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saggi

Il Futurismo e la poesia

27 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #poesia

Il Futurismo e  la poesia

La poesia futurista, se di poesia è lecito parlare, oltre a servirsi come già detto della forma libera, affronta gli argomenti più strani, se posti in relazione ai contenuti della poesia dell’800 e di certa poesia del primo novecento.
Nascono allora composizioni che si presentano con termini come (scusate l’elenco un po’ fastidioso) carrozze, pagnotte di sterco, verzure, dormiglioni, faccia marmifica, bocciuoli, famigliola, garofani, ruffiani, sconcezze, sputacchi, sbudellare, etc, oppure componimenti chiaramente artefatti, vorremmo aggiungere, fatti per stupire, con locuzioni del genere pettinare pensieri, bulinare il cervello, cantare l’epicinio; con definizioni tipo tiremolla d’allegria, altare cornuto dell’incudine, decapitazione del sole, ventarole di latta, pipe sornione.
Ecco come, in questa breve poesia, descrive le orchidee Corrado Govoni (e notate che Govoni fu un poeta futurista solo per alcuni tratti, noi infatti lo ricordiamo piuttosto come un crepuscolare influenzato dal Pascoli e D’Annunzio):

Ernie variopinte dei fiori/ semicupi delle farfalle/ spegnitoi
delle lucciole verdi/ aborti gialli degli incubi/ malattie veneree riprodotte
in cera/ vulve complicate ed oscene/ berretti da notte degli gnomi/
pitali delle silfidi/ fiori di stupro/ fiori di lupanare/ fiori omosessuali/
tavolozze dell’arco
baleno/ afrodisiaci peni rossi/
serviti sopra piatti di maiolica”.


Abbiamo detto più sopra: "se di poesia è lecito parlare", e il dubbio è nato (e resta) dopo la lettura di un bel mucchio di versi (abbiamo affrontato, per amore di informazione, poesie chilometriche di vari autori futuristi e, quando siamo giunti alla fine di ogni composizione, con tanta fatica e tanta tanta noia, ci siamo accorti di aver dimenticato nel frattempo il senso ed il contenuto “delle liste di cose elencate alla rinfusa”).
E’ necessario qualche esempio:

In sera di festa, la veglia era piena/ smagliante di luci e di gemme/
fiorita dai petali rossi e scarlatti/ di dolci sorrisi lunghissimi,/
fra muover di passi leggeri,/ di piccoli passi dorati/ strisciare d’inchini
profondi, lentissimi,/ frusciare di serici manti,/ di manti vermigli,
violetti,/ di manti bianchissimi,/ coperti di gemme fulgenti,/
cosparsi di perle finissime,/ goccianti di vivi diaman
ti,/
fluenti di trecce biondissime/…

Riportiamo adesso una decina di versi sempre di Palazzeschi, presi da La passeggiata, che si snodano sullo stesso tono per più di cento versi:

… orologeria di precisione./ 43./ Lotteria del milione./ Antica trattoria/
la pace,/ con giardino;/ mescita di vino./ Loffredo e Rondinella,/
primaria casa di stoffe,/ panni, lana e flanella./ Oggetti d’arte,/
antichità./ 26,/ 26 A./ Corso Napoleon
e Bonaparte,/ ecc…

Passiamo ad un’altra poesia, e vi prego se potete, arrivate fino in fondo:

… Or sibili e zirli, fra trilli e strilli acutissimi e fischi!/
All’ombra di tristi lentischi, li gnomi in arcione su grilli/
cavalcano./ Il Re, su la groppa si perde di un sorc
io
in gualdrappa/ turchina,/…

Leggiamo adesso qualcosa di Ardengo Soffici, altro munifico rappresentante del movimento, ma anche grande pittore e saggista e precisamente alcuni versi tratti da Atelier (non sappiamo dove cominciare, visto che non esiste punteggiatura, né consecutio… logica!).

Dai quattro punti del mondo/ addipano l’arcobaleno/
lasciate le cose gli uomini i paesi/ venite a me come semplici fanciulli/
posarmisi intorno ognuno al suo posto nelle cornici/ bottiglie di tutti
i liquori scritti sull’etichetta/ Sher Tyui Césa/ un f
ico dottato/ cocomeri
che marman la bocca/

E alcuni versi della poesia dall’argomento principe per i futuristi: Aeroplano: …

Frrrrr frrrrrfrrrrr affogo nel turchino ghimé/ mangio triangoli di turchino
di mammola/ fette d’azzurro/ ingollo bocks di turchino cobalto/
celeste di lapislazzuli/ celeste blu celeste chiaro celestino/
blu di pr
ussia celeste cupo celeste lumiera/

