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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

televisione

Arriva Lancillotto

14 Febbraio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #televisione, #come eravamo

 

 

Ripensando allo spot del miele Ambrosoli, dolce cara mammina, e a quello che vi presento oggi dei cracker Gran Pavesi, “arriva Lancillotto succede un 48”, vien da pensare che a quei tempi là - per il secondo si tratta del ventennio dal 65 all’85 - fossero molto più avanti di oggi. Pochi tratti, grafica e musica esile ma idee da teatro dell’assurdo, giochi di parole, insomma avanguardia e sperimentazione che oggi ci sogniamo.

Allora, dicevamo, arriva Lancillotto e arrivano anche re Artù, Ginevra e tutti i cavalieri della tavola rotonda. E quindi facciamo un bel passo indietro.

Lancillotto o il cavaliere della carretta, scritto tra il 1176-77, è la storia dell’amore esclusivo di Lancillotto per la regina Ginevra, moglie di Artù. La materia di Bretagna, o arturiana, affonda le proprie radici nella realtà storica di un condottiero britanno della fine del v secolo, che avrebbe contrastato con successo l’avanzata degli invasori sassoni, a favore della cultura celtica autoctona. C’è chi, invece, fa risalire Artù al romano Artorius.

Mentre nella poesia epica, come nella Chanson de Roland, le azioni dei vari eroi, ispirate da ideali religiosi nazionali, hanno sempre qualcosa di collettivo, quelle dei personaggi cortesi, soprattutto quelle dei romanzi di Chrètien de Troyes, sono espressioni dell’individualità del cavaliere.

L’autore del più noto romanzo arturiano è Thomas Malory, vissuto nel 1400, persona, tra l’altro, poco onesta e raccomandabile che visse da fuggiasco o da prigioniero.

Se il ciclo francese era imperniato anche sul significato mistico del santo Graal, con Malory la psicologia del personaggio diviene centrale. E la sua opera rappresenta la transizione dal romanzo medievale a quello moderno.

L’ideale (e la poesia) cortese ha al centro l’amore. La donna è signora, l’innamorato è suo servo e suddito del re, l’amore è fonte di elevazione spirituale, come sarà in seguito per Cavalcanti, Dante e la scuola dello stilnovo.

Anche il cinema si è occupato della materia arturiana con molti film. Se Il primo cavaliere di Jerry Zucker è insulso, Excalibur di John Boorman resta un capolavoro assoluto.

Altro grande mito è La storia di Tristano e  Isotta, uno dei più grandi racconti d’amore e morte lasciato dal Medioevo in eredità all’età moderna. Dopo il più antico romanzo di Thomas, Tristan, scritto tra il 1160 e il 1190, non si contano le versioni, straniere e italiane: Schlegel, Tennyson, Swinburne, Wagner. Inesauribile il fascino sentimentale e la potenzialità suggestiva della storia. Il tema è quello del’amore fatale, l’amore ossessione, prodotto dal filtro, che non conosce limiti se non nella morte.

 

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L’altra Grace: l’inquietante miniserie marcata Netflix e ispirata a una storia vera

3 Febbraio 2018 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #televisione

 

 

 

 

Fatta apposta per chi non ha tempo né voglia di iniziare a vedere una nuova serie – di quelle che vantano otto dieci stagioni da venticinque episodi l’una –, L’Altra Grace è una miniserie Netflix inquietante – molto! – ma anche certamente interessante. Tratta da un romanzo di Margaret Atwood e ispirata a una storia vera, la serie narra le vicende di Grace Marks.

Siamo nel 1843 quando Grace Marks, domestica non ancor sedicenne, viene accusata di aver tolto la vita al suo padrone, Thomas Kinnear, e alla governante incinta di Kinnear, Nancy Montgomery. McDermott, tuttofare che eseguì – pare – materialmente il delitto, viene impiccato; poco prima di perdere la vita con un cappio intorno al collo, sputa tutto l’odio per Grace, che accusa in modo molto duro.

Malgrado lei sostenga a gran voce di essere innocente, sono varie le testimonianze che la inchiodano. Ecco perché è condannata al carcere a vita.

La serie inizia proprio dopo quindici anni da questi fatti delittuosi. Grace è chiusa in un penitenziario ed è costretta ad affrontare le angherie più crudeli.

