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saggi

Il manuale delle Giovani Marmotte

10 Aprile 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Il manuale delle Giovani Marmotte

A giugno del 2013, a quarant’anni dalla prima edizione, il Corriere della sera ha ristampato due storici manuali Disney: il manuale di Nonna Papera e Il Manuale delle Giovani Marmotte.

Facciamo un passo indietro. Chi era bambino a cavallo fra gli anni sessanta e settanta non aveva Wikipedia o Google per informarsi. Imparava sui libri di scuola, che allora si chiamavano sussidiari, ascoltava le fiabe sonore, sfogliava I Quindici, leggeva i best seller nei compendi di Selezione da Reader’s Digest e faceva ricerche scolastiche sulle enciclopedie a fascicoli (La Motta, Le Muse, Galileo), debitamente rilegate e in bella mostra nella libreria di ogni famiglia che intendesse elevarsi dal magma dell’ignoranza.

Ma c’era anche un’altra fonte d’informazione spicciola, piena di spunti originali, di fascino e di avventura: il mitico Manuale delle Giovani Marmotte, nell’edizione del 1969.

La Arnoldo Mondadori ha pubblicato dal 69 all’89 otto volumi, a cura di Elisa Penna (fumettista inventrice di Paperinik) e Mario Gentilini, con le illustrazioni di Giovan Battista Carpi. Nel 91 è uscito anche un Maxi manuale con il meglio dei sei volumi.

Le giovani Marmotte, in inglese Junior Woodchucks, sono un gruppo scoutistico inventato dalla Disney, di stanza a Paperopoli. Ne fanno parte i nipotini di Paperino e di zio Paperone, Qui, Quo, Qua (con i loro berretti alla Davy Crockett) e il capo denominato Gran Mogol.

Se il manuale di Nonna Papera era pensato per le bambine e presentava gustose ricette, indimenticabile e universalmente apprezzato da maschi e femmine resta il manuale delle Giovani Marmotte. Nella finzione, rappresentava il compendio di tutto lo scibile conservato nella biblioteca di Alessandria, giunto fino a noi attraverso numerose peripezie che ne avevano arricchito il contenuto. Vi si trovavano nozioni di storia, geografia, sopravvivenza: dalla costruzione di un ponte, all’accensione di un fuoco, alle traduzioni in varie lingue di una stessa frase. Detto confidenzialmente l’Infallibile, era in dotazione, in formato tascabile, alle giovani marmotte che lo usavano per risolvere casi intricati.

Il manuale effettivo, quello stampato dalla Mondadori nel 69, aveva come protagonisti i personaggi della Disney e costituiva un aiuto pratico per ogni bambino. Possedeva un suo fascino didattico, fra codici segreti (come il leggendario Dada Urka), informazioni su come costruire un aquilone o un fischietto, spiegazioni sull’alfabeto Morse e sui principali nodi. Conteneva, però, anche suggerimenti concreti con intento morale tipico dell’epoca, su come presentare la pagella ai genitori o non abusare del telefono. Era pensato per la vita all’aria aperta e insegnava il rispetto per la natura e gli animali.

Ci faceva sognare avventure più grandi di noi, parlando di civiltà scomparse, geroglifici e luoghi lontani, insegnava come fare cose con le mani (un po’ come il mitico volume numero 9 de I Quindici) facendoci sentire meno soli, suggerendo che, se ci fossimo trovati in difficoltà, abbandonati a noi stessi e senza la presenza di un adulto – magari sperduti in un bosco privi di orientamento - avremmo trovato un sostegno nel libriccino, pronto e tascabile, capace di spiegarci come risolvere da soli i problemi, trovando in noi stessi le risorse, attivando le nostre energie nascoste. Quelle stesse energie che altro non erano se non la forza per crescere e diventare, nel bene e nel male, ciò che siamo oggi.

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Henry Rider Haggard, ovvero chi viene prima di Wilbur Smith?

7 Aprile 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Le miniere di re Salomone

Henry Rider Haggard, 1985

Edizione di riferimento

Donzelli editore, 2004

pp 230

21, 80

Sappiamo tutti che Henry Rider Haggard (1856 – 1925) è considerato a pieno titolo, grazie al ciclo di Ayesha - in particolare al best seller “She”, ma anche a racconti gotico avventurosi come “La signora di Blossome” - il precursore del fantasy e della letteratura d’immaginazione, alla stregua di Lovecraft, Poe, Verne e Stevenson.

Ma ci siamo mai chiesti chi c’era prima di Wilbur Smith, delle cacce, delle savane infuocate, delle lotte tribali fra zulu, del romanzo d’avventura per eccellenza? Ancora lui, Henry Rider Haggard, con la sua famosissima opera “Le miniere di re Salomone”, e il personaggio leggendario di Allan Quatermain.

Sia in “She”, che ne “Le miniere di re Salomone”, l’avventura trova il suo nucleo centrale nel rapporto con la natura selvaggia, incontaminata e vergine ma, soprattutto, nell’esplorazione e nella scoperta di mondi nascosti, “perduti”, in gran voga nel periodo vittoriano, ripresa da Kipling, Conan Doyle, Rice Burroughs, e amplificata in seguito da Holliwood (si pensi a film come “Il mondo perduto: Jurassic Park”). In Haggard si tratta di caverne, contenenti segreti e misteri rimasti sconosciuti ai più (come non pensare alle miniere di Moria?) fin troppo ovvi simboli di discesa nell’inconscio. Non stupisce che il ciclo di Ayesha abbia attirato l’attenzione di Freud e Jung.

I tòpoi della letteratura fantastica sono molti, come l’invecchiamento improvviso di Ayesha in “She”, che ci ricorda quello di Morgana in Excalibur, o lo Spirito della Fiamma che riporta alla scena finale di “Indiana Jones e i predatori dell’arca perduta”. Anche qui è l’abuso di magia che corrompe e distrugge invece di vivificare e rafforzare. Altro topos è l’agnizione, con il riconoscimento di Umbopa /Ignosi come legittimo re dei Kukuana ne “Le miniere di re Salomone”.

Henry Rider Haggard nasce nei pressi di Norfolk, dove trascorre un‘infanzia poco felice a causa della salute malferma e delle difficoltà di apprendimento. Frequenta circoli parapsicologici e si convince di essere egli stesso dotato di facoltà straordinarie. Parte per il Natal dove verrà catturato dal fascino dell’Africa meridionale. Scrive “Le miniere di re Salomone” per dimostrare di saper inventare una storia alla pari con “L’isola del tesoro” di Stevenson, dopo che alcune sue novelle non hanno incontrato il successo da lui sperato. Il romanzo è dell’85 e diventa subito un best seller, seguito da “She”, nell’87.

Rider Haggard viaggia per il mondo, visita l’Egitto, come Wilbur Smith, e il Messico, traendo spunti per nuovi libri e imparando a confezionare velocemente romanzi d’intrattenimento e di successo. Il personaggio di Quatermain dà vita ad altre narrazioni, per la maggior parte inedite in italiano.

Quatermain, detto “Macumazahn”, colui che scruta nella notte, è il modello de “il grande cacciatore bianco”, non anticolonialista ma comunque giusto e buono con gli indigeni. Predatore infallibile ma non sanguinario, si definisce sempre “un uomo mite”, addirittura “un po’ vile”, e trova l’eccesso di massacro vagamente “nauseante.”

Haggard è un colonialista convinto, sente la supremazia bianca come indiscutibile e sono sgraditi per il nostro palato moderno certi suoi atteggiamenti di superiorità verso gli indigeni e certe scene di caccia che hanno la spietatezza di quelle di Hemingway senza averne la bellezza ma, almeno, senza il compiacimento cruento dell’autore di “Verdi colline d’Africa”.

Avventura, poca sottigliezza psicologica, nessun conflitto interiore, grandi scene di caccia e di guerra come si addice alla più tipica letteratura d’evasione. E, tuttavia, a tratti, è presente un’insolita riflessione filosofica sull’uomo, sul suo posto nel ciclo della vita e sulla sua caducità.

Eppure l’uomo non muore finché il mondo, allo stesso tempo sua madre e sua tomba, resta. Il suo nome è certo dimenticato, ma il suo respiro agita ancora le cime dei pini sulle montagne, il suono delle sue parole riecheggia ancora nell’aria; i pensieri nati dalla sua mente li ereditiamo oggi; le sue passioni sono la nostra ragione di vita; le sue gioie e i suoi dolori sono nostri amici… la fine, dalla quale fuggiva atterrito, sarà di certo anche la nostra! Certo l’universo è pieno di spiriti, non velati spettri da cimitero, bensì gli inestinguibili e immortali elementi della vita, che, nati una volta, non possono mai morire.” (pag 143)

Da ricordare che il nostro Emilio Salgari pubblicò con lo pseudonimo di Enrico Bartolini un adattamento del romanzo, dal titolo “Le caverne dei diamanti” nel 1899. Memorabile anche il film del 1950 con Stewart Granger nei panni di Quatermain, e Debora Kerr, sebbene, a detta dello stesso narratore, “non c’è una sola sottana in tutta la storia.”

