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storia

Servio Tullio e l'inizio del capitalismo

23 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Servio Tullio e l'inizio del capitalismo

Alla morte di Tarquinio Prisco, la moglie Tanaquilla, che non era stata soltanto la sua compagna ma aveva con lui condiviso i problemi di stato, dedicandosi all'amministrazione e alla politica estera, fece credere che il marito fosse soltanto ferito gravemente e, in attesa si riprendesse, lo avrebbe sostituito il figlio Servio. Era una donna colta ed emancipata e, quando riuscì a passare la corona al figlio, questi fu il primo re di Roma non eletto dal popolo. Racconta Tito Livio che “... alla morte di Tarquinio Prisco, grazie agli sforzi della regina (Tanaquil) Servio fu posto sul trono al posto del re, come se fosse una misura non definitiva, ma conservò a lungo il regno conquistato con l'inganno, con tanta abilità che sembrava lo avesse ottenuto in modo legittimo.”

Non è del tutto chiaro se Servio Tullio fosse realmente il figlio, o semplicemente un successore da lei designato, ma fu sicuramente un re illuminato che condusse e portò a termine le più importanti imprese. Prima fra tutte, la nuova cerchia di mura intorno alla città che servì a dar lavoro alla classe meno abbiente, necessitando per la costruzione la manodopera di muratori, piccoli artigiani che videro in lui un benefattore.

Roma era enormemente cresciuta anche come popolazione, il diritto al voto era detenuto solo dalla popolazione iscritta ai Comizi Curiati, come abbiamo detto, inizialmente composti dagli incaricati delle trenta curie che rappresentavano tutta la popolazione romana di trenta-quarantamila persone. Ora il numero dei residenti aveva sicuramente raggiunto almeno i centomila, così, come primo provvedimento, Servio Tullio diede diritto di voto ai libertini, cioè ai figli dei liberti o schiavi liberati, creandosi un forte zoccolo duro di proseliti, pronto ad appoggiarlo in ogni decisione. Come secondo provvedimento, abolì le vecchie curie che rappresentavano le più antiche famiglie di Roma, istituì cinque classi definite non in base alla provenienza, bensì al loro patrimonio. Gli appartenenti alla prima classe dovevano dimostrare di detenere un patrimonio di almeno centomila assi, l'ultima di dodicimilacinquecento.

Il sistema precedente era formato da un esatto numero uguale di centurie con uguale diritto di voto, ora le classi si differenziavano per numero di appartenenti e la più numerosa era proprio la prima classe che da sola deteneva la maggioranza, cosicché, anche se le altre si coalizzavano, non riuscivano a batterla. Diventò quello che oggi definiremmo un regime capitalista e il Senato poteva ben poco: Servio Tullio, pur non essendo stato eletto, aveva l'appoggio incondizionato delle classi abbienti a cui aveva dato nuovo potere e, allo stesso tempo, del popolino cui aveva dato lavoro, salari sicuri e cittadinanza.

Così amato e ammirato poté togliersi anche diversi sfizi personali, fu il primo re a indossare una corona aurea e, seduto sul suo trono d'avorio, reggeva uno scettro sormontato da un'aquila. Onde evitare di fare la fine del suo predecessore, si circondò di una guardia personale armata. Purtroppo però tutto questo non bastò e venne ucciso dal genero Lucio Tarquinio che poteva liberamente circolare nella reggia.

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Tarquinio Prisco e la nascita della plebe

20 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Tarquinio Prisco e la nascita della plebe

Con la storia dei Re di Roma arriviamo così intorno all'anno 600 avanti Cristo. Le cose erano parecchio cambiate, Roma non era più una piccola città e con le campagne di guerra erano cresciute le esigenze, si era dato impulso all'industria e al commercio più che all'agricoltura come avveniva in passato. Le botteghe erano piene di garzoni, di apprendisti che, a loro volta, appena imparato il mestiere aprivano attività indipendenti, l'aumento dei salari faceva accorrere gente dalle campagne ma, con l'arrivo dei soldati di ritorno dalle guerre, la città si riempiva anche di schiavi.

