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saggi

Matilde Serao: parte prima

19 Agosto 2015 , Scritto da Marcello De Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Matilde Serao: parte prima


Matilde Serao (Patrasso, 7 marzo 1856 – Napoli, 25 luglio 1927)

Mario Stefanile, grande giornalista, scrittore, critico letterario – ma anche pittore surreale e fotografo – allievo della Nunziatella, Napoli, 1910 -1977, (nel suo libro Labirinto napoletano: studi e saggi letterari su scrittori di ieri e di oggi, Napoli, 1958) descrisse così la scrittrice:

Matilde Serao coincide con il ritratto della città, il ritratto segreto e commosso, trepidante e acceso, vibrante e straziato di una città che esprime la sua grandezza non già attraverso l'opulenza ed il sorriso, ma con la miseria ed il pianto.

Era nata in Grecia, Matilde Serao, nella seconda metà dell'ottocento, e si affermò come la prima donna italiana ad aver fondato un giornale, e ad averlo diretto con efficacia e capacità. Ma oltre che a svolgere il suo lavoro in redazione, ebbe il tempo di guardarsi intorno e sviscerare angoli e vizi e miserie della sua amata città, che le diede modo di scrivere un gran numero di libri.

Nacque in Grecia, perché suo padre Francesco, avvocato di una certa importanza, nell'anno 1848 era riparato colà per sfuggire ai Borbone che stavano imperversando sui patrioti napoletani, si era - ricordiamo - in pieno della rivolta del 15 maggio dei quell'anno turbolento. Là la famiglia fu costretta a vivere in condizioni disagiate, Francesco dovette fare l'insegnante, e nel frattempo scriveva ogni tanto qualche articolo per un giornale locale; poi, fattasi una certa fama, anche per altri. E finì per sposare una donna greca, la signora Paolina, una nobile borghese del luogo - si erano rifugiati a Patrasso - donna molto intelligente, sufficientemente colta, e soprattutto pratica.
Là nacque Matilde, era l'anno 1856.
Pur essendo nata in Grecia, nei modi, nel portamento, nella parlata a voce alta, Matilde ragazza era una napoletana verace. E da napoletana verace più tardi raggiunse la notorietà per avere scritto della sua città, degli abitanti di essa, dei vicoli, delle miserie e povertà, delle poche gioie e dei molti dolori di una terra che non ebbe mai un'età matura.
Qualcuno scrisse di lei:

"Matilde Serao aveva il dono di rappresentare delle persone reali ... tutto il turbinìo di intiere folle rumorose ... di un'intiera città..."

Dopo solo quattro anni dalla nascita di Matilde, la famiglia fece ritorno in Italia, ma non a Napoli, bensì in un paesino in provincia di Caserta. Francesco tornò al suo antico lavoro, quello di giornalista, ciò che permise alla piccola Matilde di frequentare la redazione del giornale del padre, e di vivere tra i fogli e le bozze e i macchinari di stampa. A otto anni stava ancora molto indietro con l'istruzione, non sapeva leggere né scrivere.

Crebbe la bambina, e diventò maestra, prendendo il diploma magistrale appunto; ma per aiutare in famiglia (la mamma s'era ammalata nel frattempo) cercava lavoretti che le permettessero di guadagnare qualcosa, e faceva anche concorsi; ne vinse uno, alle poste e telegrafi, e s'impiegò, ma la passione che si sviluppava in lei, e non poteva essere altrimenti, era quella del giornalismo. Per cui scrivere diventò la sua occupazione principale: articoli, saggi, recensioni, per il Giornale di Napoli; e anche brevi novelle, che venivano pubblicate. Ma non era completamente soddisfatta; lasciò così la sua città per andare a Roma. Qui prestò la sua opera al giornale Capitan Fracassa, sul qual scriveva, come del resto faceva a Napoli con uno pseudonimo; là era Tuffolina, qui divenne Chiquita. Aveva 28 anni, e ormai aveva trovato la sua strada: giornalista e scrittrice, si trovò a frequentare i salotti letterari della capitale, nonostante il suo aspetto che non faceva niente per farla accogliere favorevolmente; infatti era tozza di figura, con una voce potente e affatto femminile, e modi spicci quasi di popolana. Inoltre, quando rideva, la si sentiva a distanza. I salotti letterari dapprima la tennero a distanza, erano indifferenti alla sua presenza ma ben presto si integrò a tal punto che era ricercata. Ciò si deve anche alla rubrica che teneva sul Corriere intitolata Per voi, Signore, articoli a firma di una non meglio identificata Chiquita, rubrica mondana che trattava argomenti i più vari; ma soprattutto dettava consigli sul saper vivere che destarono subito l'interesse delle donne dell'alta borghesia. Finalmente di questa ormai famosa Ciquita, si interessavano anche le altre. Le altre erano delicate signore dell'alta società, belle e aristocratiche, elegantemente vestite e quasi sempre piene di fascino, che all'inizio non la potevano considerare quindi una di loro.
Di lei si spettegolava; e non poco. Però Matilde si trovava a proprio agio in mezzo alla gente bene; pur sapendo i pettegolezzi che quelle damine eleganti (come ebbe a definirle in un suo scritto) facevano sul suo conto. Edoardo Scarfoglio la considerava tanto "pettegola e convenzionale... falsa... vanitosa... brutta...incorreggibile e arruffona... nella vita comune ", quanto "semplice affettuosa bella umile dolce... nell'intimità...".

Più tardi le sue comparse in società, e nei salotti di cui sopra, le servivano per notare e annotare, per poi scrivere sui fogli del Capitan Fracassa, i suoi articoli.
Fu nella redazione del giornale che Matilde Serao incontrò il giornalista scrittore Edoardo Scarfoglio. E guarda caso proprio lui che sul sul primo romanzo Fantasia, edito nel 1883, non ebbe certo parole elogiative. Ecco come si espresse:

"… si può dire che essa sia come una materia inorganica,
come una minestra fatta di tutti gli avanzi di un banchetto copioso,
nella quale certi pigmenti troppo forti tentano invano
di saporire la scipitaggine del
l'insieme...".

E sul linguaggio usato dalla Serao ebbe a dichiarare che era un misto di italiano, dialetto e francese. Nonostante ciò che pensava dei suoi scritti Scarfoglio, quel ragazzo che ella giudicò, e a ragione, subito intelligente, intrecciò con lui una relazione che dettò scandalo nella Roma bene dell'epoca. I due personaggi erano l'uno il contrario dell'altro, distinto, alto, bello lui, affatto bella, non grassa ma di corporatura abbastanza voluminosa, tozza e con un atteggiamento da maschio lei, non parlava senza gesticolare, senza quella grazia propria delle ragazze, e molto rumorosa, come rumorosa era la folla di Napoli; vestita alla bell'e meglio. E aveva una facoltà rara nelle donne del secolo: la parlantina sciolta e pungente; e fu proprio questa qualità che la fece accettare del mondo maschile e maschilista di allora, all'interno dei giornali; con i quali ella collaborò, ricordiamo il Fanfulla della Domenica, La Domenica Letteraria, la Cronaca Bizantina e altri.
Con Edoardo Scarfoglio il colpo di fulmine scoccò nel mese di luglio del 1883, sul mare di Francavilla in Abruzzo. Matilde lo irretisce, pur non essendo bella, ma grande di una fortissima personalità e di una parlantina eccezionale (Scarfoglio ebbe a dire all'amica più cara di Matilde, la Olga Ossani, detta Febea: ... ch'aggi' 'a di', Flebe', Matildella (usando il vezzeggiativo che usava proprio Flebea) me piace troppo!

Il colpo di fulmine e la successiva frequentazione, anche per motivi di lavoro, nelle stesse redazioni, li unirono indissolubilmente, e questo rapporto, che divenne intimo in breve tempo, si concluse con le nozze celebrate a Roma due anni dopo. Avvenimento che fece epoca tanto che

D'Annunzio ne scrisse sul giornale La Tribuna.

Andarono ad abitare a Napol, in un appartamento al Monte di Dio, ma lavorarono nella capitale fino a che non tornarono definitivamente a Napoli. Ebbero quattro figli.

Giornalisti tutt'e due, non disdegnavano di scrivere libri; lei specialmente, iniziò proprio con quello che il futuro marito stroncò al primo apparire. Ma a quello ne seguirono più di sessanta.
Il romanzo che le dette il successo uscì nel 1884: Il ventre di Napoli, che mette a nudo tutto quanto di misero e plebeo circonda la sua città. I temi che tratta, a chi legge il romanzo, appaiono come quelli insoluti ed insolubili di oggi, pare che quasi un secolo e mezzo sia passato invano. 'A monnezza e 'a camorra c'erano allora e imperano ancora oggi, come un castigo che dio ha mandato, un peccato mortale che non deve essere mai assolto. E i rimedi che la scrittrice propina al lettore e all'autorità per risolvere i problemi sono leggeri e quasi ci volesse solo un miracolo di San Gennaro, allora come adesso.

"... Sventrare Napoli? Credete che basterà? Vi lusingate che basteranno tre, quattro strade, attraverso i quartieri popolari, per salvarli?...
... Voi non potrete sicuramente lasciare in piedi le case che sono lesionate dalla umidità, dove al pianterreno vi è il fango e all’ultimo piano si brucia nell’estate e si gela nell’inve
rno;
dove le scale sono ricettacoli d’immondizie; nei cui pozzi, da cui si attinge acqua così penosamente, vanno a cadere tutti i rifiuti umani e tutti gli animali morti;
... il cui sistema di latrine, quando ci sono, resiste a qualunque disinfezione
...Voi non potrete lasciare in piedi le case, nelle cui piccole stanze sono agglomerate mai meno di quattro persone, dove vi sono galline e piccioni, gatti sfiancati e cani lebbrosi;
case in cui si cucina in uno stambugio, si mangia nella stanza da letto e si muore nella medesima stanza, dove altri dormono e mangiano, case, i cui sottoscala, pure abitati da gente umana, rassomigliano agli antichi, ora aboliti, carceri criminali della Vicaria, sotto il livello del suolo
... a quella povera gente, per insegnare loro come si vive – essi sanno morire, essi sono fratelli nostri,
... non basta sventrare Napoli: bisogna quasi
tutta rifarla…"

E Matilde affronta e descrive l'usura, che c'è ancora oggi, il lotto, croce e delizia dei poveretti che vivono di speranza e muoiono ora come allora disperati; l'anima della città (povera) e ... l'anima della città... La scrittrice descrive penetrandola in prima persona l'anima della gente, la tragedia della sua vita quotidiana, la sua miseria perenne, la rassegnazione a un destino che non cerca mai di cambiare ché sa di non poterlo fare. Scarfoglio, recensendo la sua prima opera, parlò del suo modo di scrivere: popolano, sciatto, incerto, dallo stile spezzato e approssimativo.

Matilde Serao ebbe a giustificare il suo modo di scrivere:

"... io uso questo linguaggio mezzo napoletano e mezzo italiano, perché il popolo mi intenda, mi capisca, io non scrivo bene, perché il popolo non scrive bene, anzi non sa scrivere affatto, e sa a malapena leggere, e non posso usare paroloni e circonlocuzioni ardite, anche se lo sapessi fare, non lo farei... solo così infondo nelle mie parole il calore di cui la gente ha bisogno.... per coinvolgere la gente è così che devo fare..."

Tornati a Napoli, i coniugi Scarfoglio diressero il Corriere di Napoli, il giornale che ella stessa aveva fondato. Il Corriere di Roma, che avevano creato quando erano a Roma, non ebbe fortuna, e durò pochissimo tempo, anche per il fatto che i lettori continuarono a privilegiare La tribuna.
I debiti li stavano distruggendo, e i coniugi non sapevano più come andare avanti, il dubbio, se continuare in qualche modo o chiudere, li assillava costantemente. Fino a che, a Napoli, incontrarono il proprietario del Corriere del Mattino, un banchiere toscano che abitava la città del golfo.
Matilde era una ottima giornalista, ma sapeva che questa professione, pur duratura, le avrebbe dato una gloria effimera e temporanea, per cui si diede a scrivere romanzi carichi di tutta la sua esuberanza letteraria.
E i suoi articoli sulla moda, sul costume, sul modo di vivere del suo tempo, li trasportò nei libri che scrisse. Ma ora, con la crisi del giornale romano, forse avrebbe dovuto lasciare. Fu una fortuna l'incontro col signor Schilizzi, di cui abbiamo detto sopra; venuto a sapere delle difficoltà finanziarie in cui versavano, propose loro di venire a Napoli, e lavorare con lui al suo giornale.
Matilde vide una luce aprirsi davanti ai suoi occhi, e accettarono; il banchiere saldò i debiti ingentissimi del Corriere di Roma, , nel 1887, il giornale chiuse definitivamente. Si trasferirono a Napoli, e l proprietario del Corriere del Mattino decise di cambiarne il nome; da quel momento si chiamò, come abbiamo detto più su, Corriere di Napoli, che cominciò la sua vita col gennaio del 1888.
Intanto La Serao scriveva libri, con la sua attenzione costantemente rivolta alla povertà dei suoi conterranei e ai bisogni che mai potevano eliminare dalla loro vita quotidiana. Conobbe vari personaggi dell'epoca: Eleonora Duse (che divenne sua grande amica), D'Annunzio, Sommaruga, il direttore de La cronaca Bìzantina, Edmondo De Amicis, autore del libro Cuore, e quel famosissimo all'epoca Gegé Primoli, che teneva il più importante salotto letterario della Capitale.
Il lavoro dei coniugi Scarfoglio presso il giornale dello Schilizzi durò poco, ché, nel 1991 cedettero le loro quote allo stesso socio/proprietario, e con le 100.000 lire che ne ricavarono fondarono un proprio giornale; nacque Il Mattino, la cui prima copia vide la luce a metà di marzo dell'anno dopo.
Anno 1892, era appena nato il giornale, Matilde Serao non sta bene (dice), ha bisogno di cambiare aria e si reca a curarsi (riposarsi) in Val d'Aosta. Scarfoglio aveva fama di sciupafemmene, come si diceva a Napoli, e la sua vita - nonostante il matrimonio con la Serao, matrimonio senza alcun dubbio d'amore, donna intelligente ma goffa, affatto bella, grossa e tozza, e sgraziata; con lei ebbe una vita sentimentale normale - si svolge tra ballerine e belle donne, e puttane d'alto bordo; conosce una giovane cantante/ballerina venuta in Italia in cerca di lavoro e di avventure, di cui si invaghisce e che mette incinta: Gabrielle Bressard, una bellissima parigina. Del resto era vox populi che Scarfoglio passasse da un'avventura all'altra sia a Roma che a Napoli; passioni focose e ballerine appetitose. Matilde sapeva ma lasciava correre, conscia del suo fisico affatto attraente; ma a questa nuova scappatella, e qualcuno dice che lo fece proprio per questo, se ne andò, come detto, al nord, ufficialmente per riposarsi dalle fatiche del giornale. Altri dicono che Eduardo conobbe Gabrielle quando lei già se ne era andata dopo un furioso litigio. Abitavano a Roma, in quel periodo, e Scarfoglio frequentava teatri e camerini.

Quando la cantante resta incinta, chiede al suo amante di andare a vivere insieme, lasciare sua moglie e fuggire con lei. No, Non può farlo. Rifiuta. Del resto ama sua moglie.


Fine prima parte

marcello de santis

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La Cerca

26 Giugno 2015 , Scritto da Sergio Vivaldi Con tag #sergio vivaldi, #saggi

La Cerca

Esiste un elemento comune a ogni generazione, una trasposizione del rito di passaggio da bambino ad adulto in chiave moderna: il lavoro. È un'esperienza comune a tutti i giovani che, con la conclusione degli studi, escono dall'età dell'apprendistato ed entrano nell'età della produzione. Questo passaggio, per quanto costellato da difficoltà fisiologiche a ogni cambiamento di ruolo sociale, è rimasto fluido fino a qualche decennio fa. Ma negli anni '90 molto è cambiato.

«Tu non sei il tuo lavoro, non sei la quantità di soldi che hai in banca, non sei la macchina che guidi, né il contenuto del tuo portafogli, non sei i tuoi vestiti di marca, sei la canticchiante e danzante merda del mondo!»

Così declama Tyler Durden in mezzo ai cocci di una vetrina appena distrutta da un'esplosione in Fight Club, film diretto da David Fincher e tratto dall'omonimo romanzo di Chuck Palahniuk. Le arti in generale, e la scrittura in questo caso, sono la valvola di sfogo dei disagi sociali e culturali, non sorprende quindi che la letteratura sia uno dei canali attraverso cui viene fotografato il cambiamento .

La frase sopra citata è straordinaria nella sua forza espressiva, perfetta per riassumere la filosofia anarchica intorno alla quale è costruito l'intero racconto, ma le azioni del protagonista dimostrano il contrario, almeno nella prima parte. Non siamo il nostro lavoro, ma il lavoro è parte dell'identità di ogni individuo e proprio per questo il protagonista si scaglia con veemenza contro la sovrapposizione automatica che avviene tra il lavoro svolto e lo status sociale percepito dal resto del mondo. Più di ogni altra cosa, Tyler sa che l'uomo vive da sempre una tensione a migliorarsi, mentre l'esercito di impiegati, operai, baristi, tassisti, camerieri e così via da lui reclutati sono insoddisfatti del loro lavoro e dell'identità sociale che ne deriva.

Pensate a uno sconosciuto che vi viene presentato da amici. Conoscere la sua occupazione lavorativa condurrà a consolidati stereotipi ai quali fare riferimento, strumenti che permettono di pre-giudicare – in senso letterale, privo di qualsiasi accezione negativa – la persona o di rivalutarla, in peggio o in meglio, nel caso in cui l'informazione giunga dopo le presentazioni.

