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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

sezione primavera

Ovidio, la vita e le opere

20 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #personaggi da conoscere, #sezione primavera

 

 

 

 

 

Ovidio nacque a Sulmona. All'età di dodici anni venne a Roma col fratello e frequentò le migliori scuole di grammatica e di retorica. Il padre, infatti, avrebbe voluto farne un avvocato e avviarlo alla carriera politica, ma Ovidio era attratto in modo irresistibile dalla poesia: egli stesso dirà che qualunque cosa cercasse di scrivere, gli veniva in versi!

Ovidio fu dunque poeta per istinto, per autentica vocazione.

Terminate le scuole, andò ad Atene per perfezionarsi negli studi, come facevano di solito i giovani romani di buona famiglia; qui venne a contatto diretto con la cultura, l'arte, le tradizioni della Grecia e ne rimase affascinato. Ai suo ritorno a Roma rinunciò alla carriera militare e a quella di avvocato per dedicarsi interamente alla poesia.

Ovidio, oltre a essere molto capace nello scrivere versi, aveva un aspetto piacevole: lo sguardo era vivace e intelligente, il volto sereno, la corporatura delicata e i gesti disinvolti. Vestiva in modo molto curato e raffinato, senza però eccedere negli ornamenti e senza far sfoggio di ricchezza; riscuoteva quindi simpatia e ammirazione ovunque andasse.

A poco più di venti anni, aveva già composto opere geniali e brillanti, che lo avevano reso famoso: Amores (Gli Amori), una raccolta di poesie dove cantava la sua passione per una fanciulla di nome Corinna; e le Heroides (Le donne leggendarie), lettere d'amore in versi scritte da antiche eroine come Penelope, Elena, Didone, ai loro innamorati.

Ovidio aveva 25 anni quando l'imperatore Augusto promulgò tre leggi volte a ristabilire nella società un tipo di vita che aveva per modello la virtuosa famiglia romana dei passato.

Queste leggi prevedevano ricompense per i padri di almeno tre figli, punivano severamente l'adulterio, vietavano di costruire abitazioni troppo sfarzose, di indossare abiti provocanti o fatti di stoffe preziose come la seta e la porpora, di imbandire cene troppo sontuose...

Ovidio, come molti altri della sua generazione, non desiderava affatto una vita diversa da quella splendida e lussuosa che stava conducendo, perciò i giovani lo consideravano il loro poeta, lo ammiravano e preferivano a Orazio e Virgilio, che elogiavano la politica dell'imperatore.

Augusto conosceva sicuramente le opere di Ovidio, nelle quali spesso il poeta faceva ironia sulle leggi severe riguardanti il lusso, il matrimonio, l'adulterio; sottovalutava le virtù militari, dichiarava di non desiderare il ritorno alla tradizione, alla vita domestica, alla sobrietà dei costumi. L'imperatore non era certamente soddisfatto di lui, tuttavia non ho fece perseguitare, né impedì che le sue opere fossero pubblicate: Augusto desiderava essere stimato protettore delle arti e delle lettere e Ovidio era un poeta amato e celebrato non solo a Roma, ma anche nelle più lontane citta dell'impero.

Così per molti anni ancora Ovidio continuò a scrivere versi che avevano come argomento l’amore, la bellezza, il piacere di vivere, finché, all'età di quarantatrè anni, decise che era giunto il momento di iniziare un'opera più importante, di più vasto respiro, dove fossero presenti i miti c le leggende greche e romane che egli tanto amava.

Con quest'opera Ovidio si proponeva di dare al lettore emozioni sempre diverse, ma anche la sensazione di una grande unità, perciò stabilì che tutte le storie avrebbero avuto un tema comune: la trasformazione degli uomini in altri esseri, animati o inanimati.

Un'opera simile non era mai stata scritta a Roma. In Grecia, invece, Omero, ma soprattutto i poeti dell’ epoca ellenistica (così si chiama il periodo storico che inizia dopo la morte di Alessandro Magno), avevano raccolto miti e leggende che parlavano di trasformazioni.

Ovidio possedeva i loro libri o poteva facilmente trovarli nella ricca biblioteca imperiale.

Così, per sette anni almeno, dal 2 d. C. all' 8 d. C., il poeta lavorò a quest'opera che non smise mai di rivedere, affinare, modificare, nel contenuto e nella forma.

Quindi iniziò la scrittura dei Fasti (I giorni fasti). Avrebbero dovuto essere dodici libri, uno per ogni mese dell'anno: in ciascuno di essi venivano elencate le feste religiose, spiegate le origini di riti, divinità...

Quest’opera, dedicata ad Augusto, si interruppe al sesto libro perché, inaspettatamente, Ovidio fu condannato all'esilio.

La ragione di questa improvvisa condanna, che si abbatteva su un poeta famoso e ormai vicino alla vecchiaia, rimane ancora un mistero; forse Ovidio si trovò coinvolto in uno scandalo di corte che riguardava la nipote di Augusto, Giulia Minore, accusata di condurre una vita non onesta e certamente contraria alle leggi dell'imperatore. Augusto, amareggiato da queste vicende familiari che venivano utilizzate contro di lui dagli avversari politici, decise di dare una prova evidente della sua fermezza e di mostrare a tutti che anteponeva gli interessi dello stato a quelli personali.

Così esiliò Giulia Minore nelle isole Tremiti e l'altro nipote, Agrippa, anche lui dedito al lusso e ai divertimenti più sfrenati, nell'isola di Pianosa; infine, nel dicembre dell'anno 8 d. C., firmò l'editto che relegava Ovidio a Tomi, un piccolo presidio militare sul Mar Nero, corrispondente oggi alla città di Costanza.

Quel luogo era arido, desolato e malsicuro per i predoni che facevano scorrerie nelle campagne, perciò Ovidio soffrì molto in esilio: non tollerava il clima e le acque malsane, la sua abitazione era priva di comodità, non aveva amici ed era tormentato dai ricordi della vita raffinata che conduceva un tempo e dalla nostalgia per la moglie lontana. Sentiva che la sua capacità di creare versi bellissimi era perduta per sempre, perciò scrisse agli amici di distruggere le Metamorfosi perché non avrebbe più potuto correggerle; per fortuna circolavano già varie copie dell'opera e questo ha impedito che andasse perduta.

