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storia

Matteo Giancotti, "Paesaggi del trauma"

14 Novembre 2018 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi, #storia, #cultura, #recensioni

 

 

 

 

Il bellissimo saggio di Giancotti, edito da Bompiani, offre un’indagine sul rapporto tra uomo e natura nei contesti di guerra, esaminando la letteratura nata dall’esperienza vissuta. Lo studio si svolge tra Grande Guerra e Resistenza, con un capitolo dedicato ai più recenti orrori nell’ex Jugoslavia attraverso l’esame di un romanzo del francese  Mathias Énard.

Come vede il soldato il paesaggio che lo circonda? Innanzitutto, in generale il paesaggio risulta dalla relazione tra gli uomini (e le idee delle loro comunità) e natura. Il militare nella Grande Guerra vede luoghi straziati e piagati dalle armi inumane che devastano il corpo stesso del fante. Inoltre strade, trincee, gallerie, ripari piegano l’ambiente ai bisogni militari facendo della natura una vittima della violenza umana. L’ambiente, così martoriato, non offre consolazione, bellezza, riposo per gli occhi. Nella memorialistica si insiste infatti sulla sofferenza del soldato imprigionato in un contesto funzionale ai combattimenti e quindi alla distruzione; la frattura con il paesaggio è piena, anche se non mancano dei distinguo tra i vari autori. I luoghi sono zone di guerra e di morte; il vivo rigoglio delle piante sembra non poter più  tornare.

I testi che Giancotti segue sono in particolare quelli di Comisso, Serra, Lussu,  Sbarbaro, Marinetti, D’Annunzio; ci sono sensibilità differenti che portano naturalmente a declinazioni diverse del tema. Un Ungaretti si specchia nel territorio devastato; un Comisso, legato a un’idea della guerra come avventura giovanile, attraverso i positivi ricordi dell’infanzia supera il trauma di vedere il suo Veneto distrutto e saccheggiato dagli austriaci dopo Caporetto, Marinetti invece da futurista si inebria davanti a un paesaggio animato da razzi, bagliori, esplosioni di ogni tipo.

Con la letteratura sorta dalla Resistenza, si ha invece una parziale ricomposizione tra uomo e ambiente; nasce infatti la figura del partigiano che non è imprigionato in una trincea, ma si muove tra boschi e campi, col dinamismo di chi vive come ribelle. Chi combatte per la libertà contro il nazifascismo, si rifugia sulle montagne che spesso sono parte della sua biografia personale. Si vive nella natura, il rapporto è più a misura d’uomo dato che le bande sono piccole e hanno molto spazio a disposizione, inoltre il legame fisico con i propri luoghi accentua il lato patriottico di una guerra che fu anche lotta contro lo straniero. La natura è amica o addirittura madre per certi memorialisti. I testi affrontati nel saggio sono principalmente quelli di Fenoglio, Calvino, Fortini, Caproni, Zanzotto, Meneghello, Cecchinel.

Naturalmente il trauma della violenza vissuta non sempre permette questa riconciliazione tra uomo e paesaggio.

Ad esempio, nel luogo in cui un compagno è caduto ucciso dai tedeschi, sembra permanere in alcuni testi una traccia di dolore indelebile che rende impossibile staccare la bellezza della natura dall’orrore della morte. La permanenza di quanto avvenuto può impedire il godimento del paesaggio se la ferita della violenza non si è rimarginata nel ricordo di chi la visse durante la Resistenza.

Come superare tutto ciò? Per Pavese non resta che affidarsi ai tempi lunghi della natura stessa; lo scorrere del tempo, il susseguirsi delle stagioni, il rinnovarsi delle generazioni porterà un domani al riassorbire dei traumi nel grande ed eterno flusso di tutte le cose.

Un libro davvero bello quello di Giancotti; il pregio più grande è che stimola a leggere i tanti autori citati, tra i quali troviamo memorialisti, ma anche poeti e romanzieri che con la parola scritta hanno testimoniato il dolore di momenti terribili.

 

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L'ethos "ammazza-mori" della Spagna

2 Settembre 2018 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #saggi, #storia

 

Di Giambattista Tiepolo - www.szepmuveszeti.hu, Pubblico dominio, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=4043039

 

 

di Guido Mina di Sospiro

tradotto da Patrizia Poli, originalmente pubblicato in inglese da New English Review con il titolo Spain’s “Moor-slaying” Ethos

 

[In Spagna sono pubblicato con vari libri tradotti dall’inglese, ai quali contribuisco lavorando a fianco del traduttore o dei traduttori; parlo spagnolo (castigliano) fluentemente e sono stato intervistato alla radio e alla televisione nazionali spagnole, così come dai maggiori giornali del paese; mia moglie è di discendenza spagnola (Basca, galiziana e cantabrica) e lo spagnolo è la sua madre lingua; sono un Grande di Spagna, (titolo concesso a un mio antenato da Carlo V); leggo avidamente libri in spagnolo, particolarmente un sottogenere revisionista in espansione che racconta le conquiste militari della Spagna lungo i secoli; e ho viaggiato in lungo e in largo attraverso la Spagna più che in qualsiasi altro paese europeo, Italia inclusa. Detto ciò, nel saggio seguente ho cercato di offrire al lettore un distillato: alcuni aspetti, più o meno famosi, o famigerati, che sono emblematici di un certo spirito spagnolo.]

Due enormi autobus si sono appena fermati e hanno parcheggiato vicino al santuario. Mi volto verso mia moglie e le dico, “Ci sono i cinesi! Svelta, andiamo a porgere i nostri rispetti alla Vergine finché abbiamo il posto tutto per noi.“ E che posto: Nostra Signora di Covadonga è un santuario mariano dedicato alla Vergine Maria, a Covadonga, nelle Asturie, nel nord ovest  della Spagna. Le Asturie sono una regione strana che, per la maggior parte della gente, non richiama alla mente la Spagna stereotipata: un misto fra le Dolomiti e l’Irlanda, molto verde perché molto piovosa, scarsamente popolata, eccetto che per le due città principali, Oviedo e Gijon, e molto bella. È stato qui che, all’inizio del VII secolo, la nobiltà visigota si ritirò dopo essere stata sconfitta dai Mori che stavano conquistando l’intera penisola iberica. Pelagio, o Pelayo, fondò il regno delle Asturie, e quattro anni più tardi guidò ciò che restava dell’esercito visigoto contro i Mori che avanzavano, e li fronteggiò a Covadonga; una statuetta della Vergine Maria era stata segretamente nascosta in una delle grotte sopra la cascata (Cova Donga, dal latino Cova Dominica, cioè Grotta della Signora). Miracolosamente, Re Pelagio e i suoi uomini riuscirono a sconfiggere i Mori, e ogni visigoto credette che fosse stato grazie all’aiuto della Vergine. Era il 722, una data celebrata in tutta la Spagna come l’inizio della Reconquista, la Ri-conquista, che, dopo 800 anni di guerra costante, portò all’espulsione dei Mori dalla Penisola Iberica.

Come poi si è scoperto, gli autobus non erano pieni di turisti cinesi, ma di bambini delle elementari spagnole. Erano là per un pellegrinaggio che unisce il nazionalismo al marianesimo. Abbiamo sentito i loro insegnanti raccontare di Pelagio e della Vergine che lo aiutò, della nascente Spagna contro i Mori che conquistavano tutto; poi hanno spiegato che la Reconquista è nata lì; infine, non senza un certo orgoglio, hanno parlato degli otto gloriosi secoli che seguirono, ricchi di battaglie che si conclusero con l’espulsione dei Mori, con l’unificazione della Spagna, e con l’inizio della Conquista, cioè l’impero spagnolo. Come una capsula di storia e metastoria, (la fine della Reconquista coincide, quasi in modo soprannaturale, con l’inizio della Conquista nell’anno 1492), potrebbe essere risultata pesante per i bambini, ma sembravano assorbire le informazioni con attenzione. Erano silenziosi e ascoltavano. Il luogo stesso, alla fine di una lunga galleria scavata nella roccia a strapiombo, sopra una cascata sull’orlo di un precipizio, è straordinario. E la piccola statua della Vergine di Covadonga, che qualcuno potrebbe ritenere kitsch, sembrava operare la sua magia sui ragazzi (e su mia moglie e me, ma questa è un altro discorso).