We all know that Henry Rider Haggard (1856 - 1925) is fully considered, thanks to Ayesha's cycle - in particular to the best seller "She", but also to adventurous Gothic tales such as "The Lady of Blossome" - the precursor of fantasy and imaginative literature, like Lovecraft, Poe, Verne and Stevenson.

But have we ever wondered who was there before Wilbur Smith, the hunts, the savannahs, the tribal struggles between Zulu, the adventure novel par excellence? He,  Henry Rider Haggard, with his famous work "King Solomon’s Mines", and the legendary character of Allan Quatermain.

Both in "She" and in "King Solomon’s Mines", adventure finds its central core in the relationship with wild, uncontaminated and virgin nature but, above all, in the exploration and discovery of hidden "lost ” worlds, In vogue in the Victorian period, created by Kipling, Conan Doyle, Rice Burroughs, and later amplified by Hollywood (think of films like" The Lost World: Jurassic Park "). In Haggard these are caves, containing secrets and mysteries remained unknown to most (how can we not think of the mines of Moria?) All too obvious symbols of descent into the unconscious. It is not surprising that Ayesha's cycle attracted the attention of Freud and Jung.

There are many topoi of fantastic literature, such as Ayesha's sudden aging in "She", which reminds us of Morgana's in “Excalibur”, or the Spirit of the Flame that brings us back to the final scene of "Indiana Jones and the Raiders of the Lost Ark" . Here too it is the abuse of magic that corrupts and destroys instead of vivifying and strengthening. Another topos is agnition, with the recognition of Umbopa / Ignosi as the legitimate king of the Kukuana in "King Solomon’s Mines".

Henry Rider Haggard was born near Norfolk, where he spent an unhappy childhood because of poor health and learning difficulties. He attended parapsychological circles and was convinced that he himself had extraordinary faculties. He leaves for Natal where he is captured by the charm of southern Africa. He writes "King Solomon’s Mines" to show that he can invent a story on par with Stevenson's "Treasure Island", after some of his short stories have not met the success he hoped for. The novel is from 1985 and immediately became a best seller, followed by "She" in 87.

Rider Haggard travels the world, visits Egypt, like Wilbur Smith, and Mexico, drawing inspiration for new books and learning how to quickly make entertainment and hit novels. Quatermain's character gives life to other narratives, mostly unpublished in Italian.

Quatermain, called "Macumazahn", the one who peers into the night, is the model of "the great white hunter", not anti-colonial but still fair and good with the natives. Infallible but not bloody predator, he always defines himself as "a mild man", even "a little cowardly", and finds the excess of massacre vaguely "sickening."

Haggard is a convinced colonialist, he feels white supremacy as unquestionable and has certain attitudes of superiority towards the natives. Some hunting scenes have the ruthlessness of those of Hemingway without having their beauty but, at least, without the bloody complacency of the author of "Green Hills of Africa".

Adventure, little psychological subtlety, no internal conflict, great hunting and war scenes as befits the most typical escape literature. And, however, at times, there is an unusual philosophical reflection on man, on his place in the cycle of life and on his transience.

 

"Yet man does not die as long as the world, at the same time as his mother and grave, remains. His name is certainly forgotten, but his breath still agitates the tops of the pines on the mountains, the sound of his words still echoes in the air; we inherit the thoughts born from his mind today; his passions are our reason for living; his joys and sorrows are our friends ... the end, from which he fled, terrified, will certainly be ours too! Of course, the universe is full of spirits, not veiled cemetery ghosts, but the inextinguishable and immortal elements of life, which, once born, can never die. "

Emilio Salgari published with the pseudonym of Enrico Bartolini an adaptation of the novel, entitled "The caves of diamonds" in 1899. Also memorable is the 1950 film with Stewart Granger as Quatermain, and Debora Kerr, although, according to the narrator himself, "there is not a single skirt in the whole story."

Henry Rider Haggard, ovvero chi viene prima di Wilbur Smith?
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I Fotoromanzi Lancio

31 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

I Fotoromanzi Lancio

In principio fu il feuilleton, il taglio basso dei giornali ottocenteschi, romanzo popolare a puntate, destinato ad aumentare le vendite dei giornali. Poi, nel 1947, un certo Stefano Reda va in giro per le case editrici proponendo l’idea pazza e innovativa di un fumetto che abbia foto al posto dei disegni. Solo la piccola casa editrice Novissima, consociata con la Rizzoli, accetta. Esce Sogno, un giornale di sedici pagine. I soggetti sono di Reda e di Luciana Peverelli, scrittrice di romanzi rosa. Dopo poco anche Arnoldo Mondadori pubblica un albo di fotoromanzi dal titolo Bolero (film). A questi due va aggiunto il precedente Grand Hotel, i cui romanzi, però, erano solo disegnati.

Siamo nel secondo dopoguerra, le storie sono semplici e sentimentali, tante ragazze sognano e imparano a leggere. Le prime narrazioni sono sequenze di film famosi o adattamenti di romanzi della letteratura “alta”, come i “Promessi Sposi” di Manzoni, “I miserabili” di Victor Hugò, o, addirittura, della Bibbia. Col passare del tempo, i soggetti si moltiplicano e, a interpretare i fotoromanzi, sono chiamati personaggi dello spettacolo, come Raffaella Carrà, Giuliano Gemma, Sofia Loren.

Ma sarà la casa Lancio, dopo aver rilevato “Sogno”, a dare l’impulso maggiore al genere. Negli anni sessanta nascono le più importanti testate di questa editrice che diventa sinonimo di fotoromanzo: a Sogno si aggiungono Letizia, Charme, Marina, Kolossal e molte altre.

Il decennio di massimo splendore è quello degli anni 70. Si vendono cinque milioni di fotoromanzi il mese, quindicimilioni di persone li leggono dal parrucchiere, nelle sale d’attesa dei medici, aspettando l’uscita in edicola o il prestito di un’amica.

La categoria che più viene catturata è quella delle tredicenni. Inesperte di sentimenti e di sesso, tutte noi avevamo un’amica appena più smaliziata che ci passava pacchi di fotoromanzi usati, con le pagine arricciate, con i cuori disegnati a penna sulle foto degli attori più belli. Li accoglievamo a braccia tese come un bene prezioso, li tenevano nascosti nelle nostre camerette, perché madri e nonne storcevano il naso di fronte a quelle foto dove un uomo e una donna non sposati comparivano in un letto, distesi l’uno accanto all’altro, con un lenzuolo a coprirli fino alla gola. Ma l’immagine lasciava intuire - e sognare - più di tante esplicite e prolungate scene di sesso nelle nostre fiction odierne, naturale evoluzione del genere.

Espressione della narrativa popolare, sogno allo stato cartaceo e fotografico, i fotoromanzi avevano trame coinvolgenti, avventurose e ricche di sentimenti facili. Le protagoniste erano eroine belle, gentili, con le quali potevano identificarsi ragazze comuni. La loro felicità era insidiata da rivali cattive, dall’eleganza accigliata, sempre predilette da future suocere intriganti. Tutto si risolveva, il lieto fine era assicurato, i cattivi venivano puniti, gli innamorati si sposavano.

Ma, soprattutto, quelli che ci facevano impazzire erano i protagonisti maschili, attori di cui tutte noi appendevamo il poster alla parete. Primo fra tutti lui, l’icona, il bellissimo, la quintessenza della virilità: Franco Gasparri. Occhi verdi, capelli neri, spalle poderose, il fotoromanzo della sua vita s’interromperà a trentadue anni, per una caduta dalla moto che lo costringerà su una sedia a rotelle fino alla sua morte, avvenuta nel 99.

Gli anni settanta, dicevamo, segnano il boom del fotoromanzo, creando miti adorati dalle adolescenti italiane: Katiuscia, Michela Roc, Franco Dani, Paola Pitti, le sorelle Claudia e Francesca Rivelli (Ornella Muti).

Dal nostro paese, il genere del fotoromanzo si diffonde in tutto il mondo, fino all’America Latina e l’India.

Ma dopo l’apice, la decadenza. La lettura dei fotoromanzi scema nella seconda metà degli anni ottanta, soppiantata da altre forme d’intrattenimento popolare, dalle telenovelas alle fiction, e sono questi nuovi generi, da allora in poi, a dirci cosa e come dobbiamo sognare.

I Fotoromanzi Lancio
I Fotoromanzi Lancio
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Milli Dandolo, "Il dono dell'innocente"

14 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Milli Dandolo, "Il dono dell'innocente"

Se non fosse che il libro è ingiallito, picchiettato, slabbrato, se non fosse che l’edizione (Garzanti 1942) è una ristampa dell’originale per i tipi di Treves del 1926, direi che lo stile de “Il dono dell’innocente” di Milli Dandolo è simile a quello di molti autori contemporanei, sorprendentemente moderno per l’epoca, seppur influenzato pienamente dal clima decadente. Non è un caso se la Dandolo, oltre ad essere scrittrice per ragazzi - collaboratrice già a quattordici anni de “Il giornalino” insieme al Vamba di Gian Burrasca - è stata anche traduttrice di capolavori stranieri. Si devono a lei versioni italiane e riadattamenti di Dickens, Maupassant, Katherine Mansfield, Bernardin de Saint Pierre, D. H. Lawrence e Barrie.