Fight Club viene pubblicato nel 1996 ma è solo un esempio della narrativa di quegli anni sul tema della dissoluzione dell'identità sociale. Gli anni '90 rappresentano il periodo in cui i primi figli della cosiddetta Generazione X entrano nel mondo del lavoro, «i figli di mezzo della storia, cresciuti dalla televisione a credere che un giorno saremo milionari e divi del cinema e rockstar», per citare ancora Palahniuk. Questa generazione doveva essere speciale, ma quando si è trovata a essere normale, rinchiusa in posizioni lavorative alienanti e costrittive, sono subentrate frustrazione e malcontento.

Come ha sostenuto recentemente il sociologo polacco Zygmunt Bauman a Gorizia nel corso del festival èStoria, una delle ragioni che hanno provocato il cambiamento è stata la mancanza di un'eredità paterna come base di una spinta propulsiva. Questa differenza è visibile già con i nomi creati dalla narrativa per generazioni, il passaggio da “baby boom” alla già citata Generazione X e successive. Bauman definisce le generazioni etichettate con una lettera “ignoti matematici che stanno a indicare proprio l'ignoto di un futuro che non risponde più alle potenzialità impiegate dai singoli individui”.

È la tensione verso il futuro a essere problematica, lo è sempre stato. Ogni agitazione, ogni movimento sociale o culturale, in particolare giovanile, ragiona sempre su un'analisi del presente e su una costruzione di un futuro, spesso utopistica nelle aspettative. Niente è più importante del lavoro nel futuro di un giovane. Il lavoro occuperà una parte consistente della sua vita e gli darà una definizione sociale, quindi la sua ricerca diventa anche un tentativo di costruire un'identità soddisfacente per sé stesso. Se questa ricerca dovesse concludersi in modo diverso da quello desiderato si andrà incontro a rabbia e frustrazione, generando una ribellione che, nella sua forma più estrema e violenta, Palahniuk descrive nel suo romanzo. Non è un caso se il protagonista fa spesso riferimento a una figura paterna inaffidabile, dando un involontario supporto alla teoria di Bauman.

Le persone impegnate a picchiarsi negli scantinati dei locali e a progettare attacchi terroristici all'interno delle città erano insoddisfatte, frustrate, ipercompetenti rispetto alle mansioni svolte, ma adulte.

Oggi? Oggi trovare un lavoro non è un rito di passaggio, è una Cerca epica.

La Cerca, per definizione, può essere completata solo da veri eroi e solo dopo il superamento di prove terribili. Il suo scopo è portare un dono al popolo capace di garantire una stabilità e una soddisfazione spirituale e materiale. Prendiamo come esempio uno dei miti che più ha influenzato l'immaginario occidentale, quello del Graal. Il Graal ha avuto un valore simbolico fondamentale: dal Calice dipende il benessere della terra e dalla terra quello del popolo, è il perno tra il piano spirituale e quello materiale, mentre a livello culturale è un simbolo precedente al Cristianesimo e riadattato alla religione in un secondo momento. L'anello di congiunzione perfetto tra una moltitudine di elementi in contrapposizione tra loro.

«Dobbiamo ritrovare ciò che è andato perduto... Il Graal... Solo il Graal può risanare le piante e i fiori … Solo il Graal può redimerci» balbetta un Re Artù morente nel film Excalibur (1981), diretto da John Boorman. Morgana si muove per distruggere la pace e la prosperità stabilitasi nel regno, ma i danni devono essere prima morali: Artù è legato alla terra e finché egli prospera il terreno continuerà a dare i suoi frutti. Morgana riesce, con l'inganno e approfittando di un momento di debolezza del re, a concepire un figlio con il fratellastro, macchiando la sua condizione di prescelto con l'incesto. La salute di Artù peggiora, punito per il suo peccato, e con la sua anche quella della terra che smette di dare frutti. Sarà una visione a mostrare il Sacro Calice, e anche nelle sue condizioni il Re sa che trovarlo è l'unica speranza di redenzione.

Nella versione scritta del mito su cui è basato il film, La morte di Artù di Thomas Malory, il Graal compare in diverse occasioni per compiere il suo miracolo, ma la cerca comincia dopo una visione giunta ai cavalieri riuniti intorno alla Tavola Rotonda e i testimoni della visione si mettono in cerca, noncuranti delle difficoltà. Lancillotto, modello di ogni cavaliere, sembra l'unico in grado di avere successo nell'impresa ma, macchiato dalla sua infedeltà con la regina e dalla superbia, deve superare un periodo di penitenza e purificazione prima di poter arrivare al luogo in cui è conservato il Graal. Il suo pentimento non è comunque sufficiente e non gli sarà permesso toccarlo, solo tre cavalieri saranno degni di partecipare al banchetto, gli unici cavalieri ad aver tenuto fede ai principi della Tavola Rotonda, come predetto da un sogno di Sir Gawaine e interpretato da un eremita. Il sogno mostrava centocinquanta tori «dal manto nero e pieni di orgoglio esclusi tre, due dei quali dal manto interamente bianco e l'altro con una piccola chiazza nera». Secondo l'interpretazione del religioso, «i tori vanno intesi come la compagnia della Tavola Rotonda, il cui manto è nero per i loro peccati e la loro immoralità. Il nero rappresenta la mancanza di azioni buone o virtuose. E i tre tori dal manto bianco salvo uno con una chiazza nera: i due bianchi rappresentano Sir Galahad e Sir Percivale, perché sono puri nella carne e nello spirito, e il terzo rappresenta Sir Bors de Ganis, che ha ceduto alle tentazioni solo una volta ma, in seguito, ha preservato tanto bene la sua castità che le sue colpe sono state perdonate». Poche ore dopo il banchetto a cui parteciperanno i tre prescelti il Graal abbandonerà il mondo mortale per sempre, come preannunciato a Galahad durante il pasto da Gesù Cristo, secondo il quale «[il Graal] non è servito e adorato come merita dagli abitanti di questi luoghi, poiché essi sono stati convertiti al male, per questo li priverò dell'onore che avevo fatto loro». Le difficoltà, i tranelli e le tentazioni a cui hanno dovuto resistere per arrivare al banchetto sono interminabili, gli altri cavalieri, che non godevano della condizioni di prescelti, hanno subito clamorose sconfitte e si sono macchiati di colpe terribili nel corso delle loro avventure.

Gli ostacoli sul percorso che porta al lavoro, e all'età adulta, sono metaforicamente paragonabili a quelli del mito: disposti con machiavellica perversione e circondati da approfittatori e truffatori, sembrano il frutto di una narrazione epica volta a sfoltire le fila degli aspiranti eroi. Le difficoltà della ricerca del lavoro sono dovute all'evoluzione di un sistema economico che ha provocato una frammentazione dell'offerta e una riduzione delle prospettive, a cui si deve aggiungere le intenzioni di diverse figure, sempre esistite, di approfittare della situazione per ragioni poco oneste. Facendo qualche ricerca è facile imbattersi in annunci-truffa, in annunci scritti in un linguaggio da scuola elementare – ma con più errori –, in aziende che si negano dopo mesi di prestazioni non pagate, in avances sessuali durante i colloqui, in startup che chiedono dedizione totale senza poter pagare, in proposte degradanti già prima di arrivare al ruolo di procacciatore di like e gestore di amicizie. È un crescendo epico verso il demenziale e il grottesco, una produzione di tale qualità da rendere fiero Monthy Python. In effetti, se le teorie del complotto avessero un fondamento Monthy Python ne sarebbe la mente. Le prove esistono.

Il Graal, il fuoco, la fontana dell'eterna giovinezza, la pietra filosofale, hanno un valore simbolico, un raggiungimento di una condizione umana superiore, capace di valicare i limiti estremi della natura mortale per raggiungere lo status di perfezione divina. Aspirare a un qualcosa di superiore era valido in un mondo in cui il passaggio tra l'età della dipendenza e quella dell'indipendenza era fluido e naturale, ma anche più povero di possibilità. Da tempo si è arrivati a parlare di “scelta razionale” o “scelta adulta” per dare un significato positivo all'abbandono consapevole dell'identità desiderata in favore di una forzata dall'esterno. Considerata la situazione attuale, quando si comincerà a vedere realizzate le proprie aspettative se si continua a lavorare come procacciatori di like?

Qui dovrebbe intervenire l'eroe, la figura in grado di sfidare gli dèi, come Prometeo, o di esserne scelta, come Galahad ultimo discendente di Giuseppe di Arimatea, ottenere un dono e condividerlo con il popolo. Ma l'attesa dell'eroe è lunga e spesso costellata di impostori o personaggi che mostrano un successo temporaneo per poi vedere tutto fallire. L'eroe non ha la funzione di ripristinare un passato, l'eroe è portatore di cambiamento, è una figura rivoluzionaria, capace di riconfigurare il mondo in una nuova struttura. Il suo compito è più difficile di quanto si possa immaginare, perché si troverà a combattere anche le persone che sta cercando di salvare. O forse anche questo fa parte del suo destino: l'epica della sua vittoria è proporzionale alla grandezza del suo avversario e alla sua influenza nel mondo.

Se questa è la natura dell'eroe, allora la sua attesa è un atteggiamento passivo che non sembra poter coesistere con la società moderna. Per dirlo con le parole di Joseph Campbell, «l'eroe moderno, l'individuo moderno che osa accettare la chiamata e cercare la dimora in cui risiede la sostanza grazie alla quale il nostro destino sarà purificato, non può, anzi, non deve aspettare che sia la comunità ad abbandonare il suo manto di orgoglio, paura, avarizia sistematizzata ed equivoci canonizzati. ‘Vivi ogni giorno’, dice Nietsche, ‘come se fosse il primo, come se fosse l'ultimo’. Non è la società a dover guidare verso la salvezza l'eroe creativo, ma il contrario. Quindi, tutti condividiamo il compito supremo – tutti portiamo la croce del redentore – non nel momento glorioso della vittoria della tribù, ma nei silenzi della nostra personale disperazione». Una chiamata alle armi, un invito a creare il proprio aiuto divino, ad assumere il ruolo rivoluzionario che è proprio dell'eroe e a sommare questa volontà alla volontà di tutti gli altri per riportare il dono alla società. Non esistono eroi. Tutti sono eroi.

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Distopia e Futuro

21 Giugno 2015 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #saggi

Distopia e Futuro

Questo intervento è incompleto, chiunque vedrà errori, ma in fondo sono l’incompletezza e l’errore universale a dominare questo mondo. Dovevo sistemare il testo, renderlo più schematizzato (e per alcuni leggibile) o magari completarlo. Ma ripeto: da me troverete frammenti, ricollegabili, e quindi una sorta di indagine, di quesito fondamentale.

Mi affascinano le distopie non mediate, non immediate, quelle che portano su di esse il carico di un mondo vissuto. Non esiste distopia perfetta, ma il punto di riferimento (e rifornimento) rimane e rimarrà “1984”. Nessun ordinamento consente una libertà esprimibile a massimi livelli, poiché l'ordinamento stesso ha la funzione/forma di scatola, di struttura in grado di sovraordinare le istituzioni, i simulacri d'autorità, le sembianze del potere. La disumanizzazione dello Stato è in altri termini un nodo delle realtà distopiche, l'impatto gravoso delle soluzioni statali sulle persone diventa meccanismo a bassa democrazia. La distopia non descrive democrazie ma piuttosto aristocrazie, oligocrazie, tecnocrazie, generalmente totalitarismi. D'altronde nemmeno l'Utopia porrebbe come suo asse immaginario la forma democratica, intesa perlomeno nella sua dimensione rappresentativa, ma operando un allargamento quantitativo e qualitativo dei poli del consenso. Ciò evidentemente produce sovvertimento, un capovolgimento della visione generale dello Stato, delle assemblee che hanno il compito di normare.

Origini della Distopia

Per poter parlare del futuro di un elemento si deve essere a conoscenza delle sue origini, dei motivi della nascita e porsi parecchie domande riguardo allo sviluppo seguito. La celebrità ha portato 1984 di Orwell, Il Mondo nuovo di Huxley e Fahrenheit 451 di Bradbury, in qualche modo a bandiera del genere distopico, ma in realtà è possibile segnalare altre opere paradigmatiche. Le idee certe volte non si fanno trovare, hanno bisogno di spazi immensi come campi di frumento, altre volte ammorbano i silenzi: 1984 non è politically incorrect, ma è di fatto parecchio main-stream. Ciò che colpisce è la ruvidezza, la costruzione di un linguaggio che costituisce il mondo, la compiutezza innaturale degli scenari narrati. Poi c'è l'imponibilità. Fin quando un popolo vorrà essere sottomesso, schiavo di un sistema fatto si da casi eccezionali, che nella loro semplicità mettono in discussione la genuinità stessa della loro essenza, ma purtroppo permeato da burocrazie oscure, segreterie misteriose che cadono spesse volte nel patetico, potentati patentati e non. Il gioco della sottomissione ha un suo limite, sue proprie regole di decenza che non credo una legislatura possa lontanamente pensare o pianificare di scalfire. Oltre al discorso del volere c'è quello del potere. Scardinare, aprire come una scatoletta di tonno un'assemblea legislativa (ad esempio il Parlamento) è azione di forte impatto comunicativo, propagandistico per accaparrare consenso, numero variabile di elettori. Per trovare materiale distopico è necessario varcare i confini dei libri di scuola, leggendoli sì ma salpando con l'immaginazione verso costellazioni ed esplorando le stesse; mettere in discussione gli ordinamenti pseudo-democratici è una buona pratica. In questi tempi di crisi e follia si sta formando una nuova classe intellettuale, disponibile a nuove forme di compromessi, falsamente silente, non sottomessa ma forse addormentata. Ma tra follia e sanità mentale la linea di demarcazione talvolta non c'è.

Propaganda.

Sappiamo un po' tutti cosa sia, cosa rappresenta, le modalità d'intervento sulla popolazione. Non intendo la stampa, distribuzione e conseguente diffusione di volantini, depliant, né tanto meno affissioni presso luoghi pubblici. Per propaganda intendo un reale processo/percorso di indottrinamento, attuato mediante mezzi di comunicazione di massa (comunemente definiti “media”). Da certi media è necessario disintossicarsi. Il '900 ha visto la nascita della TV, un mezzo comodo, diretto (che cioè permette una fruizione libera, faccia a faccia, privata) ma sostanzialmente unidirezionale. La TV diventa autorità, medium massificante (e per certi versi terrificante) quando decide la linea. Premetto che non sono un terrorista della TV, ma bisogna dare atto che esiste quantomeno una “bilinearità” da seguire: la programmazione di un palinsesto e gli applausi all'interno di una trasmissione. La TV crea delle colonie umane e viene gestita da una elite.

Per l’Islam, altra grande religione di redenzione, la guerra santa (jihad) costituisce addirittura un caposaldo della sua dottrina di salvezza, peraltro largamente frainteso e conosciuto più per la sua vulgata popolare che per la sua originaria e più complessa matrice culturale. In estrema sintesi possiamo tradurre il concetto di jihad come scopo e ragione dell’esistenza, ovvero come perfettibilità morale, da perseguire attivamente mediante una costante ed attiva guerra o lotta morale contro il principio del male; che è in noi non meno che fuori di noi. Quindi contro l’egocentrismo e contro le forze che operano nella storia. Inscritta in un’etica di potenze contrapposte, che ambiscono all’anima umana, la concezione religiosa coranica postula un dualismo di fondo per certi versi assai simile a quello della christianitas delle Crociate. Operare e lottare contro le forze malvagie (Iblis è il corrispettivo demoniaco islamico), è quindi il senso originario della jihad come delle Crociate, come sforzo per migliorarsi, come una sorta di ascesi intramondana, per usare un termine weberiano. E tuttavia, la jihad è stata, ed è ancora oggi brutalmente intesa come “guerra perenne contro gli infedeli”, e come tale praticata; spesso al servizio di mire espansionistiche politiche, o come giustificazione di economie predatorie. (Antonio Riccio, Il pensiero religioso sulla guerra e la violenza politica. Mutamenti storico-culturali)

Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. L’adesione ai modelli imposti dal Centro è incondizionata. I modelli culturali reali sono rinnegati. L’abiura è compiuta. (P.P.Pasolini, Scritti corsari)

La globalizzazione rende le città sempre più simili: dappertutto abbiamo gli stessi quartieri d’affari, gli stessi centri commerciali, gli stessi alberghi di lusso, gli stessi aeroporti […] (Saskia Sassen, Intervista a Grégoire Allix, Le Monde, 21 Aprile 2009)

Non so per gli altri come sia, ma io sento che non posso fare come gli altri. (Dostoevskij)

Si arriva ben presto alla suddivisione dei poteri per organi rigidamente disciplinati. Tali organi posseggono funzioni, poteri da gestire, amministrare, possibilmente in linea con il gioco dei pesi e contrappesi posto come direttiva sovraordinata. La suddivisione dei poteri (e delle relative funzioni) delinea una di quelle questioni sul quale si fonda una democrazia, o quantomeno una garanzia di democraticità vigente. Il livello di democraticità di uno Stato, di un organo statale, di un’assemblea legislativa, non può essere stabilito a priori. Bisogna aggiungere che la schematizzazione in livelli crea gerarchie sul duplice piano del significato e della valenza del singolo organo o elemento posto in esame. Una schematizzazione che quindi non fa altro che influire in modo negativo nella sfera valoriale e per quanto riguarda le sintassi delle architetture d’ordinamento. L’operazione non è più interpretare il mondo che ci circonda, ma indebolire e al tempo stesso rafforzare le dicotomie tradizionali ravvisabili in molteplici contesti. Ci troviamo nel bel mezzo di un periodo d’espansione del concetto stesso di Stato-nazione. I confini crollano. Non si parla più di una forma di democrazia post-nazionale ma dell’inesorabile processo di abbattimento delle identità particolari, dei modelli tradizionali di Stato propriamente inteso e quindi delle sovranità nazionali. Questo quadro può risultare approssimativo ma è l’immagine di ciò che accade e continuerà ad accadere. Ho una prospettiva della democrazia che coincide con un percorso senza eschaton.