Abbiamo domandato a una delle insegnanti se portare i bambini a Covadonga è qualcosa che fanno solo le scuole asturiane; ci ha risposto, “No, portano qui bambini da tutta la Spagna. È un monumento nazionale. Qui sono stati sconfitti i Mori per la prima volta; qui è dove ha avuto inizio la Reconquista.”

L’Estremadura, nell’ovest della Spagna al confine col Portogallo, è una terra di conquistatori che ha prodotto più famosi (o famigerati, a seconda del punto di vista) Conquistadores di qualsiasi altra regione della Spagna. Trujillo oggi è principalmente ricordata per due dei suoi figli: Francisco Pizarro, che conquistò l’impero Inca; e Francisco de Orellana, il primo a navigare l’intero corso del Rio delle Amazzoni, da principio chiamato Rio de Orellana: 4345 miglia verso l’ignoto. Ma ben prima di allora, Trujillo ha contribuito anche alla Reconquista.

Mentre Alfonso VIII iniziò a testare la resistenza dei Mori nell’area, fu Ferdinando III “el Santo” il monarca che, nel 1232, riconquistò Trujillo alla fede cristiana grazie a un intervento sovrannaturale: la Vergine, con in braccio il bambin Gesù, apparve sopra le mura del castello moresco, nel punto più alto della città, e perciò la battaglia fu vinta dai soldati di Alfonso VIII. Da quel momento in poi, l’intero esercito si rivolse alla Vergine col titolo “La Victoria” (la Vittoria), come santa patrona e avvocato della Reconquista. Fu messa sul trono in cima alla porta principale che porta al castello, dove fu creata una cappella per lei.

Ferdinando III “il Santo” (el Santo) – re di Castiglia dal 1217 e re di León dal 1230 come pure re di Galizia dal 1231 – fu uno dei capi militari di maggior successo durante la Reconquista. Era anche un uomo devoto, sempre pronto ad ascrivere le sue vittorie contro gli “infedeli”, sia militari sia diplomatiche, a Dio o, come mostrato, alla Vergine. Secoli dopo la sua morte, papa Clemente X lo canonizzò. La Valle di san Fernando, vicino a Los Angeles, nel sud della California, porta il suo nome.

Le feste patronali in onore di Nostra Signora della Vittoria sono tenute ancora oggi a Trujillo tra la fine di agosto e l’inizio di settembre. Contemporaneamente, ci sono festival di musica, danza e teatro. La cittadina si anima e attrae visitatori da tutta la regione. 786 anni dopo che Nostra Signora della Vittoria aiutò gli spagnoli a sconfiggere i Mori e riconquistare la città, la sua memoria continua a vivere in modo molto tangibile. Un estraneo penserebbe che Pizarro o de Orellana siano stati scelti dalla città per cantare la sua gloria. Certamente molto vien celebrato su di loro e sui Conquistatori, ma il capitolo che riguarda la Reconquista, con l’intervento, niente meno, di Nostra Signora della Vittoria, è ancora quello festeggiato e sentito di più.

Al pari di Trujillo, Zamora, in Castiglia e Leon sulle rive del Duero, è un’altra città che difficilmente sarà visitata da orde di turisti parlanti lingue misteriose. Quando ci siamo stati, abbiamo incontrato solo visitatori spagnoli, e pochissimi dal vicino Portogallo. E tuttavia, Zamora è sia una gemma sia una stranezza molto emblematica. Annovera ventiquattro chiese del XII e XIII secolo, tutte in stile romanico, così come altri edifici non religiosi nello stesso stile. Nessun’altra città al mondo è abbellita da così tante chiese romaniche – sono ovunque. Ce n’è persino una in miniatura (non del tutto) nel centro della plaza mayor .

Durante i secoli della dominazione moresca nella penisola iberica, Zamora, allora alla periferia del regno delle Asturie, divenne una roccaforte strategica per la Reconquista dei Cristiani. Dall’inizio dell’ottavo secolo fino alla fine del decimo, cambiò di mano dai Cristiani ai Mori attraverso feroci contrasti militari; furono costruiti edifici difensivi e ogni sorta di fortificazione. Durante il dodicesimo secolo il combattimento s’intensificò.  La città, in quel momento parte del regno di Leon, fu finalmente riconquistata e tolta agli Almoravidi e Almohadi. Fu allora che si decise di popolare la città di cristiani provenienti da altri centri, e costruire un numero impressionante di chiese, tutte più o meno nello stesso momento e perciò tutte nello stile corrente, il romanico. La straordinaria, grande ed estremamente composita cattedrale fu costruita in soli ventitré anni.

Mentre si viaggia da nord a sud, le chiese in Spagna diventano più “recenti”, poiché quest’ultima regione fu riconquistata più tardi. In nessun altro luogo più che a Zamora è evidente che la costruzione delle chiese era più di una affermazione religiosa; implicava, in modo abbastanza esplicito, il trionfo sugli “infedeli” e la costruzione della nazione. Liberando città dopo città dalla dominazione moresca, la Spagna gradualmente divenne la Spagna. Con l’eccezione di alcune chiese preromaniche nelle Asturie, quasi ogni chiesa in Spagna è una testimonianza della Reconquista. La Spagna visigota era cristiana (all’inizio ariana, poi, dopo che Recaredo, il re visigoto di Toledo, si convertì al cattolicesimo nel 587 d.c., ci fu un tentativo mai riuscito di cattolicizzare l’intera penisola iberica) e produsse alcune chiese. Ma poi i Mori o le trasformarono in moschee o le distrussero, così, una volta riconquistato il territorio, molte chiese dovettero essere costruite  da zero oppure le moschee convertite in chiese.

La Galizia, una vasta e verdeggiante sotto-regione di montagne, colline, rias, (cioè piccole baie, estuari e fiordi), oceano, spagnoli di origine celtica e zampogne, è dove si trova Santiago di Compostela. Nel mio libro La metafisica del ping pong scrivo: “... per festeggiare il mio quarantesimo compleanno in un luogo mitico che avevo sempre desiderato visitare, mi ero imbarcato nel pellegrinaggio alla cattedrale di San Giacomo, a Santiago di Compostela, insieme a mia moglie. Era stato un incredibile pellegrinaggio di cinquanta metri – quanti ne distava l’albergo dalla cattedrale – percorsi tutti a piedi e senza alcuna sosta, malgrado il tempo inclemente: un’acquerugiola.” A dispetto della mia leggerezza, Santiago de Compostela è uno dei più importanti santuari della cristianità, e di gran lunga il più famoso pellegrinaggio del mondo occidentale. Decine di migliaia di pellegrini di tutte le nazionalità e di tutte le fedi (incluso nessuna) percorrono faticosamente ogni anno il cammino di Santiago, dalla Francia, o dal Portogallo, o da qualsiasi altro posto in Spagna, centinaia di chilometri a piedi. Se ce la fanno, alla fine raggiungono la Plaza de Obradoiro [la piazza della (completata) opera d’oro, un appellativo con chiare sfumature alchemiche], dove sorge la grandiosa cattedrale. Molti, se non la maggior parte, dei pellegrini rimangono scioccati quando, una volta entrati nella cattedrale, s’imbattono nella statua di Santiago (San Giacomo) a cavallo di un destriero bianco che brandisce una spada. Non sanno che, dietro il verde provvidenzialmente collocato per decisione della chiesa cattolica, ci sono statue di Mori che si contorcono sul terreno mentre vengono trucidati dal santo. L’iconografia di Santiago, con la quale tutti diventano familiari, è quella di un primigenio hippy vagabondo, barbuto e comprensibilmente arruffato, con un bastone da passeggio, un ampio cappello e la distintiva conchiglia (che i francesi chiamano coquille Saint-Jacques, per la precisione). Sembra uscito da una comune hippy dei tardi anni sessanta. Dentro la cattedrale, d’altro canto, i pellegrini contemporanei s’incontrano con quest’altro Santiago, il Matamoros, letteralmente, san Giacomo ammazza-Mori.

