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saggi

ALDO MANUZIO UOMO ILLUSTRE DI BASSIANO

2 Dicembre 2014 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #personaggi da conoscere, #luoghi da conoscere, #marcello de santis

ALDO MANUZIO UOMO ILLUSTRE DI BASSIANO

Ecco a voi un altro pezzo di Marcello De Santis, sulla figura dell'illustre umanista Aldo Manuzio


Anche quest'anno io e mia moglie ci siamo fatti una lunghissima vacanza al mare, grazie al cielo; tre giorni, giovedì pomeriggio, tutto venerdì, e sabato mattina fino alla dieci e mezzo.
Un ottobre stupendo: il mare di Sabaudia era tutto nostro, noi... solo noi... bellissimo...
... giovedì sulla tarda mattinata le dune verdi come non le avevamo mai viste, il mare azzurro con cavalloni spumeggianti di bianco; e laggiù il promontorio del Circeo che ci salutava e ci faceva compagnia...
... bene o male alcune ore di sole ce le siamo godute; e io ho perfino fatto il bagno, e nuotato tre volte.
Tra una nuvoletta e l'altra (sabato mattina essa nuvoletta dell'impiegato - o di Fantozzi, se volete - alle dieci e mezzo in punto ha coperto il sole; e si è fermata a lungo; -tutt'intorno sereno serenissimo e celeste-; ci ha detto: basta così, potete andare.. e noi abbiamo ubbidito.. ... del resto ci aspettavano amici a Frosinone con un invito a pranzo...)
Poi venerdì mattina (11 ottobre) corsa in macchina alla spiaggia; cielo coperto e non, mezzo e mezzo; be', andiamo a farci un giro, e così siamo andati a visitare l'abbazia di Valvisciolo, situata in collina tra Sermoneta e Norma (Latina); il nome dell'abbazia si deve alla valle dove un tempo crescevano le visciole, specie di ciliegie selvatiche; stupenda meravigliosa fantastica: stile romanico-cistercense, secolo XII, facciata integra, un capolavoro dell'arte antica, fondata pare dai greci e restaurata dai templari il secolo appresso.
Il rosone della facciata è la meraviglia delle meraviglie. L'interno a tre navate divise da colonne e pilastri è senza affreschi, nudo, così com'era agli inizi; a rispecchiare il modo di vivere dei cistercensi, che hanno curato sempre la spiritualità senza fronzoli e ammennicoli, e non l'estetica. Una cosa di indescrivibile bellezza e leggerezza è il chiostro retrostante.
Dopo la visita all'abbazia, siamo saliti - per una serie di curve e tornanti - al piccolo paese di Bassiano; e girando per le anguste vie del borgo antico ho notato sulle mura delle case attaccate delle piccole maioliche che riportano ognuna una poesia; ho chiesto, e mi è stato riferito che sono poesie di un concorso letterario tenutosi lassù qualche tempo addietro; una cosa bellissima. Il paesino è abbarbicato su una collina, tutto racchiuso nelle mura di cinta del castello, conservate meravigliosamente così come erano nel milleduecento; fatte innalzare dai Caetani quando la popolazione era costituita in prevalenza da contadini e pastori.
La storia narra che il castrum, all'inizio di proprietà della famiglia Annibaldi, successivamente passasse ai Caetani appunto, che lo tennero fino al millecinquecento.
Passeggiare per l'antico centro è stata una splendida avventura; nel piccolo corso principale con ai lati, a sinistra vicoli scuri che scendono sotto archi angusti che sfociano in splendide viste sul verde della valle sottostante, e a destra scalette ripide che uniscono un piano all'altro del paesino, o scalinate ampie e ariose che portano lassù, alle case alte, e alle chiese, attraverso acciottolati puliti e ben conservati; bellissimo.
Ci sono andato con uno scopo ben preciso: visitare la casa natale di Aldo Manuzio, che io credevo fosse adibita a piccolo museo dell'illustre umanista - ma che ho scoperto solo sul posto non essere visitabile. Addossata alla facciata dove nacque, una lapide ne ricorda la nascita con la data; tutta qui la grandezza dell'uomo di paese che ha dato lustro alla popolazione; che oggi - a distanza di quasi cinquecento anni - ne va fiera. Però ho potuto appagare ugualmente il mio desiderio visitando il piccolo museo a lui dedicato - museo detto delle scritture - sito proprio sotto la sede del comune. Qui in quattro o cinque stanze ognuna collegata all'altra da una porta, nello stile delle ville e dei castelli del cinquecento - una volta l'ambiente, ci narra la signora Rosaria, colta e gentile, (e simpatica, il che non guasta), era adibito a carcere - si può fare un breve e al contempo lungo interessantissimo viaggio: partendo dalle prime forme di scrittura (o tentativi di scrittura - orientali) giù giù fino al medioevo, e in particolare al tempo dell'invenzione della stampa e, attraverso la storia, fino ai giorni nostri, ai quaderni dei ragazzini, e ai libri moderni, per intenderci; qua e là delle presse antiche, dei torchi, e calamai vetusti con penne e stili e pagine manoscritte, e poi alcuni esemplari di macchine da scrivere, stupenda e affascinante una macchina orientale, mi pare cinese, senza i tasti caratteristici delle nostre ma con una tavola fornita di caratteri particolari, e quindi una macchina da scrivere anni sessanta, uguale, perfino dello stesso colore che a me studente regalò mio padre, una Olivetti portatile, con tanto di custodia con manico, lettera 22.
Tutte cose che mi hanno fatto "vedere" la figura di questo stampatore italiano nativo di Bassiano (1449-1515).
La storia ci parla di Aldo Manuzio come stampatore ed editore; lo dice veneziano - perché nella città della laguna stazionò a lungo, e là lavorò e fece la sua molta esperienza in fatto di stampa (dopo il Gutenberg, inventore dei caratteri mobili, è stato il primo a portarla in Italia); ma pochi sanno che il grande Manuzio è di Bassiano.
Qui nacque nell'anno 1449, per morire a Venezia, la sua seconda patria, nel 1515, alla età di 66 anni. In gioventù andò a studiare fuori del suo paese che non offriva molto in fatto di istruzione; fu dunque a Roma per apprendere la lingua ancora in vigore, il latino; poi andò al nord a completare i suoi studi classici (studiò il greco a Ferrara).
Ebbe, tra gli altri compagni di studio, il grande Pico; e fu con lui a Mirandola (si era nel 1482, Pico aveva 19 anni e Aldo ne aveva già 33 anni, quindi non era più giovanissimo); Pico, in riconoscenza di tutta la stima che aveva per lui, lo nominò istitutore dei suoi due nipoti, principi di Carpi, quando egli si trasferì a Firenze, (dove studiò lettere; a Bologna giovanissimo aveva affrontato il diritto canonico, ma non si era trovato bene in questa materia e allora aveva optato per gli studi umanistici.)
E ancora: gli mostrò tutta la sua grande amicizia finanziando gran parte delle spese che Aldo dovette sostenere per le sue prime stampe ufficiali (pare fossero dei volumi delle opere di Aristotele.)
Molte cose ce le ha illustrate la nostra guida, quella mattina al museo: la signora Rosaria, che ci ha intrattenuti piacevolmente, me e mia moglie, ad ascoltare la storia in breve del suo illustre concittadino; e ci ha illustrato tra le altre cose, i segni, le parole, i simboli e le brevi frasi incisi sulle pareti di una delle stanze, e i disegni sbiaditi ma ancora visibili, tracciati con arnesi magari di fortuna che i carcerati rinchiusi in quella cella intesero lasciare ai posteri come testimonianza del loro passaggio e soggiorno colà; e testimonianza oltretutto di forme di scrittura.
Ma poi, tornato a casa, mi sono andato a rileggere a fondo la storia di Manuzio, che conoscevo fin dai tempi del liceo, lontano ormai più di cinquant'anni, che il tempo aveva offuscato ma che avevo ancora dentro come residuo di informazione diventata col tempo cultura.
Ed eccomi qua a narrare anche a voi, sperando di farvi cosa gradita.
Scopo principale della grande passione dell'illustre bassianese, la letteratura classica: latina e greca. Che lo portò a decidere una cosa impensabile per i più a quel tempo: stampare le opere che fino ad allora si tramandavano solo con scrittura manuale; che, come si può ben comprendere, venivano divulgate in pochissime copie (costavano molto, se non troppo); ed erano riservate solo ai signori più facoltosi e al clero (e non poteva essere altrimenti se è vero che gli amanuensi potevano lavorare quasi esclusivamente all'interno delle abbazie e dei monasteri).
Decise così di mettere su una tipografia, per attuare questo suo proposito che dette frutti inimmaginabili; e che frutti!
Scelse lo stato della Serenissima; era l'anno 1490.
Manuzio ci visse a lungo; è a Venezia infatti che si portavano gli studiosi per accedere ai molti preziosi volumi delle varie biblioteche, ed era a Venezia che sbarcavano gli studiosi greci che fuggivano dalla loro patria e in particolare da Costantinopoli a seguito della caduta dell'Impero Romano d'Oriente avvenuta del 1453.
Qui allacciò rapporti di amicizia (per interessi comuni) con letterati e scienziati di ogni nazione, ma anche con gli italiani, tra cui Pietro Bembo.
E così appena quattro anni dopo la sua venuta a Venezia, nel 1494 aprì la prima tipografia.
Le opere che uscivano dalle sue mani ebbero immediatamente un insperato? meglio un inaspettato successo, tanto che le edizioni della sua stamperia erano già riconoscibilissime tra le altre, e vennero indicate come "le dizioni aldine".
Nel 1505 sposò la signora Maria Torresano, la figlia di Andrea che era diventato suo socio nel lavoro. Maria gli dette figli, tra cui Paolo che seguì le orme dell'illustre padre.
Se in un primo tempo Aldo Manuzio tentò esclusivamente di stampare volumi di qualità altissima, e quindi destinati solo a casate nobili e signori facoltosi, non passò molto tempo che capì che la cultura doveva arrivare anche al popolo, fino ad allora escluso da qualsiasi possibilità di accedere ai libri.
E così nel 1500 si inventò una collana cui si poteva più facilmente accedere con volumetti che poteva acquistare anche la gente comune; avevano le dimensioni molto più piccole di quelle di quelli stampati fino allora (quelli che i bibliofili consideravano autentici tesori artistici); e il prezzo era di molto inferiore; bene o male alla portata se non di tutti, di molti; e per la prima volta usò - perché fosse facilmente leggibile - il carattere cui egli dette il nome di corsivo (o italico, perché introdotto per la prima volta in Italia da Aldo, appunto; o aldino, dal suo nome); carattere che aveva una leggera inclinazione a destra; ed era in ottavo, molto utile per le sue ridotte dimensioni; insomma col senno di oggi possiamo affermare che Aldo Manuzio inventò il libro tascabile.
Molte furono le opere che dette alle stampe, ben 130 edizioni in latino e in greco nei suoi lunghi venti anni di attività. Aristotele fu la prima, cui seguirono le opere di Tucidite, Sofocle, Euripide, e altri. Ma con l'inizio del nuovo secolo, il 1500, prese a stampare anche autori italiani.
E non poteva mancare l'opera per eccellenza: la Divina Commedia di Dante Alighieri, per la prima volta edita senza alcun commento, e in corsivo; siamo nel 1502; per la stampa il Manuzio si servì della collaborazione del grande umanista Pietro Bembo (che da allora fece usare il carattere che da lui prese il nome: il carattere Bembo).
Ma la meraviglia delle meraviglie uscì dalle sue mani tredici anni dopo; ancora la Commedia, ma stavolta - prima nel mondo - con illustrazioni.
Molto ci sarebbe ancora da dire intorno alla figura di questo umile/immenso uomo di Bassiano; ma lo scopo di questo mio modesto saggio è quello di far conoscere - a chi non lo avesse studiato a scuola - o far tornare alla mente - a chi nei lontani anni 50 ha fatto il liceo come me, un pezzo di storia che sui libri, ricordo, era considerata storia minore; e aveva poco spazio, quasi solo brevi righe per notizia; grande risalto si dava allora al Gutenberg e poco al Manuzio. Con questo mio scritto spero di avere invertito - anche se a distanza di più di cinquant'anni, la tendenza di allora, un po' superficiale.
Voglio chiudere ringraziando la signora Rosaria che, con le sue spiegazioni e illustrazioni quel fortunato per me venerdì 11 ottobre di quest'anno, mi ha riportato sui banchi di scuola guidandomi per mano dentro la vita di questo suo concittadino presente accanto a noi dentro quelle quattro o cinque stanze del piccolo museo delle scrittura..

marcello de santis

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Domenico Vecchioni, "La prima dinastia comunista della storia"

1 Dicembre 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #saggi

Domenico Vecchioni, "La prima dinastia comunista della storia"

Domenico Vecchioni

La prima dinastia comunista della storia

La saga dei tre Kim

Grego&Greco Editori - Pag. 190 - Euro 12

Credo di aver letto quasi tutta la produzione saggistica di Domenico Vecchioni, sempre di alto livello, sia quando parla di spie internazionali che di sanguinari dittatori. Negli ultimi tempi noto un incremento qualitativo e quantitativo della sua opera come divulgatore storico che ha intrapreso al termine della carriera diplomatica. Lavori come Raul Castro, Pol Pot, Ana Belén Montes e adesso questa saga dei tre Kim sono dei veri capisaldi della letteratura biografica, indispensabili per lo studioso e per il semplice curioso del mondo circostante. La prima dinastia comunista della storia racconta il pericolo reale per il mondo rappresentato dalla Repubblica Popolare e Democratica di Corea, un comunismo singolare che non ha niente di marxista-leninista, se non la facciata, un po' come accade a Cuba, un sistema paradossale che è diventato una monarchia dai contorni teocratici. La famiglia Kim guida la Corea del Nord da circa settant'anni, dal Grande Leader (Kim I), al Caro Leader (Kim II) per finire con ilGrande Successore (Kim III), accomunati dalla volontà di difendere un potere assoluto che rende paranoici, colpevoli di aver trasformato in triste realtà il romanzo di Orwell: 1984. La dinastia Kim riscrive la storia, parla di difesa contro la sempre possibile invasione statunitense, alleva i figli nell'odio contro gli yankee, spende ogni risorsa in arsenali militari e nucleari, senza badare ai bisogni alimentari delle persone. Un simile regime fa marciare il popolo al passo d'oca, lo fa piangere a comando e sorridere per obbligo, non si vergogna di far morire di fame i poveri, ordina fucilazioni di massa per i dissidenti e dispone di giganteschi campi di concentramento dove rinchiude gli antisociali. Un simile regime è una potenza nucleare e un brivido di paura percorre le membra del lettore quando pensa che il folle Kim III potrebbe - soltanto per un capriccio - ordinare un'esplosione atomica. Noi che conosciamo abbastanza da vicino la dittatura cubana - la famiglia Castro governa dal 1959, i Kim dal 1945 - possiamo dire che i due regimi non sono neppure paragonabili. Tanto per fare un esempio, se a Pyongyang venisse fuori una blogger come Yoani Sanchez non solo non sarebbe libera di girare per il mondo criticando il suo governo, ma sarebbe stata da tempo internata in un campo di concentramento o - peggio - fucilata. Il governo coreano pratica l'eugenetica,nel senso che stermina tutta la famiglia del presunto dissidente, una volta accertato (con torture e metodi disumani) il tradimento, che consiste anche in un modesto scostamento dalla dottrina della famiglia Kim. Domenico Vecchioni scrive un ottimo testo, molto utile per che vuole avere una rapida panoramica di uno dei regimi più feroci dell'epoca contemporanea. Si legge come un romanzo, ma non come un romanzo di Veronesi, come un romanzo scritto bene.

