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storia

DUE MORTI di Federico De Roberto

16 Aprile 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto, #storia

DUE MORTI di Federico De Roberto

Si tratta di un racconto scritto nel 1920 dall’autore del noto romanzo I viceré. Siamo senz’altro al di sotto come forza narrativa rispetto alla novella La Paura, già affrontata in questo blog. Comunque gli spunti stimolanti non mancano; il contesto è ancora quello della Grande Guerra. Un cappellano militare narra al suo interlocutore due casi drammatici della sua esperienza nel conflitto.

Due soldati, fra i tanti che dovette assistere, gli sono rimasti particolarmente impressi. Uno era un soldato del reparto Sanità; apprezzato dai colleghi e dai superiori, coraggioso e altruista, la sua malattia rattrista tutti. Il decorso non lascia molte speranze. A lui si contrappone un sergente degli Arditi; portato in ospedale dopo essere stato rilasciato dal nemico nell’ambito di uno scambio di prigionieri, si presenta subito nel modo peggiore. Urla, grida, strepita, protesta. La serenità con cui il giovane infermiere affronta la sua sorte cozza con l’agitazione incontenibile dell’altro; perché tanta foga? Il sergente grida la sua colpa; fu catturato mentre si era rifugiato in un tunnel anziché dare manforte a un reparto in prima linea che da otto ore resisteva al nemico. Confessa a gran voce e chiede di essere processato e fucilato. Con i suoi modi non fa altro che accrescere la sua solitudine; solo il cappellano tenta un dialogo con lui. Quando i due muoiono, sostanzialmente insieme, le differenze di trattamento sono ancora più evidenti. I colleghi dell’infermiere lo portano al cimitero; nella commozione generale, la bara viene ornata di fiori. Nessun amico o familiare accompagna invece l’altro feretro.

Il sergente commise una grave colpa; quel misfatto sembra giustificare la freddezza del trattamento. Perfino l’infermiere, già malato, lo aveva giudicato severamente, chiedendosi cosa ci aveva guadagnato col suo egoismo, ora che era prossimo alla fine.

Può un solo fatto negativo segnare una vita e soprattutto vincolare il giudizio degli altri? Nella novella sembra proprio di sì. Probabilmente il sergente compì degli atti di valore nella sua via di soldato; di questo però non rimane traccia. Essendo un Ardito, prendeva parte ad azioni spericolate; le missioni di questo reparto d’assalto richiedevano spesso un prezzo altissimo come perdite.

Quel soldato probabilmente avrà fatto il suo dovere fino al giorno in cui preferì cercare di salvarsi anziché andare ad assistere i commilitoni in difficoltà. Eppure quel solo episodio offusca una carriera e una vita; non si pensa a fucilarlo dato che la morte appare già molto vicina. Disprezzo e ostilità nell’ospedale accompagnano le sue ultime ore e sono già un castigo che l’uomo accetta e sente di meritare.

Nessuno lo considera una vittima di una tragedia come la guerra in cui le debolezze umane erano catalogate sbrigativamente come vigliaccheria. La bara dell’infermiere come detto viene onorata; a quella del sergente, spetta solo il tricolore, appoggiato sopra ad essa solo per ragioni di prassi: “ .. quando la nuda bara fu introdotta nel carro, gli artiglieri vi distesero, come prescritto, il simbolo della Patria, il tricolore. Senza distinzione di colpe e di meriti, senza sceverare i buoni dai cattivi, la Patria accoglie tutte le sue creature nel suo grembo materno”.

Quella bandiera messa sul feretro come si faceva con ogni caduto, come atto dovuto, ristabilisce un po’ di equilibrio. Per una volta, un atto di forma, porta un po’ di giustizia. Una sola macchia non può e non deve compromettere una vita.

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Due libri sul filo della memoria

8 Aprile 2016 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #storia

Due libri sul filo della memoria

Roberta Pieraccioli

La Primavera (2015)

Euro 12 - Pag. 160

La Resistenza in cucina (2014)

Euro 12 - Pag. 175

Ouverture Edizioni - www.ouverturedizioni.it

Due libri entrambi firmati da Roberta Pieraccioli e pubblicati da Ouverture Edizioni.

La Primavera è una raccolta di racconti sul filo della memoria tra Firenze e la Maremma, due luoghi geografici che rivestono grande importanza nella vita dell'autrice.

La Resistenza in cucina racconta le ricette in tempo di guerra - buone anche nel periodo di crisi che stiamo vivendo - ma non è soltanto un originale ricettario di cucina povera in cinquanta pietanze, quanto un viaggio a ritroso nella nostra storia, tra mercato nero, autarchia e piccoli trucchi per mettere in tavola il poco che si riusciva a trovare.

Due libri che raccontano in modo diverso il secondo conflitto mondiale, tra storie di povera gente e avventure quotidiane, fatti realmente accaduti e analisi del mondo dal punto di vista del popolo che si arrangia, resiste e sopravvive. Lo stile dei racconti è semplice ma letterario, ricorda le storie di guerra di Cassola e Flaiano, permeate di Bianciardi e Vittorini. L'autrice ha fatto buone letture e la sua scrittura ne risente in modo positivo.

Le ricette sono insolite, precedute da una sorta di piccolo saggio sul modo di cucinare negli anni Quaranta e sulla necessità di far bastare le poche cose reperibili sul mercato. Frittata d'ortica, torta di pane, polpettine di borragine, bucce di baccelli lessate, fiori d'acacia fritti, farinata di castagne, sformati di piselli e ceci... ma anche frittate senza nulla a base di acqua (latte, nel migliore dei casi) e farina cucinate per merenda da nonne amorose.

Roberta Pieraccioli dirige la Biblioteca e i Musei di Massa, ha pubblicato racconti con Paola Zannoner, in questo caso attinge ai ricordi culinari di nonna e madre, mentre dedica le storie alla memoria dei genitori, abili narratori di vicende del passato, alla cui fonte si è abbeverata. Quando si parla di libri utili per la memoria storica del nostro territorio, d'ora in avanti non potremo prescindere da questi due titoli.

Gordiano Lupi

www.infol.it/lupi

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VIAGGIO COL PADRE di Carlo Castellaneta (1930-2013)

21 Marzo 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

VIAGGIO COL PADRE di Carlo Castellaneta (1930-2013)

Di cosa tratta il libro? La storia si sviluppa con indubbia originalità di costruzione su due piani temporali e spaziali: il protagonista è in viaggio in treno col padre da Milano verso Foggia dove il genitore deve ricevere un'eredità. Siamo nel secondo dopoguerra. Il racconto del viaggio si accompagna a vari ricordi dell'infanzia e della giovinezza, vissute a Milano, in una casa vicino alla ferrovia, con descrizioni di luoghi e ambienti molto curate. Mentre si scende verso sud, il giovane, ora uomo maturo, ripensa con sofferenza agli anni del regime e della guerra e al viluppo di contrasti familiari che ancora lo tormentano. Il significativo sottotitolo dell’opera è infatti La caduta del fascismo visto all’interno di una famiglia piccolo-borghese. Il padre era un convinto fascista; severo, autoritario, coerente fino alla fine con le sue idee, nonostante lo sfacelo avanzante.

A distanza di tanti anni il figlio cerca di parlare a quel genitore duro come un macigno, capace di tradire la moglie e di lasciare la famiglia nel momento peggiore. Sente di avere tredici ore, quelle del viaggio, per costruire un dialogo che non c'è mai stato prima e avere un chiarimento non più rimandabile; è un piccolo processo a una generazione che affollò acriticamente le piazze, portando il paese al baratro. La vicenda quindi ha alcuni aspetti di universalità per la società del tempo. Colpe politiche e familiari si accavallano, aggravate dall’orgoglio di chi non sente il bisogno di doversi scusare. Stazione dopo stazione, si sviluppa la tensione dovuta a questo storico vuoto di parole e di significato, a tanti silenzi e asti che hanno reso estranei tra loro i due viaggiatori. Tredici ore per iniziare a confrontarsi, in un’Italia ormai cambiata. In fondo sono uomini non così diversi: il padre odiava i voltagabbana, ma anche il figlio rompe i ponti con chi si è arricchito col mercato nero, ha vezzeggiato i tedeschi per poi finire nei cortei dei partigiani vittoriosi.

Il padre peraltro era un idealista; non si curava di dare particolari vantaggi materiali alla sua famiglia in crescente difficoltà. Quanto faceva per il regime, di cui era uno dei tanti anonimi ingranaggi, lo faceva per pura convinzione ideale. Ma non ha mai voluto dialogare e ascoltare, in quanto prigioniero della propria arrogante superiorità. Ora il figlio, pur arrabbiato, è quasi pronto a perdonare, come implicitamente gli ha insegnato il signor Ottavio, ex condannato al confino e poi partigiano, che tornò a Milano nel 1945, vincitore ma senza boria. Ottavio era stato decisivo nel formare il protagonista, più con l’esempio che con i discorsi. Gli spiegò, ad esempio, che ogni scelta è politica; quale film vedere o quale libro leggere, sosteneva, sono decisioni politiche, legate a valori e principi, non sono atti da fare acriticamente in nome di un conformismo di convenienza.

Ma per perdonare, devono pur sgorgare parole nuove da quel padre così poco esemplare che ha saputo insegnare solo come esempio negativo.

La tensione che si crea intorno al discorso tra i due, continuamente rimandato, mentre ormai la periferia di Foggia si avvicina, è la parte più bella; solo le ultime pagine diranno se la non facile disponibilità al perdono troverà, finalmente, le necessarie parole di rincrescimento dal vecchio genitore. D'altronde, se il libro invita a voltare pagina dopo tante sofferenze, esso spiega anche che una comprensione del passato sembra comunque irrinunciabile, pur a distanza di molti anni.