L'esilio del poeta durò otto anni, durante i quali egli non cessò mai di supplicare Augusto e poi il suo successore, Tiberio, affinché lo richiamassero a Roma o almeno lo trasferissero in un luogo meno selvaggio e lontano. Ma i suoi tentativi rimasero sempre vani.

Il poeta infatti morì a Tomi, nei 17 d. C., all'età di sessanta anni. Le sue ceneri non vennero portate a Roma, come egli aveva chiesto e sperato, ma furono sepolte in quella terra lontana.

Ovidio però continuò a essere celebre e ammirato, nonostante l'esilio e anche dopo la sua morte.

Si realizzò così ciò che egli aveva scritto nei Tristia (Le Tristezze), un libro di poesie composte a Tomi:

« ...Tutto quanto poteva essermi tolto, mi fu strappato: la patria, le persone care, la casa, ma l'ingegno no: esso è il mio solo amico e il mio solo conforto; contro di esso, Augusto non può nulla. Che questa vita mi sia pure tolta: la mia fama durerà eterna e la mia opera sarà letta finché Roma dominerà il mondo».

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L'età di Augusto

13 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera, #storia

 

 

 

 

 

Publio Ovidio Nasone nacque a Sulmona, nella terra dei Pe­ligni (oggi, l’Abruzzo), da un' antica famiglia di cavalieri, il 20 marzo del 43 a. C.

Alcuni anni dopo, ad Azio (31 a. C.), Ottaviano sconfiggeva Antonio: terminava cosi il lungo e sanguinoso periodo delle guerre civili e iniziava l'eta del principato di Augusto. Il nipote di Cesare, infatti, assumerà prima il titolo di «princeps» (che in latino significa « primo», «il migliore di tutti i cittadi­ni»), poi quello di «Augusto» (cioè «sacro», «venerabile»). Questa nuova forma di governo, il principato, anche se lasciava in piedi le istituzioni repubblicane (senato, comizi, magistrature), di fatto era una monarchia che durò per ben 45 anni, fino alla morte del­l'imperatore Augusto, avvenuta nel 14 d. C.

Durante il principato, Roma, dopo la rovina causata dalle guerre civili, ebbe un periodo di grande prosperità e pace, e ci fu uno straordinario sviluppo della letteratura e dell'arte.

Alcuni fra i più grandi poeti e scrittori latini (Virgilio, Orazio, Livio, Properzio, Tibullo),che a causa delle guerre civili avevano subito gravi danni economici, trovarono in Ottaviano aiuto e protezione: egli restituì loro le proprietà confiscate e promise l'ordine, la fine delle discordie, quella pace tanto desiderata che sembrava perduta per sempre.

In realtà, durante il suo principato, Augusto fece molte guerre, ma esse si svolsero sempre ai confini dell'impero, contro popolazioni straniere, e non fra Romani. Così, dopo la battaglia di Azio, i poeti si rivolsero al «princeps» con gratitudine, come a colui che garantiva loro la pace e una vita tranquilla, nella quale potevano dedicarsi all'«otium», cioè allo studio e all'arte. In cambio, Augusto chiese agli uomini di cultura di celebrare nelle loro opere gli ideali che stavano alla base della sua politica: l'amore per la campagna, il rispetto per la tradizione, il rifiuto del lusso, dei costumi immorali, degli influssi orientali.

Nel frattempo era cresciuta una nuova generazione di uomini, e quindi anche di artisti e di poeti, per i quali gli orrori delle guerre civili rappresentavano solo un vago ricordo: la pace era ormai consolidata, non veniva più vissuta come una preziosa e dolorosa conquista. Questi giovani provavano insofferenza per i progetti di Augusto, che voleva ricreare l'antica repubblica romana, basata sull'amore per gli dèi, sulla famiglia, sulla semplice vita contadina, e desideravano invece un'esistenza agiata, raffinata, di tipo orientale; Roma infatti aveva sottomesso l'Egitto, ma in realtà i costumi, i gusti, le idee, le credenze religiose di quella terra influenzavano profondamente la capitale dell'Impero.

Ovidio, ultimo dei grandi poeti dell'età di Augusto, si fece interprete delle aspirazioni e delle contraddizioni della nuova generazione; forse anche per questo terminò la sua vita in esilio, nelle lontane terre della Scizia.

 

 

 

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Mito e fiaba

6 Agosto 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

 

Non sempre, comunque, è necessario o possibile distinguere il mito dalle altre storie tradizionali, in particolare dalla fiaba: spes­so libri di fiabe contengono storie che altrove sono indicate come miti e antichi miti vengono raccontati come fiabe.

Si possono invece individuare più facilmente gli elementi che il mito ha in comune con la fiaba e quelli per i quali se ne distin­gue. Ecco alcuni elementi di distinzione:

a) Le fiabe raccontano soprattutto la vita, i problemi, le aspi­razioni della gente comune, dei popolo i miti parlano di dèi, di eroi o comunque di figure lontane dalla gente comune per nascita e ambiente.

b)Le fiabe affrontano problemi riguardanti in modo particolare l'ambito familiare: matrigne o sorelle gelose, donne senza figli, genitori poveri che abbandonano i loro bambini.

Il mito tratta «grandi problemi», come la necessità di morire; questioni sociali, come la motivazione dell'istituzione monarchica; problemi morali, come l'obbligo di rispettare gli dèi.

Nella fiaba, gli elementi soprannaturali sono giganti, mostri, streghe, che possiedono oggetti magici (bacchette, polveri, stivali fatati e compiono sortilegi) nel mito compaiono gli oracoli,le divinità immortali, il Destino.

Le fiabe sono ambientate in tempi e luoghi indeterminati e i protagonisti sono indicati con nomi comuni (ad esempio: Caterina la sapiente; La volpe Giovannuzza, Giovan Balento) o con locuzioni nominali che spiegano le loro caratteristiche (ad esempio: Il principe azzurro; La bella addormentata nel bosco;Il gatto con gli stivali); il mito, a volte si svolge in un passato non definito, a volte, almeno per quanto riguarda i miti greci, ha una sua collocazione nel tempo (ad esempio fatti accaduti prima, dopo o durante la guerra di Troia). I luoghi e i personaggi, invece, sono sempre identificati con precisione.