Il dottor Simon Jordan deve redigere una relazione su di lei, sulla sua presunta innocenza; questo potrà forse donarle nuovamente la libertà.

Fin dal primo colloquio, Grace racconta a Simon il suo passato con estrema precisione ma anche con una calma innaturale; talvolta, nella sua testa volano dei ricordi – quasi sempre molto duri, molto forti – ma lei non fa una piega. I maltrattamenti al manicomio – dove è stata prima di finire al penitenziario – ma anche la sua vita precedente di serva tuttofare in case ricche. Il dolore della morte. La tristezza del duro lavoro. La convinzione di non poter andare oltre, di non poter crescere. Le violenze e i brutali colpi. Il suo sguardo rimane imperturbabile. Dà a Jordan la sua versione, sempre china sul fazzoletto che sta ricamando salvo che per guardare il medico con sguardo indagatore, intenso. Nei suoi occhi di ghiaccio – è una donna molto bella, il suo sguardo è conturbante –, freddezza e dispiacere – quello che viene fuori quando, suo malgrado, si lascia andare in elucubrazioni e in riflessioni personali e non filtrate da una mente arguta. Poi, quando le sembra di essere andata oltre, quando le sembra che il dottore la guardi con fin troppo ardore, si ritira. Per tutti e sei gli episodi, gli occhi rimarranno incollati allo schermo della tv.

Grace è innocente o colpevole? Ha ucciso o no i due, senza pietà alcuna?

È molto religiosa, sì, ma ha anche un atteggiamento di forte condanna verso il peccato; Nancy era incinta del suo padrone e questo la disgustava. L’ha uccisa per questo? Ha ucciso l’uomo per lo stesso motivo? Per il peccato fatto agli occhi di Dio?

Poi torna una ragazza normale, dolce e singolare, con la paura del sangue e della morte. Ci confonde, gioca con i nostri sentimenti e con la nostra mente, Grace Marks. Ci sfida a un gioco che sa di oscuro, di male, di tenebre. L’ultimo episodio arriva e non ce ne rendiamo conto. Non ci sfama. Per questo, forse, non basterebbe una serie da trecento episodi.

 

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Oggi fue giorno di letizia

31 Gennaio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #televisione, #come eravamo

 

 

 

D.O.M. Bairo, "l'Uvamaro", è uno storico amaro italiano a base di vino, noto negli anni settanta e ora non più in produzione.

Tra il 72 e il 77 andò in onda uno spot divenuto famoso, ambientato in un convento di fraticelli del 1400, fra i quali spiccava Cimabue, che non ne combinava mai una giusta. Evidentemente non seguiva alla lettera la regola monachorum, o benedettina, dettata da San Benedetto da Norcia attorno al 540 circa.

“Oggi fue giorno di letizia per lo convento e per li frati tutti”, iniziava lo spot… anzi no… la rèclame, e si sentiva subito un inconfondibile scampanio.

Il testo era scritto in versi e in un linguaggio che ricordava l’italiano volgare del medioevo.

"Cimabue, Cimabue fai una cosa ne sbagli due", intonavano 22 fraticelli costernati.

"Ma che cagnara, sbagliando d’impara" si difendeva il povero incapace.

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Dolce cara mammina

20 Gennaio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #come eravamo, #televisione

 

 

Esistono parole, rime, frasette che, al solo risentirle, ci aprono un mondo di ricordi e ci struggono il cuore.

Fin qui ho parlato di due poesie famose in ambito scolastico, una di Fusinato e l’altra di Pascoli. Da oggi voglio ricordare i jingle popolari della pubblicità anni sessanta. Non me ne vogliate, penso che non ci sia mai stato, né prima né dopo, un periodo altrettanto pieno di speranza, di fiducia nello sviluppo e nella civiltà. Quasi finita la ricostruzione post bellica, in pieno svolgimento il boom economico, guardavamo al futuro come ad una cornucopia di possibilità. Le cose non potevano – pensavamo noi ingenui - che andare meglio, col progredire della scolarizzazione, della tecnologia, della medicina.

Ne abbiamo ricavato inquinamento, cataclismi, degrado, sporcizia, immigrazione senza controllo, snaturamento della nostra cultura e delle nostre radici, violenza in famiglia, droga, alcol e sballo, baby gangs, tumori. In una parola: fine della speranza e dilagare della paura.