Ogni parola evoca un frame, un quadro di riferimento, che può essere costituito da una serie di immagini o di conoscenze di altro tipo. Ogni parola si definisce in base ad un frame. E anche quando neghiamo un certo concetto, non possiamo evitare di evocarlo. Il framing consiste proprio in questo: nell'usare il linguaggio che riflette la propria visione del mondo. Ma naturalmente non è solo una questione di linguaggio. (George Lakoff)

Il termine “Popolo” è connotato da un frame temporale ottocentesco. Il significato della parola tende a sbiadirsi in presenza di un mondo globalizzato. Permane una condizione d’imperialismo delle idee. Senza patria non c’è nazione, senza nazione non esiste nozione di popolo. Siamo dinnanzi alla notte delle democrazie, delle mezze democrazie, delle monarchie, delle aristocrazie, delle oligarchie, delle autocrazie, dei regimi. Dovremmo sapere che la storia è ciclica e che commettere lo stesso errore può costare la vita di una nazione, la genesi di una prospettiva. I programmi e gli spot elettorali illudono, producono quel senso di benessere interiore misto a speranza. Le forme espressive diventano forze espressive, gli ordinamenti descrivono la legge fondamentale di uno Stato, ma le società maturano quando non restano soggiogate da balletti di palazzo. Vivere sul filo del terrore, provando a convivere con flussi di notizie che producono instabilità psichiche, può garantire soltanto tensione sociale in un prossimo futuro. Il futuribile è indagine da fare con i dovuti dispositivi, strumenti, le reali sovranità decisionali, intercettando moti di pensiero. Il punto è, se mai ne esistesse uno, che ogni interpretazione deriva dall'interpretazione delle fonti, ossia delle origini stesse del filone letterario che rimanda all’impianto distopico.

Ricordare il passato può dare origine ad intuizioni pericolose, e la società stabilita sembra temere i contenuti sovversivi della memoria. Ricordare è un modo di dissociarsi dai fatti come sono, un modo di mediazione che spezza per brevi momenti il potere onnipresente dei fatti dati. La memoria richiama il terrore e la speranza dei tempi passati. (Herbert Marcuse, L’Uomo ad una dimensione)

Il filosofo prussiano (Kant) ebbe a dire con molta chiarezza: “Fra le tre forme di Stati la Democrazia è, nel senso proprio della parola, necessariamente un despotismo in quanto che essa fonda un potere esecutivo in cui tutti deliberano intorno e, dato il caso, anche contro uno che non è d’accordo con gli altri; ciò significa volontà di tutti che tuttavia non son tutti; una contraddizione, cioè, della volontà generale con sé stessa e con la libertà.

Intendo la sovranità non soltanto come nozione giuridica fondamentale dell’impianto ordine mentale di un paese; è elemento d’impatto sociale, in grado di restituire dignità ed identità all’organismo fondante del popolo. Non è mero esercizio di potere o d’autonomia, ma concetto da porre alla base di ogni Stato-nazione che voglia essere libero, indipendente e mantenere una posizione globalmente credibile. L’indipendenza di uno Stato esige indipendenza delle sue persone, del suo popolo e ciò è da porre come assunto indiscutibile.

Questo è un altro aspetto rasserenante della natura: la sua immensa bellezza è lì per tutti. Nessuno può pensare di portarsi a casa un'alba o un tramonto. (Tiziano Terzani)

Mi costa non essere d’accordo con Franco Cardini, quando afferma: “è necessario superare anzi rinnegare il dogma dello stato-nazione 'sovrano'.” – aggiungendo - “Lo stato-nazione è il risultato dello sviluppo di un’ideologia giacobina divenuta tra Otto e Novecento 'dogma civile', ma che non trova alcun riscontro necessitante né sul piano storico né in quello del diritto internazionale.” Un pensiero che sul piano storico potrebbe funzionare, ma nella realtà delle singole Nazioni sostengo maggiore sovranità individuale, casomai a beneficio (successivamente) dello scopo unitario, che poi è quello comunitario. È possibile intravedere un’alba solo se ognuno la può pensare liberamente, senza dogmi comunitari. Ecco perché fare l’autore di distopie ti mette nella posizione di mediare, immaginare certe tipologie di scenari dentro “contenitori”, scatole vuote, contesti talvolta lontani. I rapporti di forza che sovrastano, per intensità, i rapporti di forma e ben mostrano la suddivisione in blocchi dell’intero pianeta. Si fanno avanti nuove modalità di schiavismo, le singole sovranità vengono aritmeticamente sbiadite, gli equilibri diplomatici e geopolitici di intere fasce territoriali vengono posti a dura prova da tensioni più o meno evidenti. D’altronde siamo di fronte a nuovi spinte colonialistiche, che seppur seguendo percorsi e dinamiche piuttosto velate e intrise di nascondimenti, mostrano una faccia dei nuovi totalitarismi. Il nuovo totalitarismo esiste grazie a noi. Ciò non deve provocare reazioni di timore, ma dovrebbe permettere una riflessione a lungo raggio sul perché di tutto ciò.

La democrazia funziona se sono assicurate le sue precondizioni: un effettivo pluralismo, la limitazione delle concentrazioni di potere (politico, economico, ideologico-comunicativo), politiche pubbliche volte a garantire gli standard minimi dei diritti di cittadinanza (occupazione, salute, istruzione, abitazione, retribuzione dignitosa, democrazia nei luoghi di lavoro). Soprattutto, la democrazia presuppone una formazione civile, che argini i rischi di decivilizzazione (ricerca di capri espiatori, pregiudizi razzisti, omofobi e sessisti, ossessioni identitarie) che attanagliano le nostre società, in virtù della perdita di sicurezza sociale e di riferimenti simbolici credibili. Siamo di fronte a una democrazia impoverita e messa alla prova. La democrazia è vitale solo se non nega i problemi e le aspettative dei cittadini, se non si chiude in un bunker, ma accetta il conflitto delle idee e degli interessi (ovviamente non violento né distruttivo), riconoscendolo come un decisivo fattore vivificante, che può e deve essere portato a sintesi politica solo se viene preso sul serio. (Stefano Rodotà, Presentazione Festival del Diritto 2015)

Si dice che la televisione, che è stato il mezzo che ha dominato e che ancora continua a dominare, sia un mezzo in sé intimamente non democratico. Per quale ragione? Perché è una comunicazione dall'alto verso il basso. C'è una persona che parla a una platea silenziosa, magari di decine di milioni di cittadini, che non hanno la possibilità di reagire, se non in maniera molto indiretta. Alla fine si calcola l'audience: quante persone hanno seguito la trasmissione, quanti, a un certo punto, se ne sono andati via, quali sono stati i picchi di attenzione, e via dicendo. Ma questo è appunto qualcosa che lascia un segno sulla comunicazione Indipendentemente dal fatto che si dicano cose buone o cattive, accettabili o non accettabili, il carattere non democratico sta nel fatto che il cittadino non può reagire. Invece le nuove tecnologie, si dice, sono interattive. Non è una comunicazione verticale, ma orizzontale. Internet mette tutti sullo stesso piano. Se c'è un forum di discussione, tutti possono intervenire in ogni momento, quando vogliono, dicendo le cose che vogliono. Non c'è gerarchia. Chi entra in Internet si espone a questo controllo diffuso. Non c'è chi sta su e chi sta in basso. Questo è il momento decisivo. Si dice: non ci sono più produttori e consumatori d'informazione, ma tutti sono allo stesso tempo produttori e consumatori. Poi vedremo quanti problemi ci sono dietro a tutto ciò. (Stefano Rodotà, Intervista 08/01/2001)

Quindi ognuno di noi deve anche cominciare ad avere coscienza del fatto che la rete non è il paradiso, che le offerte vanno vagliate con una certa attenzione. Non mi offrono gratuitamente nulla, perché io in cambio gli do quella che oggi è la materia prima più importante, che sono le informazioni personali. Senza queste informazioni il meccanismo della rete si ferma. Quindi dobbiamo essere tutti consapevoli che noi abbiamo un potere legato alla gestione delle nostre informazioni. Se lo sappiamo usare bene questo rischio non credo che scompaia, ma certamente può essere ridimensionato. (Stefano Rodotà)

D’altra parte non si deve credere che l’ideale corrisponda all’ideologia. Le ideologie che hanno avuto maggiore spazio nel XX secolo erano tutte fondate sull’assunto di un cambiamento radicale del mondo, nella storia e attraverso la storia. Morte le ideologie, l’ideale, concernendo, più che altro, la "forma" assoluta in cui si presenta un’istanza intellettuale o morale, può sussistere anche nel nostro tempo. Il "cambiamento" in parola corrisponde a una ipotesi di forzosa volontà atta a scardinare una realtà intera, ai fini della costruzione di un edificio completamente nuovo, la quale, fra le altre cose, impone la massificazione della società e la violenza sistematica esercitata dal potere nei confronti dei propri cittadini. Nei regimi totalitari e "terribili" del XX° secolo il potere ha sviluppato essenzialmente una guerra contro il proprio popolo. (Domenico Fisichella, Intervista 09/01/2001)

Il totalitarismo ha sempre bisogno della dittatura. Che cosa intendiamo per dittatura? Il potere. Il potere è necessario alla società. La società non può vivere senza che esista un'autorità che esercita una qualche forma di potere. Nei regimi totalitari la dittatura divenne permanente. Non c'è totalitarismo senza esercizio dittatoriale del potere. I mass media sono stati, come dicevo prima, la condizione stessa per la nascita dei totalitarismi, per la loro conservazione e da essi sono stati ampiamente utilizzati. Possiamo addirittura asserire che i regimi totalitari abbiano fatto progredire i mass media. La radio ha avuto una grande importanza in Italia come in Germania. I mass media contengono, in sé stessi, una "minaccia totalitaria". Vi dico una cosa che può sembrarVi inquietante. Perché? Perché tendono al consolidamento della omologazione del giudizio, della omologazione dei gusti. (Pietro Scoppola, Intervista 1998)

Il controllo è soltanto un'espressione del potere, ma è possibile constatare altri nodi come il possesso, l'imposizione, il rivendicare la sovranità sull'identità. Una discussione sulla distopia non può fare a meno di considerazioni ricollegabili a campi apparentemente opposti come le dinamiche di potere, l'ordinamento di uno Stato, lo studio delle forme d'autorità, il Diritto a rilevanza penale e tanti altri. Il confronto tra Democrazia e Totalitarismo, come quello sul piano narrativo tra Utopia e Distopia è una gigantomachia, una lotta tra titani. È materia complessa stabilire a priori pro e contro di ogni singola teoria generale dello Stato. Però rappresentatività, consenso e libertà di pensiero sono dei segnali ai quali è possibile tenere conto. Una democrazia si completa nel cittadino, le istituzioni non risultano invasive, l’istruzione e il sistema sanitario sono garantiti a tutti in modo gratuito, i trasporti pubblici per motivi di lavoro, formazione, prevenzione sanitaria, sono gratuiti.

Se vogliamo metterci d’accordo, dobbiamo intenderla in un certo modo limitato, attribuendo al concetto di democrazia dei caratteri particolari. Tutti partecipano alla decisione, direttamente o indirettamente. La democrazia politica non si è estesa alla società e non si è trasformata in democrazia sociale. Una società democratica dovrebbe essere democratica nella maggior parte dei centri di potere. Il centro di potere in cui dovrebbe avvenire l’estensione delle regole democratiche è la fabbrica. Le decisioni vengono prese da una parte sola, non da tutte le parti in gioco. (Norberto Bobbio, Intervista 28/02/1985)

La satira fa esistere il regime. Ogni regime è caratterizzato dalla satira, ma che quest’ultima sia effettivamente libera da influenze dirette o indirette, rimane un falso storico. Nella rappresentazione dell’agone politico il ciclo cosmico delle stagioni è diventato da ormai troppo tempo un ciclo comico. L’uomo totale è un profeta, è profondamente umile, non danneggia l’altro, non rimane nella sfera dell’Io. Non so se tutti potremmo diventarlo, perché a volte i cambiamenti hanno un prezzo. Un patibolo della democrazia è rinvenibile nell’invasione della vita privata del singolo cittadino, della sua famiglia.

Quella che dalle parti di Depardieu viene chiamata “transformation systémique” potrebbe rimanere una fase, un intervallo tra due espressioni di potere, d’autorità. L’ingorgo delle idee non ha mai fatto del bene. Ogni teorizzazione della rivoluzione dovrebbe partire dell’assunto che se la mente vuole sottomissione, il contesto gliela concederà, farà in modo di garantire ciò. La gerarchia segna una forma di sottomissione.

La storia di tutti i popoli è caratterizzata da mitologie dualistiche sulla genesi dell’umanità in cui il cammino dell’ uomo è tormentato fin dalle origini dalla lotta tra il bene ed il male. Detti concetti, dopo un lunghissimo processo di elaborazione attraverso i sistemi religiosi, filosofici, e politico-amministrativi, hanno trovato una codificazione formale negli ordinamenti giuridici nazionali, in termini di valore e disvalore sociale dell’illegalità. (Claudio Ianniello, Cos’è la Criminologia, 2010)

Ritorna il concetto falsificabile di popolo. L’elaborazione di rappresentazioni (e relativi significati) applicata alle scienze sociali è da intendersi come processo d’interpretazione che prosegue nei secoli attraverso sovrastrutture. Quest’ultime compongono la base del sistema di pensiero (sottoponibile a cambiamenti). In ogni caso l’interpretazione è passibile d’errore e ciò viene dimostrato dall’esperienza delle scienze giuridiche.

L’errore in sé è questione ontologicamente e patologicamente umana. Senza epistemologia o sistema morale non esiste concetto d’errore. […] comandare significa esercitare autorità sulle persone, non già avere potere di infliggere del male, e, benché possa essere unito a minacce di male, un comando è essenzialmente un richiamo non alla paura ma al rispetto dell’autorità […] (H.L.A. Hart, Il concetto di diritto)

Questa è una manifestazione moderna di vizi antichi, quelli che hanno fatto considerare la democrazia, fino a metà del XVIII secolo, come una pessima forma di governo, dominata da demagoghi, attraversata da conflitti, spazzata da ventate irrazionali, incapace di perseguire l’interesse del Paese in una prospettiva di lungo periodo. La tensione tra democrazia e buon governo è endemica, connaturata a caratteri definitori di questa forma di governo, non soltanto un vizio italiano. (Michele Salvati, Democrazia, Buon Governo e Legge Elettorale, articolo 2012)

Non possiamo raggiungere l’individuazione senza il senso di connessione con gli altri, e d’altro canto è impossibile avere rapporti veri con gli altri senza aver raggiunto l’individuazione. (Carl Gustav Jung)

È la sosta che traccia il percorso, un volo di gabbiano che offre la panoramica di una visione. Senza passato, la foresta diventa radura, e le basi inseguono l’idea terminale, il nucleo si fa superficie. Tutti, quando la nostra coscienza viene assassinata, proviamo un senso di distopia, di separatezza fra l’intelligenza del sorriso e la rabbia delle occasioni perse. Distopia dentro. Tutti siamo un po’ distopici dentro, quando tra le valli dell’ego deponiamo l’ascia e la corona d’alloro diventa un flusso discontinuo d’idee, un masso pesante da trasportare. C’è una grossa differenza tra diritti del lavoratore e diritti del consumatore, da far rientrare nella minorità della complessa sfera dei diritti. L’armamentario si pone oltre il semplice giusto o sbagliato. L’errore è uno strumento della dimensione morale, quando ad esso viene collegato un sistema di valori che si articola tra i concetti “madre” di Male e Bene. A mio avviso il legislatore deve mettere da parte ogni forma di morale. Capovolgere la dimensione umana, premiando la bellezza dell’azione.

Persone la cui memoria - individuale o collettiva - venga nazionalizzata, divenga una proprietà dello Stato, completamente manipolabile e controllabile, si trovano del tutto alla mercè dei loro dominanti; sono state deprivate della propria identità; sono indifese e incapaci di mettere in discussione alcunché di ciò che è stato detto loro di credere. Non si ribelleranno mai, non penseranno mai, non creeranno mai […] (Leszek Kolakowski, Il totalitarismo e la virtù della menzogna)

La caratteristica fondamentale di un essere spirituale, qualunque possa essere la sua costituzione psico–fisica, consiste nella sua emancipazione esistenziale da ciò che è organico […] Paragonato all’animale che dice sempre di sì alla realtà effettiva, anche quando l’aborrisce e fugge, l’uomo è colui che sa dir di no, l’asceta della vita, l’eterno protestatore contro quanto è solo realtà […] l’uomo è l’eterno “Faust”, la bestia cupidissima rerum novarum, mai paga della realtà circostante, sempre avida di infrangere i limiti del suo essere “ora-qui-così”, sempre desiderosa di trascendere la realtà circostante. (Max Scheler, La posizione dell’uomo nel cosmo)

L’uomo non è che un’invenzione recente, una figura che non ha nemmeno due secoli, una semplice piega nel nostro sapere, e che sparirà non appena questo avrà trovato una nuova forma (avendo, al momento, quella che questo potere ha prodotto:) un allotropo empirico-trascendentale che è stato chiamato uomo. (Michel Foucault, Le parole e le cose)

Giunti a questo punto, è questione di seminari e convegni la premessa dello scontro, diatriba tra Capitalismo e Democrazia. È nella bilancia degli interessi, dei pesi e contrappesi stabiliti da leggi “di meccanismo”, che si gioca il futuro di tutte le riflessioni sulla narrazione distopica. Il ruolo e le valenze della sfera pubblica (e conseguentemente di quella privata), la privacy ed il lato oscuro del controllo sociale, lo sviluppo della tecnologia e le relative scoperte sull’intelligenza artificiale, l’informatica e l’umanità. Senza ancoraggio al suolo e punti di riferimento, la libertà soggettiva diventerà situazione di controllo, le forme del potere adatteranno al loro scopo le masse, i limiti verranno ripristinati in interruzioni. Ogni Totalitarismo ha riscritto la storia.

