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Mario Riva

13 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #televisione

Mario Riva

Si chiamava Mariuccio, in verità, e di cognome faceva Bonavolontà. Eh sì, Bonavolontà, perché Mario era figlio del grande compositore napoletano Giuseppe Bonavontà, autore delle celebri canzoni 'E stelle 'e Napule - scritta su testo di Michele Galdieri (ricordate Munasterio 'e Santa Chiara, bene, l'autore delle parole è Galdieri)- e l'altra, che mise in musica le parole di Tito Manlio, dal titolo 'O mese d' 'e rrose.

Mario Riva cadde, mettendo un piede, in fallo dalla passerella del palcoscenico dell'arena di Verona, mentre sovrintendeva le prove per la sua trasmissione, che da qualche anno riscuoteva uno dei più grandi successi mai riscontrati in programmi televisivi, Il Musichiere; c'era una botola aperta e non la vide, rovinò da un'altezza di cinque sei metri.

Era il 21 agosto dell'anno 1960. Fu ricoverato in ospedale, dove gli riscontrarono fratture gravi e e lesioni interne ancora più gravi; i medici fecero di tutto per salvargli la vita, mentre tutti gli italiani restavano attaccati ai notiziari, che radio e televisione davano di continuo; ma non ci fu niente da fare, ché sopravvennero, come quasi sempre accade in questi casi, complicazioni ai polmoni e al cuore. Mario Riva aveva una forte tempra, ma, ciò nonostante, non resistette a lungo. Dopo una decina di giorni morì, era appunto il 1° di settembre 1960.

Lo ricordano quelli della mia età per il grande successo che riportò - in una televisione in bianco e nero - con quel suo programma musicale che si chiamava, come ho detto più sopra, Il Musichiere, dove due concorrenti, seduti in pizzo in pizzo ad una sedia a dondolo, per essere pronti a scattare, dovevano indovinare nel più breve tempo possibile il motivo suonato dall'orchestra in studio, diretta dal maestro. Una breve corsa e i concorrenti dovevano suonare una campana e dare il titolo della canzone. A volte indovinavano ascoltando sole due/tre note. E c'erano concorrenti davvero molto in gamba. Colui che vinceva la serata, tornava la settimana successiva, a confrontarsi con altri concorrenti; fino a che non veniva eliminato da un altro più bravo di lui.

Con Mario Riva se ne andò uno degli uomini di spettacolo più amati dagli italiani. Era un animo buono dentro un corpo alquanto robusto, una bella pancia, diciamo, e un viso paffuto che ti guardava con i suoi occhi non proprio allineati. E qualcuno glielo diceva, per scherzare, o (il malvagio) per rilevargli uno dei pochi difetti che riusciva a trovargli: ma con quegli occhi storti che hai… E lui, col sorriso sulle labbra e l'arguzia nel cuore, non facendo distinzione tra i due, rispondeva che il suo era uno strabismo di venere, ma che te credi!
Ricordo che, allora, io ragazzo di vent'anni o poco più, pochi mesi prima che lui cadesse, avevo fatto presso la Rai una delle tante selezioni per partecipare come concorrente al Musichiere.
La prova, davanti a due esaminatori, andò bene, anzi benissimo, ché ero un profondo conoscitore di canzoni, di autori e di tutte le formazioni musicali che allora si alternavano nelle varie ore della giornata in diretta alla Rai. In diretta, sì, perché ogni trasmissione a quei tempi andava in diretta; ricordo che si esibivano, ognuno per mezz'ora, con i propri cantanti, il maestro Cinico Angelini, Armando Fragna, Francesco Ferrari, Pippo Barzizza; e conoscevo tutte le sigle dei vari complessi, e i cantanti che facevano parte dell'orchestra. Tornai a casa, quindi, con la speranza di essere chiamato quanto prima, anche perché mi fecero capire che dovevo stare in campana ché avrebbero potuto telefonarmi in qualsiasi momento. Ma venne la disgrazia, e sfumò la vita di Mario Riva; e sfumò il mio sogno di ragazzo appassionato di musica

Era una trasmissione che veniva seguita da milioni di telespettatori, in quelle prime serate di fine anni cinquanta che vedevano ospite, tra una gara e l'altra, gente di cinema e di teatro, di circo e di sport, attori americani, campioni di ciclismo, cantanti italiani e stranieri. Ancora oggi c'è chi, come me, non ha mai dimenticato la sigla della trasmissione, che Mario cantava con quella voce che tutto era fuorché la voce di un cantante, ma sgorgava dal cuore. Con la mano tesa verso gli spettatori, Mario Riva donava la canzone e, con essa, quei quattro soldi di felicità a tutti i presenti in studio e agli spettatori davanti allo schermo nelle case. Mentre alle sue spalle, indimenticabile anche lui, il maestro Gorni Kramer, coi suoi baffetti che gli coprivano un perenne sorriso, lo accompagnava nei suoi viaggi musicali.

Domenica è sempre domenica,
si sveglia la città con le campane.
AI primo din-don del Gianicolo
Sant'Angelo risponde din-don-dan.

Domenica è sempre domenica
e ognuno appena si risveglierà
felice sarà e spenderà
sti q
uattro s
oldi de felicità.

Lo accompagnavano sulla barca piena di allegria e buonumore, oltre ai concorrenti e al maestro Gorni Kramer, due signorine di buona famiglia: Lorella de Luca e Alessandra Panaro, che furono le prime vallette successivamente approdate al grande schermo per tanti film di successo. I due cantanti ufficiali della trasmissione erano una dolce ragazza, che si chiamava Nuccia Bongiovanni, e un giovane di belle speranze dalla voce calda e vellutata, Paolo Bacilieri.

