovevano spuntare ancora gli incisivi e di pronunciare la “esse” per il momento non se ne parlava proprio. Poco male, perché il sibilo che emetteva ricordava il fischio risoluto di un arbitro in campo, capace di fermare il gioco e attirare su di sé l’attenzione. E al bimbo non dispiaceva affatto questo temporaneo potere sdentato.

«Chi farefti??», chiese di nuovo, avvicinandosi alla sedia in cucina su cui stava seduto quello sconosciuto, vestito con una tuta mimetica bianca e argento.

«Sono l’Angelo Ricognitore di Gesù Bambino», rispose l’intruso. Accanto a lui, sul pavimento, due scarponcini color argento che al bambino ricordarono subito gli anfibi che portavano ai piedi i suoi soldatini, quelli della collezione chiusa nella vetrinetta in camera sua.

«Rico- che?», che parole strane usava quello sconosciuto.

«Ri-co-gni-to-re.», sillabò l’angelo. «Ricognitore. Faccio il giro nelle case prima della vigilia di Natale per trovare i percorsi più rapidi e le scorciatoie per le consegne dei regali. Così Gesù Bambino non rischia di perdersi o di fare troppa strada inutilmente.»

«Cafpita!», scappò detto al bambino, ma subito corse in corridoio. Per controllare che la porta di ingresso non fosse stata forzata. Le chiavi però erano nella toppa e tutto sembrava in ordine.

«So a cosa stai pensando», lo anticipò l’angelo. «Non sono un ladro. Ti pare che resterei qui a parlare con te? Sarei subito scappato, non appena sei arrivato in cucina e hai acceso la luce, no? E’ che ero un po’ stanco e avevo deciso di fare una pausa. E poi, mi facevano male i piedi. Io soffro spesso di mal di piedi. Questi anfibi saranno pratici per le ricognizioni, ma dopo un po’ si fanno sentire. Ma tu piuttosto, che ci fai alzato a quest’ora e perché ti hanno lasciato solo?»

No, non era un ladro, pensò il bambino. Aveva ragione lo sconosciuto, un ladro non si sarebbe trattenuto a parlare e a fare domande, avrebbe tagliato la corda. E soprattutto non si sarebbe tolto le scarpe mettendosi comodo su una sedia.

«Avevo fete. Cofì mi fono fvegliato. Mamma e papà ftasera fono andati a teatro. Ma io, come dice fempre il mio papà in queste occafioni, poffo ftare tranquilliffimo. Al terzo piano vive la nonna Alberta. Fe ho bisogno, le telefono e lei troverà una foluzione.»

L’angelo si stupì.

«Ma come, non ti hanno portato a dormire dalla nonna? Sei ancora piccolo per rimanere solo…» e pensò subito a quanto moderni dovessero essere i genitori di quel bambino. Si ricordava delle ansie di altri genitori che mai e poi mai avrebbero lasciato i figli da soli in casa, perché nell’immaginario di quelle madri e di quei padri apprensivi, appena chiuso l’uscio di casa, i pargoli avrebbero messo in atto le fantasie più spericolate: zolfanelli accesi per incendiare il condominio, fornelli del gas aperti e sibilanti come cobra velenosi, pentole messe sul fuoco e lasciate incustodite per giocare alla fonderia.

Il bambino fece spallucce.

«Nooo. Come dice il mio papà, la nonna Alberta è una fignora un po’ originale e non vuole avere neffuno trai i piedi.», il bambino gettò un’occhiata agli anfibi dell’angelo, «Forfe perché foffre di mal di piedi come te e per questo vuole effere lasciata fola?»

«Non penso.», rispose l’angelo inquadrando al volo la situazione.

«Vuoi bere qualcofa?», chiese il bimbo.

«Grazie, un po’ d’acqua. Frizzante se c’è.» e l’angelo si allungò sulla sedia.

«C’è la Frizzina! L’acqua fatta con la polvere magica!», esultò il bambino prendendo dal frigo una bottiglia con il tappo in ceramica rossa.

