Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

saggi

I Fotoromanzi Lancio

31 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

I Fotoromanzi Lancio

In principio fu il feuilleton, il taglio basso dei giornali ottocenteschi, romanzo popolare a puntate, destinato ad aumentare le vendite dei giornali. Poi, nel 1947, un certo Stefano Reda va in giro per le case editrici proponendo l’idea pazza e innovativa di un fumetto che abbia foto al posto dei disegni. Solo la piccola casa editrice Novissima, consociata con la Rizzoli, accetta. Esce Sogno, un giornale di sedici pagine. I soggetti sono di Reda e di Luciana Peverelli, scrittrice di romanzi rosa. Dopo poco anche Arnoldo Mondadori pubblica un albo di fotoromanzi dal titolo Bolero (film). A questi due va aggiunto il precedente Grand Hotel, i cui romanzi, però, erano solo disegnati.

Siamo nel secondo dopoguerra, le storie sono semplici e sentimentali, tante ragazze sognano e imparano a leggere. Le prime narrazioni sono sequenze di film famosi o adattamenti di romanzi della letteratura “alta”, come i “Promessi Sposi” di Manzoni, “I miserabili” di Victor Hugò, o, addirittura, della Bibbia. Col passare del tempo, i soggetti si moltiplicano e, a interpretare i fotoromanzi, sono chiamati personaggi dello spettacolo, come Raffaella Carrà, Giuliano Gemma, Sofia Loren.

Ma sarà la casa Lancio, dopo aver rilevato “Sogno”, a dare l’impulso maggiore al genere. Negli anni sessanta nascono le più importanti testate di questa editrice che diventa sinonimo di fotoromanzo: a Sogno si aggiungono Letizia, Charme, Marina, Kolossal e molte altre.

Il decennio di massimo splendore è quello degli anni 70. Si vendono cinque milioni di fotoromanzi il mese, quindicimilioni di persone li leggono dal parrucchiere, nelle sale d’attesa dei medici, aspettando l’uscita in edicola o il prestito di un’amica.

La categoria che più viene catturata è quella delle tredicenni. Inesperte di sentimenti e di sesso, tutte noi avevamo un’amica appena più smaliziata che ci passava pacchi di fotoromanzi usati, con le pagine arricciate, con i cuori disegnati a penna sulle foto degli attori più belli. Li accoglievamo a braccia tese come un bene prezioso, li tenevano nascosti nelle nostre camerette, perché madri e nonne storcevano il naso di fronte a quelle foto dove un uomo e una donna non sposati comparivano in un letto, distesi l’uno accanto all’altro, con un lenzuolo a coprirli fino alla gola. Ma l’immagine lasciava intuire - e sognare - più di tante esplicite e prolungate scene di sesso nelle nostre fiction odierne, naturale evoluzione del genere.

Espressione della narrativa popolare, sogno allo stato cartaceo e fotografico, i fotoromanzi avevano trame coinvolgenti, avventurose e ricche di sentimenti facili. Le protagoniste erano eroine belle, gentili, con le quali potevano identificarsi ragazze comuni. La loro felicità era insidiata da rivali cattive, dall’eleganza accigliata, sempre predilette da future suocere intriganti. Tutto si risolveva, il lieto fine era assicurato, i cattivi venivano puniti, gli innamorati si sposavano.

Ma, soprattutto, quelli che ci facevano impazzire erano i protagonisti maschili, attori di cui tutte noi appendevamo il poster alla parete. Primo fra tutti lui, l’icona, il bellissimo, la quintessenza della virilità: Franco Gasparri. Occhi verdi, capelli neri, spalle poderose, il fotoromanzo della sua vita s’interromperà a trentadue anni, per una caduta dalla moto che lo costringerà su una sedia a rotelle fino alla sua morte, avvenuta nel 99.

Gli anni settanta, dicevamo, segnano il boom del fotoromanzo, creando miti adorati dalle adolescenti italiane: Katiuscia, Michela Roc, Franco Dani, Paola Pitti, le sorelle Claudia e Francesca Rivelli (Ornella Muti).

Dal nostro paese, il genere del fotoromanzo si diffonde in tutto il mondo, fino all’America Latina e l’India.

Ma dopo l’apice, la decadenza. La lettura dei fotoromanzi scema nella seconda metà degli anni ottanta, soppiantata da altre forme d’intrattenimento popolare, dalle telenovelas alle fiction, e sono questi nuovi generi, da allora in poi, a dirci cosa e come dobbiamo sognare.

I Fotoromanzi Lancio
I Fotoromanzi Lancio
Mostra altro

Milli Dandolo, "Il dono dell'innocente"

14 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Milli Dandolo, "Il dono dell'innocente"

Se non fosse che il libro è ingiallito, picchiettato, slabbrato, se non fosse che l’edizione (Garzanti 1942) è una ristampa dell’originale per i tipi di Treves del 1926, direi che lo stile de “Il dono dell’innocente” di Milli Dandolo è simile a quello di molti autori contemporanei, sorprendentemente moderno per l’epoca, seppur influenzato pienamente dal clima decadente. Non è un caso se la Dandolo, oltre ad essere scrittrice per ragazzi - collaboratrice già a quattordici anni de “Il giornalino” insieme al Vamba di Gian Burrasca - è stata anche traduttrice di capolavori stranieri. Si devono a lei versioni italiane e riadattamenti di Dickens, Maupassant, Katherine Mansfield, Bernardin de Saint Pierre, D. H. Lawrence e Barrie.

Milly Dandolo (1985 – 1946) nacque a Milano ma visse prevalentemente in Veneto, ambientando spesso i suoi romanzi a Venezia. Scrisse poesie, racconti per ragazzi e narrativa per adulti. Di natura inquieta e sensibile, i temi ricorrenti dei suoi scritti sono il dolore, collegato, come in questo caso, all’innocenza dei bambini, e il ruolo fondamentale della maternità per la donna. Sull’onda di un cattolicesimo ortodosso e manicheo, e di un imperativo fascista che voleva le donne mogli e fattrici, viene esaltato il sacrificio materno. La donna vive una condizione di sofferenza, di subalternità, che riesce a sopportare solo attraverso la dedizione e l’amore per i figli. De Amicis trascolora in ideologia.

Le donne della Dandolo non sono eroine ma vittime, incontrano uomini che le stuprano oppure le sposano senza amarle a sufficienza, senza comprenderne l’unicità, la sensibilità, il talento. Sviliscono la loro natura, le rendono sottilmente infelici, rassegnate, rinunciatarie, preda del loro dolore, incapaci di trovare conforto nella fede. I loro compagni sono la fonte dalla loro sofferenza ma non vengono caratterizzati, restano incolori.

La Dandolo fa un passo indietro rispetto alla letteratura rosa di Liala e della Delly, si rifà al tardo ottocento, ad Ada Negri, ma, forse, anche a certe atmosfere irredente della Deledda, a certi crepuscolarismi alla Fogazzaro.

La primavera aveva portato la gioia a tutte le creature del giardino e della campagna, anche alle più meschine. L’erba dei prati era spuntata, lucida e uguale, come una bella seta verde, ma anche i ciuffetti verdi tra le pietre dell’aia si drizzavano lietamente a bagnarsi nella stessa gioia di sole. Le piccole gocce di rugiada tremolavano sulle foglie dei gelsi, e poi cadevano sulle piccole erbe che hanno un nome solo per gli scienziati, e un sapore buono per le giovani galline che correvano qua e là, un po’ pazze e un po’ stupite.”

Lo stile de “Il dono dell’innocente” non è banale e sbrigativo, ci sembra che il narrare abbia una piglio attuale, una fretta moderna - come se Ada Negri avesse assunto l’ipersensibilità di Katherine Mansfield – e, allo stesso tempo, delle pause di un languore decadente, senza bagliori dannunziani, bensì con un afflato di ricerca spirituale che non trova pace nella religione ma è, piuttosto, scavo interiore.

La storia è semplice. Maria sposa Enrico, che può assicurarle un affetto tiepido, una passione trattenuta perché quasi considerata sconveniente, e una vita all’insegna del benessere. Va a vivere nella grande casa dove si aggira l’ombra burbera ma bonaria della vecchia zia di lui. Ha un figlio, un bambino dolce e vitale che la ricompensa della mancata gioia coniugale. Un giorno, però, incontra un vecchio amore, ora suonatore girovago, e si abbandona ad una serie di convegni clandestini notturni nel giardino della villa. Questi appuntamenti amorosi la appagano, non tanto dal punto di vista del sentimento, quanto di un rinnovato slancio vitale, di un rifiorire del corpo e dell’anima che stavano appassendo. Non è un caso se grande risalto è dato al contatto con la natura, all’impatto che essa ha sulla protagonista.

Ad un tratto si accorse che i rami d’abete diventavano nitidi e sottili, quasi fragili, e che una luce bianca passava tra di loro, e bagnava l’aria e la terra, come una rugiada splendente. S’accorse che i grilli cantavano, con sommessa melodia, fitti e vicini, e qualche uccello invisibile rispondeva, ugualmente sommesso. Si sentì avvolgere da un odore misto, con bizzarra dolcezza, di spigo e di resina, di menta e di fieno.”

Viene il momento, però, che, come Anna Karenina, Maria è posta di fronte alla necessità di scegliere: l’amante le chiede di fuggire con lui. Lei non lo fa, troppo debole per affrontare una vita di stenti, troppo legata al figlio per abbandonarlo. L’amante le promette che morirà per lei e, infatti, si lascia uccidere in una rissa fra ubriachi.

Il senso di colpa sommerge Maria, la porta al limite della follia. Per placarlo, confessa tutto al marito, sperando nel suo perdono. L’uomo reagisce con crudeltà, allontanando il bambino dalla madre, e comportandosi con lei con freddezza assoluta e spietata.

“Forse”, pensa Maria, “se lui fosse meno buono saprebbe capirmi.” Ma Enrico “è buono”, e si arroga il diritto di punire e giudicare, è imbevuto di moralismo e sani principi, non sa perdonare e teme l’influenza della donna perduta sul figlio.