Milly Dandolo (1985 – 1946) nacque a Milano ma visse prevalentemente in Veneto, ambientando spesso i suoi romanzi a Venezia. Scrisse poesie, racconti per ragazzi e narrativa per adulti. Di natura inquieta e sensibile, i temi ricorrenti dei suoi scritti sono il dolore, collegato, come in questo caso, all’innocenza dei bambini, e il ruolo fondamentale della maternità per la donna. Sull’onda di un cattolicesimo ortodosso e manicheo, e di un imperativo fascista che voleva le donne mogli e fattrici, viene esaltato il sacrificio materno. La donna vive una condizione di sofferenza, di subalternità, che riesce a sopportare solo attraverso la dedizione e l’amore per i figli. De Amicis trascolora in ideologia.

Le donne della Dandolo non sono eroine ma vittime, incontrano uomini che le stuprano oppure le sposano senza amarle a sufficienza, senza comprenderne l’unicità, la sensibilità, il talento. Sviliscono la loro natura, le rendono sottilmente infelici, rassegnate, rinunciatarie, preda del loro dolore, incapaci di trovare conforto nella fede. I loro compagni sono la fonte dalla loro sofferenza ma non vengono caratterizzati, restano incolori.

La Dandolo fa un passo indietro rispetto alla letteratura rosa di Liala e della Delly, si rifà al tardo ottocento, ad Ada Negri, ma, forse, anche a certe atmosfere irredente della Deledda, a certi crepuscolarismi alla Fogazzaro.

La primavera aveva portato la gioia a tutte le creature del giardino e della campagna, anche alle più meschine. L’erba dei prati era spuntata, lucida e uguale, come una bella seta verde, ma anche i ciuffetti verdi tra le pietre dell’aia si drizzavano lietamente a bagnarsi nella stessa gioia di sole. Le piccole gocce di rugiada tremolavano sulle foglie dei gelsi, e poi cadevano sulle piccole erbe che hanno un nome solo per gli scienziati, e un sapore buono per le giovani galline che correvano qua e là, un po’ pazze e un po’ stupite.”

Lo stile de “Il dono dell’innocente” non è banale e sbrigativo, ci sembra che il narrare abbia una piglio attuale, una fretta moderna - come se Ada Negri avesse assunto l’ipersensibilità di Katherine Mansfield – e, allo stesso tempo, delle pause di un languore decadente, senza bagliori dannunziani, bensì con un afflato di ricerca spirituale che non trova pace nella religione ma è, piuttosto, scavo interiore.

La storia è semplice. Maria sposa Enrico, che può assicurarle un affetto tiepido, una passione trattenuta perché quasi considerata sconveniente, e una vita all’insegna del benessere. Va a vivere nella grande casa dove si aggira l’ombra burbera ma bonaria della vecchia zia di lui. Ha un figlio, un bambino dolce e vitale che la ricompensa della mancata gioia coniugale. Un giorno, però, incontra un vecchio amore, ora suonatore girovago, e si abbandona ad una serie di convegni clandestini notturni nel giardino della villa. Questi appuntamenti amorosi la appagano, non tanto dal punto di vista del sentimento, quanto di un rinnovato slancio vitale, di un rifiorire del corpo e dell’anima che stavano appassendo. Non è un caso se grande risalto è dato al contatto con la natura, all’impatto che essa ha sulla protagonista.

Ad un tratto si accorse che i rami d’abete diventavano nitidi e sottili, quasi fragili, e che una luce bianca passava tra di loro, e bagnava l’aria e la terra, come una rugiada splendente. S’accorse che i grilli cantavano, con sommessa melodia, fitti e vicini, e qualche uccello invisibile rispondeva, ugualmente sommesso. Si sentì avvolgere da un odore misto, con bizzarra dolcezza, di spigo e di resina, di menta e di fieno.”

Viene il momento, però, che, come Anna Karenina, Maria è posta di fronte alla necessità di scegliere: l’amante le chiede di fuggire con lui. Lei non lo fa, troppo debole per affrontare una vita di stenti, troppo legata al figlio per abbandonarlo. L’amante le promette che morirà per lei e, infatti, si lascia uccidere in una rissa fra ubriachi.

Il senso di colpa sommerge Maria, la porta al limite della follia. Per placarlo, confessa tutto al marito, sperando nel suo perdono. L’uomo reagisce con crudeltà, allontanando il bambino dalla madre, e comportandosi con lei con freddezza assoluta e spietata.

“Forse”, pensa Maria, “se lui fosse meno buono saprebbe capirmi.” Ma Enrico “è buono”, e si arroga il diritto di punire e giudicare, è imbevuto di moralismo e sani principi, non sa perdonare e teme l’influenza della donna perduta sul figlio.

Quando Natale è alle porte, il piccolo Fausto, relegato presso una zia, non sopporta più la lontananza dalla madre. Fugge di nascosto per portarle in dono una rosa, il dono, appunto, dell’innocente.

Il bambino viene ritrovato febbricitante, il romanzo si chiude con i genitori al suo capezzale. Forse si salverà, forse no, non c’è dato sapere, l’importante è che il sacrificio umano sia compiuto. Solo l’innocenza monda dai peccati, solo “l’agnello” incolpevole riconcilia e purifica.

Il piccolo Gesù era venuto, anche se nessuno aveva acceso la candelina rosea sul ramo d’abete. E nessuno di quelli che vegliavano il bambino malato, nessuno aveva mai sentito Gesù come in quella notte. Pareva anzi che lo vegliassero tutti insieme, e che udissero il suo respiro.”

Tinte forti d’inizio secolo, certamente, in questo romanzo dimenticato, ma anche un’ incredibile finezza psicologica a rappresentare turbamenti, sensi di colpa, mutamenti dell’animo.

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TRADIZIONE CULTURALE LINGUA E DIALETTO di Adriana Pedicini

8 Marzo 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #cultura

In Europa il latino ha mantenuto fino ai primi dell’Ottocento il suo assoluto predominio come lingua internazionale in campo scientifico e ancora oggi esso è la lingua viva ufficiale della Chiesa cattolica, con cui sono scritte encicliche, bolle, documenti. Le nomenclature scientifiche, soprattutto quelle della medicina, della zoologia e della botanica sono costituite in gran parte da termini latini.

Molte espressioni latine si utilizzano tuttora integralmente in vari contesti: a priori si scarta un’idea, motu proprio si conferisce un’onorificenza, si ritorna allo statu quo, si parla di un individuo sui generis e così via.

Noi parliamo un latino moderno quale si è venuto evolvendo nel corso dei secoli (lo stesso si può dire del francese in Francia, dello spagnolo, del catalano e del portoghese nella penisola iberica, del romeno in Romania: denominate tutte lingue neolatine).

Parole come oro, agosto, vino non sono altro che i vocaboli latini aurum, Augustus, vinum; molte altre parole italiane (voci dotte) sono state prese dal latino dopo essere rimaste abbandonate per molti secoli o dopo essere vissute solo in ambienti colti (aureo, augusto, velivolo).

La sostituzione di lingua di cultura e civiltà, depositaria ed ereditiera di un sapere secolare conquistato lentamente dal pensiero europeo, con le lingue dell’egemonia meramente politico-commerciale, quale è oggi l’inglese, “il gergo inglese –come diceva Schopenhauer- questo vestito per i pensieri rimediato con pezzi di stoffa eterogenei” indica una sovversione profonda di ciò che sono i valori umani, e mostra come il desiderio di potersi intendere nel modo più scarno possibile nei rapporti pragmatici e d’affari abbia completamente surclassato e schiacciato l’esigenza di esprimere con le più sottili sfumature la forza spirituale del proprio pensiero.

Inoltre bisogna ammettere che nella tradizione culturale, più specificatamente letteraria, dei secoli passati e forse fino agli anni ’50, il modello della comunicazione scritta afferente al testo letterario era pressoché ritenuta egemone, era un esempio da non poter sottacere. Anche perché la comunicazione umana trovava in quel contesto il più autorevole sistema e l’ambito più prestigioso di formazione culturale. Siamo molto lontani dai contesti dell’auralità.

Per un lunghissimo periodo, dunque, la comunicazione letteraria ha prevalso su tutte le altre forme di comunicazione e di formazione, ma coloro che fruivano della letteratura, nonché dei valori e codici letterari, era un’esigua minoranza.

Con l’andar del tempo infatti si è costatato che questa supremazia della letteratura non aveva più nessuna radice nella tradizione familiare. Mancava lo spessore storico della memoria che era presente nelle classi colte dal Cinquecento alla metà del Novecento. Sicché la lingua ufficiale, latino o neolatino che fosse, cedeva pian piano il passo alle lingue moderne, e ancor di più alle parlate locali.