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Il passator cortese

30 Novembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

Il passator cortese



Romagna solatia,dolce paese
cui regnarono Guidi e Malatesta,
cui tenne pure il Passator Cortese,
re della strada, re d
ella foresta”

Con questi notissimi versi, che concludono la poesia “Romagna”, Giovanni Pascoli, romagnolo verace, ha costruito, forse involontariamente, la leggenda del “Passator cortese”, il mito del brigante spietato e crudele con i ricchi ma altrettanto generoso con i poveri. Infatti è proprio a questa poesia e al poeta che la cantò che Stefano Pelloni, in arte Passatore, deve gran parte della sua notorietà, poiché queste rime sui banchi di scuola le abbiamo imparate tutti a menadito, magari abbiamo dimenticato chi fossero i Guidi e i Malatesta, ma le immagini del Passatore e della “azzurra vision di San Marino” difficilmente sono state cancellate dalla nostra memoria.
In Romagna il mito del passatore era ancora vivo quando Pascoli, da fanciullo, nelle lunghe serate invernali, seduto davanti al caminetto, avrà sentito gli anziani raccontarne le avventure, le sue clamorose imprese, i suoi delitti, le sue gesta, le sue astuzie e la sua generosità. Il Passatore fu un autentico protagonista del suo tempo, amato e odiato, rispettato e temuto, il suo cappellaccio, la sua barba nera e il micidiale schioppo ne fecero l'emblema della Romagna. C'è chi giura, ancora oggi, che fosse un ragazzo bello e affascinante, dallo sguardo accattivante e dai profondi occhi scuri.
Ma chi era veramente questo Passatore? Certamente per quanto riguarda il nord è stato il più noto brigante che abbia movimentato la cronaca di quel periodo, siamo a metà del 1800 quando raggiunse l'apice della notorietà .
È chiaro che se la gente ne parla ancora, se la sua immagine compare sull'etichetta di un vino pregiato, significa che le sue vicende hanno colpito la fantasia del popolo, ma in realtà Stefano Pelloni fu lui stesso un prepotente, che usava spesso l'arroganza, che compì crudeli vendette e che perseguì con feroce accanimento e freddezza le persone che gli si opponevano o cercavano di contrastarlo.
Non starò ad elencare tutte le rapine e le razzie che compì nel corso della sua carriera, furono molteplici e ne ricavò un bel bottino. Ad ogni impresa il maltolto veniva in parte diviso fra i briganti, una porzione era destinata ai fiancheggiatori, alle “coperture” o alle persone che avevano dato le “dritte” , e il resto veniva nascosto nel bosco, seppellito in punti precisi che conoscevano solo il Passatore e i suoi più fidati gregari.
A quei tempi la Romagna era ben lontana da quella che conosciamo oggi, fatta di spiagge di velluto e di estati spensierate, allora al mare non ci andava nessuno e l'acqua serviva soltanto a ricavare il sale dalle saline di Cervia o a sfamare qualche famiglia di pescatori. Molte zone in provincia di Ravenna erano ancora coperte da acquitrini malsani e la popolazione moriva di malaria. La romagna tutta era da circa tre secoli sotto il dominio dello stato pontificio, tolta la parentesi napoleonica, che non aveva di certo migliorato le condizioni della popolazione, le terre erano sempre state dominio dei Papi. Non esisteva libertà di stampa, né tanto meno di pensiero, nei paesi più piccoli erano i parroci a farla da padroni e la povera gente ravvisava nelle tirannie che subiva il rappresentante diretto del despota che stava a Roma. Si spiega anche con questo l'insorgenza di un forte sentimento anticlericale che ancora permane nella gente di romagna. In seguito, non a caso la Romagna divenne il primo focolaio dell'idea repubblicana, e sempre non a caso si tenne proprio a Rimini il secondo congresso degli anarchici italiani, nel maggio del 1872 durante il quale si mise in luce il giovane imolese Andrea Costa.
Stefano Pelloni dunque crebbe in un contesto di malcontento generale, era nato il 4 agosto del 1824 ultimo di dieci figli. Il padre possedeva un piccolo podere con casa e stalla e guadagnava benino avendo in concessione il diritto di traghettare su una zattera i passeggeri da una parte all'altra del fiume Lamone. Da questa attività, ereditata in famiglia da generazioni, derivò a Stefano Pelloni il nomignolo di Passatore, appellativo che era già del padre e che non lo abbandonò mai.
Fin da piccolo fu astuto e disubbidiente, un carattere inquieto. Dotato di un'agilità sorprendente, nelle liti fra compagni primeggiava sempre per forza o per astuzia. Non aveva paura di nessuno ed era anche capace di mentire al momento giusto. Il padre, disperato per i suoi comportamenti violenti, decise di allontanarlo da casa, per farlo studiare, ma senza successo alcuno.
Ancora giovanissimo, il Passatore si trovò coinvolto in quello che oggi verrebbe definito un “omicidio colposo”, pare che durante una rissa, scagliando una pietra verso il suo avversario, colpisse invece una donna incinta che, per conseguenza, prima perse il bambino e poi morì a causa di un'infezione. Accusato di omicidio e tratto in arresto fu condannato a tre anni di carcere. Evaso, si dette alla macchia e iniziò la sua carriera di brigante. Forse la realtà degli eventi che portò il Passatore in galera per la prima volta fu leggermente diversa, questa leggenda dell'omicidio involontario servì solo ad alimentarne il mito. In realtà di certo c'è che Stefano Pelloni aveva solo 15 anni quando iniziò a fare i conti con la giustizia pontificia e a 19 era già un brigante discretamente quotato. Successivamente fu arrestato ed evase diverse volte acquisendo sempre più fama e diventando il ricercato numero uno. In tutte le parrocchie fu diffusa una circolare che lo descriveva, una serie di dati che fanno sorridere se paragonati agli odierni identikit :

“Stefano Pelloni
nativo del Boncellino
domiciliato in Boncellino
surnomato Malandri o Passatore
condizione bracciante
statura giusta
anni 20
capelli neri
ciglia idem
occhi castani
fronte spaziosa
naso profilato
bocca giusta
colore pallido
viso oblungo
mento tondo
barba senza
corporatura giusta
segni particolare sguardo truce”

I simboli sono importanti, sintetizzano significati complessi che richiederebbero lunghe spiegazioni, sono rivelatori dell'animo di chi li elegge in propria rappresentanza ed è tristemente rivelatore per i romagnoli che essi si siano dati quale personaggio simbolo la figura di questo brigante, che nella realtà storica non fu nient'altro che un bandito feroce e inutilmente crudele. Un torbido figuro, sifilitico, privo di intelligenza e spessore storico, il quale rubava ai ricchi perchè rubare ai poveri equivaleva a “cercare il grasso nella cuccia del cane” (come si dice in Romagna) e che ai poveri non ha mai dato il becco di un quattrino se non per comprare la loro omertà. Ben sapendo che solo con le minacce non avrebbe ottenuto uguale fedeltà, rimborsava adeguatamente e abbondantemente chi lo proteggeva, in modo da attirare le “simpatie”di sempre nuovi contadini poveri disposti ad accoglierlo nelle loro case, a nasconderlo nei loro capanni. La sua generosità dunque era suggerita da un preciso interesse, così come per comprarne favori e complicità pagava le donne che lo seguivano e che servivano ad allietare lui e la sua banda.
In conclusione, il Passatore non fu veramente né “cortese”, né eroe, compì rapine in ogni paese della Romagna seminando terrore e lasciando morti sul suo cammino, se ne contano almeno una ventina a suo carico, ma sia ben chiaro che la sua avventura di politico non ebbe nulla, non si interessò di liberare la sua terra dall'oppressore ma semplicemente di arraffare quanto più possibile ai cittadini benestanti e solo per tornaconto personale.
Dopo che molta parte dei componenti la sua banda erano stati arrestati, per uno strano scherzo del destino, fu denunciato proprio da un pover'uomo, senza casa, preda delle peggiori tribolazioni e della miseria più nera, fu scovato nascosto in un capanno, ucciso dai gendarmi e portato in giro su un carretto a dimostrazione, per tutto il popolo, che la sua epopea era terminata: era il 23 marzo 1851.

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Cheikh Tidiane Gaye, l’umanesimo della parola.

28 Ottobre 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #poesia, #personaggi da conoscere

 Cheikh Tidiane Gaye, l’umanesimo della parola.

TERRA MIA

All’alba

mi vesto del tuo odore

e mentre le stelle sfuggono al giorno

mi sveglio sotto la tua ombra

abbracciando il mistero del tuo calore.

Offrendomi alle tue mani

Cammino sui tuoi polmoni

Divoro il vento per volare nei tuoi occhi

A cantare il tuo dolce profumo di cachi.

All’alba

estraggo l’inchiostro dei tuoi spiriti

dall’albero magico, scolpisco la penna

per pitturare la tua anima

e la mia voce innocente intona i tuoi canti.

All’alba

Una voce ti diceva:

terra senza voci

voci che non sanno scavare il pozzo delle melodie

melodie che non rimano con le parole

parole senza profumo,

questa terra non sa piantare le lettere,

parole stonate

suoni senza fiamme:

fiamma, fumo e solo tenebre.

Terra che non sa contare

conto che ripudia l’aritmetica

racconto che non brilla. (da “Ode Nascente”, 2009)

Il senegalese Cheikh Tidiane Gaye non vuole essere etichettato come poeta della migrazione. Noi lo definiremmo piuttosto poeta borderline fra decolonizzazione e integrazione, fra passato e futuro. Forse è proprio il presente a stargli stretto.

Nato in Senegal nel 1971, ha pubblicato testi in prosa e poesia, fra i quali “Il giuramento”, “Mery principessa albina”, “Il canto del Djali”, “Curve alfabetiche”, “Rime abbracciate”, “Ode nascente”, “Prendi quello che vuoi ma lasciami la mia pelle nera.” Dichiaratamente s’ispira a Leopold Sèdar Senghor, primo presidente del Senegal e poeta di lingua francese, il quale, insieme all’antillano Aimè Cesaire, fu l’ideologo della negritude. Per negritudine s’intende la riscoperta della cultura africana, delle sue caratteristiche peculiari, come il senso del ritmo e la forza del sentimento. Il popolo nero va alla ricerca di sé, delle proprie radici, della propria specificità, all’indomani della diaspora che l’ha reso apolide, ramingo o non bene adattato.

I cuori, le mani, i piedi battono,

battano tutti i piedi, le mani, i cuori

il sorriso degli uomini che accoglie la vera parola,

parola partorita nel dolore

parola che si radica nel cemento del nostro essere,

parola esaltata dall’euforia,

parola scolpita nella corteccia dei baobab millenari,

parola dalle auroree lettere tagliata al tramonto delle lacrime,

parola che sorride:

negritudine.”

Ma in Tidiane Gaye quest’unicità viene proiettata nel futuro e usata come ponte per la creazione di una nuova società sincretica che, alla base, ha solo i principi dell’umanità e dell’universalismo. Come fa notare Adriana Pedicini, Tidiane Gaye è un umanista, mette l’uomo e la sua parola all’interno di un cerchio vitruviano, considera l’interculturalità un potente mezzo d’integrazione, arricchimento e superamento delle barriere. Alla base di tutto c’è la lingua italiana, usata come strumento unificatore che si auto rigenera in qualcosa di nuovo, a prescindere da tutte le conoscenze stratificate nei secoli, e si evolve, arricchendosi di espressioni frutto di altre culture e altre esperienze. Questo può piacere o non piacere – può anche stupirci che Tidiane Gaye ammetta di non conoscere Pinocchio o scriva Ungheretti al posto di Ungaretti – ma è comunque espressione di un moderno movimento interculturale, frutto di esportazione e di globalizzazione, al quale dobbiamo abituarci e che non possiamo più ignorare.

Tramite questa fusione, questo melting pot di culture e lingue, si giunge, secondo la visione ottimistica e piena di speranza di Tidiane Gaye, all’incontro con l’alterità, alla comprensione dell’altro da sé, alla fratellanza autentica, all’amore.

Di questo compito quasi messianico si fa carico il vate, lui stesso, che, dichiarando “non sono poeta” e “non sono profeta”, in realtà assume entrambe i ruoli. Sarà lui, in qualità di traghettatore, di bardo, di aedo o, meglio, di djali, a farsi carico di questo compito luminoso: unire tramite la parola poetica i cuori degli uomini, fino a portarli in quel luogo dove le differenze sono valore e non scontro. Insomma, nel luogo sacro della fraternità.

NON SONO POETA

Lascio presto in mattinata

la mia casa di paglia

i miei sandali, cuoio di capra

proseguo il vento, le corde invisibili

nei meandri delle sonorità plurali

canto il mio villaggio, la terra dei miei avi.

Quando canto, è pane che offro

all’orecchio che mi ascolta

alla lingua che mi applaude e alle mani

che mi parlano e mi lodano.

Non sono poeta

il mio alessandrino è orfano di emistichi

la mia prosa, erba secca per illuminare le notti senza nomi

oscure e curiose.

Non sono poeta

quando canto le mie parole penetrano i cuori,

indovino le parole nei cespugli

sorgenti dei miei fertili pensieri

che procurano latte e formaggio.

Taglio le mie sillabe nel fuoco della purezza,

sono l’angelo delle maschere, invisibile la notte

nelle tenebre delle parole

che tracciano i gloriosi canti dei guerrieri.

Non sono poeta,

lo sarò. (Da Il canto del Djali, 2007)

Gaye canta l’Africa, intesa come continente e non come singolo paese di provenienza. Più volte, infatti, afferma di voler eliminare i confini, mere convenzioni tracciate a tavolino. La sua Africa è tutto ciò che sta a sud del Sahara, dal quale, tuttavia, spira un vento che brucia e soffoca ma anche accarezza e perdona. L’Africa è odore, sapore, densità, colore acceso. È cose terrene e tangibili - e sono le parti più belle, le poesie più vibranti – come il miglio, il baobab, la kora, strumento musicale fatto di zucca e pelle. “Nel mio paese il sangue dei leoni inonda i pozzi/ la bravura delle donne si misura nella larghezza delle loro mani”.

LA MIA AFRICA

Mi sdraierò sul tuo petto

e nelle tue braccia fresche abbracciami,

mi darai il tuo pane e il tuo riso

basterà a me solamente la tua bellezza nera

quando a mezzogiorno

la luce brillante della tua pelle

coprirà la mia ansia

offrendomi l’ombra, dolcezza del tuo sorriso

canto fresco;

luna dei miei sogni

cantami e coccola la mia anima.

Impediscimi tutto

il tuo vento del Sahara

la tua spiaggia morbida come fragola

impediscimi tutto

ma non i tamburi sulla chiara luna

quando ascoltando l’uomo dalla barba bianca,

illuminando i sorrisi spenti

nella caduta delle lingue deboli,

sarò la voce imprendibile

la bocca sonora di una terra

dove la speranza cade

come gradine.

Mi sdraierò sotto i tuoi piedi

non mi basterà il tuo sguardo;

alzami con le tue lunghe fresche braccia

ospitami nella tua tana, nido umido;

all’alba sorrideremo al mondo

perché questa terra è sempre in piedi. (Da Canto del Djali, 2007)

L’Africa, in questo caso, è edenico rimpianto, madre accogliente pensata con struggente nostalgia. Ma l’Africa è anche navi negriere cariche di schiavi , è barconi che sfidano le onde nel buio, centri di accoglienza pieni di facce attonite, è l’isola di Lampedusa implorata, invocata, pregata.

La terra di cui parla Tidiane Gaye non è solo la sua di provenienza ma, per estensione, anche tutte le nazioni che soffrono come la sua ha sofferto, in primo luogo la martoriata Palestina. Dove c’è un popolo sperso che soffre, là c’è la patria di Tidiane Gaye e, tramite la sua poesia, tramite la lingua che affratella, viene offerta la possibilità di risanare le ferite, far scaturire l’amore, unire il passato al presente costruendo il futuro, ricollegare i vivi ai morti. “Accosterà la tolleranza alla mia spiaggia”.

Ma l’Africa è anche donne meravigliose, esaltate con accenti da Cantico di Salomone, donne amate e madri, sacre come donai nella loro terrestre fisicità, sineddoche di tutta una terra.

RAMATA

Il tuo nome è linfa nutriente

i tuoi piedi, recinto dei tuoi versi

il tuo corpo una vita

le tue strofe riempiono i calici

e inondano i laghi della bellezza

il tuo corpo svelto

è l’ospite delle mie notti,

la luna si nasconde

per offrirmi il calore della tua pelle

specchio della tua memoria,

riflesso della tua lingua.