Era finita la perfetta democrazia casalinga che Roma aveva istituito e adottato, ora vi era una classe che formava il “plenum” da cui plebe. Fu proprio a questi ultimi che, morto Anco Marzio, si rivolsero le famiglie etrusche che erano, sì in minoranza, ma anche le più ricche, proprio grazie ai commerci e alle attività. Tito Livio nella sua “Ab urbe condita” scrive che tal Lucio Tarquinio fu il primo a cercare l'appoggio di questa nuova classe ignorante e povera e lo fece intrigando in maniera poco corretta. Nessuno si era mai rivolto prima alla plebe, perché la plebe non c'era. Nei comizi curiati erano tutti uguali e non esistevano differenze sociali. Questo Lucio Tarquinio era un giovane di bell'aspetto, proveniva da Tarquinia, era figlio di un greco e si era sposato con una donna etrusca, disponeva di una discreta ricchezza e gli piaceva spenderla in piaceri personali: scialacquone e ambizioso, si metteva in risalto in mezzo a una popolazione dagli austeri costumi. Era colto, sapeva di geografia, filosofia e matematica.

La plebe non aveva diritto di voto ma la massa di cui era composta era disposta a scendere in piazza per appoggiarlo con la speranza che un re straniero avrebbe fatto valere maggiormente i diritti degli stranieri. Forse con una certa ammirazione mista ad invidia, il popolo scelse lui che, una volta eletto, prese il nome di Tarquinio Prisco.

Fu un re autoritario e guerriero, fu il primo re a far costruire una reggia per sé e la famiglia e nella reggia fece innalzare un trono su cui sedere quando prendeva le sue importanti decisioni. Continuò con la politica delle guerre e conquistò tutto il Lazio e poi iniziò a salire verso nord e per fare questo ebbe bisogno di armi, di rifornimenti che le famiglie etrusche provvedevano a procurare ingrassando i loro affari.

Roma sotto il suo regno fece un grosso cambiamento: Tarquinio Prisco fece costruire strade, quartieri ben definiti, case vere e proprie non più capanne, la piazza ove riunirsi, i primi monumenti e, più importante di tutto, la prima fogna cittadina: la cloaca massima. Il radicale cambiamento dello stile di vita portato in città gli procurò il dissenso degli anziani del Senato che erano ancora legati alle vecchie tradizioni, che soffrivano che lui fosse un decisionista e non ascoltasse i loro consigli; lo avrebbero volentieri fatto destituire ma dalla sua parte aveva la plebe, il popolo numeroso e rumoroso disposto a difenderlo con la vita. Così, per liberarsi di lui, per riprendere in mano le redini della loro città, commissionarono il suo omicidio, ma commisero il grave errore di lasciare in vita il figlio e la moglie.

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La Roma dei re

18 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia

La Roma dei re

Fino al quarto re prevalse l'economia agricola, la maggior parte della popolazione, almeno quella di discendenza latina e sabina, viveva in promiscuità dentro capanne di fango e non vi era differenza fra popolo e Senatori, i quali, come tutti, lavoravano la terra, erano ancora lontani da venire i tempi dei cosmetici per le donne, dei vespasiani, della toga e dell'industria tessile. Un unico vestito e nessun piacere di gola, la sobrietà e la durezza degli antichi romani smentisce gli scienziati che sostengono che la forza di un popolo è proporzionata al suo consumo di calorie, loro dimostrarono che si può conquistare il mondo nutrendosi di un impasto di acqua e farina poco cotto, qualche oliva, un po' di formaggio e un bicchiere di vino solo nei giorni di festa.

Anche il re, sino ad Anco Marzio, era soggetto a questo severo regime: arava la terra, seminava e mieteva come il suo popolo. Non aveva una reggia e risulta che uscisse fra la sua gente, uguale fra gli uguali, senza una scorta per non essere accusato di regnare privo del consenso popolare. Prendeva le sue importanti decisioni all'ombra di un albero, ascoltando il Consiglio degli Anziani che gli sedeva intorno.