Oggi la situazione è ancora più complessa.

Infatti alla letteratura come strumento di comunicazione colta tende ad affiancarsi una serie di altri strumenti di comunicazione, la cui forza espansiva è sicuramente molto alta. Nella maggior parte si tratta di linguaggi fortemente semplificati, come sono tutti i linguaggi in cui alla parola scritta si sostituiscono altri strumenti di comunicazione, ad esempio l’immagine.

Tuttavia, poiché la lingua è di per sé un organismo vivente e dunque dinamico, anche se prescindiamo dal linguaggio letterario, e ci soffermiamo sul quello quotidiano, noteremo che il passare del tempo e le varie necessità del vivere quotidiano hanno influito sull’utilizzo di ogni lingua preesistente per quanto riguarda la durata, la evoluzione e quindi l’esito.

Ne consegue che la consacrazione linguistica degli Accademici deve fare i conti con le necessità impellenti della comunicazione sia scritta che orale, sia popolare che letteraria. Pertanto, mentre da una parte si assiste alla penetrazione nel bagaglio linguistico ufficiale di termini stranieri, dall’altra si deducono diverse persistenze che attraverso il dialetto riconducono proprio alle lingue del passato, e dato la peculiarità del nostro bacino culturale, alla lingua greca e alla lingua latina in primis, per poi essere trasferite nella lingua ufficiale.

Il dialetto col suo lessico peculiare offre lo spunto per spaziare nei campi più diversi, dall’antropologia alle tradizioni popolari, dalla storia alle caratteristiche morfologiche del territorio, fino ad arrivare alla tradizione linguistica.

Spesso gli abitanti di un determinato luogo sono individuati piuttosto che col proprio nome, quasi esclusivamente dai soprannomi in dialetto originati dalle caratteristiche fisiche, dal mestiere che ciascuno svolge o da altre particolari situazioni caratterizzanti. Ovviamente non mancano forti pregiudizi nei confronti del dialetto, considerato ”la lingua” dell’oralità, più povera di mezzi espressivi rispetto a quella ufficiale, meno funzionale, priva di una consolidata tradizione letteraria se non addirittura considerata segno di inferiorità sociale e di diversità culturale.

Invece, al pari della lingua nazionale che è la lingua della cultura ufficiale, dell’amministrazione e della tradizione letteraria, il dialetto ha una struttura linguistica altrettanto complessa e articolata, una propria grammatica e un proprio lessico che spesso è anche più ricco di quello della lingua ufficiale. Soprattutto esso costituisce un bene culturale di primaria importanza a cui bisognerebbe accostarsi come a uno strumento di comunicazione ricco di storia e di cultura.

Il dialetto è lo specchio dell’identità culturale di un popolo che nella tradizione (nel significato etimologico di consegna di cose) ritrova se stesso con l’obbligo di non sperperarla, ma di consegnarla, arricchita delle esperienze di vita, alle generazioni future. Infatti il patrimonio linguistico dialettale ripropone, se non lo stesso contesto storico e istituzionale della lingua d’origine, almeno lo stesso contesto situazionale e psicologico. Ciò vale sia per le formule religiose, sia per le origini del pensiero astratto, per le concezioni spirituali e le radici dei concetti in generale. Dunque il dialetto non è da considerarsi un lingua inferiore, né necessariamente meno colta, ma soltanto una lingua più antica, per meglio dire molto antica.

Se, ad esempio, effettuiamo un’analisi comparata dei termini afferenti agli antichi mestieri, agli strumenti utilizzati nelle antiche opere contadine, agli usi, costumi, tradizioni, giochi, cibi, edifici, canti popolari legati al lavoro, nascite, feste, malattie, morte, riti religiosi, formule apotropaiche, nonché alle parti del corpo umano, alle vesti, calzature, armature e così via e li confrontiamo con i corrispondenti latini e/o greci, noteremo che il passaggio intermedio tra la lingua antica e la lingua moderna è rappresentato proprio dal dialetto.

Naturalmente tali persistenze dialettali sono riscontrabili, con tutte le modifiche consonantiche, nei dialetti che furono e in parte ancora lo sono, gli eredi naturali della cultura e della lingua classiche, come il campano e il siciliano, anche se vi sono state numerose contaminazioni dovuti ad apporti linguistici di diversa provenienza come la spagnola e l’araba.

Proponiamo uno specchietto comparativo tra il greco in traslitterazione, il latino, il dialetto napoletano e l’italiano avvertendo che spesso le vocali non toniche (su cui cioè non cade l'accento) e quelle poste in fine di parola, non vengono articolate in modo distinto tra loro, e sono tutte pronunciate con un suono centrale indistinto che i linguisti chiamano schwa e che nell'Alfabeto fonetico internazionale è trascritto col simbolo /ə/ (in francese lo ritroviamo, ad esempio, nella pronuncia della e semimuta di petit).

GRECO

kome

oftalmòs

us-otos

kefale-kara

kara

------

ris-rinos

stoma-atos

odus-odontos

brachion

palame

dactylos

onyx-nychos

gony-gonatos

pus-podos

kardia-kardias

pleumon- is

persicòn melon

petroselinon

rafanìs

kapros

psylla

apotheke

…….

………

titthòs

…….

thallòs

echo

LATINO

coma

oculus

aurica

caput

cerebrum

cervix

nasus

os-oris/bucca

dens

brachium

palma

digitus

ungula

genu

pes,pedis

cor,cordis

pulmo,onis

malus persica

petroselinum

raphanus

caper

pulex

conditorium

catulus

corrigia

……

testa

thallus

teneo

DIALETTO

--------

Uocchio

recchia

crapa

capa

cerviello

naso

vocca

diente

vrazze

parma

dito

onghia

denocchie

pére

core

permone

perzeca

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Adriana Pedicini

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Giosuè Borsi

6 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Giosuè Borsi

“Città giovine e forte, che il divino

mare accarezza, il vasto ed alto sole,

a Te che cresci in opulenza, vale!

A Te, per carità di Te, m’inchino!”

(Dal sonetto “Alla città natale” di Giosuè Borsi)

Giosuè Borsi (1888 – 1915) nacque a Livorno, nella casa di via degli inglesi. Dovette il suo nome al Carducci, amico del padre. Studiò al liceo classico Niccolini Guerrazzi e si laureò a Pisa.

Così descrive se stesso:

Nere chiome; occhi bruni e lunghe ciglia,narici aperte; impube avida bocca,

voce grave, parola che somigliauna dritta saetta quando scoccaErto busto; esil corpo che s’abbiglia

Con cura forse troppo vana e sciocca.

Cominciò a poetare presto, con versi, manco a dirlo, d’ispirazione carducciana. Il padre, Averardo, nato a Castagneto Maremma, era uno dei tanti letterati che orbitavano attorno al Carducci, indiscusso maestro dell’epoca. Chiamò il figlio Giosuè proprio in onore dell’amico poeta.

In un periodo di sperimentazione e di avanguardia come quello, la posizione di Giosuè si attestò su forme tradizionali, classicheggianti, imitatorie.

Voci

Chi sussurra così? L’onda del mareOggi somiglia un pianto doloroso,

e par che pianga e pare

che dica. – Io non avrò nessun riposo.Chi gorgheggia così’

Quel rosignolo,

la sera, piange tantoperché si sente soloe per compagno ha il canto.Chi mormora così? Sono le frondeD’un alberello in fiore:sanno che al mondo quel che nasce muore,e il vento passa, ascolta e non risponde.E questo canto flebile e tranquillo?Senti: - fiorin fiorello,io canto sempre come canta il grilloche tutti i giorni inventa uno stornello!E tace il cuore e ascolta l’ansimare,il canto, il gorgheggiare anche , e il sussurro…si lamenta la terra, il cielo, il mare…Una vela è lontana nell’azzurro.

Scrisse commedie, novelle, racconti per l’infanzia, ma anche pezzi critici e giornalistici. Con lo pseudonimo di Corallina, fu cronista e confezionò pezzi come inviato sul terremoto di Messina e sulla biennale d’arte di Venezia.

Era elegante, molto ricercato nei salotti, fece vita dissoluta di cui poi si pentì. Ebbe successo come conoscitore e fine dicitore di Dante. Ma la morte del padre e della sorella Laura lo gettarono nello sconforto, al punto che, quando morì anche l’amatissimo nipotino, figlio di Laura, Giosuè tentò il suicidio.

Pur essendo cresciuto in ambiente anticlericale e agnostico, le sventure della vita lo orientarono verso il cristianesimo. Divenne terziario francescano, cioè un laico che s’impegna a vivere nel mondo lo spirito di San Francesco.

Fra il 1912 e il 13 scrisse “Le confessioni di Giulia", dedicate alla donna amata, intesa in versione angelicata e dantesca.

Fu interventista nella prima guerra mondiale perché considerava la morte sul campo come l’espiazione di una vita di peccato.