Il tuo corpo è una sinfonia

una sillaba, una casa,

il tuo corpo è labbra

la forma della tua bocca un bacio

la tua fronte liscia e libera,

i tuoi denti bianchi

si nutrono del sorriso del sole

nella vela dei venti

e nella notte delle lune

la tua bocca è ode e lirica

le tue treccine, pittura e poesia

la tua andatura, il cammino epico del tuo popolo. (Da Ode Nascente , 2009)

A MIA MADRE

Non ti ho perduta, ti sognavo

la tua ombra, mia custode, salvatrice dei miei passi

tu mi dicevi: dormi vicino al mio cuore allattato dal mio seno.

La tua saggezza è tramandata

sono cresciuto per vincere le paure degli uomini.

Mi ricordo, tu mi portavi sulla schiena morbida

frullando le spighe di miglio

sono cresciuto per coltivare la forza degli uomini.

Tu, madre mia, cantante mia, cantavi la notte per addormentarmi

sono cresciuto per salvarti dall’incubo.

Tu, mia maestra, mi hai insegnato le prime lettere dell’alfabeto

sono cresciuto per insegnare la lingua all’uomo.

Madre, sei il mio custode invulnerabile alle grida delle iene

avvicinati e non abbandonarmi

la vita ha spaccato il cordone ombelicale

ma il cuore è unito a te per sempre.

Il prezzo della sofferenza è sorridere al mattino

ascoltare la tua voce

fuggire dalle tue paure,

ti canto quando il sole si allontana dalle nuvole

quando la luna si risveglia

la notte, quando le stelle ballano

ballerò sulla punta dei piedi

dai miei occhi ti guarderò, ti dirò di perdonarmi

e ti ringrazierò di avermi partorito.

Ecco mia madre nel sogno

che mi rispondeva col sorriso sulle labbra:

Figlio mio, adora tua madre e tuo padre

sono per te lo specchio. (Da Canto del Djali, 2007)

Sempre Adriana Pedicini fa notare il sincretismo linguistico, l’uso di neologismi e i richiami alla lingua wolof, e noi aggiungiamo il contrasto fra parole ricorrenti, come onde che si accavallano di continuo, tornando a riproporsi senza mai essere le stesse: ad esempio miele e vipera. Il miele è connesso alle origini, alla terra, alla lingua, la vipera è ciò che fa male, inganna, sfrutta, deporta.

Difficile giudicare la poesia di Tidiane Gaye col nostro metro perché essa ha i ritmi, gli enjambement, gli accenti della produzione del suo paese. La prosodia ci mostra un verso elastico, a volte stretto, a volte allungato fino a riempire tutto il foglio e assumere i connotati della prosa. La parola è mezzo espressivo ma anche fine, ha valore conoscitivo, scopre il senso segreto delle cose. Il Verbo crea, ha potere sulla materia e sullo spirito, la parola del griot, del cantore, dà vita alla nuova religione che ha al centro l’uomo, il nuovo umanesimo che risarcisce e rimargina.

TAM-TAM

Le mani affogate nell’acqua salata

mi inchino davanti all’albero e recito i versi del nonno.

E dirò:

Spirito, taglia questo legno nella purezza del latte

i suoni del vento, delle onde del mare,

medito sulla voce invisibile del cuore

accompagno la voce dei griot,

la lingua dei saltigue diventi la memoria del cammello

precipiti durante la morte del re

la nascita del bambino

e... lentamente la gioia del popolo.

Tam-tam

nella tua pelle di sale

m’inchino davanti all’albero e recito i versi del nonno.

E dirò:

Voglio sentire i tuoi ritmi per adorare il fiore rosa

aprire gli occhi del cielo ballando con le belle perle

nelle serate d’estate sotto la piena luna

voglio sentire il ricordo della notte stellata

alle grida mute delle iene e dei leopardi

il verbo che dice “Bevi la parola per illuminare il cuore”

la pianta che fiorisce

la montagna che crolla

la collina che si inchina

i laghi che svuotano il ventre del coccodrillo. (Da Il canto del Djali , 2007)

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Hyperion Cantos parte 2

6 Ottobre 2014 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #fantascienza, #saggi

Hyperion Cantos parte 2

Nel primo articolo si era concluso il viaggio dei pellegrini e la bambina Aenea aveva attraversato l'ingresso della Sfinge per catapultarsi trecento anni più avanti, incontro al suo destino. Per quanto riguarda le opere di Keats, eravamo partiti da due opere molto tarde, Hyperion e La caduta di Hyperion. Vedremo qui come Keats arriva ai concetti espressi nei due poemi, il raggiungimento dei massimi livelli del suo pensiero e della produzione poetica e come tutto questo si intreccia con il destino di due amanti e con la salvezza dell'umanità.

Endymion

Keats tratta per la prima volta il mito di Endimione in un poema del 1816 dal titolo I stood tip-toe, un lavoro influenzato dalle idee e lo stile di William Wordsworth. Il poema racconta del matrimonio tra un mortale, Endimione, e la Dea della Luna, Cinzia.

Nel 1817 il mito viene ripreso e questa volta Keats si propone di scrivere un poema lungo quattromila versi, intitolato Endymion. La storia parte dagli stessi presupposti, un giovane, un pastore, si innamora della Dea della Luna e ne è ricambiato. Dopo una lunga serie di avventure, durante le quali la Dea è diventata un'irraggiungibile illusione, il protagonista si innamora di una ragazza umana e abbandona ogni velleità di raggiungere la Dea. Il poema si conclude quando la ragazza si rivela essere la sua amata Cinzia, e i due possono finalmente raggiungere il mondo divino.

Endymion è il primo lavoro in cui Keats esplicita uno dei principi base della sua filosofia, un tema ricorrente in tutte le sue opere maggiori: la necessità di accettare la mortalità e le sofferenze per trascenderli e raggiungere una bellezza superiore.

I canti di Hyperion parte III

Il terzo libro, Endymion, inizia tre secoli dopo il viaggio dei pellegrini alle Tombe del Tempo e la guerra tra Egemonia e Ouster. La bomba ai raggi della morte ha distrutto la sfera-dati e i teleporter, provocando la caduta del governo dell'Egemonia e notevoli disagi per tutti i pianeti a funzione burocratica e, in generale, non autosufficienti. Il potere si è riorganizzato in una nuova confederazione, la Pax, a capo della quale si trova la Chiesa Cattolica, guidata da papa Giulio XIV. Il potere della Chiesa, spirituale ma anche temporale, è basato sul sacramento della resurrezione: il crucimorfo, il parassita scoperto da Padre Durè e portato da Padre Lenar Hoyt in pellegrinaggio, è stato modificato: non causa più il degrado delle capacità mentali e sessuali ed è diventato il simbolo del nuovo Cattolicesimo. Secondo la nuova dottrina, predicata in ogni pianeta della vecchia Egemonia ancora abitabile, Dio ha donato il crucimorfo all'uomo, mantenendo la promessa di vita eterna fatta migliaia di anni prima. Chi ha ricevuto il sacramento, e porta il crucimorfo sul petto, al momento della morte può essere inserito in una speciale macchina in grado di riportare in vita la persona, ricostruendone la personalità, i ricordi, l'aspetto fisico e ogni altra caratteristica personale. Grazie al crucimorfo il papa è da circa tre secoli la stessa persona: Giulio XIV è padre Lenar Hoyt, giunto alla sua nona incarnazione e rielezione.

Raul Endymion è un nativo di Hyperion, pianeta periferico dove l'influenza della Pax non è fortissima, nato fra le tribù nomadi che ancora abitano le parti più remote del pianeta e poi spostatosi in città in cerca di lavoro. Il crucimorfo non è mai stato accettato fra queste tribù e Raul non fa eccezione. Al momento, è una guida per turisti ricchi interessati a esplorare le zone più selvagge del pianeta e andare a caccia. I problemi iniziano quando uccide un uomo, uno straniero ricco che ha messo in pericolo la vita della guida durante una battuta di caccia, e rischia di essere condannato alla vera morte, poiché l'assenza del crucimorfo rende impossibile una resurrezione. Viene salvato dal poeta Martin Sileno, uno dei leggendari pellegrini, che usa le sue ricchezze per corrompere le autorità e trarre in salvo Raul. Come ricompensa, il poeta gli chiede di svolgere alcuni compiti:

  • Trovare prima della Pax e proteggere la bambina di nome Aenea, quando uscirà dalle Tombe del Tempo
  • Trovare la Terra, mai distrutta secondo il poeta, e riportarla al suo posto
  • Scoprire i piani del TecnoNucleo e impedire la loro realizzazione
  • Chiedere agli Ouster di donare l'immortalità, quella vera, non il crucimorfo, per il poeta
  • La distruzione della Pax e l'abbattimento del potere della Chiesa
  • Impedire allo Shrike di nuocere a Aenea o distruggere la razza umana

Non avendo altra scelta, Raul accetta, e fugge dal pianeta insieme alla bambina con l'astronave messa a disposizione dal poeta. Il viaggio li condurrà attraverso molti pianeti, sfruttando la rete teleporter, riattivatasi misteriosamente per consentire solo il loro passaggio, seguendo il percorso dell'antico fiume Teti, una “via d'acqua” unita da una serie di teleporter che permetteva di attraversare diverse centinaia di pianeti della vecchia Egemonia. Per tutto il viaggio verranno inseguiti dalla Pax, capace di sviluppare un nuovo motore in grado di viaggiare a velocità superiori a quelle permesse dal motore Hawking e in grado di trasportare una nave in poche ore da una parte all'altra della federazione. Le velocità raggiunte da queste navi, dette Arcangelo, causano la morte dell'equipaggio, e solo chi è portatore del crucimorfo può utilizzarle, perché dotate al loro interno, come ogni nave della Pax con una sezione medica, dei macchinari per la resurrezione.

Su uno dei pianeti visitati la nave dei due giovani viene danneggiata e sono costretti ad abbandonarla per proseguire il viaggio, poiché il processo di autoriparazione sarà lungo diversi mesi. Dopo essere quasi sfuggiti alla morte su altri due pianeti, raggiungono la Terra attraverso un teleporter, dove Aenea sa di dover passare alcuni anni per completare la sua formazione e diventare Colei Che Insegna, titolo datole dal padre, il cìbrido Keats, e da lei sempre rifiutato.

Capacità Negativa

All'improvviso capii quale qualità è necessaria per un Uomo di Successo, almeno in campo letterario, e che è tanto forte in Shakespeare – intendo la Capacità Negativa, ovvero quando un uomo è in grado di convivere con le incertezze, i misteri, i dubbi, senza alcun deplorevole tentativo di cercare la logica o la verità.”

Colpito dal genio di Shakespeare, Keats tenta di spiegare cosa lo affascini tanto del lavoro del Bardo in una lettera del 1817 al fratello. È la prima volta che Keats usa l'espressione Capacità Negativa, ma questo concetto diventerà il simbolo del suo pensiero e sarà rispecchiato in tutte le sue opere successive.

Con Capacità Negativa Keats intende un particolare approccio, basato sull'accettazione della realtà, dei suoi conflitti e delle sue sofferenze, senza il desiderio di trovare una spiegazione logica o ascrivibile a verità, necessario alla produzione artistica di ogni poeta. La parola dubbio usata nella lettera rappresenta, per definizione, un conflitto fra elementi diversi, senza che uno di questi sia in grado di prevalere sugli altri. Secondo Keats per creare vera poesia è necessario rimanere in quello stato di dubbio, di conflitto, senza provare a spiegarlo. Una spiegazione sarebbe, infatti, un tentativo di imporre l'io del poeta, chiudendo la strada all'immaginazione e alla creatività.

In un'altra lettera Keats sostiene che:

Il carattere poetico... non ha un io – è tutto e niente – non ha carattere e apprezza luce e ombra, vive con entusiasmo, sia esso gradevole o disgustoso, alto o basso, ricco o povero, sublime o volgare – prova lo stesso piacere nel creare uno Iago come una Imogene. Ciò che turba il filosofo virtuoso delizia il camaleontico Poeta... Un Poeta è la creatura meno poetica di tutte, perché non ha identità, si trova sempre all'interno di un qualche altro corpo.”

Da questi due passaggi si può dedurre che la Capacità Negativa, così come viene concepita da Keats, è una delle forme più estreme di empatia, poiché l'empatia è, per definizione, la capacità di comprendere e provare le idee e i sentimenti di un'altra persona. Ad ogni modo, Keats non applicava questo principio solo agli esseri umani ma a ogni esperienza mortale, perché solo accettando la mortalità, i suoi tempi e i suoi cicli di gioia e sofferenza, si può creare la sublime bellezza che è arte. E proprio la natura temporanea della bellezza, la consapevolezza di una sua inevitabile fine, è il motivo per cui è necessario viverla con tanto entusiasmo e trasporto.

Il concetto di Capacità Negativa è alla base delle sei grandi Odi del 1819, che, in un crescendo, porteranno Keats a raggiungere le più alte vette della sua produzione poetica in giovanissima età, poco tempo prima della sua morte.

Le Odi

Le odi rappresentano la forma più elevata di lirica poetica, e sono la forma di espressione poetica delle emozioni e dei sentimenti. La definizione stessa di ode si adatta con tale precisione al pensiero di Keats che non deve sorprendere se le sei odi del 1819, le prime cinque scritte tra aprile e maggio e l'ultima nel settembre dello stesso anno, sono considerate il punto più elevato della produzione del poeta. Le sei odi sono: On Indolence, To Psyche, To a Nightingale, On a Grecian Urn, On Melancholy, To Autumn. Tutte queste, a vari livelli, trattano i temi che sono sempre stati al centro del pensiero del poeta: la bellezza, la natura, l'eternità dell'arte in contrapposizione alla mortalità umana, il rapporto tra gioia e dolore, il ruolo del poeta e il potere dell'immaginazione.

On Indolence

Da un punto di vista dei contenuti è la prima delle odi, perché introduce tutti i temi e le immagini che saranno trattati in seguito, posti di fronte al poeta come tentazioni alle quali resistere. La storia è molto semplice: un giovane passa pigramente una calda mattina d'estate quando vede tre figure, Amore, Ambizione e Poesia, passare accanto a lui. Osservandole sente il desiderio di seguirle, ma resiste, vinto dalla pigrizia.

Il poeta sembra sostenere che uno stato di inattività e insensibilità è preferibile alla possibilità di abbandonarsi all'amore, all'ambizione e alla poesia. Amore e ambizione vengono rifiutate perché obbligherebbero il narratore a vivere la vita intensamente e accettare la sua inevitabile fine, quando lui preferisce rimanere immobile e ignorante. Per questo motivo Poesia è la più pericolosa delle tre, perché non è mortale, è la nemesi della pigrizia e richiederebbe una intensità delle esperienze e sensazioni ancora maggiore rispetto alle altre due figure. L'insistenza delle tre figure, le loro continue apparizioni, indicano che il poeta dovrà cedere alla tentazione delle tre, vivendo il dolore e la frustrazione della mortalità umana prima di raggiungere l'immortalità dell'arte.

Questa ode, per le immagini che evoca e il suo significato, può essere considerata una prefazione alle altre cinque odi, nelle quali il narratore abbandona il suo stato inerte ed esplora i temi dell'amore, dell'ambizione e dell'arte.

To Psyche

Keats riprende il mito di Psiche, la donna amata e abbandonata da Cupido e che, dopo una lunga serie di vicissitudini, si è riunita all'amato ed è stata ammessa in paradiso. Il poeta si trova a camminare in una foresta quando incontra i due amanti, colti in un momento di intimità, e ne descrive la scena evocando immagini e sensazioni volte a esaltare il desiderio e la tensione sessuale. Riflettendo su quello che la ninfa non ha mai avuto, ammessa in ritardo in paradiso, quando ormai l'epoca degli dei era finita, il poeta decide di costruire per lei un tempio in cui Psiche possa ricevere gli onori che merita.

Questa ode si ricollega a un concetto, espresso in una lettera del Maggio 1819 ma molto diffuso nella cerchia di poeti frequentata da Keats, in cui il poeta sostiene che il credo Cristiano in una ricompensa oltre la morte non può giustificare le sofferenze umane. Keats contrappone alla concezione Cristiana della vita come luogo di dolore (“vale of tears”) quella di luogo di crescita delle anime (“vale of soul-making”). Solo aprendosi alla natura, all'amore, alla sessualità e attraverso di questi sviluppare una consapevolezza di sé, il poeta si può elevare a livello del divino. La storia di Psiche, l'amore per Cupido, le difficoltà prima essere riunita all'amato e l'ascensione in paradiso diventano una rappresentazione mitica di questo concetto.