E, per finire, un ultimo esempio, tratto da Sobborgo di Luciano Folgore:

… Mezzodì. Pausa./ Riposo delle ciminiere./ Facce di nero all’aperto./
Fuliggine di mani./ Bocche spalancate:/ stridenti musiche di denti,/
e passanti radi/ nei vicoli
,/ e guadi d’orina./


Assistiamo inoltre alla esaltazione degli “automobili” degli aeroplani, delle ranocchie, dell’elettricità, della paglia, del caffè, etc…
Il fenomeno, però, pur presentando quasi sempre creazione scadenti sotto l’aspetto della “poesia”, fu senza dubbio importante per la spinta che portò a quel cambiamento, di cui si avvertiva il bisogno, in un’epoca in cui la staticità stava debilitando gli animi.
Il rinnovamento che il Futurismo propugnava forse ci voleva; ma non avrebbe dovuto essere portato alle estreme conseguenze formali e sostanziali di cui sopra, che generarono la morte della letteratura e dell’arte in generale.
Non vogliamo parlare qui delle conseguenze decisamente forti che il movimento ebbe negli altri campi della cultura, specie nelle arti figurative. Ma è doveroso accennare all’influenza rilevante che esercitarono in tutta l’Europa, il Marinetti e la sua avventura politico-letteraria.
La Russia, la Francia, la Germania subirono in maniera sensibilissima quella violenta scossa; in tutta Europa venivano pubblicati i manifesti futuristi lanciati da Marinetti e dai suoi adepti e seguaci; e si andò ancora oltre, con l’allestimento in diverse capitali europee di mostre di pittura, dove si potevano toccare i prodotti più veri ed immediati della idee scaturite dal movimento d’avanguardia ita
liano.


CONCLUSIONI

Giuseppe Prezzolini, contemporaneo di Marinetti, riteneva lo stesso: “uomo scarsamente colto, ma di una verbosità eccezionale”. Nel Futurismo, ebbe a dire, qualcosa di buono c’era; ma questo qualcosa non era “né nuovo né futurista, e consiste nell’anelito verso una arte moderna in Italia, quale l’Italia ancora non ha” . La voce, V, n.15, 10 aprile 1913. Continua l’articolo di Prezzolini: ”Alla domanda di un’arte moderna, le opere stesse dei futuristi non rispondono che imperfettamente, piene come sono di roba vecchia, di residui, di rimasticature, di zeppe d’annunziane, pascoliane, corazziniane, maeterlinckiane, decadenti, simboliste, wildiane, e anche classiciste e romantiche”. Forse Prezzolini esagera un poco, ma ci trova sostanzialmente d’accordo.

Parere non troppo dissimile fu quello di altri uomini di cultura del tempo, i quali riconobbero al buon Filippo Tommaso un’esuberanza che forse essi stessi avrebbero voluto avere.

Che il torto di Marinetti fosse quello di reputarsi un “maestro”, un “caposcuola”, come dubita lo stesso Lucini? In effetti, non ci fu una scuola di futurismo, quanto meno non se ne hanno i prodotti (in senso positivo). Per cui il nostro personaggio, che un po’ ironicamente nel titolo abbiamo definito un “regista” del movimento, possiamo definirlo come un uomo di buona volontà, che ebbe il coraggio di tentare, e di combattere per le sue idee, e al quale bisogna riconoscere il merito di aver dato una scossa indimenticabile (che contribuì in maniera determinante a “cambiare”) alla letteratura e all’arte di quel periodo. Tutto qui.
Intanto parallelamente al movimento, stavano mettendo le ali giovani di valore, quali Cardarelli, Montale, Ungaretti.

marcello de santis

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Le serate futuriste e Palazzeschi

25 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Le serate futuriste e Palazzeschi

Torniamo un attimo indietro, alla affermazione “il movimento contribuì al superamento del classicismo accademico e al rinnovamento dei mezzi espressivi”.
Sarà anche così, ma a noi, ad un esame accurato delle opere così concepite e create, non sembra proprio. Cosa è rimasto del futurismo oggi, a distanza di un centinaio di anni, che possa dirsi “far parte della letteratura italiana”? Nelle antologie scolastiche ad uso di qualsiasi tipo di istituto, oggi non c’è più notizia di tale movimento; in quelle dei mie tempi, al futurismo veniva riservata, sì e no, una mezza pagina, e solo a scopo di nozione, per non dire di curiosità. Più spesso, e talvolta in libri non propriamente scolastici, se ne parla come movimento più vicino alla politica e alla società del tempo, che non alla letteratura. Delle opere nate sotto l’egida di tale “iniziativa” non mi pare che se ne ricordino molte, se si esclude la sola che viene (veniva?) pubblicata sui libri di scuola, quella Fontana malata di Palazzeschi, dai rumori veramente “malati”:

- clof, clop, choch, / cloppete,/ cloffete/ clocchete/ chchch….
- /…. / e giù nel/ cortile/ la povera/ fontana/ malata, / che spasimo/
- sentirla/
tossire/…,

poesia che io stesso, in trasmissioni eseguite in radio libere e in spettacoli di poesia, ho proposto e riproposto al pubblico, solo ed esclusivamente per la musicalità che essa presenta, e per un omaggio al grande Palazzeschi, oltre all’originale recitativo da me composto, intitolato appunto “Il futurismo”, che presentai più volte al pubblico negli anni novanta insieme al mio gruppo appuntamento con la poesia.
Il resto, per parodiare allegramente il cantante autore Franco Califano, “tutto il resto è noia”!
Con l’adozione dei due princìpi suddetti, dunque – verso libero e paroliberismo – sorge spontanea la domanda: esiste la poesia? esiste il racconto? esistono il romanzo, la novella? esiste la “letteratura”?
O non si è provveduto a distruggere solamente, per lasciare libero spazio a “parole in libertà, usando la forma libera del verso”?

Non dimentichiamo, nel porre la domanda, che il Marinetti era un eccezionale declamatore, diremmo meglio un attore-istrione, che iniziò la sua attività, in teatro.
Nel 1900 decide di dedicarsi solo alla letteratura (aveva allora 26 anni) presentando “cosiddetti” spettacoli di poesia in Francia e in Italia, recitando e leggendo versi non solo di poeti italiani, ma anche e soprattutto di poeti francesi.
Fu così che il Marinetti prese (e riuscì) a diffondere, nel nostro paese (ed è uno dei pochi meriti che gli vanno riconosciuti), la poesia di Baudelaire, di Rimbaud, di Verlaine e di tutti quei poeti transalpini che andavano per la maggiore nella rive gauche de la Seine, in quella Parigi della fine ottocento.
Poi, dopo l’invenzione e la pubblicazione dei manifesti, mise in pratica il futurismo, con lettura e declamazione delle neonate opere, aiutato in ciò da alcuni o molti poeti e scrittori futuristi, appunto; e con loro venne a trovarsi anche il malcapitato Palazzeschi, che quasi sempre - avendo una voce esile e una poca o nulla faccia tosta, (ciò che era richiesto dalla bisogna) - doveva venire sostituito da altri compagni di avventura, o di sventura, quando non proprio da lui, il Filippo Tommaso, stante la gazzarra che gli spettatori mettevano “in scena” in platea, rispetto a quella che gli attori mettevano in scena sul palco, palco preso di mira da atroci invettive e lazzi e lancio di erbe e frutta. Erano queste le serate futuriste.

Quella del 12.1.1910 al Politeama Rossetti a Trieste. Palazzeschi si presenta, al suo turno, per declamare “la regola del Sole”. Sulla ribalta la sua poca voce viene soffocata quasi immediatamente dallo strepito incredibile e dagli schiamazzi di un pubblico incandescente.

E quella dell’ 8 marzo dello stesso anno al Politeama Chiarelli di Torino. Anche qui atmosfera surriscaldata. C’è da dire che i presenti sono più calmi che a Trieste. Ciò nonostante, Palazzeschi interrompe la sua lettura. Gli subentra Marinetti, la cui presenza sul palco genera quello che fino ad allora non è successo: urli e fischi sommergono ogni cosa.
Ultima ma non ultima, la serata del 20 aprile al Teatro Mercadante a Napoli. Ancora elettricità in sala. Al già sperimentato nelle sale nelle precedenti serate, si aggiungono gli ortaggi: patate, pomodori, frutta varia, dalla platea al palco; tutto in allegria.
Ecco: questo (anche questo) era il futurismo.
Come poteva Palazzeschi viverci a lungo? Resistere? Doveva durare poco. E fu così.
Finì in breve un altro periodo del suo vivere giocondo, di quella giocondità che le sue poesie avevano il dono (il pregio?) di generare; confessò a Giacinto Spagnoletti:

“allorquando ne volli far parte agli altri, tutti si misero a ridere,
ridere tanto da doversi reggere la pan
cia”. G. Spagnoletti, Palazzeschi, Longanesi, Milano, 1971, pag.68