Quando Natale è alle porte, il piccolo Fausto, relegato presso una zia, non sopporta più la lontananza dalla madre. Fugge di nascosto per portarle in dono una rosa, il dono, appunto, dell’innocente.

Il bambino viene ritrovato febbricitante, il romanzo si chiude con i genitori al suo capezzale. Forse si salverà, forse no, non c’è dato sapere, l’importante è che il sacrificio umano sia compiuto. Solo l’innocenza monda dai peccati, solo “l’agnello” incolpevole riconcilia e purifica.

Il piccolo Gesù era venuto, anche se nessuno aveva acceso la candelina rosea sul ramo d’abete. E nessuno di quelli che vegliavano il bambino malato, nessuno aveva mai sentito Gesù come in quella notte. Pareva anzi che lo vegliassero tutti insieme, e che udissero il suo respiro.”

Tinte forti d’inizio secolo, certamente, in questo romanzo dimenticato, ma anche un’ incredibile finezza psicologica a rappresentare turbamenti, sensi di colpa, mutamenti dell’animo.

Mostra altro

TRADIZIONE CULTURALE LINGUA E DIALETTO di Adriana Pedicini

8 Marzo 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #cultura

In Europa il latino ha mantenuto fino ai primi dell’Ottocento il suo assoluto predominio come lingua internazionale in campo scientifico e ancora oggi esso è la lingua viva ufficiale della Chiesa cattolica, con cui sono scritte encicliche, bolle, documenti. Le nomenclature scientifiche, soprattutto quelle della medicina, della zoologia e della botanica sono costituite in gran parte da termini latini.

Molte espressioni latine si utilizzano tuttora integralmente in vari contesti: a priori si scarta un’idea, motu proprio si conferisce un’onorificenza, si ritorna allo statu quo, si parla di un individuo sui generis e così via.

Noi parliamo un latino moderno quale si è venuto evolvendo nel corso dei secoli (lo stesso si può dire del francese in Francia, dello spagnolo, del catalano e del portoghese nella penisola iberica, del romeno in Romania: denominate tutte lingue neolatine).

Parole come oro, agosto, vino non sono altro che i vocaboli latini aurum, Augustus, vinum; molte altre parole italiane (voci dotte) sono state prese dal latino dopo essere rimaste abbandonate per molti secoli o dopo essere vissute solo in ambienti colti (aureo, augusto, velivolo).

La sostituzione di lingua di cultura e civiltà, depositaria ed ereditiera di un sapere secolare conquistato lentamente dal pensiero europeo, con le lingue dell’egemonia meramente politico-commerciale, quale è oggi l’inglese, “il gergo inglese –come diceva Schopenhauer- questo vestito per i pensieri rimediato con pezzi di stoffa eterogenei” indica una sovversione profonda di ciò che sono i valori umani, e mostra come il desiderio di potersi intendere nel modo più scarno possibile nei rapporti pragmatici e d’affari abbia completamente surclassato e schiacciato l’esigenza di esprimere con le più sottili sfumature la forza spirituale del proprio pensiero.

Inoltre bisogna ammettere che nella tradizione culturale, più specificatamente letteraria, dei secoli passati e forse fino agli anni ’50, il modello della comunicazione scritta afferente al testo letterario era pressoché ritenuta egemone, era un esempio da non poter sottacere. Anche perché la comunicazione umana trovava in quel contesto il più autorevole sistema e l’ambito più prestigioso di formazione culturale. Siamo molto lontani dai contesti dell’auralità.

Per un lunghissimo periodo, dunque, la comunicazione letteraria ha prevalso su tutte le altre forme di comunicazione e di formazione, ma coloro che fruivano della letteratura, nonché dei valori e codici letterari, era un’esigua minoranza.

Con l’andar del tempo infatti si è costatato che questa supremazia della letteratura non aveva più nessuna radice nella tradizione familiare. Mancava lo spessore storico della memoria che era presente nelle classi colte dal Cinquecento alla metà del Novecento. Sicché la lingua ufficiale, latino o neolatino che fosse, cedeva pian piano il passo alle lingue moderne, e ancor di più alle parlate locali.

Oggi la situazione è ancora più complessa.

Infatti alla letteratura come strumento di comunicazione colta tende ad affiancarsi una serie di altri strumenti di comunicazione, la cui forza espansiva è sicuramente molto alta. Nella maggior parte si tratta di linguaggi fortemente semplificati, come sono tutti i linguaggi in cui alla parola scritta si sostituiscono altri strumenti di comunicazione, ad esempio l’immagine.

Tuttavia, poiché la lingua è di per sé un organismo vivente e dunque dinamico, anche se prescindiamo dal linguaggio letterario, e ci soffermiamo sul quello quotidiano, noteremo che il passare del tempo e le varie necessità del vivere quotidiano hanno influito sull’utilizzo di ogni lingua preesistente per quanto riguarda la durata, la evoluzione e quindi l’esito.

Ne consegue che la consacrazione linguistica degli Accademici deve fare i conti con le necessità impellenti della comunicazione sia scritta che orale, sia popolare che letteraria. Pertanto, mentre da una parte si assiste alla penetrazione nel bagaglio linguistico ufficiale di termini stranieri, dall’altra si deducono diverse persistenze che attraverso il dialetto riconducono proprio alle lingue del passato, e dato la peculiarità del nostro bacino culturale, alla lingua greca e alla lingua latina in primis, per poi essere trasferite nella lingua ufficiale.

Il dialetto col suo lessico peculiare offre lo spunto per spaziare nei campi più diversi, dall’antropologia alle tradizioni popolari, dalla storia alle caratteristiche morfologiche del territorio, fino ad arrivare alla tradizione linguistica.

Spesso gli abitanti di un determinato luogo sono individuati piuttosto che col proprio nome, quasi esclusivamente dai soprannomi in dialetto originati dalle caratteristiche fisiche, dal mestiere che ciascuno svolge o da altre particolari situazioni caratterizzanti. Ovviamente non mancano forti pregiudizi nei confronti del dialetto, considerato ”la lingua” dell’oralità, più povera di mezzi espressivi rispetto a quella ufficiale, meno funzionale, priva di una consolidata tradizione letteraria se non addirittura considerata segno di inferiorità sociale e di diversità culturale.

Invece, al pari della lingua nazionale che è la lingua della cultura ufficiale, dell’amministrazione e della tradizione letteraria, il dialetto ha una struttura linguistica altrettanto complessa e articolata, una propria grammatica e un proprio lessico che spesso è anche più ricco di quello della lingua ufficiale. Soprattutto esso costituisce un bene culturale di primaria importanza a cui bisognerebbe accostarsi come a uno strumento di comunicazione ricco di storia e di cultura.

Il dialetto è lo specchio dell’identità culturale di un popolo che nella tradizione (nel significato etimologico di consegna di cose) ritrova se stesso con l’obbligo di non sperperarla, ma di consegnarla, arricchita delle esperienze di vita, alle generazioni future. Infatti il patrimonio linguistico dialettale ripropone, se non lo stesso contesto storico e istituzionale della lingua d’origine, almeno lo stesso contesto situazionale e psicologico. Ciò vale sia per le formule religiose, sia per le origini del pensiero astratto, per le concezioni spirituali e le radici dei concetti in generale. Dunque il dialetto non è da considerarsi un lingua inferiore, né necessariamente meno colta, ma soltanto una lingua più antica, per meglio dire molto antica.

Se, ad esempio, effettuiamo un’analisi comparata dei termini afferenti agli antichi mestieri, agli strumenti utilizzati nelle antiche opere contadine, agli usi, costumi, tradizioni, giochi, cibi, edifici, canti popolari legati al lavoro, nascite, feste, malattie, morte, riti religiosi, formule apotropaiche, nonché alle parti del corpo umano, alle vesti, calzature, armature e così via e li confrontiamo con i corrispondenti latini e/o greci, noteremo che il passaggio intermedio tra la lingua antica e la lingua moderna è rappresentato proprio dal dialetto.

Naturalmente tali persistenze dialettali sono riscontrabili, con tutte le modifiche consonantiche, nei dialetti che furono e in parte ancora lo sono, gli eredi naturali della cultura e della lingua classiche, come il campano e il siciliano, anche se vi sono state numerose contaminazioni dovuti ad apporti linguistici di diversa provenienza come la spagnola e l’araba.

Proponiamo uno specchietto comparativo tra il greco in traslitterazione, il latino, il dialetto napoletano e l’italiano avvertendo che spesso le vocali non toniche (su cui cioè non cade l'accento) e quelle poste in fine di parola, non vengono articolate in modo distinto tra loro, e sono tutte pronunciate con un suono centrale indistinto che i linguisti chiamano schwa e che nell'Alfabeto fonetico internazionale è trascritto col simbolo /ə/ (in francese lo ritroviamo, ad esempio, nella pronuncia della e semimuta di petit).

GRECO

kome

oftalmòs

us-otos

kefale-kara

kara

------

ris-rinos

stoma-atos

odus-odontos

brachion

palame

dactylos

onyx-nychos

gony-gonatos

pus-podos

kardia-kardias

pleumon- is

persicòn melon

petroselinon

rafanìs

kapros

psylla

apotheke

…….

………

titthòs

…….

thallòs

echo

LATINO

coma

oculus

aurica

caput

cerebrum

cervix

nasus

os-oris/bucca

dens

brachium

palma

digitus

ungula

genu

pes,pedis

cor,cordis

pulmo,onis

malus persica

petroselinum

raphanus

caper

pulex

conditorium

catulus

corrigia

……

testa

thallus

teneo

DIALETTO

--------

Uocchio

recchia

crapa

capa

cerviello

naso

vocca

diente

vrazze

parma

dito

onghia

denocchie

pére

core

permone

perzeca

petrusìno

rafaniello

crapa

pòlece

putéca

cacciuttiello

currea

zizza

testa

tallo

tengo

ITALIANO

chioma

occhio

orecchia

testa

capo

cervello

naso

bocca

dente

braccio

palmo

dito

unghia

ginocchi

piede

cuore

polmone

pésca

prezzemolo

ravanello

capra

pulce

bottega

cagnolino

correggia

petto muliebre

testa,vaso

germoglio

tengo, ho

Adriana Pedicini

Mostra altro

Giosuè Borsi

6 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Giosuè Borsi

“Città giovine e forte, che il divino

mare accarezza, il vasto ed alto sole,

a Te che cresci in opulenza, vale!