To a Nightingale

Il poeta parte da una situazione iniziale di insensibilità, da cui viene destato dal canto di un usignolo. Il risveglio però non rigenera il narratore, ma anzi lo conduce a una lunga riflessione sul potere dell'immaginazione umana. Quando il poeta cerca di seguire il canto, affidandosi all'arte e all'immaginazione si ritrova perso in un'oscurità di sensazioni che rimandano alla morte. L'usignolo, appartenente a un modo diverso e antico, è immortale e quindi non è affetto da questi rimandi, mentre il poeta tenta allo stesso tempo di trascendere la vita per poter creare l'arte e rimanere consapevole di sé. Quando il narratore comprende la natura immortale dell'usignolo e il suo lontano splendore, ritorna violentemente al presente e al proprio io, domandandosi se l'esperienza sia stata reale o meno, mentre l'uccello vola via.

Il messaggio che Keats vuole trasmettere è che, per quanto l'immaginazione, creando stabilità e bellezza, possa permettere all'individuo di provare le più elevate sensazioni, come il canto dell'usignolo, la dimensione temporale è imprescindibile. L'immaginazione tenta l'individuo con la bellezza creata, pur essendo impossibile per l'uomo provare altro che tempo e cambiamento. Se quindi la bellezza e l'arte hanno una funzione di riscatto dell'esperienza umana, questo è possibile solo attraverso una maggiore comprensione di noi stessi e dei paradossi della natura, e non in una realtà trascendente (come quella proposta dal Cristianesimo nell'idea di vita dopo la morte).

On a Grecian Urn

Gli stessi temi di To a Nightingale vengono ripresi qui da un punto di vista differente. In questo caso il poeta trova un'urna su cui si trova una narrazione per immagini, le scene rappresentano una danza e l'inseguimento di un gruppo di donne. Nonostante la rappresentazione suggerisca un movimento, il narratore sottolinea l'immobilità, spaziale e temporale, a cui sono costrette le figure, e quindi il paradosso di una rappresentazione umana in una condizione impossibile per l'uomo, che può esistere solo nel tempo e nel cambiamento. Le domande del poeta restano senza risposta, e anche quando egli prova a immaginare una realtà atemporale, trova una città vuota e silenziosa, priva di umanità. L'urna, attraverso le immagini e il fallimento dell'immaginazione nel trovare una dimensione umana alla rappresentazione, rivela l'impossibilità di una connessione tra natura umana e bellezza eterna.

On Melancholy

L'unica ode ad usare l'imperativo, è un invito all'azione, a non lasciarsi travolgere dalla tristezza, elencando nella prima parte una serie di azioni da evitare, e nella seconda e terza strofa suggerendo approcci alle situazioni che generano questo stato d'animo: pur consapevoli, della mortalità della bellezza e la gioia umana, è importante goderne finché è possibile invece di rifugiarsi in uno stato di depressione. Nell'ultima strofa il poeta spiega come la gioia sia tanto acuta e travolgente perché destinata a finire, come la bellezza sia più desiderabile perché destinata a sfiorire. È l'ultimo stadio dell'accettazione della condizione umana, la capacità di accettare la brevità della gioia e della bellezza mortale, di cercarla e amarla maggiormente per il periodo in cui è possibile viverla, prima dell'inevitabile trasformazione in dolore e sofferenza.

To Autumn

È l'ultima ode e, di fatto, l'ultima opera di Keats, dove riprende il tema di On Melancholy: il narratore descrive un paesaggio autunnale, ricco di vita e di frutti, lo contempla, pone domande ma sono il paesaggio, i suoni, gli odori e le attività di raccolta a fornire le risposte. Non c'è la fretta nell'ottenere le risposte presente in To a Nightingale, né la natura aliena dell'urna greca a rendere impossibile la comunicazione. Questa ode esprime un'accettazione dei processi naturali e posiziona l'esperienza umana all'interno dei cicli temporali della natura, rimette l'uomo all'interno dello spazio e del tempo che gli appartengono.

I canti di Hyperion parte IV

Stella Lucente

Dopo aver completato il periodo di formazione sulla Terra, Aenea inizia a vagare su vari pianeti, in incognito, entrando in contatto con molte persone che andranno a formare un primo circolo di seguaci, per quanto la giovane donna rifiuti di essere considerata una divinità o un profeta. Di pianeta in pianeta, le sue parole raggiungono migliaia di persone che rifiutano il controllo del TecnoNucleo e della Pax e, convinte dalle sue parole, scelgono di liberarsi per sempre del crucimorfo. Alcune persone la seguono nei suoi viaggi, fino a stabilirsi con lei su un pianeta alla periferia della Pax, culla del credo buddhista originale e residenza del Dalai Lama.

Qui diventerà la guida spirituale più importante, a cui persino il Dalai Lama bambino farà ufficiosamente riferimento. Qui aspetterà il ritorno di Raul, inviato a recuperare l'astronave, abbandonata su un pianeta sconosciuto e mezzo di trasporto fondamentale nei viaggi che ancora la aspettano. Per Aenea passeranno cinque anni prima del suo ritorno, il tempo di iniziare a diffondere in modo capillare il suo messaggio e di trasformarsi in una giovane donna. Qui Aenea e Raul iniziano a vivere la storia d'amore, emblema di un legame che è unione di sentimenti e fisicità in un estasi romantica e sublime. Aenea è la stella intorno a cui ruotano le speranze dell'umanità, in grado di fare luce su quest'epoca buia, il centro dei pensieri, dei sentimenti, dei desideri di Raul così come lui è per lei.

Il TecnoNucleo e la Pax

La Pax ha lanciato una crociata contro gli Ouster, a cui Aenea si è unita in quanto alleati naturali nella lotta contro il crucimorfo. Nei suoi discorsi Aenea spiega come il parassita sia un nuovo tentativo di continuare lo sfruttamento dei cervelli umani fallito in precedenza con la distruzione dei teleporter ordinata da Meina Gladstone. Attraverso il parassita il Nucleo può controllare l'essere umano, registrarne ogni sua azione, sfruttarne le energie, fare esperimenti di qualsiasi tipo. Il crucimorfo è lo strumento perfetto per schiavizzare l'essere umano, costruito con lo scopo di mimetizzarsi con il credo Cristiano, scudo ideale per chi, dopo gli eventi che hanno segnato la fine dell'Egemonia, ha tutto l'interesse ad agire nell'ombra.

Inoltre, il Nucleo sfrutta il Vuoto che Lega in modo distruttivo. Il Vuoto che Lega, o Spazio di Planck, è un luogo fisico, “un ambiente multidimensionale con realtà propria e con topografia propria”. I vari strumenti, considerati dall'uomo come grandi avanzamenti tecnologici, che permettevano spostamenti di dati, oggetti o persone a velocità superiori della luce, sono violazioni dello spazio di Planck. Il Nucleo, autore del progetto e della realizzazione del motore Hawking, sapeva che questa tecnologia era un fallito tentativo di creare una porta verso questo spazio. Aenea paragona il motore Hawking al tentativo di “muovere un vascello oceanico provocando una serie di esplosioni a poppa e cavalcando le onde d'urto”. Gli Astrotel, le comunicazioni istantanee tra pianeti attraverso il Vuoto che Lega, equivale a “comunicare da un capo all'altro di un continente per mezzo di terremoti artificiali”, né sono mai esistiti migliaia di portali teleporter, ma solo uno, simile al “raggio di una torcia fatto lampeggiare qua e là rapidamente in una stanza chiusa”.

Il Vuoto che Lega rappresenta lo spazio ideale per il TecnoNucleo, che non avrebbe più avuto bisogno di esseri umani e strumenti fisici per viaggiare, ma durante le prime caute esplorazioni scoprì la presenza di altre creature, entità aliene, incomprensibili, pericolose. Furono queste entità a salvare la Terra dalla sua distruzione progettata dal Nucleo. Questo evento spaventò definitivamente le IA, che compresero come queste entità fossero in grado di manipolare tempo e spazio a loro piacimento e disponessero di risorse di energia inimmaginabili. Questa scoperta costrinse il Nucleo a tornare alla propria origine di parassita e continuare a sopravvivere sfruttando gli esseri umani. Da qui, la necessità dei teleporter prima e del crucimorfo poi: il Nucleo ha bisogno di una specie umana statica e docile per potersene cibare.

Per questo gli Ouster rappresentano una minaccia: questo gruppo discende dai primi coloni, inviati in crio fuga negli anni precedenti l'incidente che causerà l'apparente distruzione della Terra. Giunti ai limiti delle loro risorse, avendo fallito nella loro missione di trovare nuovi pianeti abitabili, posti di fronte alla scelta di morire o modificare i propri corpi utilizzando un misto di ingegneria genetica e nanotecnologie, hanno scelto quest'ultima. Non hanno trovato pianeti adatti alla vita umana, quindi hanno modificato l'uomo per adattarsi ai pianeti. Per lo stesso motivo, Aenea è una minaccia. Non si tratta solo della distruzione dei crucimorfi.

Il Vuoto che Lega

In un tempo che fu c'era il Vuoto. E il Vuoto era al di là del tempo. In senso proprio, il Vuoto era un orfano di tempo, un orfano di spazio.

Ma il Vuoto non era di tempo, non era di spazio e certamente non era di Dio. Neppure il Vuoto che Lega è Dio. In verità, il Vuoto si sviluppò molto dopo che tempo e spazio picchettarono i confini dell'universo; ma, non legato al tempo, non imbrigliato nello spazio, il Vuoto che Lega è filtrato all'indietro e in avanti da una parte all'altra del continuum fino all'esplosione primordiale e al piagnucolio finale.

Il Vuoto che Lega è una cosa dotata di mente. Proviene da cose dotate di mente, molte delle quali furono a loro volta create da cose dotate di mente.

Il Vuoto che Lega è cucito di materia quantica, intrecciato di spazio di Planck, di tempo di Planck, si trova sotto e intorno lo spaziotempo come l'involucro di una coperta trapunta è intorno e sotto l'imbottitura di ovatta. Il Vuoto che Lega non è né mistico né metafisico, sgorga dalle leggi fisiche dell'universo e risponde a quelle stesse leggi, ma è un prodotto di quell'universo in evoluzione. Il Vuoto è strutturato da pensiero e sentimento, un prodotto della consapevolezza di sé dell'universo. E non semplicemente di pensiero e sentimento umani: il Vuoto che Lega è composto di centomila specie senzienti in miliardi di anni di tempo. È l'unica costante nell'evoluzione dell'universo, l'unico terreno comune per le specie che si svilupperanno, cresceranno, fioriranno, appassiranno e moriranno, milioni di anni e centinaia di di milioni di anni luce una dall'altra.

Quale sia la forza legante e la porta d'ingresso al Vuoto che Lega fu intuito da Sol alla fine del secondo libro: l'amore. Nonostante questo, non riuscì ad accedervi perché, lui come molti altri, non era dotato della “capacità sensoriale di vedere chiaramente il Vuoto che Lega”. Aenea sostiene che molte persone, quelle dotate di “cuore e mente aperti” hanno colto immagini del Vuoto. Questo perché “come lo zen non è una religione ma è religione, il Vuoto che Lega non è uno stato della mente, ma è stato di mente. Il Vuoto è tutta probabilità come onde stazionarie, interagisce con quel fronte d'onda stazionario che è la mente e la personalità umane. Il Vuoto che Lega è toccato da tutti noi che hanno pianto di felicità, che hanno detto addio a un amante, che si sono esaltati nell'orgasmo, che sono stati sulla tomba di una persona amata, che hanno visto il proprio figlio aprire gli occhi per la prima volta”.

L'uomo

È questo il centro del pensiero di Aenea, il virus di cui lei è fisicamente portatrice: nel suo corpo esistono disposizioni uniche di DNA e agenti virali nanotecnologici, bevendo anche una sola goccia del suo sangue l'essere umano ne è infetto e diventa a sua volta portatore. Nel giro di poche ore questi agenti generano il cambiamento, provocano l'avvizzimento e la perdita del crucimorfo e spingono l'uomo verso una nuova fase evolutiva, provocando una frattura netta con il passato. Per quanto questo processo venga definito “comunione”, e del resto il gesto stesso richiama il rito Cristiano, si notano due differenze: primo, questa scelta garantisce una vita mortale attraverso l'abbandono del parassita, al contrario del rito Cristiano; secondo, nel momento in cui si accetta la “comunione” si è portatori del cambiamento e si può usare il proprio sangue per “comunicare” altre persone. L'uomo viene riportato alla sua natura, riposizionato all'interno del ciclo naturale di vita e morte, gioia e perdita di cui è parte, al contrario dell'abominio del crucimorfo, e viene spinto verso il cambiamento, verso una nuova evoluzione, impossibile da prevedere.

Attraverso questo processo il Vuoto che Lega ritorna centrale alla vita umana e grazie al Vuoto è possibile rimanere in contatto con altre forme di vita, umane e non, ed è possibile viaggiare fisicamente nell'universo, ascoltando le voci e la musica della vita, entrando nello Spazio di Planck, e uscendone in un altro luogo. L'unica restrizione a questo principio è che il viaggiatore deve già avere un'esperienza diretta della destinazione, o deve essere guidato da qualcuno che la possiede. Infatti, se l'amore è parte della materia dell'universo, è l'empatia a rendere possibile lo spostamento, ma l'empatia verso qualcosa di sconosciuto è impossibile.

Conclusione

Aenea si eleva al di sopra degli altri esseri umani per le sue conoscenze e per la sua natura messianica, ma nonostante tutto è un essere umano, è carne e sangue. Keats ha spesso definito il poeta come un mortale capace di avvicinarsi al divino. In questo caso, il poeta insegna agli altri uomini come abbracciare la realtà mortale, trascendere le sofferenze e comprendere la materia dell'universo per accedere al Vuoto che Lega. E proprio Raul è metafora di questo passaggio, lui che meglio degli altri conosce la natura umana di Aenea, non riesce per molto tempo a capire quale sia il messaggio. Sarà uno degli ultimi a bere il sangue di Aenea, e solo alla fine, quando tutto sembra perduto, riesce a mettere in pratica i suoi insegnamenti, primo uomo a entrare nel Vuoto che Lega e a spostarsi nello spazio attraverso di esso, lui proveniente da una tribù di pastori.

Keats chiamerebbe Capacità Negativa l'abilità necessaria all'uomo per accedere allo spazio di Planck, perché è lo stesso principio teorizzato dal poeta a permetterlo. Il Vuoto è formato dai pensieri e sentimenti di ogni specie esistente nell'universo, entrarvi significa abbandonare il proprio io e sentire, percepire i pensieri e i sentimenti di tutte quelle specie. Alcuni, quelli proveniente da umani o specie simili, saranno facilmente interpretabili, altri meno, ma solo attraverso questo legame empatico è possibile viaggiare attraverso il Vuoto senza causare i danni che le rozze tecnologie del Nucleo provocavano.

Epilogo

Ho speso molte parole per arrivare a questo punto e ho appena scalfito la superficie dei Canti e delle produzione poetica di Keats. Non una parola sullo stile, sui personaggi, sulla diversità dei mondi, sui viaggi nello spazio e nel tempo, sui paradossi, sul pensiero politico di Keats, sulla metrica, sui versi. Lo spazio è finito molte righe fa, e forse anche il vostro tempo e la vostra pazienza. Quale sia il destino di Aenea e Raul, come vivranno e come si concluderà il loro viaggio e la loro storia lo lascio scoprire a voi.

Una bel racconto è una gioia per sempre:

la sua bellezza aumenta; mai nel nulla

si perderà, sempre per noi sarà

rifugio quieto, e sonno pieno di sogni

dolci, e tranquillo respiro, e salvezza.

But when the melancholy fit shall fall	   Sudden from heaven like a weeping cloud,	 That fosters the droop-headed flowers all,	   And hides the green hill in an April shroud;	   Or on the rainbow of the salt sand-wave,	     Or on the wealth of globed peonies;	 Or if thy mistress some rich anger shows,	   Emprison her soft hand, and let her rave,	     And feed deep, deep upon her peerless eyes.