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Reincarnazione: seconda parte

17 Giugno 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #poli franca, #saggi

Reincarnazione: seconda parte

Casi tratti dal libro di Ian Stevenson

IMAD

E' l'anno 1962, quando il professore viene a conoscenza di questo fatto.
Riguardava un ragazzo di nome Imad, appunto, che non faceva che rievocare avvenimenti e persone di una sua esistenza precedente.
Ecco i fatti.
Imad Elavar era un ragazzo libanese. Era nato nel 1958. Aveva solo due anni quando prese a narrare di aver vissuto una vita precedente a quella attuale. Descrivendo fin nei minimi particolari fatti e persone di quella vita.Tutto nacque così: faceva spesso due nomi che in famiglia nessuno conosceva: Jamile e Mahmoud. Gli veniva chiesto allora chi fossero, che cosa significassero. Un giorno disse che c'era stato un incidente di macchina, un ragazzo era finito sotto le ruote di una vettura e avevano dovuto amputargli tutt'e due le gambe. Aveva sofferto molto, e da quelle gravi ferite non si era più ripreso. Dopo un certo tempo la conseguenza fatale fu la morte.
Poi aggiunse che "doveva andare a Khriby", una località a circa trenta chilometri dal suo paese.
Perché vuoi andare a Khriby?
Portatemi a Khriby. E' il mio paese.
Che dici, che vuol dire che è il tuo paese.
Io sono vissuto là.
E quando?
Nella mia vita prima di questa. Là è la mia famiglia.
E come si chiama la tua famiglia
Disse un nome: Bouhamzy.
Ma la storia di Imad non finisce qui; perché un giorno, passeggiando per il suo villaggio con la zia, si staccò da questa e corse verso una persona che stava camminando al di là della strada. La salutò con calore e lo abbracciò. Lo sconosciuto, sorpreso e stupito da quel ragazzino, gli chiese se lo conoscesse.
Ma certo che ti conosco? e tu no? ma se eravamo vicini di casa a Khriby.
Ma… come…
Quel signore in effetti era di Khriby. Era il signor Salim el Aschkar, che aveva sposato una ragazza del paese di Imad, Kornayel; e là di tanto si recava a volte solo a volte con la moglie.
La zia di Imad, tornati a casa, raccontò il fatto ai genitori, i quali ebbero modo di pensare, collegando questo fatto a tutto ciò che il figlio andava narrando di tanto in tanto. Però non fecero niente per appurare che cosa ci fosse sotto.
Questo ripeto, avveniva nel 1960.
Nel 1962, il prof Stevenson, venuto a conoscenza del caso, si recò di persona a Kornayel, dove Imad e la sua famiglia abitavano, e si fece raccontare tutto, ciò che i genitori per l'ennesima volta fecero. Chiese il permesso di recarsi con ragazzo a Khriby; lo ottenne, e andarono. Qui cominciò a fare controlli su controlli, e tutto combaciava coi ricordi del ragazzo. Per farvi capire ci vogliono alcuni numeri.
Il prof. Stevenson ottenne e registrò 47 dichiarazioni di Imad.
44 di queste dichiarazione corrispondevano a verità, senza ombre o dubbi.
Una volta giunti a Khirby, Imad dette altre specificazioni su alcuni avvenimenti e personaggi di quella sua precedente esistenza.
Stevenson ne registrò 16.
14 risultarono esatte.

Vediamo adesso alcune delle dichiarazioni fatte dal ragazzo, che nella vita precedente diceva di essere stato un certo Ibrahim della famiglia dei Bouhmdazy, che, messe a confronto con la realtà anche attraverso la testimonianza di testimoni, si rivelarono vere.
Partiamo dal nome di Khriby. Imad dichiarava che era il suo paese, ricordate?
Bene, va detto, e lo appurò Ian Stevenson, che c'era più di una località con quel nome; dei quali uno vicinissimo al paese dell'attuale Imad. Durante gli interrogatori del professore al ragazzo questi disse che no, non era quello, il suo paese; il suo stava molto più lontano. Si trovò - andando sul posto - il paese esatto, che Imad riconobbe come il suo, e guidò tutti a quella che era stata la sua abitazione.
Queste prime cose furono testimoniate dai genitori di Imad, la madre Lafeite e il padre Mohammad.
Un'altra cosa che disse mentre con la macchina andavano a Khriby:
- per andare a Khriby bisogna attraversare il villaggio di Hammana (esatto)
Il prof. Stevenson a questa affermazione guardò i genitori di Imad, che assentirono, e gli dissero che il loro figlio non era mai stato su quella strada. ( Che abbia forse, per caso, sentito qualche volta parlare di questo dal padre nelle varie discussioni con parenti e amici?)
Adesso veniamo a quei due nomi che aveva pronunciato quasi a casaccio, così, e che là per là nessuno capì, né sapeva a cosa si riferissero.
Partiamo dalla seconda:
- Mahmoud.
Mahmoud era in effetti uno zio di Ibrahim, per l'esattezza il signor Ibrahim Bouhamdzy (testimone un cugino di Ibrahim)
- Jamile.
Sul nome Jamile dobbiamo dilungarci un poco perché tanti sono i riscontri con la realtà vera; vediamoli.
Ibrahhim aveva un'amante che rispondeva al nome di Jamile.
Su questo punto ci sono diverse testimonianze, ma una di esse, da parte di un parente alla lontana di Ibrahim, si rivelò non esatta, testimonianza che poi ritrattò, e ritrattò ancora,
Jan Stevenson capì che era un testimone non credibile, era un tale che voleva mettersi in mostra ed avere una certa importanza nella faccenda. Insieme a lui anche altri due persone vennero scartate dal professore, non attendibili.
Alcune delle dichiarazioni del ragazzo a suo padre.
- Jamile era bella.
In effetti, nella località dove viveva, la ragazza era ritenuta di una bellezza eclatante. (In Libano le donne sono tutte belle, e il dettaglio poteva essere senza alcuna efficacia; ma una donna del posto molto anziana, che l'aveva conosciuta di persona, confermò la cosa.)
Dove abitava, Jamile, lo sai?
Indicò con la mano tesa verso il villaggio di Masser dove la ragazza abitava.
- Jamile portava tacchi alti.
La cosa fu confermata da Haffez Bouhamzy, e pareva poter essere presa come coincidenza, considerato il fatto che in Libano le ragazze non portavano i tacchi alti.
- Jamile vestiva di rosso.
Lui gli comprava vestiti di questo colore sgargiante. Haffez confermò che la ragazza era usa portare una sciarpa rosso fuoco intorno ai capelli.
- Said.
Said era un cugino di Ibrahim Mahmoud, che aveva subito anche lui un incidente sulla strada, nel quale nell'anno 1943 subì l'amputazione delle due gambe. I medici fecero del tutto per salvarlo dalla morte ma non ci riuscirono.
- La persona che Imad incontrò nel suo paese e che salutò calorosamente. Questa persona era un vicino di casa di Ibrahim.
- Imad riferì quasi alla lettera le ultime parole di Ibrahim prima di morire.
Imad nominò un altro nome: Mehibe
- Mehibe
Non sapeva dire chi fosse. I suoi genitori avevano pensato intanto che fosse una femmina, e poi congetturato che potesse essere la figlia, o una delle figlie, di Ibrahim/ Imad. Invece Stevenson appurò, in base a ricerche e testimonianze, che era un uomo ed era uno dei tanti cugini di Ibrahim.
Aveva dei figli:
- Adil
- Talil o Talal
Va detto che parlando col prof. Ian Stevenson circa tutti questi nomi che pronunciava Imad, i genitori pensavano sempre che si trattasse di figli avuti nella precedente esistenza.
Invece si appurò che il primo, Adil, era un altro cugino di Ibrahim; così come l'altro nome; era esistito un altro cugino di nome Khalil, che nella pronuncia imperfetta del bambino era stato capito come Talil o Talal, appunto.
Ha dei fratelli, uno si chiamava
- Said
Ibrahim in realtà non aveva un fratello con questo nome. Said è il nome di due persone che il ragazzo nella vita precedente aveva conosciuto.
Uno era un suo cugino morto per un incidente di macchina nel 1943; l'altro un amico morto nel 1963.
Il cugino come abbiamo narrato più sopra Said Bouhamzy, subì l'amputazione delle gambe e, poiché il mezzo pesante gli era passato sopra il petto, gli aveva schiacciato il torace, fu operato anche qui; successivamente morì proprio per le conseguenze di ciò (vedi più sopra).
A proposito di questo incidente, che colpì molto Ibrahim, che si recò spesso all'ospedale per avere notizie del cugino, Imad dichiaro anche che:
- avvenne dopo che l'autista del camion e Said avevano litigato. Quindi egli affermò che l'uccisione fu volontaria. La notizia però si rivelò infondata. Forse Imad confondeva due episodi, il secondo del quale andiamo a riferire qua sotto. Va detto che l'autista fu processato e condannato per guida negligente, ma non per omicidio.
- Un altro, fratello, Fuad.
Quando il prof. Stevenson gli mostrò una piccola foto di Fuad in divisa da militare Imad non lo riconobbe, negò; ma riconobbe benissimo un grande ritratto ad olio appeso a una parete, quello è mio fratello Fuad.
- Una sorella, Huda
Dichiarò di avere una sorella con questo nome. Il professore verificò anche questo elemento. Appurò che era vero, aveva avuto una sorella alla quale al momento della nascita egli volle che i genitori la chiamassero così appunto: Huda.
Il prof. Stevenson si incontrò con questa persona che avvalorò con la sua testimonianza quanto dichiarato dal imad.
La incontrò alla presenza di Imad, al quale chiese: riconosci questa persona?
Certo, che la conosco, è Huda.
(da notare che prima gli avevano mostrato una anziana signora che era la madre di Ibrahim, ma Imad non la riconobbe; disse infatti di no, ma aggiunse che gli piaceva molto.
Tralasciamo di parlare delle molte persone tra amici e parenti che Imad nominò nelle sue varie confessioni di ricordi, e veniamo ad altro.
Gli fu mostrata una tela abbastanza grande che ritraeva Ibrahim.
Chi è questo, lo conosci? (da notare che qualcuno gli aveva suggerito che era uno zio, e che era un suo fratello).
Certo, sono io.
- Le parole prima di morire.
Avevano chiesto alla sorella che cosa le avesse detto prima di morire, dato che lei era presente; ella rispose: mi chiese di cercare Fuad e farlo venire, ché voleva salutarlo.
Ricordi cosa hai detto prima di morire, cioè le tue ultime parole?
Huda, per favore, chiama Fuad.
Di professione Imad faceva l'autista. Aveva avuto moltissimi incidenti stradali.
Tra le altre dichiarazioni fatte una recitava così:
il mio autobus è andato fuori strada. Ma non c'ero io alla guida quando ciò è avvenuto. Morirono delle persone.
Il prof. Stevenson fece ricerche e fece domande. Al padre alla madre ad alcuni conoscenti. Si accertò che:
Un giorno il ragazzo alla guida dell'autobus che aveva persone a bordo scese. Il suo aiutante restò sopra. Il freno, che probabilmente funzionava male, perse la sua efficacia e l'autobus scivolò a marcia indietro in una scarpata; rimasero feriti alcuni passeggeri.
Si fece un capannello di persone, quasi tutto il villaggio, e fu chiamata la polizia che accorse sul luogo per fare i rilievi. Un testimone, che seguì la cosa anche appresso, dichiarò che Ibrahim, da allora, non era più lui; e non volle più guidare. E aggiunse, ma questo non poté essere appurato, che questo fatto gli causò la forma di tubercolosi che lo portò alla tomba all'età di 25 anni. Aggiunse anche che aveva litigato con il suo collega autista, perché aveva insultato sua sorella.
Non è stato accertato.
Però c'è qualche elemento in comune con quello che Imad aveva dichiarato circa l'incidente di Said. (vedi sopra)
- Ero amico di Kamel Joumblatt. (esatto)
Costui era un filosofo e politico, e sia Ibrahim che il cugino Said erano suoi amici. Il filosofo è vivente e risiede in una piccola località poco lontana dal paese di Ibrahim/ Imad.
- Mi piaceva molto la caccia.
Avevo un fucile a due canne e anche una carabina. Però la carabina la tenevo ben nascosta.
E dove tenevi il fucile?
Imad indicò il ripostiglio ricavato da un angolo tra due pareti (solo lui e la madre sapevano di questo ripostiglio).
- Avevo un cane da caccia di colore scuro.
Imad, quando nel cortile della casa gli fu chiesto dove tenesse il cane, quale era cioè la sua cuccia, e come lo teneva, indicò l'angolo esatto, e che lo teneva legato con una corda. (dichiarazione particolare, perché in quel villaggio i cani erano tenuti da una catena).
Si rivelò esatta l'informazione.
Anche il fatto della carabina nascosta; spiegarono al professore che laggiù è vietato per uno che non sia un militare detenere una carabina.
Il cane: aveva un cane, ma non era da caccia.
Le testimonianze furono raccolte dalle dichiarazioni di due parenti di Imad, i signori Nabih e Haffez Bouhamzy.
- E quando disse che aveva picchiato un cane, forse si riferiva al fatto che il suo cane pastore s'era azzuffato con un altro cane, e lo aveva ferito a morsi.
.- La casa.
Imad descrisse la casa dove viveva Ibrahim con precisione estrema. Era situata in un quartiere di Khriby (o Chriby). Egli la descrisse perfettamente e indicò esattamente la direzione da prendere a chi lo accompagnava da una distanza di più di trecento yarde. Era al centro del piccolo villaggio. Quando il prof: Stevenson condusse il ragazzo là, lo indirizzò verso la periferia, come aveva precedentemente dichiarato Imad, il quale però, strada facendo, si accorse che il verso della strada che doveva portare alla casa era sbagliato, e li fece deviare tornare indietro, e così trovò l'abitazione. E come aveva dichiarato prima, essa era proprio al fondo di una ripida discesa (proprio davanti a casa mia c'è una scarpata).
- la camera di Ibrahim.
Nella camera indicata da Imad come quella dove viveva lui, c'erano due letti, gli fu chiesto quale fosse il suo, indicò quello nell'angolo esatto.
C'è ancora un particolare che fu rilevato dai suoi genitori.
Il prof. Stevenson seppe che una volta Ibrahim s'ammalò di una malattia infettiva, per cui i suoi amici in visita non venivano ammessi nella cameretta di lui; e gli parlavano e lui parlava con loro attraverso una finestrina.
Fu chiesto a Imad come parlava agli amici; indicò la finestra e dichiarò:attraverso quella, indicandola.
Ma non potevi vederli dal tuo letto.
Il mio letto, quello, non stava là, ma stava in questa posizione, e la indicò. E da essa si vedeva benissimo all'esterno.
- la casa ha un attico
(vero, il professore verificò di persona).
- vi erano due pozzi.
Stevenson ebbe modo di constatare che vicino all'abitazione c'erano due cisterne, una profonda e una bassa. Quella grande serviva per l'acqua piovana e l'altra no, perché appunto troppo poco fonda. E per questo il primo era sempre pieno e l'altro (che poi alla morte di Ibrahim fu chiuso), quasi sempre vuoto.
- si stava rifacendo il giardino
(vero)
- e nel giardino piantarono alberi di ciliegie e di mele.
Stevenson poté vedere di persona questi alberi.
- affermò di possedere denaro e terreni
(in effetti corrispondeva a verità, erano dei genitori)
- e aveva una macchina gialla
(vero, confermarono Haffez e Nabir Bouhamzy)
e un autobus
(vero, c.s.)
e un camion per il trasporto di terra e pietre
(vero, c.s.)
di questi due ultimi mezz, uno serviva per il suo lavoro come autista, e l'altro per i lavori della famiglia per i terreni.
- a casa mia ci sono due garages.
L'affermazione non è del tutto esatta, perché i mezzi di trasporto stavano all'aria aperta quando erano parcheggiati, ma c'erano due capannoni, che Ian Stevenson vide di persona; Imad/ Ibrahim poteva alludere a questi.
- avevo cinque figli
(e mostrava le cinque dita della mano alzata)
Non è esatto. Non ebbe figli, il ragazzo, ma forse ricordava i figli di suo cugino Said, cui era molto affezionato, e del quale era amico intimo, che ne aveva appunto cinque.
Ecco, questo è uno dei casi più importanti che Ian Stevenson ha studiato e catalogato nel suo ampio schedario.
In seguito ne illustrerò altri perché mostrano tutti un certo fascino e vi potranno interessare. Però al momento non so ancora quanti. Certo che sarebbe bello presentarveli tutti e venti, quelli del suo libro, ma forse sarebbe troppo noioso, alla fine.
Per ora un caro saluto, e alla prossima puntata.

Se a voi o a vostri amici o conoscenti è capitato qualche fatto strano, anche
se non ha agganci con il fenomeno della reincarnazione, ma che in qualche maniera possa rientrare, secondo voi, in quello della parapsicologia, se volete, potete comunicarmelo e io lo esaminerò e vedrò se sarà possibile pubblicarlo, grazie della vostra attenzione.