I miti, quindi, hanno una natura pii complessa delle fiabe e in essi sono presenti riflessioni sul mondo, sulla vita, sulla storia dell'uomo e della divinità. Questi racconti tradizionali hanno però anche alcuni elementi comuni:

a) La prova o la missione difficile e pericolosa che l'eroe deve compiere per sopravvivere, per conquistare un regno, per eliminare un malvagio (ad esempio: Perseo deve uccidere il drago; Ercole è costretto a lottare contro Acheloo e Nesso).

b) Il motivo dell'«unico superstite» per cui solo l'eroe protagonista riesce a salvarsi e a superare le prove ad esempio: Ulisse è l'unico a salvarsi nel viaggio di ritorno da Troia; Ippomene è l'unico dei pretendenti alla mano di Atalanta che non viene ucciso).

c) Il ricorrere del numero tre o dei suoi multipli (ad esempio: Venere dà ad Ippomene tre mele d'oro; le Muse sono nove sorelle; Ercole compie dodici fatiche).

d) Il premio finale, per cui l'eroe riceve in premio un regno e si sposa la figlia del re (ad esempio: Perseo sposa Andromeda; Erco­le, Deianira; Ippomene, Atalanta).

e) La presenza di una moglie bisbetica che tiranneggia il mari­to (ad esempio i litigi fra Giove e Giunone).

f) La trasformazione e il mascheramento (ad esempio: Giove si trasforma in pioggia d’oro; Mercurio si traveste da pastore).

La presenza di questi elementi comuni è dovuta al fatto che mito e fiaba vengono soprattutto agli inizi raccontati a voce, quindi sono figli entrambi della stessa tradizione orale.

Chi narra una storia deve avere la capacità di tenere alta l'at­tenzione del suo pubblico, perciò i cantastorie fanno ricorso ad espedienti che permettono a chi ascolta di seguire agevolmente il racconto, di stupirsi, di immedesimarsi nel protagonista.

Anche nel narrare i miti, che riflettono problemi più com­plessi e profondi di quelli delle fiabe e degli altri racconti tradizio­nali, vengono usati gli stessi espedienti narrativi e probabilmente la sopravvivenza di certi miti rispetto ad altri dipende anche dall’efficacia con la quale questi meccanismi sono usati nella crea­zione della storia.

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Il mito

30 Luglio 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

I miti originari, anche greci e romani, non sono quelli conte­nuti nei testi poetici giunti fino a noi.

Il mito ha un argomento, una trama fissata a grandi linee, dei personaggi che ogni poeta può trasformare e rielaborare. Queste trasformazioni e rielaborazioni hanno un autore, il mito no: esso viene trasmesso oralmente da una generazione all'altra, senza che si sappia chi lo ha creato; la sua storia si perde nel tempo e nello spazio. Per questo il mito è un «racconto tradizionale».

Quindi anche le storie narrate da Omero, e da altri grandi poe­ti greci, provengono da un passato lontanissimo, di cui si è perduta ogni traccia. I miti originari sono racconti trasmessi oralmente, una forma particolare del «raccontar storie»; e queste storie sono così affascinanti e importanti per gli antichi da venir tramandate di generazione in generazione, fino a raggiungere la forma scritta.

Perché proprio alcuni racconti sopravvivono attraverso i seco­li mentre tanti altri vanno perduti? Molto probabilmente per la bellezza della storia in quanto tale e per l'importanza che essa ri­veste presso il popolo che ne è l'autore. I miti, infatti, vogliono esprimere delle leggi eterne, che spiegano la nascita del mondo e dell'uomo, degli animali e delle piante, della società e delle sue istituzioni; raccontano fatti accaduti in epoche primordiali, fuori dal tempo, in seguito ai quali l'uomo è diventato quello che è, cioè una creatura che deve nascere, crescere, invecchiare, morire; motivano l'esistenza di alcuni riti e definiscono i rapporti fra dèi e mortali.

Il mito è quindi una storia piacevole da ascoltare, cioè ben riuscita dal punto di vista della narrazione, che trasmette messaggi importanti riguardo alla vita in generale, e alla vita nell'ambito della società, in particolare.

In una civiltà che non usa la scrittu­ra, i racconti rappresentano la principale forma di comunicazione fra persone della stessa età e fra giovani e anziani, sono un modo per istruire, per tramandare conoscenze e valori, una specie di sa­pienza ereditata dai passato: la memoria è uno strumento impor­tantissimo per trasmettere la cultura di un popolo.

Una figura di grande rilievo in questo tipo di società è «ae­do», il poeta girovago, simile al cantastorie medievale, che cono­sce moltissimi racconti e va in giro a narrarli, accompagnandosi con la cetra. Queste storie, destinate soprattutto ad allietare le se­re dei ricchi signori del tempo e dei loro ospiti, possono durare per ore e vengono perciò ogni volta trasformate e ampliate.

Così, passando di bocca in bocca, di generazione in genera­zione, i miti si sviluppano e si arricchiscono, mutano nei partico­lari perché cambiano gli interessi e le caratteristiche di chi ascolta; i temi centrali invece, i messaggi universali che questi racconti vo­gliono trasmettere, rimangono costanti nel tempo.

Oltre ai miti, esistono altre storie tradizionali che hanno delle caratteristiche proprie e particolari: le saghe, le leggende, le favole e le fiabe.

In generale, per «saga» si intende il racconto o la storia ro­manzata di una famiglia o di un gruppo (ad esempio la saga dei Nibelunghi); la leggenda, invece, parla di un evento storico non troppo lontano nei tempo, che é stato rielaborato dalla fantasia popolare (ad esempio la leggenda della fondazione di Roma; le leggende riguardanti la vita di Carlo Magno); la favola è caratte­rizzata dalla presenza di animali o cose che pensano o agiscono come uomini e ha scopi moraleggianti (ad esempio le favole di Fedro, Esopo, La Fontaine); la fiaba, infine, è una storia di intri­ghi, nella quale sono presenti mostri, giganti, esseri fantastici co­me fate, streghe, gnomi… (ad esempio le fiabe dei fratelli Grimm).

 

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La mitologia classica

23 Luglio 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #miti e leggende, #sezione primavera

 

 

 

 

«Mito» e «Mitologia» sono due parole di origine greca e per gli antichi greci «mito» significava semplicemente «racconto», «storia»; la «mitologia» era l'insieme di questi racconti. Per noi, oggi, la mitologia classica è l'insieme dei racconti mitici di origine greca e romana, appartenenti a epoche diverse.