Pochi giorni prima di morire, scrisse una lettera alla madre, considerata il suo più alto momento letterario.

“Tutto dunque mi è propizio”, diceva, “tutto mi arride per fare una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l’occasione, l’età. Non potrei meglio coronare la mia vita.”“Sono tranquillo, perfettamente sereno e fermamente deciso a fare tutto il mio dovere fino all'ultimo, da forte e buon soldato, incrollabilmente sicuro della nostra vittoria immancabile. Non sono altrettanto certo di vederla da vivo, ma questa incertezza, grazie a Dio, non mi turba affatto, e non basta a farmi tremare. Sono felice di offrire la mia vita alla Patria, sono altero di spenderla così bene, e non so come ringraziare la Provvidenza dell'onore che mi fa.Non piangere per me mamma, se è scritto lassù che io debba morire. Non piangere, perché tu piangeresti sulla mia felicità. Prega molto per me perché ho bisogno. Abbi il coraggio di sopportare la vita fino all'ultimo senza perderti d'animo; continua ad essere forte ed energica, come sei sempre stata in tutte le tempeste della tua vita; e continua ed essere umile, pia, caritatevole, perché la pace di Dio sia sempre con te. Addio, mamma, addio Gino, miei cari, miei amati.”

Riuscirà nel suo intento: morirà in un assalto a Zagora. Nella sua giacca, insieme a medaglie insanguinate, saranno ritrovate una foto della madre e la Divina Commedia.

L’associazione culturale Giosuè Borsi è nata nel 2004 come continuazione del gruppo omonimo, attivo a Livorno dal 1988, in occasione del primo centenario della nascita del poeta. Inizialmente si è occupata di custodire i cimeli del concittadino, prima conservati in un piccolo museo, ora chiuso. Con il riconoscimento del Comune di Livorno, ha la custodia etica del Famedio di Montenero, che raccoglie resti e ricordi dei livornesi illustri. L’associazione, con sede in via delle Medaglie d’Oro 6, mantiene vivo il ricordo di Giosuè Borsi (1888 – 1915) e promuove conferenze e studi sulla storia della città e sui suoi personaggi dimenticati. Pubblica con cadenza semestrale la rivista “La Torre” e ha provveduto a far ristampare numerose opere di borsiane.

Il presidente dell’associazione, Carlo Adorni, ha curato un’antologia intitolata “Omaggio a Giosuè Borsi” con prefazione del compianto professor Loi, di cui abbiamo un ammirato ricordo come nostro insegnante di storia. L’antologia, edita nel 2007 dalla casa editrice “Il Quadrifoglio” e corredata di bellissime foto, contiene versi da varie raccolte - fra le quali Primus Fons - alcune interpretazioni dantesche - di cui Borsi era appassionato e fine dicitore - il famoso Testamento spirituale, esempio elevato di scrittura religiosa, e L’ultima lettera alla madre, il suo momento poetico più alto.

Come evidenza Loi, Arte, Patria e Religione furono i tre motivi ispiratori dell’opera borsiana, seppur egli non sia stato poeta “di grande ala”. Dopo una vita di piaceri, vissuta con senso di colpa, dopo essere cresciuto all’ombra degli ideali carducciani e classicisti paterni, dopo aver bramato per se stesso l’amore della donna e la gloria dell’artista, Borsi ebbe una profonda conversione spirituale che lo avvicinò al cristianesimo. Il testamento spirituale è una conferma di quanto egli abbia sentito, pur nella sua beve esistenza, la vanità e il peso delle cose terrene. Il dolore lo ha colpito, attraversato, prostrato, con colpi ripetuti e brutali: la morte del padre, della sorella Laura e del nipotino nato dalla relazione di questa con il figlio di D’Annunzio.

Ma nella sua morte in battaglia, ricercata, ambita, desiderata, c’è molto di decadente, l’ultima pennellata wildiana o dannunziana data ad una vita artistica, sublimata, però, e illuminata, dalla spiritualità, da una ricerca di purezza francescana. La morte è bella, è fausta, perché consegna alla gloria, rende leggendari, redime dai peccati e, tuttavia, in questa morte intesa come coronamento più che come rinunzia, scompare il terziario francescano, il rinunciante, e riaffiora il superuomo nietzschiano.

“Lascio la caducità, lascio il peccato, lascio il triste ed accorante spettacolo dei piccoli e momentanei trionfi del male sul bene: lascio la mia salma umiliante, il peso grave di tutte le mie catene, e volo via, libero, libero, finalmente libero, lassù nei cieli dove è il padre nostro, lassù dove si fa sempre la sua volontà.”(pag 172)

Riferimenti

Carlo Adorni, “Omaggio a Giosuè Borsi”, edizioni il quadrifoglio, Livorno, 2007

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GIOVANNI COMISSO - GIORNI di GUERRA

2 Marzo 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi, #storia

GIOVANNI COMISSO - GIORNI di GUERRA

Originario di Treviso, Comisso (1893 - 1969) prese parte alla Grande Guerra e poi all’esperienza di Fiume con D’Annunzio. Molto legato alla sua città, fu giornalista e affermato autore di reportage di viaggio per vari quotidiani. Vinse il Premio Viareggio nel 1952 con Capricci italiani e lo Strega nel 1955 con Un gatto attraversa la strada.

Lo scrittore in Giorni di Guerra ci parla della sua esperienza nel conflitto in cui operò, dal 1915 al 1918, come soldato e poi come sottotenente del Genio, svolgendo il suo lavoro con grande scrupolo e coraggio; spesso dovette intervenire nelle zone battute dalle artiglierie nemiche per ripristinare preziosi collegamenti telefonici, mentre in altre fasi conobbe la monotonia della vita nelle retrovie.

L’esperienza al fronte di Giovanni Comisso non ci fa respirare il truce clima delle trincee e la paura della morte che può colpire in ogni momento il povero fante. Non troviamo una specifica impostazione “ideologica” affine alla guerra o contraria ad essa. Si tratta del diario di un giovane che a poco più di vent’anni si trova immerso in una “avventura” dove il drammatico trova spesso un inatteso contraltare nel grottesco.

Ad esempio ci racconta di una famiglia di contadini che parlano quasi in modo lieto di una cannonata caduta vicino alla propria casa, come se si trattasse di una piacevole novità. Oppure ci descrive una demenziale sparatoria in cui si prende di mira un aereo; anche gli ufficiali tirano con la pistola, alcuni dal tetto della cucina. Poi, finita la confusione, si viene a sapere che il velivolo era italiano. Anche nella tremenda ritirata di Caporetto, in cui dominano marasma e anarchia, Comisso riesce a farci sorridere parlando di un ufficiale che nella fuga si trascina via decine e decine di scarpe colorate, mentre altrove ci sono postazioni di soldati che non vengono avvisati dell’imminente arrivo del nemico. Quella ritirata è una piccola Anabasi, drammatica ma non priva di fasi bizzarre o di momenti lirici, come quando l’autore sogna di fermarsi per sempre in una valle spopolata con una donna appena conosciuta.

Altri passi interessanti sono quelli che si riferiscono alle battaglie del 1918 intorno al Piave, sempre con l'oscillare tra registro tragico e registro leggero. Le grandi artiglierie appostate tra gli alberi sono affiancate dai contadini che continuano a lavorare i campi vicini nonostante gli scontri. Tra i bagliori notturni delle cannonate e dei razzi, alcune donne osservano che a Nervesa doveva esserci la sagra. Un generale ordina di sparare sui fanti che fuggono; mentre ancora si combatte duramente, dietro a una chiesa si scavano fosse, destinate non ai caduti, ma ai disertori che dovevano essere fucilati.

Le ultime righe del libro sono un omaggio ai soldati vittoriosi, resi arcigni dalla sofferenza, quasi una "razza" a parte, forgiata dalla guerra e destinata a subirne le conseguenze:

"Neri, come di fumo, sporchi, stracciati, con fasciature spicciative alle mani e alla testa, sfiniti nel volto, ma accesi di sangue alle labbra e di vita negli occhi, cercai di imprimerli nella memoria, perché ormai ero certo che aspetti simili non sarebbe stato possibile rivederli più. Pareva avessero impegnata tutta la loro forza per fare all'amore o per una corsa accanita e sorridevano pesantemente come non sapessero essi stessi cosa avessero fatto e perché”.

In fondo la guerra, per chi la fa è quasi sempre una sconfitta, per il prezzo enorme che costringe a pagare. Al momento della chiamata al fronte, uno zio del giovane, già protagonista delle battaglie risorgimentali, lo ammonisce così: “Noi, appena finite le guerre, ci siamo trovati con un pugno di mosche, pensioni misere, appena guardati in faccia, mentre gli altri che erano rimasti a casa avevano pensato a farsi ottime sociali sfruttando la situazione che noi avevamo creato con il nostro sangue”.