L’angelo riflettè un attimo. Anche sulla terra le cose erano cambiate. Ora gli uomini avevano la polvere magica e potevano fare l’acqua. Un tempo non era stato così. Meglio, però, il progresso passava anche dall’avere a disposizione la magia. E chissà come sarà stata buona quell’acqua…

Dopo aver bevuto un bicchiere colmo di quel liquido dissetante, ma un po’ salato - «Forse devono ancora studiare meglio e dosare i poteri magici» aveva pensato l’angelo sentendo sotto i denti qualche granello di quella polverina misteriosa – all’angelo venne in mente che non aveva ancora chiesto a quel bambino come si chiamasse.

«Rodolfo! Magnaghi Rodolfo!», aveva subito risposto il bimbo.

«E tu?», gli aveva chiesto di rimando Rodolfo.

«Ricognitore Angelico 72», aveva risposto sicuro l’angelo.

«E un nome non ce l’hai?», Rodolfo sembrava un poco deluso. Quell’angelo si chiamava con un numero, quasi fosse stata la targa di un’automobile.

L’angelo piegò la testa un poco di lato. No, un nome vero e proprio lui non l’aveva. Ma tra angeli ricognitori ci si riconosceva al volo e il numero, in fondo, era solo per motivi di praticità e per rendere rapide le comunicazioni. In fondo, non c’era nulla di male. Era sempre stato così.

«Fe ti chiamo Angelo Piero, ti offendi?», aveva sussurrato allora Rodolfo.

«Perché dovrei? Piero è un bel nome. Importante, di un certo peso, soprattutto lassù.», e l’Angelo Ricognitore 72, ammiccando, aveva indicato il soffitto.

«Fì, Piero è un bel nome», aveva annuito Rodolfo, «e poi cofì fi chiama un mio amico che incontro fempre d’eftate, in vacanza al mare. E’ fimpaticiffimo e fa fare un facco di giochi.»

«Vuoi mangiare qualcofa?», Rodolfo, senza aspettare una risposta, si era avvicinato al frigorifero.

«Perché no?», l’Angelo Piero non aveva fatto in tempo finire la frase, che Rodolfo aveva esclamato, infilando la testa nel frigorifero: «Ci facciamo un panino con la provola e il profiutto cotto!»

E così era stato.

Mentre mangiavano, Rodolfo si era meravigliato di come l’Angelo Piero si comportasse impeccabilmente: sedeva composto al tavolo della cucina, non sbriciolava, non parlava con la bocca piena, non masticava rumorosamente. Sarebbe piaciuto tantissimo alla mamma di Rodolfo che ci teneva così tanto a certi modi di fare.

«Puoi rimanere fino a quando tornano i miei genitori?», aveva chiesto timidamente Rodolfo. Ci teneva a presentare loro quel suo nuovo amico così tanto compìto.

«No, Rodolfo,», aveva risposto l’Angelo Piero, «non posso. E poi, sai, gli adulti – o meglio la maggior parte degli adulti - non possono vedermi. I bambini, fino a una certa età sì, ma i grandi no.» E subito, vedendo come l’espressione di Rodolfo stesse virando al dispiacere, cercò di cambiare discorso.

«Certo che tu per essere così piccolo parli proprio bene!»

E Rodolfo aveva spiegato all’Angelo Piero che lui, spessissimo, quando era a casa, leggeva i libri di avventure e le parole nuove le imparava da pirati, bucanieri, burattini, moschettieri e guardie del re disseminate in tutte quelle pagine.

Rodolfo sospirò e fissò gli scarponcini color argento dell’angelo che erano rimasti accanto alla sedia.

«Belli quelli! Proprio belli…», ma non aveva avuto il coraggio di finire la frase.

L’Angelo Piero intuì cosa stesse pensando il bambino. Non disse niente, però. Chiese a Rodolfo di poter vedere la sua cameretta e, una volta entrato in quella stanza, vide, sopra al comodino, un pupazzo bellissimo.

«E quello?», chiese l’Angelo Piero sgranando gli occhi.

«E’ Topo Gigio parlante!», rispose sicuro di sé Rodolfo e, avvicinandosi al pupazzo lo toccò sulla pancia.

«Strapazzami di coccole!» esclamò con un soffio di voce Topo Gigio.

«Ma è bellissimo!», l’Angelo Piero non riusciva a contenere il suo entusiasmo, «Una bambola parlante! Non sapevo che sulla terra fossero arrivati a tanto! Siete riusciti a fare parlare le bambole! Un’altra magia! Ai miei tempi non c’erano le bambole parlanti!»