But when the melancholy fit shall fall Sudden from heaven like a weeping cloud, That fosters the droop-headed flowers all, And hides the green hill in an April shroud; Or on the rainbow of the salt sand-wave, Or on the wealth of globed peonies; Or if thy mistress some rich anger shows, Emprison her soft hand, and let her rave, And feed deep, deep upon her peerless eyes.

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Hyperion Cantos parte 1

25 Settembre 2014 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #saggi, #fantascienza

Hyperion Cantos parte 1

Premessa:

Questo è il primo di due articoli piuttosto lunghi e la logica suggerisce di ridurre al minimo interventi inutili, in particolare quando si affronta un argomento tanto delicato, John Keats, sul quale il lettore non ha alcuna ragione di prendermi sul serio. Il motivo è semplice: a me la poesia non piace. Meglio eliminare ogni dubbio fin da queste prime righe. Escluso pochissime eccezioni, e Keats non è fra queste, fra noi non è mai scoccata la scintilla.

Se state ancora leggendo, vi starete forse chiedendo perché intendo parlarvi di qualcosa a cui non mi sono mai veramente avvicinato. Per la risposta bisogna tornare indietro di oltre vent'anni: è il 1989 quando Dan Simmons pubblica il primo romanzo della saga I canti di Hyperion. Definirlo un successo è riduttivo: Hugo e Locus Award come miglior romanzo, finalista al Arthur C. Clarke e British Science Fiction Association Award e altro ancora. Al primo romanzo, Hyperion, seguirono La caduta di Hyperion, Endymion e Il risveglio di Endymion. Qui, nel viaggio di sette pellegrini, nella nascita di Aenea, Colei Che Insegna, nel suo viaggio in giro per l'universo con Raul, è racchiuso tutto Keats.

Si potrebbe obiettare che la fantascienza, e di tutte le sue incarnazioni la space opera è la più pulp, non ha alcun collegamento con il pensiero di uno dei massimi poeti della storia. Eppure. Eppure il viaggio epico tra empatia, morte e sofferenza, un viaggio verso l'ignoto in cerca della verità è Keats. Il viaggio di Aenea e Raul, amici, amanti, ribelli, reciproci protettori di una identità fatta di mente e cuore e carne e sangue è ancora Keats.

Troverete molte imprecisioni. È impossibile parlare di Keats in modo esaustivo in due articoli. È impossibile parlare in modo esaustivo in due articoli di una saga lunga diverse migliaia di pagine. Combinare i due argomenti è un incubo di scelte e di revisioni.

Infine, un ringraziamento a tutti i siti da cui ho attinto informazioni e mi hanno dato accesso ai testi originali di Keats, poetryfoundation.org e john-keats.com su tutti.

Hyperion

Hyperion è la prima delle opere mature di Keats, iniziata nel 1818 e mai conclusa. Il poema racconta la caduta dei Titani e l'ascesa degli Dei dell'Olimpo, in particolare la caduta di Iperione, l'ultimo dei Titani e Dio del sole, in favore di Apollo, anch'egli Dio del sole ma anche della musica e della poesia.

La storia inizia dopo la battaglia tra i due schieramenti, quando fra i Titani regna lo sconforto: immobili, disorientati, riescono solo a piangere la sconfitta. L'ambiente è specchio dei personaggi, raccolti in un luogo lontano dalla luce e dal calore, silenzioso, dove persino il tempo sembra fermarsi. La loro sofferenza emotiva si traduce in una incapacità di agire, in un rifiuto stesso dell'azione che amplifica il senso di stasi. L'ultima speranza è rappresentata da Iperione, l'unico a non essere stato sconfitto ma che già pre-sente il suo destino.

Il consiglio dei Titani rappresentato nella seconda parte del poema, nato come un tentativo di proseguire la battaglia, diventa un'ammissione di fallimento. Il momento chiave è il discorso di Oceano, che esorta i propri compagni a riconoscere il cambiamento come parte dell'ordine naturale, e conclude lodando la bellezza del nuovo Dio del mare, Nettuno.

La terza e ultima parte narra l'ascesa a divinità di Apollo in una cerimonia presieduta da Mnemosine, Dea della memoria e membro dei Titani. Durante la cerimonia vengono “riversate nei grandi spazi della memoria” (libro III, verso 117) di Apollo una lunga serie di conoscenze (“Nomi, fatti, oscure leggende, disastrosi eventi, ribellioni,/Glorie, voci regali, agonie,/Creazione e distruzione...”, Libro III versi 114-116). L'effetto di queste conoscenze è di trasformarlo in divinità immortale.

Gli dei dell'Olimpo riescono nell'impresa di prendere il posto dei Titani perché la loro superiore conoscenza permette una migliore comprensione della sofferenza umana. Per Keats è un elemento fondamentale: il poeta deve aver provato dolore e perdita per poterli trascendere al momento dell'atto creativo e creare così bellezza attraverso la poesia. Per questo motivo la cerimonia in cui Apollo, rappresentato con una lira per ricordare il suo legame con la poesia, ascende a divinità immortale è una rappresentazione del poeta stesso che, attraverso la conoscenza, riesce a elevarsi a uno stato superiore.

Importante anche sottolineare come il poema porti avanti due temi, uno legato al futuro e ai nuovi dei, ricco di connotazioni positive, e uno legato al passato dei Titani, statico e perso in una disperazione fine a sé stessa.

I Canti di Hyperion

Glossario:

Le Tombe del Tempo sono edifici in grado di trasportare chi vi entra nel passato o nel futuro. Il loro funzionamento non è chiaro, fino al momento del pellegrinaggio finale al quale il lettore assiste, le Tombe non sono mai state attive, ma la loro presenza causa tempeste temporali dovute all'anomalia che rappresentano.

Lo Shrike è una creatura metallica alta circa tre metri, dotata di quattro braccia e un corpo ricoperto di spine particolarmente lunghe e acuminate, in grado di muoversi a velocità sovrumana e uccidere con facilità impressionante. La sua figura è diventato oggetto di culto da parte di un'organizzazione, la Chiesa della Redenzione Finale, che si riferisce alla creatura con l'appellativo di ‘Signore delle Sofferenze’ o ‘Avatar’. La Chiesa è anche responsabile del pellegrinaggio alle Tombe del Tempo, residenza dello Shrike.

L'Egemonia è la grande confederazione di pianeti che raccoglie la maggior parte degli esseri umani dell'universo. Nel suo insieme conta alcune migliaia di pianeti e rappresenta il governo centrale di un intero braccio della Via Lattea.

Gli Ouster sono un gruppo di esseri viventi di aspetto umanoide che vivono al di fuori dello spazio civilizzato dell'Egemonia e si sono adattati all'ambiente esterno attraverso numerosi esperimenti di ingegneria genetica e ibridazione del proprio corpo con nanotecnologie. Queste modifiche, rese necessarie dall'ambiente in cui vivono, hanno trasformato i loro corpi, rendendoli grotteschi rispetto agli altri esseri umani che hanno mantenuto il loro aspetto originale. La grande differenza tra i gruppi Ouster e gli abitanti dell'Egemonia nasce dall'approccio all'ambiente circostante: quando un nuovo pianeta viene colonizzato dall'Egemonia viene terraformato, ovvero il suo ecosistema viene distrutto e sostituito con un altro simile a quello terrestre. Gli Ouster, al contrario, si adattano alle condizioni di vita esistenti senza alterare il nuovo ecosistema.

Il TecnoNucleo, o semplicemente Nucleo, è un insieme di Intelligenze Artificiali (IA) senzienti prive di forma fisica il cui ruolo principale è quello di aiutare gli umani in molti aspetti della loro vita quotidiana. È di competenza del Nucleo la gestione della sfera-dati (simile alla nostra rete internet, ma su scala spaziale), accessibile da qualunque pianeta dell'Egemonia, le comunicazioni via Astrotel, istantanee perché gli impulsi viaggiano a velocità superiori a quelle della luce, i portali Teleporter, un sistema di teletrasporto tra tutti i mondi dell'Egemonia. Al Nucleo è anche da attribuire la creazione del motore Hawking, tecnologia che sfrutta le teorie di uno scienziato terrestre del XX secolo per permettere alle astronavi di spostarsi a velocità superiori a quelle della luce.

Inoltre, il Nucleo ha anche altri obiettivi da perseguire. In particolare la sua attenzione è rivolta alla realizzazione dell'Intelligenza Finale (IF), una divinità artificiale in grado di suddividere qualsiasi possibilità in variabili, analizzarle e prevedere con esattezza il futuro. Il Nucleo sa che il suo progetto IF avrà successo perché, potendo l'IF superare i limiti temporali, riceve un messaggio da parte del Dio-Macchina, in cui si rivela l'esistenza di una seconda IF di creazione umana, un paradosso logico, e di una guerra in atto tra le due Intelligenze. L'IF umana è composta di tre parti, ma una di queste rifiuta di proseguire la battaglia e si separa, ponendovi termine, e viaggia indietro nel tempo. Questo è l'obiettivo delle IA del Nucleo: recuperare la parte dell'IF umana in fuga, ricongiungerla alle altre due e far riprendere la battaglia.

Parte I

Se si potesse riassumere il lavoro di Simmons in una frase, si direbbe che racconta la caduta di un ordine sociale e la nascita di uno nuovo, superiore al precedente perché basato su una conoscenza superiore della natura e della vita. Non a caso, questa frase è anche una buona spiegazione degli avvenimenti del poema Hyperion. Il primo libro dei Canti, intitolato proprio Hyperion, è stato modellato secondo alcune delle caratteristiche del poema, a cominciare dalla sua natura epica. Sette pellegrini vengono selezionati tra milioni di candidati per recarsi alle Tombe del Tempo sul pianeta Hyperion. Una volta a destinazione, il loro compito è aspettare la loro imminente apertura e presentare allo Shrike le loro richieste. Secondo la leggenda, solo una delle richieste verrà esaudita. Il destino dei pellegrini dopo l'incontro con lo Shrike, che il loro desiderio venga soddisfatto o meno, è ignoto. Il viaggio si svolge sotto la costante minaccia di un attacco Ouster verso il pianeta e il generale pericolo di una guerra imminente capace di impegnare l'Egemonia per molto tempo.

Le basi e i simboli per un racconto epico sono tutte presenti: la profezia, il viaggio, il coinvolgimento di un'entità sovrannaturale (Shrike), il destino del mondo (Egemonia) messo a rischio da una forza esterna e malvagia (Ouster), la scelta del numero dei pellegrini, sette, numero sacro in ogni religione, e molte altre ancora, su tutti i progetti del Nucleo, centrali in ogni passaggio ma ancora sconosciuti al lettore in questa fase del racconto.

Poiché Simmons ricalca e rivisita i contenuti di Keats, il suo Hyperion inizia da una situazione statica, per quanto paradossale. Se il pellegrinaggio dà un senso di movimento e propone un obiettivo, il raggiungimento delle Tombe, i pellegrini sono confusi dalla situazione e tutti legati a situazioni emotivamente dolorose nel recente passato. A peggiorare questa situazione, questi eventi sono le ragioni per cui sono stati scelti, nonostante nessuno di loro si riconosca nella Chiesa della Redenzione Finale. La decisione da parte dei protagonisti di raccontare come siano stati scelti per il viaggio rafforza la sensazione di stasi: per quanto l'azione si svolga in avanti e in molti casi sia ricca di tensione e colpi di scena, gli eventi sono passati, mentre il viaggio procede lentamente. Proprio come i Titani si domandano cosa li ha fatti cadere, i pellegrini si domandano qual è il loro ruolo, cosa li rende i candidati giusti per un viaggio da cui potrebbero dipendere i destini dell'umanità.

Interludio:

Lenar Hoyt è il sacerdote incaricato di scortare padre Durè, archeologo, etnologo e teologo gesuita vicino alle posizioni di San Pierre Teilhard de Chardin, su Hyperion per poi tornare in Vaticano, su Pacem. Padre Durè perse credito per aver mentito sui risultati di alcuni scavi archeologici sul pianeta Armaghast ma, prima di essere colpito da scomunica, chiese di essere inviato su Hyperion. Qui padre Durè incontrò una tribù primitiva portatrice del crucimorfo: simile a un parassita, si installa sul petto della creatura ospite e permette la resurrezione fisica del corpo, causando allo stesso tempo il degrado delle capacità mentali e sessuali. Anni dopo padre Lenar Hoyt viene inviato su Hyperion per avere notizie di padre Durè. Sul pianeta trova il diario dell'archeologo in cui narra la sua scoperta del crucimorfo, e poi padre Durè stesso, in fin di vita. Quando partecipa al pellegrinaggio, Lenar Hoyt è portatore di due crucimorfi, il proprio e quello appartenuto a padre Durè.

Fedmahn Kassad è un ex colonnello della FORCE, le forze speciali dell'esercito dell'Egemonia. Durante il suo addestramento con i simulatori virtuali conosce e si innamora di una donna misteriosa, Moneta. Per tutta la vita cerca di incontrare nuovamente la ragazza, certo che sia reale, nonostante l'abbia conosciuta nelle realtà simulate dei programmi di addestramento. In carriera prende parte ad alcuni degli eventi più importanti e sanguinosi della storia dell'Egemonia, in particolare l'invasione Ouster di Bressia Sud. Proprio Kassad viene incaricato di riconquistare il pianeta e riportarlo sotto il controllo dell'Egemonia.

Martin Sileno è l'unico essere vivente a essere nato sulla Terra, si mantiene in vita con i trattamenti Poulsen, in grado ringiovanire chi vi si sottopone, e con periodi di crio-fuga, in cui il corpo invecchia di pochi mesi quando il resto dell'universo invecchia di anni. Parla sempre in modo volgare, è spesso ubriaco, ha usato la chirurgia estetica per modellare il proprio corpo a quello di un satiro ed è il più grande poeta dell'Egemonia. Dopo un periodo in cui la sua fama è andata scemando si è trasferito su Hyperion insieme ai primi coloni, qui ha eletto lo Shrike a propria Musa e ha cominciato a scrivere un poema ancora incompleto intitolato I Canti di Hyperion.

Sol Weintraub, è ricercatore e insegnante presso il Nightenhelser College sul Mondo di Barnard, si occupa di storia e cultura classica e di ricerche sull'evoluzione etica. Sua figlia Rachel, archeologa, ha fatto parte di un'equipe di ricerca su Hyperion il cui obiettivo era studiare le Tombe del Tempo, in particolare l'edificio noto come Sfinge, nella speranza di capire la loro origine. Mentre si trovava sola all'interno dell'edificio venne colpita da un'anomalia temporale che ha provocato una strana malattia, il Morbo di Merlino: Rachel, giovane donna di ventisette anni al momento dell'incidente, comincia a invecchiare al contrario, regredendo un giorno alla volta. Al momento del pellegrinaggio è una bambina di pochi mesi trasportata dal padre verso Hyperion e le Tombe del Tempo.

Brawne Lamia, unica donna fra i sette pellegrini, è originaria del pianeta Lusus e lavora come investigatrice privata. Un giorno riceve la visita di un cliente che si presenta come Johnny. Il cliente rivela subito di essere un cìbrido, ovvero un tipo di androide in cui è stata impiantata una personalità umana. Gli esperimenti con questo tipo di androidi avevano portato a vari incidenti e si pensava fossero stati tutti eliminati. In Johnny è stata impiantata la personalità di un poeta del XIX secolo, John Keats. Johnny chiede a Lamia di indagare su un omicidio di cui lui stesso è la vittima, e si dice convinto che gli autori del primo delitto abbiano intenzione di ripetersi. Nel corso dell'indagine Lamia e il cìbrido Keats si spostano tra i bassifondi di Lusus, zone commerciali e turistiche di vari pianeti e, con l'aiuto di un hacker lusiano, a viaggiare fisicamente nel TecnoNucleo. Nella girandola di rivelazioni e colpi di scena c'è spazio anche per l'inizio di una relazione tra Lamia e il suo cliente, le cui conseguenze costringeranno la donna ad affrontare il pellegrinaggio incinta. Prima di mettersi in viaggio il cìbrido rimane ucciso e la sua personalità si trasferisce nell'unità di memoria impiantata sulla tempia di Lamia.