A Te, per carità di Te, m’inchino!”

(Dal sonetto “Alla città natale” di Giosuè Borsi)

Giosuè Borsi (1888 – 1915) nacque a Livorno, nella casa di via degli inglesi. Dovette il suo nome al Carducci, amico del padre. Studiò al liceo classico Niccolini Guerrazzi e si laureò a Pisa.

Così descrive se stesso:

Nere chiome; occhi bruni e lunghe ciglia,narici aperte; impube avida bocca,

voce grave, parola che somigliauna dritta saetta quando scoccaErto busto; esil corpo che s’abbiglia

Con cura forse troppo vana e sciocca.

Cominciò a poetare presto, con versi, manco a dirlo, d’ispirazione carducciana. Il padre, Averardo, nato a Castagneto Maremma, era uno dei tanti letterati che orbitavano attorno al Carducci, indiscusso maestro dell’epoca. Chiamò il figlio Giosuè proprio in onore dell’amico poeta.

In un periodo di sperimentazione e di avanguardia come quello, la posizione di Giosuè si attestò su forme tradizionali, classicheggianti, imitatorie.

Voci

Chi sussurra così? L’onda del mareOggi somiglia un pianto doloroso,

e par che pianga e pare

che dica. – Io non avrò nessun riposo.Chi gorgheggia così’

Quel rosignolo,

la sera, piange tantoperché si sente soloe per compagno ha il canto.Chi mormora così? Sono le frondeD’un alberello in fiore:sanno che al mondo quel che nasce muore,e il vento passa, ascolta e non risponde.E questo canto flebile e tranquillo?Senti: - fiorin fiorello,io canto sempre come canta il grilloche tutti i giorni inventa uno stornello!E tace il cuore e ascolta l’ansimare,il canto, il gorgheggiare anche , e il sussurro…si lamenta la terra, il cielo, il mare…Una vela è lontana nell’azzurro.

Scrisse commedie, novelle, racconti per l’infanzia, ma anche pezzi critici e giornalistici. Con lo pseudonimo di Corallina, fu cronista e confezionò pezzi come inviato sul terremoto di Messina e sulla biennale d’arte di Venezia.

Era elegante, molto ricercato nei salotti, fece vita dissoluta di cui poi si pentì. Ebbe successo come conoscitore e fine dicitore di Dante. Ma la morte del padre e della sorella Laura lo gettarono nello sconforto, al punto che, quando morì anche l’amatissimo nipotino, figlio di Laura, Giosuè tentò il suicidio.

Pur essendo cresciuto in ambiente anticlericale e agnostico, le sventure della vita lo orientarono verso il cristianesimo. Divenne terziario francescano, cioè un laico che s’impegna a vivere nel mondo lo spirito di San Francesco.

Fra il 1912 e il 13 scrisse “Le confessioni di Giulia", dedicate alla donna amata, intesa in versione angelicata e dantesca.

Fu interventista nella prima guerra mondiale perché considerava la morte sul campo come l’espiazione di una vita di peccato.

Pochi giorni prima di morire, scrisse una lettera alla madre, considerata il suo più alto momento letterario.

“Tutto dunque mi è propizio”, diceva, “tutto mi arride per fare una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l’occasione, l’età. Non potrei meglio coronare la mia vita.”“Sono tranquillo, perfettamente sereno e fermamente deciso a fare tutto il mio dovere fino all'ultimo, da forte e buon soldato, incrollabilmente sicuro della nostra vittoria immancabile. Non sono altrettanto certo di vederla da vivo, ma questa incertezza, grazie a Dio, non mi turba affatto, e non basta a farmi tremare. Sono felice di offrire la mia vita alla Patria, sono altero di spenderla così bene, e non so come ringraziare la Provvidenza dell'onore che mi fa.Non piangere per me mamma, se è scritto lassù che io debba morire. Non piangere, perché tu piangeresti sulla mia felicità. Prega molto per me perché ho bisogno. Abbi il coraggio di sopportare la vita fino all'ultimo senza perderti d'animo; continua ad essere forte ed energica, come sei sempre stata in tutte le tempeste della tua vita; e continua ed essere umile, pia, caritatevole, perché la pace di Dio sia sempre con te. Addio, mamma, addio Gino, miei cari, miei amati.”

Riuscirà nel suo intento: morirà in un assalto a Zagora. Nella sua giacca, insieme a medaglie insanguinate, saranno ritrovate una foto della madre e la Divina Commedia.

L’associazione culturale Giosuè Borsi è nata nel 2004 come continuazione del gruppo omonimo, attivo a Livorno dal 1988, in occasione del primo centenario della nascita del poeta. Inizialmente si è occupata di custodire i cimeli del concittadino, prima conservati in un piccolo museo, ora chiuso. Con il riconoscimento del Comune di Livorno, ha la custodia etica del Famedio di Montenero, che raccoglie resti e ricordi dei livornesi illustri. L’associazione, con sede in via delle Medaglie d’Oro 6, mantiene vivo il ricordo di Giosuè Borsi (1888 – 1915) e promuove conferenze e studi sulla storia della città e sui suoi personaggi dimenticati. Pubblica con cadenza semestrale la rivista “La Torre” e ha provveduto a far ristampare numerose opere di borsiane.

Il presidente dell’associazione, Carlo Adorni, ha curato un’antologia intitolata “Omaggio a Giosuè Borsi” con prefazione del compianto professor Loi, di cui abbiamo un ammirato ricordo come nostro insegnante di storia. L’antologia, edita nel 2007 dalla casa editrice “Il Quadrifoglio” e corredata di bellissime foto, contiene versi da varie raccolte - fra le quali Primus Fons - alcune interpretazioni dantesche - di cui Borsi era appassionato e fine dicitore - il famoso Testamento spirituale, esempio elevato di scrittura religiosa, e L’ultima lettera alla madre, il suo momento poetico più alto.

Come evidenza Loi, Arte, Patria e Religione furono i tre motivi ispiratori dell’opera borsiana, seppur egli non sia stato poeta “di grande ala”. Dopo una vita di piaceri, vissuta con senso di colpa, dopo essere cresciuto all’ombra degli ideali carducciani e classicisti paterni, dopo aver bramato per se stesso l’amore della donna e la gloria dell’artista, Borsi ebbe una profonda conversione spirituale che lo avvicinò al cristianesimo. Il testamento spirituale è una conferma di quanto egli abbia sentito, pur nella sua beve esistenza, la vanità e il peso delle cose terrene. Il dolore lo ha colpito, attraversato, prostrato, con colpi ripetuti e brutali: la morte del padre, della sorella Laura e del nipotino nato dalla relazione di questa con il figlio di D’Annunzio.

Ma nella sua morte in battaglia, ricercata, ambita, desiderata, c’è molto di decadente, l’ultima pennellata wildiana o dannunziana data ad una vita artistica, sublimata, però, e illuminata, dalla spiritualità, da una ricerca di purezza francescana. La morte è bella, è fausta, perché consegna alla gloria, rende leggendari, redime dai peccati e, tuttavia, in questa morte intesa come coronamento più che come rinunzia, scompare il terziario francescano, il rinunciante, e riaffiora il superuomo nietzschiano.

“Lascio la caducità, lascio il peccato, lascio il triste ed accorante spettacolo dei piccoli e momentanei trionfi del male sul bene: lascio la mia salma umiliante, il peso grave di tutte le mie catene, e volo via, libero, libero, finalmente libero, lassù nei cieli dove è il padre nostro, lassù dove si fa sempre la sua volontà.”(pag 172)

Riferimenti

Carlo Adorni, “Omaggio a Giosuè Borsi”, edizioni il quadrifoglio, Livorno, 2007

Mostra altro

GIOVANNI COMISSO - GIORNI di GUERRA

2 Marzo 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi, #storia

GIOVANNI COMISSO - GIORNI di GUERRA

Originario di Treviso, Comisso (1893 - 1969) prese parte alla Grande Guerra e poi all’esperienza di Fiume con D’Annunzio. Molto legato alla sua città, fu giornalista e affermato autore di reportage di viaggio per vari quotidiani. Vinse il Premio Viareggio nel 1952 con Capricci italiani e lo Strega nel 1955 con Un gatto attraversa la strada.

Lo scrittore in Giorni di Guerra ci parla della sua esperienza nel conflitto in cui operò, dal 1915 al 1918, come soldato e poi come sottotenente del Genio, svolgendo il suo lavoro con grande scrupolo e coraggio; spesso dovette intervenire nelle zone battute dalle artiglierie nemiche per ripristinare preziosi collegamenti telefonici, mentre in altre fasi conobbe la monotonia della vita nelle retrovie.

L’esperienza al fronte di Giovanni Comisso non ci fa respirare il truce clima delle trincee e la paura della morte che può colpire in ogni momento il povero fante. Non troviamo una specifica impostazione “ideologica” affine alla guerra o contraria ad essa. Si tratta del diario di un giovane che a poco più di vent’anni si trova immerso in una “avventura” dove il drammatico trova spesso un inatteso contraltare nel grottesco.

Ad esempio ci racconta di una famiglia di contadini che parlano quasi in modo lieto di una cannonata caduta vicino alla propria casa, come se si trattasse di una piacevole novità. Oppure ci descrive una demenziale sparatoria in cui si prende di mira un aereo; anche gli ufficiali tirano con la pistola, alcuni dal tetto della cucina. Poi, finita la confusione, si viene a sapere che il velivolo era italiano. Anche nella tremenda ritirata di Caporetto, in cui dominano marasma e anarchia, Comisso riesce a farci sorridere parlando di un ufficiale che nella fuga si trascina via decine e decine di scarpe colorate, mentre altrove ci sono postazioni di soldati che non vengono avvisati dell’imminente arrivo del nemico. Quella ritirata è una piccola Anabasi, drammatica ma non priva di fasi bizzarre o di momenti lirici, come quando l’autore sogna di fermarsi per sempre in una valle spopolata con una donna appena conosciuta.