Giacomo era uno dei dodici apostoli di Gesù, ed è considerato il primo apostolo a essere stato martirizzato. È il santo patrono sia degli spagnoli sia dei portoghesi, chiamato rispettivamente Santiago o São Tiago. Il suo mito come guerriero dalla parte dei cristiani contro i musulmani deriva da quella che sembra essere una finta battaglia, presumibilmente combattuta vicino a Clavijo, tra i cristiani, guidati da Ramiro I delle Asturie, e i musulmani, guidati dall’emiro di Cordoba. In essa, Santiago Matamoros (ammazza-Mori) apparve all’improvviso e aiutò un esercito cristiano in minoranza numerica a raggiungere la vittoria. La data assegnata alla battaglia, l’834, fu più tardi cambiata in 844 per adattarsi a dettagli storici più plausibili.

Sebbene nata da un incidente che, nella migliore delle ipotesi, è spurio, la storia del culto di Santiago procede di pari passo con la storia della Reconquista, e incarna una delle più formidabili icone ideologiche dell’identità nazionale spagnola. “iSantiago y cierra, Espana!” e cioè, “Santiago e addosso, Spagna!” o “Santiago e contro di loro, Spagna!” divenne il grido di battaglia degli eserciti spagnoli che combattevano contro i Mori [e continuò a essere usato, più tardi, dai Conquistatori, con Santiago Matamoros opportunamente trasformato in Santiago Mataindios (ammazza-indiani), ma questa è un’altra storia]. L’Orden de Santiago, cioè l’ordine di San Giacomo della spada, fu fondato nel dodicesimo secolo. Il suo scopo era proteggere i pellegrini del Camino de Santiago, difendere la cristianità, ed espellere i mori dalla penisola iberica. Il suo emblema era la cruz espada, la croce di San Giacomo, cioè una croce che somiglia molto a una spada. Infine, Santiago fu un tema importante delle arti, nella pittura come nella scultura, e si trova in un’infinità di chiese, palazzi e musei in tutta la spagna contemporanea. 

Entrando finalmente nell’impressionante cattedrale di Santiago di Compostela, la maggior parte dei pellegrini sono stupiti nel vedere Santiago trasformato dal classico vagabondo in un ammazza-mori che brandisce la spada. Nel 2004, poco dopo l’attentato al treno di Madrid, l’attacco terroristico di Al-Qaeda che sterminò 192  persone e ne ferì circa 2000, la chiesa cattolica decise di rimuovere la statua di Santiago Matamoros dalla cattedrale, per non offendere la sensibilità dei musulmani  (tardivamente?). Ci fu un sollevamento popolare contro tale rimozione, e si trovò un compromesso, coprendo di piante i mori uccisi, cosa che è stata mantenuta fino ad oggi. I pellegrini, siano essi cattolici, agnostici, umanitari o ipertolleranti globalisti politically correct, pensano che niente potrebbe essere più contrario agli insegnamenti di Gesù dell’idea che uno dei suoi discepoli venga glorificato come assassino. Probabilmente nessuno ha detto loro delle lettere di Bernardo di Chiaravalle ai Templari, o Liber ad milites templi de laude novae militiae (Libro dei cavalieri del Tempio, in lode del a nuova milizia), scritte fra il 1120 e il 1136.

San Bernardo scrisse tale lettera/libro per i cavalieri templari demoralizzati, che nutrivano seri dubbi sul ruolo dei guerrieri cristiani, specialmente riguardo all’atto dell’ammazzare, che consideravano non etico. Dimostrando la sua eloquenza, e partendo dalla premessa della teoria della guerra giusta di Agostino di Ippona (jus bellum iustum), San Bernardo, nel suo libro, introdusse il concetto di mali-cidium (l’uccisione del male). I Milites Christi, i guerrieri di Cristo, non potevano commettere homi-cidum (omicidio, alla lettera uccisione dell’uomo), che è proibito dal quinto comandamento. Ma, siccome il bene superiore dello sradicamento del male lo richiedeva, il malicidium del musulmano “infedele” (l’uccisione del male  dentro di lui) era giustificata.

Nel medioevo ogni sorta di divinità cristiana fu reclutata per il bene delle Crociate e, in Spagna, ben prima di allora, anche della Reconquista: Santo Cristos de las Batallas (Santo Cristo delle battaglie, tutt’oggi un culto molto seguito particolarmente a Salamanca, Avila, e Cáceres), portato in forma di statua sui campi di battaglia quando si combattevano i Mori; la Vergine, in varie apparizioni (ho menzionato quella decisivo a Covadonga, e un’altra a Trujillo); così come, ovviamente, Santiago Matamoros.

Mentre la chiesa cattolica era occupata a mantenere la sua cortina di verzura alla base della statua di Santiago Matamoros, è avvenuto l’attacco di Barcellona, che ha ucciso 13 persone e ne ha ferite almeno 130, la cui indiretta responsabilità è stata attribuita allo stato islamico dell’Irak e del Levante (ISIL)

Dato il suo passato, dato il fatto che la Reconquista è vivamente commemorata fino ad oggi in tutto il paese, e il suo fondamentale significato inculcato nelle menti di tutti i cittadini a partire dai bimbi delle elementari, trovate la correttezza politica occidentale, che sfiora la tolleranza ad ogni costo, adatta o non adatta alla Spagna?

 

I am published in Spain with various books in translation from the English, to which I contribute by working alongside the translator(s); I speak Spanish (Castilian) fluently and have been interviewed on Spanish national radio and television, as well as by the country’s major newspapers; my wife is of Spanish descent (Basque, Galician and Cantabrian) and Spanish is her mother tongue; I am a Grandee of Spain (a title bestowed upon an ancestor of mine by Charles the Fifth); I avidly read books in Spanish, particularly in a burgeoning revisionist subgenre that recounts Spain’s military feats down the centuries; and I have traveled across Spain more than across any other country in Europe, Italy included. Having said that, in this essay I have endeavored to offer to the anglophone reader a distillate: a few aspects, more or less famous, or notorious, that are emblematic of a certain Spanish spirit.

Two huge buses have just pulled up and parked near the sanctuary. I turn to my wife and say, “The Chinese are here! Quick, let’s go pay our respects to the Virgin while we’ve got the place ourselves.” And what a place: Our Lady of Covadonga is a Marian shrine devoted to the Virgin Mary at Covadonga, Asturias, in north-west Spain. Asturias is strange region that for most people does not call to mind stereotypical Spain: a mix between the Dolomites and Ireland, it is very green because it is very rainy, sparsely populated except for its two main cities, Oviedo and Gijon, and very beautiful. It was here that, at the outset of the 7th century, the Visigothic nobility retreated after being defeated by the Moors, who were conquering the entire Iberian Peninsula. Pelagius, or Pelayo, founded the Kingdom of Asturias and four years later led what was left of the Visigothic army against the advancing Moors, and met them at Covadonga; a small statue of the Virgin Mary had been secretly hidden in one of the caves above the waterfall (Cova Donga, from the Latin Cova Dominica, i.e., Cave of the Lady). Miraculously, King Pelayo and his men managed to defeat the Moors, and every Visigoth believed it was thanks to the aid of the Virgin. It was 722, a date that is celebrated all over Spain as the beginning of the Reconquista, the Re-conquest, which, after eight hundred centuries of constant fighting, led to the expulsion of the Moors from the Iberian Peninsula.

As it turned out, the buses were not full of Chinese tourists, but of Spanish elementary school children. They were there on a pilgrimage that unites nationalism with Marianism. We overheard their teachers tell them about Pelayo and the Virgin who helped him, and nascent Spain, against the all-conquering Moors; next they explained that the Reconquista was born there; finally, not without pride, they elaborated about the eight glorious centuries that followed, rich in battles, resulting in the expulsion of the Moors, in unified Spain, and in the beginning of the Conquista, and that is, the Spanish Empire. As a capsule of history and metahistory (the end of the Reconquista coincides almost preternaturally with the beginning of the Conquista in the year 1492), one would have thought that it might be overwhelming for the children, but they took the information in stride. They were quiet, and listening. The place itself, at the end of a long tunnel dug into sheer rock, over a waterfall above a precipice, is stunning. And the little statue of the Virgin of Covadonga, which some may qualify as kitsch, seemed to work her magic on the children (and on my wife and me, but that’s beside the point).