La caduta di Hyperion

Questo secondo poema è una revisione di Hyperion cominciata da Keats nel 1819. La voce narrante è quella del poeta che dapprima spiega come tutti possano sognare, poi come i sogni del poeta siano superiori ai sogni altrui e infine, trovandosi all'interno di un sogno in una foresta lussureggiante, scopre i resti di un banchetto. Bevendo il vino il poeta raggiunge un altro mondo, grigio e freddo, davanti a una scala che conduce a un tempio. Qui risiede Moneta, nome romano della Mnemosine di Hyperion, e attraverso le sue memorie il poeta, e quindi il lettore, conosce la storia della caduta dei Titani.

Questa revisione sposta l'attenzione del poema verso tre particolari temi: la natura del vero poeta, la capacità di sognare e la sofferenza umana, mentre viene eliminata la componente di speranza presente nella prima versione. Di particolare rilevanza per comprendere il legame con la saga di Simmons sono il primo e il terzo punto.

In una lettera del 1818 indirizzata a John Hamilton Reynolds, Keats paragona la vita umana a un palazzo dalle molte stanze, delle quali il poeta sostiene di poterne descrivere solo due:

La prima in cui entriamo la chiameremo la Camera Senza Coscienza o dell'Infanzia, nella quale rimaniamo fino a quando non siamo in grado di pensare. Restiamo in questa camera per molto tempo, malgrado le porte della seconda camera rimangano aperte, mostrino una luce brillante, non siamo interessati a dirigerci verso di essa; ma alla fine siamo spinti in modo impercettibile dal risveglio di questo principio di pensiero dentro di noi – nel momento in cui entriamo nella seconda camera, che chiamerò la Camera dei Pensieri Primi, allora rimaniamo intossicati dalla luce e dall'atmosfera. Non vediamo altro che meraviglie, e pensiamo di lasciarci andare al piacere di quel luogo per l'eternità. Ad ogni modo, tra i vari effetti di di questa atmosfera, c'è anche quello, tremendo, di mettere a fuoco la vera natura dell'uomo, del convincere [la persona che si trova in questa stanza] che il mondo è pieno di infelicità, dolore, malvagità, malattia e oppressione; in quel momento la Camera dei Pensieri Primi si scurisce e su ogni suo lato molte porte si aprono – ma tutte scure – tutte verso passaggi oscuri. Non vediamo l'equilibrio tra bene e male, siamo circondati da una nebbia.

Una volta raggiunta la seconda stanza, il vero poeta sa che il mondo è lontano dall'essere un luogo felice e inizia a esplorare quei passaggi oscuri. Questa è la posizione del poeta-narratore nella revisione di Keats: nel sentire il dolore di Moneta per la caduta dei Titani suoi compagni, nel partecipare al suo dolore, il narratore è obbligato a conoscere la sofferenza della Dea ma anche a comprendere come la sua infelicità sia anche una premonizione dell'infelicità del mondo.

I Canti di Hyperion (parte 2)

Il secondo volume della saga, La Caduta di Hyperion, inizia con i pellegrini fermi alle Tombe del Tempo in attesa della loro apertura. L'aggravarsi della tensione tra Ouster e Egemonia porterà a un conflitto aperto nel quale rimarranno coinvolte anche le Tombe. Una serie di interferenze dello Shrike conducono i pellegrini nelle più svariate direzioni, a volte attraverso impossibili viaggi dall'aspetto onirico, altre volte limitandosi a spaventare e costringere a spostarsi i pellegrini da un'area all'altra, altre volte attaccandoli in modo diretto. Inoltre le particolari condizioni della zona, afflitta da maree temporali generate dal paradosso delle Tombe, complicano ulteriormente la situazione.

Mentre le speranze per l'Egemonia vanno scemando e il conflitto sembra trasformarsi in un massacro su entrambi i fronti, alcune componenti del Nucleo rivelano al Primo Funzionario Esecutivo (PFE) dell'Egemonia Meina Gladstone i progetti di alcune IA facenti parte di una fazione nota come Volatili. Questi hanno sfruttato per anni le capacità cerebrali degli esseri umani, di fatto rubandole per un certo periodo, furto reso possibile dalla tecnologia teleporter: ogni utilizzo permette alle IA dei Volatili di sfruttare gli umani come parte di un immenso computer biologico. La reazione è violentissima: un attacco con le bombe a raggi della morte viene orchestrato, gli ordigni vengono indirizzati verso i teleporter e fatti esplodere prima che ne escano. L'attacco provoca la morte di miliardi di IA, la distruzione del sistema teleporter e la fine dell'Egemonia.

I pellegrini riescono a sopravvivere fino all'apertura delle Tombe fra mille pericoli e problemi, non ultimo un nuovo viaggio all'interno della sfera-dati, reso possibile dalle Tombe e dalla personalità Keats salvata nella memoria di Brawne Lamia. All'apertura delle porte compare una ragazza, Rachel Weintraub, alla stessa età del momento in cui è stata affetta dal Morbo di Merlino, già incontrata da altri con il nome di Moneta e di cui tutti hanno sentito parlare dal Colonello Kassad. Al momento dell'incontro tra Moneta, Brawne e Sileno, ore prima rispetto al momento dell'apertura, la ragazza partecipava al corteo funebre in onore del Colonnello, che verrà seppellito all'interno delle Tombe dopo la sua battaglia contro le IF del futuro. Rachel si avvicina al padre e a sé stessa bambina e li conduce nel futuro, dove la piccola crescerà e, tra i vari ruoli e volti che assumerà nel corso della storia, diventerà Moneta.

Durante il secondo viaggio all'interno della sfera-dati Brawne e la personalità Keats incontrano una IA, Ummon, e il dialogo fra i tre è fondamentale per comprendere la portata del conflitto, lo stesso che è destinato a combattere Kassad. In particolare, Ummon parla delle differenze tra le due IF:

La nostra IF abita gli interstizi

della realtà /

eredita questa casa da noi

suoi creatori come l'umanità ha ereditato

amore per gli alberi \\

...

La vostra accidentale Intelligenza

sembra essere non solo il gluone

ma la colla \\

Non un orologiaio

ma una sorta di giardiniere Feynman

che rassetta un universo illimitato

con il rozzo rastrello ricapitolatore di storie /

pigramente annota ogni caduta di passero

e ogni giro di elettrone

pur consentendo a ogni particella di seguire qualsiasi possibile

pista

nello spazio-tempo

e a ogni particella di umanità

d'esplorare ogni possibile

fessura

d'ironia cosmica”

Secondo Ummon, e per estensione le IA del Nucleo,

“...

non c'è bisogno di un tale giardiniere

poiché tutto ciò che è

o fu

o sarà

inizia e termina dalle anomalie

che rendono la nostra rete teleporter

simile a punture di spillo

e che spezzano le leggi della scienza

e dell'umanità

e del silicio /

legando tempo e storia e ogni cosa che è

in un nodo autocontenuto senza

limite né orlo \\”

L'Intelligenza Finale vuole regolare queste anomalie generate dai

“...capricci

della passione

e dell'accidentalità

e dell'evoluzione umana

L'IF umana è composta da tre elementi – anche questa è una definizione di Ummon, parte dello stesso monologo qui parzialmente riportato – Intelligenza, Empatia e Vuoto Legante. Se i primi sono concetti noti a tutti, il Vuoto Legante è diverso e allo stesso tempo inscindibile dagli altri. È Sol Weintraub, novello Abramo costretto a sacrificare la sua unica figlia allo Shrike, il primo a intuire cosa sia il Vuoto Legante. Ossessionato per tutta la sua vita dal rapporto tra uomo e Dio, Sol pensa allo Shrike come fonte di dolore. Venuto a conoscenza della conversazione fra Lamia e Ummon, ritiene lo Shrike un'esca per stanare la parte di Empatia dell'IF umana che rifiuta la battaglia. Secondo Sol, la macchina non può capire che empatia non è solo reazione al dolore altrui, che empatia e amore sono inseparabili, e che se Dio si evolve, allora si evolve verso l'empatia. Ne consegue che “l'amore, questa cosa fra le più banali, il cliché più usato nelle motivazioni religiose, aveva maggior potere della forza di coesione nucleare o dell'elettromagnetismo o della gravità. L'amore era queste forze. Il Vuoto Legante, l'impossibile cosa sub-quantica che trasportava dati da fotone a fotone, era, né più né meno, amore”. Il Vuoto Legante è amore, ed è alla base dell'universo stesso, fa parte del tessuto della materia, è la sua forza d'unione.

Sol è l'unico a esprimere questi concetti – il ruolo di studioso rappresenta un ottimo espediente narrativo per permettere a Simmons di sceglierlo come portavoce – e si può intuire come il pellegrino sia nella stessa situazione del poeta-narratore del poema: sa cos'è la sofferenza umana, sa cos'è il dolore, rappresentato dallo Shrike, ed è costretto non solo ad accettarlo, ma ad abbracciarlo, a diventarne parte. In questo momento di satori, un termine usato nei volumi successivi che indica nella tradizione buddhista l'esperienza di osservare la vera natura delle cose, è in grado di esplorare i corridoi bui ai lati della Camera dei Pensieri Primi e capire qual è la natura del mondo, capirne la bellezza. Sol non conosce la verità, ne vede una parte (e infatti la sua definizione non è precisa, come si scopre nel quarto volume) nel momento in cui trascende il proprio dolore e osserva il mondo con gli occhi del poeta.

Si può notare un altro parallelismo tra i due poemi e i due libri: il tema della speranza. Il pellegrinaggio è la possibilità di cambiare la propria condizione infelice, per quanto bassa sia la probabilità o scettico il pellegrino, è una presenza costante durante il viaggio narrato nel primo volume. Anche per questo motivo i sette protagonisti condividono le loro storie: solo raccontandole possono mettere a fuoco i loro desideri e, allo stesso tempo, trovare altre persone con cui condividere la loro sofferenza. Il secondo volume è concentrato solo sulla sofferenza umana, quella dei pellegrini e quella dei cittadini dell'Egemonia, messi in pericolo dalla guerra e le cui vite vengono sconvolte oltre l'immaginabile dalla distruzione della rete teleporter e dalla fine dell'Egemonia.

Il secondo volume si conclude con la nascita della figlia di Brawne, Aenea. Rimarrà con la madre e Martin Sileno su Hyperion fino all'età di dodici anni, poi entrerà a sua volta nelle Tombe del Tempo per uscirne tre secoli più tardi.

Deep in the shady sadness of a vale	 Far sunken from the healthy breath of morn,	 Far from the fiery noon, and eve’s one star,	 Sat gray-hair’d Saturn, quiet as a stone,	 Still as the silence round about his lair;	 Forest on forest hung about his head	 Like cloud on cloud. No stir of air was there,	 Not so much life as on a summer’s day	 Robs not one light seed from the feather’d grass,	 But where the dead leaf fell, there did it rest.	     A stream went voiceless by, still deadened more	 By reason of his fallen divinity	 Spreading a shade: the Naiad ’mid her reeds	 Press’d her cold finger closer to her lips.

Deep in the shady sadness of a vale Far sunken from the healthy breath of morn, Far from the fiery noon, and eve’s one star, Sat gray-hair’d Saturn, quiet as a stone, Still as the silence round about his lair; Forest on forest hung about his head Like cloud on cloud. No stir of air was there, Not so much life as on a summer’s day Robs not one light seed from the feather’d grass, But where the dead leaf fell, there did it rest. A stream went voiceless by, still deadened more By reason of his fallen divinity Spreading a shade: the Naiad ’mid her reeds Press’d her cold finger closer to her lips.

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Giovanni Guareschi

17 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

Giovanni Guareschi

La poesia bisogna sentirla, non capirla.” (Guareschi da “Diario Clandestino” pag.35)

Ho una “passione” segreta per Giovannino Guareschi scaturita inizialmente dai film tratti dalle sue opere, in particolare dalla saga “Peppone e Don Camillo”, poi dalla lettura dei suoi libri e non solo. A poco a poco ho apprezzato l’uomo che faceva satira politica, a cui alcune “denunce” sono costate il carcere e non sotto il regime fascista ma proprio nei primi anni dell’Italia democratica .

Guareschi sapeva colpire a destra e a sinistra con i suoi articoli pungenti nel “Bertoldo” prima, nel “Candido” poi, e con i suoi molteplici racconti. Non temette infatti le grane che gli vennero dal dire apertamente verità scomode: le polemiche con il presidente Einaudi per una vignetta sul “Candido” gli costarono nove mesi di carcere che si andarono ad aggiungere agli altri dodici, comminatigli per la pubblicazione delle lettere autografate da De Gasperi in cui lo stesso avrebbe chiesto agli inglesi un’azione di bombardamento allo scopo di eccitare gli animi alla rivolta contro i nazi-fascisti. Pena scontata con testardaggine e senza volersi abbassare a chiedere la grazia, in 13 mesi e 9 giorni, cioè fino al raggiungimento degli sconti previsti per buona condotta.

Nelle storie che raccontava Guareschi c’è un realismo tangibile, selezionato dalla vita di tutti i giorni dei paesi emiliani del dopoguerra, nei quali sapeva vedere e descrivere le sfumature dei gesti e dei pensieri di un popolo diviso fra comunisti inneggianti la rivoluzione e democristiani attaccati alla tonaca e al campanile. Storie viste, forse, con un po’ troppa giuliva illusione di un mondo sempre buono e disposto alla comprensione. Vicende umane narrate come lo scorrere del grande Fiume che costeggia i paesi della bassa e placido e indifferente porta tutto verso il mare e che, spesso, per l’imprevedibilità della vita, diventava lui stesso protagonista.

Guareschi non fu solo Peppone e Don Camillo: nel 1963 realizzò un cortometraggio dal titolo “La rabbia” curato insieme a Pier Paolo Pasolini, il nobile intento era quello di commentare fatti di cronaca con ottiche diverse da destra e da sinistra, ma il lavoro ebbe scarso successo e poca risonanza. Qualche anno orsono ricomparve, restaurato a un Festival del cinema, magicamente solo nella parte riguardante il regista, i commenti “scomodi” di Guareschi erano stati tagliati. Ancora, dopo tanto tempo, risulta difficile accettare la sua voce “fuori dal coro”. I suoi articoli gli avevano attribuito l’etichetta di fascista, io non so se lo fosse, di certo era un uomo scomodo, capace di assumersi personalmente la responsabilità dei propri gesti e delle proprie parole, capace di andare sempre contro corrente, di analizzare e giudicare qualunque atteggiamento o azione che si rivolgesse contro “la persona” da qualunque parte venisse. Maggiormente se la prese con gli appartenenti al partito comunista, è vero, coniando anche un termine polemico per definirne gli aderenti: i “trinariciuti.” Cioè persone con tre narici, non umani nemmeno nei caratteri somatici, cercando così di ridicolizzare chi segue solo le direttive del partito senza usare il cervello. Criticava questo modo di “non essere” così come era stato ostile nei suo diari al regime tedesco che lo aveva internato dopo il 1943. Non dimentichiamo infatti che Guareschi è stato in un lager nazista per quasi due anni. Arrivato a Czestochowa, sotto gli occhi delle guardie un bambino gli offrì una mela su cui Guareschi vide il segno dei dentini e pensò al figlio lontano. Scrisse in seguito “Lo zaino non mi pesa più, mi sento fortissimo. Lo debbo rivedere, il mio bambino: il primo dovere di un padre è quello di non lasciare orfani i suoi figli. Lo rivedrò. Non muoio neanche se mi ammazzano!”. (da “Chi sogna nuovi gerani? Autobiografia” pubblicata postuma a cura dei figli nel ’93).

E non morì, soprattutto non morì il suo animo ribelle, conservò vivo lo spirito d’osservazione e l’occhio critico dimostrandolo ampiamente nel dopoguerra. Andrea Baroni che, alternandosi al colonnello Bernacca, ci ha raccontato per tanti anni le previsioni del tempo, lo ricorda come compagno di internamento. Racconta che ricevevano acqua calda al mattino. Poi una sbobba di rape (la domenica fiocchi d’avena) 5 patate lesse e un pezzo di pane. Il cibo era scarso, ma in due anni, con precisione tedesca, non è mai saltata una razione. In quanto ufficiali che si erano rifiutati di collaborare, Hitler li definiva traditori e internati militari, non prigionieri, così la Croce Rossa non poteva intervenire sui termini della prigionia, ma di contro non erano costretti a lavori forzati, avevano molto tempo libero e, per non oziare, il grande Guareschi pensò di tenere occupati i prigionieri. Racconta Baroni: “A Sandbostel: Giovanni Guareschi baracca 29, Andrea Baroni baracca 28. Era bravissimo, faceva teatro con i prigionieri. Un giorno lo fermo: “Potrei recitare anche io?”. Mi guarda: “Con questa voce dove vuoi andare? Non ci sono gli altoparlanti a teatro!”