Quanti film ha girato, più di 50, il buon Mario, e con tutti i migliori registi italiani. Aveva fatto coppia, ma una di quelle inseparabili per quei tempi, con il suo grande amico fraterno Riccardo Billi; Mario Romano romanaccio, Riccardo Toscano toscanaccio, di Siena. Talmente bravi tutt'e due che non si sapeva chi fosse il comico base e chi la spalla (come si definiva il supporto indispensabile per gli sketch che proponevano due attori in coppia).

Per parlare di questo stupendo personaggio, su cui ci sarebbe molto da dire, ci vorrebbe spazio e tempo. Ma il mio intento è solo quello di far ricordare, a quelli che lo hanno conosciuto, che era un uomo buono e generoso che sprizzava allegria da tutti i pori; ai giovani, che non ne sanno niente, di destare la loro curiosità.

Andate a conoscerlo coi mezzi che la tecnologia moderna oggi pone a disposizione, internet e Youtube, soprattutto; troverete sketch, canzoni, interviste, fotografie, filmati, monologhi e duetti col suo grande amico Riccardo Billi.


Marcello De Santis

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Tenente Colombo della mia giovinezza

23 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #televisione

Tenente Colombo della mia giovinezza



Considerando il livello di vita dell'età moderna, essa in genere va ben oltre gli 80. Ma il nostro caro amato tenente Colombo, l'aveva superato questo limite; seppure di soli tre anni. Si può dire dunque che non fosse eccessivamente vecchio, anche se la sua età, indubbiamente l'aveva.
Il fatto è che dopo una vita avventurosa e piena di entusiasmo, per il suo lavoro di attore, e di successi, dovuti alla fama conseguita nel mondo intero per il suo personaggio principe, Peter Falk , negli ultimi anni non stava affatto bene.

"Si trascinava dietro, e con fatica" quello che per lui era diventato "il residuo d'esistenza", nel vero senso della parola. In maniera povera e trasandata. Chissà, forse nella sua mente, con l'aiuto della quale non cercava più di risolvere i suoi tanto amati casi polizieschi, già sognava un mondo nuovo - magari tra angeli o demoni, chi può dirlo? - dove potesse indossare ancora il raffazzonato impermeabile beige, per non toglierselo più.
Ricordo una volta che, la sempre invisibile/presente signora Colombo (che invisibile era anche quando pareva che stesse per apparire sulla scena là per là, magari proprio per rimbrottarlo per la sua sciattezza, magari per dirgli: ma su tenente (lo chiamava così, a casa) vestiti bene!) l'aveva obbligato a mettersene addosso uno nuovo, di impermeabile, gliel'aveva comprato con tanto amore, era marrone, un po' più scuro di quello solito - lo ricordo con simpatia quell'episodio della lunga serie - lui faceva del tutto per non indossarlo; se lo toglieva ad ogni occasione, lo posava da qualche parte, su una sedia, su un divano, con la scusa di fare le dovute indagini su un omicidio, per dimenticarsene (per fare finta di…) e buonanotte al secchio.
C'era, nei pressi, sempre un giovane vice ispettore, creato appositamente dalla produzione, non tanto per aiutarlo nelle indagini - che anche dall'aspetto e dai modi di fare costui si era subito rilevato per gli spettatori come un imbranato, un giovane bello e aitante, sì, dotato di acume moderno e di metodi pseudo-scientifici rispetto ai modi tradizionali del tenente - ma, più che per questo, dicevamo, per richiamare l'attenzione di Colombo sulla sua sbadataggine.

- tenente, il suo impermeabile!
- ah, grazie, senta, mi faccia la cortesia, me lo porti in macchin
a!

Macchina! Se macchina poteva definirsi quello scassatissimo mezzo di trasporto, (e con quale altro nome indicarlo!) scrostato, sbuffante, scoppiettante, ma in qualche modo efficiente, cui si era affezionato quanto e più del suo soprabito sgualcito e sporco.
Caro tenente Colombo, che hai catturato la mia/nostra attenzione, lungo tutti gli anni settanta, con quella lunga serie di telefilm polizieschi, con il tuo modo di fare tanto modesto quanto efficace! Ognuno di noi ti veniva dietro nei tuoi ragionamenti mentali, che cercavamo di immaginare, e che tu, quasi sempre, scena per scena, ci facevi indovinare, guidandoci passo dopo passo perché volevi proprio che noi ti seguissimo pedissequamente; e così fino alla risoluzione dei gialli, trasformandoci in quello che anche ognuno di noi diventava vicino a te: un investigatore.
L'indiziato, che tu capivi subito chi fosse, parlando con te pensava di trovarsi, meno male, davanti a uno scombinato ispettore di polizia, un tonto come tanti. E man mano che le storie andavano avanti, alla buona come sempre, ci portavi ad esclamare, col tuo sorriso strano - dovuto anche al fatto che, fin da bambino (a tre anni, a causa di un tumore), ti avevano dovuto asportare l'occhio destro e l'avevano sostituito con una protesi - come usava fare Scherlock Holmes:elementare Watson, riferendosi alle spiegazioni che dava al suo assistente dottore.
E anche noi pensavamo: Elementare! Grazie tenente Colombo, non ci avevamo pensato!
Quante volte nella mia lunga età ho visto e rivisto tutti quegli episodi. Anche adesso che sono stati trasmessi e ritrasmessi (e qualche network li dà ancora), talvolta girando col telecomando, mi capita di trovarti ancora su un canale che ripropone una storia di quelle antiche, magari già iniziata, forse giunta alla metà o verso la fine, ma non importa; piuttosto che andare avanti alla ricerca di qualcosa che mi soddisfi, (e che non c'è mai), mi fermo qua, dove il mio/nostro grande amico Colombo sta portandosi la mano destra alla fronte, e si ferma, sulla soglia di una porta, sconcertando l'assassino (che sa essere lui, ma questi non sa che Colombo sa) che pensa: e mo che altro sta architettando sto rompiscatole? Caro tenente Colombo!
Ricordo, una volta, un'attrice - che interpretava la parte di se stessa anche nella finzione scenica - non ti disse che eri sciatto, ma ti regalò una cravatta nuova; fece di più, te la mise intorno al collo e provvide persino a farti il nodo, come farebbe una brava moglie. Ti ridevano gli occhi, mostravi contentezza, ma noi dentro sapevamo che non vedevi l'ora di uscire da quella reggia di casa, per togliertela e rimetterti la tua, vecchia bandiera degna del tuo regale stazzonato impermeabile beige. Caro tenente Colombo! Ci hai lasciato un vuoto dentro che non si potrà mai riempire.
Mi dicono che negli ultimi tempi giravi, solo - e sconosciuto ai passanti - per le vie di Los Angeles, con indosso, al posto dell'impermeabile, la tua malattia (n.d.r. dal 2008 soffriva di Alzheimer), come un barbone, la mente non ti reggeva più, non ci stavi più con la testa, dicono, (che male mi ha fatto apprenderlo dai media!). Solo il corpo - pure se malridotto - ti permetteva ancora di guardare - con quell'occhio buono che ti ha aiutato tutta la vita - e fare passi incerti alla ricerca di te stesso, che avevi purtroppo smarrito da qualche tempo. E lo cercavi - inconsapevole - per le strade di Los Angeles.