Non poteva, questo nuovo modo di fare poesia (e prosa) che il Marinetti propugna a spada tratta, essere più utile, più aderente alla dizione in palcoscenico? Abbiamo provato anche noi a declamare a voce alta, davanti ad un microfono, alcune poesie dell’epoca futurista; e dobbiamo convenire che l’idea appena esposta potrebbe non essere completamente errata.
Fatto sta che Il Marinetti e i suoi amici futuristi “scrissero” secondo i nuovi canoni e, lasciatecelo dire, ne combinarono di tutti i colori. Non furono certo, Marinetti e gli altri, scrittori sprovveduti e mediocri, tutt’altro! Scrivevano bene, sapevano usare la penna; ma erano dei costruttori abilissimi e dei mestieranti convinti e capaci, che si attenevano strettamente alle regole dei manifesti.
Non erriamo se affermiamo che le cose migliori che “crearono” furono proprio “i manifesti”.

marcello de santis

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Il verso libero

23 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #poesia

Il verso libero

Nelle antologie scolastiche per licei e istituti superiori in genere, per rappresentare il Novecento letterario italiano si scriveva, almeno negli anni del mio ormai lontano liceo (perché non so se oggi nelle scuole si studi ancora poesia e futurismo) che “la letteratura del nuovo secolo si apre all’insegna della insoddisfazione e dell’irrequietezza”.
E questo per giustificare (e forse va bene così) la nascita di diversi movimenti, vedi: futurismo, crepuscolarismo, ermetismo, anche se per alcuni di questi non può parlarsi di vero e proprio movimento, formati, e diremmo meglio fondati, da gruppi di letterati o artisti (pittori, scultori, musicisti) tutti presi da anelito di rinnovamento, in antitesi ai vari decadentismo e simbolismo che non rispondevano più agli scopi della vita.
L’imperatore Gabriele D’annunzio, il focoso D’annunzio, canta la gloria militare, si ciba di rischio e di azione fremente, mostra una certa simpatia, anche se talvolta velata, per la violenza intesa in senso lato. Tutto questo – si commenta – è giustificato dal periodo in cui egli vive.

Già negli ultimi anni del secolo precedente, infatti, se andiamo a vedere nel sociale, ci sono movimenti di ribellione dei lavoratori, tendenti ad ottenere miglioramenti salariali e normativi; e non sempre l’autorità costituita interviene a proposito per portare o riportare la calma, per cui gli odi aumentano e gli scontenti si allargano. Allo sviluppo dell’industria fa riscontro una stasi delle misere condizioni dei braccianti e spesso un peggioramento delle stesse. I rincari dei generi di prima necessità rendono difficili le condizioni di vita. Nel periodo che ci riguarda (1900-1920), con Giolitti al governo, c’è qualche miglioramento, ma, ad un approfondito esame, è un miglioramento solo apparente, perché, con la crescita della coscienza della classe lavoratrice, crescono i fremiti di ribellione. La guerra di Libia (1911) e la forte emigrazione, in parte calmano, in parte eccitano, il popolo italiano.

Se sul piano politico e morale il giudizio sul futurismo italiano non può essere favorevole, bisogna però dire che nell’ambito letterario esso contribuì al superamento degli ultimi residui del sentimentalismo e del classicismo accademico; e stimolò il rinnovamento dei mezzi espressivi (A. Pasquali – M. Balestrieri – G. Terzuoli: La società e le Lettere. Edizioni Principato, Milano, 1981)

Il Futurismo, in effetti, nascendo e crescendo in mezzo alla “storia” cui abbiamo accennato, fu anche un movimento politico e morale (ma di quest’aspetto non parleremo nel presente saggio, perché l’argomento ci porterebbe troppo lontano; oltretutto richiede una trattazione a parte), per cui la prima affermazione (relativa alla politica e alla morale del futurismo.) l’accogliamo sic et simpliciter.
Cosa dire, invece, della seconda, che detta: … nell’ambito letterario esso contribuì… al rinnovamento dei mezzi espressivi? Ci torneremo sopra tra poco. Occupiamoci per adesso dell’aspetto propriamente letterario del futurismo. Se leggiamo le decine di manifesti pubblicati nel periodo storico del movimento, che copre appunto i primi quindici/venti anni dell’inizio del secolo, ci accorgiamo che le innovazioni, che lo stesso prevede e “ordina” ai seguaci, sono tantissime; accenneremo ad alcune (le più importanti) di esse, ché elencarle tutte richiederebbe troppo tempo e spazio.

Ecco le due novità basilari che il movimento propugna:

a) adozione del “verso libero”, all'inizio
b) adozione delle “parole in libertà”, in un secondo momento, quando si addiviene al rifiuto categorico del “verslibrisme” come “ormai sorpassato e non più rispondente” (F.T.Marinetti. Distruzione della sintassi – Immaginazione senza fili – Parole in libertà – 11 maggio 1913. “… il Verso libero dopo aver avuto mille ragioni di esistere, è ormai destinato a essere sostituito dalle parole in libertà”.)