Vedendo quell’angelo così entusiasta del suo Topo Gigio, Rodolfo ebbe un’idea.

Avrebbero fatto un baratto: Topo Gigio in cambio degli anfibi dell’angelo.

«Ci sto!», disse l’Angelo Piero al colmo della gioia, poi, subito, aggiunse: «Io però non posso tornare scalzo. Devo ancora fare qualche ricognizione e a piedi nudi credo che soffrirei un po’.», così dicendo, fissò le ciabattine di Rodolfo. Troppo piccine però per i suoi piedi d’angelo cresciuto.

«Le fcarpe inglefi di mio papà!!», Rodolfo si dileguò all’istante per tornare con un paio di bellissime scarpe nere elegantissime.

«Mio papà dice fempre che quefte fcarpe fono cofì morbide da fembrare delle pantofole. Provale!», e il bambino tese all’angelo quelle calzature lucide lucide.

Non c’era che dire. Le scarpe, morbidissime, calzavano a pennello e non stonavano per nulla con la tuta mimetica bianca e argento dell’angelo. Anzi, davano un tocco chic e sbarazzino alla tenuta marziale dell’Angelo Ricognitore. L’Angelo Piero finì di allacciarsi le scarpe e infilò Topo Gigio nella tuta mimetica.

«Rodolfo, io ora devo proprio andare. Però, però… se qualche volta tornassi a trovarti? Mi farebbe piacere. Questa sera mi hai fatto conoscere un po’ di cose nuove che siete riusciti a fare sulla terra – la polvere magica per l’acqua, le bambole parlanti, mi hai dato un nome…»

«…E ci siamo fatti compagnia!», lo interruppe Rodolfo.

Sì, proprio così. Si erano fatti compagnia. Così, mentre si abbracciavano per salutarsi, l’Angelo Ricognitore 72 promise a Rodolfo che, di tanto in tanto, quando sarebbe stato in libera uscita, sarebbe andato a trovare il bambino per fare quattro chiacchiere, mangiare un panino alla provola e al prosciutto cotto e bere un bicchiere di Frizzina.

«Carlo, è sparito il pupazzo di Topo Gigio parlante di Rodolfo! Eppure giurerei che ieri sera era sul suo comodino! Rodolfo sostiene che l’ha regalato all’Angelo Ricognitore di Gesù Bambino!», la signora Adele aveva la voce spezzata, «Sono preoccupata per quello che dice il bambino. Non avrà dei problemi?»

Il papà di Rodolfo sollevò gli occhi dalla tazzina di caffè.

«Andiamo, Adele! Sempre a esagerare, tu! Mica vorrai dare importanza alle fantasie di un bambino? A scuola avranno letto una fiaba che parlava di angeli. E lui ci avrà ricamato su. E vedrai anche che Topo Gigio si ritroverà. Tuo figlio, che è sempre sulle nuvole, l’avrà sistemato da qualche parte e ora non si ricorda dove lo ha messo. Salterà fuori. La casa non perde mai nulla, come si dice.»

La signora Adele non sembrava del tutto convinta, ma si trattenne. Non aveva certo intenzione di iniziare una discussione con il marito alla mattina della vigilia di Natale.

«A proposito, Adele, stasera vorrei mettere le mie scarpe inglesi. Ma non le trovo. Non è che le hai messe via tu senza dirmelo?», il papà di Rodolfo si versò dell’altro caffè e la signora Adele, che non aspettava altro, partì all’attacco.

«Ah, io le tue scarpe non le tocco. Ci mancherebbe! Certo che tu e tuo figlio siete proprio uguali! Sistemate le vostre cose e poi non vi ricordate dove le avete messe! E sì che tu non mi sembri tanto sulle nuvole! Vedrai che le tue scarpe salteranno fuori. La casa non perde mai nulla, o no? Altrimenti vorrà dire che se le è prese l’Angelo Ricognitore di Gesù Bambino. Certo, Topo Gigio parlante e le scarpe inglesi. Un’accoppiata perfetta per un Angelo Ricognitore!» e così dicendo, la signora Adele si alzò e andò in camera per scegliere l’abito che avrebbe indossato quella sera.