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I fratelli Grimm

4 Febbraio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Jacob Ludwig Karl Grimm (1785 - 1863) e Wilhelm Karl Grimm (1786 – 1859) erano fratelli, legatissimi al punto che, quando uno dei due si fece una famiglia, prese l’altro a vivere con sé. Le numerose delusioni li portarono poi a chiudersi in un loro mondo fantastico, un po’ come capitò a Tolkien nell’ultima parte della vita. Nati ad Hanau, vicino a Francoforte, furono linguisti e filologi, padri fondatori della germanistica, autori di un importantissimo dizionario che venne completato postumo solo negli anni sessanta. Jakob è anche famoso in glottologia per la celebre legge che da lui prende il nome: la prima rotazione consonantica (Erste Lautverschiebung).

Nel mondo, però, sono conosciuti soprattutto per aver raccolto e rielaborato le fiabe della tradizione popolare tedesca in “Fiabe” (Kinder- und Hausmärchen, 1812-1822) e “Saghe germaniche” (Deutsche Sagen, 1816-1818). Pubblicarono, tuttavia, anche fiabe francesi e di altri paesi.

Il loro operato fa parte del movimento ottocentesco di riscoperta e rivalutazione del folklore popolare. In un periodo in cui la crescente alfabetizzazione portava alla scomparsa della tradizione orale, influenzati dal romanticismo di Clemens Brentano e da von Arnim, i Grimm compirono le loro ricerche col preciso intento di recuperare, non tanto favole per bambini, quanto racconti che contenessero lo spirito di un intero popolo, favorendo la nascita di una identità germanica.

Era forse giunta l’ora di riunire queste fiabe, dato che coloro che le devono conservare sono sempre di meno…”

La stessa azione compì Elias Lönrot nel 1835 in Finlandia con il Kalevala.

Le fiabe che riproposero erano in versione originale non destinate a un pubblico infantile. Quello che è giunto fino a noi è un adattamento edulcorato, depurato dei particolari più cruenti, risalente alle traduzioni inglesi del 1857. Le due sorellastre di Cenerentola, ad esempio, nella versione originale si tagliano calcagno e alluce nel tentativo di entrare nella famosa scarpetta. Sembra, però, che una certa censura sia stata condotta anche dai Grimm per quanto riguarda contenuti sessualmente espliciti.

Le stesure nel corso degli anni furono molteplici, i Grimm modificarono le storie per venire incontro ai gusti della nuova borghesia tedesca e perché s’imbatterono continuamente in versioni diverse. Si sforzarono, comunque, di rendere i racconti così come li avevano ascoltati, in uno stile semplice, mimetico del linguaggio popolare, senza abbellimenti e persino un po’ scarno. Molto diverse le due trasposizioni di Cenerentola, quella barocca, aristocratica, di Perrault e quella brulla, sanguinosa, dei Grimm. Dobbiamo, infatti, precisare che l’opera dei Grimm era stata preceduta nel seicento da quella del nostrano Gianbattista Basile (con “Lo cunto de li cunti” 1643 – 46) e da quella dal francese Perrault.

Le storie hanno un’ambientazione cupa, oscura, fatta di orchi, streghe che mangiano bambini, genitori che li abbandonano nel bosco, madri (e non matrigne!) che pretendono il cuore delle figlie, lupi che divorano. È un mondo di case nella foresta, di animali parlanti, di arcolai, di fusi che addormentano, di paglia che diventa oro, di specchi magici, di mele avvelenate. I protagonisti sono esponenti del popolo o dell’aristocrazia, l’intento è edificante, con il lieto fine che premia sempre il comportamento retto e onesto.

Se Vladimir Propp ne ha analizzato la struttura ricorrente, se non è impossibile ricollegarle alle teorie degli archetipi e dell’inconscio collettivo di Jung, è ormai famosissima l’interpretazione freudiana che ne ha dato Bruno Bettelheim. Certo è che le fiabe – tutte, non solo quelle dei Grimm - assolvono un compito consolatorio per i bambini.

Attraverso la narrazione i piccoli superano le paure, oggettivandole, acquistando fiducia in un lieto fine, risolvendo conflitti edipici, rivalità fraterne, sensi di colpa latenti, primi turbamenti sessuali inconsci, timore dell’abbandono, riti di passaggio all’età adulta e alla maturità psicofisica. Imparano altresì a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, a schierarsi dalla parte dell’eroe positivo, a fidarsi dell’aiuto esterno, a non demoralizzarsi di fronte a difficoltà e a sentimenti d’inadeguatezza, ad accettare l’esistenza del male, considerandolo superabile. Nelle favole dei Grimm chi non è degno, chi non si comporta come dovrebbe, va incontro a una brutta fine, e l’apparente mancanza di pietà nella punizione è soltanto giustizia agli occhi dei piccoli.

Il bambino trae molta più consolazione e giovamento dall’ascolto di una fiaba che da un ragionamento logico. Attraverso le immagini fantastiche e la narrazione, rielabora in modo subliminale e istintivo i precetti, assimilandoli senza sforzo.

Anche nelle fiabe attuali, quelle dei libriccini cartonati in vendita negli scaffali degli autogrill, la parola più ricorrente è PAURA. Esorcizzare i terrori infantili, e vincere l’ansia da prestazione dei bambini, sembra essere lo scopo principale del mondo fiabesco.

Per concludere, ricordiamo che un’operazione simile a quella dei fratelli Grimm è stata compiuta dal nostro Italo Calvino nel 1956 con le fiabe della tradizione popolare italiana.

Jacob Ludwig Karl Grimm (1785 - 1863) and Wilhelm Karl Grimm (1786 - 1859) were brothers, very close to the point that, when one of the two started a family, he took the other to live with him. The numerous disappointments then led them to shut themselves in their fantasy world, a bit like what happened to Tolkien in the last part of life. Born in Hanau, near Frankfurt, they were linguists and philologists, founding fathers of German studies, authors of a very important dictionary which was completed posthumously only in the sixties. Jakob is also famous in glottology for the famous law that takes his name: the first consonantal rotation (Erste Lautverschiebung).

In the world, however, they are known above all for having collected and reworked the tales of the German popular tradition in "Fairy Tales" (Kinder- und Hausmärchen, 1812-1822) and "Germanic Sagas" (Deutsche Sagen, 1816-1818). However, French and other fairy tales were also published.

Their work is part of the nineteenth-century movement of rediscovery and revaluation of popular folklore. In a period in which the growing literacy led to the disappearance of the oral tradition, influenced by the romanticism of Clemens Brentano and von Arnim, the Grimm carried out their research with the specific intent to recover, not so much fairy tales for children, as tales that contained the spirit of an entire people, favouring the birth of a Germanic identity.

 

"Perhaps the time had come to reunite these fairy tales, given that those who must preserve them are less and less ..."

 

Elias Lönrot did the same action in Finland in 1835 with the Kalevala.

The fairy tales they re-proposed were in the original version not intended for a child audience. What has come down to us is a sweetened adaptation, stripped of the bloodiest details, dating back to the English translations of 1857. The two stepsisters of Cinderella, for example, cut their heel and big toe in the original version in an attempt to enter the famous shoe. It seems, however, that some censorship has also been conducted by the Grimms regarding sexually explicit content.

The drafts over the years were multiple, the Grimm changed the stories to meet the tastes of the new German bourgeoisie and because they continually came across different versions. They endeavoured, however, to make the stories as they had listened to them, in a simple, mimetic style of popular language, without embellishments and even a little lacklustre. The two transpositions of Cinderella are very different: the baroque, aristocratic one, by Perrault and the bleak, bloody one, by the Grimm. In fact, we must specify that the work of the Grimm had been preceded in the seventeenth century by that of our local Gianbattista Basile (with "Lo cunto de li cunti" 1643 - 46) and by that by the French Perrault.

The stories have a dark, dark setting, made up of orcs, witches who eat children, parents who abandon them in the woods, mothers (and not stepmothers!) who demand the hearts of their daughters, wolves who devour. It is a world of houses in the forest, talking animals, spinning wheels, spindles that let you fall asleep, straw that turns into gold, magic mirrors, poisoned apples. The protagonists are representatives of the people or aristocracy, the intent is edifying, with the happy ending that always rewards righteous and honest behaviour.

 

If Vladimir Propp has analyzed their recurring structure, if it is not impossible to link them to the theories of archetypes and the collective unconscious of Jung, the Freudian interpretation that Bruno Bettelheim has given is now famous. What is certain is that fairy tales - all, not only those of the Grimm - perform a consoling task for children.

Through storytelling, children overcome fears, objectifying them, gaining confidence in a happy ending, solving oedipal conflicts, fraternal rivalries, latent guilt feelings, first unconscious sexual disturbances, fear of abandonment, rites of passage to adulthood and to psycho-physic maturity. They also learn to distinguish what is good from what is bad, to take sides with the positive hero, to trust external help, not to become demoralized in the face of difficulties and feelings of inadequacy, to accept the existence of evil , considering it surmountable. In the tales of the Grimm those who are not worthy, those who do not behave as they should, face a bad end, and the apparent lack of pity in punishment is only justice in the eyes of the little ones.