Perciò, consoliamoci coi ricordi, smielati è il caso di dire. E pazienza se oggi corre voce che il miele industriale faccia male, sia finto come tutto il resto, a noi piace ricordarlo così, come nella pubblicità dell’Ambrosoli:

 

Bella, dolce cara mammina,

la più bella mammina  

la la la la 

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CINZIA DIDDI ABITI ESCLUSIVI PER EDOARDO ERCOLE

17 Gennaio 2018 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #moda, #televisione

 

 

 

 

 

 

Edoardo Ercole, figura imponente quasi da condottiero militare, con una fortissima volontà di conquista, che lo porta a raggiungere mete ed obiettivi esclusivissimi, un'anima gentile, aristocratica, non conformista, ironica e nobile.

I capi che ho realizzato in esclusiva per lui rispecchiano queste sue peculiarità caratteriali e si ispirano al mood  military/chic.

Sono  moltissimi gli elementi che nel tempo la moda ha preso in prestito dall'ambiente militare.

Eserciti di ogni latitudine ed epoca hanno ispirato fortemente i creatori di moda, sfruttando il proverbiale fascino della divisa.

L'outfit di Edoardo, esclusivo e studiato, mixa il rigore dell'uniforme, alla classe di un look senza tempo, rispecchiandone fedelmente la personalità.

Il risultato finale?

Un uomo che trasuda eleganza e un non so che di misterioso ma allo stesso tempo che ama la praticità e il confort. Tessuti pregiatissimi, colori equilibrati e, qua e là e senza troppo chiasso, qualche decorazione e abbellimento dal guizzo eccentrico: il cappotto in cashmere dalle spalle scese quasi a sembrare un grande mantello da comandante di milizie, la giacca in velluto blu dai preziosi bottoni Gold resa unica e Glam  da ricami in filo d' oro zecchino.

Il pantalone aderente slim  con banda laterale in grosgrain blu e il tocco ironico ...

una catena  in oro e pelle nera ai passanti.

La maglia girocollo con pochette nel taschino, in controtendenza rispetto agli standard, che prevedono la pochette per la giacca, rappresenta l'aspetto non convenzionalista, tratto distintivo della personalità di Edoardo.  

 

Cinzia Diddi                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                       

 

 

L’abito è stato creato da Cinzia Diddi per Edoardo Ercole, figlio della diva per eccellenza, Serena Grandi, in occasione del suo compleanno.

L’evento si è tenuto nella prestigiosa location del Just Cavalli a Milano, Edoardo, in splendida forma dopo l’intervento di liposcultura in diretta a Domenica Live, ha accolto ospiti ed amici per brindare e spegnere insieme le candeline.

Moltissimi sono stati i volti noti presenti, tra cui la madre Serena Grandi, le amiche Mercedesz Henger e Francesca CiprianiMarco Predolin, la bellissima Ivana Mrazova, il Tronista Alex Migliorini Alessandro D’Amico, l’icona gay Elenoire Ferruzzi e tantissimi altri.

Una serata dal tocco glamour da non perdere assolutamente.

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DIETRO IL NUOVO LOOK PIU' SEXY DI ELEONORA DANIELE C'E' LO ZAMPINO DELLA STILISTA PRATESE CINZIA DIDDI

30 Dicembre 2017 , Scritto da Daniela Lombardi Con tag #moda, #televisione

 

 

 

Finalmente! Eleonora Daniele osa un look che mette in risalto la sua sensualità. Nelle interviste prima del debutto di Sabato Italiano, il nuovo programma del sabato pomeriggio, aveva promesso che l’avremmo vista in vesti diverse e infatti è così non solo per i temi trattati, ma anche per gli abiti, infatti, Eleonora sfoggia anche un nuovo look: tubino sotto il ginocchio,  sexy, aderente. Tacco 12 come da copione.  Un grande classico che non delude mai.  Un look che lascia senza fiato. Eleonora Daniele oltre a essere una brava conduttrice è anche una bellissima donna. Finalmente ha tirato fuori quel lato sensuale che troppo spesso tende a nascondere

Di  mattino osa solo Federica Panicucci, al pomeriggio lo fa la D’Urso e al sabato finalmente anche Eleonora Daniele.

Dietro a questa trasformazione  c’è la mano sapiente di una giovane stilista pratese, Cinzia Diddi, che con pazienza e tante prove è riuscita  a trovare la giusta  formula per fare accettare alla bella presentatrice questa immagine decisamente più sexy e femminile.