La mitologia greca è più ricca di quella latina e la influenza moltissimo; tuttavia anche la mitologia romana ha mantenuto una sua originalità e ha conservato e rielaborato storie antichissi­me, precedenti al contatto con i Greci, come le vicende di Romolo e degli Orazi. La mitologia greca, d'altra parte risente delle in­fluenze delle civiltà del Mediterraneo e dell'Oriente (Cretesi, Si­riani, Sumeri, Assiri, Babilonesi, Ittiti...); anche questi contributi esterni, però, hanno raggiunto la loro espressione più alta proprio nell'incontro con la cultura dei Greci, per cui oggi, comunemente, la parola «mitologia» è sinonimo di «mitologia greca».

Quando gli antichi Greci parlavano di miti, si riferivano alle storie tradizionali degli dei e degli eroi, senza preoccuparsi di di­stinguere gli elementi di verità da quelli puramente fantastici pre­senti in esse. Solo nel v secolo a. C., storici come Tucidide e filo­sofi come Platone separarono la narrazione di fatti reali dal sem­plice racconto, il ragionamento logico dal mito, che spesso era opera di fantasia e quindi non veritiero.

Il significato che hanno oggi per noi espressioni come «il mito del successo» o «il mito della razza», derivano proprio da questa interpretazione dei mito come idea nella quale si crede profonda­mente, ma che è altrettanto profondamente falsa.

 

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Miti e leggende per tutte le età!

16 Luglio 2018 , Scritto da Laura Nuti Con tag #laura nuti, #sezione primavera, #miti e leggende

 

 

 

 

 

Ragazze, ragazzi, bambine, bambini e adulti di tutte le categorie (genitori, parenti, amici, conoscenti …), CIAO! Se – come me - siete innamorati dei miti, delle leggende, delle fiabe,  insomma di tutte le “grandi storie” che le persone si raccontano da quando è nato il mondo, questo è il posto giusto per voi.

 

Chi sono io? Mi chiamo Laura, insegno alla scuola media Mazzini di Pisa, e mi piace moltissimo la mitologia classica: i miti greci e romani (ma anche le fiabe e le leggende) sono da sempre la mia grande passione.

 

Nessuno sa chi abbia inventato le “grandi storie”. Miti, leggende e fiabe hanno attraversato il tempo  (secoli, millenni …) e lo spazio (stati, continenti …) passando di bocca in bocca, di racconto in racconto fino a quando “qualcuno” non ha deciso di scriverle. Così sono giunte fino a noi. Di questo “qualcuno” che le ha scritte (Omero, Ovidio, i Fratelli Grimm) noi conosciamo il nome, dell’autore “vero”, di chi per primo le ha raccontate, no. Queste storie  perciò sono un po’ di tutte le donne e gli uomini del mondo, da quando il mondo esiste.

 

Ma perché proprio alcune storie arrivano fino a noi mentre tante altre vanno perdute? Perché sono storie molto molto belle e molto molto importanti. Non a caso vengono chiamate “grandi”!

 

Per questo mi è venuta voglia di raccontare alcuni miti presenti nelle Metamorfosi del poeta latino Ovidio, scelti fra quelli che spiegano l’origine di animali, piante e fenomeni naturali. Ho voluto raccontarli in modo “leggero”, senza però tradire la splendida scrittura di Ovidio.

 

Ogni settimana troverete in questo blog alcune di queste storie. Vi piaceranno? Spero tanto di sì. Fatemi sapere …

 

A PRESTO

 

 

 

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In arrivo la "Patente del lettore" per i più piccoli!

11 Maggio 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #sezione primavera

In arrivo la "Patente del lettore" per i più piccoli!

Da ieri in libreria per De Agostini Libri i primi sei volumi della nuova collana Io leggo da solo, sei fiabe dedicate ai piccoli lettori per avvicinarli gradualmente al piacere della lettura e trasformarli in Lettori patentati. La collana è accompagnata da due importanti iniziative: la ‘Patente del Lettore’ e l’App.

I LIBRI - La nuova collana pensata per i bambini che si avvicinano per la prima volta alla lettura autonoma, è composta da libri ideati con testi brevi con un lessico facile e qualche parola ‘sfidante’, sono scritti in stampatello e riccamente illustrati, ricercando una stretta corrispondenza tra il testo e l’immagine per facilitare la comprensione e agevolare l’approccio alla lettura.
I titoli che compongono la collana: La regina delle nevi, Cenerentola, I tre porcellini, Hänsel e Gretel, Pinocchio, Cappuccetto Rosso.

LA PATENTE DEL LETTORE – In ogni libro della collana è presente una ‘patente’ che i bambini possono ritagliare e un bollino che possono staccare e posizionare nell’apposito spazio sul cartoncino. Una volta completata la collana e attaccati tutti gli adesivi sulla patente, il giovane lettore potrà consegnarla all’insegnante. Ogni quindici patenti raccolte, De Agostini regalerà una fornitura di libri per la biblioteca scolastica.

L’APP – Con l’acquisto di ogni libro, gli utenti avranno la possibilità di scaricare gratuitamente l’applicazione dedicata. Le attività da svolgere saranno tantissime, tra cui l’ascolto del libro, la registrazione della propria lettura con la possibilità di riascolto della propria voce e tantissimi giochi dedicati per stimolare la fantasia e l'interazione degli utenti.

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Sezione primavera: Giulia Pacella

6 Gennaio 2015 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto, #sezione primavera

Sezione primavera: Giulia Pacella

Anche noi abbiamo appeso al caminetto del nostro blog la calza. E quest’anno la Befana ha voluto farci una sorpresa: un gioiellino inatteso. Giulia, già frequentatrice della #sezione primavera, ci ha regalato un delizioso racconto sul bullismo, croce dolorosa degli adolescenti.