marcello de santis

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Biagio Proietti e Maurizio Giannotti, "Il segno del telecomando"

14 Agosto 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #televisione

Biagio Proietti e Maurizio Giannotti, "Il segno del telecomando"

Biagio Proietti – Maurizio Giannotti

Il segno del telecomando

dallo sceneggiato alla fiction

Rai Eri – Euro 18 – Pag. 235

Biagio Proietti (1940) è uno dei più richiesti e prolifici sceneggiatori di gialli televisivi, scritti insieme alla moglie Diana Crispo, alcuni rimasti nella storia del piccolo schermo: Coralba, Un certo Harry Brent, Come un uragano, Lungo il fiume e sull’acqua, Dov’è Anna?, Ho incontrato un’ombra, L’ultimo aereo per Venezia… Non solo, è anche regista di film televisivi (Storia senza parole), pellicole cinematografiche (Chewingum, Puro cashmire), sceneggiati e documentari. Nessuno meglio di lui poteva affrontare una storia dello sceneggiato - un tempo chiamato originale televisivo - di cui è parte integrante, genere che precede le moderne fiction, che lo scrittore dimostra di non amare. Per questo è opportuno l’aiuto di Maurizio Giannotti, autore televisivo immerso nella realtà contemporanea (La vita in diretta, Uno Mattina, Forum, Non è la Rai…) che si occupa di integrare i ricordi di Proietti curando la parte contemporanea. Va da sé che anche per chi scrive quel che importa è il passato, soprattutto ricordare i tempi in cui la Rai non aveva abdicato al compito educativo di insegnare la lingua italiana (Non è mai troppo tardi del mitico maestro Manzi), le letteratura e la storia. Erano i tempi in cui potevi vedere Delitto e castigo in prima serata, Il dottor Jekyll e Mister Hyde con Albertazzi, Piccole donne, Cime tempestose, Il romanzo di un giovane povero, La cittadella di Cronin interpretato da un grande Alberto Lupo. Erano i tempi in cui a Proietti consegnavano un copione di venti minuti scritto per la televisione inglese e gli dicevano: “Scrivici un originale televisivo!”. Così è nato Un certo Harry Brent con Lupo protagonista in un ruolo che nell’originale britannico non esisteva (Harry Brent non compare mai), inventato per l’occasione dal prolifico sceneggiatore nostrano. Erano i tempi in cui Proietti incontrava Walter Chiari al Festival del Cinema di Venezia, un Walter Chiari triste, solitario, che rimpiangeva i tempi della grande popolarità e non riusciva a spiegarsi il successo dei comici lanciati da Antonio Ricci a Drive In. Erano tempi che non torneranno ma che è giusto storicizzare facendo parlare i protagonisti come hanno fatto Giannotti e Proietti in questo libro prezioso, utile guida per non dimenticare. Il segno del comando di Daniele D’Anza - con Pagliai e Pitagora - è il titolo cult mascherato nella denominazione di un volume nato per celebrare una cinematografia votata ai generi popolari. Artigiani come Anton Giulio Majano, Giorgio Capitani, Edoardo Anton, lo stesso Proietti hanno inventato trame che tenevano incollati al video milioni di telespettatori prima dell’avvento della televisione spazzatura, delle insignificanti tv commerciali, degli squallidi reality show. Prima che tutto diventasse mercato e prima che il mercato fagocitasse l’intelligenza. Ricordare, in certi casi, è un preciso dovere morale.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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Marisa del Frate

20 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #cinema, #televisione

Marisa del Frate

Marisa Del Frate ci ha lasciati quando stava per compiere 84 anni. I giovani di oggi non la conoscono, ché da molti anni si era ritirata dalle scene che l'avevano vista prima stella negli anni 50 e 60.
Io la ricorderò sempre nella sua immensa grazia nell'interpretazione della canzone Malinconico autunno, che presentò al V festival di Napoli dell'anno 1957. Lei romana di Roma (dove era nata nel 1931) ne fece un gioiello, e, a quanti la stavano vedendo e ascoltando, non poteva sfuggire la possibilità concreta di una grande affermazione. Vinse, infatti, inaspettatamente, il primo premio, e la canzone ancora oggi quelli della mia età sono in grado di accennarla, almeno in alcune strofe.


