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storia

L’anno della vittoria di Mario Rigoni Stern

8 Dicembre 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

 

L’anno della vittoria è un breve romanzo di Mario Rigoni Stern pubblicato da Einaudi nel 1985 e ambientato nell’altopiano di Asiago. Le vicende si svolgono nell’arco di un anno, dagli ultimi giorni della Grande Guerra fino all’inverno successivo.  Con la vittoria di Vittorio Veneto il lungo e sanguinoso conflitto finisce; la gente dell’altopiano, sfollata fin dal 1916, può finalmente tornare nei propri villaggi. Protagonista è la collettività che popola quei paesi, mentre invece in Storia di Tönledello stesso autore, protagonista era il vecchio Tönle, archetipo dell’uomo nato in terre di confine, inquieto, dinamico, amante della libertà. Il romanzo di cui trattiamo ora è la continuazione ideale dell’altra opera, già affrontata in questo blog.

In nessun momento si respira la gioia per la vittoria; non ci sono momenti di esaltazione patriottica, quasi che il trionfo riguardi un altro mondo e che per la gente comune non ci sia scampo alla quotidiana fatica del vivere. Ciò che preme agli abitanti dell’altopiano è rivedere la propria terra e occuparsi della ricostruzione. La guerra, voluta dall’alto, fatta perché si doveva, è stata una parentesi dolorosa;  ora si deve porre rimedio ai danni e ai guasti che i festeggiamenti ufficiali tendono a far dimenticare.

La vittoria vera, sembra di poter leggere chiaramente, è ridare integrità al proprio mondo culturale; rimettere in piedi case distrutte, ricostruire paesi bombardati, riprendere una vita di comunità dopo anni di profugato. Per fare ciò bisogna recuperare e usare i materiali abbandonati dagli eserciti anche se è illegale farlo, lavorare nella bonifica del territorio, lottare con la burocrazia per avere gli indennizzi previsti per chi è rimasto senza un tetto.

È un mondo di tenacia e di costanza quello descritto; famiglie ricche di sapere pratico, capaci di mille fatiche, solidali tra loro, mai disperate nonostante la povertà e l’inverno alle porte. Si affacciano anche i primi scontri politici e non mancano le tensioni sociali. Ma accanto alla gente dell’altopiano, protagonista è una natura vivissima; la scrittura di Rigoni Stern pennella un mondo ferito dagli eserciti e dalle battaglie, ma sempre ricco di colori e mai fermo. La natura va avanti, le stagioni non si fermano e questo implicitamente offre speranza; tutto il dolore può diventare un fatto di ieri e l’amore per il territorio può spingere a riprendere a vivere come prima. La gente come valori personali è in fondo rimasta uguale nonostante le pene del conflitto, passato in trincea o in lontane città come profughi. Nessuno ha imparato a odiare o ha appreso una cinica lezione di egoismo. Si ricomincia a vivere come comunità; si condivide il sovrappiù in modo naturale, si spazza la neve nella via della famiglia dove ci sarà una nascita in modo che il medico che verrà in slitta abbia la strada libera, la vecchia generazione educa senza sussiego la nuova, obbligata  a diventare subito adulta. Il giovane tenente che aiuta la gente del posto riscatta l’arroganza di altri colleghi che in modo fiscale perseguono anche i piccoli reati, compiuti per ragioni di necessità da chi ha perso tutto. Anche l’inverno, come la guerra, passa e il nonno può parlare con fiducia alla nipote: “Osserva il sole, non tramonta più aldilà di quella punta di montagna, ma aldiquà. Andiamo verso la primavera”.

È una comunità che risana da sola le sue ferite, con umiltà e senza clamore, in un colloquio continuo con la natura circostante, pilastro insostituibile nel formare l’identità di un territorio che a lungo ha avuto una tradizione di autogoverno.

Il finale della vicenda in cui la durezza del vivere è alleviata dalla poesia del paesaggio, aggiunge un po’ di favola, dando speranza nell’avvenire.

 

 

 

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Domenico Vecchioni, "Saddam Hussein"

5 Dicembre 2017 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #storia

 

 

 

 

Domenico Vecchioni

Saddam Hussein

Sangue e terrore a Bagdad

Greco&Greco, 2017 – Euro 12 – Pag. 170

                                                                                         

La collana Ingrandimenti di Greco&Greco (www.grecoegrecoeditori.it) si arricchisce di un nuovo titolo divulgativo che appassionerà i numerosi cultori della storia contemporanea. Domenico Vecchioni aggiunge un tassello importante alla sua personalissima storia dei dittatori - che ha scandagliato in lungo e in largo -, un’agile monografia generata dalla costola del recente Tiranni e Dittatori e 20 destini straordinari del XX secolo.

Meglio uccidere un innocente che correre rischi, è la frase inquietante del monarca iracheno che apre il libro come una sorta di monito, come un’epigrafe scritta con il sangue. Una frase che racchiude il carattere deciso e spietato del Rais di Bagdad, aggressore del Kuwait, indomito avversario degli Stati Uniti, quindi leader sconfitto, trascinato nella polvere, annichilito e distrutto. Un potere assoluto, quello di Saddam, che lo poneva al di sopra della legge, in una posizione quasi divina, di sopraffazione nei confronti di un popolo che rappresentava un’immensa riserva di vite umane da sacrificare sull’altare della sua assurda follia. Saddam non era il solo elemento crudele della famiglia, pure i suoi figli Uday e Quassay si sono macchiati di orribili nefandezze, diventando tra gli uomini più odiati del paese per le gesta efferate che hanno caratterizzato la loro esistenza. Il saggio di Vecchioni - scritto in modo semplice e popolare - segue la lezione di Montanelli e Gervaso, si legge come un romanzo, cerca di far conoscere senza sfoggiare inutile erudizione, racconta un percorso politico fatto di violenza e di repressione, condotto con un pizzico di follia, variabile costante in ogni dittatore. Tra le pagine del libro il lettore troverà Saddam uomo, amante, padre, figlio, capo clan, che da potente dittatore esorcizzerà il ricordo della miseria accumulando ricchezze e territori. Vecchioni racconta la megalomania di un tiranno, il suo potere assoluto, spiega il motivo per cui si è trovato a capo di una nazione potente e fa capire tutti i retroscena della disfatta. Un testo utile per apprezzare un passaggio decisivo della nostra storia contemporanea, un nuovo importante tassello storico scritto da un ex ambasciatore che qualche dittatore l’ha conosciuto molto da vicino.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Fratello sole, sorella luna

20 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #poesia

 

 

 

 

Nell’Italia dei Comuni nacque un altro grande uomo, che parlava di pace quando tutti parlavano di lotte e di sangue, e che amò la povertà in un tempo in cui tutti cercavano di arricchire: San Francesco d’Assisi.

Francesco si staccò dalla regola benedettina e fondò uno dei due grandi ordini mendicanti, quello francescano, appunto. L’altro, il domenicano, fu fondato da San Domenico Guzman per combattere l’eresia, in particolare quella catara. A questi due ordini si devono i due massimi intellettuali religiosi dell’epoca  - ma tutto in quei secoli era intriso di religione e di fede: il domenicano San Tommaso d’Aquino e il francescano San Bonaventura da Bagnoregio.

Francesco amò le belle opere di Dio e della natura: l’acqua, il fuoco, la luna, le stelle, il vento, le nuvole, il cielo, la terra e l’erba. Amò, soprattutto, anche gli animali, che considerava fratelli, in senso non completamente antropocentrico. Famosa la leggenda legata al lupo che terrorizzava la città di Gubbio. Si narra che Francesco riuscì a domarlo con la dolcezza e le parole.

E poi il detto lupo vivette due anni in Agobbio; ed entravasi domesticamente per le case a uscio a uscio, senza fare male a persona e senza esserne fatto a lui; e fu nutricato cortesemente dalle genti; e andandosi così per la terra e per le case, giammai niun cane gli abbaiava dietro. (Fioretti, cap. XXI).

I Fioretti sono stati scritti dopo la morte di Francesco e fanno parte di una nutrita letteratura francescana sviluppatasi dopo la sua scomparsa.