 

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La moda del GF Vip: Carmen Russo e i vestiti firmati Cinzia Diddi

18 Novembre 2017 , Scritto da Sonia Russo Con tag #moda, #interviste, #televisione

 

 

 

 

Vulcanica, prorompente, sexy, Carmen Russo al GF Vip ha stupito con i suoi abiti accesi, brillanti, ricchi di paillettes e caratterizzati da spacchi e scollature profonde che mettono in risalto il sensuale décolleté. Ma chi c’è dietro la seduzione sfoggiata in tv dalla bellissima Carmen? Si tratta di Cinzia Diddi che si racconta in questa bella chiacchierata.
 

Raccontaci la moda firmata Cinzia Diddi.
 

Le collezioni, sia uomo che donna, vengono realizzate sempre all’insegna della qualità, senza rinunciare all’originalità, con costante attenzione al dettaglio e ricerca del pregio e della raffinatezza. Il mio motto è “Lusso Sempre”, la mia promessa è fare in modo che ogni donna e ogni uomo possano vestirsi bene sempre, senza dover necessariamente spendere cifre folli.

Quali sono gli aspetti a cui presti maggiore attenzione?
 

Gli aspetti a cui faccio attenzione sono: la qualità del capo, l’esteriorità, la bellezza del capo e il prezzo di uscita. I capi Tentazioni devono essere accessibili alla moltitudine. Questa è la mia filosofia, questo è ciò che mi motiva.

Qual è la donna che vesti?
 

Io vesto tutte le donne con lo scopo di "slatentizzarne" l’innata femminilità e raffinatezza. Gli abiti della mia collezione sono eleganti, raffinati, femminili, grintosi… Si pongono al servizio della donna per valorizzarla. La gamma di abiti ideati per la collezione donna autunno inverno è vasta, va dal sensuale allo sportivo, e la comodità nei capi sportivi incontra sempre l’eleganza. La donna Tentazioni è sicuramente una donna che ama curarsi ed è attenta al dettaglio.

 

Quali sono i colori e i tessuti che caratterizzano le tue ultime creazioni?

Lo show room e la sede sono a Prato, territorio di antica tradizione tessile, pertanto i tessuti che vengono utilizzati nelle collezioni sono indiscutibilmente cotone, seta, lana, tessuti elasticizzati e tessuti fermi. Vivendo nella patria del tessuto per eccellenza, ho a disposizione un’infinità di materiali… sarebbe un sacrilegio non utilizzarli!

 

Hai vestito personaggi per il Grande Fratello Vip?
 

Da anni il modus operandi del brand Tentazioni segue due filoni: quello della creazione e produzione dei capi per i nostri negozi, e quello della consulenza esclusiva di immagine, destinato agli eventi particolari, da cui segue una creazione e produzione di capi esclusivi. Potrei citare molti lavori fatti ma mi soffermo sulla ultimissima esperienza.

Ho creato capi dietro consulenza per alcuni personaggi del mondo dello spettacolo, in particolare dei kaftani in seta e stoffe pregiate dalle variegate fantasie per Serena Grandi, abiti che valorizzassero la prorompente femminilità di Carmen Di Pietro e Carmen Russo.

Gli abiti sono stati indossati dalle dive al grande fratello vip. Si tratta di tre personalità totalmente diverse: Serena Grandi è pacata, raffinata e tondeggiante, io amo definirla pastosa e tanto tanto femminile; Carmen Di Pietro è genuina, verace e prorompente; Carmen Russo è una diva, è solare eccentrica e statuaria. Per loro ho creato abiti che rispecchiassero ed esaltassero queste caratteristiche.

 

Quali sono i capi ideali per la donna dal fisico androgino ma al contempo prorompente come quello di Carmen Russo?
 

Per Carmen Russo, diva per eccellenza, ho creato abiti lunghi con paillettes molto luminosi, con scollature che mettessero in evidenza il suo décolleté. Ho scelto per lei anche abiti corti aderenti in tessuto elasticizzato capaci di seguire e valorizzare il suo statuario corpo, un giubbotto in pelle borchiato da abbinare agli abiti per creare un contrasto agrodolce, e poi gonne corte con t-shirt scollate. Insomma un look completo da indossare in ogni occasione.