Altri passi interessanti sono quelli che si riferiscono alle battaglie del 1918 intorno al Piave, sempre con l'oscillare tra registro tragico e registro leggero. Le grandi artiglierie appostate tra gli alberi sono affiancate dai contadini che continuano a lavorare i campi vicini nonostante gli scontri. Tra i bagliori notturni delle cannonate e dei razzi, alcune donne osservano che a Nervesa doveva esserci la sagra. Un generale ordina di sparare sui fanti che fuggono; mentre ancora si combatte duramente, dietro a una chiesa si scavano fosse, destinate non ai caduti, ma ai disertori che dovevano essere fucilati.

Le ultime righe del libro sono un omaggio ai soldati vittoriosi, resi arcigni dalla sofferenza, quasi una "razza" a parte, forgiata dalla guerra e destinata a subirne le conseguenze:

"Neri, come di fumo, sporchi, stracciati, con fasciature spicciative alle mani e alla testa, sfiniti nel volto, ma accesi di sangue alle labbra e di vita negli occhi, cercai di imprimerli nella memoria, perché ormai ero certo che aspetti simili non sarebbe stato possibile rivederli più. Pareva avessero impegnata tutta la loro forza per fare all'amore o per una corsa accanita e sorridevano pesantemente come non sapessero essi stessi cosa avessero fatto e perché”.

In fondo la guerra, per chi la fa è quasi sempre una sconfitta, per il prezzo enorme che costringe a pagare. Al momento della chiamata al fronte, uno zio del giovane, già protagonista delle battaglie risorgimentali, lo ammonisce così: “Noi, appena finite le guerre, ci siamo trovati con un pugno di mosche, pensioni misere, appena guardati in faccia, mentre gli altri che erano rimasti a casa avevano pensato a farsi ottime sociali sfruttando la situazione che noi avevamo creato con il nostro sangue”.

Mostra altro

I fratelli Grimm

4 Febbraio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Jacob Ludwig Karl Grimm (1785 - 1863) e Wilhelm Karl Grimm (1786 – 1859) erano fratelli, legatissimi al punto che, quando uno dei due si fece una famiglia, prese l’altro a vivere con sé. Le numerose delusioni li portarono poi a chiudersi in un loro mondo fantastico, un po’ come capitò a Tolkien nell’ultima parte della vita. Nati ad Hanau, vicino a Francoforte, furono linguisti e filologi, padri fondatori della germanistica, autori di un importantissimo dizionario che venne completato postumo solo negli anni sessanta. Jakob è anche famoso in glottologia per la celebre legge che da lui prende il nome: la prima rotazione consonantica (Erste Lautverschiebung).

Nel mondo, però, sono conosciuti soprattutto per aver raccolto e rielaborato le fiabe della tradizione popolare tedesca in “Fiabe” (Kinder- und Hausmärchen, 1812-1822) e “Saghe germaniche” (Deutsche Sagen, 1816-1818). Pubblicarono, tuttavia, anche fiabe francesi e di altri paesi.

Il loro operato fa parte del movimento ottocentesco di riscoperta e rivalutazione del folklore popolare. In un periodo in cui la crescente alfabetizzazione portava alla scomparsa della tradizione orale, influenzati dal romanticismo di Clemens Brentano e da von Arnim, i Grimm compirono le loro ricerche col preciso intento di recuperare, non tanto favole per bambini, quanto racconti che contenessero lo spirito di un intero popolo, favorendo la nascita di una identità germanica.

Era forse giunta l’ora di riunire queste fiabe, dato che coloro che le devono conservare sono sempre di meno…”

La stessa azione compì Elias Lönrot nel 1835 in Finlandia con il Kalevala.

Le fiabe che riproposero erano in versione originale non destinate a un pubblico infantile. Quello che è giunto fino a noi è un adattamento edulcorato, depurato dei particolari più cruenti, risalente alle traduzioni inglesi del 1857. Le due sorellastre di Cenerentola, ad esempio, nella versione originale si tagliano calcagno e alluce nel tentativo di entrare nella famosa scarpetta. Sembra, però, che una certa censura sia stata condotta anche dai Grimm per quanto riguarda contenuti sessualmente espliciti.

Le stesure nel corso degli anni furono molteplici, i Grimm modificarono le storie per venire incontro ai gusti della nuova borghesia tedesca e perché s’imbatterono continuamente in versioni diverse. Si sforzarono, comunque, di rendere i racconti così come li avevano ascoltati, in uno stile semplice, mimetico del linguaggio popolare, senza abbellimenti e persino un po’ scarno. Molto diverse le due trasposizioni di Cenerentola, quella barocca, aristocratica, di Perrault e quella brulla, sanguinosa, dei Grimm. Dobbiamo, infatti, precisare che l’opera dei Grimm era stata preceduta nel seicento da quella del nostrano Gianbattista Basile (con “Lo cunto de li cunti” 1643 – 46) e da quella dal francese Perrault.

Le storie hanno un’ambientazione cupa, oscura, fatta di orchi, streghe che mangiano bambini, genitori che li abbandonano nel bosco, madri (e non matrigne!) che pretendono il cuore delle figlie, lupi che divorano. È un mondo di case nella foresta, di animali parlanti, di arcolai, di fusi che addormentano, di paglia che diventa oro, di specchi magici, di mele avvelenate. I protagonisti sono esponenti del popolo o dell’aristocrazia, l’intento è edificante, con il lieto fine che premia sempre il comportamento retto e onesto.

Se Vladimir Propp ne ha analizzato la struttura ricorrente, se non è impossibile ricollegarle alle teorie degli archetipi e dell’inconscio collettivo di Jung, è ormai famosissima l’interpretazione freudiana che ne ha dato Bruno Bettelheim. Certo è che le fiabe – tutte, non solo quelle dei Grimm - assolvono un compito consolatorio per i bambini.

Attraverso la narrazione i piccoli superano le paure, oggettivandole, acquistando fiducia in un lieto fine, risolvendo conflitti edipici, rivalità fraterne, sensi di colpa latenti, primi turbamenti sessuali inconsci, timore dell’abbandono, riti di passaggio all’età adulta e alla maturità psicofisica. Imparano altresì a distinguere ciò che è bene da ciò che è male, a schierarsi dalla parte dell’eroe positivo, a fidarsi dell’aiuto esterno, a non demoralizzarsi di fronte a difficoltà e a sentimenti d’inadeguatezza, ad accettare l’esistenza del male, considerandolo superabile. Nelle favole dei Grimm chi non è degno, chi non si comporta come dovrebbe, va incontro a una brutta fine, e l’apparente mancanza di pietà nella punizione è soltanto giustizia agli occhi dei piccoli.

Il bambino trae molta più consolazione e giovamento dall’ascolto di una fiaba che da un ragionamento logico. Attraverso le immagini fantastiche e la narrazione, rielabora in modo subliminale e istintivo i precetti, assimilandoli senza sforzo.

Anche nelle fiabe attuali, quelle dei libriccini cartonati in vendita negli scaffali degli autogrill, la parola più ricorrente è PAURA. Esorcizzare i terrori infantili, e vincere l’ansia da prestazione dei bambini, sembra essere lo scopo principale del mondo fiabesco.

Per concludere, ricordiamo che un’operazione simile a quella dei fratelli Grimm è stata compiuta dal nostro Italo Calvino nel 1956 con le fiabe della tradizione popolare italiana.

Jacob Ludwig Karl Grimm (1785 - 1863) and Wilhelm Karl Grimm (1786 - 1859) were brothers, very close to the point that, when one of the two started a family, he took the other to live with him. The numerous disappointments then led them to shut themselves in their fantasy world, a bit like what happened to Tolkien in the last part of life. Born in Hanau, near Frankfurt, they were linguists and philologists, founding fathers of German studies, authors of a very important dictionary which was completed posthumously only in the sixties. Jakob is also famous in glottology for the famous law that takes his name: the first consonantal rotation (Erste Lautverschiebung).

In the world, however, they are known above all for having collected and reworked the tales of the German popular tradition in "Fairy Tales" (Kinder- und Hausmärchen, 1812-1822) and "Germanic Sagas" (Deutsche Sagen, 1816-1818). However, French and other fairy tales were also published.

Their work is part of the nineteenth-century movement of rediscovery and revaluation of popular folklore. In a period in which the growing literacy led to the disappearance of the oral tradition, influenced by the romanticism of Clemens Brentano and von Arnim, the Grimm carried out their research with the specific intent to recover, not so much fairy tales for children, as tales that contained the spirit of an entire people, favouring the birth of a Germanic identity.

 

"Perhaps the time had come to reunite these fairy tales, given that those who must preserve them are less and less ..."

 

Elias Lönrot did the same action in Finland in 1835 with the Kalevala.

The fairy tales they re-proposed were in the original version not intended for a child audience. What has come down to us is a sweetened adaptation, stripped of the bloodiest details, dating back to the English translations of 1857. The two stepsisters of Cinderella, for example, cut their heel and big toe in the original version in an attempt to enter the famous shoe. It seems, however, that some censorship has also been conducted by the Grimms regarding sexually explicit content.

The drafts over the years were multiple, the Grimm changed the stories to meet the tastes of the new German bourgeoisie and because they continually came across different versions. They endeavoured, however, to make the stories as they had listened to them, in a simple, mimetic style of popular language, without embellishments and even a little lacklustre. The two transpositions of Cinderella are very different: the baroque, aristocratic one, by Perrault and the bleak, bloody one, by the Grimm. In fact, we must specify that the work of the Grimm had been preceded in the seventeenth century by that of our local Gianbattista Basile (with "Lo cunto de li cunti" 1643 - 46) and by that by the French Perrault.

The stories have a dark, dark setting, made up of orcs, witches who eat children, parents who abandon them in the woods, mothers (and not stepmothers!) who demand the hearts of their daughters, wolves who devour. It is a world of houses in the forest, talking animals, spinning wheels, spindles that let you fall asleep, straw that turns into gold, magic mirrors, poisoned apples. The protagonists are representatives of the people or aristocracy, the intent is edifying, with the happy ending that always rewards righteous and honest behaviour.