Scrivete a mdsantis@email.it

marcello de santis

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REINCARNAZIONE

17 Aprile 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #marcello de santis

REINCARNAZIONE


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Il prof. Stevenson ha girato il mondo intero alla ricerca, o meglio allo studio (perché correva là dove veniva chiamato, o dove sapeva che si erano verificati casi che potevano far pensare alla reincarnazione) di soggetti (bambini o già adulti) che avevano raccontato - o raccontavano ancora - di vite precedenti.
Nell'affrontare le situazioni le più strane e le più diverse, non era mai solo; è vero che arrivavano sul posto anche altri studiosi, ognuno per conto suo (e giornalisti, e scrittori); ma alcuni di questi collaborarono con lui; e alla fine si riunivano tutti insieme per catalogare le notizie rilevate da ognuno singolarmente, e si faceva uno studio comparativo di esse notizie, per poi tirare conclusioni univoche.
Uno di questi studiosi era
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ROBERT F. ALMEDER
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in effetti un seguace del prof. Stevenson, e criticò le varie accademie e università che non avevano preso sul serio i risultati delle sue ricerche.
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Robert Almeder
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Americano, professore di filosofia presso la Georgia State University, ha fatto oltre a studi prettamente filosofici, sul quale argomento ha scritto molti libri, anche ricerche sulla vita e sulla morte.
Due suoi libri famosissimi sono Oltre la morte e La morte e sopravvivenza personale.
A seguito di questi studi uscì convinto che la mente umana non è riconducibile solo al cervello e ai suoi vari stati.
Il modello di ricerca del prof. Ian Stevenson, afferma Robert Almeder, aveva in sé "qualcosa di essenziale relativo alla personalità umana".
Erano, diceva, metodi efficaci ed essenziali, applicati con scrupolo e insistenza fino a che la sua convinzione non fosse stata o sicura, o scartata perché troppi pochi elementi ne garantivano la verità. Con questi suoi metodi il maestro lo aveva ampiamente dimostrato per mezzo delle sue ricerche sul campo.
Come quella volta che volò in Germania e precisamente a Monaco di Baviera.
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IL CASO MIDHART
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Si trovò a verificare il seguente caso.
Un signore di nome George Midhart, un sessantanovenne tranquillo e conosciuto come persona seria e sana di mente (è bene dirlo) subì un pauroso incidente di macchina nel quale persero la vita sua moglie e suo figlio piccolo.
Il trauma che subì anche mentalmente è catastrofico, tanto che penò molto a rimettersi.
Da quel momento cominciò a raccontare di una sua precedente esistenza; in effetti vedeva svolgersi davanti ai suoi occhi delle scene di avvenimenti, come lo svolgersi di una commedia di cui lui era l'attore principale.
Ricorda il suo nome e il castello dove abitava: Weissestein.
A mano a mano che questi ricordi, queste visioni, venivano fuori, le confidava. E venivano registrate.
Ed ecco una storia fantastica, una storia risalente al millecento; la storia di un barone pazzoide, stranissimo, che viveva rinchiuso nel suo castello, una fortezza dalle mura maestose, dai cui merli dominava tutta la valle e una strada di scorrimento che serviva per il traffico di minerali.
Raccontò che il barone trovò la morte a seguito di un assalto al castello fortezza.
Fin qui il racconto, riportato succintamente.
Si verificò con riscontri esatti in ogni particolare gli avvenimenti narrati, luogo personaggi ed altro, e tutto corrispondeva a una realtà di un'epoca passata ormai da circa mille anni.
Si è rinvenuto il castello (in rovina) e si trovò anche quell'entrata segreta per entrare e uscire, che si trovava nel luogo esatto ed era proprio come il signor Midhart l'aveva disegnata.
Va detto che una volta l'idea della reincarnazione era insita quasi soltanto nella filosofia dei paesi orientali, dove si fonde con le varie religioni che sono - in India per esempio - moltissime e varie (consideriamo che laggiù si parlano più di cinquecento lingue).
Oggi invece, grazie alle ricerche fatte da tanti studiosi - psicologi, psichiatri, medici - che hanno affrontati i vari casi di cui si è venuti a conoscenza, il fenomeno della reincarnazione ha allargato e di molto i suoi confini; primi, ma non solo, i già citati Ian Stevenson, Brian Weiss; e poi molti altri ancora, la terapeuta Manuela Pompas, il dott, Gilles Bodin, il dr. Almeder, e altri.
Le ricerche sulla reincarnazione hanno portato questi studiosi a esaminare la possibilità che la vita dell'uomo sia una sola, e composta da corpo fisico e di quell'elemento che indichiamo col termine di anima. O se esistano più esistenze di questo insieme di elementi che è la vita umana.
E allora, in caso di reincarnazione, si deve ammettere che l'anima fa più viaggi intermedi prima di purificarsi e raggiungere la perfezione in via definitiva.

MANUELA POMPAS

E' una giornalista e scrittrice italiana, una degli studiosi più esperti nel campo dei fenomeni paranormali.
I suoi studi sulla medianità tendono esclusivamente alla ricerche di prove che giustifichino la verità dei fenomeni studiati. Tra le sue pubblicazioni di maggior successo ricordiamo I poteri della mente (Rizzoli, 1983), La terapia R, guarire con la reincarnazione (Mondadori, 1995). L'aldilà esiste? inchiesta sulla vita dopo la vita (Sperling & Kupfer,1999), Reincarnazione, una vita, un destino (Sperling & Kupfer, 2004).
Nei suoi studi sulla mente umana e le sue manifestazioni la ricercatrice usa anche la regressione ipnotica, che più sopra abbiamo visto serve per far tornare il soggetto sotto ipnosi indietro nel tempo e sviscerarne i ricordi. Uno dei più noti, (vedi saggi precedenti) è l'americano Brian Weiss, che utilizza la tecnica, il cui uso è molto diffuso anche in altri paesi del mondo (e, ricordiamo, è utilizzato soprattutto a scopo terapeutico).
In Italia, afferma la Pompas, la regressione ipnotica viene usata di nascosto, per non urtare la religione cattolica, e anche perché non esiste qui da noi una accettazione della scienza.
La giornalista nel corso dei suoi lunghi anni di studio ha raccolto infinite testimonianze di soggetti che in stato di ipnosi, ritornati a età passate, hanno raccontato cose che non possono spiegarsi con le loro cognizioni attuali, e che non hanno mai acquisite nella vita corrente; parlano di luoghi mai conosciuti, di persone che non sanno (da svegli) chi sono, si esprimono in lingue magari morte da secoli se non da millenni.
Va detto che la giornalista crede fermamente nella reincarnazione, anche se candidamente ammette che essa non è dimostrabile.
Gli orientali credono in essa. E fondamentale per la loro religione. Per gli occidentali invece è solo questione di studio e di ricerca, con risultati il più della volte strabilianti.
Uno dei casi più significativi che ha studiato è quello che nel suo libro, La terapia R, guarire con la reincarnazione, ella titola appunto.
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IL CASO R.
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Un ragazzo afflitto da una paura che non sapeva da cosa derivasse, si sottopose volontariamente alla ipnosi per cercare di guarire; tornando indietro per cercare di trovare - negli anni passati, e particolarmente della sua infanzia, e anche indagando, se possibile, in una sua esistenza precedente - una qualche causa alla sua fobia.
Ecco il suo racconto:
- sono uno studente (americano), volevo studiare da medico, ma mio padre mi ostacolava in ogni modo, perché desiderava che diventassi un avvocato seguendo le sue orme.
Mi ribellai e per non dargliela vinta, visto che non potevo studiare medicina, mi arruolai per andare in Vietnam.
Qui sono morto in una violenta azione di gu
erriglia.
Dette il suo nome di allora, quello di suo padre, indicò dove era nato e dove aveva abitato, con tanto di via.
Manuela Pompas fa delle ricerche, e scopre che in quella città, nella via indicata, esiste un signore di professione avvocato.
A seguito delle verifiche su questi soggetti di cui stiamo trattando sembra "verosimile" che l'anima alla morte del corpo fisico continui la sua esistenza; per un certo tempo, più o meno lungo, che non siamo in grado di determinare e circoscrivere.
Per crescere ed elevarsi a livelli di spiritualità sempre più elevati.
Per questa ricerca continua di purificazione, si verifica la reincarnazione, eliminando scorie cattive e deleterie e acquistando nuove conoscenze e gradi di avanzamento spirituale.
La rinascita è più naturale quando si muore in circostanze "non naturali", (morte tragica, morte precoce, inattesa).
In questi casi l'anima tende a tornare subito, per non interrompere il viaggio verso la spiritualità finale.
Ma così facendo non riesce ad annullare le sue memorie giovani, per cui è portata a ricordare a rivivere quella che fu quella sua esistenza non portata a termine come naturale.
E questo non può che avvenire in nuovo corpo. E in età ancora brevissima, perché è quell'età che ancora non ha permesso di acquisire tutte le cose nuove, e le memorie nuove.
Ecco perché sono bambini dai due ai quattro anni, e che in alcuni giunge fino a sei/sette, che i ricordi sono più chiari e veri.

RACCONTATI DA AMICI

Diana Bellino è una signora di Gorizia che vive a Udine, dove svolge la sua attività di pittrice.
In una nota su fb, del 16 aprile di quest'anno, dopo aver letto il mio ultimo saggio di parapsicologia, mi segnala un fatto accaduto a lei personalmente, in cui una sua carissima amica appena deceduta le si manifesta con un bacio e una carezza.
Riportiamo l'accadimento con le sue parole.

Carissimo Marcello....
io non so se la mia storia coincide con la parapsicologia... io chiamerei la mia esperienza paranormale!
Tantissimi anni fa avevo un amica a cui volevo molto bene, purtroppo è morta giovanissima a causa di un aneurisma; al momento dell'evento ella era sola per cui è rimasta tante ore in coma...
Era in una stanza dove lavorava - faceva pulizie negli uffici - ed essendo di domenica sul luogo non c'era nessuno, per cui in un primo tempo non la cercava nessuno. Quando hanno preso a cercarla, soltanto dopo diverse ore l'hanno trovata; e purtroppo era morta. Io sono andata all'obitorio; ma non sono riuscita ad avvicinarmi a lei; neanche per farle una carezza.
Mentalmente le ho chiesto scusa: "perdonami cara amica, se non ci riesco a darti neanche un abbraccio.
La sera a letto non riuscivo a dormire, l'avevo davanti agli occhi; pensavo a lei, la luce accesa sul comodino. Ad un tratto tra le tende della finestra che si muovevano con leggerezza, in trasparenza vedo lei che viene verso di me attraverso il tessuto; e avvicinatasi, mi sfiora il viso con una mano.
Era lei: China sul mio viso. E mi da' un bacio.
Sono passati tantissimi anni ma questa cosa non la poss
o dimenticare!
Ciao Marcello!
.
Questo il fatto.
Che dire! il fenomeno non è raro nella casistica della parapsicologia.
Un defunto, trapassato da poco, o anche da molto tempo, a volte anche da secoli - vedi i castelli con i fantasmi che si leggono nelle leggende inglesi, per esempio - non ancora staccatosi completamente da questa terra, ha bisogno di restare attaccato alle cose famigliari e che più ha amato (case, locali, amici e parenti); e il suo spirito, o meglio il suo corpo astrale, continua a vagare in questa dimensione, dove ha lasciato il corpo materiale che già non c'è più.
Nel caso ha "sentito" il dolore e l'amarezza per la perdita della sua amica, ed è venuta a cercarla per fare quello che lei non è stata capace di fare, darle una carezza e un bacio.

Marcello De Santis

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E CHI NON BEVE CON ME, PESTE LO COLGA...! di marcello de santis

13 Marzo 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #personaggi da conoscere, #cinema, #marcello de santis

E CHI NON BEVE CON ME,  PESTE LO COLGA...! di marcello de santis

Voglio cominciare questo saggio riportando per esteso un "pezzo di vita" che fa parte di una mia plaquette in prosa, ancora inedita, che è molto significativo al riguardo. Lo riporto anche con quelle poche frasette in tiburtino, (disseminate qua e là), il dialetto della mia città, allora ancora paese, facilmente fruibili (per ogni evenienza ne riporto la traduzione in italiano):

... tappa obbligata, per me e fratimu micchittu (mio fratello piccolo), pure se mamma e papà continuavano a camminare su a corzereno, (via colsereno) erano "li quadri del giuseppetti, al trevio (i quadri del cinema).

Là ci fermavamo a immaginare, attraverso essi, le scene del film in programmazione; a volte anche papà si fermava, specialmente se era un film di indiani o uno di quelli strappalacrime con Amedeo Nazzari e Yvonne Sanson, per esempio Catene; si fermava allora pure mamma, e vedevo la sua mente immaginare le scene più drammatiche del film; quando faceva tappa pure lei mi s’accendeva in cuore la speranza: ci andiamo!
... papà Decio ci provava quasi sempre, pure se talvolta era tardi; deviava nel breve vicolo dov'era la sala cinematografica, e all'uomo dei biglietti (papà era conosciutissimo e benvoluto da tutti grazie alla sua dedizione ai malati, facendo l'infermiere/amico di tutti al locale ospedale) domandava: “se fa in tempo?” e quello, “vai, Decio, entréte, ‘nte proccupa’…” (entrate pure, non ti preoccupare); e quasi sempre quel giovanotto, “no’ lli fa li bigghietti, Decio… è guasi fenitu...” (non li fare i biglietti Decio, è quasi finito); e non era vero…
Per cui quando lui si fermava davanti ai quadri, il cuore mi batteva forte; i miei nove/dieci anni azzardavano un "papà, ciannàmo? - ci andiamo?", o era lui che diceva a mamma: “nanna, te va? me sa che è bellu!”, mamma non diceva mai di no; se rispondeva di sì, prendevo a correre sopr’alli sérgi co lli tacchitti co la mezzaluna de ferittu, che faceanu le lure (sopra l'acciottolato della strada fatta di sampietrini con i tacchetti di ferro delle scarpe, i cosiddetti ferretti fatti a mezzaluna, che battendo sui sampietrini facevano le scintille) ed ero il primo ad arrivare davanti alla porta del cinema; entravo subito nella grande sala della biglietteria per soffermarmi a lungo sui tanti cartelloni dei film che sarebbero seguiti in altri giorni.