Francesco Bernardone nacque ad Assisi nel 1182. Figlio di un ricco mercante, era vestito di stoffe pregiate ma se ne spogliò per indossare una tunica ruvida, abitava in una bella casa e scelse come alloggio una grotta, abbandonò gli amici ricchi per vivere fra i poveri, per condividere le loro sofferenze. Ebbe una giovinezza godereccia e tumultuosa, studiò latino e francese. Nel 1206 conobbe una profonda crisi, a seguito della quale fondò l’ordine dei frati minori che, come tutti i movimenti pauperistici, fu guardato con sospetto dalla Chiesa, all’interno della quale riuscì, tuttavia, a ri-convogliare le istanze evangeliche ed ereticali, rafforzandone così il prestigio. Un po’ quello che è chiamato a fare oggi l’omonimo papa argentino, eletto proprio in un momento in cui gli scandali stavano affossando la reputazione della chiesa e c’era bisogno di rinnovamento.

Francesco d’Assisi si recò in Egitto nel tentativo di convertire il sultano e, non riuscendovi, si ritirò sul monte della Verna, amareggiato dalle contese che cominciavano a  dilaniare l’ordine. Ricevette le stimmate nel 1224 e nel 1226 morì alla Porziuncola.

Scrisse opere in latino, mentre in volgare compose il famoso Cantico delle creature, o Cantico di frate sole, sul modello dei salmi di Davide. Il Cantico è il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore, originariamente accompagnato da una musica andata persa. I precedenti culturali sono quelli del pensiero mistico per cui Dio è misterioso e ignoto e si fa conoscere solo attraverso la bellezza del creato. Se molti altri, come Jacopone da Todi,  hanno cantato il disprezzo del mondo, Francesco ne ha esaltato, invece, la perfezione.

Data la dissonanza di tono fra l’inizio e la fine, si pensa che il Cantico sia stato composto in due tempi, con l’ultima parte scritta all’avvicinarsi della morte del santo. Sarà solo in ambito romantico che questo testo verrà rivalutato in senso poetico e non solo storico. Il pubblico cui si rivolge è quello umile delle folle dei credenti, quello stesso che imparava le storie della Bibbia e dei santi dagli affreschi di Giotto nelle basiliche.

 

Altissimu, onnipotente, bon Signore,

tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad te solo, Altissimo, se konfano,

et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,

spetialmente messor lo frate sole,

lo qual è iorno, et allumini noi per lui.

Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:

de te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:

in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento

et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,

per lo quale a le tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,

la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,

per lo quale ennallumini la nocte:

ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,

la quale ne sustenta et governa,

et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore

et sostengo infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,

ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,

da la quale nullu homo vivente pò skappare:

guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;

beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,

ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate

e serviateli cum grande humilitate.

.

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Il Portogallo di Salazar

1 Novembre 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #storia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

 

Salazar non è stato un Capo di Stato carismatico, non possedeva la dialettica fluente di Mussolini, né la carica combattiva di Hitler. Era un uomo mite più adatto forse alla carriera di prete, che pur aveva intrapreso in gioventù, che non a quella di leader politico, ma proprio questa sua mitezza ha fatto di lui un dittatore che fondò il potere esclusivamente sull’amore per il suo Paese e per il suo popolo. Mise in atto riforme per sostituire “la famiglia”, al “cittadino” che, secondo il suo pensiero, è la base portante di una nazione forte e unita e fondò l’intera concezione sociale e statale sul nucleo familiare.

Mi reco spesso in Portogallo e, incuriosita dal personaggio, a me pressoché sconosciuto, ho acquistato alcune biografie fra cui Salazar e o estado novo di Ruy Miguel e Salazar e la rivoluzione in Portogallo di Mircea Eliade, dalle quali ho tratto questo pezzo, che vuole essere una breve ricerca, per trovare spiegazioni e, come piace a me, cercare di capire l’uomo oltre che il politico.

Oggi in Portogallo Salazar è quasi dimenticato, poco conosciuto dalle giovani generazioni, inviso ai più a causa della propaganda di sinistra che ne ha offuscato la memoria anche nei cervelli più svegli, fino a rinnegare ciò che di buono ha fatto per il Paese. “Nunca mais” è la risposta più frequente che ti senti dare se chiedi di lui. Ciononostante il 25 marzo 2007 sugli schermi di Rtp, l’emittente televisiva più importante del Portogallo, è stato reso noto il vincitore del sondaggio televisivo sul più grande personaggio della storia lusitana e il risultato ha lasciato sconcertati molti spettatori: era Salazar, il dittatore che aveva detenuto il potere per 35 anni; ma bisogna parlare coi vecchi, con gli umili, per sentirsi dire che, se è vero che mancavano alcune libertà, è pur vero che c’era più uguaglianza tra i ceti sociali. Il tassista che mi conduceva in aeroporto ha detto “oggi la libertà di stampa ci fa credere che siamo uomini liberi, ma in realtà siamo schiavi di un sistema corrotto che a volte fa rimpiangere gente risoluta ed onesta“ un po' il nostro “si stava meglio quando si stava peggio”. Salazar dunque resta un politico che, per integrità morale e competenza economico-finanziaria, sicuramente la gente comune rispetta.

È difficile parlare di Salazar senza ricordare la sua creatura “o Estado Novo”, è impossibile separare l’opera dall’uomo, lo Stato Nuovo è opera di Salazar ed è la diretta conseguenza del 28 maggio 1926, quando la Rivoluzione gli aprì il cammino e si può dire che fu sicuramente il coronamento del pensiero e dell’azione di Salazar, in un primo momento come Ministro delle Finanze, poi come Capo del Governo.

Prima di essere chiamato a governare il Paese, Salazar aveva già ottenuto una grande notorietà con i suoi discorsi e i suoi scritti, dove indicava la strada per uscire dalla crisi, che le divisioni politiche della prima repubblica avevano accentuato. Una prima repubblica che era stata completamente incapace di promuovere lo sviluppo economico del Paese, di modernizzare la società, di risolvere i problemi della popolazione rurale e che aveva attuato politiche coloniali contraddittorie.

Ma andiamo per gradi, chi era Salazar? Il nome per intero era Antonio de Oliveira Salazar, era nato il 28 aprile 1889 da una modesta famiglia a Santa Comba sulle rive del fiume Dão, in una delle più belle regioni lusitane a circa quaranta chilometri a nord di Coimbra. Un paesino dalle case umili, circondate da giardini e alberi da frutta. Una terra ad economia agricola ricca di uliveti e campi di grano. Ci sono poche informazioni sull’infanzia di Salazar, ma furono senz’altro questo ambiente semplice, di gente onesta che suda e lavora, e il ricordo di una famiglia unita e molto religiosa, a ispirare la sua formazione.

Si sa che era un bambino modello, sempre pronto ad aiutare il prossimo bisognoso, secondo alcuni biografi il piccolo Salazar nascondeva nelle tasche la sua razione di pane per distribuirla ai bambini poveri del paese. Un comportamento sempre irreprensibile, nonostante ciò, a soli undici anni fece i conti con il rigorismo sociale di quei tempi e venne mandato in seminario a Viseu, perché pare che in paese avesse stretto affettuosa amicizia con una ragazzina, figlia di un uomo molto ricco, e i genitori scelsero di allontanarlo, per non far crescere in lui false speranze. Un ritiro che durò oltre otto anni, durante i quali si dimostrò come era sempre stato, uno studente eccellente, serio, riservato e primo della classe. Un ragazzo pallido dal viso leggermente allungato e gli occhi limpidi, con temperamento equilibrato che si dedicava con rigore agli studi e poco ai divertimenti con gli amici. Un suo compagno di seminario lo descrisse dicendo:

non gli usciva mai dalle labbra una frase inutile (…) e nascondeva il suo grande valore intellettuale sotto una modestia così profonda da confondersi con la timidezza”.

Prima di vestire l’abito talare, trascorse un periodo come insegnante al doposcuola del collegio, fu allora che sentì nascere in sé il desiderio, la vocazione, di divenire un educatore per le giovani generazioni e lasciò definitivamente il seminario.

Qualche decennio dopo, asserendo che i portoghesi avevano una formazione culturale inadeguata, scriveva

… poco avrebbe contato il cambio dei governi o dei regimi, se non avessimo cercato, in primo luogo, di cambiare le persone. Avevamo bisogno di persone, dovevamo educarle”

Fu infatti l’educazione dei giovani una delle sue priorità una volta al potere.