I colori che ho privilegiato per gli abiti di Carmen sono il rosso, il verde acqua, l’argento e l’immancabile nero. La sera della sua eliminazione indossava un abito nero lungo con paillettes, stretto sui fianchi per esaltare il punto vita svasato infondo e con scollo profondo per valorizzare il suo perfetto décolleté.
 

Di Sonia Russo

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Tredici: qualche parola sulla serie Netflix che parla in modo crudo di suicidio e bullismo

29 Aprile 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #televisione

 

 

“13 Reasons Why” – meglio conosciuta come “Tredici” – è una delle ultime serie prodotte da Netflix.

Prima scena. Un comunissimo liceo americano. Tutto sembrerebbe normale – corridoi gremiti di studenti, zaini in spalla e professori dall’aria distinta – se non fosse che, in quell’infinita accozzaglia di alunni, appaia chiaro che manca un’anima. Clay Jensen si aggira per gli anditi con aria smarrita. È cordoglio, il suo, ma anche mancanza e tristezza. È sapore di perdita, più che altro; è la sensazione che manchi qualcosa unita all’amara certezza di non poter fare nulla al riguardo: ecco cosa colora i suoi occhi chiari mentre si volta verso un particolare armadietto. È addobbato, fiori e foto e lettere e disegnini. Hannah Baker. E allora gli sembra quasi di vederla, nella sua testa e in tutto quell’ambiente così familiare e così ostile insieme. Gli sorride, poi volta il viso, timida e un po’ impacciata. Poi si riprende da quell’allucinazione: lei è morta. E tutto torna grigio, amaro e terribile.

Tornato a casa, trova una scatola. Dentro, sette cassette. Ma sì, quelle che andavano in voga prima dei CD ROM. Appena mette la prima, lato A, in un vecchio lettore, capisce. O meglio, sa che capirà.

Hannah Baker, prima di suicidarsi, ha inciso tredici audio, in quelle sette cassette; una per lato. Un lato è rimasto vuoto.

«Ciao, sono Hannah. Hannah Baker. Esatto. Non smanettate sul… qualsiasi cosa stiate usando per ascoltare. Sono io. In diretta e stereo. Nessuna replica, nessun bis, e questa volta assolutamente nessuna richiesta. Mangia qualcosa e mettiti comodo, perché sto per raccontarti la storia della mia vita. Anzi, più esattamente, il motivo per cui è finita. E se tu hai queste cassette, è perché sei uno dei motivi.»

Clay non sa che fare, è paralizzato.

Scopre presto che ci sono dei colpevoli, per quella morte così ingiusta e piena di perché. Per la precisione, ogni lato è destinato a qualcuno che ha contribuito a ucciderla. La ragazza si esprime con chiarezza al riguardo: dopo averle sentite tutte, la persona che le ha ricevute deve passarle a chi è dopo di lei nella narrazione.

Non si può fare i furbi, no: qualcuno vi controlla, dice Hannah, controlla che voi ascoltiate tutto.

Allora anche Clay inizia. Mette Play.

Non riesce a sentirle tutte insieme. Si deve fermare spesso, occorre che si blocchi per non perdere il senno. La vede di fronte a lui, impazzisce attraverso la sua voce. Vive con lei tutto ciò che è accaduto. Gli amici-nemici, le menzogne, le voci, le foto. Molto di più. Cose terribili, abomini. Tutta quella sofferenza. Lui la amava, malgrado non fosse abbastanza coraggioso da dirglielo. La amava da morire, e quella certezza viene infranta da tutti quei segreti. Da quegli scheletri. Da quei muri. Se avessi detto, se avessi fatto. Ha le allucinazioni, Clay, non vede l’ora di arrivare alla sua parte. Non vede l’ora di scoprire come ha ucciso Hannah Baker, malgrado desiderasse solo poterle tenere le mani. Intanto cerca di punire i colpevoli. In un universo di silenzio – molti le hanno già ascoltate, seguendo le regole della ragazza, prima di passarle al successivo individuo – lui vuole gridare che delle colpe ci sono, ci sono eccome. Nonostante quegli sguardi innocenti, nonostante quelle belle parole, nonostante le lettere scritte… nonostante tutto questo, qualcuno l’ha portata a morire. Lentamente. Sola.