Arrivavano poi papà e mamma con Renato per mano (mio fratello più piccolo, aveva sei-sette anni) e si entrava in sala tutt'insieme.
Papà qualche volta però s’avvicinava alla cassa e faceva ugualmente i biglietti, (noi piccoli, eravamo piccoli, e non pagavamo ancora).
Quando invece non rispondeva alla mie parole “papà annàmoci, è propriu bellu, me l’à dittu ‘ncompagnu meu de scola che l'à vistu” (non era vero…) e continuava a camminare sottobraccio a mamma parlando dei fatti loro, ci rimanevo male da morire “stasera no” categorico; “ma te dico che è bello, dài…” “no!”.
M’ammusea... m‘arabbiéa subbitu (mettevo su il muso, m'arrabbiavo...)
Non correvo più, andavo dietro a loro a testa bassa, non vedevo l’ora che arrivassimo al pratosangiovanni, (dov'era casa nostra, una vasta distesa con poche case in fondo, subito fuori la porta sangiovanni) dove, al buio, potevo mascherare il mio dispiacere. Mi mettevo subito a letto, accendevo la radio, abbassavo il volume; e ascoltavo, senza sentire, fino a che arrivava “siparietto, a cura di nicola adechi…” e mi calmavo al suono di quella bellissima voce; il mio rancore ingiustificato s’ammorbidiva nel profumo dei sogni che fluttuava nel buio sotto la coperta…
Ma torniamo alla frase celebre che ho messo nel titolo:
... chi non beve con me peste lo colga!... che è passata alla storia del cinema.
A pronunciarla, la frase, fu un grande attore italiano che all'epoca - siamo nel 1941 - e per molti anni ancora, fu ai vertici del cinema italiano. Il suo nome è Amedeo Nazzari, affascinante, bello. E i più giovani e i giovani che non lo conoscono e non lo hanno conosciuto, non possono certo negare, guardando la foto posta più sopra, quanto ho appena detto, nevvero?
Interpretava il personaggio di Neri Chiaramantesi, nella Firenze dei Medici rappresentata con ottimi effetti e costumi dal regista Alessandro Blasetti nel film La cena delle beffe.
Io, quando uscì il film, avevo appena due anni, e chiaramente non l'ho visto, ma più tardi ricordo di aver assistito a tutti o quasi i film di questo grande attore, che quando girò la pellicola aveva già 34 anni, non era quindi giovanissimo. Pare di stare ai tempi nostri, dove gli attori moderni di vent'anni e anche meno sono già dei veterani dello schermo, non so con quanto talento e con quanto merito.
Però anche di questo film, molto più tardi, forse verso i sedici/diciott'anni, ne debbo aver visto - c'era ormai la tivu che di tanto in tanto cominciava a riproporre vecchie pellicole - almeno degli spezzoni; e senz'altro debbo aver gustato e memorizzato la famosa frase: ... e chi non beve con me, peste lo colga!
Ricordo i vari pomeriggi, sul tardi, dopo aver studiato, in giro per il paese coi miei compagni di liceo ripassavamo a voce alta la lezione per l'indomani ascoltando e integrando quello che ognuno di noi ripeteva. E quasi sempre per un motivo o per l'altro, o anche senza alcuna ragione, semplicemente per smorzare la tensione che si creava, ci scappava da parte mia o degli altri, la frase ... e chi non beve con me, peste lo colga!
Era diventato, usando un termine di oggi, un tormentone!
Ma ormai era tardi per la nostra gioventù, per poter amare gli attori di quegli anni, che per noi erano già sorpassati; cominciavano ad arrivare i film di cowboy e indiani, di Stanlio e Ollio, di Gianni e Pinotto; e gli eroi americani, da Gary Cooper ad Alan Ladd, da James Stewart a Tyron Power; e le belle attrici.
Quelle che ci rimanevano impresse erano non tanto "quelle brave", che forse ancora non comprendevamo a fondo la bravura di un artista, ma le prosperose e sensuali: da Jane Mansfield, a Rita Hayworth, alla dolcissima affascinante Marilina).
Qui le attrici nostrane, e in quel film "La cena delle beffe" alcune veramente brave erano state riunite, qui da noi, dicevo, colpivano di più se facevano piangere i nostri genitori; con le loro storie romantiche o drammatiche, per esempio. E giustamente i loro nomi sono rimasti nella storia del cinema.
Ricordate? Nel film in questione oltre a Nazzari c'era il grande Osvaldo Valenti; e tra le protagoniste femminili il meglio del tempo: Luisa Ferida, Clara Calamai, la donna del primo nudo sullo schermo, Valentina Cortese, giovanissima, aveva solo 19 anni; e la "in seguito divenuta" grandissima" Lilla Brignone.
Torniamo ad Amedeo Nazzari.
Nella vita doveva fare l'ingegnere; gli studi per diventarlo li aveva intrapresi, e lo sarebbe diventato se la passione per il teatro non lo avesse rubato a questa professione. Veniva da una famiglia agiata, lui era nato in Sardegna dove il nonno materno, da cui poi prese il nome d'arte, era un magistrato che agiva a Vicenza, e che a Cagliari fu trasferito con tutta la famiglia.
Aveva appena sei anni quando gli morì il padre; la madre decise di trasferirsi a Roma, dove Amedeo studiò in un collegio. Studia e comincia a recitare, in rappresentazioni scolastiche; poi col tempo - lasciati definitivamente gli studi universitari - si dedica al teatro e lo affronta come unico scopo della sua vita.
Qui diciamo solo del suo esordio come attore professionista: avviene nell'anno 1927; e non nel cinema, ma in una compagnia teatrale; cui seguiranno altre compagnie più importanti.
Amedeo ha solo vent'anni, ma la sua prestanza fisica e la sua voce calda e profonda lo fanno notare subito al pubblico. Fece anche dei film, agli esordi, e anche di un certo successo, questo va detto; ma noi preferiamo fare un salto in avanti per arrivare direttamente al'anno 1941, al film per eccellenza, per lui, ché ne decretò la notorietà:
La cena delle beffe,
di Sem Benelli.
- e alla famosa frase ... e chi non beve con me, péste lo cólga!, dove il suo accento spiccatamente sardo ne accentuava la drammaticità;
- alla famosa scena del seno nudo di Clara Calamai (pochi secondi appena che scatenarono le ire e i fulmini della Chiesa e il "vietato ai minori di 18 anni" "imposto" dalla censura sui quadri del film);
- e infine alla presenza tra i protagonisti di due attori Valenti e Ferida - amanti nella vita, (cosa anche questa da scandalo).
Il 1949 è l'anno più importante per la carriera dell'attore. Viene chiamato dal regista Raffaello Matarazzo come attore principale per un film che ha in programmazione. Amedeo accetta, e resta in attesa che si trovi l'interprete femminile. Eccola alfine: è una stupenda ragazza di poco più di vent'anni, sconosciuta ai più, con un fisico statuario dalle forme prorompenti; si chiama Yvonne Sanson, ed è arrivata a Roma dalla Grecia dove è nata. Ha al suo attivo una sola pellicola, un film drammatico al fianco del grande Aldo Fabrizi, girato a Roma, dal titolo: Il delitto di Giovanni Episcopo, tratto da un'opera di Gabriele D'Annunzio, sotto la direzione di Alberto Lattuada. Lattuada aveva notato questa giovane bellissima, dotata di un fascino che lo aveva profondamente stregato, e la vuole nel suo film. Film che, va detto, ha un buon successo di critica e di pubblico. E dunque, Yvonne sarà l'interprete femminile del film di Matarazzo; si intitolerà "Catene"; il partner, come detto, scelto già dal regista, è Amedeo Nazzari. "Catene" sarà, pensate, il film più visto dagli italiani nei due anni 49 e 50.
Amedeo Nazzari viene chiamato per un film dopo l'altro, è l'attore del momento, e con lui Yvonne Sanson. Tanto è il successo conseguito da Catene, che nascono uno appresso all'altro "Tormento", uscito l'anno successivo (i soggettisti sono gli stessi di Catene, uno è Gaspare Di Maio; indovinate chi era l'altro? Ma sì, il poeta napoletano Libero Bovio); nel 51 i due girano l'ennesimo dramma, "I figli di nessuno", e l'anno seguente "Chi è senza peccato". Tutti con la direzione dello stesso regista Raffaello Matarazzo.
Il successo è impensabile, la gente corre ai botteghini e le sale straripano addirittura. Allora si facevano spettacoli uno appresso all'altro, si cominciava dalle tre del pomeriggio e si andava avanti senza interruzioni fino a mezzanotte e oltre; tra l'una e l'altra proiezione qualche breve presentazione, i famosi "prossimamente sui nostri schermi", e la solita Settimana Incom, il Cinegiornale d'attualità e informazione settimanale, dieci minuti circa di notizie con servizi interessantissimi. La ricordate?
E quanti, quanti spettatori! Fuori delle sale e all'interno, davanti della biglietteria, c'era costantemente la fila, molti in attesa per entrare al momento dell'inizio del film, ma la gran parte per entrare subito, e basta. E quanta gente restava in piedi per tutti e tre gli spettacoli. Alla fine si vedevano all'uscita le donne con gli occhi rossi e i fazzoletti in mano o ancora sul viso. E a casa il giorno appresso non si faceva altro che parlare del film, raccontare la trama a chi ancora non c'era stato, descrivere le mosse, le azioni, le scene più tragiche della narrazione.
Vennero ancora "Torna" nel 1953 e "L'angelo bianco" del 55. Per finire la serie con "Malinconico autunno" uscito tre anni dopo.
Amedeo e Yvonne dominarono la cinematografia italiana nel decennio 1949-1959, lui con lo sguardo ammaliatore e lei con la sua caratteristica acconciatura che portò in diversi film, in cui si presentò quasi sempre come una moglie appassionatamente innamorata del marito, o una madre che si fa monaca per pagare il fio delle sue infelici azioni, o una donna che per salvare il proprio uomo non esita a tradirlo. Una serie di film con tratti a tinte fosche, melodrammi che non potevano essere se non a lieto fine, inneggiando alla vittoria dei buoni e alla sconfitta dei cattivi. Pensate: questi dieci film complessivamente ebbero circa quaranta milioni di spettatori.
Yvonne Sanson girerà altri film, altri ne aveva girati anche prima dei melodrammi all'italiana appena ricordati; erano quelli anche film d'autore, come si dice; lavorò infatti con Alberto Lattuada a fianco di Renato Rascel ne "Il cappotto", con Rossellini, con André Cayatte, con Dino Risi, per nominarne solo alcuni; ma non ebbero, i film, - almeno per la visibilità e la fama - il successo della serie "Catene e c."; forse perché non aveva più al suo fianco il grande Amedeo? Ed è per questo che la sua stella ha smesso di brillare nel cielo della filmografia italiana? Fatto sta che gli anni 70 segnano la fine per i due artisti.
Yvonne muore a Bologna, dove si era ritirata da anni e dove viveva vicino alla figlia Gianna, a seguito di un aneurisma; è l'anno 2003; ha 77 anni.
Segue il suo partner col quale ha diviso i più grandi successi della sua carriera per un lungo decennio pieno di gloria e di soddisfazioni, dopo quasi 25 anni dalla morte di lui.
Una nota necessaria, che nessuno sa (o forse soltanto i cinefili): Yvonne Sanson recitava con la voce di una giovane attrice e doppiatrice italiana, che risponde al nome di Dhia Cristiani.
Yvonne Sanson fu la donna più amata degli italiani, più delle due maggiorate per eccellenza Sofia e Gina (la Loren e la Lollobrigida), ma ciò non bastò a ripetere il successo dei film d'amore e di passione girati al fianco di Nazzari.
Effettivamente formavano una coppia ormai collaudata e insuperabile.
Una cosa non ho detto, se il pubblico non lesinava la sua approvazione per queste storie, la critica fu davvero amara per i due attori e ancora più per i film; fu distruttiva; stroncava i film ad ogni uscita; li descriveva come fotoromanzi trasportati su pellicola, a dispetto dell'immenso successo commerciale.
Amedeo Nazzari dal canto suo, che agli esordi aveva girato molti film in divisa, (la divisa che ne esaltava il fisico da atleta e il suo indubbio fascino) continua ad avere offerte di lavoro; ma pure ad essere scomodo per la produzione, ché vuole sempre intervenire nella sceneggiatura per cambiare dialoghi battute e scene, che lui ritiene non adatte al suo personaggio.
Lavora con registi importanti, accanto ad attrici famose e bellissime, ma comincia ad avere forti delusioni dal suo mondo; doveva girare il Gattopardo, ma il ruolo del principe di Salina viene affidato a Burt Lancaster (per ottenere finanziamenti americani), salta anche il rifacimento de La figlia del Capitano (che lui aveva girato tanti anni prima) per il ruolo principale del quale viene scelto un altro attore americano, Van Heflin.
Rifiuta infine di lavorare a fianco di Marilyn Monroe, in un ruolo che poi sarà assegnato ad Yves Montand.
Sentite come racconta la cosa lo stesso Nazzari: è l'anno 1965.

Lo intervistano:

"perché non sono mai andato a Hollywood?
Migliaia di persone me l'hanno chiesto. Eccolo lì, dicevano, il divo locale
che non vuole giocare la sua gloriuzza sulla grande roulette americana....
... niente di tutto questo, sono sardo tradizionalista,
un po' pigro, mi piace vivere come voglio...
... a Hollywood ci sono
andato veramente... nel 1959,
io e Irene (la moglie Irene Genna) ci siamo divertiti moltissimo;
ho incontrato tutti i miei idoli... a una festa mi si avvicinò un tale della Fox,
e mi fece questo discorso: signor Nazzari, perché non si st
abilisce da noi?
Stiamo preparando un musical per Marilyn Monroe,
ci manca il protagonista maschile, passi domani nei nostri studi e ne parliamo.
D'accordo, domani pomeriggio, risposi sforzando un sorriso.
Poi Irene ed io corremmo in albergo, facemmo i bagagli
e alla svelta prendemmo il primo ae
reo per l'Europa...

Ma siamo già verso la fine degli anni 60, quando la sua stagione di gloria è finita; si sta affermando un altro genere di film, la commedia all'italiana; e per i film passionali non c'è più spazio. Pian piano, sentendosi un intruso in mezzo a tanta compagnia, si tira indietro; per rispetto, afferma, del suo pubblico.
Qualche soddisfazione gli viene solo dalla televisione; fa apparizioni come ospite d'onore, fino alla partecipazione a "La donna di Cuori" diretta da Leonardo Cortese, nella miniserie "Squadra Omicidi tenente Sheridan" (1969) per Raiuno.
Sempre nel 1969 la RAI gli dedica uno spazio in prima serata in cui si ripropongono tutti i suoi film d'amore girati insieme alla sua grande partner Yvonne Sanson. Il programma a cura di Gian Luigi Rondi riottiene il grandissimo successo ottenuto negli anni cinquanta, con uno share, allora si chiamava indice di ascolto, altissimo.
Amedeo Nazzari è malato, soffre di insufficienza renale, è costretto ripetutamente a ricoveri in ospedale a Roma; qui muore il 6 novembre 1979.

marcello de santis

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DUE DIALOGHI DALLE OPERETTE MORALI di GIACOMO LEOPARDI

3 Febbraio 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi

DUE DIALOGHI DALLE OPERETTE MORALI di GIACOMO LEOPARDI

Il Dialogo d’Ercole e di Atlante apre la serie dei dialoghi delle Operette Morali; invece, il Dialogo di Timandro e di Eleandro nell’edizione del 1827 era posto come testo conclusivo dell’opera. Ambedue i testi risalgono al 1824.

Il primo dialogo vede come protagonisti Atlante e Ercole alle prese con il mondo; il grande eroe è stato mandato da Giove per alleviare per qualche momento la fatica di Atlante, stanco di reggere l’universo.

Ma a sorpresa il vecchio dio spiega che il mondo, chiamato “pallottola”, si è fatto leggero; gli pesa di più il mantello che usa per ripararsi dalla neve. Il termine leggero non è riferito solo al peso materiale, in quanto Leopardi considera la parola anche in senso morale. Gli uomini sono mediocri, senza slancio, meschini. Infatti, i due personaggi notano che il mondo si è fatto anche silenzioso. L’umanità è muta, non ha nulla da dire, non si segnala più per attività e forza. Sembra che si tratti di un peso morto; il mondo non dà segni di vita e può stare in una mano di Ercole che volentieri lo usa per giocare. L’eroe ricorda il coraggio e la grandezza degli uomini quando lui compì le grandi imprese; un tempo, l’umanità affrontava a corpo a corpo i leoni, ora solo le pulci. C’è quindi in questo dialogo l’idea che in passato vi era un’epoca d’oro, ora scomparsa; in altri momenti del pensiero leopardiano l’uomo invece viene visto come tristo e infelice in ogni epoca. Qui si parla di un sopraggiunto peggioramento ed è più viva la polemica del poeta verso gli italiani suoi contemporanei, ritenuti incapaci si scuotersi dal torpore morale in cui sono precipitati. Ci vorrebbe una scossa per provocare una reazione. Capita che il mondo sfugga di mano a Ercole e cada malamente. L’ammaccatura sul pianeta non determina reazione alcuna; sembra che gli abitanti continuino a dormire. La “pallottola” resta muta oltre che insignificante. Non c’è quindi speranza di abbracciare un nuovo corso per l’umanità, sembra dire sconsolato l’autore. Rimane, felicissima, una battuta finale, in cui si scomoda il poeta Orazio: “Questo poeta va canticchiando certe sue canzonette, e fra l'altre una dove dice che l'uomo giusto non si muove se ben cade il mondo. Crederò che oggi tutti gli uomini sieno giusti, perché il mondo è caduto, e niuno s'è mosso”.

Ma il dialogo è prevalentemente satirico e gustoso, tanto da stemperare la forza della conclusione pessimistica.

L’altro dialogo, più corposo, è tra Timandro (ossia colui che onora l’uomo) ed Eleandro (ossia colui che commisera l’uomo); il primo personaggio rinfaccia al poeta le accuse che all’epoca erano scagliate contro di lui dai suoi contemporanei, l’altro rappresenta invece il punto di vista dello scrittore recanatese.

Si contesta a Eleandro/Leopardi di scrivere libri pieni di pessimismo in un’epoca in cui si parla tanto di progresso; gli si rinfaccia di ricordare all’uomo la sua bassezza, quando l’uomo senz’altro un giorno diverrà perfetto. Il poeta nel replicare ha modo di esprimere il suo articolato pensiero.

Non crede nel progresso (“le magnifiche sorti e progressive”), ritiene che l’uomo sia sempre stato un essere sfortunato e condannato dalla natura a soffrire. In fondo, si può aggiungere, lui la pensa come Tucidide e Machiavelli; gli uomini non cambiano da un’epoca all’altra, sono sempre preda delle stesse passioni e delle stesse sofferenze. Leopardi non ha fede nel sopraggiungere della perfezione umana. Dice che non può che dire e scrivere quello che considera il vero, ossia parlare dell’infelicità umana; non potrebbe invece parlare di progresso dato che non vi crede. C’è un forte nihilismo; tutto è vano, anche la testimonianza del vero è inutile. L’arte stessa non serve; la filosofia, raccontando i mali dell’umanità, non la rende certo felice e perciò la conclusione è che è meglio non filosofare. Conoscere la verità della propria condizione non porta giovamento perché l’infelicità è un dato “necessario”, non eludibile. Il sapere conferma l’infelicità, perciò, meglio astenersi dagli sforzi intellettuali.

Si salvano solo i libri che fanno appello alla fantasia e all’immaginazione o che ricorrono al riso anziché al commiserare, poiché ciò allevia il dolore del vivere, distogliendo dalle pene che restano però reali e inevitabili.

Se tutto è vano, anche la poesia lo è dato che al massimo distrae dal costante soffrire. Allora, ci chiediamo, perché scrivere? Forse perché un’umanità matura merita di sentirsi dire la verità, per quanto dura e amara. Può capitare che si reagisca duramente verso chi dice la verità che in fondo pochi vogliono sentire. Qui sta l’eroismo senza tempo del grande recanatese che si staglia con forza, bevendo l’amaro calice della solitudine e dell’incomprensione dei suoi contemporanei. Quando Timandro gli rinfaccia di scrivere libri fuori moda che biasimano l’uomo, la risposta è ficcante: "Anche il mio cervello è fuori di moda".

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FUTURISTI E VERSI MALTUSIANI

29 Gennaio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #saggi, #personaggi da conoscere, #marcello de santis

FUTURISTI E VERSI MALTUSIANI

Torna a proporci un suo pezzo Marcello de Santis

Nei primi anni del novecento, scese in Italia dalla Francia Filippo Tommaso Marinetti, che venne a portare e a propagandare il Futurismo, che poi si allargò a macchia d'olio fino a giungere anche nella lontana Russia, (Majakovski e altri).
Tra le tante novità pazze in poesia che portò la nuova visione della letteratura, introdotte, grazie all'intento - sbandierato in serate futuriste in varie città d'Italia - di distruggere la letteratura tradizionale ormai vecchia e decrepita, venne di moda anche scrivere dei versi (quartine in ottonari, per lo più) con l'ultima parola tronca.
Il 5 febbraio 1909 dunque, Marinetti, scrisse il testo del Manifesto del Futurismo; e lo pubblicò a Parigi nell'anno 1909, il 20 di febbraio su Le Figaro.
Idee innovative che cominciavano con il primo articolo

1- Noi vogliamo cantare l'amor del pericolo,
l'abitudine all'energia e alla tem
erità.

e finiva con l'undicesimo ed ultimo

11- Noi canteremo le locomotive dall'ampio petto,
il volo scivolante degli areoplani.
E' dall'Italia che lanciamo questo manifesto di violenza
travolgente e incendiaria col qua
le fondiamo oggi il Futurismo

Ne accolse le idee e ne fece ampia propaganda la rivista Lacerba, che nacque a Fi-renze nel 1913 per opera di Giovanni Papini e Ardengo Soffici, coadiuvati dal grande Aldo Palazzeschi. La rivista, che usciva ogni quindici giorni, divenne in questo modo la culla del Futurismo Italiano.
E' qui che nascono i primi versi maltusiani, nei quali pian piano non ci fu poeta e o scrittore che non si cimentasse.
Presero il nome di "maltusiani" derivando il vocabolo da Thomas Robert Malthus,un economista inglese poco conosciuto da noi, che nelle sue teorie sosteneva come necessaria la limitazione delle nascite, ma coll'astinenza sessuale.
All'epoca a questo fine era in voga il coitus interruptus, il più diffuso e conosciuto sistema anticoncezionale.
Le poesie di cui stiamo parlando nacquero spontaneamente derivando la non completezza dell'ultima parola dell'ultimo verso proprio da quel metodo.
E come l'uomo non conclude il rapporto sessuale tirandosi indietro al momento dell'orgasmo finale, allo stesso modo il poeta non conclude la poesia interrompendosi l'ultima parola.