Salazar era bravo a scrivere discorsi, una scrittura densa, professorale, ma per nulla a enunciarli, preparava con cura le cose da dire ma non sapeva infiammare le masse. Lui stesso diceva di sé

La natura non mi ha dotato di abilità oratoria”.

Era però un attento osservatore e, fin da giovane, già ai tempi dell’Università, idealizzò le giuste riforme per portare il Portogallo al progresso, vide la salvezza attraverso l’educazione morale del popolo e nelle occupazioni tradizionali, conservatesi ben vive fin dal Medio Evo.

Schivo e dedito allo studio, passava inosservato col suo lungo impermeabile nero che dalle spalle arrivava ai talloni, divisa degli studenti di Coimbra. Trascorse il primo anno di studi senza che nessuno si accorgesse di lui, riservato, tranquillo, sempre seduto all’ultimo banco, non amava mettersi in mostra, finchè un giorno un professore, credendo di scatenare ilarità, gli pose una domanda a cui nessuno degli astanti che gremivano l’aula aveva saputo dare risposta: “potrebbe provarci quel signore là in fondo?” disse con una certa ironia. Salazar si alzò e, senza timore, iniziò a parlare così a lungo, e dimostrando una tale conoscenza della materia, che fu applaudito e in poco tempo divenne famoso in tutta la città universitaria.

Questa la gioventù del dittatore raccontata dai biografi forse di regime, forse obiettivi, non mi è dato saperlo, un personaggio controverso, per valori e modi di essere, di lui scrive il professor Nogueira Pinto.

Bisogna distinguere tra carisma e politica, non c’è nessuno di più lontano da me di Salazar: non aveva una famiglia, non ha mai viaggiato, non leggeva romanzi. Non era certo uno che ispirasse simpatia, per quanto avesse un grande senso dell’humour. Per certi versi siamo proprio agli antipodi. Ma non per questo ignoro la sua grandezza”.

La carriera di stimato professore universitario di Salazar fu brillante, teneva conferenze e, profondamente credente, aveva dalla sua parte la gioventù cattolica portoghese. Nel 1921 si candidò e venne eletto. Entrato per la prima volta in Parlamento, e visto da vicino l’andamento della politica, uomo dedito al dovere, comprese immediatamente l’inutilità di tale istituzione e che in quel luogo, con quelle persone inconcludenti, avrebbe perso tempo, così abbandonò l’incarico dopo due giorni soltanto. Era il 2 settembre e forse Salazar aveva intuito con precisione la precarietà di quel governo, tant’è che la prima delle rivolte, che sfociarono poi nel colpo di stato del 1926, avvenne poco tempo dopo, durante la notte del 19 ottobre (noite sangrenta) in cui vennero uccisi diversi politici sedutisi con lui in quello stesso parlamento. Furono anni di caos, durante i quali il governo “democratico” riuscì a soffocare anche altre rivolte, insurrezioni popolari e colpi di stato militari.

Arriviamo al 16 giugno 1925, quando Salazar durante un discorso tenuto alla Facoltà di Scienze Sociali, forse per la prima volta, lascia scorgere, all’ombra del pensatore, anche l’uomo d’azione, decisamente ispirato al Fascismo di Mussolini in Italia. Egli aveva più volte confessato la sua totale ripugnanza nei confronti delle dottrine marxiste e iniziò ad esprimere il suo progetto politico.

Il perdurare della crisi, l’incapacità di risolvere i problemi, avevano profondamente screditato i partiti democratici nell’opinione pubblica.

Vi era poi, non trascurabile, la questione delle colonie che aspiravano a ottenere gli statuti di autonomia, che i governi repubblicani avevano promesso per contrastare la Monarchia, ma di cui continuavano a rimandare l’attuazione. Dopo i disordini e le sommosse in Angola, il Portogallo aveva concesso speciali regimi alla stessa Angola e al Mozambico, rinunciando al monopolio economico, ma la decisione creò forte scontento fra gli imprenditori portoghesi che avevano interessi in Africa.

Durante i primi mesi dell’anno 1926, l’ondata di dissenso aumentò senza sosta. Nei bar, nelle strade, nelle case, si parlava apertamente di rivoluzione, si sentiva impellente il bisogno di liberarsi di un governo che, anche dalla stampa, veniva definito una “dittatura demagogica”. Il clima si era surriscaldato e, dopo i precedenti colpi di stato, finiti spesso con spargimenti di sangue, il 28 maggio 1926 il generale Gomes da Costa, sostenuto dal popolo, dalla classe media e dalla classe operaia, iniziò la marcia su Lisbona, partendo da Braga. L’operazione non si presentava affatto semplice e di sicura riuscita, ma, mentre alcuni ufficiali tentennavano, ottenne, fin da subito, l’appoggio di molti dipendenti statali come gli addetti ai telegrafi, che sabotarono le misure prese dal governo per contrastare la marcia, diffondendo false informazioni e anticipando in tal modo le adesioni delle guarnigioni ancora indecise. Così mentre da nord Da Costa avanzava verso la capitale, partirono da sud altre truppe rivoluzionarie al comando del generale Oscar Carmona. Nel frattempo il generale Cabeçadas, comandante della piazza di Lisbona, che aveva aderito al movimento rivoluzionario, con operazioni un po’ ambigue cercò di formare un nuovo esecutivo, ma non ebbe successo tanto che raggiunto dai due generali, insieme diedero vita al nuovo governo, una specie di triumvirato ove Cabeçadas era Presidente del consiglio, Da Costa ministro della Guerra e Colonie e Carmona degli Affari Esteri. Il colpo di stato era riuscito.

Ma la sorpresa per la maggior parte dei portoghesi e, soprattutto per i militari fu il nome di Antonio De Oliveira Salazar quale Ministro delle Finanze. Cabaçades era stato avvicinato dal maggiore Pedro de Almeida di Coimbra, che lo aveva convinto a chiamarlo, parlandogli con entusiasmo del valore di Salazar, a suo dire grande esperto di Finanza ed eminente giurista.

Gli ultimi governi erano stati così invisi alla popolazione che l’instaurazione del nuovo regime, conclamata con una marcia trionfale il 6 giugno, venne accolta e applaudita da un tripudio di folla esultante.

Tuttavia la dittatura militare, anti parlamentare, ebbe all’inizio un cammino incerto, difettava di un vero progetto politico, e la mancata libertà di gestione della finanza pubblica indusse Salazar a lasciare l’incarico. Soltanto nel 1928, dopo aver ottenuto dagli altri Ministri carta bianca nella gestione economica dello Stato, riprese le sue funzioni e, in un anno, applicando una rigida politica di contenimento della spesa pubblica, riuscì a portare il bilancio in attivo, risultato che mancava al Paese da oltre un secolo, a stabilizzare la situazione finanziaria e a far ripartire l’economia. Coi risultati, grazie alle sue riforme, arrivarono anche la stima e la fiducia del popolo. Negli anni ’30 l’Europa e l’America erano attanagliate dalla crisi economica, al riguardo lo storico svizzero Gonzague de Reynold scrive:

"Il Portogallo, grazie alla dittatura del grande cristiano Salazar è il solo Stato del globo, il cui bilancio, si chiude, in questi ultimi anni, con un´eccedenza di entrate e con le tasse più leggere d’Europa”.

Consapevole del lavoro che bisognava fare egli aveva da subito iniziato a gettare le fondamenta do Estado Novo basandosi con sacrificio e determinazione sulla sua percezione di ciò che il Paese poteva essere e non era stato. Salazar indirizzava spesso i suoi discorsi agli operai, ai cattolici e, rivolgendosi a loro parlava con la maggioranza del Paese:

Ai cattolici dico che il mio sacrificio mi dà il diritto d’aspettarmi da parte loro questo: essere i primi a fare i sacrifici richiesti e gli ultimi a chiedere favori che non potrò concedere

Allora il Portogallo viveva ancora slanci patriottici esaltanti e quando venne rifiutato senza esitazioni un ingente aiuto economico della Società delle Nazioni, che sarebbe stato concesso solo in funzione dell’invio di alcuni ispettori a verificare e approvare le manovre del Governo, significando di fatto una grave limitazione della sovranità nazionale, il popolo, galvanizzato, accolse trionfalmente anche questo dignitoso rifiuto. La dittatura militare riscosse un clamoroso successo agli occhi dell’opinione pubblica, i portoghesi vivevano un orgoglio di appartenenza sopito da troppo tempo e l’unità della nazione non uscì minimamente compromessa dal mancato invio dei fondi.