 We asked one of the teachers if taking the children to Covadonga was something done only by Asturian schools; she replied, “No, school children are taken here from all over Spain. It’s a national monument. The Moors were defeated here for the first time; this is where the Reconquista began.”

Extremadura, in Western Spain at the border with Portugal, is a land of Conquistadors that produced more famous (or notorious, depending on one’s view) Conquistadores than any other region in Spain. Trujillo is today chiefly remembered for two of its sons: Francisco Pizarro, who conquered the Inca Empire; and Francisco de Orellana, the first to navigate the entire length of the Amazon River, at first named Rio de Orellana: 4,345 miles into the unknown. But well before their time, Trujillo contributed also to the Reconquista.

While Alfonso VIII began to test the resistance of the Moors in the area, it was Fernando III “el Santo” the monarch who, in 1232, re-conquered Trujillo to the Christian faith thanks to a supernatural intervention: the Virgin, holding baby Jesus in her arms, appeared above the walls of the Moorish castle situated at the highest point in town, and thereafter the battle was won by Fernando III’s soldiers. From that moment on, the whole army addressed the Virgin with the title “La Victoria” (The Victory), as the patron saint and advocate of the Reconquista. She was enthroned on top of the main door that leads into the castle, and a chapel in it was created for her.

Ferdinand III “the Saint” (el Santo)—King of Castile from 1217 and King of León from 1230 as well as King of Galicia from 1231—was one of the most effective military leaders in the Reconquista. He was also a pious man, ever willing to ascribe his victories against the “infidels”, be they military or diplomatic, to God or, as illustrated, to the Virgin. Centuries after his death, Pope Clement X canonized him. The San Fernando Valley, near Los Angeles, in Southern California, is named after him.

The patron saint festivities in honor of Our Lady of Victory are held to this day in Trujillo between the end of August and the beginning of September. At the same time, there are festivals of music, dance, and theater. The small town comes alive and attracts visitors from all over the region. 786 year after Our Lady of Victory helped the Spaniards defeat the Moors and re-conquer the city, her memory lives on in a very tangible way. An outsider would think of either Pizarro or de Orellana as being chosen by the town to sing its own glory. To be sure, much is made about them and the Conquistadors, but the chapter pertaining to the Reconquista, with the intervention of Our Lady of Victory, no less, still is the one that is celebrated, and felt, the most.

Like Trujillo, Zamora, in Castilla y León on the banks of the Duero, is another town unlikely to be visited by hordes of tourists speaking mysterious languages. When we were there, we only came across Spanish visitors, and a very few from nearby Portugal. And yet, Zamora is both a gem and a highly emblematic oddity. It numbers twenty-four churches from the 12th and 13th century, all in Romanesque style, as well as some other non-religious buildings in the same style. No other city in the world is graced with as many Romanesque churches—they are everywhere. There is even a diminutive one (not quite) in the center of the plaza mayor.

During the centuries of Moorish rule in the Iberian Peninsula, Zamora, then at the periphery of the Kingdom of Asturias, became a strategic stronghold for the Christians’ Reconquista. From the early 8th century to the late 10th century it was a city changing hands from Christians to Moors through fierce military engagements; defensive buildings and all sorts of fortifications were built. During the 12th century, the fighting intensified. The city, by then part of the Kingdom of León, was finally re-conquered from the Almoravids and the Almohads. It was then that it was decided to populate the city with Christians from other towns, and build an impressive number of churches, all more or less at the same time and therefore all in the then current style, the Romanesque. The stunning, large and extremely composite cathedral was built in only twenty-three years.

As one journeys from north to south, churches in Spain become more “recent”, as the latter region was re-conquered later. Nowhere more than in Zamora is it evident that church-building was more than a religious statement; it implied, quite explicitly, triumph over the “infidels” and nation-building. By liberating city after city from Moorish domination, Spain gradually became Spain. With the exception of a few pre-Romanesque churches in Asturias, almost every church in Spain is a testament to the Reconquista. Visigothic Spain was Christian (at first Arian; then, after Reccared, the Visigothic king in Toledo, converted to Catholicism in 587AD, there was a never completely successful attempt to Catholicize the entire Iberian Peninsula) and did produce some churches. But then the Moors either turned them into mosques or tore them down, so, once the territory was re-conquered, most churches had to be built from scratch, or mosques would be converted into churches.

Galicia, a vast and green sub-region of mountains, hills, rías (i.e., inlets, estuaries, fiords), ocean, Spaniards of Celtic heritage and bagpipes, is where Santiago de Compostela is found. In my book The Metaphysics of Ping-Pong I note: “To celebrate my fortieth birthday and go to a mythical place I’d always wanted to see, I too had embarked on the pilgrimage to St James’s Cathedral, in Santiago de Compostela, with my wife. It’d been an incredible fifty yards, from the hotel straight to the cathedral, nonstop and all on foot despite the inclemency of the weather: a drizzle.” Notwithstanding my levity, Santiago de Compostela is one of the most important shrines in Christendom, and far and away the most celebrated pilgrimage in the western world. Tens of thousands of pilgrims of all nationalities and all faiths (including none) trudge every year along the Camino de Santiago, from France, or Portugal, or elsewhere in Spain, hundreds of kilometres on foot. If they make it, they eventually reach the Praza do Obradoiro (the Square of the [completed] Work of Gold, an appellation with distinct alchemical overtones), where the grandiose Cathedral stands. Many if not most pilgrims are shocked when, once inside the cathedral, they come across a statue of Santiago (St. James) mounted on a white horse and wielding a sword. Little do they know that behind the greenery providentially placed there by decision of the Catholic Church, are the statues of writhing Moors on the ground being slaughtered by the saint. The iconography of Santiago all pilgrims become familiar with along the way is that of the prototypical wandering hippy, bearded and understandably a little dishevelled, with a walking stick, a large hat and the distinctive scallop on it (which the French call coquille Saint-Jacques, precisely). He looks straight out of a hippy commune in the late 1960s. Inside the cathedral, on the other hand, the contemporary pilgrims meet with that other Santiago—Matamoros, literally, St. James the Moor-slayer.

James was one of the twelve apostles of Jesus and is considered the first apostle to be martyred. He is the patron saint of both Spaniards and Portuguese, respectively called Santiago or São Tiago. His myth as a warrior on the side of the Christians against the Muslims derived from what seems to be a fictional battle allegedly fought near Clavijo between the Christians, led by Ramiro I of Asturias, and the Muslims, led by the Emir of Córdoba. In it, Santiago Matamoros (the Moor-slayer) appeared suddenly and helped an outnumbered Christian army to gain victory. The date assigned to the battle, 834, was later changed to 844 to suit more plausible historical details.

Although born out of an incident that is spurious at best, the history of the cult of Santiago goes hand in hand with the history of the Reconquista, and incarnates one of most formidable ideological icons in Spain’s national identity. “¡Santiago y cierra, España!” and that is, “Santiago and close, Spain!” or “Santiago and at them, Spain!” became the battle cry of Spanish armies when fighting against the Moors (and continued to be used, later on, by the Conquistadors, with Santiago Matamorors morphing opportunely into Santiago Mataindios [Indian-slayer], but that’s another story). The Orden de Santiago, i.e., the Order of St. James of the Sword, was founded in the 12th century. Its aim was to protect the pilgrims of the Camino de Santiago, to defend Christendom, and to expel the Moors from the Iberian Peninsula. Its emblem was the cruz espada, the Cross of St. James, and that is, a cross that looks very much like a sword. Lastly, Santiago was a major theme in the arts, in paintings and sculptures alike, and is found in countless churches, palaces and museums all over contemporary Spain.

 Upon entering at long last the overwhelming cathedral of Santiago the Compostela, most pilgrims are astonished to see Santiago transformed from the prototypical wanderer to a sword-wielding Moor-slayer. In 2004, shortly after the Madrid train bombings (or 11-M), the Al-Qaeda terrorist attack that killed 192 people and injured around 2,000, the Catholic Church decided to remove the statue of Santiago Matamoros from the cathedral, not to offend the sensitivity of Muslims (belatedly?). There was a popular uproar against such a removal, and the compromise was found of covering the slain Moors with greenery, which is kept up to this day. Pilgrims, be they Catholics, agnostics, humanitarians or politically correct hypertolerant globalists feel that nothing could be more contrary to the teachings of Jesus than the idea that one of his disciples would be glorified as a murderer. Nobody must have told them about St. Bernard of Clairvaux’s letter to the Templars, or Liber ad milites templi de laude novae militiae (Book to the Knights of the Temple, in Praise of the New Knighthood), written between 1120 and 1136.