Con il “verso libero” si intende dare un calcio al passato, creando qualcosa di diverso e di nuovo; ricordiamo, tra le altre, l’affermazione del Marinetti:

“Le forme prosodiche regolari devono essere escluse; lo scrittore futurista si servirà dunque, pel teatro, del verso libero; mobile orchestrazione di immagini e suoni…”.

Concetto che Marinetti rigetterà subito dopo, giustificando il rifiuto con il fatto che, purtroppo, nel verso libero non può esistere la sintassi e la grammatica, residuo di quel romanticismo che il Futurismo oppugna con tutte le sue forze.
Per cui lo troviamo ad addentrarsi nei meandri, invero contorti, delle parole in libertà, dove vanno ad imporsi altre regole; ricordiamo il bisogno di distruggere la sintassi, l’uso del verbo all’infinito, la necessità di abolire l’aggettivo e l’avverbio, e la punteggiatura.
E per ognuno di questi punti vengono dettate giustificazioni le più varie e le più strambe, che solo una mente fervida e superattiva come quella del nostro poteva immaginare.
Alla luce (o non sarebbe meglio dire “al buio”?) di quanto sopra, l’uomo di lettere si doveva ridurre a scrivere in questo modo:

“sole oro bilancia piatti piombo cielo seta calore imbottitura porpora azzurro torrefazione Sole=vulcano+3000 bandiere atmosfera precisione corrida furia chirurgia lampada raggi bisturi…”

Si noti che ho preso le poche righe di cui sopra, e non a caso, da quella che Marinetti chiama la sua “opera futurista… creata dal cervello” e che si affretta a precisare essere “un frammento fra i più significativi” (sic!).
Certo, secondo i canoni del suo “Manifesto tecnico della letteratura futurista” dell’11 maggio 1912, non poteva che essere così.


marcello de santis

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Il futurismo

21 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Il futurismo

A trentacinque anni o poco più, Filippo Tommaso Marinetti ha concretizzato la sua idea di “arte nuova” della quale aveva esposto i canoni nel primo dei moltissimi manifesti sul futurismo, alcuni anni prima.

Il suo modo di vivere e concepire l’arte fu accolto immediatamente e seguito, al suo primo vagire, dagli operatori dei vari campi della cultura. Lo spunto per questa rivoluzione letteraria gli venne dalle pagine di Verso Libero di Gian Pietro Lucini, che mai pensava che sarebbe stato considerato il punto di partenza della nuova era culturale. Ma se il verso libero fu lo spunto, è chiaro però che i germi della “letteratura d’assalto” dovevano essere stati covati a lungo nell’animo di Marinetti.

Lucini stesso, sorpreso e stupito da tanto raccolto, ad un certo punto sente il bisogno di “dissociarsi” dal movimento, affermando a chiare note di non essere mai stato un futurista (è vero, infatti, che nell’antologia dei poeti futuristi, pubblicata dal Marinetti nel 1812, non figurano testi poetici di questo autore). Quasi si vergogna (se la parola non è troppo pesante) di essere “additato”e “segnato” come un futurista.
Ci domandiamo: se non ci fosse stata la sua innocente opera dal titolo Verso Libero ci sarebbe stato ugualmente il movimento rivoluzionario che ha improntato di sé quasi un quarto di secolo?
Forse sì; ma almeno in questo caso il malcapitato Gian Pietro non avrebbe avuto rimorsi di alcun genere!
Sia come sia, il Lucini, un anno dopo la pubblicazione dell’Antologia di cui sopra da parte del Marinetti, sente la necessità di proclamare la sua “innocenza”, la sua “estraneità” da sempre al Futurismo. Anzi, lo stesso accusa il Movimento di aver limitato la libertà dell’artista coi suoi mille divieti, e si oppone veementemente sia al modo con cui le nuove idee vengono applicate, sia allo scopo ultimo che il Futurismo intende perseguire.
Sentiamolo, Lucini:

Contrariamente alla leggenda… la mia vita ed opera… non fu mai futurista… No, io non fui mai futurista; ho sin dal bel principio sorpassato il Futurismo; vi darò sotto tal copia di documenti da convincervi come, non solo non abbia mai piegato alle sue dottrine, ma subito cortesemente, privatamente, con molta fermezza, oppugnate…”


La Voce, fondata nel dicembre del 1908 da Giuseppe Prezzolini, il quale ne fu anche il primo direttore, fu, tra le varie riviste del primo novecento, una delle più serie e valide per la capacità culturale dei collaboratori, che ne fecero una “voce europea”. Dopo Prezzolini fu diretta da Papini prima, da De Robertis poi, sotto il quale divenne solo ed esclusivamente una rivista letteraria.
Aggiunge ancora Lucini, in questo numero del 15 aprile del 1913:

Ho l’orgoglio di proclamare che, senza la conoscenza del mio “Verso Libero” non sarebbe stato possibile il “Futurismo”. Ma insisto col dire che il Verso Libero venne mal letto e mal compreso, sì che da quell’affrettata cognizione, in cervelli non assuefatti al lavoro filosofico o critico, sorse il “caos futuristico”.