Salazar fu uno statista determinato, profondo conoscitore del suo popolo, delle sue molteplici necessità e di tutte le sue potenzialità. Era sempre il primo a dare l’esempio, conduceva un’esistenza umile, una vita ritirata e lavorava molte ore al giorno, in tanti lo criticarono per la sua semplicità “contadina”, quando in realtà questa caratteristica resta uno dei maggiori segreti del suo successo.

Bisognava ridare fiducia e orgoglio alle nuove generazioni e ricordare loro che il Portogallo, al massimo della potenza militare ed economica, nel XVI secolo, si era diviso il mondo con gli spagnoli, in due aree di influenza egemonica, attraverso il trattato di Tordesilhas, esattamente come soltanto dopo la seconda guerra mondiale avrebbero fatto Stati Uniti e Unione Sovietica.

Salazar con l’Atto Coloniale del 1933, secondo cui il Portogallo aveva “la missione storica di possedere, di colonizzare territori d’oltremare e di civilizzarne gli abitanti”, creò una specie di Commonwealth portoghese o meglio un mercato tra madrepatria e colonie, detto zona do escudo. Si può dire dunque che non si limitò a creare un Nuovo Stato, ma che diede vita e impulso a un mondo di cultura e lingua portoghese, idioma che resta a tutt’oggi il più parlato dell’emisfero sud.

Rimessa in equilibrio la Finanza pubblica nei quattro anni durante i quali fu Ministro, nel 1932 Salazar, col pieno consenso popolare, divenne Capo del Governo, ebbe così la possibilità di continuare la sua opera nella ricostruzione nazionale, in tutti i settori. Primo passo fece introdurre, con un referendum (1.292.864 voti favorevoli 6.190 contrari), una nuova Costituzione che gli conferì pieni poteri.

La Costituzione, accettata dai portoghesi, entrò in vigore l’11 aprile del 1933 e regolamentò lo Estado Novo. La formula politica adottata fu una Repubblica unitaria e corporativa, avente come obiettivo primario di stabilire nel Paese: unità morale, coordinare, stimolare e dirigere tutte le attività sociali, cercare di migliorare le condizioni delle classi meno abbienti, considerando la famiglia come cellula sociale la cui formazione e difesa dovevano essere garantite dallo Stato.

Era nato il Fascismo portoghese, analogo nella natura e nei principi corporativi al Fascismo italiano al quale si ispirava apertamente. Il pensiero di Salazar era divenuto azione.

PORTUGAL NÃO DEVE MORRER! Deve vivere per i mondi che ha scoperto, per le nazioni che lo hanno osteggiato a causa della sua grandezza e del suo eroismo!

Non c’è più da scoprire nuovi mondi, né da combattere nazioni straniere, ma c’è un grande lavoro di pace da fare (…) È necessario che i portoghesi di ieri facciano della gioventù, il glorioso Portogallo di domani, un Portogallo forte, un Portogallo istruito, un Portogallo moralizzato, un Portogallo lavoratore e progressista! È necessario per questo amare molto il paese? Oh! dobbiamo sempre amare la Patria e, come amiamo molto le nostre madri, amiamo anche la nostra patria, che è la grande madre di tutti noi! “

A seguire, a grandi linee, le riforme introdotte e i risultati do Estado Novo:

Riforma dell’Amministrazione finanziaria

Salazar instaurò un comportamento irreprensibile nell’utilizzo del pubblico denaro con totale trasparenza, riformò la Corte dei Conti e modificò la struttura del Bilancio dello Stato, rendendolo pubblico ogni anno. Introdusse una importante riforma tributaria riducendo le tasse, portando maggior giustizia sociale nella ripartizione delle imposte e semplificando gli obblighi del contribuente. Fu approvata una revisione generale delle tariffe doganali e, con una profonda riorganizzazione della Cassa Generale Deposito e Prestito e annessa Cassa Nazionale del Credito, facilitò l’accesso delle attività produttive al credito bancario.

Le riforme in breve tempo portarono alla stabilizzazione della moneta e negli anni l’escudo divenne una moneta forte a livello mondiale.

Riforma dell’Istruzione

il Ministero della Istruzione fu riordinato completamente, si chiamò Ministero dell’Educazione Nazionale e la riforma nel suo complesso divenne una missione dello Stato nella formazione delle nuove generazioni. I programmi di istruzione furono integrati con attività propedeutiche alla cura della salute fisica e della salute morale, cercando di dare ai giovani ciò che era considerato una formazione integrale e all’uopo ogni anno furono stanziati sempre un maggior numero di fondi, anche per la costruzione di nuove scuole nei paesi dove non ce n’erano. La preoccupazione di Salazar fu di combattere l’analfabetismo, e per sua volontà la popolazione scolastica passò ad aumentare del 67,5%.

Opere pubbliche

La rete stradale del 1926 era in rovina e pregiudicava tra le altre cose, la necessaria circolazione delle merci aggravandone i costi.

Riparata la quasi totalità della rete stradale nazionale esistente, si passò alla costruzione di nuove strade per un totale di 5.671 km e furono costruiti 392 nuovi ponti. Fra questi una piccola parentesi merita il ponte fatto costruire tra il 1962 e il 1966 a Lisbona che unisce le due rive del Tago. Il giorno dell’inaugurazione, cento milioni di persone in tutta Europa videro in diretta televisiva l’imponente manifestazione. L’inno nazionale portoghese risuonava sulle rive del Tejo finalmente unite, 21 colpi di cannone vennero sparati a salve nel tripudio generale. “Il grande simbolo del futuro”, titolava il giorno successivo il Daily News. Un’opera immensa che colpisce ancora oggi i turisti che giungono a Lisbona: 2300 metri di ponte costruito in soli quattro anni e che prese il nome del fondatore do Estado Novo. Il ponte sul Tago fu ed è la maggiore opera pubblica realizzata in Portogallo, fino ad epoca recente, e restò per molto tempo il ponte più lungo d’Europa. Fu un giorno di grande festa, orgoglio e consapevolezza, di grandi spontanei entusiasmi, tutta la popolazione si era riversata nelle strade si era arrampicata ovunque, aveva raggiunto le colline più alte della città per vedere la sera il ponte illuminarsi, uno spettacolo abbagliante, seguito dai fuochi d’artificio. Le conseguenze della nuova via di comunicazione, furono enormi e tutte indiscutibilmente positive: basti pensare alla crescita urbanistica ed economica della regione negli anni seguenti, e all’impulso dato al turismo. Il traffico fu da subito intenso tanto che il costo del ponte fu interamente recuperato in pochi anni tramite i proventi del casello. La gente dimentica in fretta, ne sappiamo qualcosa noi in Italia, oggi il ponte non si chiama più Salazar, ma è stato ribattezzato “25 aprile” data in cui nel 1974 con la cosiddetta rivoluzione dei garofani cadde il regime.

Furono costruiti nuovi ospedali e investiti molti fondi per la valorizzazione della terra, impianti di irrigazione e ripopolamento forestale. Nel 1948 per celebrare la fornitura regolare di acqua nella zona orientale della città, fu inaugurata a Lisbona  la Fonte Monumental, meglio conosciuta come Fonte Luminosa, una imponente fontana, allora la più grande d’Europa, meta ancora oggi dei turisti che giungono in città. Incastonata nella grande e suggestiva Alameda Dom Afonso Henriques, è arricchita da imponenti sculture, bassorilievi nei pannelli laterali e statue che ricordano la mitologia marittima dei Lusíadas, con Tágides e Nereides, il più grande poema epico portoghese.

Si diede impulso all’ammodernamento della rete ferroviaria e portuale; la rete telefonica passò dai 1060 km del 1926 ai 44451 del 1965 e vennero rinnovati e rinforzati gli equipaggiamenti di Marina ed Esercito. In tutto il Portogallo sorsero case popolari e sulla costa case per pescatori, che contrariamente a quello che sarebbe stato maggiormente economico per la spesa pubblica , non furono realizzate in grandi palazzi con molti appartamenti, ma Salazar optò per la costruzione di piccole dimore indipendenti pensando di rendere alle famiglie un ambiente migliore e più adatto alla crescita dei figli.

