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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

storia

Annibale e Scipione, due grandi condottieri a confronto

19 Agosto 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

La costituzione romana posava sulla più perfetta organizzazione militare della storia: cittadini ed esercito erano una cosa sola. Una legione era una formazione mista di 4200 fanti, 300 cavalieri e vari gruppi ausiliari, ciascuna legione era divisa in centurie, comandate dai centurioni e aveva il suo vexillum. Ma i Cartaginesi erano ancora molto forti e volevano tornare ad essere i padroni del mare.

Dopo qualche anno, Roma e Cartagine erano di nuovo in guerra fra loro. I Cartaginesi misero a capo del loro esercito un grande generale che si chiamava Annibale Barca (247 - 183 a.c.) e odiava Roma con tutto se stesso. I Romani sorvegliavano il mare fra Cartagine e la Sicilia perché pensavano che i Cartaginesi sarebbero passati di lì per muovere contro Roma. Invece Annibale andò in Spagna e poi, attraverso la Francia, arrivò ai piedi delle Alpi per cogliere di sorpresa i Romani. Attraverso le Alpi non c’erano strade, le montagne erano coperte di boschi, di neve e di ghiaccio ed erano abitate da popolazioni selvagge e pericolose. Per valicarle Annibale dovette aprirsi una nuova strada e combattere i montanari. Riuscì comunque ad attraversarle con tutto il suo esercito, con i carri, i cavalli e persino alcuni elefanti.

Mentre i Romani sorvegliavano il mare, l’esercito di Annibale apparve all’improvviso nella pianura padana. L’esercito romano gli si mosse velocemente incontro ma i soldati di Roma arrivarono stanchi e spaventati e combatterono debolmente. Ci furono battaglie sul Ticino, sul Trebbia, sul Trasimeno e a Canne in Puglia. i Romani persero sempre; perdevano, retrocedevano ma non si arrendevano mai. Il giovane romano era educato alla guerra fin dall’infanzia, studiava l’arte militare e trascorreva molto tempo negli accampamenti. La vigliaccheria era considerata peccato senza perdono, punito con la fustigazione fino alla morte. Ai disertori e ai ladri veniva tagliata la mano destra. Il cibo in guerra era semplice: pane, polenta, verdura, vino agro, raramente carne. Morirono così tanti Romani che Annibale pare abbia fatto raccogliere tre cesti degli anelli che i patrizi portavano al dito.

Annibale vinceva e vinceva ma era chiuso in Italia senza rinforzi dalla madrepatria e ad ogni battaglia le sue scorte di uomini e mezzi sia assottigliavano. Intanto i Romani, guidati dal generale Scipione (236 – 183 a.c.) erano sbarcati in Africa e minacciavano la stessa Cartagine, dopo essersi accordati col re numida Massinissa. A seguito della disastrosa battaglia di Canne, i Romani evitarono altri scontri diretti e gradualmente riconquistarono i territori del sud Italia di cui avevano perso il controllo. Annibale fu richiamato a difesa della patria ma a Zama subì la prima sconfitta che segnò la fine della seconda guerra punica. Allo scopo di terrorizzare i Romani, il condottiero cartaginese schierò i pachidermi dinanzi alle proprie linee ma Scipione ordinò all'intera linea di suonare le trombe e i corni. Dallo schieramento romano si levò così un frastuono tremendo che terrorizzò gli elefanti al punto che molti di essi si voltarono e caricarono le loro stesse truppe.

I romani vinsero la guerra e ottennero tutte le navi cartaginesi. Cartagine rimase senza flotta per il commercio e perse importanza. Annibale si nascose prima in Siria e poi in Bitinia, quando i Romani ne chiesero l’estradizione, preferì suicidarsi.

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Tutte le strade portano a Roma

2 Agosto 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

Tutte le strade portano a Roma

L’antica legge romana era più che altro norma emanata dai sacerdoti, cioè una branca della religione, ed era ad un tempo lex e jus, prescrizione e giustizia, evolvé nel famoso diritto romano nel mentre che Roma conquistò tutta l’Italia, dalle montagne dell’Appennino, alle terre degli Etruschi, fino alla Magna Grecia.