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DIARIO DI UN IMBOSCATO di ATTILIO FRESCURA (1881 – 1943)

16 Marzo 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

DIARIO DI UN IMBOSCATO di ATTILIO FRESCURA (1881 – 1943)

L'autore, scrittore e giornalista originario di Padova, fa parte della Territoriale e quindi vede abbastanza poco la prima linea e non partecipa agli assalti; subisce e accetta simpaticamente la definizione di imboscato, pur precisando che ogni soldato pensa sempre di avere alle spalle degli imboscati. Perfino nelle prime linee alcuni chiamano imboscati quelli che si trovano appena pochi metri più indietro.

Vede comunque da vicino il dolore e il dramma di chi va all'attacco; in uno dei passi più intensi, deve spingere avanti gli uomini terrorizzati. Ha spirito d'osservazione, arguzia, sensibilità. Caratteristiche simili non possono che farne un notista disincantato e ironico delle storture e delle falle che il mondo militare gli mostra. L'involontaria comicità della burocrazia, il giornalismo di regime di Fraccaroli e Barzini, i sistemi di cura negli ospedali, le fucilazioni, le battute dei compagni si offrono al suo vaglio critico. E' pronto a bacchettare i comandi che non prendono sul serio i mille indizi sulle offensive nemiche (pur tendendo ad assolvere il vertice, ossia Cadorna), mentre ha parole commosse per il lacero fante che pur nella disperazione continua a obbedire e a morire. Canestari, Murari Bra, Porta sono alti ufficiali (sconosciuti ai più) che l'autore apprezza per il loro polso e l'onestà; bravi, schietti, poco inclini all'adulazione e quindi purtroppo candidati ideali per venire rimossi dall'alto comando.

Le pagine più dolorose sono quelle di Caporetto. Lo sfaldamento totale è descritto in modo impressionante, offrendo forse le pagine più efficaci nell’ampia letteratura memorialistica sulla terribile rotta. Ci parla dei pochi eroi silenziosi che vanno a bruciarsi nei focolai di resistenza, di donne e civili terrorizzati, dei saccheggi compiuti mentre il nemico in ogni momento può irrompere; è un mondo che si schianta. Ancora viene offerto qualche momento tragicomico anche nella fuga, ma davvero il senso della caduta imminente è ben reso, rendendo per certi aspetti quasi miracolistico l'epilogo trionfale della guerra a Vittorio Veneto, appena un anno dopo.

Al termine del libro, viene da pensare che l'ironia, le battute, le freddure che l'autore riserva a profusione (forse troppo), siano in fondo l'unica reazione da parte di una persona acuta davanti all'incongruenza eretta, sembrerebbe, a cardine del sistema organizzativo.

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"Il mio diario di guerra" di Benito Mussolini

30 Gennaio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia, #personaggi da conoscere

"Il mio diario di guerra" di Benito Mussolini

Benito Mussolini fu bersagliere nella Grande Guerra; le sue memorie abbracciano un arco di tempo che va dal settembre 1915 fino ai primi mesi del 1917; seriamente ferito nel febbraio dello stesso anno, al termine di una lunga convalescenza verrà messo in licenza e poi congedato.

Devo ammettere che dopo aver letto e commentato molti diari e memoriali di guerra, sia italiani sia stranieri, intendevo passare ad altre letture, ma il riapparire sulla scena editoriale del diario di Mussolini (editore Il Mulino, con prefazione di Mario Isnenghi), mi ha ridato interesse per questi temi. Nell’edizione che ho letto ci sono i brani che l’autore scrisse e fece pubblicare già durante il conflitto dal suo giornale, Il Popolo d’Italia; sono stati aggiunti però i due testi finali che furono pubblicati in un volume nel 1923. Si tratta di Gennaio-febbraio 1917 e del testo conclusivo Ferito!.

Non può non rimanere impresso (soprattutto nelle parti iniziali) lo stile semplice, diretto, giornalistico; attraverso brevi raffiche di parole si evidenzia l'emozione di un momento e si mostra una serie di belle istantanee di vita di trincea, non senza accenti lirici. Il diarista è un militare dotto e curioso che si muove alla ricerca di importanti tracce di italianità nelle terre appena conquistate. Come soldato semplice opera tra gli umili fanti, essendogli preclusa per ragioni politiche la possibilità di fare il corso per ufficiali. Soldato tra i soldati, è pur sempre un giornalista e un politico in ascesa; innumerevoli sono i commilitoni (anche tra gli ufficiali) che lo cercano e che vogliono stringergli la mano. Riceve persino una lettera da un soldato impegnato sul fronte belga.

In trincea può osservare il grande arcipelago di culture, dialetti, sensibilità che la guerra amalgama nella forzata convivenza, tanto da fargli esclamare che ormai il regionalismo era finito.

La freschezza di tante pagine in cui riporta i neologismi della vita di trincea, le battute vivaci dei compagni e le proprie sensazioni, si perde in alcuni punti dove emerge la retorica; ad esempio quando ci racconta di aver bevuto "con devozione" l’acqua dell'Isonzo, definito “fiume sacro” o in altri momenti in cui rileva con ridondanza il coraggio indefesso di molti soldati o lo stoicismo ferreo dei feriti anche gravi. Non è un diario ricco di grandi imprese; sul Carso la lotta contro l’austriaco si accompagna a quella contro le intemperie, contro i pidocchi, contro la noia di certe giornate. Mussolini ottiene i galloni di caporale per la premura con cui ha comandato una squadra in Carnia, impegnato soprattutto a rafforzare ricoveri in mezzo alla neve. Non sono quindi gli eroismi a essere messi sotto i riflettori, ma la quotidiana sofferenza e la forte tempra degli uomini. Ecco un passo che offre un’idea dello stile e del contenuto dell’opera:

“Verso mezzanotte, dopo sei ore di pioggia e di tuoni, si fa un grande silenzio bianco. È la neve. Siamo sepolti nel fango, fradici fino alle ossa”.

La guerra è una lotta senza sbocchi; ricognizioni, congelamenti, allarmi notturni, lavori di riattamento dopo i tiri nemici, ma anche tedio, scoramento e monotonia, esemplificati dal memorialista con la consueta efficacia:

È giunta la posta. Molte cartoline illustrate. Domani è Pasqua. Senza le cartoline illustrate nessuno si sarebbe ricordato della solennità”.

Eccolo invece in un momento ben diverso:

"Stamane all'alba ho dato il buon giorno ai tedeschi, con una bomba Excelsior tipo B, che è caduta in pieno nella loro trincea. Il puntino rosso di una sigaretta accesa si è spento e probabilmente anche il fumatore”.

Fante tra i fanti, calato tra il popolo, Mussolini si sente comunque un capo e riflette sul linguaggio più opportuno per motivare la truppa in cui nel 1916 la parola pace comincia a circolare con insistenza dopo tanti macelli; ma, afferma, nessuno dei combattenti accetterebbe una pace senza vittoria e quindi senza le sudate conquiste. Dal suo osservatorio il futuro Duce ha modo di ragionare sul morale dei soldati, notando che in ogni reparto ci sono i coraggiosi che credono nelle ragioni della guerra, poi quelli che fanno il proprio dovere (pur senza strafare) e infine altri che è difficile decifrare; potrebbero essere affidabili oppure no. Da chi dipende la forza di un reparto? Dalla capacità dei comandanti. Sulla necessità di guide adeguate, Mussolini ragiona ulteriormente su un piano più ampio, mentre in trincea legge avidamente un testo di Mazzini che individua nell’assenza di capi un male storico per l’Italia: “Mancano i capi, i pochi a dirigere i molti …”. Parole che fotografano anche il presente, commenta significativamente il diarista.

Una delle chiavi del testo, nel suo complesso, è questa dialettica tra la necessità di essere nella massa e il sentirsi comunque superiore ad essa e in grado di guidarla. C’è un punto in cui l’individualità dell’autore emerge nettamente, distinguendosi dagli altri e da una promiscuità non sempre gradita? Direi che nel brano finale il diarista approda a una sottolineata e significativa solitudine. Vediamo da vicino. Mussolini, gravemente ferito nel corso di un'esercitazione come tante, viene ricoverato in ospedale. Piovono granate nemiche; non sono colpi isolati, ma un bombardamento che sembra sistematico. Eppure c’è la bandiera della Croce Rossa ben visibile; il nemico l’ha sempre rispettata, nota con angoscia uno degli infermieri. Il pericolo cresce. Alcuni uomini vengono colpiti. Allora si impartisce l’ordine di evacuare i degenti, vista l’insistenza del micidiale cannoneggiamento. Mussolini per il dottore non è trasportabile; rimane allora l’unico ricoverato nell’ospedale, ferito in circostanze banali e antieroiche, eppure in qualche modo diverso dagli altri. Così finisce il diario, lasciando l’autore in primo piano, ancora in pericolo ma lucido, in una solitudine emblematica che può essere variamente interpretata.