 St. Bernard wrote that letter/book for the demoralized Knights Templar, who were having serious doubts about the role of Christian warriors, and especially about the act of killing, which they deemed unethical. Displaying his eloquence, and starting from the premise of Augustine of Hippo’s just war theory (jus bellum iustum), St. Bernard introduced in his book the concept of mali-cidium (the killing of evil). The Milites Christi, the warriors of Christ, could not commit homi-cidum (homicide, literally the killing of man), which is forbidden by the fifth commandment. But since the higher good of the eradication of evil demanded it, the malicidium within the Muslim “infidel” (the killing of evil inside him) was justified.

 In the Middle Ages, all sorts of Christian divinities were recruited for the sake of the Crusades and, in Spain, well before that time, of the Reconquista: Santo Cristo de las Batallas (Holy Christ of the Battles, to this day a very followed cult particularly in Salamanca, Ávila, and Cáceres), carried as a statue in battlefields when fighting against the Moors; the Virgin, in various incidents (I have mentioned the seminal one at Covadonga, and another at Trujillo); as well as, of course, Santiago Matamoros.

While the Catholic Church was busy keeping its curtains of greenery around the base of the statue of Santiago Matamoros, there occurred the Barcelona Attacks, that killed 13 people and injured at least 130 others, whose indirect responsibility was attributed to the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL).

Given its past, given the fact that the Reconquista is vividly commemorated to this day all over the country and its fundamental significance inculcated into the minds of all citizens starting with elementary school children, do you find the western political correctness trespassing into tolerance à outrance well- or ill-suited to Spain?

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L'età di Augusto

13 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera, #storia

 

 

 

 

 

Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona, nella terra dei Pe­ligni (oggi, l’Abruzzo), da un' antica famiglia di cavalieri, il 20 marzo del 43 a. C.

Alcuni anni dopo, ad Azio (31 a. C.), Ottaviano sconfiggeva Antonio: terminava cosi il lungo e sanguinoso periodo delle guerre civili e iniziava l'eta del principato di Augusto. Il nipote di Cesare, infatti, assumerà prima il titolo di «princeps» (che in latino significa « primo», «il migliore di tutti i cittadi­ni»), poi quello di «Augusto» (cioè «sacro», «venerabile»). Questa nuova forma di governo, il principato, anche se lasciava in piedi le istituzioni repubblicane (senato, comizi, magistrature), di fatto era una monarchia che durò per ben 45 anni, fino alla morte del­l'imperatore Augusto, avvenuta nel 14 d. C.

Durante il principato, Roma, dopo la rovina causata dalle guerre civili, ebbe un periodo di grande prosperità e pace, e ci fu uno straordinario sviluppo della letteratura e dell'arte.

Alcuni fra i più grandi poeti e scrittori latini (Virgilio, Orazio, Livio, Properzio, Tibullo),che a causa delle guerre civili avevano subito gravi danni economici, trovarono in Ottaviano aiuto e protezione: egli restituì loro le proprietà confiscate e promise l'ordine, la fine delle discordie, quella pace tanto desiderata che sembrava perduta per sempre.

In realtà, durante il suo principato, Augusto fece molte guerre, ma esse si svolsero sempre ai confini dell'impero, contro popolazioni straniere, e non fra Romani. Così, dopo la battaglia di Azio, i poeti si rivolsero al «princeps» con gratitudine, come a colui che garantiva loro la pace e una vita tranquilla, nella quale potevano dedicarsi all'«otium», cioè allo studio e all'arte. In cambio, Augusto chiese agli uomini di cultura di celebrare nelle loro opere gli ideali che stavano alla base della sua politica: l'amore per la campagna, il rispetto per la tradizione, il rifiuto del lusso, dei costumi immorali, degli influssi orientali.

Nel frattempo era cresciuta una nuova generazione di uomini, e quindi anche di artisti e di poeti, per i quali gli orrori delle guerre civili rappresentavano solo un vago ricordo: la pace era ormai consolidata, non veniva più vissuta come una preziosa e dolorosa conquista. Questi giovani provavano insofferenza per i progetti di Augusto, che voleva ricreare l'antica repubblica romana, basata sull'amore per gli dèi, sulla famiglia, sulla semplice vita contadina, e desideravano invece un'esistenza agiata, raffinata, di tipo orientale; Roma infatti aveva sottomesso l'Egitto, ma in realtà i costumi, i gusti, le idee, le credenze religiose di quella terra influenzavano profondamente la capitale dell'Impero.

Ovidio, ultimo dei grandi poeti dell'età di Augusto, si fece interprete delle aspirazioni e delle contraddizioni della nuova generazione; forse anche per questo terminò la sua vita in esilio, nelle lontane terre della Scizia.

 

 

 

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Herodion

19 Luglio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #racconto, #storia

 

 

 

 

Tratto da "Evros".

Colpiti dalle frecce e dalle lance scagliate da lontano, i soldati greci caddero nelle acque del fiume. Molti furono quelli portati via lentamente dalla corrente. In uno degli ultimi assalti, Herodion, il giovane ufficiale, rimase ferito, colpito da diverse frecce. Due conficcate nella gamba sinistra, una sul braccio destro che impugnava la lancia.

I suoi rimasero con lui circondandolo a protezione, formando un circolo per tenerlo coperto dagli assalti, ma lui ordinò, urlando, di ritirarsi. Inutile sprecare tante vite in una volta sola. Lui ormai non poteva salvarsi, si mise al centro del guado e, strappate le frecce dalla carne sanguinante, mise lo scudo dietro le spalle a protezione e, con la spada e lancia nelle mani, si accinse ad affrontare il nemico che lo stava circondando. Si difendeva come un leone. La pesante lancia teneva lontano gli assalitori, quelli che riuscivano ad avvicinarsi cadevano sotto i colpi della sua spada. Gli stessi nemici erano sbalorditi dal coraggio e dalla forza del giovane guerriero. Si mantenevano a distanza, cercando ci colpirlo con le lance. Da lontano, intanto, gli arcieri greci cercavano di assottigliare le file nemiche che stavano pressando l’eroe ferito.

Altre frecce lo colsero, ma lui le strappava e continuava a colpire persiani con la lancia. Le forze man mano però lo stavano lasciando, il sangue, che usciva copioso dalle ferite, lo stava indebolendo sempre di più. Cadde in ginocchio e ancora tentava di tenere a bada i fanti. Ad un certo punto, nonostante le ferite, fra lo stupore degli stessi assalitori, si fermò. Lasciò cadere le armi e si accinse a togliersi l’armatura. I nemici, per una forma di silenzioso rispetto, si fermarono a distanza osservando cosa stava facendo il giovane eroe. Con notevole sforzo, lentamente, riuscì a sfilare la corazza di lame di cuoio che indossava e si mise a torso nudo. Il  suo corpo era una maschera di sangue. Le numerose aste di frecce, che lui stesso aveva spezzato, gli davano l'aspetto di un orso irsuto. Sostenendosi con la spada come un bastone, si erse in tutta la sua statura e, rivolto a cielo, invocò il grande Zeus.

"Oh! padre Zeus, ecco!  Questo è il mio petto, il mio cuore, questa è la mia vita, la offro a te in segno di ringraziamento per avermi permesso di morire da Spartano.

Salva i miei compagni e la nostra amata  Patria. Tu!  Padre degli Dei e di noi mortali, fa che il mio nome non sia dimenticato."

Stette ancora l’eroe, eretto, ad invocare il suo Dio, poi, rivolgendosi ai suoi assalitori esclamò:

"Empi codardi, venite ad affondare le vostre lance nel mio petto, è vostro! Che possiate vantarvi, da sciacalli quali siete, di aver ucciso uno spartano.

Venite, iene maleodoranti! Buoni a colpire solo le prede indifese… così muore uno spart..."