Ci mise duecento anni Roma a crescere. Ai popoli vinti, in cambio di strade, liberi commerci e possibilità di vivere come avevano sempre vissuto, chiedeva di pagare le tasse, di fornire soldati in caso di guerra, di cedere una parte dei terreni coltivati da destinare ai veterani dell’esercito. Volenti o nolenti tutti si sottomisero fino a diventare un popolo solo.

Roma costruì vie lastricate, chiamate strade appunto perché composte da molti strati: grosse pietre sul fondo, ciottoli, ghiaia e, infine, pietre lisce e piatte a formare il lastricato. Tutte le strade portano a Roma, si sa, di sicuro lo facevano L’Aurelia, l’Appia, la Salaria, la Flaminia e l’Emilia.

Quando ebbero conquistato tutta l’Italia, i Romani si trovarono di fronte il mare, infestato da navi di altri popoli, in particolare Cartaginesi di discendenza fenicia. I Cartaginesi pretesero che i Romani chiedessero il permesso per viaggiare e commerciare nel Mediterraneo. I Romani non erano disposti a chiedere il permesso a nessuno, così scoppiò la prima guerra punica (264 – 241 a.c.)

I Cartaginesi erano marinai esperti, avevano costruito molti porti, sapevano navigare bene. I soldati romani, al contrario, in tempo di pace facevano i contadini e non erano in grado di pugnare sull'acqua. Allora i Romani escogitarono un sistema per sentirsi sulla terraferma anche in mare. Misero sulle loro navi delle passerelle, che si agganciavano con degli uncini alle imbarcazioni nemiche durante la battaglia. Sulla passerella i Romani combattevano come se fossero stati sul terreno.

La prima guerra fra Romani e Cartaginesi così fu vinta dai Romani che divennero padroni della Sicilia e della Sardegna

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Michel Aflaq e il partito Baath

25 Luglio 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #il mondo intorno a noi, #personaggi da conoscere

Michel Aflaq e il partito Baath


In questi giorni di attentati islamisti, di falliti golpe, di repressioni e di “depressioni”, ho letto commenti di ogni genere e mi è tornato in mente un personaggio di cui è tanto che non si parla, si tratta di Michel Aflaq, fondatore ideologico di uno dei movimenti più controversi del mondo arabo. Il Medio Oriente, per quello che ne sappia, non è stato sempre “islamista”, al contrario, negli ultimi decenni del Novecento i regimi arabi erano quasi tutti laici. Ad esempio il partito Baath, di cui Saddam Hussein fu il principale esponente in Iraq, è cosa ben diversa dai movimenti islamici ed è stato sempre inviso ai fondamentalisti, per non parlare della Siria dove questo partito è al potere da oltre mezzo secolo.