The child derives much more consolation and benefit from listening to a fairy tale than from logical reasoning. Through fantastic images and narration, he subliminally and instinctively reworks the precepts, assimilating them effortlessly.

Even in current fairy tales, those of the hardback booklets on sale in the shelves of the roadside restaurants, the most recurring word is FEAR. Exorcising childhood terror, and overcoming children's performance anxiety, seems to be the main goal of the fairy tale world.

To conclude, remember that an operation similar to that of the Grimm brothers was carried out by our Italo Calvino in 1956 with the fairy tales of the Italian popular tradition.

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Franca Poli presenta Marcello de Santis

29 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi

Franca Poli presenta Marcello de Santis

PARTONO 'E BASTIMENTI

Parte prima
di
marcello de santis

partono 'e bastimenti
per terre assai luntane,
cantano a buordo
so
' napulitane.

Siamo ai primi anni del 1900, e l'emigrazione degli italiani per le americhe era in pieno svolgimento; si andava a cercare fortuna. Erano giorni in cui la città di Napoli pulsava fin nel profondo delle vene, il porto pullulava di bagagli, pacchi e pacchetti, valigie e valigioni tenuti insieme da corde incrociate, sacchi e quant'altro, e donne con bambini in braccio, e uomini e anziani; con addosso i consunti vestiti di tutti i giorni; si preparano a lasciare il loro paese per un'ignota avventura.

Il fenomeno dell'emigrazione, fino allora sconosciuto ai più, adesso anno 1919 è in pieno svolgimento; i bastimenti partono uno alla volta, più di uno ogni giorno; e allontanandosi dal porto le persone a bordo - gli occhi umidi per le lacrime - salutano con un fazzoletto in mano quei parenti meno fortunati (o più fortunati, magari), che restano a terra; gli uni e gli altri si sentono straziare il cuore per le ultime struggenti immagini; chi resta, quelle dei suoi cari che se ne vanno, gli emigranti, più tardi, "quelle delle ultime cose" che riescono a vedere prima che scompaiano del tutto a un orizzonte che si lasciano alle spalle.

Nei versi con i quali ho aperto questo breve saggio, "queste ultime cose" sono le case di Santa Lucia, ultimo segno di una Napoli che si allontana sempre più; e che chissà se avrebbero mai rivisto. E' l'ultima cartulina 'e Napule che si portano negli occhi e che conserveranno a lungo dentro, bagnata da una inconsolabile malinconia.

santa lucia luntana e te
quanta malincuni
a...

L'autore della canzone è E. A. Mario.
Santa Lucia luntana risale all'anno 1919, quando più forte era l'esodo dei napoletani per "terre assai luntane"; esodo già iniziato verso gli ultimi due decenni dell'ottocento; a partire dal 1880 circa e per tutto un secolo se ne andarono dall'Italia circa quindici milioni di persone.
Ma fu nei primi anni del novecento che l'emigrazione raggiunse il punto più alto; ogni anno si contavano dalle duecentomila alle trecentomila unità che lasciavano il paese, in gran parte da Napoli, (ma anche da Genova Messina e Palermo, che erano i soli porti autorizzati a ricevere quelli che volevano imbarcarsi),

... cu dint''o còre 'na malincunia...

Se ne andavano richiamati dal miraggio del sogno americano, un paese nuovo che richiedeva braccia per lavorare; e il grido giungeva fino a noi, che di persone senza lavoro, indigenti i più, nella miseria molti, ne avevamo molti, moltissimi.

se gira o munne sano,
se va' a cerca' fort
una,


E.A.Mario Napoli 1884 - 1961 è il nome d'arte di Giovanni Ermete Gaeta
autore di molte canzoni celebri sia in lingua che in dialetto napoletano.
Sempre attento ai problemi sociali del suo paese,
dal dramma della guerra a quello dall'emigrazione.
Era l' autore sia delle parole che della musica delle sue canzoni.

L'ultima cosa che di vedeva dalle navi che si allontanavano definitivamente portandosi a bordo povertà e speranze, erano - come detto - le case del quartiere di Santa Lucia; e davanti a esse, sul mare, il Castel dell'Ovo.
Oggi a ricordo dei drammatici eventi sociali dell'emigrazione, e della partecipazione in qualche modo ad essi del nostro poeta c'è una targa proprio a Borgo Marinari che recita: Partono i bastimenti... pe' terre assai luntane...

La statua della Libertà era un richiamo troppo forte, Nuova York era la città della speranza, gli Stati Uniti la terra del futuro. Ed era proprio la Statua la prima cosa che gli emigranti vedevano da lontano; a ben quaranta chilometri dalla città di New York, la statua che dava il benvenuto ad essi con il sonetto che una poetessa americana Emma Lazarus scrisse, e che fu fatto incidere alla base dal colosso americano che si erge sul mare davanti a New York, su un'isoletta che si chiama appunto Isola della Libertà.

Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri,
le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi,
i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate.
Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste a me,
e io solleverò la mia fiaccola accanto alla port
a dorata.

Questi nuovi lavoratori, che andavano là per far fronte al grande sviluppo industriale di un paese nuovo, erano una risorsa non solo per il paese che li accoglieva, ma anche per il paese che li aveva in qualche modo cacciati via, là producendo e incrementando la ricchezza locale, qua con le rimesse di denaro che facevano alle loro famiglie, che spendendo consentivano all'Italia di importare materie prime per rimettere in funzione la macchina statale del lavoro industriale.

Le parole della canzone strappano ancora commozione e lacrime a chi le sente a distanza di quasi un secolo; specialmente ai figli o a nipoti e pronipoti di chi ebbe sui bastimenti che partivano un parente, un padre, una madre, un nonno e una nonna, o dei bisnonni.

... cantano a buordo
so' napuli
tane...

Cantavano a bordo i nostri emigranti struggendosi di nostalgia per il paese che erano costretti a lasciare; e presto questa canzone sarebbe diventata la canzone per eccellenza degli emigranti napoletani.

Santa Lucia luntana... 'o puorto ca scumpare... a luna 'mmiez''o mare... e quel poco 'e napule che si vede ancora...

Cantano pe' tramente
'o golfo giá scumpare,
e 'a luna, 'a miez'ô mare,
nu poco 'e Napule
lle
fa vedé...

Sono altamente drammatiche le parole della canzone di E.A.Mario e intrise di una tristezza che rievoca ogni volta, che si sente e che si canta.

L'emigrante quasi sempre non dormiva nel posto a lui riservato, i pagliericci infestati di pidocchi, sporchi e puzzolenti, fumo e puzza del vapore della macchine che arrivavano da tutte le parti, insomma difficile era respirare là; se si voleva sopravvivere si doveva salire in coperta; accucciato a lungo sui talloni; o seduto a terra o su un groviglio di gomene a guardare l'immensità dell'oceano che pareva non volesse mai finire; e le notti insonni a rimirare la luna, quella stessa luna che adesso stava illuminando quell'ultima cartolina che avevano impressa negli occhi, santa lucia luntana... ma se pioveva o faceva tempesta erano costretti a tornare sotto coperta, dove l'aria mancava e quella poca che c'era era piena di cattivi odori.

santa lucia luntana e te
quanta malinconia...
se gira o munne sano,
se va' a cercar fortuna,
ma quanne spunta a luna
luntana e napule
nun
se po' sta.


emigranti a bordo di uno dei bastimenti che facevano i viaggi atlantici,
e che il più delle volte erano vere e proprie carcasse

Ma il viaggio era una rischiosa avventura, e non sempre ci si aveva il tempo di soffrire di nostalgia e di cantare 'e canzone 'e napule, ché i passeggeri soffrivano mal di mare, malattie varie, e talvolta e spesso, anche, abusi da parte dell'equipaggio. Per cui la nostalgia e il canto anche se sommesso passava in secondo piano davanti a queste cose e alla paura insita dentro di loro. A bordo la miseria si faceva sentire più che non a terra prima di partire; la gente, stipata all'inverosimile in terza classe, aveva il terrore negli occhi, non sapendo la sua sorte, e intorno c'era chi vomitava, la puzza e la sporcizia era indescrivibile; così come la probabilità di prendersi qualche malattia. I poveri con tutta la loro miseria addosso erano costretti, come ho già detto, in terza classe, quasi come reclusi; per tutto il tempo della traversata nelle stive adibite a trasporto merci, ed erano malvisti e mal sopportati e dai membri dell'equipaggio e dai signori, cui arrivava il cattivo odore che emanava quel tratto di nave, quasi sempre a poppa; questa terza classe era allocata quasi sempre nelle parti più basse della nave, nei locali dove si stipavano e trasportavano le merci, bastava qualche divisorio con tramezzi di legno e il gioco era fatto. Per il ritorno si smontavano questi tramezzi e si caricavano merci.