Le ultime parole non finì di pronunciarle. I fanti dai lunghi vestiti, passato l’attimo di stupore, si erano fatti avanti per concentrare la loro rabbiosa impotenza contro quel corpo ormai senza vita, martoriandolo con le punte delle loro lance. 

Vinto, il corpo del giovane si era accasciato al suolo. Giaceva sulla schiena ancora protetta dal grande scudo.  Le ferite che lo avevano piegato erano tutte sul petto.

Dimostravano che aveva affrontato la morte a viso aperto e con onore, di fronte al nemico. Gli uomini, da dietro i ripari, si resero conto della fine del giovane valoroso e, in un impeto di furore vendicativo, si spinsero fuori gridando come forsennati, facendosi largo fra la fanteria nemica. Quelli che ancora si accanivano contro i poveri resti furono fatti a pezzi dalla furia dei soccorritori. Erano usciti dai loro rifugi, questa volta non per difendersi, ma per vendicarsi e trucidare gli autori di quello scempio. Quattro di loro recuperarono il corpo martoriato, sottraendolo all’oltraggio dei nemici. Gli altri decimavano coloro che si erano resi partecipi dell’uccisione del giovane eroe. La furia omicida dei greci fu di breve durata ma molto cruenta. Il suono del corno li indusse a ritirarsi dietro le trincee, non prima, però, di aver  portato a termine un altro attacco distruttivo alla fanteria nemica. Da dietro i ripari, le lunghe sarisse colpivano i persiani che non riuscivano nemmeno a vedere i loro assalitori. Dopo quest'episodio ci fu un momento di tregua, in cui anche gli ufficiali nemici, ancora scossi per la violenza della sortita spartana, mandarono uomini a recuperare parte dei loro feriti.

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L'onore

9 Giugno 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #storia

 

 

                                              

 

 

 

 

Addio mia bella addio

L’armata se ne va

E se non partissi anch’io

Sarebbe una viltà.”

 

Così cantavano migliaia di giovani, spavaldi e sorridenti, affacciati ai finestrini dei treni che li portavano al fronte. Era una viltà non partire, restare a casa, mentre altri andavano inseguendo ideali e utopie in nome dell’onore.

Era ancora il tempo in cui si parlava di onore, di orgoglio, un retaggio che veniva da lontano, ma limitato ai soli aristocratici, all’alta borghesia che si pavoneggiava crogiolandosi in parole più grandi. Chi poteva parlare di onore se non i ricchi e la gente di malaffare, i cosiddetti “uomini d’onore”, i parassiti che, non dovendo spaccarsi la schiena per sopravvivere, pensavano bene di circondarsi di un alone di idealismo dovuto più alla noia e alla prevaricazione, che ad un effettivo pensiero. Il contadino, l’umile, l’oppresso che veniva sfruttato in nome di una superiorità di ceto sociale, di quale onore poteva parlare? Quale onore poteva sfoggiare chi si alzava al sorgere del sole e si ritirava al tramonto? Loro non potevano parlare d’onore, ma erano uomini altrettanto fieri, orgogliosi, anche nella loro miseria, potevano disporre solo della dignità dell’uomo, che è cosa ben diversa dall’onore. Quanti di quelli che si nascondevano dietro le grandi parole avevano un briciolo di dignità? Si prostituivano con il potente di turno, accettavano tutto pur di restare nel cerchio magico degli eletti. I figli degli umili, gli ignoranti, i poveri, chi aveva solo la dignità di essere un uomo integro, onesto e leale, non si tirava certo indietro, erano loro quelli che veramente credevano negli ideali e partivano cantando.  Insieme a loro c’erano anche gli idealisti, gli intellettuali, i sognatori, che vivevano in una specie di terra di mezzo, non erano contadini, non erano nemmeno ricchi, la loro vita si realizzava in una sfilza di pensieri messi insieme sul filo di strani ideali, semplici utopie, dove il mondo doveva essere, ai loro occhi,  un posto irreale, una terra fra le nuvole, dove si nutriva solo il cervello e le idee che conteneva, le altre  attività quotidiane erano solo un fastidio da allontanare con sdegno dalla loro persona.

In queste occasioni il popolo era coinvolto, ad arte, in qualcosa che la vita quotidiana non poteva mai offrire. Sentirsi parte di  un progetto in cui si parlava di onore, di amor di patria, di difesa dall’invasore, faceva sentire i giovani quasi alla pari di quelli che tutti i giorni li sfruttavano e li tenevano nella miseria e nell’analfabetismo.

Era per loro che andavano a morire cantando, andavano incontro al destino  senza nemmeno la speranza di poter cambiare qualcosa. Poco importava al contadino chi era il padrone, o il re che disponeva delle loro vite. Miserevoli erano le condizioni di vita prima della famosa unità d’Italia e ancora più miserevoli erano rimaste più di cinquant’anni dopo.

Avevano combattuto contro il re Borbone e avevano avuto in cambio un re piemontese, che non aveva cambiato il loro stato, anzi, se possibile, la loro vita era peggiorata. Ora venivano chiamati alle armi contro un nemico esterno, un presunto invasore, in nome dell’onore della Patria, ed era tutto quello che dovevano sapere.

Da sempre, da quando sono nati i re e le monarchie, chi è stato al potere ha fatto in modo che il popolo restasse all’oscuro delle decisioni prese in alto loco. Per poterlo manovrare, il popolo non deve capire, deve essere guidato come un gregge, una mandria, il potere di chi comanda è proporzionato alla non conoscenza di chi obbedisce.

“se non partissi anch’io sarebbe una viltà” il potere delle parole si esprime anche attraverso una semplice canzone, quale giovane se la sentirebbe di non obbedire al richiamo dell’onore e dell’orgoglio di essere cittadino italiano?

“una viltà” era quella di mandarli a morire con la testa piena di parole troppo grandi per loro. Partivano felici si essere utili alla Patria, ma affidandoli a vecchi impomatati generali  che di tattiche belliche, sapevano quello che avevano letto sui libri, e per alcuni quello che avevano appreso in accademia in gioventù. Chi comandava era reduce da un periodo storico di benessere, di movimenti culturali e mutamenti epocali che erano raggruppati in una parola, “Belle Epoque”. Che esperienza militare e bellica potevano avere quei signori, quegli uomini d’onore dai baffi canuti ai quali erano affidati i giovani soldati? Solo teorie non sperimentate sul campo di battaglia.

Non si poteva, però, mettere in discussione la rispettabilità, l’onore e la capacità di chi era al comando degli eserciti. Sono andati al macello milioni di giovani vite. Le poche volte che il soldato si rendeva conto della scarsa affidabilità dei suoi capi e osava chiedere spiegazioni, veniva fucilato sul posto. La motivazione era che bisognava dare l’esempio agli altri, o forse era meglio dire per non far capire agli altri la verità sulle strategie obsolete e inefficaci messe in atto. L’onore è un privilegio di gran rilievo e guai a metterlo in discussione, chi osava replicare rischiava un duello, se era di pari grado,  altrimenti c’era la fucilazione.

Partivano i giovani figli, cantavano, chi per incoscienza, chi per nascondere il panico, l’ansia, la paura della morte che si portavano dietro nelle scarpe di cartone e nelle gamelle di alluminio.

Per il benessere di pochi, la morte di molti, la guerra in sé non conclude molto, serve solo alle Nazioni per giustificare le brame di governanti spocchiosi che mirano ad allargare il loro potere su nuovi territori. Una tremenda equazione che si coniuga con i termini di: più terre conquistate, più gente assoggettata, più tasse da far pagare, più benessere personale, più prestigio. Il misero che va alla guerra parte e, se riesce a tornare, si ritrova più misero di prima, con i campi abbandonati, le città distrutte e l’illusione di aver contribuito al benessere della nazione, invece, non ci sono né vincitori né vinti. Alla fine delle guerre, tutti perdono qualcosa, ma ai generali e ai governanti, questo non importa, basta che l’onore sia salvo.    