Il movimento Baath (letteralmente traducibile con rinascita o resurrezione) nacque a Damasco negli anni quaranta ad opera di due insegnanti siriani Michel Aflaq e Salah al Bitar, che si erano frequentati duranti gli studi universitari alla Sorbona di Parigi una decina di anni prima. Michel Aflaq era nato a Damasco nel 1910, in una famiglia di religione cristiana e, durante la sua permanenza a Parigi, fu vorace divoratore delle maggiori opere dei pensatori del secolo precedente, da Mazzini a Lenin, da Marx a Nietzsche. In quegli anni di frequentazione dei circoli studenteschi, degli scontri di piazza che avvenivano nel Quartiere Latino fra studenti socialisti, comunisti e militanti delle Leghe nazionaliste o d'ispirazione fascista, Aflaq maturò la formazione politica più innovativa e originale di tutto il mondo arabo. Nell'ideologia del Fascismo italiano e del Nazionalsocialismo tedesco credette di ravvisare la sola possibilità per la modernizzazione delle società arabe, e per la nascita di un grande movimento di massa composto da militanti laici. Auspicava una forma societaria forte, autonoma, indipendente e militarizzata al punto da poter difendere la patria dalle potenze coloniali, un'economia con un'importante partecipazione statale, per dare lavoro e ricchezza al popolo, soprattutto ai ceti più poveri.
Terminati gli studi e tornato in Siria, Aflaq insegnò in una scuola superiore di Damasco e diede vita a un gruppo di studenti interessati alle sue teorie, con cui si riuniva nei caffè damasceni ogni venerdi per palare di politica e attualità. Aflaq non aveva propriamente le caratteristiche del leader, era piuttosto timido e schivo per natura, ma il fondatore del Baath ebbe una grande influenza sui giovani della capitale che riconebbero in lui il maestro ispiratore e, da un primo movimento quasi in sordina, nel 1947 nacque il vero partito. Lo slogan era “Il socialismo è il corpo, l'unità araba è l'anima”, l'ideologia sinteticamente “unità, libertà, socialismo”
Nell'atto costitutivo si promulgava un principio di unità che, in ottemperanza allo spirito nazionalista, mirava ad unire tutti i popoli arabi in un’unica nazione dal Golfo Persico all’Atlantico e di ottenere il rafforzamento dei legami storici, culturali e linguistici del mondo arabo. In questo grande disegno Aflaq, si badi bene, non attribuiva all'Islam un ruolo guida, ma la stessa funzione identitaria della lingua e della storia comune. Auspicava la liberazione del popolo arabo dall’imperialismo coloniale straniero e per questo reputava di grande importanza l'istruzione dei giovani

«La politica educativa del partito ambisce alla creazione di una nuova generazione di arabi che credono nell’unità della nazione e nell’eternità della sua missione. Questa politica, basata su un ragionamento scientifico, sarà libera dai ceppi della superstizione e delle tradizioni reazionarie, sarà imbevuta dello spirito dell’ottimismo, della lotta e della solidarietà tra tutti i cittadini per portare avanti una rivoluzione araba totale e per il progresso umano»

Vedeva nel Socialismo la via per la vera uguaglianza ma ne progettava una forma morbida, che, pur rifiutando ogni concezione materialistica, mettesse l’individuo al centro del sistema economico, riconoscendo la proprietà privata e i diritti di eredità.
Aflaq promuoveva un vento di positiva innovazione che era paventato e odiato dagli islamisti conservatori, questo portò a lotte interne al partito che si divise in diverse fazioni, nel 1966 egli venne estromesso dalla vita politica siriana e si rifugiò in Iraq dove il partito Baath aveva conquistato il potere.

Deluso dalla mancata realizzazione pratica della sua ideologia, Aflaq si ritirò dalla scena pubblica, conservando il rispetto e la fedele amicizia di Saddam Hussein che lo volle comunque accanto negli ultimi anni della sua vita.
La fine di Nasser in Egitto, le sconfitte arabe contro Israele, gli accordi di Camp David, e bla bla bla avanti fino ai giorni nostri, portarono gli stati arabi ad abbandonare definitivamente le concezioni unitarie di Aflaq. Il sogno di un mondo arabo nazionalista, laico e socialista si spense definitivamente con lui il 10 giugno del 1989. Così come era già morto, nel 1945, il sogno di un' Europa dei popoli, Europa Patria, Europa Nazione, unita contro il capitalismo americano e il comunismo russo e, come avrebbe voluto Drieu La Rochelle, un'Europa anche bianca e ariana.

In una considerazione finale, tornando ad Aflaq, preso atto che gli islamisti detestarono Saddam quanto detestavano l'America, se veramente la preoccupazione di Bush fosse stata la guerra contro il terrore, sarebbe stato meglio, a mio parere, allearsi con lui e non distruggerlo, o magari oggi farci un pensierino prima di provare a distruggere anche il presidente Assad, ma io sono una donna di campagna, che ne posso capire di economia e politica internazionale...