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Due fratelli del mare e del cielo

23 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #personaggi da conoscere, #storia

Due fratelli del mare e del cielo


Mario Visintini: Parenzo 26 aprile 1913 – Monte Bizén 11 febbraio 1941
Licio Visintini: Parenzo 12 febbraio 1915 – porto di Gibilterra 8 dicembre 1942

Due fratelli cresciuti fra la gente d'Istria, in una terra impervia, sferzata dal vento, che i potenti si sono a lungo contesa. Erano nati a Parenzo, città che dagli scogli sembra sorridere a Venezia e all'Italia, fin da piccoli hanno respirato il patriottismo del popolo che aveva nelle vene lo stesso sangue del concittadino Giuseppe Picciola, di Fabio Filzi e Nazario Sauro istriani anche loro, sentirono i racconti delle imprese compiute dagli italiani durante la prima guerra mondiale e questi echi, questi ricordi, quello stesso ambiente, contribuirono a formarne il carattere deciso, ad accrescere in loro l'amor di Patria che li vide disposti all'estremo sacrifico.
Due stelle d'oro illuminano la bandiera dell'italianissima Parenzo....” scriveva nel 1953 Enrico Pagnacco su La Porta Orientale.
Parenzo, che ha visto nascere questi due eroi morti per la Patria, ora non è più italiana. Antico insediamento romano, ricca di vestigia storiche, città in cui ogni pietra trasuda la sua italianità, purtroppo oramai è dimenticata da tutti così come è dimenticato il sacrificio della maggioranza dei suoi abitanti e di tanti italiani, costretti ad abbandonare Istria e Dalmazia dopo aver subito persecuzioni e lutti.

Licio Visintini, era entrato come allievo presso l'Accademia Navale di Livorno nel 1933 e nel 1937 era stato promosso Guardiamarina. Dopo un periodo trascorso su unità di superficie con cui partecipò ad alcune missioni durante la guerra di Spagna, fu imbarcato prima sul sommergibile Narvalo e poi sull'Atropo e partecipò alle operazioni militari in Albania dell'aprile 1939.
Allo scoppio della seconda guerra mondiale prese parte alla prima missione dei sommergibili italiani in Atlantico, al termine della quale chiese ed ottenne di essere trasferito presso la X Flottiglia MAS di La Spezia dove, superato un periodo di duro addestramento, divenne Operatore dei Mezzi d'Assalto. Promosso Tenente di Vascello nel 1941, fu Comandante della famosa squadra di operatori denominata "dell'Orsa Maggiore", che portò a termine con successo un'operazione contro la base navale inglese di Gibilterra. In un secondo tentativo, effettuato nella notte tra il 7 e l'8 dicembre 1942, mentre si avvicinavano alle corazzate nemiche, a causa della deflagrazione di cariche esplosive lanciate in mare dalle imbarcazioni di vigilanza, trovò la morte accanto al suo fedele compagno, Sottocapo Palombaro Giovanni Magro. Nel corso della sua carriera fu decorato con due medaglie d'argento nel 1941 e con la medaglia d'oro alla memoria nel 1942, con la seguente motivazione:

«Ufficiale il cui indomito coraggio era pari alla ferrea tenacia, dopo lungo difficile e pericoloso addestramento violava, una prima volta quale operatore di mezzi d’assalto subacquei, una delle più potenti e difese basi navali nemiche, costringendo l’avversario a nuove e severissime misure protettive. Inflessibilmente deciso ad ottenere risultati più cospicui, si sottometteva a nuova ed intensa preparazione, in una vita clandestina e di clausura, fino al momento in cui con sovrumano disprezzo del pericolo ed animato da sublime amor di Patria, ritentava l’impresa, nonostante il nemico avesse predisposto tutto quanto la tecnica poteva escogitare per opporsi all’ardimento dei nostri uomini. Penetrato una seconda volta nella base avversaria vi incontrava eroica morte, legando il suo nome alle tradizioni di gloria della Marina italiana. — Gibilterra, 8 dicembre 1942»

Mario Visintini, respinto alla visita medica sostenuta per entrare all'Accademia Aeronautica, ma determinato a diventare aviatore, si iscrisse a un corso per piloti civili, ottenendo il brevetto che gli permise di entrare a far parte della Regia Aeronautica come allievo ufficiale pilota di complemento e ottenere così il suo brevetto militare nel dicembre 1936.
E' stato il primo degli Assi dell'Aeronautica, con il maggior numero di abbattimenti in Africa Orientale, tra tutte le forze belligeranti, fu l'Asso dei biplani da caccia con il maggior numero di abbattimenti della Seconda guerra mondiale, durante la quale ottenne 16 vittorie aeree, sotto le insegne della Regia Aeronautica, che si sommano alle innumerevoli vittorie ottenute durante la guerra civile in Spagna, con l'Aviazione Legionaria. A questa cifra si devono aggiungere gli aerei distrutti al suolo durante i mitragliamenti degli aeroporti di Gedaref, Gaz Regeb e Agordat, che, secondo fonti britanniche, costarono alla RAF e alla SAAF "decine di aerei distrutti " (per l'esattezza 32 aerei incendiati da solo ed in cooperazione).
Visintini era un ottimo pilota, con grandi doti di abilità e precisione, meticoloso e calcolatore tanto da essere soprannominato il "cacciatore scientifico". Non era un pedante sgobbone, era estremamente preciso nel portare a termine le sue operazioni. Ottenne vittorie su vittorie, soddisfazioni su soddisfazioni, ma la notorietà ottenuta non lo esaltò, era un combattente coscienzioso e sempre pronto a partite per primo, egli aveva il senso di responsabilità e l'esperienza di un vecchio soldato e il più bel premio che potesse ricevere fu il comando di una squadriglia. L'11 febbraio del 1941, si stava combattendo in Africa Orientale, quando due dei suoi giovani piloti furono costretti ad atterrare in un campo di fortuna fortemente esposto all'offesa nemica, Visintini si alzò immediatamente in volo per andare in loro soccorso e riportarli alla base e fu nello svolgimento di questa azione che, a causa delle avverse condizioni atmosferiche, si andò a schiantare contro il monte Bizén. Dove non erano riusciti i caccia nemici, solo il destino poté abbattere il “Falco” del capitano Visintini.
Aveva già ottenuto sul campo una medaglia di bronzo e una d'argento ma la motivazione che accompagna la Medaglia d'oro concessa alla memoria , è il compendio di una vita offerta alla Patria e ai commilitoni

Superbo figlio d'Italia, eroico, instancabile, indomito, su tutti i cieli dell'impero stroncava la tracotanza dell'azione aerea nemica in 50 combattimenti vittoriosi durante i quali abbatteva 16 avversari e partecipava alla distruzione di 32 aerei, nell'attacco contro munitissime basi nemiche. In cielo ed in terra era lo sgomento dell'avversario, il simbolo della vittoria dell'Italia eroica protesa alla conquista del suo posto nel mondo.”

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Il bersagliere dimenticato

19 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Il bersagliere dimenticato


Mi piace raccontare storie poco conosciute, ricordare eroi che hanno dato la vita per l'Italia e che sono stati dimenticati, ed eccomi di nuovo qui a parlare oggi di Zamboni Aurelio, nato il 30 dicembre del 1919 a Cologna, frazione di Berra, un piccolo comune del Ferrarese che sorge sull'argine destro del Po.

Apparteneva a una numerosa famiglia di origine contadina e, come tanti giovani del suo tempo, aiutava il padre Giuseppe a sbarcare il lunario facendo il carriolante durante i lavori di bonifica del territorio. Giovane animato di alti ideali, appena ventenne, nel febbraio del 1940 lasciò la sua casa per arruolarsi nel 9° reggimento bersaglieri, il cui motto era “Invicte, acriter, celerrime” e lui da quel giorno si sentì proprio invincibile. Agli ordini del maggiore Luigi Togni col XXVIII battaglione combatté dapprima sulle Alpi francesi, prendendo parte alle azioni che il 24 giugno portarono alla conquista del forte francese di Traversette. Promosso caporale, verso la fine di agosto del 1941, si trovò in Africa Settentrionale dove venne inquadrato nella divisione motorizzata Trieste.
Gli eventi bellici in Africa Settentrionale, in particolare in Cirenaica, prima che vi giungesse la divisione "Trieste", si erano svolti con alterne fortune per l'Italia. Dopo la debole offensiva condotta da Graziani, i comandi avversari presero l'iniziativa lanciando l'operazione "Compass", dotati di moderni mezzi corazzati, avanzarono per milletrecento chilometri in due mesi, annientando la X armata italiana, facendo prigionieri circa 115.000 soldati dei 150.000 totali. Conquistarono Tobruk, buona parte della Cirenaica fino a Giarabub, costretta alla resa dopo quattro mesi di duro assedio. A organizzare una controffensiva venne in aiuto degli Italiani il Comando Supremo delle Forze Armate tedesche al comando del tenente generale Edwin Rommel che, con operazioni veloci e di sorpresa, riconquistò i territori perduti.

Molto brevemente questo ero lo scenario che trovarono i bersaglieri della Trieste al loro arrivo in Libia e furono subito impiegati con compiti difensivi a pochi km da Tobruk. La nuova violenta controffensiva nemica portò alla finale ritirata delle forze dell'Asse con i Bersaglieri che resistettero con coraggio per coprire il ripiegamento del grosso delle forze, contando innumerevoli morti, feriti e dispersi.
Sulle eroiche gesta del caporale Aurelio Zamboni nel 9° Bersaglieri, che cadde eroicamente il 15 dicembre 1941, riporto qui di seguito la testimonianza del tenente Alberto Tortora, che compilò la proposta di Medaglia d'Oro al Valor Militare e così descrisse gli eventi nel suo racconto Piuma insanguinata:

«Pomeriggio afoso di dicembre, molesto più che mai, per i vortici di sabbia che il vento solleva. La linea è tutta una perfetta amalgama di cuori, acciaio e fuoco, barriera insormontabile e compatta contro cui il più forte numero, la corazza e la tenace insistenza di quei mercenari assetati di sangue si dovranno infrangere inesorabilmente. Da ore una "Breda", rovente come il cuore di chi la impugna, continua, più delle altre, a vomitare fuoco, a sgranare briciole di morte. Il caporale Zamboni, figlio generoso della forte terra di Ferrara, tenacemente avvinto alla sua arma, incurante delle pallottole che radono il ciglio della postazione battuta dal nemico, è instancabile nel farla cantare e quella melodia di morte dà molto fastidio alle feroci orde nemiche che tentano invano di spegnerla vomitando su di essa torrenti di fuoco... Tanta è la foga con cui lo Zamboni "picchia", che nessuno può pensare che egli sia ferito: un rivo rubino irrora la sua fronte limpida ed ogni tanto egli abbassa la testa per asciugare col braccio la ferita senza staccare il pugno dalla testata. Se ne accorge il porta munizioni, che gli manda l'infermiere per medicarlo, ma un violento spintone che lo fa ruzzolare a terra è la risposta dello Zamboni. "Va via - dice secco - che adesso ho da fare." E continua a sparare. Nel frattempo, visti inutili i tentativi di sopraffare quell'arma terribile col fuoco delle mitragliatrici, il nemico incomincia a tempestare la piazzola con i mortai e le artiglierie. I primi colpi cadono intorno senza quasi efficacia, mentre la "Breda", rossa, fumante continua imperterrita a cantare seminando morte. D'un tratto un sordo schianto terribile. Una vampata. Qualche lamento. Una granata ha colpito in pieno la postazione e le adiacenze del camminamento che portano ad essa. Un ammasso umano informe con qualche lieve sintomo di vita. Sei figli di Lamarmora giacciono esanimi con le carni orribilmente straziate; altri sette gravemente colpiti emettono lamenti flebili. Non sono trascorsi due minuti forse e sono appena giunti alcuni bersaglieri per dar soccorso ai feriti, che, tra i corpi senza vita, superbamente bello nello spirito, sorge Zamboni intriso di sangue gridando: "Coraggio, ragazzi! I bersaglieri del 9° non hanno mai paura!" Lo si crede miracolosamente illeso, ma la realtà è ben diversa. "Taglia qui - dice con voce calma ed imperiosa all'infermiere mostrandogli il braccio destro penzoloni appena sostenuto da un lembo di carne - mi dà fastidio". E deve incutere coraggio a quel chirurgo improvvisato che, titubante, con un temperino si accinge a recidergli il braccio. "Accendi una sigaretta e dammela" - gli chiede dopo. E poichè l'infermiere si appresta a curargli anche una gravissima ferita ad un ginocchio orribilmente maciullato e dal quale sgorga copioso il sangue, aggiunge: "Pensa a curare gli altri, che son più gravi". Disteso accanto ai corpi dei camerati caduti continua a fumare pronunziando alte parole di fede e di incoraggiamento per coloro che si lamentano per lo strazio delle carni ferite. Intanto sulla linea la battaglia, violenta, continua. Il nemico, superiore in numero e mezzi, preme senza ottenere successi. Il fuoco è ancora nutritissimo ed intorno continuano ad esplodere proiettili di ogni arma e calibro. Un porta feriti, dopo che gli altri sono stati medicati, torna presso Zamboni ed alla meglio gli lega la gamba per arginare il sangue, proprio nel momento in cui dalle postazioni, impetuosa, una ondata travolgente di fluttuanti piume balza all'assalto. Il grido di "Savoia!" riaccende sul suo volto un lampo di indomita energia ed imprecando contro la sorte maligna che lo tiene inchiodato, si erige sul busto seguendo con l'anima i camerati lanciati verso la vittoria. Poi d'un tratto si guarda intorno cercando istintivamente, con il cuore in gola, un'arma, una bomba. Invano. Gli occhi cadono sul suo braccio amputatogli poco prima, che giace sulla terra intrisa di sangue, e con un'energia misteriosa riesce a carpirlo ed a lanciarlo con violenza verso il nemico, gridando: "Non ho bombe, o vigliacchi, ma ecco la mia carne e che vi possa arrecare danno! Viva il 9° Bersaglieri!". In quel lembo di carne è tutto se stesso. Infatti poco dopo, quando ancora si ode più lontano il fragore della battaglia, egli, limpidamente cosciente, sereno, mentre la sua fronte si copre di un'aureola di gloria, purissimo tra i puri, sale nel cielo degli Eroi. La "Breda" infranta, fredda e silenziosa, lo segue verso il suo luminoso destino.»

Il 2 marzo 1949 il Ministro della Difesa conferì alla memoria del caporal maggiore Aurelio Zamboni, del 9° reggimento bersaglieri, la Medaglia d'Oro al Valore Militare e, per le gesta di quei giorni, a tutto il 9° reggimento Bersaglieri venne assegnata la medaglia di bronzo. In centro a Cologna, sorge un monumento di marmo eretto in ricordo del bersagliere che rese onore a tutto il paese e che raffigura Zamboni mentre scaglia il proprio braccio contro il nemico.

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Ernesto Che Guevara

17 Gennaio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #personaggi da conoscere, #storia

Ernesto Che Guevara

Ernesto Che Guevara, nato il 14 giugno 1928 a Rosario in Argentina, ho davanti a me una sua fotografia e mi sorge spontaneo un apprezzamento: era davvero bello, anche i fotografi che lo ritrassero all’epoca dissero di lui che non avevano mai visto un volto altrettanto fotogenico. Il destino però, non lo volle fotomodello ma guerriero, o forse fu perché nel suo sangue, irlandese per parte di padre e basco per parte di madre, scorrevano i cromosomi della ribellione, della lotta, della rivolta. Di fatto, a causa di una montatura mediatica, negli anni in cui ero giovinetta, divenne l’icona dei moti studenteschi, della contestazione giovanile, di una generazione che rimase abbacinata dalla sua bellezza, dal suo coraggio, ma che in realtà non lo conosceva per niente. Nulla c’entrava Che Guevara con “fate l’amore e non fate la guerra”, fu eretto artatamente a icona della pace, della libertà, quando lui in realtà era un guerrigliero, un eroe estremo, sempre pronto a combattere e a uccidere, hanno trasformato il suo rigore, la sua intransigenza in fascino da operetta, la sua passione in mito. Qualcuno disse che quella foto rappresentava la determinazione di cambiare il mondo a favore dei più deboli e al tempo stesso l’innocenza di chi crede ciecamente in un ideale e per esso è pronto a morire, per questo motivo la logica irrazionale di una certa ideologia ne fece sia l’eroe simbolo dei guerriglieri urbani pronti a entrare in clandestinità, che l’idolo dei figli dei fiori armati di chitarre.

Tornò utile, all’uopo, la sua tragica ed eroica morte avvenuta in giovane età quando, da invincibile, era divenuto vittima e fu sfruttata questa fotografia che lo rese immortale, scattata per caso il 5 marzo 1960 da Alberto Korda, mentre si stavano svolgendo i funerali delle vittime dell’esplosione di un mercantile che trasportava armi a Cuba, e portata in Italia da Feltrinelli qualche anno più tardi. Un basco con la stellina militare al centro, i capelli lunghi al vento, lo sguardo profondo perso a scrutare l’orizzonte, l’espressione contrita piena di rabbia e di dolore, uno sguardo intenso che resterà vivo per sempre, le labbra ben disegnate, morbide e addolcite dalla cornice dei baffi.

E da allora per oltre quarant’anni Che Guevara è stato oggetto di tutte le svalutazioni commerciali possibili, la sua immagine ha subito la peggiore delle mercificazioni: è stata ridotta a logo per una maglietta e non solo, è finita ovunque si potesse stampare: su poster, portachiavi, bandiere, berretti, zaini, bandane, fibbie, orologi, e tatuaggi in un’apoteosi infinita di business, che hanno confinato il Che a una marionetta, un simulacro, da tirar fuori alla bisogna, quando c’era necessità di dar corpo a teorie assolutamente vuote e di animare masse oramai spente, alla faccia della lotta e della rivoluzione.

Da molto tempo mi sbarri il passo, Ernesto Che Guevara. Ecco il tuo cadavere steso di traverso sul sentiero dove cammino. Posso scavalcarlo. O tirarlo per i piedi. O gettarlo nel burrone. Posso chiudere gli occhi e passare oltre, facendo un tranquillo scarto, come un vecchio cavallo che conosce la strada. Questo scarto l’ho fatto, ed ho camminato dal giorno della tua morte. Era dieci anni fa. Poi ho vissuto e mi sono allontanato da te. Non volevo essere complice dei fabbricanti della tua mitologia. Ti ho abbandonato a loro. Perché avrei dovuto cacciare i mercanti da un tempio che non era il mio?” (L’incipit di “Una passione per Che Guevara” di Jean Cau, Firenze 2004)

In realtà Che Guevara ha pienamente rappresentato il nazionalismo rivoluzionario, era un coraggioso antimperialista che piaceva anche a Peron e che ben poco aveva a che spartire con i movimenti comunisti che non hanno fatto che alimentarsi di slogan e utopici discorsi. L’obiettivo della guerriglia, quando cominciò la lotta contro la dittatura di Batista a Cuba, non era la rivoluzione socialista, ma l’introduzione di riforme radicali tese all’indipendenza nazionale. E in seguito fu lo stesso Peron a ospitarlo in Spagna e a metterlo in contatto coi guerriglieri algerini, siamo lontani dai concetti odierni di destra e sinistra. Il 24 settembre 1955 Guevara, in una lettera alla madre, in merito alla deposizione di Peron aveva scritto:

Ti confesso con tutta sincerità che la caduta di Perón mi ha profondamente amareggiato; non per lui, ma per quello che significa per tutta l’America Latina…(…) l’Argentina era il paladino di tutti noi che pensavamo che il nemico stesse al nord.

Il Che si batteva per combattere l’oligarchia, le ingiustizie e per liberare il suo continente dall’occupazione americana.