 

If Vladimir Propp has analyzed their recurring structure, if it is not impossible to link them to the theories of archetypes and the collective unconscious of Jung, the Freudian interpretation that Bruno Bettelheim has given is now famous. What is certain is that fairy tales - all, not only those of the Grimm - perform a consoling task for children.

Through storytelling, children overcome fears, objectifying them, gaining confidence in a happy ending, solving oedipal conflicts, fraternal rivalries, latent guilt feelings, first unconscious sexual disturbances, fear of abandonment, rites of passage to adulthood and to psycho-physic maturity. They also learn to distinguish what is good from what is bad, to take sides with the positive hero, to trust external help, not to become demoralized in the face of difficulties and feelings of inadequacy, to accept the existence of evil , considering it surmountable. In the tales of the Grimm those who are not worthy, those who do not behave as they should, face a bad end, and the apparent lack of pity in punishment is only justice in the eyes of the little ones.

The child derives much more consolation and benefit from listening to a fairy tale than from logical reasoning. Through fantastic images and narration, he subliminally and instinctively reworks the precepts, assimilating them effortlessly.

Even in current fairy tales, those of the hardback booklets on sale in the shelves of the roadside restaurants, the most recurring word is FEAR. Exorcising childhood terror, and overcoming children's performance anxiety, seems to be the main goal of the fairy tale world.

To conclude, remember that an operation similar to that of the Grimm brothers was carried out by our Italo Calvino in 1956 with the fairy tales of the Italian popular tradition.

Mostra altro

Franca Poli presenta Marcello de Santis

29 Gennaio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi

Franca Poli presenta Marcello de Santis

PARTONO 'E BASTIMENTI

Parte prima
di
marcello de santis

partono 'e bastimenti
per terre assai luntane,
cantano a buordo
so
' napulitane.

Siamo ai primi anni del 1900, e l'emigrazione degli italiani per le americhe era in pieno svolgimento; si andava a cercare fortuna. Erano giorni in cui la città di Napoli pulsava fin nel profondo delle vene, il porto pullulava di bagagli, pacchi e pacchetti, valigie e valigioni tenuti insieme da corde incrociate, sacchi e quant'altro, e donne con bambini in braccio, e uomini e anziani; con addosso i consunti vestiti di tutti i giorni; si preparano a lasciare il loro paese per un'ignota avventura.

Il fenomeno dell'emigrazione, fino allora sconosciuto ai più, adesso anno 1919 è in pieno svolgimento; i bastimenti partono uno alla volta, più di uno ogni giorno; e allontanandosi dal porto le persone a bordo - gli occhi umidi per le lacrime - salutano con un fazzoletto in mano quei parenti meno fortunati (o più fortunati, magari), che restano a terra; gli uni e gli altri si sentono straziare il cuore per le ultime struggenti immagini; chi resta, quelle dei suoi cari che se ne vanno, gli emigranti, più tardi, "quelle delle ultime cose" che riescono a vedere prima che scompaiano del tutto a un orizzonte che si lasciano alle spalle.

Nei versi con i quali ho aperto questo breve saggio, "queste ultime cose" sono le case di Santa Lucia, ultimo segno di una Napoli che si allontana sempre più; e che chissà se avrebbero mai rivisto. E' l'ultima cartulina 'e Napule che si portano negli occhi e che conserveranno a lungo dentro, bagnata da una inconsolabile malinconia.

santa lucia luntana e te
quanta malincuni
a...

L'autore della canzone è E. A. Mario.
Santa Lucia luntana risale all'anno 1919, quando più forte era l'esodo dei napoletani per "terre assai luntane"; esodo già iniziato verso gli ultimi due decenni dell'ottocento; a partire dal 1880 circa e per tutto un secolo se ne andarono dall'Italia circa quindici milioni di persone.
Ma fu nei primi anni del novecento che l'emigrazione raggiunse il punto più alto; ogni anno si contavano dalle duecentomila alle trecentomila unità che lasciavano il paese, in gran parte da Napoli, (ma anche da Genova Messina e Palermo, che erano i soli porti autorizzati a ricevere quelli che volevano imbarcarsi),

... cu dint''o còre 'na malincunia...

Se ne andavano richiamati dal miraggio del sogno americano, un paese nuovo che richiedeva braccia per lavorare; e il grido giungeva fino a noi, che di persone senza lavoro, indigenti i più, nella miseria molti, ne avevamo molti, moltissimi.

se gira o munne sano,
se va' a cerca' fort
una,


E.A.Mario Napoli 1884 - 1961 è il nome d'arte di Giovanni Ermete Gaeta
autore di molte canzoni celebri sia in lingua che in dialetto napoletano.
Sempre attento ai problemi sociali del suo paese,
dal dramma della guerra a quello dall'emigrazione.
Era l' autore sia delle parole che della musica delle sue canzoni.

L'ultima cosa che di vedeva dalle navi che si allontanavano definitivamente portandosi a bordo povertà e speranze, erano - come detto - le case del quartiere di Santa Lucia; e davanti a esse, sul mare, il Castel dell'Ovo.
Oggi a ricordo dei drammatici eventi sociali dell'emigrazione, e della partecipazione in qualche modo ad essi del nostro poeta c'è una targa proprio a Borgo Marinari che recita: Partono i bastimenti... pe' terre assai luntane...

La statua della Libertà era un richiamo troppo forte, Nuova York era la città della speranza, gli Stati Uniti la terra del futuro. Ed era proprio la Statua la prima cosa che gli emigranti vedevano da lontano; a ben quaranta chilometri dalla città di New York, la statua che dava il benvenuto ad essi con il sonetto che una poetessa americana Emma Lazarus scrisse, e che fu fatto incidere alla base dal colosso americano che si erge sul mare davanti a New York, su un'isoletta che si chiama appunto Isola della Libertà.

Datemi i vostri stanchi, i vostri poveri,
le vostre masse infreddolite desiderose di respirare liberi,
i rifiuti miserabili delle vostre spiagge affollate.
Mandatemi loro, i senzatetto, gli scossi dalle tempeste a me,
e io solleverò la mia fiaccola accanto alla port
a dorata.

Questi nuovi lavoratori, che andavano là per far fronte al grande sviluppo industriale di un paese nuovo, erano una risorsa non solo per il paese che li accoglieva, ma anche per il paese che li aveva in qualche modo cacciati via, là producendo e incrementando la ricchezza locale, qua con le rimesse di denaro che facevano alle loro famiglie, che spendendo consentivano all'Italia di importare materie prime per rimettere in funzione la macchina statale del lavoro industriale.

Le parole della canzone strappano ancora commozione e lacrime a chi le sente a distanza di quasi un secolo; specialmente ai figli o a nipoti e pronipoti di chi ebbe sui bastimenti che partivano un parente, un padre, una madre, un nonno e una nonna, o dei bisnonni.

... cantano a buordo
so' napuli
tane...

Cantavano a bordo i nostri emigranti struggendosi di nostalgia per il paese che erano costretti a lasciare; e presto questa canzone sarebbe diventata la canzone per eccellenza degli emigranti napoletani.

Santa Lucia luntana... 'o puorto ca scumpare... a luna 'mmiez''o mare... e quel poco 'e napule che si vede ancora...

Cantano pe' tramente
'o golfo giá scumpare,
e 'a luna, 'a miez'ô mare,
nu poco 'e Napule
lle
fa vedé...

Sono altamente drammatiche le parole della canzone di E.A.Mario e intrise di una tristezza che rievoca ogni volta, che si sente e che si canta.

L'emigrante quasi sempre non dormiva nel posto a lui riservato, i pagliericci infestati di pidocchi, sporchi e puzzolenti, fumo e puzza del vapore della macchine che arrivavano da tutte le parti, insomma difficile era respirare là; se si voleva sopravvivere si doveva salire in coperta; accucciato a lungo sui talloni; o seduto a terra o su un groviglio di gomene a guardare l'immensità dell'oceano che pareva non volesse mai finire; e le notti insonni a rimirare la luna, quella stessa luna che adesso stava illuminando quell'ultima cartolina che avevano impressa negli occhi, santa lucia luntana... ma se pioveva o faceva tempesta erano costretti a tornare sotto coperta, dove l'aria mancava e quella poca che c'era era piena di cattivi odori.

santa lucia luntana e te
quanta malinconia...
se gira o munne sano,
se va' a cercar fortuna,
ma quanne spunta a luna
luntana e napule
nun
se po' sta.


emigranti a bordo di uno dei bastimenti che facevano i viaggi atlantici,
e che il più delle volte erano vere e proprie carcasse

Ma il viaggio era una rischiosa avventura, e non sempre ci si aveva il tempo di soffrire di nostalgia e di cantare 'e canzone 'e napule, ché i passeggeri soffrivano mal di mare, malattie varie, e talvolta e spesso, anche, abusi da parte dell'equipaggio. Per cui la nostalgia e il canto anche se sommesso passava in secondo piano davanti a queste cose e alla paura insita dentro di loro. A bordo la miseria si faceva sentire più che non a terra prima di partire; la gente, stipata all'inverosimile in terza classe, aveva il terrore negli occhi, non sapendo la sua sorte, e intorno c'era chi vomitava, la puzza e la sporcizia era indescrivibile; così come la probabilità di prendersi qualche malattia. I poveri con tutta la loro miseria addosso erano costretti, come ho già detto, in terza classe, quasi come reclusi; per tutto il tempo della traversata nelle stive adibite a trasporto merci, ed erano malvisti e mal sopportati e dai membri dell'equipaggio e dai signori, cui arrivava il cattivo odore che emanava quel tratto di nave, quasi sempre a poppa; questa terza classe era allocata quasi sempre nelle parti più basse della nave, nei locali dove si stipavano e trasportavano le merci, bastava qualche divisorio con tramezzi di legno e il gioco era fatto. Per il ritorno si smontavano questi tramezzi e si caricavano merci.