Erano verde...
erano verde 'e ffronne.
E mo, só' comme suonne perdute...
e mo, sóngo ricorde 'ngiallute...

Dint'a chest'aria 'e lacreme
'e stó' guardanno...
Cu 'o viento se ne vanno
pe' nun turná maje cchiù...

Malinconico autunno,
staje facenno cadé
tutt''e ffronne do munno
sulamente pe' me...

Chi mm'ha lassato pe' nun turná,
chisà a che penza...chisà che fa...
Ammore mio,
nun só' stat'i
o...
si' stata tu!...
Pecché?...Pecché?...

I versi della canzone si devono al poeta napoletano verace Vincenzo De Crescenzo, che - ricordiamo - godeva già di una sicura fama per aver composto nel 1950 la più celebre Luna rossa, portata al successo all'epoca da Giorgio Consolini e successivamente consacrata alla gloria da Claudio Villa.
La musica di Malinconico autunno è opera del maestro Furio Rendine, coetaneo di Vincenzo, diplomato al Conservatorio di San Pietro a Maiella in violino e composizione.
Ecco, è sul palcoscenico del festival che conobbi per la prima volta questa bellissima affascinante donna; più tardi, quando aveva spiccato il volo verso la notorietà, contribuì la televisione a portarla nelle case di noi spettatori, quella televisione che da noi stava facendo i primi passi, tutta in bianco e nero, e tra noi si conquistò grazie alla sua simpatia una marea di ammiratori.
Divenne un'attrice, e una soubrette, mettendo in mostra tutte le sue doti fino allora a noi sconosciute; tanto che attori e comici di fama la chiamarono accanto a loro per averla come compagna di recitazione. Eccola così a fianco di Carlo Dapporto e Macario che la vollero nelle loro commedie musicali. Ma la celebrità completa l'aspettava dentro gli schermi della tivu.
Erano passati solo 4 anni dal'apparizione in quel festival della canzone napoletana; siamo nel 1961 e Gino Bramieri la vuole accanto a sé nella trasmissione quiz condotta dal grande Corrado Mantoni dal titolo L'amico del giaguaro.
Con loro due c'è anche un certo Raffaele Pisu. Il trio fa scintille, ed entra nel cuore di tutti gli italiani.
Mi fermo qui.
La sua carriera continua in televisione, in radio, nel cinema, e andrà avanti per molti anni. Ma a me piace ricordarla sul palcoscenico del festival di Napoli del 1957 quando dipingeva con la voce la canzone Malinconico autunno.
Marisa era sola, aveva perduto il marito, l'attore Tonino Micheluzzi che aveva sposato in Scozia, in quanto lui era già sposato; fu un matrimonio segreto.
Purtroppo la sola bimba che nacque dall'unione morì appena nata.
Ciao Marisa.

marcello de santis

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Aldo Dalla Vecchia, "Vita da giornalaia"

2 Luglio 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione

Aldo Dalla Vecchia, "Vita da giornalaia"

Vita da giornalaia

Aldo Dalla Vecchia

Murena editrice, 2015

pp 47

8,00

Ci siamo occupati ampiamente di questo testo, quando era ancora un brogliaccio di un’opera teatrale che stava per andare in scena. Vi rimandiamo perciò alla lettura della precedente e dettagliata recensione. Possiamo solo aggiungere che adesso questo atto unico è diventato un libro vero, con una copertina deliziosa, che richiama, appunto, la Vita da giornalaia, trascorsa dentro un'ipotetica, coloratissima edicola, piena di tutte le testate care all’autore.

Rispetto al copione teatrale, la voce fuori scena si è trasformata in un personaggio che pone domande. Sorge il dubbio che intervistato e intervistatore siano la medesima persona. È se stesso che Aldo Dalla Vecchia interroga, è dentro la sua memoria che fruga alla ricerca di pezzetti di vita dolceamari.

Gli argomenti sono quelli trattati abitualmente dall’autore: la gavetta come giornalista, la carriera in ascesa, che lo ha portato a lavorare come autore di importanti programmi televisivi e collaboratore di note testate, il contatto diretto con i più importanti e glamour personaggi dello spettacolo. Possono sembrare temi non particolarmente rilevanti o impegnati, ma a vivificarli ci sono la dolcezza e il garbo con cui Dalla Vecchia ne parla. La sua passione è profonda, tutto è permeato di nostalgia, dolce ma non zuccherosa, tenera e delicata come il suo animo da eterno ragazzo perbene.

Attraverso i ricordi, ripercorriamo tempi televisivi ormai scomparsi, divenuti quasi epici, incontriamo personaggi forse sopra le righe ma sempre signorili. Ci appaiono più attraenti, più puliti, più affascinanti di quelli di oggi. Oppure, chissà, magari è solo il rimpianto a farci sembrare bello tutto quello che ormai è solo reminiscenza. Come le puntate de La casa nella Prateria, come gli sceneggiati, i quiz del giovedì, il pappagallo di Portobello. Come tutto quello che ci ricorda come eravamo e come non saremo mai più.

Fondamentale il passaggio dalla tv di stato a quella sbarazzina delle reti commerciali. E ciò è tanto più significativo in questo momento in cui tutto sta di nuovo mutando in modo epocale, con l’arrivo dei canali digitali, della tv on demand e interattiva.