Fra i giovani di destra si coltivava il mito di Che Guevara molto prima dei movimenti studenteschi del ’68, lo ricorda lo scrittore e storico fiorentino Franco Cardini, allora iscritto al Movimento Sociale e poi alla Giovane Europa di Jean Thiriart, che disse di essere stato tacciato in famiglia come comunista per questo motivo. Racconta Mario la Ferla in “L’altro Che” che la destra ha amato e onorato questo personaggio prima che la sinistra se ne appropriasse indebitamente. Subito dopo la sua morte, a prendere posizione furono i fascisti reduci della Federazione Nazionale Combattenti della Repubblica Sociale dedicandogli il pezzo “In morte di un rivoluzionario”. A quei tempi “l’idea” non aveva ancora subito le mutazioni delle svariate destre italiane che l’hanno soffocata sicuramente più del comunismo e poteva liberamente esternare l’“amore” puro ispirato da questo paladino morto per la sua fede ideale, così come faceva per Marinetti, Celine e Drieu la Rochelle. E furono Pierfrancesco Pingitore e Dimitri Gribanovski, a comporre la ballata, cantata da Gabriella Ferri “Addio Che”, portandola in scena al Bagaglino, il popolare cabaret romano e a onorarlo, fra i primi, come mito, come l’eroe che “non muore nel suo letto” e “non vede finire la sua rivoluzione.” Per concludere questa carrellata di ricordi, a Valle Giulia, insieme ai giovani di sinistra, erano presenti un gran numero di ragazzi delle organizzazioni di destra che mostravano l’immagine del Che; gli intellettuali aderenti alla Giovane Italia e, qualcuno dei miei amici se lo ricorda, avevano scritto un articolo intitolato “Il fascista Che Guevara”; infine nel 1968, il primo a sceneggiare un film sulla sua epopea fu Adriano Bolzoni, reduce di Salò. Dunque il sostegno della destra per il Comandante fu senz’altro più consapevole di quello sbandierato successivamente dalla sinistra per molti anni.

Dopo la pubblicazione avvenuta nel 2005 di alcuni testi “segreti” di Che Guevara, diritti che comprò Mondadori dagli eredi, si scatenò un’aspra polemica a sinistra sul milione e mezzo di dollari pagati da Mondadori (famiglia Berlusconi) e quindi sul suo diritto di censura sui pensieri inediti del Che. Lo scrittore Roberto Sarti scrisse “…concedere i diritti esclusivi a un’impresa capitalista significa lasciare ad essa carta bianca su cosa può o può non essere pubblicato, sulla base di una mera logica commerciale. L’errore sta quindi nella privatizzazione delle opere del Che, e poco importa che a pubblicarle sia Mondadori o Feltrinelli. Tale censura non può non avere a che fare con le crescenti critiche che il Che aveva cominciato a formulare verso le esperienze di “socialismo reale” dei paesi dell’Est europeo con cui era entrato in contatto dopo la vittoria della rivoluzione cubana. Il nostro giudizio scandalizzerà tanti epigoni dello stalinismo presenti anche in Italia, che pensano che la difesa della rivoluzione cubana può passare solo attraverso la raffigurazione di un paese senza difetti, dove un partito d’acciaio, monolitico, guida dal 1959 la popolazione verso le gioie del socialismo. La realtà è un’altra e i comunisti non devono avere paura della realtà, né nasconderla. Sarebbe un pessimo servizio che renderemmo alle classi oppresse.

Dopo la presa del potere i rivoluzionari cubani, serrati dall’embargo degli Stati Uniti, applicarono il sistema suggerito dai sovietici e, in quei primi anni, Che Guevara era sinceramente convinto che quella fosse la strada da percorrere, ma, che il maggiore intoppo fosse proprio questa pesante cooperazione, cominciò a rendersene conto gestendo il ministero dell’industria e osservando i problemi del settore, dove venne accusato di introdurre misure capitaliste. Dopo la stabilizzazione del potere a Cuba , Che Guevara aveva viaggiato in tutta Europa, aveva visitato i paesi “non allineati” e aveva preso pienamente visione delle condizioni del popolo dove vigeva il sistema di “socialismo reale”. Criticava il metodo utilizzato dall’Urss che produceva disuguaglianze. Gli inediti rivelarono una posizione durissima di Guevara: “L’internazionalismo è rimpiazzato dallo sciovinismo (da poca potenza o da piccolo paese), o dalla sottomissione all’Urss, mantenendo le discrepanze tra altre democrazie popolari”.

È evidente che negli ultimi anni Che Guevara aveva sviluppato dubbi, perplessità e un certo scetticismo sul ruolo dei paesi ad economia di “socialismo reale” , il 24 febbraio 1965 da Algeri, dove era intervenuto al secondo Seminario economico di solidarietà afroasiatica, pronunciò un vibrante discorso pieno di accuse ad ampio raggio sullo ”scambio ineguale” che mandò su tutte le furie la delegazione sovietica: “Come si può parlare di “reciproca utilità” quando si vendono ai prezzi del mercato mondiale le materie prime che costano sudore e sangue e patimenti ai paesi arretrati, e si comprano ai prezzi del mercato mondiale le macchine prodotte dalle grandi fabbriche automatizzate di adesso? Se stabiliamo questo tipo di relazione tra i due gruppi di nazioni, dobbiamo convenire che i paesi socialisti sono, in un certo modo, complici dello sfruttamento imperialista. (…) I paesi socialisti hanno il dovere morale di farla finita con la loro tacita complicità con i paesi occidentali sfruttatori.”

Tornato a Cuba, oramai disilluso, il 14 marzo successivo, dopo un lungo colloquio con Fidel Castro, consegnò a un amico una lettera per i genitori, in cui si diceva pronto ad abbandonare la vita politica e, preso nuovamente dal sacro fuoco della rivoluzione svanì nel nulla, si allontanò “per combattere l’imperialismo, dovunque esso sia”. L’idea era quella di “creare due, tre, molti Vietnam”, in clandestinità, passò dal Congo alla Tanzania, per approdare in Bolivia onde soddisfare il suo perenne desiderio di sfida: non era uomo fatto per i trionfi e per il potere, ma per l’azione.

Cari vecchi, sento di nuovo sotto i talloni le costole di Ronzinante, riprendo la strada,impugnando lo scudo…

Che Guevara aveva sperato dunque, nei suoi ultimi anni, in una diversa realizzazione del socialismo, la sua fine prematura ha interrotto ogni ricerca e, sulle conseguenze terribili che ebbe la sua missione in Bolivia, di sicuro c’è che aveva rotto con lo stalinismo. Il Che era andato per far nascere un movimento guerrigliero in una zona poco popolata, con l’aiuto soltanto di un gruppo di uomini fidati composto da sedici cubani, trenta boliviani, due argentini e tre peruviani. Non ebbe alcuna base d’appoggio nelle città, dove invece esisteva un forte movimento operaio politicizzato, da cui volle restare indipendente e per questo fu abbandonato, boicottato dalla direzione del Partito comunista che, dopo il suo ultimo viaggio a Mosca, lo bollava come “trotskista”. Questo l’imperdonabile “errore” che gli costò la vita. Infatti, dopo dieci mesi, l’appoggio della popolazione locale era praticamente inesistente e fu tradito da una campesina, proprio una di quegli umili per cui si batteva. Una vecchia contadina che aveva scoperto i guerriglieri, “ci sono poche speranze che mantenga il silenzio”, si legge nel “Diario”. Il giorno dopo, presso la Quebrada del Yuro, i diciassette uomini superstiti dell’iniziale gruppo di guerriglieri che aveva iniziato l’avventura boliviana con il Che vennero sorpresi da cinque battaglioni di ranger. Caduti in un’imboscata, dopo tre ore di combattimento, alcuni morirono e gli altri vennero fatti prigionieri, anche Che Guevara fu ferito alla gamba destra e, con la carabina fuori uso, fu catturato. La mattina successiva venne ucciso, crivellato di colpi, aveva una vita intensa e lunghissima di eventi alle spalle, ma solo trentanove anni.

“Una rivoluzione si vince o si muore” a Cuba era andata in un modo, in Bolivia nell’altro. Era il 9 ottobre 1967, ed ecco un’altra fotografia diventare famosa e fare il giro del mondo, quella che riprende il suo corpo ormai esanime adagiato su una barella nella lavanderia dell’ospedale di Vallegrande. Ritratto in una luce plumbea, così inerme, abbandonato, vinto, a molti ricordò il Cristo Morto del quadro di Mantegna.

Un eroe o un martire, era un santo o le sue mani grondavano sangue? Poco importa, il Che era sicuramente onesto, simpatico, colto, amava la fotografia e sapeva ballare il tango, pochi soldi, quattro stracci e molti libri il suo bagaglio. Esaltato e ingovernabile, quando gli fu diagnosticato un enfisema polmonare, promise di fumare un solo sigaro al giorno e la mattina successiva, raccontavano i suoi uomini, si presentò con un sigaro lungo cinquanta centimetri che gli pendeva dalle labbra. Un po’ folle, ma generoso, audace, fino alla fine dei suoi giorni si è donato agli altri con disprezzo della vita. “Un uomo che ha agito secondo il suo pensiero e che è stato fedele alle sue convinzioni…” aveva scritto di sé in una lettera ai suoi cinque figli. Era stato un padre e un marito latitante, ma la sua scelta era quella di vivere in assoluta austerità, rubando ore al sonno e alla sua vita privata per essere sempre al servizio del popolo. Anche da ministro faceva la fila alla mensa come tutti gli altri, e combatteva con forza le storture del socialismo reale, prima fra tutte la burocratizzazione.