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L'Aventino

23 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia

L'Aventino

Roma era diventata una res publica, una cosa di tutti. Si sceglievano due consoli, cioè due capi che per un anno governavano la città e guidavano l’esercito. Ma dopo cento anni di guerre contro gli Etruschi, i plebei erano impoveriti e scontenti. Avevano dovuto abbandonare i campi e le botteghe per combattere, le famiglie si erano indebitate con i patrizi. Alla fine delle guerre i patrizi si dividevano il bottino e ai plebei non toccava nulla, così i patrizi diventavano sempre più ricchi e i plebei sempre più poveri. Allora i plebei decisero di andarsene e si trasferirono su una collina vicino a Roma, L’Aventino (secessio plebis), con l’idea di fondarvi una nuova città. Fu una specie di sciopero di massa. La prima secessione avvenne nel 494 a.C. e l'ultima nel 287 a.C. Roma rimase senza contadini, artigiani e soldati.

I patrizi furono costretti a concedere ai plebei di non pagare i debiti contratti durante la guerra e di essere remunerati se combattevano. Ottennero anche dei rappresentanti legali: i tribuni della plebe. Se una legge non conquistava l’approvazione dei tribuni, non poteva essere accettata. Così i plebei tornarono a Roma e, per sancire la pace fra patrizi e plebei, fu eretto un tempio alla dea Concordia.

Ma come poteva l’aristocrazia serbare il suo ascendente a dispetto dell’impedimento costituito dall’autorità tribunizia? Intanto, limitandola alla città di Roma e al tempo di pace: in guerra i tribuni dovevano obbedire ai consoli. Poi, convincendo i Comitia Tributa a elegger solo plebei ricchi. Infine, aumentando il numero di tribuni in modo che fosse più facile convincerne anche uno solo a dare o negare il suo veto.

In casi di emergenza uno dei consoli poteva nominare un dittatore (come fu per Cincinnato). Costui aveva potere sulle persone e sui beni ma non poteva disporre dei fondi dell’erario senza il consenso del Senato. La durata dei suoi poteri era di sei mesi, al massimo di un anno. Solo Silla e Cesare abusarono di questi poteri e la repubblica tornò monarchia.

Ecco alcuni esempi delle prime leggi romane:

  1. Se uno rompe un braccio a un altro e non fa pace con lui, riceverà lo stesso danno.
  2. Se uno con la mano o con un bastone rompe un osso a un uomo libero, deve pagare 300 assi di multa, se fa lo stesso a uno schiavo, deve pagare 150.
  3. Chi ingiuria a qualcuno deve pagare 25 assi.
  4. Se qualcuno ruba o compie qualche delitto di notte, può essere ucciso
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UNO DEI TANTI di ADOLFO BAIOCCHI

19 Luglio 2016 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

UNO DEI TANTI di ADOLFO BAIOCCHI

Uno dei tanti è il nuovo libro della Grande Guerra proposto dal Comitato Pro Chiesa di Plave; si tratta dei ricordi lasciati dall’ufficiale senese Adolfo Baiocchi, impegnato sul Carso durante il conflitto.

Nelle sue memorie, per fare un rapido confronto con gli altri libri proposti negli anni scorsi dal Comitato, non troviamo l’ironia demolitoria di Giuseppe Personeni e del suo La guerra vista da un idiota; quella di Baiocchi è opera diversa anche da E ora, andiamo! di Mario Muccini che aveva saputo affiancare mirabilmente protesta dell’uomo e senso del dovere del soldato.