La fine degli Anni Settanta segnò, almeno per me che ero bambino e appassionato di televisione, un passaggio epocale e uno choc benefico, con l’arrivo dei programmi a colori e la nascita delle tivù private, una su tutte Telemilano 58, la futura Canale 5, dove ritrovai molti dei miei beniamini.”

Che rimane di quei tempi pionieristici? Il mondo catodico che conoscevamo sta sparendo, i grandi del passato se ne vanno, a uno a uno, ormai solo illustri fantasmi in Techetechetè, più simile ad un triste necrologio che ad un vivace preserale.

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Grazie di esistere, Benigni

9 Gennaio 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #televisione

Grazie di esistere, Benigni

Roberto Benigni è un nostro vanto, una gloria artistica nazionale, un attore così unico che se Woody Allen viene a Roma per girare un (modesto) film pensa prima di tutto a lui come possibile interprete italiano. Benigni è un regista - attore che ha vinto un Premio Oscar per un film delicato e tragico come La vita è bella. Nonostante tutto leggo in rete e sulla stampa giudizi sferzanti sulla sua ultima interpretazione: I Dieci Comandamenti. Davide Guadagni, un giornalista de Il Tirreno che firma scadenti elzeviri in prima pagina come se fosse Gramellini, dice che il pubblico ama quel che Benigni è stato, facendo capire che non apprezza il nuovo corso. Altri - che non è il caso di citare - aggiungono che Benigni ha riscosso tanti soldi dalla Rai per fare un lavoro che la Chiesa svolge da anni, in parrocchia, gratuitamente.

A nostro modo di vedere Benigni non ha perso lo smalto dei tempi migliori, perché reggere tre ore di spettacolo (in due puntate), da solo, tenendo incollati al video gli spettatori parlando di Dio, amore, regole da rispettare, leggi eterne, non è per niente facile. Benigni è un grande attore che ha subito una logica evoluzione, come ogni persona, come ogni artista. Non poteva continuare a impersonare il Cioni Mario di Tele Vacca, né la sua controfigura autobiografica di Berlinguer ti voglio bene, e neanche il comico strampalato di Tu mi turbi. Benigni non poteva limitarsi a fare il guastatore televisivo con irruzioni incontrollabili ai danni di Pippo Baudo e Raffaella Carrà. I tempi cambiano, un autore matura e affronta altri temi, cosa che per Benigni accade da anni, almeno da La vita è bella e Pinocchio. Pure Diego Abatantuono non ha fatto il terrunciello per tutta la vita ma ha deciso di cambiare registro e di passare alla commedia impegnata. Benigni non poteva continuare con la gag del critico cinematografico surreale inventata da Arbore per L'altra domenica e con il personaggio dello sceicco beige (ironizzando su Fellini) de Il papocchio. Tutti lavori che non vanno rinnegati, si badi bene, e che hanno reso grande il comico toscano, ma oggi è il momento di celebrarlo come fine esegeta di Divina Commedia, Costituzione e Dieci Comandamenti. Se non ci fermiamo in superficie, ci rendiamo conto che Benigni non è in contraddizione con se stesso, perché la poetica dell'amore contraddistingue la sua opera fin dagli esordi. Certo, quello del Cioni Mario e di Berlinguer ti voglio bene era un amore fisico, carnale, un vero e proprio desiderio corporale. Oggi, il Benigni maturo, attore e regista di successo, cerca soprattutto l'amore spirituale. Un interprete cambia con il tempo, come è accaduto a Totò e persino a Franchi & Ingrassia, che sono passati dalla farsa pura a interpretare opere di Pasolini e Taviani. Un critico attento deve valorizzare l'intero corpus di un autore - interprete, invece di restare ancorato ai ricordi del passato. Benigni non ha perso la verve d'un tempo, anche nei Dieci Comandamenti - di tanto in tanto - ha citato vecchie emozioni giovanili, consapevole che come attore deve guardare avanti per affrontare nuove sfide. A nostro parere, con i Dieci Comandamenti Benigni compie un passo avanti nella sua produzione artistica e tocca le giuste corde per unire in un solo abbraccio laici e credenti. Uno spettacolo che parla di argomenti scomodi, intenso e commovente, che riporta la televisione ai tempi in cui faceva cultura. Grazie di esistere, Benigni.

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"RISPOSTA AD UNA INTERVISTA A MARIO TRONTI"

18 Novembre 2014 , Scritto da Claudio Fiorentini Con tag #claudio fiorentini, #interviste, #cultura, #televisione

 "RISPOSTA AD UNA INTERVISTA A MARIO TRONTI"

Il 28 settembre è stata pubblicata su Repubblica un’intervista a Mario Tronti, che ho letto e conservato per alcune frasi che mi hanno colpito. Alla domanda dell’intervistatore, Antonio Gnoli, “Nostalgia delle rivoluzioni?” Tronti risponde “No, semmai del Novecento che fu anche il secolo delle rivoluzioni…. Dove sono il grande pensiero, la grande letteratura, la grande politica, la grande arte? Non vedo nulla di ciò che la prima parte del Novecento ha prodotto.” Più avanti dice “La fase è molto confusa. Ogni cosa va per conto proprio. Agli inizi del ‘900 si parlava della grande crisi della modernità. Poi questa è arrivata. E ora che ci siamo dentro fino al collo non sappiamo in che direzione andare. È lo stallo. Si guarda senza vedere realmente.”

Bene, a parte che già la seconda asserzione sembra una risposta alla prima, mi sentirei di commentare e completare questi interventi di Tronti.