Esattamente come in Italia, presero vita i luoghi di “dopolavoro” dove si svolgevano attività e servizi diretti ai dipendenti. Da Salazar i lavoratori si videro garantire anche un periodo di ferie annuali retribuite e le donne la concessione dell’astensione dal lavoro per maternità e fu vietato alle imprese il licenziamento senza preavviso.

In ogni settore si creò un forte sviluppo, Salazar guidò il paese verso un corporativismo statale autoritario, con una linea di azione economica nazionalista. Prese per il Portogallo e le colonie misure di protezionismo e isolamento di natura fiscale, tariffaria e doganale, che ebbero un grande impatto positivo sull’economia del Paese e grande consenso soprattutto fino agli anni ’60, quando il Portogallo cominciò ad aprire all’estero a causa di forti pressioni delle Nazioni Unite, e a causa dei crescenti problemi di gestione delle colonie.

L’opera di cambiamento del Paese fu messa a dura prova nel 1936 con lo scoppio della guerra civile spagnola. Salazar era riuscito a resistere senza difficoltà, agli scarsi tentativi di rovesciamento interno fomentati dai comunisti e, contro questo pericolo fu intransigente:

…non riconosciamo libertà alcuna contro la nazione, contro il bene comune, contro la famiglia, contro la morale… il comunismo raduna insieme tutte le aberrazioni dell’intelligenza e, come sistema, è la sintesi di tutte le rivolte, già viste in passato, della materia contro lo spirito, della barbarie contro la civiltà. Ecco è la grande eresia della nostra epoca. Nella sua furia distruttiva non distingue l’errore dalla verità, il bene dal male, la giustizia dall’ingiustizia...

Salazar intuì immediatamente il pericolo creato dalla vicinissima crisi spagnola, capì che una sconfitta delle truppe nazionaliste iberiche avrebbe provocato eventi a catena anche in Portogallo, con la possibilità di far crollare l’edificio così faticosamente costruito e significando non solo la fine del regime, ma quella di qualsiasi Portogallo indipendente. Fin da subito fu al fianco di Franco nel combattere i rossi.

Pur esibendo una neutralità di facciata, consentiva il passaggio sul territorio portoghese di materiale bellico diretto in Spagna, inviò volontari portoghesi (Viriatos) a combattere sui campi di battaglia iberici, non in corpi separati, ma all’interno dello stesso esercito spagnolo. Al contempo nacque la Legione Portoghese (camicie verdi), organizzazione paramilitare di lotta al comunismo, modellata sull’esempio delle Camicie Nere italiane.

Superata la crisi spagnola, la figura di Salazar ne uscì rafforzata, aveva trasmesso ai portoghesi stile di vita dignitoso e orgoglio oltre che vigore alla moneta. Poco tempo dopo, allo scoppio della seconda guerra mondiale, pur nutrendo profonda stima per Mussolini, ne conservava una fotografia autografata sulla scrivania, e pur essendo idealmente così prossimo al fascismo italiano, Salazar mantenne durante tutto il corso del conflitto l’imperativo della neutralità.

Fu proprio in questo periodo che il cardinale di Lisbona, ritornato da un viaggio in Brasile, fece voto che se il Portogallo non fosse entrato in guerra avrebbe fatto erigere una stata del Cristo Rej identica a quella di Rio de Janeiro. La statua, 75 metri di altezza, fu ultimata nel 1959 e ancora oggi domina la città dalla riva sinistra del Tago.

Salazar firmò un patto di non belligeranza col Regno Unito, ciononostante non fu ostile a Germania e Italia, mantenne le relazioni commerciali, a tutto beneficio dell’industria portoghese, fornendo tungsteno ai tedeschi, mentre in contemporanea consentiva agli Alleati di installare basi militari nelle Azzorre e al Giappone di prendere posizioni in Timor Est e Macao. Diede anche severe istruzioni affinché i propri ambasciatori, nei paesi occupati, non rilasciassero permessi a persone che volevano fuggire. Quando, durante l’estate del 1940 in Francia, il console portoghese di Bordeaux concesse visti a un gran numero di ebrei, Salazar lo rimosse dalle sue funzioni e, anche a conflitto terminato, dopo la rivelazione della Shoah non gli perdonò la sua disobbedienza.

Salazar convinto colonialista continuò a considerare Portogallo anche i territori d’oltremare, ribattezzati “province”, dove i prodotti naturali e del sottosuolo erano infiniti: gomma, cotone, caffè, cacao, zucchero di canna, frutti tropicali, ferro e diamanti. Arrivavano numerosissimi i coloni dalla madrepatria per la coltivazione organizzata della terra, sorgevano città, strade, ferrovie, si costruivano dighe, centrali idroelettriche, raffinerie, fabbriche per la lavorazione del tabacco, industrie alimentari. Lo Stato promuoveva inoltre l’alfabetizzazione degli indigeni e, dopo il Concordato con la Chiesa del 1940, cercò di aumentare la diffusione della religione cattolica. Aveva intravisto il pericolo dell’integralismo islamico:

Il controllo dell’Africa del nord da parte dell’Europa è essenziale per la pace. Senza di esso la sicurezza europea è compromessa (…) Se l’Europa continuerà ad indebolirsi e a perdere il suo coraggio, la sua volontà, quel che le resta d’ideali, il mondo arabo si mostrerà molto minaccioso

Salazar non cedette alle sommosse, ai movimenti indipendentisti, tanto da iniziare nel 1961, contro di essi in Africa, una lunga guerra, (Guerra do Ultramar ) dove gli indipendentisti ricevettero armi e istruttori da Unione Sovietica, Cina e Cuba.

Il regime di Salazar era costantemente stato una spina nel fianco del “sistema russo-americano” e, sempre più isolato e contrastato, il suo successore Marcelo Caetano, destinò più della metà del bilancio statale alle spese crescenti per la guerra. Il popolo portoghese, che viveva il colonialismo come una specie di “relazione sentimentale”, soprattutto dopo il 1968, sentì venir meno questo feeling con “L’Oltremar” a causa degli alti costi pagati (cinquemila morti, trentamila feriti e ventimila mutilati) e la delusione contribuì alla formazione e alla popolarità del movimento anti regime.

La guerra coloniale terminò soltanto nel 1974, quando il Portogallo, con i nuovi leader democratici, riconobbe le rivendicazioni di indipendenza e i contadini, i lavoratori, gli imprenditori portoghesi ivi occupati furono espulsi o fuggirono con propri mezzi abbandonando ogni ricchezza. La decolonizzazione si concluse con numerosi traumi sia in patria, dove, rientrando, i portoghesi si ritrovarono poveri e senza lavoro, sia per le colonie stesse. I paesi africani infatti finirono per lo più sotto l’influenza sovietica e soprattutto Angola e Mozambico vennero sconvolti da sanguinose guerre civili, durate decenni.

António de Oliveira Salazar morì il 27 luglio 1970, anche se la sua fine era iniziata il 3 agosto di due anni prima, presso il Forte di Sao Joao de Estoril, quando una banale caduta da una sedia di tela aveva provocato gravi conseguenze che lo costrinsero ad abbandonare il governo del Paese. Ancora oggi molti storici si domandano se questo episodio sia mai accaduto e ancora oggi si dibatte se il regime salazariano sia stato veramente fascismo. Recentemente con l’autorevole contributo dello storico Luis Reis Torgal in Portogallo si avvalora la tesi che quello di Salazar, pur con le sue naturali incertezze, fu, assieme al fascismo italiano, l’unica forma socio politica corporativa del secolo precedente congruamente realizzata.

I funerali di Salazar si tennero nel Monastero dos Jerominos, che sorge nel quartiere di Beléma Lisbona, gremito, come il piazzale antistante, da una folla commossa. Il Portogallo intero pianse il suo leader, accompagnato al Cemitério Vimieiro, Distretto di Viseu, un corteo sobrio e silenzioso, come era stato lui in vita, si dipanò per le vie del paese fino all’ultima dimora.