Il giovane senese, classe 1895, ci propone invece una intensa poesia del dolore ricca di sensibilità umana, con una spiccata attenzione per la sofferenza in trincea, regalandoci una serie di immagini molto forti in cui i corpi degli uomini sono al centro. Vediamo le uniformi delle sentinelle che gocciolano di umidità nelle notti sul Carso, i cadaveri distesi a terra “come in piazza d’armi” davanti ai reticolati nemici, gli assalitori austriaci che bruciano come torce per l’azione micidiale dei lanciafiamme. La prosa si fa dura e scabra, raggiungendo il suo acme in due episodi indelebili. Il primo è il racconto dell’attesa davanti alla trincea nemica dopo uno sfortunato assalto. Il soldato, bloccato a terra, costretto ad aspettare l’oscurità per rientrare, deve stare vicino al reticolato che annulla ogni speranza di successo e di gloria con il suo insuperabile groviglio di fili:

A molti, quelle tremende ore di attesa sconvolgono il cervello. Si alzano, ridono di un riso largo, osceno; oppure si mettono a cantare ma per breve tempo: una pallottola o una bomba a mano, fanno tacere per sempre quei disgraziati”.

L’altro episodio (forse un unicum nella letteratura della Grande Guerra) è la particolareggiata descrizione, davvero terrificante, degli effetti del gas sul proprio corpo che l’autore subì durante un attacco.

L’attenzione di Baiocchi è anche per i civili, sia per quelli di “casa” che per quelli delle terre occupate nell’avanzata. Ha parole severe per chi accompagna con sorrisi e regali i soldati che in stazione si preparano a partire per il fronte: “Non si applaude chi marcia verso la morte”. La sensibilità dell’ufficiale si esprime poi in considerazioni meste davanti a una abitazione devastata a Ronchi: “Nulla è più triste di queste abitazioni disfatte … è l’uomo schiantato in ciò che ha di più caro: nella famiglia, nel focolare”.

Poiché l’opera si sviluppa nel racconto di vari episodi, anche molto diversi tra loro, non è facile trovare un minimo comune denominatore ai testi. Tra gli altri, il capitolo Caccia va in direzione opposta rispetto alla sensibilità umana che l’autore esprime in molte altre pagine. È un capitolo terribile e spietato che fa respirare l’orrore del conflitto dove uccidere era normalità, obbligo, necessità. Caccia è infatti dedicato al cecchinaggio e andrebbe letto parallelamente ad altri passi che troviamo nel nostro Emilio Lussu e in Ernst Jünger (Nelle tempeste d’acciaio e Boschetto 125).

Probabilmente la ricchezza dell’opera sta nell’offrire spunti interessanti in grande quantità su aspetti non sempre diffusamente studiati. Perciò Uno dei tanti getta luce o invoglia a leggere ancora su molti temi come il colera, il cecchinaggio, le pallottole dum dum, l’uso dei lanciafiamme, gli ospedali militari, le fucilazioni. Questo aspetto generale è stato pienamente colto dai curatori che a ogni capitolo fanno seguire una puntuale scheda di approfondimento, intrecciando le testimonianze di Baiocchi con quelle di altri soldati e scrittori (non solo della Grande Guerra) come, tra gli altri, Fritz Weber, Andreas Latzko, Arturo Marpicati, Paolo Monelli, Sven Hassel.

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Cincinnato

6 Luglio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

Cincinnato

Gli Equi, un popolo di montanari che abitava le regioni dell'attuale Abruzzo nei pressi del lago Fucino, stava per occupare Roma e il senato affidò il comando a Lucio Quinzio Cincinnato.

Due senatori lo contattarono mentre era nel suo campo, ai Prata Quinctia, intento ad arare. «Cincinnato, Roma ha bisogno di te. Il console romano Minucio è rimasto accerchiato dagli Equi nella valle sotto il monte Algido».

Nominato dittatore, Cincinnato lasciò l’aratro ancora nel solco, chiese alla moglie di portargli la toga, si deterse il sudore e indossò le armi.

“Is cum in opere et arans esset inventus, sudore deterso togam praetextam accepit et caesis hostibus liberavit exercitum. »

“Egli trovandosi al lavoro impegnato nell'aratura, si deterse il sudore, indossò la toga praetexta, accettò la carica, sconfisse i nemici e liberò l'esercito.”

(Eutropio, Breviarium ab Urbe condita lib. I,17)

Quando gli Equi furono sconfitti, il popolo romano voleva portare in trionfo il valoroso generale ma Cincinnato rifiutò gli onori. Solo sedici giorni dopo, tornò al suo campo, riprese l’aratro e finì il solco che aveva interrotto.