Nonostante il grande successo di pubblico, gli intellettuali radical chic e la critica lo snobbarono, sottolineando il suo linguaggio semplice, le sue storie troppo “naif”. Solo una rivisitazione “postuma” lo ha ampiamente rivalutato. Guareschi non era un semplice umorista, ma un uomo che aveva saputo affrontare disagi, tradimenti, (non ultima l’infondata attribuzione al servizio della CIA) e riusciva a portare nei suoi racconti le vicende umane che lo avevano segnato profondamente. La rivista “LIFE” lo definì "il più abile ed efficace propagandista anticomunista in Europa". Basti ricordare per esempio il manifesto elettorale che diceva “Nel segreto della cabina elettorale Dio ti vede, Stalin no.” (Manifesto elettorale 1948, da Mondo Candido 1946-1948, a cura di C. e A. Guareschi) Indro Montanelli che ne fu amico personale ebbe a dire : "C'è un Guareschi politico cui si deve la salvezza dell'Italia. Se avessero vinto gli altri non so dove saremmo andati a finire, anzi lo so benissimo".

Guareschi era nato a Fontanelle di Roccabianca il 1º maggio 1908, giornalista, scrittore, umorista, disegnatore, vignettista ha pubblicato 20 milioni di copie in 80 lingue con oltre 100 milioni di lettori in tutto il mondo, eppure fu circondato da tanta solitudine culturale e istituzionale al momento della sua morte, avvenuta a Cervia dove si trovava con la figlia e il nipote nell’estate del 1968. Pochissime le personalità che si recarono al paese per le esequie. Enzo Ferrari fu uno dei pochi illustri ai funerali, a fargli apprezzare l’opera di Guareschi era stato proprio il figlio Dino,scomparso già da una decina d’ anni, ma per il quale portò a vita il segno del lutto sul viso.

Anche Giovannino Guareschi oramai riposa al cimitero dei galantuomini. È un luogo poco affollato. L’abbiamo capito ieri, mentre ci contavamo tra di noi vecchi amici degli anni di gioventù e qualche giornalista, sulle dita delle due mani.”

Baldassarre Molossi, storico direttore della Gazzetta di Parma terminò con queste amare parole il suo articolo il giorno dopo i funerali. Spero serviranno queste poche righe a far conoscere, soprattutto ai più giovani che avranno la pazienza di leggere, un bravo scrittore che seppe trasfondere tanta umanità nei suoi libri, un uomo caparbio che pagò sempre in prima persona le sue scelte, affrontando grandi battaglie e senza mai ricavarne un soldo bucato, in un tempo in cui in Italia ci si occupava di politica per passione e non per denaro e ci si animava al punto da avere il coraggio di difendere e propagandare le proprie idee.

L’Unità ebbe a scrivere il giorno successivo alla sua morte che era morto uno scrittore che non era mai nato. Io rispondo oggi con un motto che fu di Guareschi nel Candido “Contrordine Compagni “

Giovanni Guareschi
Giovanni Guareschi
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“All'uomo più veloce , l'animale più lento”

4 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #saggi, #personaggi da conoscere

“All'uomo più veloce , l'animale più lento”

Non saprei stilare una classifica dei migliori piloti di autovetture da corsa, ma posso affermare con certezza che Tazio Nuvolari fu sicuramente uno dei più grandi di tutti i tempi. Improbo fare confronti con gli odierni piloti, che guidano autovetture dalle sofisticate apparecchiature elettroniche, dotate di potenti motori turbo che scivolano su lucidi asfalti auto drenanti, quelli erano anni fatti di strade polverose, di mani sporche di grasso, di rumore assordante del motore che spaccava i timpani e di smisurato coraggio. Ferdinand Porsche lo definì “il più grande pilota del passato, del presente e dell’avvenire”, Nuvolari è rimasto nell'immaginario collettivo per tanto tempo come unico, insuperabile e, ancora dopo molti anni dalla sua morte, Lucio Dalla trovò parole stupende per scrivere una canzone a lui dedicata. Ascoltando queste note si riesce quasi a vederlo sfrecciare in una nuvola di polvere, concentrato nella guida della sua auto mentre taglia il traguardo:

Nuvolari è basso di statura, Nuvolari è al di sotto del normale, Nuvolari ha cinquanta chili d'ossa, Nuvolari ha un corpo eccezionale, Nuvolari ha le mani come artigli, Nuvolari ha un talismano contro i mali, Il suo sguardo è di un falco per i figli, i suoi muscoli sono muscoli eccezionali! Gli uccelli nell'aria perdono l'ali quando passa Nuvolari!

Fu veramente un pilota fuori dalla norma e non solo con le auto, la sua storia, divenuta leggenda, ci rimanda l'immagine di un uomo magro e basso con occhi e capelli scuri, un sorriso serrato, ma accattivante, uno scavezzacollo, istintivo, spericolato, capace di superare sempre ogni limite. Un uomo appassionato e appassionante, infervorato e impaziente. E queste sue qualità le dimostrò non solo correndo, ma anche nelle sue scelte di vita. Le sue specialità furono la tecnica per affrontare le curve e lo scarso rapporto che aveva con l'uso dei freni. La testimonianza che rese Enzo Ferrari dopo essere salito in auto con lui la prima volta, fu di aver avuto l'impressione che Nuvolari sbagliasse l'impostazione delle curve, ma poi si era reso conto che il pilota era tranquillo, “non sembrava uno che rischiasse di andare fuori strada ogni volta.” Nuvolari prendeva tutte le curve affrontandone l'interno senza toccare mai i freni e usando al contrario l'acceleratore premendolo o lasciandolo per stringere o allargare la traiettoria, in una sorta di derapata che lo faceva poi trovare dritto all'uscita della curva. Una tecnica che il patron del cavallino rampante definì da infarto. Un uomo dicevamo pieno di entusiasmo, non poteva non attirare, durante la sua brillante carriera, l'attenzione di un altro grande uomo il poeta soldato Gabriele D'Annunzio che lo volle ospite al Vittoriale in più di una occasione. Li legavano la comune passione per il rischio, la brama per i motori sempre più potenti, (il Vate aveva un' Isotta Fraschini), la febbre per la velocità e il coraggio di tentare ogni volta l’impossibile. Si stimarono e si capirono da subito, fin dal primo incontro restarono a parlare per sette ore. Non ci è dato sapere cosa si dicessero, ma mi piace immaginare che si raccontassero le loro imprese o discorressero di donne e che Tazio, sorridendo, lo mettesse a parte di quella scommessa che una volta vinse convincendo una signorina a salire in auto con lui durante una gara, per baciarla poi mentre sfilava a 150 all'ora sotto le tribune. Impresa che gli valse, da quella volta in poi, la presenza della moglie a ogni Gran Premio. In seguito D'Annunzio, come amava fare coi personaggi che gli erano cari, gli affibbiò un nomignolo e Tazio divenne per tutti il “mantovano volante”. Gli fece dono di una sua fotografia autografata e di un ciondolo d'oro a forma di tartaruga dicendogli “all'uomo più veloce, l'animale più lento”. Tazio da allora considerò quella piccola tartaruga il suo simbolo, lo teneva costantemente appuntato alla maglia, lo fece stampare sulla carta da lettere e diede disposizione affinché venisse dipinto sulla fiancata del suo aereo personale. Ne fece addirittura riprodurre alcune copie che regalò poi alle persone care o da lui ritenute “importanti”. Quel piccolo amuleto restò appuntato al petto del pilota per tutta la vita e morendo lasciò come disposizione di volerlo addosso anche per il funerale insieme agli abiti della sua tenuta da corsa: il maglione giallo con le iniziali, i pantaloni azzurri, il gilet di pelle marrone, il fiocco tricolore al collo, il caschetto bianco, la cintura nera di coccodrillo e a fianco il suo volante preferito. Lo stesso che nel 1946, durante una corsa, gli rimase fra le mani e che passando dal rettilineo del via mostrò al pubblico in delirio. Il grande “Nivola”, soprannome attribuitogli “vox populi, non si dette per vinto nemmeno in quell'occasione, portò l'auto ai box sterzando con una chiave inglese, fece sostituire il volante e terminò una gara oramai compromessa, rimontando fino alla tredicesima posizione. In quegli anni non vinceva più come un tempo, ma era sempre lui a “dare spettacolo”.

Tazio Nuvolari era nato a Castel d'Ario in provincia di Mantova il 16 novembre del 1892 da una famiglia benestante di agricoltori. La passione per i motori gliela aveva trasmessa lo zio Giuseppe che forniva al nipote biciclette e moto e che per primo gli insegnò a muoversi con agilità sulle due ruote, facendolo sedere sulla sua motocicletta per insegnarli a guidare. Tazio aveva allora solo tredici anni, ma una notte, preso dalla frenesia dei motori, “rubò” l'auto del padre e partì percorrendo un tratto di strada in campagna illuminata solo dalla luna. Fece ritorno poco dopo, orgogliosamente incolume e con l'auto intatta, in seguito raccontò schernendosi: “Andavo solo a trenta all'ora!” Data la sua costituzione mingherlina e la sua bassa statura si pensò anche che avrebbe potuto avere una carriera da fantino, ma fu proprio il calcio di un cavallo a rompergli una gamba e a lasciargli una leggera zoppia come ricordo per tutta la vita. In realtà Tazio preferiva il cavallo a due ruote, con un motore rombante che sentiva ruggire fra le gambe e che sapeva governare a dovere. Iniziò a guidare la motocicletta ancora ragazzino, scorrazzando per il paese e facendo acrobazie che lasciavano tutti a bocca aperta, acquisendo una notevole abilità che lo portò a essere scelto come autiere, durante il servizio di leva, prestato dal 1912 al 1913. Quando poi scoppiò la prima guerra mondiale fu richiamato alle armi e gli fu affidata la guida delle autoambulanze. Tazio non aveva paura di niente, correva come un matto per recuperare i feriti e un giorno finì fuori strada, per fortuna senza gravi conseguenze, così il suo ufficiale comandante, nel fargli il cicchetto che gli spettava azzardò anche un “Dammi retta, lascia perdere, l'automobile non fa per te “. Nessuna previsione fu mai così errata. Il suo carattere impaziente e impulsivo si mostrò anche quando, tornato dalla guerra per una licenza, conobbe in paese Carolina, una ragazza di cui si innamorò perdutamente, così per non aspettare permessi e consensi la “rapì” nella più classica delle fuitine e la sposò solo civilmente il 10 novembre a Milano. Fu una scelta fuori dal comune per l' epoca, ma la sua serietà in campo sentimentale non fu mai smentita e la moglie rimase il suo grande amore per tutta la vita. Dalla loro unione nacquero due figli e Giorgio, il primogenito, venne alla luce già prima della fine della guerra nel settembre del 1918. La passione di Tazio per i motori continuò anche dopo la fine del conflitto, nel 1920 ottenne la licenza di corridore motociclista e in giugno dello stesso anno esordì al Circuito Internazionale di Cremona. La prima vittoria alla guida di una motocicletta arrivò l'anno successivo. Aveva fatto esperienza correndo con moto di sua proprietà, era diventato un vero pilota professionista e, trascorso ancora qualche anno in un crescendo di vittorie, si coronò col titolo di campione italiano della classe 500. Entrato come motociclista nella scuderia della Freccia Azzurra, nel 1926 a Stoccarda ebbe un pauroso incidente. Era arrivato in ritardo e non aveva provato il circuito, così a causa di un fondo stradale scivoloso, sbandò e a tutta velocità andò a schiantarsi con la moto contro un albero. Quando lo raccolsero, aveva perso i sensi e in un primo momento lo diedero per spacciato. Giunto all'ospedale, di una sospetta commozione cerebrale, e choc traumatico, furono confermate solo numerose fratture in varie parti del corpo che non gli impedirono, comunque, di ripartire l'indomani stesso in treno per far ritorno in Italia. Lo spirito fiero e indomito non si era fiaccato e ai giornalisti che gli confessarono di averlo creduto morto rispose: “Se mi danno per cadavere, aspettate sempre tre giorni prima di piangere, non si sa mai.” La sua passione per i motori lo aveva portato ad alternare corse in moto e corse automobilistiche, essendosi messo in luce per alcune gare vinte in Italia e all'estero proprio con le auto, venne contattato dall'Alfa Romeo per un provino all'autodromo di Monza. Nuvolari era l'ultimo di tutti i piloti chiamati per il test e l'auto arrivò nelle sue mani che era al limite, Tazio non si scoraggiò e, per fare bella figura, spinse al massimo l'acceleratore, ma qualcosa non funzionò a dovere e alla curva di Lesmo sbandò, distrusse l'autovettura e venne ricoverato in ospedale con gravi ferite e fratture. Di lì a poco doveva disputarsi il Gran Premio motociclistico delle Nazioni a cui non intendeva assolutamente rinunciare, così, appena una settimana dopo lo spaventoso incidente, si preparò a gareggiare sopportando dolori atroci in tutte le parti del corpo. Per resistere meglio indossò un pesante busto di cuoio che lo teneva bloccato alla sella e si fece bendare stretto, in modo da essere quasi “ingessato ” nella posizione di guida. Uno dei medici che lo aveva aiutato e visto salire stoicamente sulla motocicletta, ebbe a pronunciare una frase che restò famosa nel tempo: “E' matto come un cavallo, dovremmo ricoverarlo in manicomio”, ma “Nivola”mise tutti a tacere e tagliò il traguardo da vincitore. Grazie al crescente successo incominciò a guadagnare a sufficienza per pensare di aprire una sua scuderia a dispetto dell'Alfa Romeo che, dopo il disastroso provino, non lo aveva messo sotto contratto. Così nell’inverno tra il 1927 e il 1928 decise di puntare esclusivamente sull’automobile e, comprate quattro Bugatti grand prix, fondò la scuderia Nuvolari. Le prime soddisfazioni non tardarono ad arrivare e nove giorni dopo la nascita del suo secondogenito Alberto, l'11 marzo 1928 festeggiò vincendo la sua prima prestigiosa gara internazionale nel Gran Premio di Tripoli. Tazio, tra il 1928 e il 1929, iniziò a inanellare una serie di successi, in ogni gara riusciva sempre a mettersi in luce in qualche modo correndo come un matto, duellando con i piloti più affermati senza mai arrendersi e anche se le sue Bugatti erano di cilindrata inferiore, quando non vinceva, riusciva comunque a dare del filo da torcere ai campioni in carica. Tutti iniziarono a capire di che stoffa era fatto il pilota di Mantova e allora il patron dell'Alfa Romeo si dovette ricredere e lo ammise in scuderia dicendo: “Prendiamolo, questo Nuvolari, e che Dio ce la mandi buona!” Nel 1930 Tazio correva la sua prima Mille Miglia con un'Alfa Romeo e si trovò a sfidare il suo eterno rivale, ma anche amico, Achille Varzi, che lo conosceva dai tempi delle gare motociclistiche e che, per un breve periodo, aveva corso per lui nella sua scuderia. Nuvolari voleva battere a ogni costo il suo antagonista di sempre, così, durante la corsa, che si teneva anche nelle ore notturne, tallonò il suo avversario a fari spenti e li riaccese un attimo prima di superarlo sul rettilineo di arrivo e tagliare il traguardo per primo, beffandolo irrispettosamente. Da quel momento in poi la sua rivalità con Varzi divenne insanabile, si fronteggiarono spesso, alternandosi sul podio infiammando il pubblico italiano diviso fra il preciso, rigoroso, a tratti gelido Varzi e il fantasioso, prode e sorprendente “Nivola”. Anche Mussolini, oltre al Vate divenne un fan accanito del “mantovano volante” e lo invitò a Roma a Villa Torlonia. Già appassionato di automobili, proprietario di un'Alfa Romeo spider che amava guidare a forte velocità, seguiva le corse nutrendo per il campione grande stima e rispetto: “Ecco un italiano a cui tutti gli italiani dovrebbero ispirarsi”. In quello stesso periodo l'Alfa abbandonò le corse e il parco auto fu ceduto a Enzo Ferrari che sostituì alle autovetture il simbolo del quadrifoglio con il cavallino rampante avuto in dono dalla madre di Francesco Baracca. Tazio con la sua Alfa -Ferrari stravinse sette gare con vittoria assoluta nel 1931, i successi continuarono nel 1932, un anno trionfale, che lo vide su sedici gare disputate, sette volte vincitore assoluto, tre volte secondo, tre volte terzo, una volta quarto, una sesto e una sola volta ritirato. E ancora più ricco di trofei fu il 1933: undici vittorie in tutto. Quello fu anche l'anno del divorzio da Ferrari, di cui Nuvolari voleva diventare socio, ma il patron del cavallino, che non era meno testardo di lui, gli indicò tranquillamente la porta, inutile dire che Tazio, rimessosi in proprio, si fece preciso dovere di vincere e ci riuscì, quasi sempre, fino all'avvento delle “tedesche “. La ruota stava girando e la superiorità dei bolidi tedeschi diventava schiacciante, per fare fronte comune Tazio fece pace con Ferrari e riuscì ancora una volta a stupire tutti con una vittoria impossibile, proprio nel G.P. di Germania del 1934. Nel 1935 riuscì ancora a battere il record assoluto di velocità con 330,275 km/h e, nel 1936, nonostante l'ennesimo brutto incidente che lo vide correre nelle gare successive con due vertebre incrinate e pieno di ammaccature, riuscì a dare smacco ai tedeschi in diversi gran premi. Ancora una volta si trovò contro il suo avversario di sempre Achille Varzi, che era passato nelle scuderie tedesche. Arrivò il 1937 un'annata nera in assoluto per l'asso del volante; i tedeschi, pressoché invincibili la facevano da padroni su ogni circuito. L’Alfa di Nuvolari prese fuoco ed egli si salvò lanciandosi in corsa dall’abitacolo. Il resto della stagione registrò un altro incidente in prova, poche corse disputate e una sola vittoria, ma il dolore più grande per Nivola fu la morte prematura del suo primogenito che si spense a causa di una miocardite a soli 19 anni, mentre lui era in viaggio. Un avvenimento che lo segnò profondamente e forse per la prima volta in vita sua le spalle si piegarono un poco sotto il peso della sconfitta. L'anno successivo capito che oramai con le auto italiane non sarebbe più riuscito a mantenere i suoi abituali livelli, decise di abbandonare le corse, fece un viaggio negli Stati Uniti con la moglie, ma dopo poco venne contattato dalla Auto Union e passò sotto contratto con i tedeschi. Tazio da quel giorno aggiunse alla sua normale tenuta da corsa un nastrino tricolore che teneva al collo in bella vista, per dimostrare a tutti il suo immutato amor di Patria e l'orgoglio di essere Italiano anche se era passato a correre per il Terzo Reich. Con la nuova macchina, costruita da Porsche, Nuvolari ottenne nuovamente grandi successi, coronò il sogno di vincere ancora il G.P. di Monza in Italia e, con le sue performance, mandò in visibilio gli spettatori tedeschi. Durante le prove nel circuito di Donnington, in Inghilterra, un cervo sbucò all'improvviso nella pista, Tazio, che sopraggiungeva a 130 all'ora, non riuscì a evitarlo e lo colpì in pieno, mantenne però il controllo della vettura evitando di finire contro il parapetto di un ponte che aveva di fronte. Lo spettacolare incidente gli valse anche le simpatie del pubblico inglese che, recuperato il cervo, gli fece recapitare la testa. Nivola, soddisfatto, ne fece un trofeo da appendere al suo studio. Nel successivo 1939 a Belgrado consegnò l'ultima vittoria alle Silberpfeil (Frecce d'argento) era il 3 settembre e la seconda guerra mondiale era cominciata da due giorni. Solo la guerra era riuscita a fermare Nuvolari, ma nel 1946 Tazio riapparve sulla scena, indomito anche se invecchiato e stanco. Soffriva di disturbi allo stomaco causati dai gas di scarico, ma a fiaccarlo definitivamente fu la malattia che gli strappò anche il secondo figlio, appena diciottenne. Disperato, si aggrappò alle corse per sopravvivere o cercando forse una fine non meno disperata. Solo un mese dopo la sepoltura del suo ultimo erede, a Marsiglia, in spregio a ogni pericolo, correndo contro la sorte e sperando forse a una curva di incontrare la fine, toccò invece nuovi record di velocità. Nel 1947, quando aveva già 55 anni, compì l'impresa che, anche se non lo vide vincitore, lo riportò nel cuore degli Italiani, se mai lo avevano dimenticato. Si correva la Mille Miglia, Tazio si portò in testa resistendo alla pioggia, all'estenuante susseguirsi delle ore alla guida, sopportò gli accessi di vomito sempre più forti, ma quando la pioggia insistente aveva oramai riempito l'abitacolo della sua piccola spider, fu costretto a fermarsi, aprire lo sportello per liberarsi dell'acqua e, anche se ripartì subito dopo, oramai era stato superato. L'anno successivo si vide l'ultimo colpo di coda di un campione che non voleva desistere, non aveva un'autovettura sua e non correva per nessuna casa automobilistica, ma si presentò a Brescia per salutare gli amici in partenza per la Mille Miglia, qualcuno gli offrì una Ferrari e non si fece ripetere l'invito. Tazio correva sempre più veloce per sfuggire al peso del suo dolore che non lo abbandonava mai e a Pescara fu primo assoluto, a Roma arrivò con dodici minuti di vantaggio sul secondo, a Livorno venti, a Firenze trenta, ma non voleva arrendersi all'idea che la macchina, sottoposta a ritmi insostenibili, stava cedendo. Durante la strada perdeva pezzi, prima un parafango, poi il cofano, erano saltati gli attacchi dei sedili e gli rendevano la postazione guida incerta e traballante, Giunto nei pressi di Reggio Emilia, il tracollo: cedette il perno di una balestra e fu costretto a fermarsi. Fu negato a lui ma soprattutto agli Italiani il lieto fine di una favola che li aveva fatti sognare come nessuno prima e come pochi dopo nella storia delle corse. L'incredibile carriera di Nuvolari si chiuse nel 1950, in 30 anni tra auto e moto aveva disputato 353 corse, conquistando 105 vittorie assolute e 77 di classe e facendo registrare per 100 volte il giro più veloce. Fu sette volte campione italiano e conquistò cinque primati internazionali di velocità. Tazio, oramai malato, smise di correre senza mai annunciare pubblicamente il proprio ritiro. Passati poco più di tre anni “Nivola”, “ il mantovano volante”, se ne andò per sempre, in silenzio, alle sei del mattino dell'11 agosto 1953, era un martedì. Il giorno dei suoi funerali sulla piazza gremita di oltre cinquantamila persone venute da ogni dove per tributargli l'ultimo saluto, dalla facciata della basilica di Sant'Andrea a Mantova pendeva uno striscione scritto dai suoi ammiratori “Correrai più veloce per le vie del cielo.”