Di lui sulle pareti della casa natale, un edificio ormai vuoto e pericolante, rimane una piccola targa che ricorda “l’uomo gentile che ha governato e non ha mai rubato”.

devo à Providencia a graça de ser pobre… Devo alla Provvidenza la grazia di essere povero: senza beni di valore per molto tempo sono stato legato alla ruota della fortuna, né mi sono mancate le occasioni di guadagno di ricchezza o di ostentazione; nella modestia a cui mi abituai e nella quale posso vivere, basta il pane quotidiano, non ho bisogno di coinvolgermi nella rete degli affari o in alleanze compromettenti. Sono un uomo indipendente.” (Salazar)

 

 

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Il cor gentil

24 Ottobre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #poesia

 

 

 

Cacciato dal Comune di Firenze in seguito alle lotte tra diversi gruppi cittadini, Dante non tornò più nella sua città. Durante l’esilio scrisse un libro, nel quale racconta un viaggio meraviglioso, fatto con la fantasia: la Divina Commedia. Dante attraversa l’Inferno, il Purgatorio, il Paradiso, dove sono punite le anime dei malvagi e sono premiate quelle dei buoni. Accanto ai santi e ai dannati, agli angeli e ai diavoli, Dante parla sempre della sua Fiorenza, con le cento torri merlate, che egli ama più di qualsiasi altra cosa e che ha dovuto abbandonare. Anche nella Divina Commedia, come nelle opere di Giotto, troviamo la descrizione del modo di vivere degli uomini medievali e dei loro sentimenti che, alla fine, sono anche i nostri.

A nove anni Dante conosce Beatrice (Bice) Portinari, la rivede poi a diciotto anni, prima che vada sposa a Simone de Bardi. Lei muore prematuramente e Dante la piange tutta la vita, nonostante si sia fatto una famiglia, sposando Gemma Donati, dalla quale avrà quattro figli. Il ricordo di Beatrice è racchiuso ne la Vita Nova, e nel Paradiso si trasforma in simbolo, in guida spirituale. Lei è l’esempio dell’amor cortese, l’amore clandestino dei trovatori, ma anche la donna angelicata dello stilnovismo, in un contesto più intellettuale. La figura femminile evolve verso la una "donna-angelo", intermediaria tra l'uomo e Dio, capace di sublimare il desiderio maschile, purché l'uomo dimostri di possedere un cuore gentile e puro, cioè nobile d'animo; amore e cuore gentile finiscono così con l'identificarsi totalmente.

 

Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia, quand'ella altrui saluta,

ch'ogne lingua devèn, tremando, muta,

e li occhi no l'ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,

benignamente d'umiltà vestuta,

e par che sia una cosa venuta

da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira

che dà per li occhi una dolcezza al core,

che 'ntender no la può chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova

un spirito soave pien d'amore,

che va dicendo a l'anima: Sospira

 

E al “cor gentil” “ratto si apprende amor” anche in Paolo e Francesca, nel celeberrimo Canto V de L’Inferno, quando i due, galeotto fu un libro, si abbandonano alla passione. L’amore può esplodere solo nei cuori predisposti perché sensibili e nobili, sia dell’uomo che della donna.

 

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende. 

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona. 

Amor condusse noi ad una morte.

 

Una curiosità: a far rivivere l’Alighieri ha contribuito, nel 1946, Il romanzo di Dante, di Luigi Ugolini (1891 –  1980) nato anche lui a Firenze. Egli collaborò a alla rivista Nuova Antologia, insieme a Giovanni Papini, e divenne nonno della romanziera Wanna Bontà.

 

 

 

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Marcos Chicot, "L'assassinio di Socrate"

20 Ottobre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #storia, #personaggi da conoscere

 

 

 

 

L’assassinio di Socrate

Marcos Chicot

Traduzione di Andrea Carlo Cappi

 

Salani Editore, 2017

pp 729

19,90

 

La guerra del Peloponneso che per più di trent’anni contrappose Sparta e Atene.

Il tramonto di Atene, dai gloriosi giorni di Pericle al declino. 

La peste, l’oracolo di Delfi e quello di Olimpia, i giochi Olimpici.

E poi Pericle, Socrate, Euripide, Aristofane, Platone, Santippe, una carrellata di personaggi famosi, resi vivi e attuali ne L’assassinio di Socrate, del madrileno Marcos Chicot. A tutti gli effetti un romanzo storico, in gran parte basato su Storia della guerra del Peloponneso di Tucidide, ma anche su quasi cinquantamila pagine di documentazione. Oggigiorno si ha paura di dire pane al pane e si preferisce usare i termini thriller e giallo, che vanno tanto di moda fra i lettori di bocca buona. Se di giallo mai si trattasse, sarebbe incentrato su un omicidio non ancora commesso bensì da commettere.

L’impianto di conoscenze dispiegate in questo romanzo è ponderoso e impressionante, ben settecento pagine di battaglie, costruzioni, topografia, eventi storici. Grazie a Chicot rivivono l’arte della ceramica, l’architettura dell’Acropoli, l’alimentazione, gli abiti, le pestilenze, gli usi e costumi greci del V secolo a.c.. Se gli scrittori di romanzi storici possono peccare di pignoleria, L’assassinio di Socrate riesce, comunque, ad alternare capitoli descrittivi e didascalici ad altri squisitamente narrativi, catturando l’attenzione con personaggi ben disegnati, con una trama avvincente e con una bella atmosfera d’epoca.

Perseo si crede ateniese, discendente del ceramista Eurimaco. È nato con gli occhi talmente chiari da apparire trasparenti. In realtà è spartano, figlio di Deianira e del truce Aristone, il quale lo ha condannato a morte alla nascita e non sa che  il bambino è stato, invece, salvato e portato ad Atene, dove è cresciuto forte e bello, fino a divenire un campione olimpico. Perseo è innamorato di Cassandra, figlia del drammaturgo Euripide e amica di Santippe, la moglie di Socrate. Perseo e Cassandra si amano profondamente fin da bambini, di quell’amore che dura tutta la vita.

Perseo è anche amico di Socrate, il pensatore che “sa di non sapere” e che si diverte a mettere in difficoltà saccenti concittadini, attirandosi molte inimicizie. Un’oscura profezia lega la possibile morte del filosofo proprio a Perseo, “l’uomo dallo sguardo più chiaro.”

Verità storica e finzione si fondono in un libro divulgativo ma anche cinematografico, un colossal che sposta eserciti e smuove sentimenti, con un paio di memorabili figure di cattivi. Aristone, in particolare, è talmente ben disegnato che, quando la moglie Deianira tenta di liberarsene, siamo tutti con lei.

Questo è uno di quei romanzi che piacciono a me, inutile dire che si è dovuto tradurlo dall’estero, nella fattispecie dallo spagnolo. Non si sa perché da noi sia impossibile, a parte i lavori di Pierluigi Curcio e di Sergio Costanzo, trovare dei romanzi così: di ampio respiro, di grande atmosfera, capaci di insegnare narrando e di farci immergere completamente in una trama e in un mondo secondario ricostruito nei minimi particolari.

Seguendo Chicot ci addentriamo lungo la via panatenaica, saliamo all’Acropoli per ammirare il frontone del tempio e le cariatidi dell’Eretteo, c’inoltriamo nel sepolcreto del Ceramico, partecipiamo alle Olimpiadi e a grandi battaglie terrestri e navali.  Insomma, come afferma l’autore medesimo, qui non si assassina nessuno, qui non c’è nessun thriller, casomai si resuscitano personaggi e questa è la volta di Socrate.

Peccato solo che le settecento pagine siano funestate da troppi  - incomprensibili dato il pregio della casa editrice – refusi ed errori tipografici.  

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Il Cristo di Giotto

12 Settembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #pittura, #personaggi da conoscere

A sinistra il crocifisso di Cimabue, in Santa Croce, a destra quello di Giotto, in Santa Maria NovellaA sinistra il crocifisso di Cimabue, in Santa Croce, a destra quello di Giotto, in Santa Maria Novella

A sinistra il crocifisso di Cimabue, in Santa Croce, a destra quello di Giotto, in Santa Maria Novella

The city people, in the end, were tired of struggles. It happened then that a merchant - or a banker or a nobleman - richer and more powerful than the others, allied himself with the small people, after promising better conditions of life, and became master of the city. In this way the Municipalities were transformed into Lordships. Citizens no longer chose their leaders.

It is not easy to be free, the citizens of the Municipalities tried to do it from 1200 to 1400 AD, but their attempts resulted in a failure. However, during these turbulent centuries, some great Italians stood out for their spirit and their works.