Sono molte le prove che Hannah deve sostenere; macigni troppo pesanti per quelle deboli spalle da ragazzina.

Ecco cos’è il bullismo. È emarginazione, è pesantezza. È voglia di fuggire, di finirla. È avere la luce spenta dentro, nel cuore.

Confesso di aver guardato la serie intera con un senso di inquietudine nel cuore. L’ho guardata sentendomi persa, triste. Quando l’ultima puntata è finita, ero come svuotata.

Avete presente quando guardate un film? Quando accade qualcosa di brutto ci si ripete, come fosse un mantra: «Va be’, è solo un film.»

Qui non riuscivo. Paralizzata dalla visione, mi sono domandata in che mondo siamo finiti. Queste cose accadono, accadono tutti i giorni e in tutti gli istituti scolastici. A sedici anni si è bravi a calpestare pur di arrivare più in alto. Gli adolescenti sono cattivi, ridono e puntano le dita gli uni verso gli altri. Sparlano, offendono. Non capiscono che molte volte basta poco per spezzare una vita. Ecco perché, per quanto cruda e un po’ macabra, consiglierei la visione di questa serie nelle scuole.

Nessun lieto fine, qui; nessun “E vissero felici e contenti”. C’è solo la morte, fredda e spenta, e qualcuno che ha pagato un prezzo troppo alto perché stanco. Stanco di sopportare, stanco di non sorridere, stanco di stare da una parte come un cane rabbioso.

“Tredici” non è solo una serie TV ma è quello che può accadere quando le cose precipitano.

Hannah Baker è vittima di una cultura maschilista che ci insegna che se una ragazza si mostra gentile verso un ragazzo, lui potrà fare quello che vuole. Sparlare, chiamarla cagna, inventare chissà quale scenario hot. Toccarla, tenerla, violentarla. D’altronde, tutte le ragazze sono facili, sono calde. No? Non è questo, quello che ci viene insegnato?

Hannah Baker è vittima di un mondo superficiale e materialista, dove basta un niente per togliere di torno chi è scomodo… un mondo dove si resta in disparte non di rado.

Hannah Baker è vittima di un ambiente scolastico che non sa ascoltare, che non sa domandarsi perché. Che non si occupa abbastanza dei suoi studenti.

Non vuole essere dolce, questa serie, e non vuole creare divertimento. Non si sorride e non si guarda a cuor leggero nessuna scena. È crudo, forte. Le prese in giro, il restare da soli, l’amarezza. La scena dello stupro è forte, quella del suicidio è terribile. Credo fosse proprio questo, l’intento. Creare disagio. Portare alla riflessione in modo pesante, certo non con leggerezza.

Perché la morte non è mai leggerezza, soprattutto quando si hanno diciassette anni.

Ed è importante vedere che anche qualcosa che non si fa – e non solo qualcosa che si fa – può contribuire a mettere la parola fine a un’esistenza.

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Aldo Dalla Vecchia, "Amerigo Asnicar"

20 Febbraio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #televisione, #recensioni, #racconto

Aldo Dalla Vecchia, "Amerigo Asnicar"

Amerigo Asnicar, giornalista

Aldo Dalla Vecchia

Murena editrice

pp 75

10,00

Questo è il quarto libro di Aldo Dalla Vecchia ed è, a mio avviso, il più originale, perché mescola il giallo – a dire il vero un giallo elementare - all’ambiente che l’autore conosce per averlo frequentato da sempre e di cui trattano anche le sue opere precedenti, vale a dire il mondo della televisione Mediaset.

Dalla Vecchia costruisce un personaggio di giornalista investigatore, tagliandolo su se stesso, sulla sua professione, sui suoi interessi, addirittura sulle sue frequentazioni. I tre racconti che propone, infatti, hanno per protagonisti, non solo caratteri inventati, ma anche persone in cane ed ossa, amici dell’autore che sono, poi, famosi e conosciuti nel mondo dello spettacolo e del jet set milanese, da Cristiano Malgioglio a Mara Maionchi, a Paolo Mosca etc.

Aldo disegna se stesso in un habitat che è, allo stesso tempo, reale e parodistico. I personaggi sono attori, modelle, autori televisivi, persone ritratte senza sconti, senza paura di far nomi e cognomi, ma con sarcasmo bonario e gentile. C’è molta satira dell’ambiente, ma è fatta da dentro e con indulgenza. Le storie fanno riferimento all’attualità, necessitano di una lettura non differita, come il terzo racconto che si svolge durante l’Expo di Milano.