Immagina di essere una liceale alle prese col “branco”, e riesce a delineare caratteri, personaggi, atmosfere, utilizzando il dialogo, descrizioni, riflessioni personali, con abilità e disinvoltura. Tra la marea di scrittori, talvolta sciatti e improvvisati, questa ragazzina non ancora tredicenne, ci fa ben sperare per il futuro della nostra letteratura" (Ida Verrei)

Di Giulia Pacella, 12 anni

L’omertà è un comportamento che vieta di denunciare i colpevoli di reati ed è tipico della mafia e della camorra. In questi giorni, la nostra professoressa di lettere, ha dato da leggere a tutte le terze del liceo classico Alessandro Manzoni “Il Pannello”, un racconto dello scrittore napoletano Erri De Luca. È ambientato nel 1967-1968 e parla di alcuni ragazzi di un liceo napoletano che, per poter vedere le gambe di una giovane supplente, svitano il pannello che si trova davanti alla cattedra. Tutti i professori li rimproverano e minacciano di sospendere tutta la classe, i ragazzi allora si sentono vittime di un’ingiustizia e decidono di coprire i due colpevoli, nonostante i rischi. Solo il loro professore di latino e greco, invece di sgridarli, spiega la differenza tra omertà e solidarietà, facendo loro capire la violenza che avevano usato su quella giovane ragazza al suo primo incarico. A quel punto la classe decide di scusarsi pubblicamente e alla morte di questo grande professore si ricorderanno di quella lezione come il passaggio tra l’adolescenza e l’età adulta.

Non ho ancora finito di leggerlo, anche se le mie amiche dicono che è inutile, io vorrei finirlo perché mi piace molto leggere. A Chiara e a Beatrice non piace lo studio. Loro due sono stupende, Chiara ha due occhi azzurri da mozzare il fiato e Beatrice ha i capelli rossi, sono i più belli della scuola! Nonostante io sia molto diversa da loro faccio finta di essere cosi. A parte per l’aspetto fisico. Per quello non ci posso fare niente. I miei occhi sono marroni e i miei capelli color caramello. Non sono nulla di così speciale. E poi con il nome che mi ritrovo … Caterina, non riesco nemmeno a pronunciarlo, fortuna che tutti mi chiamano Cate…

La mia storia inizia una mattina di ottobre, ero con le mie amiche, io stavo chiacchierando con Chiara, e Beatrice stava finendo una sigaretta, quando si fermò a fissare una ragazzina del primo. Aveva i capelli a caschetto ed era un po’ cicciottella. Beatrice buttò la cicca a terra e ci fece cenno con la testa, io e Chiara ci lanciammo un’occhiata, una cosa era sicura: lei a differenza di me sapeva cosa voleva fare Beatrice…

Ci fermammo davanti alla ragazzina ma lei ma non ci notò finché Chiara non le tolse l’i phone di mano. A quel punto alzo la testa disorientata e Beatrice fece un ghigno divertito. Io la imitai. “Cosa stai facendo?” chiese la tredicenne, “oh … niente volevo solo attirare la tua attenzione…” poi Chiara fece cadere l’i phone a terra, rompendo cosi lo schermo. “Ops …” disse Beatrice. Io e Chiara ridemmo divertite. Cosa stavo facendo? “Dacci la tua merenda…” disse Bea. La ragazzina prese la merenda dallo zaino e la porse a Chiara. “Come ti chiami?” continuò Chiara. Uffa, non si erano già divertite abbastanza?! “Alice…” neanche lei, come me, capiva dove voleva arrivare Chiara. “Bene ALICE … torneremo” , si girarono per andarsene e prima di farlo anche’io, la guardai negli occhi per un breve istante. In quegli occhietti non c’era rabbia … ma paura. Per un secondo anche io ebbi paura. Di me stessa.

Questo episodio si ripeté periodicamente tutti i giorni. Poi, un giorno, all’uscita, le mie amiche si spinsero troppo oltre.

Alice era da sola all’ingresso, quando Beatrice si avvicino a lei e le fumò in faccia. La ragazzina tossì e Beatrice sorrise. Un sorriso pieno di cattiveria…

“Hai mai fumato tesoro?”

“No …” rispose Alice un po’ turbata.

“Bene. C’è sempre una prima volta …” disse porgendole la sigaretta. Appena disse quelle parole la raggiunsi.

“Non voglio …” disse lei schifata.

“Non ti conviene far arrabbiare Bea tesoro …” disse Chiara, che era appena arrivata dietro di me.

Alice prese la sigaretta e fece un tiro. Appena ebbe buttato il fumo fuori, tossì.

“Ti è piaciuto?” chiese Beatrice sarcastica. Chiara rise.

“Basta, vi prego …” disse quasi in lacrime.

“Okay … adesso mangiatela …” disse Chiara. A quel punto persi le staffe e mi misi in mezzo.

“Basta ragazze! Avrà tredici anni. Andiamocene.” Beatrice mi mandò uno sguardo di ghiaccio, ma Chiara fece una faccia turbata, come se si fosse resa conto adesso di ciò che aveva detto e fatto.

“Sì, dai Bea, andiamocene …”

Beatrice buttò la sigaretta addosso ad Alice, si voltò e ci seguì. Mi sembrò che Alice avesse detto “grazie” ma non ne ero sicura così, non mi voltai.

La sera di Halloween però successe qualcosa di grosso.

Alla festa c’erano le prime, le seconde e le terze. Stavamo ballando quando Beatrice strattonò me e Chiara fuori dalla discoteca e indicò la ragazzina che camminava, suppongo verso casa, tutta sola, Alice. Quando fummo a due passi dalla sua schiena Beatrice disse: “Ehi Alice, come va?” lei si girò e Chiara le lanciò un schiaffo. Lei cadde a terra. Beatrice le tirò un calcio nello stomaco.

“Basta! Basta!” gridai, ma Chiara mi fece gesto di sloggiare e Beatrice mi ignorò continuando a tirare calci nello stomaco di Alice.

Corsi dentro la discoteca e cercai Fabrizio, il fidanzato di Beatrice nonché mio migliore amico.

Mi aggrappai al suo braccio e lui, vedendo la mia espressione preoccupata, chiese: “Cosa succede Cate!?”

“Non c’è tempo per spiegare ….”

Quando io e Fabrizio fummo fuori, Beatrice la stava tirando per i capelli. Fabrizio corse e la spinse via, cosi lei si ritrovò a terra. “Cosa fai!?” urlò Beatrice furiosa. lui alzò Alice e le tolse i capelli dalla faccia mostrando il suo visetto pieno di lacrime, rosso e sporco di terra. Poi mi porse la sua manina grassottella e disse. “ Portala a casa … io parlo con loro …” Feci cenno di sì con la testa e misi un braccio intorno alle spalle di Alice.