Ma la personalità del Marinetti è tanto forte che le nuove idee attecchiscono immediatamente, come edera al muro, pur con i suoi difetti di base. Che non sono pochi. Difetti grossi, quelli del buon Filippo Tommaso, o se si vuole, quelli del Futurismo.
Il primo e più eclatante è stato il rinnegare, il rigettare come ininfluente, come non valida, tutta l’opera artistica del passato, senza pensare che un movimento letterario non può non tenere conto anche e soprattutto di ciò che è stato (in positivo e in negativo).

Guai a che ammira il passato! Affrettiamoci a rifare ogni cosa, Bisogna andare contro corrente!... Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli! (sic!)… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossibile?... Noi vogliamo distruggere i musei le biblioteche le accademie d’ogni specie…”

Affermazioni assurde, e non è chi non veda! Il seme messo sotto la neve cresce e con la bella stagione diventa pianta; perché ci sia la pianta, dunque, non può non esserci il seme. Ecco il grossolano errore del Futurismo. Poteva esserci Futurismo, con tutti i suoi “vietato questo”, “vietato quello”, se non ci fossero stati i “questo” e i “quello”? Poteva esserci quel rinnovamento letterario dai futuristi auspicato e fortemente voluto, con la contemporanea rottura totale con la cultura del passato?


marcello de santis

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L'industria del corallo a Livorno

24 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

L'industria del corallo a Livorno

L'industria del corallo a Livorno copre tre secoli, dal seicento fino alla prima metà del novecent, ed è caratterizzata da alti e bassi, da fioriture e declini, decretati soprattutto dalla concorrenza francese e giapponese.

Nasce con i primi insediamenti di ebrei a Livorno nel 1602/3. Si sviluppa presto in un fiorente commercio internazionale, che porterà poi molte famiglie a emigrare nuovamente in Inghilterra, da dove il corallo parte per l'India. Sappiamo che sia il granduca Leopoldo sia l'imperatore Giuseppe d'Asburgo visitano le fabbriche.

Il settecento è il secolo del trionfo del corallo, viene inventato il sistema della brillantatura con polvere di pomice e segatura, e si svolgono grandiose fiere con compratori provenienti da tutta l'Europa.

Le barche di Torre del Greco pescano il corallo in Corsica e in Sardegna e il prodotto viene venduto a Livorno. Nella fretta di arrivare al porto, e temendo di trovare il prezzo già calato, gli equipaggi rischiano di perdere la barca. Ancora oggi, chi intraprende un'azione azzardata, dice: "A varca'nfunno, a mercanzia a Livorno". Si stabiliscono poi definitivamente da noi alcune famiglie di Torre del Greco, armatori e corallai insieme.

Napoleone affossa il commercio, ponendo una tassa sulla patente di pesca, allo scopo di favorire i corallai marsigliesi. Con l'ottocento, però, l'industria del corallo rinasce.

Per essere alla moda, i corredi di nozze devono comprendere collane, vezzi, croci fatte da orefici livornesi. Le maestranze sono quasi esclusivamente al femminile. Per montare i coralli occorrono mani piccole, svelte, e buoni occhi. Le ragazze lavorano per otto ore d'inverno e dieci d'estate, in stanzoni dalle grandi finestre, per sfruttare la luce naturale. Le livornesi sono pagate più che le colleghe al sud e gli stipendi sono gratificanti. Le fabbriche sponsorizzano opere pie e asili di carità, dove viene insegnato il mestiere alle orfanelle. I corallai sono soliti ritrovarsi al caffè Folletto, nei pressi di piazza Cavour.

Quando la Francia colonizza l'Algeria, da sempre fonte principale del corallo, dopo che quello sardo si è esaurito, a Livorno i profitti calano. Poi la Francia impone ai livornesi che pescano in Algeria di prendere la cittadinanza francese e questo dà il colpo di grazia all'industria del corallo, che si trascinerà sempre più debolmente dagli inizi del novecento fino alla sua prima metà. La concorrenza giapponese si somma a quella spietata francese, le grandi corti europee, da sempre clienti, spariscono, si susseguono guerre devastanti come quella italo turca e le due mondiali, la crisi del 29 deprime l'economia, le leggi razziali mettono in fuga le famiglie ebree.