Pure per l'esercito valeva uguale regola: i pretori che comandavano le centurie non portavano nessuna mostrina identificativa del grado superiore che rivestivano. Le armi, di cui codesto esercito era dotato, erano per lo più bastoni, sacchi di sassi e spade molto rozze e primitive.

Le prime conquiste che Roma ottenne furono dunque lotte serratissime corpo a corpo. Il nemico, una volta battuto, diveniva succube di Roma, chi lo aveva catturato era padrone della sua vita, poteva ucciderlo o portarlo a casa e farne uno schiavo. Le città venivano spesso rase al suolo, le terre requisite e date in affitto ai sudditi, le battaglie e le conquiste che Roma fece fino al regno di Anco Marzio furono tutte terrestri, i Romani non avevano navi e non sapevano navigare.

Per vedere crescere in tal senso Roma si deve arrivare alla dinastia etrusca dei Tarquini.

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Lucrezia

17 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #miti e leggende, #personaggi da conoscere

Lucrezia

I primi re di Roma erano tutti latini. Poi vennero gli Etruschi. I più vecchi e i più saggi fra loro furono nominati senatori. Infine un etrusco diventò re di Roma, e, dopo di lui, un altro e un altro ancora. Dapprima i Romani erano contenti di avere re etruschi che abbellivano la città con palazzi e templi, bonificavano i campi, portavano in città acqua potabile costruendo acquedotti. Le botteghe degli artigiani lavoravano alacremente e i loro prodotti erano venduti in tutto il Lazio fino a quelle terre meridionali dove si erano stabiliti i Greci. Anche i Greci fabbricavano armi, vasi, stoffe, gioielli e avrebbero voluto vendere le loro merci nel Lazio.

Fra Etruschi e Greci scoppiò una guerra e gli Etruschi furono vinti. I Romani approfittarono di questa sconfitta per cacciare i re etruschi. Ormai avevano imparato quello che c’era da imparare e non volevano più padroni stranieri. E così avvenne che i re etruschi furono cacciati per sempre.

Molti erano stati i re di Roma ma col passare del tempo si parlò solo di sette re. Quattro latini, cioè Romolo, Numa Pompilio, Tullo Ostilio, Anco Marzio e tre etruschi, cioè Tarquinio Prisco, Servio Tullio e Tarquinio il Superbo, sotto il cui regno la monarchia diventò assoluta e grande fu l’influenza Etrusca.

Una sera, racconta Livio, durante un assedio, il figlio del re, Sesto, discuteva con Collatino della fedeltà delle proprie mogli. Collatino propose che prendessero i cavalli e andassero a Roma a sorprendere le loro consorti nel cuore della notte. La moglie di Sesto fu trovata a banchettare con gli amici, mentre quella di Collatino, Lucrezia, era intenta a filare la lana per confezionare un abito al marito. Sesto fu preso dal desiderio di mettere alla prova la fedeltà di Lucrezia, perse la testa per la bella e pudica moglie altrui, e tornò segretamente da lei, prendendola con la violenza.

« Nocte intempesta nostram devenit domum. »

«Venne da me nel cuore della notte. »

(Varrone De lingua Latina VI 7)

Ecco, non possiamo non pensare a Igraine, moglie del duca di Cornovaglia, presa con l’inganno da Uther Pendragon, col quale generò Artù, non posiamo non vedere Uther che cavalca l’alito del drago per attraversare il fossato ed entrare nel castello di Tintagel.

Ma Lucrezia non partorisce un re, bensì, dopo aver raccontato tutto al padre e al marito e aver fatto loro giurare che l’avrebbero vendicata, si toglie la vita con un pugnale nascosto sotto le vesti. E qui capiamo che la morale celtica era diversa da quella romana.

La tradizione vuole che sia stato questo increscioso episodio a decretare la fine della monarchia e l’inizio della Repubblica.