Che Guevara, un Don Chisciotte all’assalto dei mulini a vento, immagine che gli calza a pennello e da lui stesso evocata nella lettera ai genitori, era un romantico “condottiero del XX secolo”, pieno di contraddizioni e tormentato dall’asma, ma che correva incontro al nemico senza fiato e senza paura. Fu sicuramente un rivoluzionario autentico e non si può che rendergli onore da ogni parte per le sue scelte: abbandonò cariche di Stato, retribuzioni importanti e privilegi, per continuare la sua strada di ribelle, ritirandosi fra monti e boschi, accettando sacrifici e stenti per portare fino in fondo la sua lotta contro l’oro.

Se un uomo non è disposto a correre qualche rischio per le sue idee, o le sue idee non valgono nulla o non vale niente lui”. (E.Pound)

Fu guidato solo da sentimenti leali, da ideali autentici, lottò fino alla fine per contrastare l’imperialismo che, di qualunque origine esso sia, soffoca le identità nazionali.

Ogni nostra azione è un grido di guerra contro l’imperialismo, è un appello vibrante all’unità dei popoli contro il grande nemico del genere umano, gli Stati Uniti d’America…”(Che Guevara)

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Una notte sul lago

8 Gennaio 2016 , Scritto da Franco Rizzi Con tag #franco rizzi, #racconto, #storia

Una notte sul lago

Quella mattina il tenente Luca Faliero si era svegliato prestissimo, stava appena albeggiando. Dovevano essere passate la poco le cinque e l’aria, ai piedi del monte Suello, era frizzante. Mentre si alzava dalla scomoda branda dove aveva dormito, Luca rabbrividì di freddo, ma era estate e lui si consolò pensando che presto la giornata sarebbe diventata calda. Poi si passò più volte una mano sul viso e cercò anche di ravviarsi i capelli, si infilò gli stivali ed uscì dalla tenda.

Leone Decarolis, l’appuntato suo fedele attendente, doveva averlo sentito muovere e si stava affrettando pure lui ad uscire da un’altra piccola tenda, mentre si tirava le bretelle sulle spalle e si abbottonava i pantaloni. <<Preparo subito del caffè signor tenente>> disse e si avvicinò alla piccola stufa da campo che loro usavano per prepararsi i pasti. Cominciò ad armeggiare per accendere il fuoco, mentre Luca, dopo essersi sciacquato il viso usando una piccola bacinella portatile, aveva iniziato a radersi velocemente la barba. Intento a sbarbarsi, meditava in silenzio, sulla nuova gatta da pelare che gli era stata affidata dal suo perfido colonnello Ottorino Pavesio: sorvegliare e tenere d’occhio le brigate di garibaldini che combattevano sul confine del trentino. Era la solita storia, i vecchi comandanti piemontesi non si fidavano ancora di Garibaldi ed il Pavesio non aveva trovato nulla di meglio che mandare ancora lui a fare la spia.

Il giorno prima, era il due di agosto del 1866, i garibaldini si erano battuti con coraggio ed avevano conquistato per la seconda volta il monte Suello, ma questa volta Garibaldi era stato ferito. Luca però aveva saputo che era rimasto sul campo di battaglia ancora per molte ore.

I garibaldini erano gli unici che avevano saputo fare bene la loro parte. A Custoza il generale La Marmora aveva subito una brutta batosta, ma anche sul Po le cose non erano andate meglio.

Neppure il generale Cialdini aveva saputo attaccare, anche se, a fronteggiarlo vi era solo un debole contingente di austriaci. Da quanto aveva capito Luca, i due generali si detestavano, facevano a gara a non capirsi e forse gioivano uno delle disgrazie dell’altro. Sua Maestà il Re poi, giocava anche lui a fare la guerra e spesso cercava di scavalcare i suoi generali combinando altri guai.

Ma questi pensieri non erano permessi ad un carabiniere del Re, come era lui. Doveva solo obbedire agli ordini e fare da guardiano silenzioso ai garibaldini.

L’acqua nella caffettiera aveva cominciato a bollire e nell’aria si spandeva un gradevole profumo. Leone si era avvicinato e gli aveva porto una tazza di latta stagnata contenente il caffè. Purtroppo bere in quel contenitore significava ammazzarne tutto il buon sapore, pensava Luca mentre beveva. Era un po’ come l’andamento di quella strana guerra contro l’Austria: i garibaldini erano il caffè, ma i generali erano la tazza stagnata.

Poco più tardi, mentre l’appuntato sellava i loro due cavalli, era arrivato Michele Serra, detto da tutti Michelino, perché era giovanissimo, biondo, con un ciuffo di capelli sempre arruffati. Era un giovane garibaldino appena arruolato e Garibaldi, sicuramente stizzito di ritrovarsi quel carabiniere tra i piedi, aveva nominato Michelino ufficiale di collegamento e gli aveva conferito il grado di tenente, giusto per fare da contraltare a Luca.

Michele Serra era un ragazzo pieno di buona volontà e svolgeva il suo incarico con la massima precisione, ma essendo giovanissimo non riusciva a dare del tu a Luca.

<<Sono venuto per dirvi che il generale Garibaldi oggi di sposta a Desenzano. Deve andare in ospedale per farsi curare la ferita. . .>> aveva detto tutto d’un fiato.

<<Grazie dell’informazione>> aveva risposto Luca, poi aveva aggiunto con cortesia: <<Fermati a bere una tazza di caffè con noi.>> Michelino era arrossito ed aveva risposto: <<Grazie, siete molto gentili, ma non so se mi è permesso, devo rientrare subito al comando. . .>>

Poi però aveva preso la tazza dalle mani di Leone ed aveva trangugiato il caffè.

<<Grazie. . .e. . . comandi!>> aveva poi aggiunto e facendo un accenno di saluto militare, cosa che gli tornava sempre difficile, si era allontanato.

<<Cosa dobbiamo fare noi, signor tenente?>> aveva chiesto Leone Decarolis

<<Se ho ben capito l’offensiva italiana si è di nuovo fermata>> aveva risposto Luca <<quindi penso che ci convenga scendere anche noi verso Desenzano. . . dobbiamo stare alle costole del nostro generale, nel caso gli venga l’idea di allearsi con i tirolesi. . .>> Leone Decarolis non aveva il senso dell’umorismo e rimase un attimo interdetto, ma poi rispose deciso:<<Comandi signor tenente!>> Montarono in sella e, voltando le spalle al monte Suello, presero la strada verso la pianura. Desenzano era un piccolo paese sulla riva sud del lago di Garda, ma aveva un ospedale e adesso, con la guerra, era improvvisamente diventato importante. Ogni giorno le carrette con i feriti giungevano dal fronte e, quando i cavalli si fermavano sotto la tettoia all’ingresso dell’ospedale, subito diverse infermiere accorrevano per raccogliere i feriti. Con i loro larghi cappelli e le gonne svolazzanti sembravano un po’ dei cigni agitati, ma erano molto efficienti e le loro mani di continuo si imbrattavano del sangue dei feriti.

In quel periodo, a loro si erano aggiunte anche altre donne, alcune erano nobili bresciane che passavano l’estate sul lago, altre forse un po’ meno nobili, a Desenzano ci vivevano. Tutte si distinguevano dalle suore, perché i loro vestiti, se pur fatti ad imitazione di quelli delle suore stesse, erano realizzati con tessuti migliori, cuciti su misura, con gonne che cadevano meglio e corpini che qualche dettaglio del seno lo lasciavano trasparire. Ed in realtà non erano poi molte quelle di loro che si sporcavano le mani di sangue.

Quel giorno la contessa Elisa Rampini Gastaldi si era subito accaparrata le cure del generale Garibaldi. Tutti, perlomeno tutti nell’ambiente della contessa, conoscevano la disavventura matrimoniale in cui era incorso il generale circa sette anni prima e lei era forse convinta che, oltre a curare la sua ferita al braccio, fosse necessario lenire anche quella del cuore.

Così Garibaldi in ospedale c’era rimasto poco, solo la prima notte, poi già il giorno dopo si era trasferito nella grande villa sul lago del conte Rampini Gastaldi. Nel volgere di poche ore, la villa era quindi diventata anche il suo quartier generale: diversi attendenti andavano e venivano in continuazione. Da lontano il conte Rampini li osservava con astio represso.

In realtà lui non aveva affatto digerito che le sue terre fossero diventate, sette anni prima, parte del regno di Piemonte e Sardegna e neppure di essere, cinque anni prima, diventato cittadino italiano. Lui aveva nostalgia del dominio austriaco, dei nobili austriaci che d’estate venivano ad incontrarlo sul lago, del serio comportamento dei loro funzionari, del passato insomma! Ma adesso forse gli italiani sarebbero stati sconfitti e ricacciati fino al Ticino. Il generale Garibaldi, quello strano personaggio, un po’ tracagnotto, un po’ contadinesco, stava passeggiando in giardino con sua moglie, Elisa Gastaldi. Chissà cosa ci trovavano poi le donne in un tipo come il Garibaldi.

Il conte, fingendo di leggere un libro, seduto nel salotto, guardava con attenzione le due grosse bisacce che erano state apparentemente abbandonate sul grande divano del salone attiguo. Erano zeppe di documenti. Quello sciocco fantoccio di generale, forse non sapeva neppure comandare.

Fu colpito da un’idea improvvisa. Lui sapeva dove, in quel momento, si trovava il colonnello austriaco Von Temekoff, non molto lontano da lì, sul lago d’Idro, dove il fronte della battaglia non era ben definito. Magari quelle borse di documenti gli sarebbero tornate utili per battere i garibaldini ed, in fondo, fargliele avere sembrava semplice, bastava prenderle e poi darle al suo fattore, perché le portasse al suo amico colonnello.

Luca Faliero era arrivato anche lui a Desenzano e, dal giovane Michelino, aveva saputo che Garibaldi era stato ospitato dalla contessa Rampini Gastaldi. Questa sistemazione creava un piccolo problema, lui non poteva presentarsi alla villa del conte e dire semplicemente:”ci sono anch’io, il mio incarico è quello di spiare Garibaldi”. Aveva quindi chiesto all’appuntato Leone di cercare qualcuno della servitù che potesse aiutarli ad entrare nella villa senza dare nell’occhio.