Innanzi tutto direi che la grande arte, la grande letteratura, il grande pensiero (altro è la grande politica) vivono una fase molto confusa, come lo stesso Tronti dice. Perché? Forse non esistono più artisti, letterati, pensatori o, peggio, non esistono più movimenti? Non so cosa risponderebbe Tronti a questa domanda, e mi rammarico per la mancanza di spirito dell’intervistatore che non ha saputo cogliere il segno. Io risponderei che esistono: i movimenti, il pensiero, la letteratura, la poesia e l’arte sono ancora grandi, e continueranno ad esserlo, altrimenti la razza umana intera sarebbe un fallimento. Ciò che sottolineerei invece, è che se nella prima parte del Novecento i pensatori e gli artisti erano pochi, la cittadinanza combatteva con l’analfabetismo, con le guerre e con le idee che venivano represse da certi totalitarismi, avere idee faceva paura e faceva notizia, se ne parlava… la voce passava di bocca in bocca, non era certo il calcio ad occupare il nostro pensiero perché l’umanità intera ancora non si era asservita al Dio Televisione. Cosa è cambiato tra la prima e la seconda metà del Novecento? I mass media, il modo di comunicare che, se prima era condivisione, con la TV diventa fruizione passiva. Pasolini aveva ben inquadrato il problema nel 1966, quando scriveva: «La televisione è l’espressione concreta attraverso cui si manifesta lo Stato piccolo-borghese italiano. Ossia è la depositaria di ogni volgarità e dell’odio per la realtà». Ma la televisione è anche comunicazione che si subisce, non un “cum”, ma un “da - a”, non la si può controbattere, e anche se la mania del passaparola non si è persa, cosa è successo con la voce che passa di bocca in bocca a metà del novecento? Semplice, se prima si parlava del raccolto nei campi, della fatica in fabbrica, della vendemmia e delle idee che si venivano a conoscere (perché comunque gli argomenti a disposizione erano pochi), con l’avvento della TV si è iniziato a parlare dei programmi televisivi, degli attori, di Sanremo, di Canzonissima, dell’ombelico della Carrà e così via, travolti da un crescendo incredibile che culmina con l’arrivo delle TV private, degli spogliarelli delle massaie, delle veline e dei programmi più idioti che esistano, fino al Grande Fratello e allo yogurt della Marcuzzi.

Negli anni ottanta e novanta, quando andavo in ufficio l’argomento principe delle conversazioni era il programma visto il giorno prima, e se si trattava di un programma di approfondimento, immancabilmente diventava l’occasione per sentirsi un esperto del tema: l’ex telespettatore alla pausa caffè indottrinava gli altri. Intendiamoci, a volte era anche interessante, ma raramente si parlava di arte o di idee, mai una volta che si parlasse di un dubbio o di un pensiero profondo, sempre e solo certezze.

Se l’agente provocatore inseriva temi significativi nel discorso, questi non veniva seguito, semmai veniva deriso e messo da parte. Così, piano piano, chi parlava di idee si trovava ad essere sempre più solo, fino a rinchiudersi in una sorta di setta. Era comunque visto con rispetto, ma alla conversazione stimolante si preferiva sempre parlare delle cosce di qualche velina o della lite tra politici in qualche salotto privilegiato.

Le masse hanno cominciato a vedere la TV e considerarla un oracolo anche perché permetteva, nella conversazione, di ripetere il modello “da – a”, cioè non si comunicava, ma si imponeva un ragionamento agli altri, tutto era già digerito e non si permetteva nessun contraddittorio. La TV è l’unico strumento di comunicazione degno di essere acceso in cucina, in camera e nel soggiorno, se ne sta sempre accesa a riversare su di noi immagini truci e non obiettabili, e il telespettatore che ha il potere di dire no, invece di spegnere si limita a sguazzare sul telecomando passando da un canale all’altro.

Verso la fine del Novecento abbiamo assistito ad un altro fenomeno, molto più interessante: l’utilizzo della rete, il computer, la comunicazione telematica… e non mi dilungherò nello spiegare come funziona, del resto lo sappiamo tutti, ma sottolineo che per molti non è altro che l’evoluzione della TV, a volte in peggio, perché diventa uno strumento che isola dando l’illusione di aggregare.

Bene, tutto questo ha portato a disperdere la capacità di aggregarsi intorno a un’idea. Ecco il problema. La dispersione, la non aggregazione, loro sono i veri nemici dell’arte, del pensiero, della letteratura… per non dire della politica, che dovrebbe pensare al bene comune, invece… lasciamo perdere.

I mezzi di diffusione o di promozione delle arti e del pensiero ieri erano pochi, oggi sono tanti, ma spesso asserviti a un sistema che ha come scopo principale la commercializzazione di qualcosa e non la promozione o diffusione di un pensiero. E mettiamoci pure che oggi gli stimoli sono tanti, quasi tutti innaturali, commerciali, materiali…

Se ieri si poteva contare su un passaparola efficace, oggi abbiamo un passaparola prevalentemente dispersivo, in gran parte telematico e, invece di condividere una o due idee, si condivide di tutto sentendosi protagonisti del nulla. Già, perché se il mezzo di comunicazione che prima era la TV permetteva di essere protagonisti nella chiacchierata del giorno dopo, la rete illude di essere protagonista da subito, grazie ai messaggini, a Facebook, ai blog.

Ciò non significa che non c’è pensiero, arte, letteratura o poesia… c’è, c’è, vi assicuro che c’è… ma è tutto sommerso, vittima di un sistema più intelligente di noi che ha fagocitato la nostra capacità di essere un insieme di persone e non una massa informe di individui.

Con questo voglio dire che Tronti ha ragione, non sembra che abbia colto le ragioni che hanno reso la nostra fase confusa, come lui stesso l’ha definita.