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Clelia

28 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

Clelia

Nel 507 a.c., come pegno di pace, il re Porsenna si è fatto consegnare dai romani alcune giovinette.

Una notte, una di queste, chiamata Clelia, alla testa di alcune sue compagne, riesce a fuggire. Le ragazze attraversano a nuoto il Tevere e tornano a Roma. Ma i cittadini romani, invece di accoglierle con gioia, le riaccompagnano al campo etrusco dicendo: “La parola data è sacra.”

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Porsenna

27 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Porsenna

Nel 509 a.C., quando l'ultimo re di Roma, Tarquinio detto il Superbo, cacciato dalla città, fuggì verso il nord, chiese asilo a Porsenna, lucumone (alto magistrato) di Chiusi.

Intanto a Roma era stata instaurata la repubblica: convocato un grande comizio centuriato, si era deciso che mai più un re avrebbe disposto del destino di Roma.

Vennero nominati due consoli che, insieme e di comune accordo col senato, avrebbero governato la città. Intanto Tarquinio tramava per tornare sul trono e convinse Porsenna a marciare verso Roma con un grande esercito, d'altronde fino a che la dinastia dei Tarquini aveva governato, Roma,pur avendo rosicchiato territori all'Etruria, non aveva raso al suolo le sue città come era accaduto per Albalonga e molte altre. Porsenna capì che non era il caso di trascurare le vicende romane e giunse alle mura della città, cingendola d'assedio. Porsenna vinse la guerra, dettò condizioni di pace molto severe, impose fra le altre cose il completo disarmo -il ferro si poteva forgiare esclusivamente per costruire attrezzi agricoli - ma non restaurò il trono di Tarquinio il superbo e, per far riconoscere la sottomissione di Roma, si fece regalare un trono d’avorio, una corona d’oro, un manto regale, uno scettro e dei calzari, tutti simboli della regalità etrusca.

Ottenuto il successo, rivolse le sue attenzioni verso il sud, per riconquistare le colonie etrusche della Campania, allo scopo inviò il figlio Arnth contro Ariccia. Pur dotato di forze inferiori, Arnth attaccò con decisione e coraggio e, proprio quando la città latina stava per cadere, sopraggiunse un corpo di spedizione greca e il risultato fu capovolto. Arnth stesso trovò la morte in battaglia e Porsenna, distrutto, si ritirò di nuovo nella sua città. Di lui restano miti e leggende scritte dai romani nei secoli a venire che occultano certamente la verità storica, ma che sono rimaste nella nostra memoria fin dalle scuole elementari, chi non ricorda infatti la storia di Orazio Coclite o di Muzio Scevola?

Il primo, Publio Orazio detto Coclite perché privo di un occhio, difese Roma quando gli Etruschi stavano per occupare il Gianicolo, egli riuscì da solo a fermare l'avanzata, mentre i romani distruggevano il ponte alle sue spalle, impedendo in tal modo all'invasore l'ingresso in città. Temerariamente, con la spada urlando, li affrontò uno a uno senza che i loro giavellotti riuscissero a colpirlo. Quando il ponte fu distrutto egli si tuffò nel Tevere e si mise in salvo.

L'altro episodio avvenne, sempre secondo la leggenda, durante l'assedio di Porsenna quando Muzio Cordo, propose al Senato un piano per intrufolarsi nell'accampamento etrusco e uccidere il lucumone. Egli osservò il suo nemico e il segretario che distribuivano le paghe ai soldati e, quando riuscì ad avvicinarli, per un tragico scambio di persona uccise il segretario e non Porsenna. Fu catturato e portato al cospetto del re, dove, senza il minimo tentennamento, mise la sua mano destra sul braciere e ve la lasciò finché non fu completamente bruciata dicendo: ”Ero qui per uccidere te. Sono romano e il mio intento era quello di liberare la mia patria, ma ho fallito e quindi punisco quella parte del mio corpo resasi colpevole di questo imperdonabile errore”.