In prima classe c'era la gente bene, i ricchi, i signori, mentre la seconda era riservata a quelli che potevano definirsi agiata borghesia. Gli emigranti erano stipati e ammassati un spazi insufficienti a contenerli tutti, in barba alla legge che stabiliva tanti passeggeri per un tot di spazio. I pasti venivano consumati là, sdraiati per terra, a gruppi, uno per ogni gruppo era addetto al ritiro del rancio e a portarlo agli altri. Il viaggio si trasformava dunque in tre quattro settimane di inferno, nel vero senso della parola; neppure fratelli e sorelle potevano stare insieme; infatti i passeggeri venivano divisi: i maschi da una parte e le femmine da un'altra; in un'altra sezione, diciamo così, potevano stare insieme quelli sposati; i locali senza circolazi-one di aria sufficiente a una vita decente, e di conseguenza le malattie virali, specialmente per i bambini: il morbillo in testa, e la malaria; senza contare - per i grandi - polmoniti e gastroenteriti o simili. E si verificavano anche nascite nelle condizioni più abiette; e decessi; in questo caso si avvolgevano in un telo i cadaveri e si gettavano in mare; lo strazio era grande ma ancora più grande se a morire era un bambino.
Quanto doloroso doveva essere questo distacco dalla città natale, quanto triste l'addio a Napoli

http://www.youtube.com/watch?v=VD0PRS5UKZg

fine prima parte

marcello de santis

Mostra altro

Dimmi come leggi e ti dirò chi sei

10 Gennaio 2014 , Scritto da Patrizia Bruggi Con tag #patrizia bruggi, #cultura, #saggi

L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).
L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).

«Ebbene, allora il mondo è l'ostrica mia, ch'io con l'acciaro spalancherò.»

“Le allegre comari di Windsor” di William Shakespeare – Atto II ,Scena II

Con questa battuta che la dice lunga, uno dei personaggi della commedia shakespeariana risponde a Falstaff che, entrando in scena, gli si è appena rivolto affermando: «Io non ti presto un soldo» - e queste parole, forse, la dicono davvero ancora più lunga!

Il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio.

Così - come riporta il brevissimo articolo nell’inserto “La Lettura” de “Il Corriere della Sera” di domenica 14 dicembre - “da un passaggio shakespeariano” hanno preso ispirazione per il nome i fondatori della società statunitense Oyster, (ostrica in inglese, appunto) costituita nell’ottobre del 2012 e inaugurata poco meno di un anno dopo, nel settembre del 2013.

La società Oyster (servizio di streaming per libri in formato digitale) offre una piattaforma online a pagamento, Oysterbooks, con più di cinquecentomila ebook e disponibile su Android 4+, iOS 7+, Nook HD e Kindle Fire, così come su qualsiasi browser di computer o laptop.

Letta così, nessuna novità. O meglio, la novità c’è e (forse) non si vede.

Oyster è in grado di verificare quando il lettore inizia la lettura dell’ebook, quando la terminerà e se, soprattutto, arriverà alla parola “Fine” dell’opera.

Perché questo è il punto. Oyster corrisponderà quanto pattuito alle case editrici e agli autori solo a condizione che il libro sia stato letto per almeno un quinto.

Il conto è presto fatto: su centocinquanta pagine di libro, l’abbonato a Oysterbooks dovrà almeno sfogliarne (sfogliarne - non significa necessariamente leggerle) trenta. Se ne sfoglierà solo ventinove, il libro sarà giudicato non andare incontro ai gusti del lettore (e quindi del pubblico più allargato) e nulla sarà dovuto alla casa editrice che ne ha curato la pubblicazione, né tantomeno all’autore.

Lettori a cottimo per le strategie di mercato (e i ritorni economici) dell’editoria del futuro.

Analogamente, mi verrebbe da dire, se mangio solo un pezzo di pizza (meno di un quinto, dunque pari a un triangolo di settantadue gradi) e il resto lo lascio nel piatto, significa che la pizza non mi piace. Così potrei anche alzarmi e uscire, evitando di pagare il conto in pizzeria. Non credo che il gestore del locale che frequento abitualmente si troverebbe d’accordo con questa impostazione d’affari.

Potrei aver mangiato solo un triangolo di settantadue gradi di pizza (peraltro buonissima) perché due ore prima mi ero fatta prendere dalla gola e avevo fatto merenda con un fettone di pane spalmato di crema al cioccolato. Ma la pizza, anche se consumata solo in parte, l’ho trovata assolutamente di mio gusto.

Non sembra ragionare così la regola aurea del mercato introdotta da Oyster.

Il lettore “sfoglia”, dunque il libro “è”. Se il libro non si sfoglia, o si sfoglia poco, il libro “non è”. In tutti i sensi e senza andare oltre le ragioni di quel non sfogliare (o, al contrario, leggere fino in fondo). Senza chiedere «Perché?».

Per assurdo, magari il libro piace, ma la signorina che ne ha acquistato la versione ebook, mentre era in fila per spedire una raccomandata in posta, ha notato nella fila accanto a lei un bel giovanotto, si sono messi a parlare e la signorina ha realizzato che quello non era un semplice giovanotto come tanti in fila in un ufficio postale, bensì il principe azzurro. Colpo di fulmine e i due se ne vanno via, indifferenti a raccomandate e cartoline, verso una nuova vita. L’ebook (“Guerra e Pace” di Tolstoj) della signorina è stato spento a pagina 275, poco meno di un quinto (dell’edizione italiana più recente di 1.424 pagine)e dunque, Oyster farà due più due: la casa editrice non sarà pagata, non parliamo dell’autore e il libro, forse, vale poco, magari inutile proporlo ad altri.

Non sarà così semplicistico, naturalmente. E non ci si baserà solo sullo “sfogliare” della signorina in fila per la raccomandata, ma…

E’ sufficiente giudicare un libro dal numero di pagine lette? Che ne pensa il lettore dello stile, della trama, dei personaggi? Il lettore cosa pensa che abbia voluto comunicare l’autore, mettendo nero su bianco quella storia e non un’altra? Quanta fatica è stata spesa dall’autore per mettere insieme quella storia, bella o brutta che sia? E perché il lettore non è andato oltre nella lettura e ha abbandonato il libro?

Tutti siamo stati scolari. E a tutti sono stati imposti tomi di classici della letteratura. Ammettiamolo, per alcuni libri, data la nostra allora giovanissima età, non ci saremmo nemmeno sognati di andare oltre pagina 10 dell’introduzione ragionata. Solo a distanza di molti anni, magari riprendendo gli stessi libri in età più matura, ci siamo resi conto dei capolavori che erano. Applicando il metro di Oyster al nostro agire di allora, avremmo dovuto liquidare il libro come “illeggibile”?

E le case editrici che faranno? Non vorranno più avere a che fare con gli autori dei libri sfogliati sotto la soglia minima, senza preoccuparsi del talento che questi forse hanno, che magari deve essere supportato, accompagnato e affinato? Autori per i quali varrebbe la pena “battersi”, nonostante lo scarso (iniziale) ritorno?

E se anche il mondo dell’editoria fosse destinato a diventare solo un’immensa fucina? Non più di talenti, ma di “cose che rendono” e chi non “rende”, via, si dedichi ad altro. Una fucina di cottimisti inchiodati alla catena di montaggio della parola alla moda e che incontra il gusto. La parola che piace, la parola che vende. Magari non smuove nulla dentro al lettore, ma vende. Tutto come in un perfetto meccanismo di interruttori a relè: “Aperto – Chiuso”, “Vende – Non vende”.

«E’ l’editoria, bellezza, l’editoria, e tu non ci puoi far niente, niente!», mi risponderebbe forse qualcuno, parafrasando una celebre frase di film.

Può darsi. Ammetto però di non essere all’altezza di comprendere questo nuovo modo di monitorare, mappare e seguire il lettore in base ai ritorni economici, facendo leva solo su statistiche digitali, che escludono la percezione, il confronto, la curiosità che spesso non si accontenta di una sola risposta. Implicitamente, è come negare che il lettore possa disporre di sentimenti, senso critico e di gusto per il bello (o per il brutto).

Un’ultima informazione: Oyster ha dichiarato che tramite un algoritmo possono individuare le preferenze del lettore e proporgli una selezione di titoli che vanno incontro ai suoi gusti in tutto e per tutto.

Non è una novità vederci proporre iniziative o prodotti in base ai siti che abbiamo visitato su Internet o in base al nostro profilo che abbiamo inserito in rete.

Per la lettura, beh, per la lettura… Mi verrebbe da dire che così facendo, mi verranno proposti libri che mi piacciono, certo, farò meno fatica rispetto a doverli cercare da sola, ma tutto quanto a me è sconosciuto (e dunque non so ancora se mi potrà piacere o meno), chi me lo proporrà? I sistemi come Oyster potranno rendermi la vita più facile, ma mi faranno navigare solo nello spazio limitato delle mie Colonne d’Ercole trite e ritrite.

E oltre le Colonne d’Ercole il Nuovo Mondo, forse forse, bello o brutto che sia, non riuscirò ad esplorarlo. Un vero peccato.

Non me ne voglia Oyster, ma, come scriveva Shakespeare, il mondo può essere un’ostrica, da spalancare con l’acciaio. L’importante però, una volta spalancata l’ostrica, è trovarci la perla. Vera e rara, ben inteso, non di coltivazione.

L’immagine è un elaborato di Patrizia Bruggi ed è composta da un’immagine di un algoritmo (reperita in rete) e il dipinto di Vincent Van Gogh(1853 – 1890) “Natura morta con Bibbia” (1885).

Mostra altro

Sybil G. Brinton, "Vecchi amici e nuovi amori"

30 Dicembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi

Vecchi amici e nuovi amori

Sybil G. Brinton

Traduzione di Camilla Caporicci

Jo March, 2013

pp 341

14,00

Fin dal 2009 l’agenzia letteraria Jo March si occupa di “riportare alla luce narrativa lontana, nel tempo o nello spazio, a torto dimenticata o mai tradotta in lingua italiana”. La traduzione e la ristampa di “Vecchi amici e nuovi amori”, di Sybil G. Brinton, definito “l’antenato di tutti i sequel”, di tutti gli spin off e derivati austeniani, scritto cento anni dopo “Orgoglio e Pregiudizio” (1813) e tradotto in italiano cento anni dopo la sua pubblicazione (1913), soddisfa proprio questo criterio.