D’accordo, buona parte del Novecento è stata una miniera di idee e di creatività, oggi non si vede lo stesso movimento, ma non è vero che mancano le idee, il pensiero, l’arte… direi invece che tutto nuota nella dispersione informativa di cui tutti siamo testimoni. Oggi quello che manca è la capacità di aggregare e la forza per combattere una battaglia più grande di noi.

Però bisogna provarci, altrimenti che ci stiamo a fare qui?

Ancora una volta richiamo i temi del Manifesto Culturale il Bandolo, che si pone come indicatore di una direzione da prendere per colmare, anche solo in minima parte, quel grande vuoto segnalato anche da Tronti!

Claudio Fiorentini

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Aldo Dalla Vecchia, "Specchio segreto"

31 Maggio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #televisione

Aldo Dalla Vecchia, "Specchio segreto"

Specchio segreto

Aldo Dalla Vecchia

Sei Editrice, 2014

pp 298

14,00

Educazione è una parola talmente superata, al giorno d’oggi, da apparire rivoluzionaria. Il garbo con cui sono condotte le interviste che Aldo Dalla Vecchia - autore televisivo e teatrale, giornalista e romanziere – raccoglie nel volume “Specchio segreto”, chiamato come il programma (cult diremmo oggi) di Nanny Loy, per celebrare i sessant’anni della televisione, sfocia in uno stile pulito, elegante, da articolista perbene di una volta.

Dopo una poco significativa introduzione di Maurizio Costanzo, sfilano sessanta interviste precedute da un piccolo commento dell’autore, che spaziano dal 1992 al 2013, rilasciate da personaggi televisivi, alcuni immensi, come Mike Bongiorno o Pippo Baudo o Raffaella Carrà, altri minori ma sempre noti al grande pubblico. Il taglio di ogni articolo è angolare, non contempla tutto il personaggio, la sua vita o la sua opera in toto, ma lo ritrae di scorcio, zoomando su qualche mania privata, come la collezione di bambole di Paolo Limiti, gli omogeneizzati serali di Cristiano Malgioglio, l’amore per le pellicce di Sandra Milo, di là da ogni animalismo. Carrellate di volti, di studi televisivi, ma anche appartamenti, divani, cucine, ninnoli, paillettes e lustrini a profusione.

Per l’autore è una specie di compendio di tutto ciò che ha visto e fatto, dietro le quinte dei programmi tv e da collaboratore di testate importanti come “Epoca” e “Sorrisi e Canzoni”. Vive la cosa da addetto ai lavori ma soprattutto da innamorato della televisione.

Per noi che leggiamo, invece, è curiosità, voyeurismo bonario e pudico. Ci lasciano interdetti certi atteggiamenti kitch. Alba Parietti che per il cinquantesimo compleanno dà una festa degna di Sorrentino, rifacendosi al film “Eyes wide shut”, fra maschere veneziane e miniature di se stessa in bilico sulla torta. Marcella Bella che descrive casa sua come se fosse normale avere “la zona relax, con palestra, sauna, bagno turco, ping pong e biliardino”.

Dal lato opposto, la stessa morbosità applichiamo nei confronti di chi, come la Panicucci, ci appare “normale”, nel suo affannoso destreggiarsi fra figli e lavoro. Lo “spezzatino con patate” che prepara per cena ci rassicura, e, tuttavia, diventa l’altra faccia della medaglia, ridimensiona e bilancia i cinquanta cappelli impilati in casa di Malgioglio. Vita da vip che stupisce sia nella sua stravaganza che nel suo opposto, l’ordinarietà.

Ma, più di ogni altra cosa, quella di Dalla Vecchia è un’operazione nostalgia. Si torna indietro, agli albori della tv commerciale, si torna alle piazze in delirio per un ragazzo col codino, di nome Fiorello, che faceva cantare la gente in strada, aiutato da un parente stretto non ancora divenuto il grande attore drammatico di oggi. Si torna a sederci sul divano con Sandra e Raimondo, accorgendoci di quanto mancano, così come mancano il grande Mike, finto ingenuo, finto ignorante ma vero gentiluomo, ed Enzo Tortora, col suo pappagallo, il suo mercatino, i suoi primi tentativi di collegare “in rete” tutto il paese, in una sorta di social network ante litteram. Vorremmo riavvolgere il nastro, avere altro tempo per risarcire il conduttore di Portobello di tutto ciò che gli abbiamo tolto, del male che gli abbiamo fatto, vorremmo risentire quelle voci e rivedere quei visi dal vivo e non solo in vecchi video d’archivio. Particolarmente straziante appare la seconda intervista a Sandra Mondaini, fatta poco prima della sua scomparsa, così piena di decoro, così laconica e gentile.

C’è, secondo lei, la nuova Sandra Mondaini”, domanda Dalla Vecchia.

“No, ma solo perché non sono mai stata niente…”

Solo chi è veramente grande possiede quest’umiltà.

Poi c’imbattiamo in qualche chicca per coloro che sono affascinati dai meccanismi televisivi e dalla guerra dell’audience, come l’intervista a Luca Tiraboschi, direttore di Italia uno. Egli lamenta che Canale 5 tenda a cooptare i programmi di successo sulle altre reti.

Colgono nel segno anche le parole di Lorella Cuccarini:

Viviamo in un momento televisivo in cui non viene richiesta una particolare professionalità. Io stessa, per esempio, tutto quello che so fare nell’ambito dello spettacolo, non lo esprimo più in televisione. Se voglio ballare e cantare, devo farlo in teatro.”