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Orazi e Curiazi

16 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #miti e leggende

Orazi e Curiazi

Col trascorrere degli anni, Roma cresceva, aumentava il numero degli abitanti e il re, che, dapprima, oltre a celebrare i riti liturgici, a elevare sacrifici agli Dei, amministrava pure la giustizia, non riuscì più ad adempiere tutti i suoi doveri. Si vide così costretto a nominare dei “funzionari” cui affidare alcuni dei suoi compiti di giustizia ed ecco che nacque la “burocrazia”. Fu costretto anche a farsi aiutare nell'amministrazione della cosa pubblica, nominò così qualcuno che si occupasse delle esigenze che aumentavano, cioè che si occupasse di strade, di catasto, di igiene e nacque così il Consiglio degli Anziani o Senato composto dai discendenti per diritto di nascita dei pionieri che erano venuti con Romolo a fondare Roma.

Il Senato inizialmente aveva compito di consigliare il re, in seguito prese sempre più potere. Infine, per completare l'organizzazione dello stato nacque in pianta stabile l'esercito. Ogni curia in cui erano divise le varie tribù, doveva fornire una centuria di uomini, cento fanti, e una decuria, dieci cavalieri, formando così trenta centurie e trenta decurie, pari a tremilatrecento uomini che costituivano una legione. Il comandante supremo delle forze armate di Roma era il Re che aveva sui suoi soldati potere di vita e di morte ma, per l'amministrazione dell'esercito, eleggeva un comizio centuriato che si occupava anche della nomina degli ufficiali, allora chiamati pretori. Il re ebbe in questo modo sempre meno potere e difficilmente avrebbe potuto trasformarsi in un tiranno, suo compito esclusivo restavano le funzioni religiose, conservava il diritto di giudicare i fatti gravi, i delitti rivolti contro la comunità e di comminare la pena di morte.

Questo l'ordinamento che trovò il terzo re di di Roma Tullo Ostilio. Un re molto diverso dal pacifico predecessore che aveva assicurato al popolo quarant'anni di pace e di crescita. Tullo Ostilio fu l'artefice della guerra contro Alba Longa, la città più ricca e importante fra i borghi che circondavano Roma. La leggenda vuole che in maniera molto cavalleresca la vittoria venisse decisa con un duello fra i tre Orazi romani e i tre gemelli Curiazi albalongani, dove l'ultimo dei fratelli Orazi, rimasto solo, uccise tutti e tre i Curiazi decretando la vittoria di Roma. Sta di fatto che Alba Longa fu distrutta e rasa al suolo e il loro re legato a due carri i cui cavalli, correndo in direzioni opposte, lo squartarono.

Il successore di Tullo Ostilio fu Anco Marzio, che continuò con la politica di espansione attaccando e conquistando i paesi dei dintorni.

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Romolo

12 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Romolo

Al contrario degli odierni cittadini di Roma che prendono tutto per scherzo, gli antichi romani prendevano tutto sul serio, se si prefiggevano uno scopo lo raggiungevano a qualunque prezzo e a qualunque ragione, non per niente con questo spirito hanno conquistato il mondo.

Fra le varie teorie sulla nascita di Roma, una tra le più accreditate vuole che a fondarla fossero gli Etruschi. Sembra infatti che il nome Roma derivi dall'etrusco “Rumon” che significa fiume e se questo corrisponde al vero bisogna dedurre che la prima popolazione romana fosse formata non solo da latini e sabini (come vuole la leggenda del famoso “ratto”) ma anche da etruschi . Addirittura certi storici attribuiscono a Romolo stesso cittadinanza etrusca.

Gli Etruschi, navigatori provetti e commercianti, pare che durante i loro viaggi “commerciali”, avessero fondato un piccolo villaggio sul Tevere e lì li trovarono Latini e sabini quando vi giunsero. Avevano creato un comodo scalo per fermarsi con le loro navi durante la navigazione sul Tirreno. Gli indigeni laziali non legarono con il popolo etrusco, certamente più evoluto, e ci si misero d'impegno per distruggerli. Di essi vollero epurare ogni cosa, cultura, tradizioni e storia e se questo è vero di Romolo, in seguito gli storici cambiarono anche l'identità di nascita.