Da quel giorno e per l'eternità fu chiamato Muzio Scevola (il Mancino)

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Tarquinio il Superbo

25 Giugno 2016 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere

Alla morte di Servio Tullio i senatori trassero un sospiro di sollievo credendo che Lucio Tarquinio, con cui si erano accordati, rispettasse i patti, ma egli si sedette sul trono ancora caldo del suo predecessore senza chiedere il loro permesso. Appena preso il potere, si mostrò un vero tiranno e per questo fu soprannominato “il superbo”, proprio per distinguerlo dal primo Tarquinio della sua dinastia.

Era un uomo violento e aggressivo, negò la sepoltura di Servio Tullio, perseguitò i senatori, oppresse il popolo e con la forza mantenne il controllo della città durante il suo regno. Creò un regime autoritario e fu despota a tal punto da unire, per la prima volta, nell'odio verso la sua figura, patrizi e plebei.

La maggior parte del suo tempo la trascorse a fare guerre, avvalendosi di un esercito ormai molto numeroso, composto da qualche decina di migliaia di uomini, soggiogò tutta l'Etruria e le sue colonie meridionali fino a Gaeta. Roma aveva conquistato tutto il versante tirrenico della penisola, mantenne il primato sugli Etruschi e sugli Equi, e, sotto il regno del Superbo, fu terminata la costruzione del tempio di Giove Capitolino.

Il suo regno ebbe termine in seguito all'offesa arrecata da suo figlio Sesto a Lucrezia, moglie di Lucio Tarquinio Collatino. La leggenda narra che il figlio del re volle conquistare la moglie di Collatino per una sorta di scommessa tra i due a chi avesse la moglie più fedele. Un'altra versione vuole che, invece, vedendola così pudica e riservata a tessere la tela in attesa del marito, fosse preso dal desiderio di possederla e la violentò. In entrambi i casi la storia termina con Lucrezia che si trafigge il cuore con un pugnale dopo aver raccontato il fatto. Narra allora Tito Livio che Lucio Giunio Bruto, nipote del re, estratto il pugnale dalle sue carni, esclamò: «Per questo sangue, purissimo prima del regio oltraggio, giuro, e vi chiamo come testimoni, che perseguiterò Lucio Tarquinio Superbo, la sua scellerata sposa e tutta la stirpe dei suoi figli con ferro, fuoco e con qualunque forza possibile, né a loro né ad altri consentirò di regnare a Roma» (I 59). Poi, esortò il senato ad abbattere la monarchia. È evidente che la leggenda di Lucrezia che tesse la tela richiama quella di Penelope che aspettava Ulisse, però la storia dice che per un motivo o per un altro fu proprio Giunio Bruto l’artefice della rivolta che portò alla nascita del regime di libertà (libertas) e del consolato (consolatus). In un primo momento, Tarquinio il Superbo si precipitò a Roma, deciso a difendere il potere, ma alla fine fu costretto a fuggire in esilio.

Rifugiatosi per qualche tempo a Tuscolo, morì a Cuma nel 495.

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Orazio Coclite

24 Giugno 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #miti e leggende

Orazio Coclite

L’esercito etrusco si dirige verso il ponte Sublicio, se il re etrusco Lars Porsenna, supremo lucumone di Chiusi, accampato sul Gianicolo, riuscirà a passare il fiume, Roma sarà sua.

All’imbocco del ponte sta un solo soldato romano: Orazio, detto Coclite perché cieco da un occhio. Ha la spada sguainata e imbraccia lo scudo, sbaraglia da solo molti nemici.

Sull’altra riva del fiume alcuni soldati romani abbattono con le scuri i sostegni del ponte. “Tagliate”, grida Orazio, poi si getta nel fiume e raggiunge a nuoto i compagni. (Polibio, però, sostiene che affogò).

Roma è salva ma solo per poco, alla fine si arrende e deve consegnare parte del territorio a Veio.

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