Riflettiamo che è proprio così: oggi, ai conduttori, ai ballerini, agli ospiti dei programmi si chiede solo di esserci, di fare i tronisti e gli opinionisti, un po’ come tutti quanti ormai siamo commentatori sui social network. È semmai dai concorrenti dei talent, dai perfetti sconosciuti, che viene pretesa ogni capacità: i bambini di Antonella Clerici devono stupirci con i loro gorgheggi, i giovani di “La pista” devono volteggiare come professionisti. Vip e sconosciuti, esperti e principianti, s’incrociano e si scambiano di ruolo. Si assiste al fenomeno stravagante per cui, se sei bravo a fare una cosa, ne devi, invece, fare un’altra. I personaggi famosi devono imparare a danzare, a pattinare sul ghiaccio, a morire di fame sull’isola, a imitare. Insomma, la professionalità, la gavetta, lo studio, il mestiere non sono più richiesti, basta una presenza spesso improvvisata e sguaiata, oppure la preparazione certosina ma in un campo che non è quello abituale.

Non poteva mancare, a degna conclusione, l’intervista al mostro sacro Pippo Baudo. Con lui si ripercorrono prima gli albori della tv, poi gli anni settanta, quando ancora la televisione era considerata un mezzo educativo e unificatore per il paese, e i dirigenti erano, a detta di Baudo, “di una cultura pazzesca.” Si passa quindi al mitico decennio anni ottanta, con le due colonne portanti televisive di Domenica in, grande contenitore pomeridiano che mischiava giornalismo e intrattenimento, e Fantastico, show del sabato sera, la cui più bella edizione fu il numero sette, starring Cuccarini e Martinez. Alla fine, ecco gli anni novanta, la droga del lavoro continuo, della costante presenza in video per il conduttore siciliano. Ed è con le parole di Baudo, riferite proprio a questo periodo, che concludiamo il nostro excursus.

Un artista vorrebbe che l’applauso per lui non finisse mai. Il successo è come una droga, e l’insuccesso è lo stesso: entrambi fanno male.”

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Grazie di esistere, Benigni

9 Gennaio 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #televisione

Roberto Benigni è un nostro vanto, una gloria artistica nazionale, un attore così unico che se Woody Allen viene a Roma per girare un (modesto) film pensa prima di tutto a lui come possibile interprete italiano. Benigni è un regista - attore che ha vinto un Premio Oscar per un film delicato e tragico come La vita è bella. Nonostante tutto leggo in rete e sulla stampa giudizi sferzanti sulla sua ultima interpretazione: I Dieci Comandamenti. Davide Guadagni, un giornalista de Il Tirreno che firma scadenti elzeviri in prima pagina come se fosse Gramellini, dice che il pubblico ama quel che Benigni è stato, facendo capire che non apprezza il nuovo corso. Altri - che non è il caso di citare - aggiungono che Benigni ha riscosso tanti soldi dalla Rai per fare un lavoro che la Chiesa svolge da anni, in parrocchia, gratuitamente.

A nostro modo di vedere Benigni non ha perso lo smalto dei tempi migliori, perché reggere tre ore di spettacolo (in due puntate), da solo, tenendo incollati al video gli spettatori parlando di Dio, amore, regole da rispettare, leggi eterne, non è per niente facile. Benigni è un grande attore che ha subito una logica evoluzione, come ogni persona, come ogni artista. Non poteva continuare a impersonare il Cioni Mario di Tele Vacca, né la sua controfigura autobiografica di Berlinguer ti voglio bene, e neanche il comico strampalato di Tu mi turbi. Benigni non poteva limitarsi a fare il guastatore televisivo con irruzioni incontrollabili ai danni di Pippo Baudo e Raffaella Carrà. I tempi cambiano, un autore matura e affronta altri temi, cosa che per Benigni accade da anni, almeno da La vita è bella e Pinocchio. Pure Diego Abatantuono non ha fatto il terrunciello per tutta la vita ma ha deciso di cambiare registro e di passare alla commedia impegnata. Benigni non poteva continuare con la gag del critico cinematografico surreale inventata da Arbore per L'altra domenica e con il personaggio dello sceicco beige (ironizzando su Fellini) de Il papocchio. Tutti lavori che non vanno rinnegati, si badi bene, e che hanno reso grande il comico toscano, ma oggi è il momento di celebrarlo come fine esegeta di Divina Commedia, Costituzione e Dieci Comandamenti. Se non ci fermiamo in superficie, ci rendiamo conto che Benigni non è in contraddizione con se stesso, perché la poetica dell'amore contraddistingue la sua opera fin dagli esordi. Certo, quello del Cioni Mario e di Berlinguer ti voglio bene era un amore fisico, carnale, un vero e proprio desiderio corporale. Oggi, il Benigni maturo, attore e regista di successo, cerca soprattutto l'amore spirituale. Un interprete cambia con il tempo, come è accaduto a Totò e persino a Franchi & Ingrassia, che sono passati dalla farsa pura a interpretare opere di Pasolini e Taviani. Un critico attento deve valorizzare l'intero corpus di un autore - interprete, invece di restare ancorato ai ricordi del passato. Benigni non ha perso la verve d'un tempo, anche nei Dieci Comandamenti - di tanto in tanto - ha citato vecchie emozioni giovanili, consapevole che come attore deve guardare avanti per affrontare nuove sfide. A nostro parere, con i Dieci Comandamenti Benigni compie un passo avanti nella sua produzione artistica e tocca le giuste corde per unire in un solo abbraccio laici e credenti. Uno spettacolo che parla di argomenti scomodi, intenso e commovente, che riporta la televisione ai tempi in cui faceva cultura. Grazie di esistere, Benigni.

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