La struttura è semplicissima: siamo di fronte a una quartina (cui ne segue un'altra) che sempre inizia con un nome, seguito da ... "è quella cosa", per spiegare poi nei tre versi rimanenti cos'è appunto quella cosa.
I due versi centrali, il secondo e il terzo, fanno rima tra di loro; il quarto ed ultimo finisce con una parola tronca; e quando questa non è una tronca è una parola accentata (blu, più, su, giù, ecc...).
Facendo degli esempi vedremo poi anche i temi delle quartine, che sono quasi sempre ironici, grotteschi, o riferiti a personaggi - politici e non - per prenderli in giro. E siccome fu il signor Malthus a propugnare l'interruzione del rapporto sessuale quando i partner erano giunti sul più bello, (per evitare una fecondazione indesiderata), vogliamo darvi un esempio di maltusiano in una delle tante quartine, in cui si definisce il verso che da lui prende il nome (e guarda caso proprio definendo il rapporto suddetto e l'organo relativo: il pungetto - pungolo; latino: stimulus):

Maltusiano è quella cosa
ch'ogni cosa agguanta e inguanta,
il pungetto be
ne impianta
ma si ferma sul più bel.
(da: Almanacco Purgativo, 1914)

E' giusto far risalire questa moda di poetare al sistema del coitus interruptus del dr Malthus; però non bisogna trascurare un fatto altrettanto importante: circa cento anni prima, si era nel 1834, un certo Ferdinando Ingarrica, che era un giudice del regno borbonico alla Gran Corte Criminale del Palazzo di Giustizia di Salerno, fece stampare a Napoli un bel pacchetto di anacreontiche in un libretto dal titolo: "Opuscolo che contiene la raccolta di cento anacreontiche su di talune scienze, belle arti, virtù, vizi, e diversi altri soggetti, composto per solo uso de' giovanetti".

Oltre che redigere testi di condanna per delinquenti destinati alla forca o ad altre pene, il giudice dunque era amante della poesia; in particolare di brevi poemetti didattici che facevano divertire il lettore per gli argomenti trattati; e che ebbero un gran successo in tutta Napoli.
Erano chiamati, questi versi, anacreontiche, dal nome del poeta greco Anacreonte, appunto, ed erano in voga già dalla metà del secolo XVIII; il divertimento, oltre che dall'argomento trattato, veniva anche dal modo in cui esso veniva esposto in poesia.
Sentite come il giudice descrive la Religione:

Religione tu a noi insegni
Come adorasi il Gran Dio;
Ah potessi ognora io
Colla faccia in terra star!

Chi seconda i tuoi prece
tti
Rasserena mente e core,
Vive ben; né mai timore
Della Morte debbe
aver

Dal nome del suo autore queste brevi poesie a un certo punto vengono chiamate Ingarrichiane". Come possiamo vedere dall'esempio appena fatto, si tratta di brevi composizioni in versi ottonari, che destano una certa comicità; già queste presentano l'ultimo verso sincopato, tagliato, troncato.
Il libro si diffuse rapidamente per tutta Napoli e destò interesse e riprovazione allo stesso tempo, e commenti e pareri non sempre positivi; anzi ce ne furono di duri e durissimi; ciò nonostante tantissime furono le poesie scritte da autori che preferivano non firmarsi, per sottrarsi appunto agli eventuali biasimi.
Mi è facile pensare che stante gli argomenti a volte scabrosi e più spesso trattanti temi politici o sociali, per mettere più o meno alla berlina questo o quel personaggio, versi per natura sarcastici - mordaci, per usare un termine del tempo - mi piace pensare dicevo, che venissero declamati anche da attori comici sui palcoscenici dei cafè chantant.
Insomma la cosa fece scalpore anzichenò; alcune case editrici minori ci misero su il carico da undici, come si dice: si appropriarono del fenomeno culturale e del libro fecero copie non autorizzate. Ciò che causò la disapprovazione della Corte che si sentì oltraggiata, tanto che i famigliari del giudice per ovviare in qualche modo al diffondersi della pubblicazione tentarono di ritirare dalla circolazione più copie possibile dell'Opuscolo.
Leggiamo un'altra composizione

"L'ubriaco"

L'Ubriaco è l'uom schifoso
Che avvilisce la natura;
Tutto dì la sepoltura
Per Lui aperta se ne sta.

Il far' uso del liquore
Con dovuta temperanza
L'Estro sveglia, e con possanza
Spinge l'Uomo a p
oetar.

Ma la cosa non si arrestò; il fenomeno si sparse per tutto il Regno di Napoli, e molte persone le imparavano a memoria per declamarle ad ogni occasione. E non solo le anacreontiche del giudice ma anche quelle apocrife che venivano ugualmente stampate; erano talmente ben fatte da parere farina del sacco dell'Ingarrica.
Come tutte le cose passeggere anche l'Ingarrica con i suoi versi matti venne dimenticato; anche se negli anni futuri talvolta veniva ricordato per il fatto di non avere scritto solo scemenze, ma "di aver detto verità sacrosante in forma sciocca".
Ma ritorniamo ai versi maltusiani che la rivista Lacerba, diffuse, come detto, visto che a cimentarsi col metodo furono moltissimi autori e sostenitori e rappresentanti del Futurismo.
Lacerba, nata come detto nel 1913, ebbe breve durata, ché già nel 1915 terminò le pubblicazioni. I suoi rappresentanti, i futuristi, e i suoi direttori, Papini e Soffici, erano soliti trovarsi al Caffè delle Giubbe Rosse, a Firenze, (insieme agli altri letterati che non condividevano le idee rivoluzionario del Futurismo), per declamare le loro opere e/o scambiarsi opinioni e/o preparare gli articoli da pubblicare e le serate da fare nei vari teatri della penisola. Non mancò per l'occasione una quartina sul famoso ritrovo per i letterati fiorentini, dove i futuristi erano i casinisti per eccellenza con le loro costanti escandescenze naturali:

Giubbe Rosse è quella cosa
che ci vanno i futuristi
se discuton non c'è cristi
non puoi pi
ù giocare a dam

Su Lacerba appaiono i primi versi maltusiani, che scrissero sia Giovanni Papini che Ardengo Soffici.
Questi, nella rubrica che teneva sulla rivista, proprio nel 1913 pubblicò per primo alcune poesie di Luciano Folgore.
Ecco una sua quartina che a qualcuno apparve blasfema.

Padreterno è quella cosa
Che ti veglia giorno e notte
Ma che poi se ne strafotte
Del
le tue calamità.
(Luciano Folgore, 1913)

A questa ne seguirono altre; anche dei due direttori, che si decisero ad affrontare il fenomeno di petto; e fu proprio la rivista stessa a editare un Almanacco Purgativo con versi maltusiani. Fu scritto in occasione dell'esposizione di pittura futurista che si tenne a Firenze dal novembre 1913 al gennaio 1914. Costava cinquanta centesimi.
Sono andato a cercare un'antica mia copia dell'Almanacco, scartabellando tra i libri ben ordinati nelle varie scansie della mia libreria, lassù in alto, dove tengo i libri antichi e rari, ormai introvabili - gran parte sono opere degli autori di quell'ultimo quindicennio dell'ottocento e dei primi quindici anni del novecento- e alfine l'ho trovato.
Leggo nella prima di copertina: ... è uno di quei rari documenti che possono resti-tuire intatto il gusto, il sapore di un'epoca... Una pubblicazione scapigliata e burlesca, come la definisce Soffici, l'Almanacco è quindi il canto del cigno non solo di un gruppo d'avanguardia, ma di un'intera dimensione di vita che sarà di lì a poco sconvolta dalla guerra e mai più ricostituita.
L'ho riletto volentieri, ci sono voluti pochi minuti; e vi ho ritrovato ciò che avevo letto in gioventù: di tutto e di più; ma quello che a noi qui interessa sono le prime 60 pagine (il volumetto ne ha appena 150), in cui al centro di ogni pagina c'è stampigliato a grossi numeri e lettere il calendario di tutti i mesi, nella parte alta ci sono detti o frasi celebri di autori classici italiani e stranieri (Machiavelli, Leopardi, Balzac, Strindberg, Pascal, etc.) e in basso due per pagina affiancati maltusiani domenicali.
Ne riporto qualcuno;

nel mese di marzo

mezzogiorno è quella cosa
per cui sparasi il cannone,
tutti vanno a colazione
rim
ettendo l'oriol

nel mese di giugno

cimitero è quella cosa
dove stanno solo i morti
non si sono ancora accorti
che i lor car
i stanno altrov

nel mese di ottobre

moralista è quella cosa
che del fico vuol la foglia
ma se poi gli vien la voglia
vuole il fru
tto al femminil

L'ultima quartina maltusiana, che chiude questa breve raccolta in cui si sbeffeggia più di uno dei personaggio in voga allora, da Papini a Carrà a Prezzolini a Soffici, da Pratella a Russolo a D'Annunzio, è nella pagina del mese di dicembre, ed è dedicata al libro; eccola

almanacco è quella cosa
che si fa una volta all'anno
gli anni vengon gli anni vanno
ma ti r
esta l'almanacc

Ho chiuso con nostalgia questo volumetto che sa di antico, e che per un quarto d'ora mi ha riportato malinconicamente indietro negli anni, alla mia trentina, dico, quando ho cominciato a studiare a fondo quel periodo d'oro della nostra letteratura, compreso il bistrattato Futurismo, entrando in quel mondo sulla scia del grande poeta di Marradi, Dino Campana, coi suoi inimitabili e immortali Canti Orfici. Che ho amato come nessun'altra opera letteraria,
Ma bando alla melanconia, per dirla con un termine obsoleto o quasi, e torniamo a noi.
Uno degli autori futuristi che scrisse maltusiani più degli altri è Luciano Folgore
Luciano Folgore Roma 1888-1966. Pseudonimo dello scrittore Omero Vecchi, futurista, tra le sue opere Il canto dei motori, con la quale esordì nel 1912, ma si ricorda soprattutto per la sua vena satirica, per i suoi versi estrosi ed estemporanei e per i componimenti in quartine maltusiane
Molte delle quartine più sopra pubblicate sono le sue, ma qui ne vogliamo riportare un'altra molto bella e a doppio senso nemmeno troppo celato

l'obelisco è quella cosa
che si drizza sulle piazze
ne van matte le ragazze
perché dur
o e volto in su

Non mancarono, come già ai tempi del giudice di Salerno, Ferdinando Ingarrica, anche poeti da strapazzo, poeti dilettanti e non, che ne scrissero, e anche di belli; eccone uno di un anonimo molto simpatico:

La saliera è quella cosa
che ha la forma di un occhiale;
da una parte ci sta il sale
e dall’altr
a ci sta il pep.


Ettore Petrolini, Roma 1884-1936. L'attore romano partecipava spesso alle famose serate futuriste quando queste venivano organizzate nella capitale. Attore comico e drammaturgo e sceneggiatore; ma fu anche poeta e scrittore delle sue gag di avanspettacolo, e non mancò di scrivere versi maltusiani alla stregua dei futuristi. Ne scrisse molti nel suo Manuale dello chauffeur; mentre altri ne contiene l'altra sua opera Ti è piaciato?, in numero di ventisette, per l'esattezza; descrive tra i molti, ad es., la lingua l'amore il farmacista il cagnolino.
Leggete questo sulla moglie, una chicchera:

È la moglie quella cosa
che per lusso e per vestito
spende il doppio del marito
e si
chiama la metà.

Ce n'è uno nel quale si autodefinisce:

Petrolini è quella cosa
che ti burla in ton garbato,
poi ti dice: ti à piaciato?
se ti off
endi se ne freg

Ai giorni d'oggi la rivista Golem, quando era diretta da Stefano Battezzaghi (come ci informa Pier Paolo Rinaldi), ha riproposto diversi maltusiani parlando appunto di Ingarrica e dei Futuristi.
Versi maltusiani che si sono adeguati ai tempi moderni prendendo di mira personaggi attuali; e poteva mancare dunque il cavaliere per eccellenza?
Eccone uno il cui autore è l'autore de Il nome della Rosa.

Berlusconi è quella cosa
che ci dà TV ogni sera
poi per non patir galera
org
anizza Forzital.
(Umberto Eco)

Bene amici che mi leggete: ho detto tutto o quasi sull'argomento. Forse mi resta ancora una cosa, eccola.
Riporto le parole di una celebre canzone del 1918, Come pioveva, il cui autore è il celebre Michele Testa, in arte Armando Gill (Napoli 1877-1945) che ne scrisse anche la musica.
E come questa se ne contano a centinaia, a partire dagli anni cinquanta in avanti. Che cosa sono quelle parole tronche a fine quartina, se non residui o reminiscenze delle famose ingarrichiane o maltusiane?

C'eravamo tanto amati
per un anno e forse più,
c'eravamo poi lasciati
non ricordo come fu.

Ma una sera c'incontrammo
per fatal combinazion,
perchè insieme riparammo,
per la pioggia, in un porton.

Elegante nel suo velo,
con un bianco
cappellin,
dolci gli occhi suoi di cielo,
sempre mesto il suo visin.

marcello de santis

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DIALOGO DI CRISTOFORO COLOMBO E DI PIETRO GUTIERREZ

19 Gennaio 2015 , Scritto da Valentino Appoloni Con tag #valentino appoloni, #saggi

DIALOGO DI CRISTOFORO COLOMBO E DI PIETRO GUTIERREZ

Il Dialogo di Cristoforo Colombo e di Pietro Gutierrez è stato composto nel 1824 e fa parte delle Operette Morali, il grande affresco filosofico in cui Giacomo Leopardi espresse il suo pensiero in forma discorsiva o dialogica.

Gutierrez accompagna il celebre navigatore nel viaggio alla ricerca delle Indie; una notte, la stanchezza per la finora frustrata attesa di arrivare alla terraferma fa sorgere questo dialogo. L’uomo chiede a Colombo se crede che lo scopo verrà raggiunto: “... se ancora hai così per sicuro come a principio di trovar paese in questa parte del mondo; o se dopo tanto tempo e tanta esperienza in contrario, cominci niente a dubitarne”.

La risposta accoglie alcuni dubbi: “... confesso che sono entrato un poco in forse”. Perciò, di primo acchito, sembra di leggere un testo dedicato alla vanità dell’agire umano; tanti calcoli, studi, progetti destinati ad approdi incerti, insicuri, contradditori o diversi da quanto ci si era prefissato. Il genovese passa in rassegna i segni che nel viaggio lo avevano fatto inutilmente sperare. Ora è giunto a pensare perfino che sia “ … vana la congettura principale, cioè dell’avere a trovare terra di là dall’oceano”. La pratica, nota ancora, spesso discorda dalla speculazione e quindi ogni ipotesi potrebbe rivelarsi fondata o infondata. Si potrebbe trovare solo un immenso mare, oppure effettivamente la terra, o un elemento diverso da acqua e terra. Magari sarà un posto disabitato e inabitabile. Nonostante tanto sferragliare di cervelli, nulla si sa con certezza. Il sapere deve attendere il vaglio della realtà: “… veggiamo che molte conclusioni cavate con ottimi discorsi, non reggono all’esperienza”. A questo punto Gutierrez, in modo misurato ma esplicito assesta una dura domanda diretta. Il navigatore sulla base di una semplice opinione speculativa, ha esposto la vita sua e degli altri? Una mera ipotesi, una labile congettura giustifica un viaggio così pericoloso? È la fase più drammatica del dialogo, quella in cui la debolezza della ragione umana viene smascherata pienamente e con essa una certa consapevole spavalderia dell’uomo che vuole comunque “andare a vedere”, rischiando col suo azzardo di trovare con lo smacco per le proprie teorie sbagliate anche la morte. Ma da qui in avanti il tono si apre alla speranza e a una certa fiducia, per quanto tutto il testo in generale si mantenga su un livello sobrio. Colombo ammette che c’è solo una congettura dietro al suo viaggio. Forse si arriverà alla terra tanto cercata, forse invece i calcoli si riveleranno errati. Ma già questo permette di fare passi avanti; il viaggio consente di rilevare gli errori negli scritti del passato e questo fa crescere tutta l’umanità. Il genovese all’inizio era parso come l’uomo che erra due volte, sia nel senso di viaggiare, sia in quello di sbagliare. Ora invece appare come un faro dell’umanità, conscio della limitatezza dei mezzi della scienza, ma pronto a cogliere nel calcolo smentito dall’esperienza un’occasione di crescita. Il viaggio di Colombo è il viaggio dell’uomo che procede per tentativi, fa tesoro degli errori, si muove con raziocinio e senza drammi, poiché fin dall’inizio non nega la propria fallibilità. Soprattutto, e questo appare il nucleo più leopardiano, il viaggiare permette di tenere lontana la noia che fa scoprire il vuoto del vivere. Cercare e arrischiare permettono di tenere cara la vita, facendo stimare cose altrimenti non tenute in debito conto come la vita stessa, la casa, la tranquillità. Quindi lo stimolo che viene da questo scritto è un invito all’azione, all’attività, all’avere obiettivi anche ambiziosi. Cosi la piaga della noia resta distante e cercando le grandi cose si apprezzano le piccole che stanno nella quotidianità. Se nel Dialogo tra un venditore d’almanacchi e di un passeggere si insisteva sul fatto che l’uomo pone il piacere sempre nell’avvenire, non avendone esperienza nel passato e nel presente e là questo era un disincantato prendere atto di come ci si voglia autoingannare nel pensare che la felicità (mai vissuta né ieri né oggi) sia sempre possibile in un domani (cui forse mai si giungerà), qui il testo offre, invece, puntelli di speranza e fiducia. Colombo tiene sempre lo sguardo alla natura e ne osserva attentamente le manifestazioni. Le nuvole, l’aria, il vento, gli uccelli, qualche ramicello nell’acqua lo inducono a un cauto ottimismo: “… tutti questi segni, per molto che io voglia essere diffidente, mi tengono pure in aspettativa grande e buona”. Così termina il dialogo, con queste note di azzurro; i due personaggi non sono per niente spaventati dall’immensità dell’oceano, tanto che la loro apprensione si fa sempre più tenue. La natura qui non incute timore all’uomo, ma si offre docile alla sua osservazione. Le congetture di Colombo sono una teoria nel senso greco del termine, sono ossia un attento osservare, un ragionare tenendo gli occhi sul mondo circostante. Si potrebbe dire che il bellissimo dialogo in realtà è un “trialogo”. Tre sono infatti le voci; Gutierrez, Colombo e la natura stessa.