In prima classe c'era la gente bene, i ricchi, i signori, mentre la seconda era riservata a quelli che potevano definirsi agiata borghesia. Gli emigranti erano stipati e ammassati un spazi insufficienti a contenerli tutti, in barba alla legge che stabiliva tanti passeggeri per un tot di spazio. I pasti venivano consumati là, sdraiati per terra, a gruppi, uno per ogni gruppo era addetto al ritiro del rancio e a portarlo agli altri. Il viaggio si trasformava dunque in tre quattro settimane di inferno, nel vero senso della parola; neppure fratelli e sorelle potevano stare insieme; infatti i passeggeri venivano divisi: i maschi da una parte e le femmine da un'altra; in un'altra sezione, diciamo così, potevano stare insieme quelli sposati; i locali senza circolazi-one di aria sufficiente a una vita decente, e di conseguenza le malattie virali, specialmente per i bambini: il morbillo in testa, e la malaria; senza contare - per i grandi - polmoniti e gastroenteriti o simili. E si verificavano anche nascite nelle condizioni più abiette; e decessi; in questo caso si avvolgevano in un telo i cadaveri e si gettavano in mare; lo strazio era grande ma ancora più grande se a morire era un bambino.
Quanto doloroso doveva essere questo distacco dalla città natale, quanto triste l'addio a Napoli

http://www.youtube.com/watch?v=VD0PRS5UKZg

fine prima parte

marcello de santis

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Dimmi come leggi e ti dirò chi sei

10 Gennaio 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #cultura, #saggi

L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).
L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).

«Ebbene, allora il mondo è l'ostrica mia, ch'io con l'acciaro spalancherò.»

“Le allegre comari di Windsor” di William Shakespeare – Atto II ,Scena II

Con questa battuta che la dice lunga, uno dei personaggi della commedia shakespeariana risponde a Falstaff che, entrando in scena, gli si è appena rivolto affermando: «Io non ti presto un soldo» - e queste parole, forse, la dicono davvero ancora più lunga!

Il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio.

Così - come riporta il brevissimo articolo nell’inserto “La Lettura” de “Il Corriere della Sera” di domenica 14 dicembre - “da un passaggio shakespeariano” hanno preso ispirazione per il nome i fondatori della società statunitense Oyster, (ostrica in inglese, appunto) costituita nell’ottobre del 2012 e inaugurata poco meno di un anno dopo, nel settembre del 2013.

La società Oyster (servizio di streaming per libri in formato digitale) offre una piattaforma online a pagamento, Oysterbooks, con più di cinquecentomila ebook e disponibile su Android 4+, iOS 7+, Nook HD e Kindle Fire, così come su qualsiasi browser di computer o laptop.

Letta così, nessuna novità. O meglio, la novità c’è e (forse) non si vede.

Oyster è in grado di verificare quando il lettore inizia la lettura dell’ebook, quando la terminerà e se, soprattutto, arriverà alla parola “Fine” dell’opera.

Perché questo è il punto. Oyster corrisponderà quanto pattuito alle case editrici e agli autori solo a condizione che il libro sia stato letto per almeno un quinto.

Il conto è presto fatto: su centocinquanta pagine di libro, l’abbonato a Oysterbooks dovrà almeno sfogliarne (sfogliarne - non significa necessariamente leggerle) trenta. Se ne sfoglierà solo ventinove, il libro sarà giudicato non andare incontro ai gusti del lettore (e quindi del pubblico più allargato) e nulla sarà dovuto alla casa editrice che ne ha curato la pubblicazione, né tantomeno all’autore.

Lettori a cottimo per le strategie di mercato (e i ritorni economici) dell’editoria del futuro.

Analogamente, mi verrebbe da dire, se mangio solo un pezzo di pizza (meno di un quinto, dunque pari a un triangolo di settantadue gradi) e il resto lo lascio nel piatto, significa che la pizza non mi piace. Così potrei anche alzarmi e uscire, evitando di pagare il conto in pizzeria. Non credo che il gestore del locale che frequento abitualmente si troverebbe d’accordo con questa impostazione d’affari.

Potrei aver mangiato solo un triangolo di settantadue gradi di pizza (peraltro buonissima) perché due ore prima mi ero fatta prendere dalla gola e avevo fatto merenda con un fettone di pane spalmato di crema al cioccolato. Ma la pizza, anche se consumata solo in parte, l’ho trovata assolutamente di mio gusto.

Non sembra ragionare così la regola aurea del mercato introdotta da Oyster.

Il lettore “sfoglia”, dunque il libro “è”. Se il libro non si sfoglia, o si sfoglia poco, il libro “non è”. In tutti i sensi e senza andare oltre le ragioni di quel non sfogliare (o, al contrario, leggere fino in fondo). Senza chiedere «Perché?».

Per assurdo, magari il libro piace, ma la signorina che ne ha acquistato la versione ebook, mentre era in fila per spedire una raccomandata in posta, ha notato nella fila accanto a lei un bel giovanotto, si sono messi a parlare e la signorina ha realizzato che quello non era un semplice giovanotto come tanti in fila in un ufficio postale, bensì il principe azzurro. Colpo di fulmine e i due se ne vanno via, indifferenti a raccomandate e cartoline, verso una nuova vita. L’ebook (“Guerra e Pace” di Tolstoj) della signorina è stato spento a pagina 275, poco meno di un quinto (dell’edizione italiana più recente di 1.424 pagine)e dunque, Oyster farà due più due: la casa editrice non sarà pagata, non parliamo dell’autore e il libro, forse, vale poco, magari inutile proporlo ad altri.

Non sarà così semplicistico, naturalmente. E non ci si baserà solo sullo “sfogliare” della signorina in fila per la raccomandata, ma…

E’ sufficiente giudicare un libro dal numero di pagine lette? Che ne pensa il lettore dello stile, della trama, dei personaggi? Il lettore cosa pensa che abbia voluto comunicare l’autore, mettendo nero su bianco quella storia e non un’altra? Quanta fatica è stata spesa dall’autore per mettere insieme quella storia, bella o brutta che sia? E perché il lettore non è andato oltre nella lettura e ha abbandonato il libro?

Tutti siamo stati scolari. E a tutti sono stati imposti tomi di classici della letteratura. Ammettiamolo, per alcuni libri, data la nostra allora giovanissima età, non ci saremmo nemmeno sognati di andare oltre pagina 10 dell’introduzione ragionata. Solo a distanza di molti anni, magari riprendendo gli stessi libri in età più matura, ci siamo resi conto dei capolavori che erano. Applicando il metro di Oyster al nostro agire di allora, avremmo dovuto liquidare il libro come “illeggibile”?

E le case editrici che faranno? Non vorranno più avere a che fare con gli autori dei libri sfogliati sotto la soglia minima, senza preoccuparsi del talento che questi forse hanno, che magari deve essere supportato, accompagnato e affinato? Autori per i quali varrebbe la pena “battersi”, nonostante lo scarso (iniziale) ritorno?

E se anche il mondo dell’editoria fosse destinato a diventare solo un’immensa fucina? Non più di talenti, ma di “cose che rendono” e chi non “rende”, via, si dedichi ad altro. Una fucina di cottimisti inchiodati alla catena di montaggio della parola alla moda e che incontra il gusto. La parola che piace, la parola che vende. Magari non smuove nulla dentro al lettore, ma vende. Tutto come in un perfetto meccanismo di interruttori a relè: “Aperto – Chiuso”, “Vende – Non vende”.

«E’ l’editoria, bellezza, l’editoria, e tu non ci puoi far niente, niente!», mi risponderebbe forse qualcuno, parafrasando una celebre frase di film.

Può darsi. Ammetto però di non essere all’altezza di comprendere questo nuovo modo di monitorare, mappare e seguire il lettore in base ai ritorni economici, facendo leva solo su statistiche digitali, che escludono la percezione, il confronto, la curiosità che spesso non si accontenta di una sola risposta. Implicitamente, è come negare che il lettore possa disporre di sentimenti, senso critico e di gusto per il bello (o per il brutto).

Un’ultima informazione: Oyster ha dichiarato che tramite un algoritmo possono individuare le preferenze del lettore e proporgli una selezione di titoli che vanno incontro ai suoi gusti in tutto e per tutto.

Non è una novità vederci proporre iniziative o prodotti in base ai siti che abbiamo visitato su Internet o in base al nostro profilo che abbiamo inserito in rete.

Per la lettura, beh, per la lettura… Mi verrebbe da dire che così facendo, mi verranno proposti libri che mi piacciono, certo, farò meno fatica rispetto a doverli cercare da sola, ma tutto quanto a me è sconosciuto (e dunque non so ancora se mi potrà piacere o meno), chi me lo proporrà? I sistemi come Oyster potranno rendermi la vita più facile, ma mi faranno navigare solo nello spazio limitato delle mie Colonne d’Ercole trite e ritrite.

E oltre le Colonne d’Ercole il Nuovo Mondo, forse forse, bello o brutto che sia, non riuscirò ad esplorarlo. Un vero peccato.

Non me ne voglia Oyster, ma, come scriveva Shakespeare, il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio. L’importante però, una volta spalancata l’ostrica, è trovarci la perla. Vera e rara, ben inteso, non di coltivazione.

L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).

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