Punto fermo di tutti gli storici e di ogni teoria circa la nascita di Roma è che Romolo fu il primo re, il fondatore. A lui successe Numa Pompilio, un uomo mite e molto religioso. Siccome fra i tre popoli che componevano la sua città vi era un discreto miscuglio di credenze, egli decise di mettervi ordine. Stabilì un grado di importanza tra gli dei e, per farsi ubbidire, raccontava che a suggerirgli e a dargli istruzioni fosse direttamente la ninfa Egeria che lo raggiungeva durante il sonno. In questo modo riuscì a compiere un'opera politica fondamentale, cioè aggregare le tre dinastie diverse che componevano il popolo di Roma e questo tornò utile ai re che gli succedettero, perché ebbero a disposizione un popolo unito per affrontare le guerre vittoriose contro le altre città rivali.

I re di Roma non venivano eletti per diritto di successione, ma erano scelti dal popolo. Le tre tribù erano divise in curie (quartieri) e ogni curia in dieci gens (casate), le casate in famiglie. Le curie si riunivano due volte l'anno e in occasione della morte del re, durante il comizio curiato eleggevano il successore. Tutti avevano il medesimo diritto di voto, la maggioranza decideva, il re eseguiva. Era la realizzazione della democrazia assoluta e funzionava bene, almeno fino a quando la città restò un piccolo paese che viveva dentro le proprie mura. Di seguito narreremo come si è evoluta la democrazia romana.

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Il ratto delle Sabine

4 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #miti e leggende

Il ratto delle Sabine

Gli abitanti dei villaggi vicini a Roma invidiavano la sua buona posizione e avrebbero voluto essere i soli a commerciare con gli Etruschi. I romani, perciò, scendevano a far baruffa nelle pianure intorno al Palatino. Un po’ alla volta, Roma vinse tutti villaggi intorno, e pian piano questi entrarono a far parte del territorio romano. Il metodo di Roma è sempre stato quello di assoggettare assimilando, “integrando” si direbbe oggi.

Molto di ciò che i romani del tempo riuscirono a fare lo devono agli Etruschi, che potremmo definire dei misteriosi toscani di origine asiatica. Da loro appresero l’arte di costruire argini e fognature come la Cloaca massima, ponti di legno come il Sublicio; impararono poi a tingere le stoffe per le loro toghe, a costruire case e oggetti. Impararono, infine, anche a estrarre il sale dal mare e nacque così il porto di Ostia.

Costruire i ponti era un’arte magica conosciuta solo da pochi, che si chiamavano, appunto, pontefici; il loro capo era detto Pontefice massimo ed era anche il responsabile di tutti i sacerdoti che pregavano gli dei.

Gli abitanti di Roma si dividevano in patrizi e plebei. I patrizi discendevano dai primi abitanti che si erano accaparrati i bottini di guerra e perciò erano più ricchi. I plebei erano i discendenti degli abitanti dei villaggi conquistati. Scarseggiavano, però, le donne con cui procreare.

La leggenda narra di come Romolo, per procurare le donne ai suoi coloni, organizzasse pubblici giochi e invitasse i Sabini ad assistervi. I romani rapirono le donne sabine. Tarpea, figlia di un romano, aprì la porta all’invasore. I romani la schiacciarono sotto i loro scudi e dettero il suo nome alla rupe dalla quale venivano precipitati i condannati a morte.

Livio sostiene che non vi fu violenza sessuale. Al contrario, Romolo offrì alle fanciulle libera scelta e promise loro pieni diritti civili e di proprietà. Egli stesso trovò la moglie Ersilia tra queste fanciulle.