Gli ultimi a chiudere i battenti sono i Lazzara, ma all'industria del corallo, dal seicento fino al novecento, è legato il nome di molte casate conosciute e facoltose. Solo per citarne qualcuna: i Chayes, gli Attias, i Buttel (proprietari anche di gioiellerie a Parigi), i Franco, i Palomba, i Coen.

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Le grandi epidemie a Livorno

16 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Le grandi epidemie a Livorno

I casi di meningite su navi da crociera confermano che a Livorno il contagio è sempre arrivato dal mare. I lazzaretti erano luoghi deputati all’isolamento e cura dei malati ma anche alla quarantena delle merci. Nel corso dei secoli, l’Italia e l’Europa hanno conosciuto ricorrenti epidemie, favorite dalle carestie e dalla malnutrizione, e Livorno è stata spesso la porta d’ingresso dell’infezione.

La peste nera, che falcidiò l’Europa nel 1348, quella stessa che fa da cornice ai racconti del Decameron, è frutto di un’antica guerra batteriologica. In oriente, infatti, i popoli dell’Orda d’Oro, il regno turco - mongolo fiorito in Russia nei secoli XIII - XVI, catapultarono mucche infette sui genovesi contro i quali erano in guerra. Tornati a casa, i genovesi sparsero la malattia. Livorno, insieme a Marsiglia, fu uno dei maggiori centri di diffusione.

L’altra grande epidemia di peste, di cui racconta il Manzoni ne I Promessi Sposi, infuriò in Europa attorno al 1630. Felice Casati, che organizzò il lazzaretto di Milano - ed è immortalato fra i personaggi del romanzo - morì proprio a Livorno. I padri barnabiti parteciparono all’opera di soccorso.

Fatale per la nostra città fu anche la febbre gialla del 1804. Nel porto attraccò il bastimento Anna Maria, partito da Veracruz e transitato da Cadice. La Spagna era considerata zona sicura e non furono prese precauzioni, ma l’intero equipaggio, affetto da febbre gialla (detta anche vomito nero) presto diffuse il morbo fra tutta la popolazione. La malattia fu passata sotto silenzio, per timore di dispiacere alle autorità e di danneggiare l’economia portuale, e così si estese sempre più. Venne chiamato, allora, il famoso epidemiologo Gaetano Polloni che riuscì a debellarla, dopo essersi ammalato egli stesso. Fu nominato perciò medico di Sanità del porto. Ordinò i suffumigi di cloro nei bastimenti e riorganizzò il sistema dei lazzaretti, introducendo misure sanitarie che protessero la città dal tifo e da ulteriori focolai di peste.

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L'omino di fumo

13 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

L'omino di fumo

Nella prima edizione del libro Il codice di Perelà, Aldo Palazzeschi pose una dedica, che dettava così:

AFFETTUOSAMENTE DEDICO AL PUBBLICO!
QUEL PUBBLICO CHE CI RICOPRE DI FISCHI,
DI FRUTTI E DI VERDURE,
NOI LO RICOPRIREMO DI DELIZIOSE OPERE D'ARTE.

Parlava al plurale maiestatis, riferendosi solo a se stesso, il buon Palazzeschi, oppure quel "NOI" si riferisce ai poeti e scrittori futuristi, che, seguendo l'esempio e l'invito del fondatore del movimento Filippo Tommaso Marinetti, sui palchi di mezza Italia si dedicavano alla recita delle poesie e delle prose le più strampalate che si potessero (concepire e) recitare, tra un tumultuare di fischi e di pernacchie, e tra lanci di ortaggi vari, e perché no, di uova?
Non lo sapremo, ma sappiamo benissimo quale era l'opera che si accingeva a presentare a "quel pubblico": era l'anno 1911, e il libro era Il Codice di Perelà (cui lo scrittore aveva lavorato a iniziare intorno al 1908, e che ora finalmente vedeva la luce nelle Edizioni Futuriste di Poesia, grazie appunto al Marinetti). Luce che risplendé per tutto il primo e il secondo novecento, e che ancor oggi non si spegne.
Quando Aldo Giurlani, figlio di una famiglia di commercianti di Firenze, decise di mettersi a scrivere, stabilì che il suo cognome l'avrebbe cambiato, si sarebbe chiamato non più Giurlani, ma Palazzeschi, assumendo quello della nonna materna, la adorata nonna Anna, le cui favole, racconta il poeta, "gli avevano reso la fanciullezza un giardino incantato".
E figurarsi che a diventare scrittore non ci pensava proprio, preso com'era dalla sua passione per il teatro: tutt'al più avrebbe potuto diventare un attore, e nelle sue speranze "anche bravo", insieme al suo inseparabile amico (poi diventato scrittore e poeta anche lui), Marino Moretti.
E questo a dispetto del padre Alberto che lo obbligava a studiare ragioneria - cosa che lui coscienziosamente fece - perché un figlio ragioniere, pensava, avrebbe potuto essergli utile nel suo lavoro di commerciante.
Ma il giovane Aldo niente, aveva la passione per il palcoscenico, tanto che si iscrissero tutt'e due - lui e il coetaneo Marino, appena diciottenni - alla Scuola di Recitazione "Tommaso Salvini", dove ebbero modo di conoscere e frequentare il figlio del grande Gabriele D'Annunzio, il ragazzo Gabriellino.
Il padre cercò in tutti i modi di distoglierlo da queste idee (balzane, a suo modo di vedere), e di tarpargli le ali che cominciavano già allora a spuntare, per poi permettergli di volare alto sui cieli della letteratura italiana prima, ed europea dopo. E poi, 'sto padre commerciante esclamava ad ogni occasione, metterti a recitare col nome onorato dei Giurlani! Non sia mai!
Fu così che decise, come detto, di cambiarlo, l'onorato cognome, e prendere quello di nonna Anna; e che forse - si disse - suonava anche meglio. Era il 1905 e Aldo era un ventenne di belle speranze, niente male neppure come giovanotto, bell'aspetto, buon fisico. E' chiaro che continuò a studiare ragioneria, ma nel contempo non demordeva; frequentava la scuola per diventare attore. E il padre, visto che niente poteva più per far sì che Aldo seguisse i suoi consigli, (lo racconta anni dopo il poeta in una intervista) non pronunziò più una parola che suonasse giudizio o rimprovero verso di me.