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INTRODUZIONE ALLA VITA MEDIOCRE di Arturo Stanghellini (1887 – 1948)

6 Giugno 2018 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #storia

 

 

 

 

Prima pubblicazione 1920

 

Si tratta di un memoriale di guerra scritto dall’ufficiale pistoiese Arturo Stanghellini che nella vita civile era un insegnante. È una raccolta di episodi che visse sul Carso e sugli altipiani, narrati con stile curato e atteggiamento riflessivo; non manca nel complesso un tono fortemente elegiaco, improntato a esprimere l’atmosfera luttuosa di una guerra dove molti cari amici dell’autore muoiono. Certi passi possono risultare piuttosto pesanti, anche se proprio la sua prosa dolente fotografa bene l’idea di sconsacrazione del territorio nazionale, invaso dopo il tracollo di Caporetto; a fatica lo stesso Stanghellini evita la cattura, registrando con mestizia la vergogna di uno sbandamento generale, ma anche la fermezza di alcune personalità che arginarono in parte il disastro.

In qualche caso, ma raramente, emerge una triste ironia, come quando il Duca d’Aosta, comandante della Terza Armata, interviene per ricompensare il reparto distintosi sul Monte Pecinka; a quel nome pronunciato durante la cerimonia, i soldati hanno un sussulto poiché non sapevano come si chiamasse il luogo dove si erano duramente battuti per tanto tempo. Bisogna scrivere il nome a casa, commenta qualcuno. È quindi una guerra anonima, senza luoghi e nomi noti, non si sa dove si combatte e forse nemmeno il perché.

Ma il dato saliente che spiega il titolo, è che per Stanghellini la guerra è tragedia ma è anche “vita vera” cui non può che seguire la “vita mediocre”.

Restiamo comunque lontani da ogni esaltazione vitalistica di tipo dannunziano. Nella trincea nascono amicizie, solidarietà, rapporti chiari, proprio sotto la spada di Damocle della morte: “E si pensa che la vita più forte era vicino a quella calda morte sanguinante”.

Nella pace vigono invece la mediocrità, la meschinità, la doppiezza. Quando nel novembre 1918 si conquista la vittoria, il reparto del giovane ufficiale non può sfilare nei paesi appena liberati dagli austriaci e gli viene preferito uno squadrone di cavalleria, ben più presentabile. Arturo non protesta; è la pace e quindi l’ingiustizia, commenta con rassegnazione. La stessa vittoria viene timidamente festeggiata dai suoi compagni perché il ricordo dei caduti è troppo fresco. Finita la guerra, non restano da vivere che le “ore piccine” della vita. Il lato più alto di essa è già stato speso. Inoltre, i reduci parlano solo a se stessi; come i vecchi garibaldini che sfilavano nelle ricorrenze e non capivano, secondo il memorialista, di essere inutili frammenti del passato, così i reduci non hanno nulla da dire ai più giovani o a chi la guerra non l’ha fatta. Ognuno ha avuto la sua vita, i suoi ricordi, le sue tensioni, ma il tempo invecchia presto tutto e quindi il proprio vissuto resta un patrimonio limitato a una generazione.

È un pessimismo in contrasto con la professione di Stanghellini che fu insegnante e che quindi dovette parlare alle nuove generazioni. L’autore sembra non credere nel valore del racconto di certe grandi esperienze e alla valenza didattica della testimonianza; eppure, l’aver scritto il memoriale va comunque in senso opposto rispetto al suo pessimismo. Può aver influito sulla sua visione il senso del dramma vissuto, quasi incomunicabile ai giovani per l’unicità del tributo di sangue versato. Ma il valore della sua testimonianza scritta rimane e ci parla ancora, anche dopo cento anni da quei fatti.

 

 

 

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I Britanni

3 Giugno 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #storia

                                                  

 

 

 

 

 

410 d.C., dopo anni di dominio, finalmente i Britanni si erano liberati del giogo romano. Le  ultime legioni avevano abbandonato il territorio, solo qualche sparuto gruppo di britanni romanizzati, indecisi su cosa dovessero fare, se restare in patria, a rischio perché non erano ben visti dai loro connazionali, o andare a Roma con le truppe, ancora si aggirava nei dintorni del Vallo di Adriano, ridotto a cumuli di pietre disseminate alla rinfusa nelle loro terre. Il lato negativo della partenza di chi assicurava ordine e leggi era, adesso, che tutte le tribù stavano riprendendo  gli antichi odi razziali, le contese accantonate per anni e anni, tutto tornava a riemergere nel vuoto di potere che si era venuto a creare. Ogni tribù si sentiva in diritto di accampare pretese di comando e allora erano battaglie, agguati, violenze da parte di tutti. Non mancavano anche invasioni di popolazioni ostili, gente come i sassoni e gli angli, che abitavano di là del braccio di mare che divide la Britannia dal continente. In quel tempo così buio e difficile da vivere, molte di quelle tribù interne, che abitavano nel cuore del territorio, dove anche i romani avevano faticato non poco A domare le popolazioni, avevano ripreso antichi riti ancestrali. Era uso comune, dopo le vittorie sul campo di battaglia, organizzare delle grosse feste che in prevalenza si riducevano a orge e bevute di birra, la bevanda preferita dai guerrieri. Tutta la notte si brindava al capo che aveva portato gli uomini alla vittoria. Nei grandi fuochi che illuminavano la notte erano arrostiti, non solo animali per sfamare le truppe, ma molto spesso anche parti di organi dei prigionieri più valorosi. Era una prassi in uso in diverse tribù della zona. Anche i Caledoni della confinante Caledonia erano usi a questi cerimoniali. I druidi, che dirigevano le operazioni, erano convinti che il cuore, il fegato e il cervello di uomini valorosi e senza paura potessero trasmettere le stesse doti di coraggio a quelli che li avrebbero mangiati. Questo tipo di superstizione faceva sì che fosserono in molti a cercare di accaparrarsi gli uomini migliori catturati, per potersene cibare. La cerimonia prevedeva un rituale ben definito, gli uomini si vestivano di pelli animali, che a quelle latitudini consistevano per la maggior parte in tori dalle lunghe corna.  Le bestie erano uccise senza rovinare le pelli che erano usate per le cerimonie. Quando tutto era pronto, le donne danzavano fino allo sfinimento al suono di tamburi e flauti di canna, i precursori delle future cornamuse. I capi si limitavano a osservare, i druidi si preoccupavano di soprassedere alla cottura delle carni. Capitava spesso che la materia prima richiesta fosse scarsa, i prigionieri erano solo dei semplici soldati e non valeva la pena interessarsi delle loro carni, allora si poteva assistere a duelli all’ultimo sangue, fra membri della stessa famiglia, fratelli, parenti, tutti si battevano per arrivare a prendere qualche pezzo pregiato del nemico ucciso. Le leggi romane, ovvio, non permettevano questo tipo di barbari rituali e i britanni, costretti a vivere in un modo inusuale per loro, fremevano. Erano stati troppi gli anni passati sotto le dure leggi romane, ora che finalmente erano liberi stavano sfogando tutta la loro forza e ferocia in lotte intestine e le antiche usanze erano state ripristinate. Le guerre più violente erano contro i sassoni che, in quanto a ferocia e violenza, non erano secondi a nessuno.  Loro conoscevano bene le usanze barbare dei britanni e, in ogni scontro, cercavano di portarsi via i cadaveri dei loro morti in battaglia. Gli scontri fra questi due popoli erano sempre molto cruenti, i sassoni non facevano prigionieri, massacravano tutti quelli che incontravano sul loro cammino, lasciandosi dietro scie di sangue, i britanni invece portavano con loro i prigionieri, proprio per usarli nei loro festini. Dopo ogni battaglia la notte s’illuminava dei falò e l’aria si riempiva dell’odore acre delle carni arrostite. Spesso i prigionieri venivano messi al fuoco ancora vivi e le loro urla riempivano il buio della notte. Dopo ogni festino che si teneva nei luoghi più impensati, quello che restava sul campo era di un orrore infinito. Resti di arti, corpi semibruciati, uno scempio che dava fastidio anche solo alla vista. Le anime dei morti, non potendo raggiungere la loro dimora celeste perché i corpi non erano interi, si aggiravano ululando fra gli alberi. A volte si potevano vedere delle croci, quelle celtiche, con l’anello che chiude la croce, ma erano poche, in relazione al numero dei morti. Erano quelle dei collaborazionisti dei romani, vittime designate dalle tribù più intransigenti. I superstiti si accollavano l’impegno, ma erano come gocce nel mare. Le foreste erano disseminate di tanti di quei resti che dopo le battaglie, i druidi fecero in modo da vietarne l’accesso  per molti anni, fino a quando  l’ondata di ferocia non si placò con la pace stretta fra britanni e sassoni.