“Grazie di tutto …” disse mentre camminavamo, “scommetto che mi avrebbero ucciso se tu non le avessi fermate …” Mi sentii un mostro. Io non l’avevo salvata. Io ero esattamente come loro. Tuttavia dissi altro. “Tranquilla non ti toccheranno più”. Sorrise.

Davanti a casa sua l’abbracciai e lei entrò nel palazzo, cosi me ne tornai a casa con il senso di colpa fin dentro le ossa.

Non riuscivo a dormire. Mi sentivo male, avevo già vomitato due volte da quando ero tornata a casa. Cosi decisi di mettermi sul divano a leggere “Il Pannello”. Arrivai alla parte in cui il professore fa il discorso. Mi fece pensare. Io stando zitta per ciò che avevano fatto quelle due ragazze, che io definisco “amiche”, non ero solidale. Facevo come fanno le persone quando, per esempio assistono alla morte di una persona uccisa da mafiosi, e non dicono nulla. Ma ci sono molte persone che dedicano la loro vita per il loro ideale: un mondo senza mafia. Qual è il mio ideale? Io ce l’ho un ideale? Forse sì, forse avevo trovato il MIO di ideale.

Il giorno dopo non salutai le mie due “amiche”. Salutai solo Alice che mi rispose con un sorriso e un gesto della mano. Entrai a gran passo in sala professori, finché non vidi la mia prof. di lettere. “Caterina! Cosa ci fai in sala professori?!”

“Prof devo parlarle … in privato …” dissi, vedendo che altri professori ci guardavano.

“Okay …” Ci chiudemmo in una piccola stanza. “… dai su raccontami …”

Le raccontai tutto, dal semplice furto della merenda, poi l’episodio della sigaretta e poi il pestaggio di Halloween.

“… Ho deciso di dirlo a lei perché ieri sera ho finito di leggere “Il pannello”. Mi ha fatto riflettere su quale fosse il mio ideale, la mia battaglia da combattere… forse la mia battaglia è contro il bullismo… chi lo sa? Ma vorrei che lei mi aiutasse. Perché per quanto questa battaglia possa sembrare piccola, è troppo grande per chiunque…”.

Ci furono dieci secondi di silenzio.

“Caterina, se tu pensi che questa sia la tua battaglia, combattere il bullismo, vincila.

Le battaglie o si vincono o si perdono. Sii te stessa e la gente ti ascolterà. Vuoi essere una grande persona? Puoi ancora esserlo. Cambia strada, Caterina. Tutti possono farlo. E tu ne hai il diritto.”

Uscii dalla sala-professori un po’ confusa sul da farsi, ma quando mi ritrovai faccia a faccia con Beatrice, non ebbi dubbi: “Tocca un'altra volta una ragazzina e racconto a tua madre chi sei veramente… non credo sarà molto contenta…” Feci un sorrisetto soddisfatto e incrociai le braccia al petto per sfidarla. Dopo un po’ lei abbassò lo sguardo, girò sui tacchi e se ne andò.

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Sezione primavera: Nené

16 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto, #sezione primavera

Marlene Castagnini, per gli amici Nené, è nata (beata lei) il 26 maggio del 2000, a Piombino, dove risiede. Frequenta le scuole medie, nel tempo libero si diletta con la danza e la scrittura, compone poesie e brevi racconti di taglio onirico - fantastico. “Ho iniziato a scrivere lo scorso inverno. La scrittura mi ha fatto provare un senso di leggerezza e di libertà”, dice. Marlene deve ancora crescere, certo, non è una scrittrice nel vero senso della parola, ma è una ragazza che si diletta a usare le parole, cercando di imbastire una trama sufficientemente articolata. Il breve racconto che segue ci porta nel centro storico di Piombino, a contatto con lo struscio dei ragazzini, nel pieno di una storia fantastica, a tratti persino horror, con un imprevedibile virata romantica. A mio parere è un buon inizio per Marlene, se si considera che non ha ancora compiuto 13 anni. Voi che ne dite? (Gordiano Lupi)

Pomeriggio d’estate

Un sabato pomeriggio d’estate, caldo e tranquillo, mi ero data appuntamento con i miei amici davanti al nuovo negozio di vestiti del centro. Arrivai per prima, feci passare i minuti fissando un paio di meravigliosi leggins leopardati che tanto desideravo. Ero così assorta che non sentii neppure arrivare il resto del gruppo, nonostante i ragazzi urlassero e si prendessero in giro. Sabrina mi abbracciò alle spalle. Mi voltai. Vidi che si erano riuniti davanti al negozio, si rincorrevano e, come spesso accadeva, si prendevano gioco delle persone anziane.

-Siamo tutti? - chiesi a Sabrina.

- Tutti. Ginevra non viene. È dal dentista. Alessandro è malato.

-Bel modo di passare una giornata come questa - ironizzai - Andiamo ragazzi. Siamo tutti!

-Ciao Marina!- gridò Giacomo. Lui per me era qualcosa in più di un amico. Mi piaceva. Era un bel ragazzo dai capelli crespi, castani, i suoi occhi color smeraldo erano uno spettacolo.

- Quando sei arrivata? - mi chiese perplesso.

- Molto prima di te, sicuramente!- dissi abbracciandolo.

Fra una battuta e l’altra, cominciammo lo struscio in Corso Italia, urlando come idioti. Giunti alla fortezza del Rivellino, decidemmo di andare nella piazzetta di Marina. Mi piace l’atmosfera di Marina: è un posto tranquillo, in riva al mare, e poi il tramonto è un vero spettacolo. Inoltre si chiama proprio come me!

Arrivati sul posto subito ci rendemmo conto che le panchine erano libere e che la fontana era vuota. La fontana di Marina non è come tutte le altre. Non sembra una piscina formata dagli zampilli d’acqua. No davvero. Pare una piccola struttura in metallo fatta apposta per mettersi a sedere. Corremmo a prendere i posti migliori. Restammo quasi mezz’ora seduti a scherzare, fino al tramonto del sole. Ci gustammo il breve spettacolo, quindi tornammo verso il corso, passando per piazza Bovio. Fu in quel momento che un amico propose: - Facciamo un salto alla Tolla! -. L’idea non mi andava per niente a genio. Sapevo bene che voleva andare a vedere una casa che tutti consideravano infestata.