Per vendicare l’onta, Tito Tazio, re dei Sabini, dichiarò la guerra e marciò su Roma. Le donne sabine, però, s’interposero.

«Da una parte supplicavano i mariti (i Romani) e dall'altra i padri (i Sabini). Li pregavano di non commettere un crimine orribile, macchiandosi del sangue di un suocero o di un genero e di evitare di macchiarsi di parricidio verso i figli che avrebbero partorito, figli per gli uni e nipoti per altri. [...] Se il rapporto di parentela che vi unisce e questi matrimoni non sono di vostro gradimento, rivolgete contro di noi l'ira; noi siamo la causa della guerra, noi siamo responsabili delle ferite e dei morti sia dei mariti sia dei genitori. Meglio morire piuttosto che vivere senza uno di voi due, o vedove o orfane. »

(Tito Livio, Ab Urbe condita libri, I, 13.)

Così Romolo persuase Tazio a fondere il regno sabino con quello romano.

Dopo un lungo regno, Romolo fu rapito in cielo e venerato come Quirino.

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La Roma quadrata

27 Maggio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #miti e leggende, #personaggi

La Roma quadrata

In mezzo fra i Greci e gli Etruschi, gli antichi abitanti dell’Italia facevano i contadini e i pastori. I più vicini agli Etruschi si chiamavano Latini e il loro paese si chiamava Lazio, era una terra di montagne, colline, boschi e pianure fertili. Fiumi e torrenti scendevano a valle ma poi si fermavano, impaludandosi e trovando il percorso verso il mare bloccato da dune di sabbia. Le zone, allora, diventavano acquitrini pieni di zanzare e la malaria proliferava. Le popolazioni vivevano in collina e scendevano in pianura solo per pascolare il bestiame.

Verso nord il confine era segnato dal fiume Tevere. Era un fiume largo e profondo, con pochi guadi. Al di là del Tevere risiedevano gli Etruschi. I Latini portavano sulle rive del Tevere lana, pecore e grano, gli Etruschi armi, vasi e sale. Lentamente i villaggi rurali fra il Tevere e il golfo di Napoli si unirono in poche città stato, fra le quali Albalonga. Quella fondata sul colle palatino prese il nome di Roma.

Roma era un villaggio di capanne rotonde, col tetto aperto nel mezzo per far uscire il fumo del focolare. Tutt’intorno c’era un muro di grosse pietre. Nel muro si aprivano delle porte, fra cui una, dalla quale passavano i mercanti che portavano il bestiame al pascolo in pianura. All’alba, tutto il villaggio risuonava dei muggiti delle mucche, perciò la porta era detta Mugonia. Era una Roma semplice, realistica, contadina e popolaresca.

Narra la leggenda che Romolo e Remo, discendenti da Enea, nipoti del re di Albalonga, figli di Rea Silvia e del dio Marte, vengono rapiti da fratello del nonno che dà ordine di farli uccidere. Ma chi ha l'incarico di ucciderli li abbandona in una cesta sulla riva del Tevere, così come, in modi diversi, accade per Mosè, per Biancaneve e per tutte le mitologie poi derubricate a fiaba. I bambini piangono perché hanno fame, una lupa li allatta e diventa la loro madre. I fratelli crescono, puniscono lo zio usurpatore - come vorrebbe fare Giasone senza però riuscirci - e fondano una nuova città, appunto Roma, pare che sia Romolo stesso a tracciarne il solco con l'aratro. Subito i gemelli litigano per il possesso della nuova città e, come Caino ed Abele, Romolo uccide Remo.

Corre l'anno 753 a. c., Romolo diventa il primo re di Roma, tutti gli avvenimenti vengono computati ab urbe condita.