 

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Radioblog: "Riglione" di Massimiliano Bacchiet

29 Marzo 2018 , Scritto da Chiara Pugliese Con tag #chiara pugliese, #radioblog, #interviste, #vignette e illustrazioni, #eva pratesi, #luoghi da conoscere, #audioletture, #storia

 

 

Quando Massimiliano Bacchiet al Pisa Book Festival 2017 mi ha parlato del suo libro, mi ha detto che ha voluto dedicare la sua prima pubblicazione “alla su Riglione” prima frazione e oggi quartiere di Pisa, raccontandocene curiosità, aneddoti, vicissitudini politiche e sociali.

In questa lettura ascolterete un singolare episodio che racconta del primo sciopero del quale si sono rese protagoniste due donne dai nomi tutt’altro che rivoluzionari Santina e Assunta.

Buon ascolto!

 

Riglione. Questa centrale e laboriosa borgata. Vita sociale e politica 1861-1948 di Massimiliano Bacchiet - BFS Edizioni.

 

Per contattarci: radioblog2017@gmail.com

Illustrazioni a cura di Eva Pratesi: www.geographicnovel.com

Musica: Sinfonia n.1 in Re maggiore “Titan” di Gustav Mahler da www.liberliber.it 

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La spada nella roccia

9 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #miti e leggende, #storia, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

La vera spada nella roccia non è in Bretagna ma in Toscana, presso la Rotonda di Montesiepi, vicina a una fantastica basilica cistercense di cui rimangono le rovine a cielo aperto. Spettacolo suggestivo sia la chiesa, col suo tetto di stelle e il suo pavimento di prato, sia la spada conficcata nella roccia, a mo’ di croce da adorare, presso Chiusdino.

Galgano Guidotti da Chiusdino (1148-1181), dopo una vita scapestrata, si fece prima cavaliere, a seguito di una visione di San Michele, e poi eremita. Fu lui a conficcare la spada nel terreno in segno di rinuncia. Del suo mito si appropriarono i cistercensi che eressero la basilica adiacente al luogo in cui riposa la spada. La figura di Galgano è collegata a quella di un altro eremita, Guglielmo, padre, fra l’altro, di Eleonora d’Aquitania, che pare fosse un trovatore esperto di materia arturiana. Accanto alla spada è stata rinvenuta agli inizi del secolo una scatola contenente ossa, con sopra scritto “ossa di San Galgano”.

Galgano viveva nei boschi, usava il mantello come saio, si nutriva di erbe selvatiche. La sua figura ha molti punti di contatto sia con San Francesco sia con re Artù. Il nome Galgano ricorda sir Gawain e la sua mitica e mistica cerca del Graal.

La spada, almeno fino al 1924, era semplicemente conficcata nella roccia. Poteva dunque essere facilmente estratta. Don Ciompi, il parroco dell’epoca, decise tuttavia di bloccarne la lama versando nel piombo fuso nella fessura. Negli anni settanta e novanta alcuni balordi danneggiarono la preziosa arma credendosi novelli re Artù, per cui adesso è protetta da una teca di plexiglass.

Gli atti del processo di beatificazione di Galgano risalgono al 1185, cinque anni prima che Chrétien de Troyes scrivesse il suo Perceval, dando origine ai miti della cosiddetta "materia di Bretagna". In ogni caso,  la spada di San Galgano non è l’unica arma medioevale conficcata nella roccia in Europa. Ne esiste una molto simile anche a Rocamadour, nel Perigord, altro posto da fiaba, meraviglioso paesino arroccato, dove si sale tramite ascensore nella roccia.

Le analisi chimiche dicono che la spada di Montesiepi è tutta di ferro purissimo e risale effettivamente al dodicesimo secolo. Il resto rimane sospeso fra storia e leggenda.

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A volte ritornano

1 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #poesia, #storia

 

 

 

 

 

A volte ritornano…  sì, ritornano in mente le vecchie poesie che, bambina, m’inorgoglivo di sapere tanto bene a memoria. La leggenda di Teodorico, di Giosuè Carducci, è una di queste.

Teodorico, re degli Ostrogoti ai tempi dell’Impero Romano d’Oriente, fu mandato in Italia dall’Imperatore, dopo avere  sconfitti gli Eruli ed il loro re, Odoacre. Viveva nel castello di Verona.

Teodorico mise in carcere e fece uccidere il suo consigliere Severino Boezio, dopo  una lunga disputa religiosa. Ma, a sentire Carducci,  la giustizia divina non si fece attendere.

 

 

Su 'l castello di Verona

Batte il sole a mezzogiorno,

Da la Chiusa al pian rintrona

Solitario un suon di corno,

Mormorando per l'aprico

Verde il grande Adige va;

Ed il re Teodorico

Vecchio e triste al bagno sta.

Pensa il dí che a Tulna ei venne

Di Crimilde nel conspetto

E il cozzar di mille antenne

Ne la sala del banchetto,

Quando il ferro d'Ildebrando

Su la donna si calò

E dal funere nefando

Egli solo ritornò.

Guarda il sole sfolgorante

E il chiaro Adige che corre,

Guarda un falco roteante

Sovra i merli de la torre;

Guarda i monti da cui scese

La sua forte gioventú,

Ed il bel verde paese

Che da lui conquiso fu.

Il gridar d'un damigello

Risonò fuor de la chiostra:

— Sire, un cervo mai sí bello

Non si vide a l'età nostra.

Egli ha i pié d'acciaro a smalto,

Ha le corna tutte d'òr.

— Fuor de l'acque diede un salto

Il vegliardo cacciator.

— I miei cani, il mio morello,

Il mio spiedo — egli chiedea;

E il lenzuol quasi un mantello

A le membra si avvolgea.

I donzelli ivano. In tanto

Il bel cervo disparí,

E d'un tratto al re da canto

Un corsier nero nitrí.

Nero come un corbo vecchio,

E ne gli occhi avea carboni.

Era pronto l'apparecchio,

Ed il re balzò in arcioni.

Ma i suoi veltri ebber timore

E si misero a guair,

E guardarono il signore

E no 'l vollero seguir.

In quel mezzo il caval nero

Spiccò via come uno strale

E lontan d'ogni sentiero

Ora scende e ora sale:

Via e via e via e via,

Valli e monti esso varcò.

Il re scendere vorría,

Ma staccar non se ne può.

Il più vecchio ed il più fido

Lo seguía de' suoi scudieri,

E mettea d'angoscia un grido

Per gl'incogniti sentieri:

— O gentil re de gli Amali,

Ti seguii ne' tuoi be' dí,

Ti seguii tra lance e strali,

Ma non corsi mai cosí.

Teodorico di Verona,

Dove vai tanto di fretta?

Tornerem, sacra corona,

A la casa che ci aspetta? —

— Mala bestia è questa mia,

Mal cavallo mi toccò:

Sol la Vergine Maria

Sa quand'io ritornerò. —

Altre cure su nel cielo

Ha la Vergine Maria:

Sotto il grande azzurro velo

Ella i martiri covría,

Ella i martiri accoglieva

De la patria e de la fé;

E terribile scendeva

Dio su 'l capo al goto re.

Via e via su balzi e grotte

Va il cavallo al fren ribelle:

Ei s'immerge ne la notte,

Ei s'aderge in vèr' le stelle.

Ecco, il dorso d'Appennino

Fra le tenebre scompar,

E nel pallido mattino

Mugghia a basso il tosco mar.

Ecco Lipari, la reggia

Di Vulcano ardua che fuma

E tra i bòmbiti lampeggia

De l'ardor che la consuma:

Quivi giunto il caval nero

Contro il ciel forte springò

Annitrendo; e il cavaliero

Nel cratere inabissò.

Ma dal calabro confine

Che mai sorge in vetta al monte?

Non è il sole, è un bianco crine;

Non è il sole, è un'ampia fronte

Sanguinosa, in un sorriso

Di martirio e di splendor:

Di Boezio è il santo viso,

Del romano senator.

                                               G. Carducci, da Rime Nuove

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