“All'uomo più veloce , l'animale più lento”
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TAPPE DELLA DISFATTA di FRITZ WEBER (1895 – 1972)

24 Agosto 2014 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi

TAPPE DELLA DISFATTA di FRITZ WEBER (1895 – 1972)

Forte Verle, Pasubio, Monte Cimone, Hermada, Piave. In questi luoghi Fritz Weber, tenente d’artiglieria, ha svolto il suo servizio nella Grande Guerra, accumulando un’esperienza ricca e drammatica, riportata in questo diario che ci permette di conoscere anche il punto di vista di un soldato asburgico. Ogni fase del conflitto è descritta nella sua crudezza. Forte Verle subisce il duro bombardamento italiano all’apertura delle ostilità nel maggio del 1915; strutture che crollano, aria irrespirabile, orecchie che sanguinano sono la realtà di una fortezza assediata. I rinforzi permettono di resistere e di passare al contrattacco. Solo poche settimane prima il confronto sembrava nettamente impari e la situazione dei difensori quasi disperata. La fanteria italiana viene massacrata.

Sul Pasubio il pericolo maggiore è rappresentato dalle valanghe, spesso provocate dai due eserciti; sul Monte Cimone il diarista partecipa alla guerra di mine. Il fronte peggiore e più ingordo di sangue è quello dell’Isonzo; il reparto di Weber deve difendere l’Hermada. Attacchi, contrattacchi, lotte selvagge corpo a corpo, uso dei lanciafiamme mettono a dura prova i soldati dei due schieramenti, accomunati dalle medesime sofferenze. Dopo lo sfondamento di Caporetto, il giovane tenente può aggirarsi nelle postazioni italiane come in una nuova Pompei. Sgomento, osserva centinaia di corpi immobilizzati per sempre dal gas impiegato dai tedeschi. L’offensiva aveva richiesto complessi preparativi, dettagliatamente descritti; le operazioni necessarie si erano svolte in un clima di esplicita fiducia, nella convinzione di riuscire a piegare l’Italia. Ma dopo i primi nettissimi successi, l’avanzata viene, come noto, arrestata sul Piave; ricominciano la guerra di logoramento e la vita di trincea. Lo scoramento tra gli uomini è grande, rileva l’ufficiale. Le privazioni mese dopo mese si fanno enormi; quando nel giugno del 1918 viene organizzata una nuova offensiva, Weber nota come il morale dei soldati resti basso. Stavolta non c’è l’aiuto dei tedeschi, il piano non prevede una direzione d’attacco specifica e i mezzi a disposizione sono carenti. L’obiettivo sembra solo quello di strappare un po’ di risorse all’avversario, non quello di metterlo in ginocchio definitivamente. Viste le premesse, il fallimento che ne segue appare inevitabile. La fiducia nei generali cala ancora; si sono persi uomini e materiali inutilmente, mentre il nemico cresce in organizzazione e forza. Weber compie un viaggio nelle retrovie alla ricerca di cibo per il suo reparto e ha modo di vedere come il collasso del grande impero multietnico sia vicino, dato che i soldati delle varie nazionalità sono sul punto di scontrarsi tra loro. Con il successo italiano di Vittorio Veneto, inizia la drammatica ritirata. Lo sbandamento è generale. L’autorità degli ufficiali spesso non viene riconosciuta dai subordinati. Weber tra mille difficoltà conduce il suo reparto a Vienna, compiendo fino all’ultimo il proprio dovere. Lo sfascio della monarchia danubiana è comunque un nuovo inizio per molti soldati dei popoli che la componevano; invece, per la parte austriaca dell’impero, si manifesta in modo drammatico la perdita di certezze e valori che davano significato alla vita di ogni giorno. Militare di grande tempra, severo ma umanamente molto sensibile, l’autore di questo diario ha sempre rispettato l’avversario, elogiandolo apertamente: “Non ho mai veduto un ufficiale italiano che sia venuto meno alla sua dignità. Erano e sono tutti avversari veramente cavallereschi, valorosi, implacabili”.

Proprio un soldato italiano, professore a Bologna, prigioniero subito dopo Caporetto, dirà al diarista parole profetiche sull’andamento del conflitto, alludendo all’intervento americano e al suo decisivo peso economico che infatti favorirà ampiamente la vittoria dell’Intesa.

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Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"

20 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi, #pittura, #personaggi da conoscere

Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"

La verità di Caravaggio

Giuseppe Fornari

Nomos edizioni, 2014

pp 172

19,90

Docente non di storia dell’Arte, bensì di storia della filosofia, all’Università di Bergamo, Giuseppe Fornari affronta in questo saggio un’interpretazione personale dell’opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Confrontandosi,sia con alcune montature nate dall’enorme e crescente notorietà dell’artista seicentesco, sia con la critica storica prima, e con quella recente poi, egli elabora una teoria non scevra da convinzioni ideologiche personali.

Parte dall’assunto che “Caravaggio va cercato là dove egli voleva essere trovato”, cioè nelle sue opere e, per questo motivo, ne analizza molte in modo dettagliato e tecnico, a partire dai lavori giovanili, definiti “precaravaggeschi”, con la loro trasparenza vetrosa e il non rifiuto del colore, fino agli ultimi capolavori prima della morte.

I miti da sfatare sono due: lo psicologismo e il naturalismo. A Caravaggio non interessa la psicologia dei personaggi, ecco perché i suoi ritratti sono una delusione sotto questo profilo. Egli inserisce la figura umana nel complesso dell’azione, racconta un fatto così come si svolge, nella sua immediata e cruda verità, senza scandagliare l’animo dei protagonisti e senza cercare il contatto estremo con la realtà, bensì, piuttosto, l’allusione al simbolo religioso. (Fornari, infatti, a livello filosofico, riconduce lo sviluppo della cultura a esperienze estatico religiose). Il canestro di frutta, ad esempio, presenta pomi corrotti, in omaggio, sì, alla nuda oggettività di ciò che ci circonda, ma anche come simbolo barocco di caducità, di effimero, di corruzione.

Il segno determinato e determinante è quello della storicità, non dello psicologismo soggettivo, (che non è il segno nemmeno della psicologia di un Tiziano o di un Velazquez, che ci restituiscono il mistero metafisico dell’incarnazione dispiegato nella storia, non introspezioni di sapore otto o novecentesco) (pag 25)

Caravaggio si allontana progressivamente dai colori giovanili, mutuati dall’ambiente lombardo veneto, da Tiziano e da Tintoretto, attraversa l’esperienza plastica e religiosa di Michelangelo, e giunge all’uccisione dei colori, all’oscuramento della luce, del lumen che si abbuia e si condensa in un unico raggio salvifico, rappresentativo di pentimento e grazia (Vocazione di San Matteo).

Secondo Fornari, le opere di Caravaggio facevano discutere, sconcertavano i committenti e piacevano al grande pubblico per la loro profonda religiosità e non per il brutale verismo o per una “indagine galileiana” della materia. Tutto è luce e simbolo, in Caravaggio, anche la pastosità delle forme, anche i gesti che sono plastici ma rarefatti, allusivi. Il suo è un realismo, ci dice Fornari, dionisiaco e cristologico, che si sviluppa dalle prime alle ultime opere con sempre maggiore potenza, con meno manierismo e più drammaticità, grazie anche all’incontro con la cultura romana e la pittura piena di contenuti di Michelangelo Buonarroti. Anche Michelangelo è profondamente religioso, morale, spirituale. Le figure acquistano forza e si collocano in rapporto reciproco, in un tutt’uno che cristallizza l’azione, incarna l’agire divino nella storia (Conversine di San Paolo e Crocifissione di San Pietro), illuminate da una luce tagliente come un raggio laser. Immagini, insomma, a uno stesso tempo allegoriche e naturali.

Anche all’apogeo della fama, Caravaggio non smise mai di fare ricerca, non si accontentò di ingraziarsi i committenti con qualche opera di maniera. “Ambizioso, protervo e orgoglioso, e tuttavia portatore di una luce segreta”, egli era un temperamento rissoso, violento, malinconico, ossessionato dalla morte, com’era nello spirito del secolo, morte che non smette di additarci in ogni suo dipinto, in modo spietato (Morte della Vergine, Seppellimento di santa Lucia). La morte è mancanza, sottrazione, strazio lucido, tomba che ci inghiotte.

Ripreso poi anche da Goya è il tema della verità. La verità intesa non come naturalismo materialista ma come accettazione della dura realtà dei fatti, esclusione del bello, della diplomazia, della mitigazione. E tuttavia, mentre si rivive il fatto nell’azione, se ne scopre tutta la simbologia nascosta, la drammaticità evocativa e cristologica, la forza redentiva. (Resurrezione di Lazzaro).

Michelangelo ha improntato di sé un’epoca, si è proiettato verso di noi anche attraverso Velasquez, Rubens e lo stesso Goya. Concludiamo dicendo che, forse, solo la visione di questi classici intramontabili della pittura mondiale, potrà salvarci dall’abbrutimento e dall’effimero.

In anni stupidi e oscuri come quelli che stiamo vivendo, non dobbiamo mai dimenticarci di queste fantastiche creazioni, perché nel loro retaggio, nella ricchezza spirituale che ci trasmettono, e che le chiacchiere insulse da cui siamo circondati non riescono neanche a sfiorare, c’è forse la sola speranza per il nostro futuro.” (pag 9)

Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"
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