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Valentino Appoloni, "La ferocia"

4 Maggio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #valentino appoloni, #storia

Valentino Appoloni, "La ferocia"

La ferocia

Valentino Appoloni

pp 240

ilmiolibro.it

Valentino Appoloni è esperto e appassionato della Prima Guerra mondiale. Ha letto tutta la diaristica sull’argomento ed è, infatti, in forma di diario che scrive il suo romanzo, La ferocia, quasi un’ossessione per lui. Dedicato a un familiare morto in guerra, ambientato sul Carso, racconta una sanguinosa ed estenuante guerra di trincea popolata da personaggi teatrali: gli ufficiali in contrasto fra loro, Robusti, Avanzi, Dimari, Bandanera, vecchi e giovani a confronto, e i soldati, Filosofo, Guerriero, Imboscato e tutti gli altri, ognuno a rappresentare un diverso tipo umano. Le loro vicende scorrono veloci e sono raccontate con un linguaggio paratattico ma elegante. I paesaggi cambiano rapidamente e hanno anche aspetti drammatici e romantici: cimiteri sventrati, case diroccate, chiese abbandonate. Il tempo atmosferico accompagna l’umore delle truppe. A farla da padrone è, ovviamente, l’azione bellica serratissima ma descritta in modo asettico, lucido, che solo a tratti lascia trapelare un poco di pathos.

La ferocia è ciò che permette agli uomini di sopravvivere, agli ufficiali opportunisti e arrivisti di agire per il bene della battaglia, sacrificando i più deboli pur di vincere.

La vita di trincea è terribile: i piedi stanno ammollo e s’infettano, i parassiti, il freddo e la sete tormentano, il nemico è sempre in agguato, la morte è all’ordine del giorno. Ma stare nelle retrovie sarebbe peggio, là non ci sarebbe più dignità, là è il regno degli imboscati e dei vili.

Fuori della trincea non c’è dignità. Forse c’è salvezza, ma senza decoro e nella più nera solitudine che è quella di chi dovrà sempre celare agli altri la sua viltà.” (pag 162)

Sorregge solo il pensiero del rispetto verso se stessi e della responsabilità che lega agli altri. Fonte di consolazione è la cultura: il protagonista, l’unico a non avere un nome, si affida a ragionamenti filosofici e letterari, razionalizza ciò che vede attraverso la sua erudizione umanistica, per tenere sotto controllo la realtà, per non cadere nel panico e soccombere, per non porsi incessantemente domande sul senso della carneficina in atto dove “la differenza non è tra morti e vivi, ma tra morti e non ancora morti”. Quando una promozione aumenterà i suoi oneri, sensi di colpa e disagio etico lo attanaglieranno ad ogni scelta.

Difficile capire il senso della contrapposizione “patria, dovere, Italia” verso “pane e pace”, laddove le parole si svuotano di significato, diventano retorica in bocca ad ufficiali che si fanno vivi dalle retrovie solo per parlare in pubblico. Quello che resta di tali parole è un simulacro vuoto che, pian piano, si riempie di cadaveri, marionette disarticolate, bambole sventrate, “Eppure erano stati uomini”. Si cerca di dare ancora un senso a valori quale l’onore, il rispetto del nemico ma la ferocia annulla tutto, disumanizza.

Esiste davvero una città, un mucchio di terra, pietre, case, che valga tante vite?

Ciò che ci piace di Appoloni è proprio la bellezza delle parole semplici (“Ma Dio è troppo paziente e buono) che rispecchia l’agghiacciante semplicità della situazione: “Noi e loro spararsi e procurarsi a vicenda il massimo danno per vincere prima. Questa semplicità bisogna accoglierla.

La prima e la terza persona si alternano, con inserimenti di lettere e racconti, uno, in particolare, L’Imboscato, vale da solo tutta la narrazione.

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L’ULTIMO VOTO di Federico De Roberto

27 Aprile 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #racconto, #storia

L’ULTIMO VOTO di Federico De Roberto

Questa è una novella all'altezza del miglior De Roberto, letta nell'edizione Garzanti; è il De Roberto che pur non avendo servito nella Grande Guerra si dimostra ottimo scrittore di cose militari.
I protagonisti sono due ufficiali e l'ambiente è quello della guerra in montagna. La neve ha costretto italiani e austriaci ad arretrare alla ricerca di posti più riparati. Gli ultimi attacchi invernali del regio esercito non hanno prodotto risultati; anzi, una compagnia, guidata dal capitano Colombo e in possesso solo di armi leggere, è sparita senza lasciare tracce dopo un assalto quasi suicida.