One of these was Giotto di Bondone (1267-1337). Even today the walls of some churches in Florence, Assisi and Padua are covered with paintings that tell the life of St. Francis and Jesus. They are all paintings by Giotto or, at least, it is thought that they are or that he contributed considerably. The restoration of the crucifix of the Opificio delle Pietre dure in 2001 seems to have dispelled all doubts.

If the cycle of San Francesco is uncertain, it is certainly the splendid Scrovegni chapel in Padua.

Who does not remember the Giotto brand drawing albums sold in the 60s? Giotto is portrayed on the cover, while drawing a sheep on a stone, observed by Cimabue who, according to legend, thus became his master. It also seems that the Tuscan painter knew how to draw an O without compass, and that he painted a fly so realistic that Cimabue tried to chase it away.

Legends aside, Giotto modernizes painting, abandons the still images and golds of Byzantine art, recovering contact with reality and nature. The figures are no longer flat but become concrete, surpassing those of Cimabue. This leaves behind the "Greek" conventions, followed until a few years earlier by Cimabue and all the other painters. Dante Alighieri writes:

 

Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura. (Purgatorio Canto XI)

 

 

Giotto's Christ is no longer a Byzantine icon but a crucified man, with blood flowing from his side. Giotto, in fact, abandoned the iconography of the Jesus arched to the left, with the halo still similar to that of the Pantocrator, to paint it with the figure sinking downwards and the head forward, with the arms no longer parallel to the ground but flexed by weight and suffering. We move from a merely spiritual and mystical image to a more concrete one, from centuries drenched in faith and a search for transcendence - from the upward push given by Gothic architecture - to a period in which man, his figure and its carnality, will be central. There is even a hint of light that, over time, will take us to Caravaggio.

This is how we move slowly but surely from the Middle Ages to the Renaissance.

 

 

 

 

Il popolo delle città, alla fine, fu stanco di lotte. Accadde allora che un mercante - o un banchiere o un nobile - più ricco e potente degli altri, si alleasse col popolo minuto, dopo aver promesso migliori condizioni di vita, e diventasse padrone della città. In questo modo i Comuni si trasformarono in Signorie. Non erano più i cittadini a scegliere i loro capi.

Non è facile essere liberi, i cittadini dei Comuni cercarono di farlo dal 1200 al 1400 d.c., ma i loro tentativi si risolsero in un fallimento. Tuttavia, durante questi secoli pieni di fermento, alcuni grandi italiani si distinsero per il loro spirito e le loro opere.

Uno di questi fu Giotto di Bondone (1267-1337). Ancora oggi le mura di alcune chiese di Firenze, Assisi e Padova sono coperte di pitture che raccontano la vita di San Francesco e Gesù. Sono tutte pitture di Giotto o, almeno, si pensa che lo siano o che egli vi abbia contribuito notevolmente. Il restauro del crocifisso dell’Opificio delle Pietre dure nel 2001 pare aver fugato tutti i dubbi.

Se il ciclo di San Francesco è d’incerta attribuzione, sicuramente sua è la splendida cappella degli Scrovegni a Padova.

Chi non ricorda gli album da disegno di marca Giotto venduti negli anni 60? Vi è ritratto in copertina, appunto, Giotto che disegna una pecora su un sasso, osservato alle spalle da Cimabue che, dice la leggenda, in questo modo ne divenne maestro. Pare anche che il pittore toscano sapesse disegnare un O senza compasso, e che abbia dipinto una mosca talmente realistica che Cimabue cercò di scacciarla.

Leggende a parte, Giotto modernizza la pittura, abbandona le immagini fisse e gli ori dell’arte bizantina, recuperando il contatto con la realtà e la natura. Le figure non sono più piatte ma diventano concrete, superando quelle di Cimabue. Si abbandonano così le convenzioni "alla greca", seguite fino a pochi anni prima da Cimabue e tutti gli altri pittori. Scrive Dante Alighieri:

 

Credette Cimabue ne la pittura

tener lo campo, e ora ha Giotto il grido,

sì che la fama di colui è scura. (Purgatorio Canto XI)

 

Il Cristo di Giotto non è più un’icona bizantina ma un uomo crocifisso, col sangue che sgorga dal costato. Giotto, infatti, abbandonò l'iconografia del Gesù inarcato a sinistra, con l’aureola ancora simile a quella del pantocratore, per dipingerlo con la figura che sprofonda verso il basso e piega il dorso e la testa in avanti, con le braccia non più parallele al terreno ma flesse dal peso e dalla sofferenza. Si passa da un’immagine solo spirituale e mistica a una più concreta, da secoli intrisi di fede e di ricerca di trascendenza - dalla spinta verso l’alto data dall’architettura gotica - a un periodo in cui l’uomo, la sua figura e la sua carnalità saranno centrali. C’è persino un accenno di luce pastosa che, attraverso il tempo, ci porterà fino a Caravaggio.

È così che si passa, lentamente ma inesorabilmente, dal Medioevo al Rinascimento.

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Dall’Isonzo a Mladà Boleslaw di Italo Maffei

9 Settembre 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

L’Associazione Carsoetrincee propone questo memoriale di Italo Maffei, ufficiale modenese nella Grande Guerra. Il suo scritto è stato ristampato dopo la prima edizione del 1968 uscita a tiratura molto limitata; sicché ora gli appassionati possono accostarsi a un memoriale pressoché sconosciuto. Maffei fu impegnato sul medio Isonzo, sull’altopiano di Asiago e sul Carso; si distinse, infine, sulla Bainsizza nell’agosto del 1917.

Ufficiale e uomo di trincea, ci affascina con uno stile per nulla inferiore a Carlo Salsa e al suo notissimo Trincee. Il racconto di Maffei aggiunge una nota di vivacità o passione in ogni evento del logorante stare nelle prime linee. Tante cose parlano di morte, ma la distruzione è talmente costante da investire tutto, il paesaggio, i vivi e anche i caduti in un certo senso riavvicinati ai vivi da un comune patire senza fine:

 

È tutto un caos di cose morte, ma terribilmente vive e presenti che ci avvolge (..) Ci sono qua e là dei morti insepolti e anch’essi vivono una loro vita terribile nelle tragiche pose, supini, arrovesciati,  aggomitolati, protesi taluni, ancora in uno slancio felino (..) altri ancora maciullati, coi volti che pare che ridano biecamente e minaccino”.

 

La vicinanza del nemico impone vigilanza, estrema attenzione verso i subordinati, riposo minimo. Con il suo stile vivo l’autore ci trasmette questa tensione, vivacizzata dal rapporto franco con l’attendente Balestri, abbastanza simile al Benvenuto attendente di Mario Muccini, altro notevole  memorialista che ci ha lasciato lo splendido Ed ora, andiamo!. Ma sono tanti i temi affrontati; il rapporto con i civili improntato a non poca affabilità, il confronto con gli ufficiali superiori, la scarsa cura per le vite dei soldati che emerge in certi episodi. Il reparto di Maffei, ad esempio, rimane in attesa per quattro giorni per un’azione più volte rimandata e poi sospesa, esposto ai tiri nemici, perdendo uomini e vigore.

Serviva, poi, bombardare intensamente il nemico e procedere all’assalto, nella frettolosa convinzione che le difese fossero piegate? Maffei osserva un giorno un bombardamento con il suo capitano; i tiri sono micidiali e apparentemente precisi. Ma il seguente attacco cozza contro reticolati integri e le Schwarzlose dominano facilmente. Lo vede bene il disastro da lontano, il Maffei. Gli attacchi come quello erano destinati allo scacco, lo si notava vedendo i reticolati in piedi. Senza bombarde (armi decisive successivamente davanti a Gorizia nell’agosto del 1916), spiega in un altro momento e con efficacia a un superiore di buon senso, è inutile attaccare. Attacchi simili fanno eroi, non vittorie.

E sulla Bainsizza Maffei c’è ancora, pieno di energia, pronto all’undicesima offensiva che con uno spiegamento colossale di mezzi avrebbe dovuto spezzare in profondità il nemico. Il memorialista ci offre il suo drammatico punto di vista di comandante quasi sempre in prima linea in quella fase; ci parla di coraggio estremo e quasi spavaldo (a tratti sembra di leggere pagine di Ernst Jünger), avanzate mal coordinate, ufficiali inferiori costretti a prendersi fin troppe responsabilità, sacrifici fatti da poche truppe logore e senza armi pesanti.