- Non è una buona idea. Non è prudente andare laggiù, specie adesso che è buio - dissi. Mascherai il nervosismo e aggiunsi: -Perché non restiamo un po’ in giro? Magari andiamo all’Euronics e proviamo i televisori in 3D…

- No davvero. Non voglio perdere l’opportunità di andare alla Tolla. Ci sarà da divertirsi. - disse Giorgio con sarcasmo.

- Certo, magari potresti essere travolto dal crollo della casa! - risposi. Cercavo ogni scusa per non andare in quel posto. Non sono un tipo pauroso, ma la Tolla non mi piace, è un posto che odio. Gli amici che c’erano andati, raccontavano cose spaventose e raccapriccianti sul conto di quella casa. Verità? Fantasia? Non lo sapevo ma non volevo verificare di persona.

Le mie lamentele furono inutili. Andammo alla Tolla.

Quando fummo vicini alla casa ci trovammo davanti una grande rete di metallo e filo spinato. “Meno male, così non potre...”. Non terminai la frase. Andrea alzò la rete e indicò un piccolo passaggio.
-Muoviamoci. Non abbiamo molto tempo!- disse guardandosi intorno-
Entrammo tutti. Andrea e Giorgio estrassero alcune torce. Lo sapevo che quei due erano d’accordo!

-Tenete- disse Giorgio porgendo le torce- Ci divideremo in gruppi: Marina, Giacomo e io staremo al piano di sotto, gli altri, invece, con Andrea. Mi raccomando: restate uniti! -

Disse queste parole con tono di superiorità. Mi faceva così rabbia che gli avrei tirato un ceffone! Passammo sotto un corridoio naturale composto da alberi secolari e raggiungemmo la porta della casa. Andrea si avvicinò con fare spavaldo e spinse la porta che si aprì cigolando. Entrammo lentamente, mentre il pavimento di legno, reso logoro dal tempo, scricchiolava sotto i nostri passi.

-Seguitemi- disse Andrea al suo gruppo - Andiamo piano.
-Noi invece andiamo di qua - disse Giorgio indicando una stanza buia- E restiamo uniti!

-L’hai già detto! Non siamo mica scemi!- dissi. “Soltanto un gruppo di idioti come noi possono entrare in una casa come questa...”, pensavo. Il mio ragionamento fu interrotto da strani rumori. Mi venne la pelle d’oca, diventai pallida e iniziai a mordermi il labbro inferiore, come mi accade sempre quando sono nervosa.

-Andiamo a vedere- disse Giorgio cercando di fare il grande. Ma la sua voce tremante lo tradiva. Ci avvicinammo alla stanza dalla quale proveniva lo strano rumore e aprimmo la porta.
La stanza era vuota. C’era solo un tavolo con un grammofono che suonava!
-Bimbi, voglio uscire!- dissi terrorizzata.

-Aspetta un secondo. Voglio capire cosa succede- fece Giorgio, perplesso.

-No! Voglio uscire! Fosse l’ultima cosa che faccio!-

A Giorgio non importava quel che dicevo. Continuava ad avvicinarsi. Illuminò il grammofono, ma non vidi nulla perché lui mi faceva ombra con il suo corpo. A un tratto, senza un motivo apparente, si fermò e iniziò a tremare. La sua reazione mi fece paura. Mi avvicinai. Lentamente. Quando gli fui accanto, posai la mia mano sulla sua spalla e gridai come una dannata.

Il grammofono sputava sangue! La stanza grondava sangue, un liquido denso, rosso e puzzolente. Il sangue mi bagnava persino le scarpe.

-Usciamo subito!- urlai tirando via Giorgio- Sabri! Uscite immediatamente, svelti!

Uscimmo dalla stanza. Sabri e gli altri erano scesi spaventati.

-Che succede?- chiese Andrea nervoso.

-Non c’è tempo per le spiegazioni, scappiamo!- urlò Giacomo correndo ad aprire la porta.

Ma dopo aver fatto qualche tentativo, iniziò a balbettare:- Ra-a-gaz-zi-si-a-m-ochi-usi!-.

-Tranquillo- gli dissi -Usciremo da qui! Giorgio, Andrea afferrate quelle tavole di legno e sfondate la finestra!- dissi prendendo in mano la situazione. Si unirono Sabrina e gli altri per dare man forte, mentre io cercavo alcune pietre per sfondare la finestra.
Andrea riuscì a rompere il vetro.

-Forza!Tutti fuor...- ma non finì la frase. Dalla stanza dove avevamo trovato il grammofono uscì una persona: era malconcia, aveva la barba e i capelli lunghi. Sembrava un barbone. Ma i barboni di solito non brandiscono pistola e coltello per ucciderti.

-Non uscirete più, mi dispiace - disse con voce roca.
Sabrina gridò terrorizzata gettandosi dalla finestra. Tutti gli altri la seguirono. Io restai per ultima, subito dopo Giacomo. Quando lui uscì, mi lanciai senza pensare. Ero quasi fuori quando qualcuno mi afferrò per il braccio.

-Lasciami!- urlai con le lacrime agli occhi.

- Non posso - disse il vecchio alzando il braccio che brandiva il coltello, pronto a colpirmi.

-La prego, non mi faccia del male. Non dirò niente!- supplicai, piangendo lacrime di terrore. “Addio mondo. Accidenti a me e quando ho accettato di venire...”, pensai. Mi preparavo a una morte lenta e dolorosa. Ma il colpo non arrivò. Svenni, dopo aver udito uno strano rumore, ma quando aprii gli occhi vidi il barbone disteso in terra, mentre ero tra le braccia di Giacomo e correvamo verso l’uscita. Al recinto, passai sotto la rete. Aspettai Giacomo, che mi prese per mano e mi portò via. Arrivammo a casa sua, approfittando del fatto che i genitori erano fuori, salimmo e mi fece cambiare. Indossai una sua felpa sopra i miei pantaloni verdi. Ero ancora scossa dall’accaduto ma accanto a lui mi tranquillizzai facilmente.

-Vorresti uscire?- mi chiese.

-Non so. Sono terrorizzata. Vorrei restare ancora un po’ qui...

-Non c’è problema- disse, sedendosi con me sul letto. Poi mi passò il braccio attorno la schiena. Mi voltai lentamente e lo guardai negli occhi. I suoi splendidi occhi.