L’inverno passa e quando il tempo migliora, il capitano Tancredi manda pattuglie verso le linee nemiche; i parenti dei soldati scomparsi e soprattutto la moglie di Colombo fanno pressione per avere notizie sui loro cari. Tutti morti? Oppure ci saranno dei prigionieri? Servono risposte.

Qui il mistero si fa gradualmente più fitto; il reparto sparito tra le fredde rocce, l'individuazione di un soldato impigliato nei vecchi reticolati, l'insuccesso di ogni pattuglia mandata a recuperarlo accrescono l'interesse per la vicenda. Chi è quel soldato? Bloccato da mesi, irrigidito dal gelo, sembra racchiudere la soluzione al mistero. Ma gli uomini che devono riprendere quel corpo falliscono e si nascondono dietro a laconiche giustificazioni; è pericoloso intervenire perché c'è una mina vicina, sostengono con poca convinzione. Tancredi, pur avendo ottenuto una sospirata licenza, decide di andare a vedere di persona conducendo pochi uomini; è suo dovere farlo.

Qui c'è la parte più emozionante; sembrano pagine tratte da un diario di guerra. L'ufficiale si muove nella nebbia, sfida i cecchini, raggiunge il corpo martoriato dai colpi e dal freddo; il recupero riesce con grande fatica. Non c’è nessuna mina. Si trattava proprio del capitano Colombo che guidò lo sfortunato assalto alla trincea austriaca; i commilitoni che lo conobbero raccontano del suo valore e dell'amore per la giovane moglie, più volte ribadito in modo appassionante.

Proprio Tancredi si assume l'onere di andare a Roma a riferire la tragica notizia alla donna. Non vorrebbe farlo; è molto a disagio e allora si fa accompagnare dall'amico Laurana, un imboscato piuttosto sfacciato. Davanti alla vedova, una contessa, il disagio diventa sconcerto; la donna non mostra dolore. In realtà voleva conoscere in modo sicuro la sorte del marito per avviare le pratiche per avere la pensione.

Laurana si offre di aiutarla a reperire la documentazione.

Più tardi, al ritorno al fronte, Tancredi apprenderà che l'amico e la contessa stanno per sposarsi.
È una novella amara; il divario tra fronte e Paese è enorme. Uomini di trincea da una parte e imboscati e civili dall'altra appaiono separati da una distanza fisica e morale incolmabile; sono due mondi che usano linguaggi diversi e che anzi non si parlano. Su tutto domina la figura del capitano Colombo, con il suo corpo martoriato, quasi "cristico", offeso dai colpi nemici e dalla corona di spine dei reticolati: “ … il braccio destro disteso e la pistola ancora spianata; il capo eretto e la mascella fracassata … le palpebre chiuse, l’uniforme lacera … pareva un’opera di scultura, un simulacro intagliato nella pietra e nel legno”. Sembra già di vedere uno dei monumenti ai caduti che nel dopoguerra saranno costruiti in ogni paese.

Ma il suo sacrificio non è capito da chi lo aspetta a casa; è un'icona di sofferenza che però lontano dal fronte non suscita interesse o emozione. Tancredi invece è turbato da quella fine e ne apprezza la statura morale. L'unico vero e intenso “dialogo” dello stesso capitano Tancredi è infatti quello virtuale con la salma del commilitone caduto che egli stesso ha fisicamente staccato dal luogo di morte; è la sola persona che ha voglia di conoscere meglio, attraverso le testimonianze di chi gli era accanto in guerra. Tutto concorre nella novella, in definitiva, a fare dei combattenti una categoria morale diversa da chi non ha mai visto il fronte e l’inumanità delle sofferenze che affratellano i soldati.

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