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IERI COME OGGI La ferocia della guerra

15 Gennaio 2015 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

  IERI COME OGGI  La ferocia della guerra

Nel 415 a. Ch. Euripide, mentre infuriava in Grecia la guerra del Peloponneso, con lo spirito probabilmente turbato per la ferocia mostrata dai contendenti, presentava al pubblico ateniese la tragedia Le Troiane. Si tratta di un’appassionata denuncia degli orrori delle guerre, che sono rovina per i vinti ma anche causa di degradazione morale per i vincitori, facilmente trascinati ad abusare della vittoria. La vecchia regina Ecuba, davanti all’uccisione del piccolo Astianatte, precipitato dalle torri di Troia, dirà rivolta ai vincitori:

…Greci/che siete pieni di orgoglio per le fortunate/vostre imprese guerresche, certamente/ voi non potrete gloriarvi mai/d’essere saggi, se compite tali/inconsueti terribili delitti.

La madre Andromaca effonde dolorosi lamenti:

Andròmaca:
   O carissimo, o tu sopra ogni cosa
   adorato figliuolo, or la tua madre
   misera lascerai, morrai per mano
   dei tuoi nemici; e ucciso la grandezza
   di tuo padre t'avrà: che agli altri suole
   recar salute; e fu quel suo valore
   per te retaggio inopportuno. O letto
   mio sventurato, o nozze, o casa d'Ettore,
   dove un giorno entrai sposa, e non perché
   vittima un figlio procreassi ai Dànai,
   ma un sovrano alla fertile Asia. O figlio,
   tu piangi: intendi la sciagura tua?
   Perchè t'afferri con le mani a me,
   stringi le vesti mie, come uccelletto
   ripari sotto l'ali mie? Dal suolo
   Ettore fuor non balzerà, stringendo
   la sua lancia tremenda, a tua salvezza,
   non del padre i parenti, e non la forza
   dei Frigi: un salto luttuoso, senza
   pietà, col capo in giù, spiccar dovrai,
   spirar l'alito estremo. O dilettissimo
   tenero amplesso per la madre, o dolce
   fragranza delle membra! Invano, dunque,
   te nelle fasce il sen mio nutricò,
   invano mi travagliai, mi macerai
   nelle fatiche! Or, la tua madre abbraccia,
   ché più non lo potrai, sèrrati a me
   che t'ho concetto, al collo mio le braccia
   serra, la bocca alla mia bocca stringi.
   O inventori di pene orride, o Ellèni,
   questo fanciullo, d'ogni colpa scevro,
   perché mai l'uccidete?

La descrizione della crisi dei valori in guerra è così descritta dallo storico Tucidide nella sua opera.(libro III, 82-83)

Le interne scosse segnarono a fondo le città con le infinite tracce del tormento e del sangue, che sono state e saranno sempre la dolente e cupa eredità di quei moti (finché non si converta la natura umana), più o meno temperata o convulsa, svariante da caso a caso, in armonia con il fluire ininterrotto e cangiante delle occasioni particolari. Quando splende la pace e l'economia è florida, le città e i privati godono di più limpidi intelletti, poiché non sono ancora inchiodati a fronteggiare ristrettezze implacabili. La guerra invece, che strappa dalla vita il quotidiano piacere della prosperità, è una maestra brutale e sa porre a modello, per orientare e accendere le passioni della folla, le circostanze del momento. Così non solo s'inaspriva lo strazio delle città sconvolte ma anche quelle in cui, per qualche motivo, esplodeva più tardi il seme della discordia, educate agli esempi del passato, si ingegnavano di spiegare all'eccesso il già sfrenato ventaglio d'originali e fantastici piani, per raffinare l'ingegnosa tecnica degli assalti a tradimento, per scoprire i più perfezionati e strani modelli di rappresaglia. L'ordinario rapporto tra i nomi e gli atti rispettivamente espressi dal loro significato, cioè l'accezione consueta, fu stravolto e interpretato in chiave assolutamente arbitraria. La temerità irriflessiva acquistò valore d'impeto eroico al sacrificio per la propria parte; la cautela accorta di maschera decorosa, per panneggiare uno spirito vile. La prudenza fu ritenuta un ripiego per celare la paura, spregevole in un uomo; l'intelligenza sollecita a scrutare ogni piega di un problema fu spacciata per totale inettitudine all'azione. Si valutò la furia selvaggia e folle qualità veramente degna di un ingegno virile; il ponderare guardinghi gli elementi di un'iniziativa, per dirigerla sicuri, onesto schermo per ripararsi nell'ombra. Il sordo ringhio della critica, del malcontento, ispirava sempre fiducia; ma la voce che si levava a contrastarlo si spegneva ogni volta nel sospetto. Operare un tradimento con mano pronta e felice pareva indizio di svelta mente, e prevenirlo un traguardo di destrezza anche più fine. Sulla meditata rinuncia a uno di questi metodi s'addensava l'accusa d'essere un fattore d'eversione per il proprio partito, e il frutto dello spavento di fronte all'avversario. In una parola, anticipare il collega di parte in una triste impresa era alta lode come eccitarvelo, se non ne aveva ancora concepito il progetto. Perfino al vincolo del sangue si riconosceva minor vigore che a quello di parte, poiché questo concedeva più sconfinato agio ad un ardimento senz'altro sciolto dall'obbligo d'accampar pretesti. Giacché sodalizi di tale carattere non sorgono con filantropici intenti, nel rispetto dell'ordine legale, che anzi calpestano per dissetare l'immorale febbre di potere. E le affermazioni di lealtà scambievole non si radicavano nel benedetto terreno delle leggi rese sacre dalla volontà divina, ma nella complicità cosciente d'innumerevoli soprusi. Le proposte del partito avverso, pur quando apparivano immuni da obliqui scopi, venivano accolte, ma solo per premunirsi su concrete basi nell'eventualità che entrassero in vigore, non in ossequio a un senso di liberale fiducia. Era più gradito merito avere un'ingiuria da vendicare che non averne subita nessuna. Se mai si perveniva a un'intesa, fondata su giuramenti, il loro valore si esauriva in quell'istante, costituendo l'unica soluzione per una parte e l'avversaria, quando lo stato attuale dei loro rapporti era troppo scottante e pareva non consentire sbocchi: ma chi, in questa corsa di sfrontata audacia, sapeva cogliere primo l'attimo propizio, scorgendo l'avversario allo scoperto, con più vivo piacere lo trafiggeva, poiché ingannava la sua fiducia più che assalirlo con leale slancio. Esercizio che si basava su un calcolo di sicurezza, ornato e impreziosito dal decoro del futuro vanto d'ingegno, giacché si avrebbe atterrato il nemico con l'insidia. Infatti i più scelgono d'esser chiamati astute canaglie che valent'uomini scipiti: reputazione questa che induce alla vergogna, quella all'orgoglio. L'avidità di potere era l'origine di tante perversioni: per furore di guadagno o d'onori. Istinti da cui si sprigiona, al primo nascere delle lotte faziose, la vampa ardente della passione politica. Chi, infatti, nelle varie città, emergeva dai conflitti impugnando il potere sulle ali prestigiose di una qualifica politica del pari protetta da una nobile, seducente patina, sia che per interessi di partito, proclamasse la sua fede nella eguaglianza di tutti di fronte alle leggi che reggono la convivenza sociale, o nella necessità di restringere a pochi, i migliori, i più saggi, il governo dello stato, pretendeva sempre, a parole, di aspirare al pubblico bene come a un premio ambito, ma in realtà, senza esclusione di colpi, combatteva una lotta spietata per un personale dominio. Vi impiegavano intrepidi gli strumenti più sanguinosi, e replicavano con rappresaglie anche più orrende senza intravedere nell'ordine legale e nel beneficio dello stato un limite invalicabile. L'orizzonte delle atrocità s'ampliava ad abbracciar via via quanto potesse spegnere per un attimo la brama di ciascuno. Occupavano il posto di comando appoggiandosi a un illegale verdetto di condanna o a un atto violento: nessuna bassezza era loro d'ostacolo a soddisfare l'attacco improvviso e sconvolgente della loro frenesia: il potere! Nessun partito praticava la pietà religiosa.

La più amabile stima circondava colui al quale sorrideva la fortuna in qualche impresa funesta sorretta da una rete abile e splendente d'illusori discorsi. I cittadini che preferivano una posizione d'attesa e d'equilibrio si esponevano come bersagli a entrambe le parti: sia per l'acredine che suscitava il loro sottrarsi all'adesione e all'appoggio, sia per il geloso rancore acceso dalla loro neutralità.

Dunque, al seguito delle sommosse civili, l'immoralità imperava nel mondo greco, rivestendo le forme più disparate. La semplicità limpida della vita che è il terreno più fertile per uno spirito nobile, schernita, s'estinse. Dilagò e s'impose nei personali rapporti, in profondo, un'abitudine circospetta al tradimento. Non valeva il sincero impegno verbale a distendere i cuori, né il terrore di violare un giuramento. Ognuno, quando aveva dalla sua la forza, vagliando volta per volta il proprio stato, certo che nessuna garanzia di sicurezza era degna di fiducia, con fredda meticolosità si disponeva piuttosto a munirsi in tempo d'adeguata difesa che concepire, sereno, d'aprir l'animo suo agli altri. Ed erano gli intelletti più rudi a conquistare di norma, il successo. Attanagliati dalla paura che il loro breve ingegno soccombesse all'acume dei propri antagonisti, alla loro destrezza di parola, nell'ansia d'esser trafitti prima d'avvedersene, dalla loro insidiosa mobilità inventiva, si slanciavano all'azione, con disperato fervore. I loro avversari invece, colmi di sdegnoso sprezzo, certi di prevenire ogni mossa nemica con una percezione istintiva, ritenevano superflua ogni concreta tutela fondata sulla forza fisica, e così scoperti perivano, fitti di numero.

Nel mondo romano la pax era una pace imposta con la forza e volta al dominio e alla sottomissione di un popolo conquistato. I romani giustificano la loro spietatezza definendosi i “migliori” e in quanto tali a loro si devono sottomettere i popoli più deboli.

Tacito (57 d.C.-120 d.C.) fu un grande storico dell’età imperiale di Roma.
Nell’Agricola, opera dedicata, per l’appunto, al generale Giulio Agricola, impegnato sul fronte della Britannia, lo storico parla di Càlgaco, un capo che riuscì a riunire sotto il suo comando tutte le tribù della Caledonia (l’attuale Scozia). Prima di combattere Càlgaco cerca di infondere coraggio ai suoi uomini e pronuncia un discorso in cui propone due alternative: la libertà o la morte. I romani, infatti, sono visti come insaziabili dominatori. Significativa è la frase che Tacito fa pronunciare al capo caledone a proposito della pax romana: “Ubi solitudinem faciunt, pacem appellant”, che vuol dire, "là dove fanno il deserto gli danno il nome di p
ace".

Questa frase è stata anche oggi utilizzata per definire la politica imperialista delle grandi potenze.

Già Sallustio (85 a.C. - 35 o 36 a.C.) prima di Tacito aveva scritto nelle Historiae "I romani fanno la guerra a tutti, ma sopratutto a quelli la cui disfatta promette spoglie opime: osando, ingannando, passando da una guerra all'altra si sono ingranditi".

Sono le parole che Sallustio fa pronunciare a Mitridate, re del Ponto, per convincere il re siriano Arsace ad un’alleanza.

Ma, sebbene a pronunciare quelle parole nelle Historiae sia Mitridate, a scriverele è pur sempre Sallustio il quale è cosciente della decadenza dei "boni mores" sostituiti ormai dalla "potentiae cupiditas" dei Romani.

Dunque tanto Sallustio quanto Tacito sembrano schierarsi contro la avida politica imperialistica di Roma. In realtà Tacito non fu un critico dell’Imperialismo romano sic et simpliciter.

Il suo merito principale fu quello di porsi dal punto di vista altrui, ossia dei nemici e degli sconfitti. Seppe cioè dar voce anche alla posizione non ufficiale. Gli storici più "pluralisti", almeno a partire da Sallustio, esplicitavano le denunce contro gli eccessi imperialistici della politica estera romana facendo pronunciare un discorso di accusa ad un nemico di Roma, riprendendo, in tal modo, un modello narrativo che risaliva alla storiografia greca. Lo stesso fa Tacito in più di un caso.

Tuttavia Tacito, pur sembrando condividere il punto di vista del nemico, non intende porre in discussione l'imperialismo romano, in quanto ritiene che l'ordine di Roma (la "pax romana") sia l'unica garanzia di sopravvivenza per tutti. Fa infatti pronunciare al generale Petilio Ceriale un’apologia dell'imperialismo romano. In conclusione, secondo Tacito, non è realistico prescindere dalla "pax romana" nonostante i suoi difetti. Il suo merito è stato comunque quello di metterli in luce dando voce alle vittime della missione universale di Roma.

Discorso di Calgaco

«Quando ripenso alle cause della guerra e alla terribile
situazione in cui versiamo, nutro la grande speranza che questo giorno, che vi
vede concordi, segni per tutta la Britannia l’inizio della libertà. Sì, perché
per voi tutti qui accorsi in massa, che non sapete cosa significhi servitù, non
c’è altra terra oltre questa e neanche il mare è sicuro, da quando su di noi
incombe la flotta romana. Perciò combattere con le armi in pugno, scelta
gloriosa dei forti, è sicura difesa anche per i meno coraggiosi. I nostri
compagni che si sono battuti prima d’ora con varia fortuna contro i Romani
avevano nelle nostre braccia una speranza e un aiuto, perché noi, i più nobili
di tutta la Britannia - perciò vi abitiamo proprio nel cuore, senza neanche
vedere le coste dove risiede chi ha accettato la servitù - avevamo perfino gli
occhi non contaminati dalla dominazione romana. Noi, al limite estremo del mondo
e della libertà, siamo stati fino a oggi protetti dall’isolamento e
dall’oscurità del nome. Ora si aprono i confini ultimi della Britannia e
l’ignoto è un fascino: ma dopo di noi non ci sono più popoli, bensì solo scogli
e onde e il flagello peggiore, i Romani, alla cui prepotenza non fanno difesa la
sottomissione e l’umiltà. Predatori del mondo intero, adesso che mancano terre
alla loro sete di totale devastazione, vanno a frugare anche il mare: avidi se
il nemico è ricco, arroganti se povero, gente che né l’oriente né l’occidente
possono saziare; loro soli bramano possedere con pari smania ricchezze e
miseria. Rubano, massacrano, rapinano e, con falso nome, lo chiamano impero;
infine, dove hanno fatto il deserto, quello chiamano pace.»

Effetti della guerra e della pace in Tibullo, un poeta romano del I secolo a.C

Liber I,10

Guerra e pace

Chi fu il primo ad inventare le terribili spade? quanto davvero ferino e ferreo egli fu! Da allora sono nate le stragi per il genere umano, da allora i combattimenti, ed è stata aperta una via più breve alla morte terribile. O forse quel miserevole non ebbe nessuna colpa: noi abbiamo volto a nostro male ciò che egli inventò contro le terribili bestie? Questo è colpa dell'oro che arricchisce, e non c'erano guerre quando una coppa di faggio stava davanti alla mensa, non c'erano rocche, né trincee, ed il pastore faceva sogni sicuro fra le pecore dai vari colori. allora sarei vissuto felicemente, non avrei conosciuto le tristi armi e non avrei udito il suono di tuba con il cuore in tumulto. ora sono spinto di forza alle guerre, e già forse un nemico porta le frecce destinate a piantarsi nel mio fianco. Lari patrii, salvatemi: voi stessi mi avete anche allevato, quando bambinello sgambettavo davanti ai vostri piedi. Non vergognatevi di essere fatti di legno antico: così abitaste la dimora del mio antico avo.

Allora tennero meglio fede, quando un dio di legno era in una piccola nicchia con modesto culto; quest'ultimo era pago sia che qualcuno gli avesse fatto offerte d'uva, sia che gli avesse posto sulla sacra chioma coroncine di spighe; e qualcuno di persona gli portava - esaudito nel voto - focacce: e dopo di lui veniva la piccola figlia portando come compagna un favo puro. E da me scacciate i dardi di bronzo. (per voi) ci sarà un maiale (tolto) dal ricolmo porcile come offerta rustica; io la seguirò con una veste pura, porterò un canestro cinto di mirto, anch'io col capo circondato di mirto. Così io possa piacervi, qualcun altro sia forte nelle armi ed abbatta i comandanti avversari con il favore di Marte, perché possa raccontarmi mentre bevo le sue imprese di soldato e dipingere con il vino l'accampamento sul tavolo. Quale pazzia è affrettare con le guerre la morte terribile? Incombe già e viene con piede silenzioso di nascosto. Laggiù non ci sono campi seminati e coltivazioni di vigne, ma Cerbero feroce e lo squallido nocchiero della palude Stigia; lì erra per le acque oscure una folla spettrale con le gote lacerate ed i capelli ustionati. Quanto piuttosto si deve lodare chi, dopo essersi procurata una prole, la lenta vecchiaia raggiunge nella propria casa! Egli stesso accompagna le sue pecore, ed il figlio gli agnelli, e la moglie prepara l'acqua calda per lui stanco. Così possa essere io! e mi sia concesso incanutire nel capo con i capelli bianchi, e da vecchio raccontare fatti del tempo antico. Nel frattempo la Pace renda fecondi i campi; la candida Pace per la prima volta condusse ad arare i buoi sotto i gioghi ricurvi; la Pace fece crescere le viti e ripose i succhi d'uva, affinché l'anfora del padre possa versare vino per il figlio; quando c'è pace la marra ed il bidente splendono, mentre la ruggine si impadronisce delle tristi armi del duro soldato nelle tenebre.

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