Un memoriale intenso; parla di soldati e soprattutto di rapporti tra persone (in particolare durante la prigionia del giovane ufficiale modenese), senza dimenticare l’etica del dovere e della responsabilità.

Da leggere con cura, infine, dopo aver apprezzato le tante fotografie, le appendici all’edizione, specialmente le memorie difensive presentate alle autorità al rientro in Italia, ricche di energiche puntualizzazioni da parte dell’autore sugli scontri sulla Bainsizza.

 

 

 

 

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L’armata tradita di Heinrich Gerlach

7 Settembre 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #recensioni, #storia

 

 

 

 

L'armata tradita è un romanzo di Heinrich Gerlach, pubblicato nel 1956 da Garzanti.

L’autore è uno tra i pochi sopravvissuti dei tedeschi presi prigionieri dai russi sul fronte orientale. Scrisse le sue memorie in prigionia nel 1944-45, ma nel 1949 il manoscritto gli venne sottratto dai carcerieri. Tornato in patria solo nel 1950, l’autore ricostruì l’opera tra il 1951 e il 1956, naturalmente con immensa fatica; rinacque così il testo che in forma di romanzo narra un grande dramma militare e umano. Seguendo la vecchia edizione Garzanti, diamo gli elementi della vicenda storica; circa 270 mila tedeschi restano intrappolati nella città nel novembre del 1942. Saranno progressivamente decimati soprattutto dal freddo e dalla fame, oltre che dai soldati sovietici. Circa 90 mila verranno imprigionati a fine gennaio del 1943 e solo poche migliaia torneranno a casa dopo la fine  della guerra.

Il romanzo è corale; i protagonisti sono sottufficiali e ufficiali tedeschi costretti a fare i conti con ordini sempre più assurdi in una situazione senza via di uscita. Alcuni reparti hanno persino avuto ordine di entrare nella sacca autointrappolandosi, non essendo per il comando accettabile alcun arretramento. Ma comunque il morale resta alto.  Inizialmente infatti si spera nei rinforzi; Hitler non può abbandonare un’intera armata. Arriveranno le truppe corazzate di Manstein, si ripetono i soldati. Vi saranno opportuni rifornimenti dal cielo, sperano. Ma Manstein non giunge e i rifornimenti sono limitati, mancando aerei adeguati. Le condizioni di vita peggiorano di settimana in settimana; eppure Hitler invita le truppe accerchiate a confidare in lui. Gerlach mostra un’ampia tipologia di reazioni davanti al vicino collasso dell’armata; chi ostenta apertamente le convinzioni antinaziste, chi riflette criticamente su una vita di compromessi e quieto vivere, chi cerca fino all’ultimo una medaglia, chi ripropone fanaticamente gli ordini di Berlino che impongono la lotta a oltranza. C’è del miracoloso in questa resistenza sempre più disperata; si formano battaglioni composti da cucinieri, da autisti, dal personale delle retrovie, mandati in linea con scarsa preparazione. Si riesce a procrastinare il crollo, sacrificando altri uomini  stremati. Mentre i russi penetrano nelle difese sempre più scarne, ai sopravvissuti non resta che tornare a sentirsi semplicemente uomini, animati da solidarietà e umanità, rigettando i valori del nazismo. Ma è comunque  significativo, in uno degli episodi descritti, che l’urlo “Heil Hitler” si elevi ancora in uno degli ultimi fortini tedeschi, segno che molti non rinnegavano il regime che li stava sacrificando.

Il libro fa sentire l’odore degli ospedali zeppi di feriti, la sofferenza fisica di uomini sempre più affamati e oppressi dal gelo, l’angoscia di essere chiusi da un accerchiamento micidiale. Due frasi di Hitler restano impresse; “Potete fondarvi su di me come su una roccia” (da uno dei tanti messaggi mandati da Berlino all’armata) e poi un’altra, pronunciata dopo la fine dell’assedio: “Gli uomini di Stalingrado devono essere morti”. Chi aveva perso nella grande battaglia di Stalingrado, infatti, non poteva che essere morto per non poter raccontare lo svolgimento di una disfatta e per essere utilizzabile come eroe nella propaganda di regime. Per essa Stalingrado era come le Termopili e la Germania si poneva come baluardo occidentale contro il pericolo sovietico. La resa o la ritirata non erano accettabili, nemmeno davanti all’imminenza del disastro. La massa dei caduti di Stalingrado serviva a creare un possente mito patriottico buono per motivare una rinnovata volontà di combattere contro il nemico ideologico. Irrazionalità e paranoia erano ormai di casa a Berlino e infatti pochi dei capi conoscevano realmente la situazione nei punti peggiori del fronte, ma senza problemi promettevano interventi del tutto irrealizzabili per mancanza di risorse.

Gerlach, uno dei superstiti di questi eventi, ha cercato di raccontare tutto questo, ossia l’olocausto di un’armata voluto dal suo capo supremo.

 

 

 

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Le memorie di Gaetano Filastò

2 Agosto 2017 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

 

 

 

 

Gaetano Filastò, nato a Santo  Stefano, Reggio Calabria, nel 1889, ha lasciato una serie di osservazioni sulla sua esperienza militare nella grande guerra. Quando nell’ottobre 1916 cade vicino a Lokvica sul Carso, se ne va uno dei tanti soldati italiani; maestro elementare, operava come assistente di Sanità della Brigata Brescia. Il diario che abbiamo letto è costituito dalle lettere che il giovane spediva in particolare al fratello. Di idee socialiste, ma fieramente interventista, partecipa fin dall’inizio allo sforzo bellico. Le sue note sono vivaci e sentite; vi è tutto l’animo di un giovane convinto della necessità della guerra vissuta con sensibilità risorgimentale. Sul Carso svolge compiti delicatissimi; non partecipa agli assalti ma assiste i feriti, aiuta nel recupero di quelli rimasti fuori dalle trincee, rischia molte volte la vita. Sopporta le intemperie alla meglio come gli altri fanti, ammalandosi a sua volta in certi casi. Ecco cosa scrive di un momento drammatico:

 

Pare che le condizioni del capitano si siano aggravate ... il dottor Gioffrè ... prende una estrema decisione, gli leva la fascia dal capo, scopre la ferita, estrae con delicatezza il proiettile, lo conserva e poi rifà diligentemente la fasciatura. Più tardi pare che il capitano si sia un pochino rimesso”.

 

Le insegne della Croce Rossa non bastano a tutelare gli ospedali dalle bombe.

Mette un’enorme partecipazione emotiva nello sforzo bellico; incita i compagni, raccoglie testimonianze sui recenti combattimenti, si accalora e inveisce contro il nemico davanti ai tremendi fatti del Monte San Michele dove i gas fanno strage di tanti compagni e amici. Gioisce per la presa di Gorizia.

Ma ha visto troppi morti in un anno. Ormai la sua quotidianità è cercare di schivare la morte che con ordigni sempre più micidiali lo cerca. Lo spettacolo della disumanizzazione crescente lo affligge, ma non rinnega il suo interventismo del 1915 e la forte avversione per il militarismo tedesco.

L’edizione Nordpress è molto curata; le note percorrono fatti e battaglie in base ai dettagli dei diari del 20° reggimento fanteria, correggendo in qualche caso Filastò che riporta quanto sentito dai feriti nei combattimenti.

Il diario regala momenti di introspezione, di forte passione patriottica, di sincero cameratismo. Poco fortunato nei rapporti con i superiori, tiene sempre davanti a sé il sentimento del dovere. Dove bisogna esserci, Filastò c’è, senza compromessi. D’altronde il giovane ha già conosciuto eventi terribili; il terremoto di Messina del 1908 ha colpito anche la sua famiglia. Unica nota negativa per chi legge, è l’ossessivo intervento della censura che ha eliminato molte frasi dello scritto.

La sua stessa morte è all’insegna della sventura; mentre il suo reparto ormai si appresta a lasciare le prime linee, in una giornata priva di grandi eventi, il giovane maestro viene colpito. Perdite Truppa 1 ucciso, 8 feriti, recita il diario reggimentale nel giorno del 14 ottobre 1916. È l’unico caduto della giornata del reggimento.

 

 

 

 

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