Verso sera Leone era ricomparso con una giovane cameriera: si chiamava Ester e non doveva avere più di diciotto anni, ma era molto sveglia. Luca le aveva spiegato che loro erano incaricati di fare una sorveglianza discreta sulla sicurezza del generale Garibaldi. Lei li aveva introdotti nelle cucine della villa ed aveva anche dato loro qualcosa da mangiare.

Era una sorveglianza un po’ strana, ma funzionava. Ester andava su e giù dalla sala da pranzo e riferiva. Così Luca era riuscito a sapere cosa stesse facendo il generale. Aveva cenato con la contessa Elisa, mentre il conte, accusando un forte mal di testa, si era ritirato nelle sue stanze. Il tenente Michele Serra era restato nel grande salone a fare la guardia alle bisacce del generale.

Dopo la cena Elisa ed il generale si erano spostati sulla grande terrazza che si affacciava sul lago. Sembrava che lei gli facesse gli occhi dolci e che il generale volesse passare all’attacco, perché, dopo che Ester aveva servito il caffè, loro si erano appartati in un’altra saletta. La cosa strana era che, mentre rientrava in cucina, lei aveva scoperto il conte dietro la porta del salone, come se stesse sbirciando di nascosto Michelino che sonnecchiava vicino alle bisacce.

Immediatamente, l'istinto aveva inviato a Luca un segnale preoccupante. Ester aveva finito il suo servizio, ma non sembrava voler andare a dormire. Forse il pensiero di quanto stava facendo la sua padrona in quel momento, doveva averle messo qualche voglia in mente, perché si era rivolta, un po’ sfacciatamente, a Luca e gli aveva detto: <<Tu non vuoi altro da me?>> Mentre lo diceva aveva sporto in fuori il giovane petto ed il seno si era chiaramente disegnato sotto la leggera camicetta. Luca si era sentito alquanto lusingato da quella che sembrava una proposta, in fondo quella era la guerra, nessuno conosceva il proprio futuro, l’indomani avrebbero potuto essere tutti morti, il presente, l’attimo fuggente, era forse da cogliere al volo.

Ma poi la sensazione che aveva provato quando Ester aveva raccontato dello strano comportamento del conte aveva avuto la meglio. La notte avrebbe potuto essere lunga, ma per ben altri motivi.

<<Ti ringrazio>> aveva risposto, <<ma devo fare ancora qualcosa. Vai a dormire. . . magari ci vediamo domani mattina.>> Si era alzato e, con fare noncurante, aveva slacciato il gancio della fondina della pistola d’ordinanza. Leone Decarolis, che sembrava dormicchiare in un angolo della cucina, si era alzato anche lui dalla sedia ed aveva imitato il gesto del suo capo.

Appena Ester si era allontanata, loro erano usciti dalla cucina ed avevano iniziato a salire silenziosamente le scale che, dai locali della servitù, portavano al piano superiore. La casa era ormai immersa nel buio, tutte le candele e le lampade a petrolio erano state spente.

Luca e Leone avanzavano lentamente senza far rumore. Solo una pallida luna lasciava filtrare pochissima luce dalle alte finestre. Gli arredi assumevano un aspetto mostruoso, prima di rivelarsi per quello che erano. Loro continuavano ad avanzare, attraversarono diversi locali ed arrivarono nel salone.

Qui vi era un corpo steso a terra: era Michelino, qualcuno doveva averlo colpito con un grosso candelabro. Le due bisacce del generale erano scomparse. Luca si era precipitato verso di lui e nel farlo aveva rovesciato un tavolino, ma ormai non doveva preoccuparsi del rumore che faceva.

Michelino era ancora vivo, ma aveva una brutta ferita al capo. Luca e Leone lo sollevarono e l’adagiarono su un divano, mentre chiamavano aiuto a gran voce. Loro però non potevano fermarsi e, dopo un attimo, si erano precipitati sulla terrazza. Nel giardino un’ombra si stava allontanando velocemente e loro iniziarono a scendere a precipizio lo scalone esterno per inseguirla.

Dalla parte opposta del prato, dove vi erano le scuderie, un’altra ombra si stava avvicinando tenendo un cavallo per la cavezza. Leone, appena raggiunto il prato, aveva cambiato prontamente direzione e gli stava adesso correndo incontro. L’ombra si era fermata e sembrava indecisa sul da farsi, poi aveva lasciato la cavezza del cavallo ed aveva cominciato a correre verso le scuderie. Doveva essere giovane, perché correva velocissimo ed in breve aveva distanziato Leone. Anche l’altra ombra si doveva essere accorta di quanto stava accadendo, aveva lasciato cadere a terra quanto teneva nelle mani e si era precipitato verso l’angolo della villa. A terra erano rimaste le bisacce del generale. Quando Luca le aveva raggiunte, l’ombra aveva ormai girato l’angolo ed era scomparsa dalla vista. Nella villa il trambusto fatto dai due carabinieri aveva svegliato diverse persone ed ora sulla terrazza vi era il maggiordomo che reggeva un candelabro e scrutava il prato, dove il cavallo, rimasto abbandonato, si era messo tranquillamente a brucare l’erba.

Leone aveva desistito dall’inseguimento e stava ritornando sui suoi passi. Luca, che aveva raccolto le due bisacce, gridò a Leone: <<Ha girato l’angolo, corrigli dietro, vedi se lo ritrovi, io giro dall’altra parte!>> poi aveva cercato di risalire il più velocemente possibile lo scalone esterno.

Sulla terrazza vi era il maggiordomo che cercò di sbarrargli la strada, ma lui, senza perdere tempo a rispondere alle sue domande, lo urtò con una delle bisacce, respingendolo indietro ed entrò nel salone. La scena si andava riempiendo di nuove persone. C’erano due garibaldini in uniforme, dovevano essere le guardie del corpo del generale, ed erano vicini al corpo di Michelino, sempre disteso su un divano, con la testa avvolta in un panno intriso di sangue. Luca si avvicinò e gettò sulle braccia di uno dei due le bisacce sibilandogli: <<Vedi di non fartele di nuovo portar via!>>. Girò con rapidità lo sguardo intorno alla sala ed ebbe una rapida visione del generale, in camicia da notte, con i piedi nudi, vicino a lui c’era la contessa, scarmigliata, che si stringeva addosso una vestaglia. Altri domestici stavano entrando sorreggendo dei candelabri. Ma non c’era tempo da perdere, se avesse cominciato a parlare sarebbe stato bloccato. Luca girò sui tacchi e corse di nuovo fuori per scendere in giardino dalla parte opposta.

Il prato declinava dolcemente verso il lago e davanti a lui c’era una darsena coperta: l’ingresso era un buco nero. Sentì i passi di Leone che si avvicinava ed in un attimo si ritrovarono, uno a fianco dell’altro, vicini all’ingresso della darsena. Leone avrebbe voluto infilarsi dentro al buio, ma Luca lo trattenne. Il suo intervento fu provvidenziale, perché dall’interno risuonò uno sparo. La pallottola sembrò miagolare molto vicino. Non sapevano chi ci fosse nella darsena e farsi ammazzare inutilmente era stupido.

<<Cerchiamo di aggirare la darsena>> disse Luca in un sussurro e subito Leone si avviò verso sinistra, lui proseguì verso destra. All’interno della darsena vi erano stati dei rumori, forse un tonfo, qualcuno si stava muovendo scompostamente nell’acqua. Luca arrivò sul ciglio del muro di confine che delimitava la darsena, ma non si accorse che sotto c’era il vuoto: precipitò in acqua e perse la pistola che stringeva in pugno. Luca sapeva nuotare e riemerse sputando l’acqua del lago. Quel bagno notturno era sgradevole e l’acqua era fredda, ma ormai era fatta, tanto valeva guardare all’interno della darsena. Pur impacciato dalla giubba e dagli stivali che lo tiravano a fondo, Luca, con alcune robuste bracciate, si affacciò alla bocca della darsena, ma anche l’uscita delle barche sembrava solo un buco nero. Giudicò che entrare da quella parte, nuotando con fatica ed ormai disarmato, sarebbe stato ancora più stupido e si tirò indietro. Nuotò lentamente fino a trovare la sponda del giardino qualche metro oltre il muro che delimitava la darsena, poi con fatica cominciò ad issarsi. Scosso da brividi di freddo, mentre era ancora carponi, decise di farsi sentire, sia da chi stavano braccando, che da Leone. <<Leone>> gridò <<fammi capire dove sei!>> La voce dell’appuntato giunse subito: <<Comandi signor tenente. Sono sullo spigolo della darsena, ma non posso proseguire, sotto c’è l’acqua!>> Luca stava tremando dal freddo, ma doveva ignorare il suo corpo e reagire: si tirò in piedi e sbatté le mani, più volte una contro l’altra, per cercare di scaldarsi.

<<Leone resta dove sei>> gridò ancora Luca <<se qualcuno esce dalla darsena sparagli. Io mi piazzo davanti alla porta d’ingresso. Tengo la pistola puntata sulla porta, se qualcuno esce gli sparo!>> Sperava che chi era dentro gli credesse e si guardasse bene dal mostrarsi.

Poi ci ripensò. <<Leone spara qualche colpo intimidatorio per farlo uscire. . .>>

Dopo pochi istanti, Leone esplose tre colpi, con calma, uno ben distanziato dall’altro. Non successe nulla, l’interno della darsena era rimasto silenzioso. Sembrava una posizione di stallo.