La scenografia e i personaggi, a partire dal protagonista - con quel cognome che sa tanto di anagramma ma è solo tipicamente veneto - ricordano le figure dei fumetti anni settanta, tanto amati dall’autore, a partire dal Corrierino dei piccoli, da cui Amerigo Asnicar sembra saltato fuori, pur essendo, come abbiamo detto, Aldo stesso, con le sue abitudini, l’amore per il burraco, il cane e il gatto, l’appartamento in una Milano “amatissima”, persino con un pizzico d’introspezione struggente.

a casa sua ero stato tante volte, e ci arrivai a piedi in pochi minuti anche quella sera d’autunno limpida e tiepida, con una sensazione strana indefinibile che non era semplice dispiacere, non era ancora dolore , ma aveva già i contorni nebulosi, il sapore acre , l’odore pungente della tragedia.” (pag 9)

Da questo mix di giallo meneghino e luccichio patinato da jet set, escono delle storie godibili, simpaticissime, divertenti e al passo coi tempi, da leggere man mano che usciranno – perché si preannuncia già una serie.

Lo stile è quello solito di Dalla Vecchia, elegante, colto. Lui stesso è un misto di educazione, cultura, umiltà e leggerezza perbene. È osservatore partecipe ma sottilmente critico di un ambiente fatto di gossip, di apparenza e, forse, di un briciolo di solitudine, un ambiente che lui adora, che comprende a fondo e al quale non rinuncerebbe per niente al mondo.

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Zombie in TV. Le migliori zombie-serie del piccolo schermo

16 Ottobre 2015 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #televisione, #recensioni

Zombie in TV. Le migliori zombie-serie del piccolo schermo

SINOSSI: Dopo aver saturato il mondo cinematografico, lo zombie ha trovato nuovo terreno fertile in televisione, dove il personaggio sta vivendo una seconda giovinezza. Dal successo mondiale di The Walking Dead allo spin-off Fear The Walking Dead, dalla sorpresa Dead Set al commovente In the Flesh, passando dalla sfrontatezza marcata Asylum di Z-Nation fino alla delicatezza romantica del francese Les Revenants, questo volume raccoglie le migliori serie tv zombesche che stanno affollando le televisioni di tutto il mondo, analizzandole criticamente e raccontandone la genesi. Prefazione di Paolo Di Orazio.

DALLA PREFAZIONE: [...] Non voglio anticipare cose che leggerete in questo splendido trattato, soltanto limitarmi a raccomandarne una lettura attenta e amorosa, e la divulgazione poiché personalmente vedo necessario erigere uno spartiacque tra ciò che è horror e ciò che non lo è. E questa operazione la si può compiere con successo cibandosi di questo libro ben scritto, che ci porta a spulciare nella produzione mondiale dei film sul morto vivente (ma anche per renderci conto di quanto l'Italia sia distante da quel che accade nel resto del mondo).

L’AUTORE: Marcello Gagliani Caputo è scrittore, saggista e critico cinematografico e letterario. Ha pubblicato Bad Boys - La Figura del cattivo nell’immaginario cinematografico per la Morpheo Edizioni, ha partecipato al libro Christopher Lee - Il Principe delle Tenebre, Profondo Rosso Edizioni e al volume Il Cinema di Michael Winner (Edizioni Il Foglio). Ha pubblicato la prima monografia su David Fincher, The Fincher Network (Bietti Edizioni), e ha partecipato al saggio The Walking Dead - L'evoluzione degli zombie in tv, nel fumetto e nel videogioco edito da Universitalia. Nel 2014 ha pubblicato l’ebook Zombie al cinema per Fazi Editore, mentre l'anno dopo Guida al cinema di Stephen King, Universal Monsters - L'epopea dei mostri in bianco e nero e Guida al cinema di Bud Spencer e Terence Hill. Alla sua squadra del cuore, la Juventus, ha dedicato la collana Almanacco Juventino - Tutte le partite della Juventus dal 1930 al 2014 e l’ebook Da Platini a Pogba - La Juventus dei campioni francesi (Delos Digital), mentre ha raccontato la storia della Champions League nel libro Champions Italia - Le italiane e la Coppa dei Campioni.

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