-Sei così bella - mi disse. Poi si avvicinò e mi baciò.

Niente fu come mi ero immaginata. Era tutto più bello, più dolce. Più reale. Nonostante i fatti orribili di un’assurda giornata, riuscii a non pensare a niente, lasciando spazio solo a cose piacevoli. Passai l’intero pomeriggio in estasi. Eravamo soltanto noi. Io e Lui.

Marlene Castagnini

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Sezione primavera: Ascanio

11 Giugno 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #sezione primavera, #racconto

Un'avventura fantastica

di Ascanio Panarese (8 anni)

Un tempo un ragazzo di nome Oliver viveva con sua madre Delyne, con suo padre Cristopher e con suo fratello minore Jonathan. Oliver era un contadinello così povero da non poter neanche andare a scuola. I suoi occhi erano così azzurri e così brillanti che sembravano gemme illuminate dal sole; i suoi capelli invece erano più neri dei carboni. Era magrissimo dal momento che non aveva un soldo e doveva nutrirsi con il poco formaggio che la famiglia produceva, era smilzo e quasi gli si vedeva la gabbia toracica, ma con quel poco che aveva era comunque felice. La mamma era molto brava nel cucire i vestiti e con un po’ di lana riusciva a creare gli unici vestiti che lei, il marito e i figli portassero. Il padre, per quanto possa sembrare strano, era forte, robusto e veloce, in più alcune volte aveva mandato via gli uomini delle vicinanze che avevano cercato di rapire Oliver e suo fratello. Infine c’era il fratellino -che dire- era magro, basso e un po’ ritardato, ma, nonostante la sua dura-falsa vita, in cuor suo nascondeva un segreto: era colui che avrebbe guidato “il fratello” sino ai monti Megalitici per sconfiggere il mago che aveva reso suoi sudditi e schiavi i concittadini di Oliver: il suo nome era Perfyd. Ma una sera gli “uomini-rapitori” rapirono il padre e la madre di Oliver, e questi insieme al falso fratello (che però lui ancora non sapeva che fosse tale) scapparono in una campagna vicina. Ora, dovete sapere che quella campagna dove i due si rifugiarono era molto nota, poiché c’è chi sosteneva di aver visto una creatura mastodontica, dagli occhi rosso fuoco, una lingua appuntita e biforcuta come quella di un serpente e zampe robuste con uno spesso strato di grasso e pelliccia, con unghie che sfioravano il metro di lunghezza. Oliver ne udì il verso simile al latrato di un cane e in quel momento a Jonathan si illuminarono gli occhi e, da sotto la sua falsa pelle di umano, uscì fuori una magnifica e splendida creatura che volteggiava nel cielo come una farfalla appena uscita dal bozzolo, emanava un calore piacevole in quella fredda notte e la sua luce poteva abbagliare più di mille persone contemporaneamente perché il suo corpo illuminava come mille soli. Oliver sfortunatamente non riuscì a vederlo, perché dopo un attimo dalla trasformazione di Ulixe (il vero nome del “fratello”) svenne. Bisogna sapere che il mostro che ho descritto prima esisteva veramente, e Ulixe lo sapeva, infatti era stato proprio il mostro a strappargli dal petto il “cor incantesimus”, ovvero l’organo che gli permetteva di praticare incantesimi che, come avrete capito, non poteva più praticare. Al suo risveglio Oliver si ritrovò in un mondo pieno, zeppo fino all’ultimo millimetro di creature come Ulixe. Questi, appena Oliver si alzò, gli spiegò che lui era l’unico in grado di sconfiggere Perfyd; gli spiegò anche che gli uomini-rapitori erano complici di Perfyd e che avevano rapito i loro genitori perché erano della stessa razza di Ulixe. I compaesani, anche loro della stessa razza, si erano sottomessi a Perfyd come un coniglio si sottomette alla volpe. Ulixe gli disse che i Celestien, cioè la razza a cui apparteneva, erano stati sottomessi così facilmente da Perfyd, poiché a loro mancavano due cose che agli umani non mancavano di sicuro: il coraggio e lo spirito d’avventura. Oliver fortunatamente era sia umano che Celestien. Ovviamente col suo cuore onesto e leale accettò di affrontare Perfyd. Così dopo un lungo viaggio attraverso il “canyon de la muerte” e dopo aver attraversato “il passo del pendio roccioso”, arrivò a destinazione: “la tierra de mezzo”. Questa era desolata, disseminata di vulcani che fumavano ceneri color pece, scagliavano a terra detriti simili ad asteroidi. Questa parte remota del mondo fantastico era abitata da hobbit neri, troll con mazze lunghe un metro pronti a fare fuori chiunque avesse provato a rubare la pietra (dopo spiegherò cos’è) e da “mannaris canin” come la creatura della campagna, la stessa con occhi rossi e unghie lunghissime. Ulixe, che conosceva quella terra meglio dei suoi bucorim, cioè fessure sulle gambe dei Celestien usate per deporvi oggetti piccoli, indicò a Oliver la strada per il castello e il Celestien, fifone qual era, ritornò in terra sua. Oliver si avviò e ovviamente sapeva che la pietra non era altro che il cuore degli incantesimi di Ulixe, la fonte della tierra de mezzo. S’incamminò verso il castello alto e maestoso, con torri che superavano i duecento metri, ed entrò. Una volta dentro s’incamminò verso la sala del trono dove, come pensava sin dall’inizio, era seduto sulla poltrona in diamante Perfyd, dalla lunga barba nera e dal viso severo. Subito si accorse della pietra posata su un piatto d’oro abbagliante. Immediatamente la prese e con la pietra di Ulixe e con la sua divenne addirittura più forte di Perfyd e dopo aver formulato un “divisocorpum” uccise Perfyd e con questo crollò il suo maestoso impero che per anni era stato considerato la città dei mondi del regno fantastico, come da noi, tanto tempo fa, Roma fu l’impero più forte. Così i genitori di Oliver vollero restare nel mondo magico e con essi restarono Ulixe e Oliver, la cui vita da un giorno all’altro cambiò e senza nessun lungo preavviso salvò il regno magico e la nostra tanto amata Terra.

Ma un altro oscuro mistero stava per sorgere…

Ascanio Panarese

Istituto comprensivo “G. Mazzini” classe V A

Benevento, anno scolastico 2012-2013

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