Finalmente dalla villa arrivarono quelli che per Luca diventavano provvidenziali rinforzi. Vi erano alcuni garibaldini armati e diversi camerieri e garzoni che portavano delle lampade a petrolio. Luca era fradicio e sperò che nessuno se ne accorgesse. <<Il nostro uomo è lì dentro>> disse Luca <<ma adesso lo prendiamo.>> Ora che c’era un po’ di luce, vedeva chiaramente la forma irregolare della darsena coperta. Era piuttosto grande e le due spalle si protendevano sull’acqua. Per prima cosa mandò un garzone, munito di una lampada, sul tetto della darsena, adesso la luce illuminava debolmente l’acqua anche dalla parte dell’uscita delle barche e nessuno avrebbe potuto scappare senza essere visto. Leone era tornato indietro e si era appoggiato alla parete vicino all’entrata.

<<Basta, è finita, vieni fuori>> aveva detto ancora Luca e la sua voce era risuonata un po’ stanca, ma nessuno aveva risposto. Leone aveva preso una lampada a petrolio e l’aveva sospinta sulla soglia con la punta del piede. Chi era dentro adesso avrebbe sicuramente sparato. . . ma non era accaduto nulla. Leone aveva spinto ancora più avanti la lampada ed ora un po’ di luce illuminava l’interno della darsena. <<Adesso vengo a prenderti>> aveva urlato Leone ed era balzato all’interno: il suo coraggio a volte sconfinava nell’incoscienza. Ma la darsena era vuota.

Due garibaldini erano entrati dopo di lui ed avevano percorso la stretta passerella in legno che correva all’interno, lungo i muri della darsena, ma non c’era veramente nessuno. Però qualcuno aveva pur sparato verso di loro mentre, poco prima, sostavano di fronte all’entrata della darsena! Leone non riusciva a comprendere, poi aveva abbassato gli occhi nell’acqua e l’aveva visto.

Sul fondo vi era il corpo di un uomo, ormai immobile, probabilmente al buio doveva aver messo un piede in fallo ed era caduto in acqua, evidentemente non sapeva nuotare ed era annegato.

Dopo vi era stato di nuovo un gran trambusto. Tutti i garzoni sapevano nuotare come pesci e si erano tuffati: avevano ripescato il corpo che era quello del povero signor conte.

Mentre fervevano queste operazioni, Leone si era avvicinato a Luca e lo stava squadrando in modo strano. <<Ma siete tutto bagnato signor tenente? >> Mentre lo diceva però gli scappava da ridere.

<<Non sarete mica caduto in acqua anche voi?>> <<Io? Ti pare mai possibile che io faccia delle sciocchezze simili?>> Poi erano scoppiati in una risata liberatoria ed avevano risalito il prato verso la villa.

Di prima mattina il generale Garibaldi era pronto per partire e tornare al suo posto di comando.

Il giovane Michele Serra era stato ricoverato in ospedale, ma non era in pericolo di vita.

La contessa era chiusa in camera sua a piangere il marito morto, il cui corpo era stato composto e rivestito, in attesa che il vescovo arrivasse per dargli la benedizione.

E Luca Faliero era adesso alle prese con la stesura del verbale su quanto era accaduto quella notte. Era moralmente sicuro che il conte fosse il colpevole del tentativo di furto delle due bisacce di documenti del generale, ma, mentre stendeva il rapporto alcuni dubbi, di tipo legale, si affacciavano alla sua mente. Il realtà lui aveva visto solo un’ombra fuggire nel giardino. Nulla collegava oggettivamente il conte a quell’ombra. Ed il complice che aveva visto avvicinarsi con un cavallo? Forse era solo uno stalliere che poi era fuggito. Ed ormai il conte era morto. Se anche, da vivo, fosse stato ancora vicino ai suoi amici austriaci, che importanza aveva adesso? Era vero che la guerra era ancora in corso, ma avrebbe avuto senso infangare la memoria di un morto? In fondo le bisacce non erano state rubate. C’era sì la testa rotta del povero Michelino, ma tutto sommato anche lui se la sarebbe cavata. Luca fece una pallottola del foglio che stava faticosamente cercando di riempire.

Rimase a lungo senza fare nulla, guardando il corteo di Garibaldi che si allontanava dal giardino e tornava verso il fronte. Sbirciando da lontano, Leone aveva visto che lui aveva smesso di scrivere e si era avvicinato. <<Quali sono gli ordini per oggi signor tenente?>> aveva chiesto.

<<Tu cosa scriveresti, se dovessi farlo tu, un rapporto per gli avvenimenti di questa notte?>> aveva chiesto Luca, invece di rispondergli. Leone gli aveva rivolto uno sguardo meravigliato, ma Luca era rimasto zitto in attesa di una risposta.

<<Beh, scriverei che un ladro ha cercato di rubare le bisacce del generale, ma i carabinieri del Re le hanno prontamente ricuperate. . .>> << . . .E poi?>> lo incalzò Luca.

Neanche Leone sembrava sapere cosa dire e per un po’ rimase zitto, poi tutto d’un fiato recitò:<<Poi il signor tenente ed il conte avevano caldo ed hanno fatto un bagno nel lago, ma il conte non sapeva nuotare ed è annegato, il signor tenente invece no!>>

Luca rise di cuore, poi concluse: <<La prima parte va bene e credo che sia sufficiente.>>

Franco Rizzi.

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LA PAURA DI GABRIEL CHEVALLIER (1895 – 1969)

1 Dicembre 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

LA PAURA DI GABRIEL CHEVALLIER (1895 – 1969)

Chevallier, soldato nella Grande Guerra, pubblica La paura nel 1930; il libro verrà ritirato dal commercio nove anni dopo per decisione comune dell’editore e dello scrittore, nel timore che un libro così crudo demoralizzasse i soldati nell’incipiente seconda guerra mondiale.

L'alter-ego dell'autore, Jean Dartemont, si muove nella Parigi dell’estate del 1914; siamo nelle ultime settimane di pace prima dell'esplodere del conflitto. Il giovane non ama il mondo militare e assiste con preoccupazione al montare del furore nazionalista che porta per esempio alcuni fanatici a malmenare un signore che in un caffè si rifiuta di cantare la Marsigliese. Si arruola comunque come volontario per partecipare all'avventura. Tutto il Paese, a digiuno di guerre vere da oltre quarant’anni, è animato da fervore patriottico. Il clima, come nelle altre capitali europee, è raggiante. Si pensa a una facile guerra di conquista.

Nel periodo di addestramento Jean si rende conto che l’esercito si regge sulle fragili gambe dell’improvvisazione e della supponenza. Ne farà le spese al fronte; infatti, ferito seriamente in un attacco cui ha preso parte brandendo bombe a mano che non sapeva usare, ha un lungo periodo di convalescenza. In ospedale, a contatto con le infermiere piene di convinto e ingenuo patriottismo, ha modo di delineare il suo manifesto antieroico, cozzando contro propaganda, retorica, eroismi più o meno strumentalizzati. Spiega che la patria di ogni uomo non si chiama Francia o Germania, ma è la Terra stessa. La paura è pienamente giustificata; il coraggio autentico nasce da essa. Inoltre aggiunge:

Il gesto dell'eroe è un parossismo di cui ignoriamo le cause. Al culmine della paura si vedono uomini diventare coraggiosi, di un coraggio terrificante perché disperato. Gli eroi puri sono rari quanto i geni. E se per avere un eroe bisogna massacrare diecimila uomini, preferisco fare a meno degli eroi”.

Come si fa, d’altronde, a dominare la paura prima di un attacco o sotto un bombardamento? Ci sono anche ufficiali tronfi e sadici che spaventano più del nemico. Le descrizioni della vita di trincea e dei patimenti sotto le granate dei tedeschi ci ricordano la scrittura di Carlo Salsa (il suo Trincee è già stato recensito su questo blog). Qualche esempio:

"Siamo prigionieri di un'Apocalisse. La terra è un edificio in fiamme con le porte murate. Stiamo per arrostire in questo incendio". Oppure: "Siamo dei vermi che si contorcono per sfuggire alla vanga".

La paura e le sue conseguenze dominano, tanto che cameratismo e amicizia brillano principalmente nel periodo della convalescenza in ospedale; poi al fronte si pensa a se stessi, si distoglie lo sguardo dal compagno morente, si invidia chi ha ricevuto un incarico che lo porta nelle retrovie, si giustifica implicitamente l'imboscato di turno perché si vorrebbe essere al suo posto. L'angoscia compromette anche la solidarietà, almeno in parte. Un altro danno della guerra è il prostrarsi della parte spirituale dell'uomo; un giovane colto come Jean è costretto a lavori duri, vivendo appiattito nella miseria della vita di trincea dove la sopravvivenza è l’unico scopo. Gli schiavi, osserva, non si ribellano perché i capi li spossano e tolgono loro anche la forza per immaginare una rivolta. L’autore è severo sia con i popoli sia con i loro dirigenti che hanno permesso il grande massacro, nascondendolo con palate di retorica. Gli uomini, ci dice lo scrittore con frasi decisamente attuali, sono pecoroni e credono a tutto ciò che si sentono raccontare: “Scelgono capi e padroni senza giudicarli, con una funesta inclinazione per la schiavitù".

Ma in ultima analisi, sono i capi ad avere le colpe più grandi. Avrebbero dovuto evitare la catastrofe che portò milioni di uomini ad abbandonare la vita civile per andare ad ammazzare. Forse non sapevano dove si stava andando, si potrebbe rispondere. La replica di Chevallier è dura:

“Se noi non sapevamo dove stavamo andando, almeno i capi avrebbero dovuto sapere dove stavano portando le loro nazioni. Un uomo ha il diritto di essere stupido per proprio conto, ma non per conto degli altri”.

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