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Il Natale di Annarella

27 Dicembre 2014 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #unasettimanamagica

Il Natale di Annarella

Questo brano è tratto dal romanzo "Un, due, tre, stella!" di Ida Verrei.

… La camera da pranzo si animava davvero e appariva allegra, gioiosa e luminosa durante le ricorrenze.

A Natale, in particolare, tutti si davano da fare: Federico addobbava il grande abete odoroso, Fioretta ed io gli porgevamo le palline di vetro colorato, attente e divertite, Lisa allestiva il Presepe sul ripiano di una credenza, sotto lo sguardo critico della nonna. La zia Agata sgombrava i mobili da pezze, gomitoli e riviste di cucito, per far spazio a vassoi pieni di prelibatezze, che iniziava a preparare settimane prima.

La casa si impregnava di odori stuzzicanti, misti al profumo d’incenso delle pigne che venivano abbrustolite e aperte sulla fiamma del fornello a carbone.

Tutte le tradizioni erano rispettate, così come esigeva la nonna.

Dall’otto dicembre fino al giorno della Vigilia, con precisione quotidiana, in casa arrivavano gli zampognari per la novena di Natale. Rubicondi contadini che venivano dalle montagne dell’Avellinese: portavano giacche puzzolenti di pelliccia di pecora, stivali con stringhe di cuoio allacciate sulle calze pesanti di lana colorata, cappellacci di feltro, unti e sfilacciati. Gonfiavano le guance arrossate dal freddo soffiando nelle loro zampogne le note di Tu scendi dalle stelle.

Li osservavo incantata, erano identici ai pastori del presepe.

Al termine, la zia offriva loro un bicchiere di vino e una mancia generosa. Se ne andavano ringraziando in un dialetto incomprensibile, lasciando una scia di odore selvatico e l’eco di quella melodia, un po’ gracchiante, ma carica di emozioni e suggestioni.

L’atmosfera natalizia raggiungeva il culmine la sera della Vigilia: il grande tavolo quadrato veniva allungato con le assi di legno grezzo riposte di solito nel mezzanino, la zia Agata vi stendeva sopra la tovaglia buona, quella tutta ricamata. Piatti e bicchieri presi dalle credenze erano quelli delle feste, porcellana e cristallo, le posate, d’argento. Ogni cosa doveva essere ‹‹perfetta e luccicante››, diceva la nonna, ‹‹anche se siamo tutti di famiglia››.

E la famiglia si riuniva al completo in quelle occasioni.

Alle sette di sera arrivava Francesco, poi la zia Nuccia e lo zio Arturo col cugino Pietro.

Si respirava allegria in quella stanza calda e accogliente, tutti apparivano sereni e rilassati. Mio padre e lo zio Arturo facevano a gara nel raccontare barzellette, dire spiritosaggini, prendere in giro scherzosamente tutti i commensali, declamare poesie composte per l’occasione. E la nonna rideva, rideva felice con tutto il corpo, il doppio mento le ballava sul collo, il petto enorme sobbalzava ad ogni scroscio di risa, le lenti degli occhiali le si appannavano e lei le toglieva ogni tanto per ripulirle, con un gesto che le era abituale anche quando era molto arrabbiata.

Pure la zia Agata era contenta e soddisfatta, il suo bel viso diventava addirittura luminoso, tutti le facevano complimenti per le pietanze succulente che arrivavano in tavola. Persino lo zio Gennarino, che di solito mangiava in silenzio con la testa china sul piatto, elogiava l’abilità della moglie e, sostenuto da qualche bicchiere di buon vino, mostrava di divertirsi agli scherzi e alle lepidezze dei cognati, che spesso lo prendevano di mira.

Al termine della cena, iniziava la distribuzione dei doni, momento che Fioretta ed io attendevamo, cercando di resistere al sonno e sollecitando gli adulti con richieste insistenti.

Mio padre era addetto a questo compito: raccoglieva pacchetti e scatoloni posti sotto l’albero e, con la solita capacità creativa, improvvisava canzoni e filastrocche per ognuno dei presenti.

E la stanza si riempiva di carte colorate e di esclamazioni di gioia e meraviglia, fino a quando arrivava il momento degli auguri finali e, per noi bambine, di salutare e andare a dormire, mentre gli adulti restavano a giocare a carte a Sette e mezzo, o a tombola…

I.V.

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