Duecento anni ci separano, dunque, dall’originale di Jane Austen e cento da questo seguito della Brinton, della quale poco si sa, se non che ebbe una vita breve e non godé mai di buona salute. L’autrice fu un’appassionata janeite, con quanto di positivo e di negativo il termine implica. Il janeitismo si sviluppò dopo il 1870, con la pubblicazione di “A Memoir of Jane Austen” di J.E. Austen - Leigh. Addirittura Rudyard Kypling scrisse un racconto, intitolato "The Janeites", su un gruppo di soldati della prima Guerra mondiale appassionati dei romanzi della Austen

Ai sei romanzi canonici si rifà questo sequel, e cioè “Orgoglio e pregiudizio”,Mansfield Park”, “L’Abbazia di Northanger”, “Ragione e sentimento”, “Persuasione”, “Emma”. La Brinton ne interseca i protagonisti, ritrovando, appunto, “vecchie conoscenze” e favorendo nuovi intrecci sentimentali, compensando i finali sempre un po’ troppo bruschi della “cara zia Jane”, basandosi su indicazioni date dalla stessa autrice riguardo possibili sviluppi, creando una specie di riassunto e di compendio di tutti e sei i romanzi. Seppur presenti, i caratteri principali restano sullo sfondo, in favore di figure minori, come Georgiana Darcy, Kitty Bennet, il colonnello Fitzwilliam e Mrs Crawford, di cui vengono narrate nuove avventure e nuovi amori.

In questo modesto tentativo di rappresentare il seguito delle avventure di alcuni dei personaggi di Jane Austen,” ci dice la Brinton nella prefazione, “ho fatto uso dei riferimenti fatti a essi dall’autrice stessa, registrati nel Ricordo di Mr. Austen- Leigh”

Il testo ha valore per ciò che rappresenta culturalmente, per il suo essere capostipite di tutta la fanfiction successiva, non tanto per il contenuto o lo stile. Di sicuro risponde a quel bisogno che s’impone, prepotente, alla fine di un libro amato, quando lo stringiamo al petto sentendoci orfani, chiedendoci cosa i protagonisti faranno ora che l’ultima pagina è stata letta e abbandonata.

Ma forse è perché gli attori principali non sono quelli che tanto ci hanno coinvolto – leggi Elisabeth e Darcy, ora trasformati, in soli due anni di vita coniugale, in signorotti di campagna privi di allure, compresi nel loro ruolo di genitori quanto Jo e il professor Baher in “Piccoli uomini”, ruolo da cui Elisabeth si distacca solo per addossarsi un’attività di match maker presa in prestito da Emma Woodhouse – se l’iniziativa riesce solo in una certa misura.

La storia di Georgiana, i suoi turbamenti, i suoi rossori, il suo agire da timida paraninfa fra il cugino Firzwilliam, suo ex promesso, e una Miss Crawford del tutto stravolta dall’originale austeniano, il suo amore per William Price bramato dall’amica Kitty, non ci prendono più di tanto, né ci entusiasma la tecnica che, nel tentativo di imitare quella “conversational” della Austen, non sfugge a qualche involontaria goffaggine e stempera il witticism in monotonia. Ricorda, semmai, il più piatto stile della quasi contemporanea – e rivale di Jane Austen – Maria Edgeworth. Manca l’ironia tagliente, manca lo studio di un’intera classe sociale e forse non è un caso se questo “Old friends and new Fancies” sembra essere rimasta l’unica prova della Brinton.

Anche i migliori fra i derivati”, ci conferma Giuseppe Ierolli nell’introduzione “rimangono lontanissimi da tutto ciò che ha reso Jane Austen uno degli autori più amati e studiati della letteratura mondiale. La perfezione dei suoi dialoghi, l’ironia e la parodia che pervadono i suoi scritti, talvolta celate in brevissimi incisi che spesso sfuggono al lettore distratto, la finezza di quello che lei stessa definì “il pezzettino d’avorio (largo due pollici) sul quale lavoro con un pennello talmente fine che produce un effetto minimo dopo tanta fatica”, la naturalezza con la quale ci accompagna nelle vicende dei suoi personaggi, la parsimonia con la quale li descrive, lasciando che i loro caratteri emergano molto più da ciò che dicono e fanno che da quello che ne dice il narratore, sono nel loro complesso, inimitabili, e solo qualche sprazzo emerge talvolta nelle opere che si ispirano a lei.”

"Old Friends and New Loves", by Sybil G. Brinton, called "the ancestor of all sequels", of all Austenian spin-offs and derivatives, was written a hundred years after "Pride and Prejudice" (1813).

Two hundred years separate us, therefore, from the original by Jane Austen and one hundred from this sequel by Brinton, of whom little is known, except that she had a short life and never enjoyed good health. The author was a passionate janeite, with what both positive and negative the term implies. Janitism developed after 1870, with the publication of "A Memoir of Jane Austen" by J.E. Austen - Leigh. Even Rudyard Kypling wrote a story, entitled "The Janeites", about a group of soldiers of the First World War passionate about the novels of the Austen

This sequel is based on the six canonical novels, namely "Pride and prejudice", "Mansfield Park", "Northanger Abbey", "Sense and Sensibility", "Persuasion", "Emma". Brinton intersects the protagonists, finding, in fact, "old acquaintances" and favouring new sentimental intertwining, compensating the always a little too abrupt ends of "dear Aunt Jane", basing herself on indications given by the author herself regarding possible developments, creating a sort of summary and compendium of all six novels. Although present, the main characters remain in the background, in favour of minor figures, such as Georgiana Darcy, Kitty Bennet, Colonel Fitzwilliam and Mrs Crawford, of whom new adventures and new loves are narrated.

 

"In this modest attempt to represent the sequel to the adventures of some of Jane Austen's characters," Brinton tells us in the preface, "I made use of the references made to them by the author herself, recorded in the Memory of Mr. Austen- Leigh ".

 

The text has value for what it represents culturally, for its being the progenitor of all the subsequent fanfiction, not so much for the content or the style. It certainly responds to that need that arises, overbearing, at the end of a beloved book, when we clasp it to the chest feeling orphaned, asking ourselves what the protagonists will do now that the last page has been read and abandoned.

But maybe it's because the main actors are not the ones that concerned us so much - read Elisabeth and Darcy, now transformed, in just two years of married life, into country lords without allure, absorbed by their role as parents as Jo and the Professor Baher in "Little Men", a role from which Elisabeth stands apart only to take on a match maker activity borrowed from Emma Woodhouse - if the initiative succeeds only to a certain extent.

The story of Georgiana, her disturbances, her blushes, her act as a timid paranymph between her ex-promised cousin Firzwilliam and a Miss Crawford completely distorted by the Austenian original, her love for William Price longed for by her friend Kitty, don't take us too much, nor do we get excited about the technique which, in an attempt to imitate the "conversational" one of Austen, does not escape some involuntary clumsiness and dilutes witticism in monotony. It remembera, if anything, the flatter style of almost contemporary - and rival of Jane Austen - Maria Edgeworth. The cutting irony is missing, the study of an entire social class is missing and perhaps it is no coincidence that this "Old friends and new Fancies" seems to have remained the only proof of Brinton.

 

"Even the best of derivatives", Giuseppe Ierolli confirms in the introduction of the Italian translation "remain far from everything that has made Jane Austen one of the most loved and studied authors of world literature. The perfection of her dialogues, the irony and parody that pervade her writings, sometimes concealed in very short parenthesis that often elude the distracted reader, the finesse of what she herself called "the little piece of ivory (two inches wide) on which I work with a brush so fine that it produces a minimal effect after so much effort ", the naturalness with which she accompanies us in the events of hers characters, the parsimony with which she describes them, letting their characters emerge much more from what they say and they do that from what the narrator says, they are overall, inimitable, and only a few flashes sometimes emerge in the works inspired by her. "

Mostra altro

I POVERI E LE CLASSI SOCIALI IN USA di Biagio Osvaldo Severini

14 Dicembre 2013 , Scritto da Biagio Osvaldo Severini Con tag #biagio osvaldo severini, #saggi, #interviste

Franco Ferrarotti

Gli USA dopo 500 anni. New York e la povertà. Dai 600 mila ai 3 milioni di poveri per la statistica sono invisibili. Le cause. L’etica protestante e le massime evangeliche. Il cattolicesimo francescano. Le classi sociali. I ghetti al centro delle città. La questione sociale psicologizzata dai governanti reazionari. La responsabilità delle amministrazioni pubbliche nazionali e internazionali. Bill De Blasio sindaco democratico di New York.

A più di cinquecento anni dalla conquista dell’America da parte di Colombo, diventa interessante apprendere notizie su alcuni aspetti della vita negli USA direttamente da chi l’ha visitata diverse volte come ricercatore di sociologia. Questo ci permette di sottoporre ad esame critico l’immagine che di quel paese si è formata nella nostra immaginazione, attraverso i film, i documentari, i rotocalchi, i giornali, la musica, la letteratura, la filosofia, la psicologia, l’astronautica.

A tale scopo intervisto il professore Franco Ferrarotti che dal 1971, con cadenza quasi annuale, si è recato negli USA per motivi di studio.

Professore Ferrarotti, si sente dire che quella è la terra della ricchezza, dell’abbondanza, del dollaro che apre tutte le strade e risolve tutti i problemi. In questo paradiso terrestre esistono i poveri?

Guardi che io condussi una ricerca proprio sui poveri di New York, e precisamente di Manhattan nel gennaio del 1971. Ebbi modo, quindi, di vivere a lungo in quei luoghi e di osservare sul campo la situazione. Allora si incontravano gli “homeless”( i senza tetto), i barboni classici, gli intellettuali, e poi le “beg-ladies”, ossia signore cariche di sacchetti di plastica, che dormivano accucciate nelle cabine telefoniche o nella sala d’aspetto della Gran Central Station. I poveri c’erano, ma erano, come dire, poco visibili. Bisognava cercarli, attenderli al passaggio, sorprenderli nei loro rifugi. All’epoca a New York, la città più ricca del mondo, la città con la più forte accumulazione di capitale, si riscontravano almeno 2 milioni di persone miserabili, letteralmente alla deriva.

Oggi (1992) la situazione è cambiata?

Oggi la situazione è peggiorata. I barboni e i senza tetto si trovano dappertutto: sui mezzi pubblici, nei sotterranei della metropolitana. E non solo uomini, ma anche donne ancora relativamente giovani, con famiglia, bambini addirittura in tenera età.

Ma quanti sono questi poveri, attualmente?

Il fenomeno sfugge a calcoli statistici accurati, nonostante la nota mania degli americani per le statistiche. Il fenomeno non è esaminato con la solita accuratezza quantitativa. Forse è psicologicamente “cancellato”. Sta di fatto che le dimensioni appaiono, anche solo in base alle impressioni, notevoli. Gli “homeless”, i senza tetto, in termini globali per tutti gli USA, potrebbero andare dai 6oo mila ai 3 milioni ed oltre.

Ma come mai non si riesce a “controllarli”?

Gli “homeless” sono privi di automobili e di telefono, non hanno fissa dimora, per cui è difficile inquadrarli, nonostante la pur notevole meticolosità degli statistici.

Allora, essi esistono o no?

Secondo i criteri della classificazione della società “normale” i poveri non esistono. Sono uomini e donne invisibili. Ci sono certamente, poiché si vedono in giro tutti i giorni, ma ufficialmente non contano. Essi finiscono per essere annullati anche dalla consapevolezza comune. Sono ridotti a oggetti, a inerti componenti del paesaggio quotidiano.

Gli abitanti “normali” di New York come si spiegano il fenomeno degli “homeless”, se lo pongono come problema?

La cosa strana è proprio questa. Nessuno sa quanti siano i barboni e i senzatetto a New York, ma tutti hanno la loro spiegazione pronta. E’ una spiegazione tipicamente darwiniana che dovrebbe far gioire i sociologi. Secondo i cittadini “perbene”, gli “homeless” e i barboni è gente alla deriva, perché non vuole lavorare; sono individui dediti al bere e alla droga, schiavi irrecuperabili della bottiglia e della siringa. Può anche essere e, almeno in parte, è vero.

Ma non è estremamente difficile stabilire un così preciso rapporto di causa-effetto, dal momento che questi soggetti non vengono studiati scientificamente ?

Bisognerebbe prendere in considerazione, in ogni caso, anche le generali condizioni sociali ed istituzionali, in cui il fenomeno emerge, prende corpo, occupa uno spazio considerevole nel paesaggio sociale.

Come mai i newyorkesi sono, invece, così sicuri che la causa è da ricercare nella non volontà di lavorare? Si può pensare all’etica protestante molto diffusa tra la popolazione degli USA?

Certamente. E’ la vecchia, profondamente radicata nel sottofondo psicologico di massa, etica protestante, con la sua idea centrale che la “certitudo salutis” è già fin da ora data a chi sia prospero, guadagni bene, abbia un “good standing in the community”. Chi è povero non può sperare nella grazia. Il povero pecca per il solo fatto di essere povero. Il povero è un “percosso da Dio”. La povertà è percepita come giusto castigo per l’individuo che non ha voglia di lavorare, che non sa approfittare dei doni di questa terra, delle opportunità.

E le massime evangeliche?

In America le massime evangeliche sono rovesciate. Alla religione di fratellanza si sostituisce una religione dell’individuo, solo, senza mediazioni, senza la Madonna o Sant’Antonio, di fronte a un Dio severo, crudele, imperscrutabile. Nessuna meraviglia che i senzatetto non siano visti, tanto meno contati. Essi sono una stonatura. Meglio turarsi le orecchie, chiudere gli occhi e non farci caso.

Meglio, quindi, il nostro cattolicesimo francescano?

Senza dubbio. Il cattolicesimo mediterraneo ed in modo particolare lo spirito francescano considerano il povero un fratello privilegiato, perché più vicino al Regno dei cieli. Nei paesi anglosassoni non è così. La povertà come condizione cronica di individui e gruppi trascende il piano economico, diviene condanna morale che non investe solo i falliti, ma tocca anche giovani ai primi passi della carriera.

Negli USA, quindi, non esiste una “questione sociale”, nel senso che la struttura della società è rimasta statica nel tempo, e le classi sociali non si sono mai modificate?

Negli USA le classi sociali, almeno nel senso tradizionale, sono scomparse. L’evoluzione del meccanismo industriale, la robotificazione del lavoro e l’informatizzazione degli uffici hanno creato un processo di omogeneizzazione dei lavoratori in senso genericamente impiegatizio. I ceti medi vanno scomparendo, trasformandosi in una zona sempre più ampia senza un’immagine precisa. Il vertice della società diventa sempre più ristretto.

Alla base della società, adesso, c’è una umanità che non può essere chiamata “classe”, perché non produce, ma costituisce una “sottoclasse”.

Essa vive ai margini, anzi nello scantinato della società, in una zona dove le norme della società regolare non hanno corso, dove la stessa linea di demarcazione fra lecito e illecito, fra legge e crimine si fa incerta, labile, inesistente.

Questa “zona senza legge”può essere chiamata "ghetto”, anche se con un significato diverso dal ghetto del lavoro industriale?

Certo. Il ghetto odierno non è più quello operaio, analizzato da Marx ed Engels e da Charles Dickens. Quelli erano ancora ghetti operai in senso proprio, collegati con la razionalità del lavoro in fabbrica. Gli abitanti dei ghetti dell’Ottocento venivano sfruttati, perché inseriti in un processo produttivo regolare.

Il ghetto di oggi non produce niente. Esso è formato da neri, messicani, chicanos, portoricani e da tutti i tipi ispanici. Da questi ghetti di oggi escono i ragazzotti del lavoro minorile, le donne che lavorano ad ore e la notte spazzano gli uffici, tutta la manodopera precaria che alimenta l’economia detta invisibile, la quale è tale solo per quelli che non hanno occhi per vedere.

Lo sfruttamento di questi abitanti, formicolanti nel buio e nel tanfo dei vicoli privi di luce, ha assunto forme nuove, che aspettano di essere ancora esplorate e scientificamente analizzate.

In quale zona delle metropoli abita questa umanità cosiddetta “invisibile”?

Nei vecchi centri urbani decrepiti, abbandonati dai benestanti che vivono nel suburbio, a sicura distanza dalle aree degradate e dalle baraccopoli, che qui sorgono nel centro e non, come in Europa, nelle periferie.

La ricerca sociologica non fa nulla per studiare questa nuova situazione sociale?

Qui la ricerca sociologica si è, purtroppo, stranamente bloccata. Forse non ha trovato committenti sufficientemente generosi o distratti per commissionare certi studi.

Eppure, la violenta rivolta dei neri di Los Angeles (maggio 1992) ci ha fatto “vedere” persone che vivono ai margini della società, in condizioni miserevoli.

La mentalità media americana, ossia la “élite dominante bianca, anglosassone e protestante”, pensa che i moti e la sollevazione di Los Angeles sono dovute a cattive abitudini che i neri avrebbero contratto negli anni passati, specialmente durante le amministrazioni democratiche, a causa degli enormi benefici di ogni genere e soprattutto a causa delle elargizioni eccessive di denaro che ne hanno fatto dei fannulloni, incapaci di badare a se stessi, pigri, tanto esigenti quanto ignavi e perdigiorno.

La “questione sociale” è stata, dunque, “psicologizzata”, se si può usare questa definizione?

Questo, infatti, è il modo classico usato dai governanti reazionari per reprimere e sopprimere un problema, piuttosto che capirlo e risolverlo. Le differenze materiali, corpose, perfettamente quantificabili in termini di reddito, longevità media, salute, istruzione, tipo di abitazione e di lavoro, sono ridotte a stati d’animo. Le ineguaglianze economiche e culturali non derivano dalle caratteristiche strutturali della società, insomma, ma sono una conseguenza del comportamento degli stessi poveri. I poveri sono, cioè, colpevoli prima perché sono poveri e poi perché è colpa loro se lo sono. Le vittime diventano, in sostanza, carnefici di se stesse.

E’ per questo motivo che i programmi sociali delle amministrazioni democratiche vengono bloccati dalle amministrazioni repubblicane, come sta succedendo oggi, 2013, con la riforma sanitaria ( “Affordable Care Act”, Atto di cura a prezzi accessibili) sostenuta dal presidente democratico Barack Obama ?

E’ così, e di conseguenza la povertà diventa più insopportabile a seconda delle amministrazioni.

Mi permetto di trarre da questa conversazione con il professore Franco Ferrarotti alcune considerazioni.

Prima, che la povertà di massa non è una questione religiosa o di etica personale, tranne casi individuali.

Seconda, quindi, che la povertà dipende strettamente dalla politica economica messa in atto dalle amministrazioni pubbliche locali, nazionali e internazionali.

Terza, che i senza tetto e tutti coloro che vivono sotto la “soglia di povertà” ( 30.000 dollari di reddito per una famiglia di quattro persone), o di “quasi-povertà” ( sotto i 46.000 dollari a nucleo familiare), che all’incirca costituiscono il 48,5 % della popolazione, dovrebbero partecipare attivamente alle votazioni politiche o amministrative, esprimendo le loro preferenze per i candidati progressisti, che negli USA sono chiamati democratici.

Sono questi, infatti, che lottano contro la povertà, contro i privilegi, contro le disuguaglianze e soprattutto che vogliono tassare le grandi ricchezze economiche per realizzare, ad esempio, una riforma sanitaria pubblica, che assicuri le cure necessarie a tutti con costi accessibili; la costruzione di alloggi popolari; una scuola pubblica contro gli istituti privati accessibili solo alle famiglie dei miliardari.

Una dimostrazione della possibilità di rivoluzionare la politica sociale ed economica è stata data dalla popolazione di New York che ha eletto, nel novembre 2013, sindaco il democratico Bill De Blasio che, tra l’altro, appartiene ad una famiglia originaria di Sant’Agata dei Goti di Benevento.

( Franco Ferrarotti, I grattacieli non hanno foglie, Laterza, 1991; Bush e il ghetto invisibile, L’Unità, maggio 1992; Federico Rampini, Il sindaco rosso espugna la New York dei ricchi, la Repubblica, 6-11- 2013)

Mostra altro
<< < 1 2 3 4 5 6 7 8 9 10 > >>