Il teatro fu il mio primo maestro e una vera scuola, ebbe a dire in una intervista in tarda età. E nel frattempo, tra un libro di scuola, una recita-prova sul palcoscenico, prese a scrivere versi. E dopo alcune prove di poesia, ecco il suo primo romanzo: Il codice di Perelà:

Pena! Rete! Lama! Pena! Rete! Lama! Pe… Re… La…
Voi siete un uomo, forse?
No, signore. Io sono una povera vecchia.
E' vero, è vero, sì, scusate, avete ragione, voi siete una povera vecchia, un uomo sono io.
Voi che cosa siete signore?
Io sono… io sono… molto leggero… io sono un uomo molto leggero; e voi siete una povera vecchia: come Pena, come Rete, come Lama, anche loro erano vecchie: Vorreste dirmi se quello che si vede laggiù, in fondo a questa via, è la città?
Sì.
Quella che si vede laggiù… sarebbe forse la casa del Re?
Quella è la porta della città: La casa del Re è situata nel mezzo, ed è circondata da mura, ed è guardata dai vigili. Quei cittadini uccidono sempre il loro Re . Ora è Re Torlindao. Voi andate alla città signore?
Sì.
Ci sarete tra poco. Di dove venite?
Di lassù.
Non vi ànno mai veduto in città?
Ci vado per la prima volta.
Guardate, guardate, vedete quella nuvola di polvere che viene verso di noi? Sono i vigili del Re, è la scorta a cavallo, vengono per fare la perlustrazione nelle vicinanze, io vi saluto, addio addio signore, vedendomi qui con voi potrebbero sospettare, sappiategli rispondere nel caso, voi potete colpire i lor
o occhi. Addio buon viaggio.

Questa che ho appena riportato è la prima pagina del romanzo.
Alla domanda "di dove venite?" questo "fumoso" straniero dagli scarponi grossi e ben visibili, interrogato, risponde: "di lassù", risposta vaga che dice e non dice (di lassù dove?). Ma si presenta anche con altre stranezze, come quei tre nomi che ripeteva e ripeteva, per esempio: Pena Rete Lama (e chi sono?) poi afferma, ma sempre stando nel vago: "anche loro erano vecchie…"
Mah!
Leggiamo la seconda pagina e forse qualcosa di più capiremo.

Eccolo dunque descrivere i vigili del re che avanzano galoppando e sollevando nugoli di polvere. tanto che uno di essi, appena si fermano, dice:

Ài veduto come lo abbiamo impolverato? Non si capiva più che cosa fosse.
Quando siamo stati vicini mi sembrava di averlo veduto scomparire.
Scomparire?
Sicuro, anche a me.
Ma quello non era un uomo sapete!
Che cos'era sentiamo?
Sembrava una nuvola.
Lo abbiamo ricoperto di polvere, una nuvola sembriamo noi caro mio, in questa porca strada!
No no, l'ò veduto prima che la strada fosse invasa dalla polvere, è un uomo di fumo!
Imbecille!
Va' là, uomo di fumo, sarà un arrosto di asino, ài sbagliato.
Io gli ò veduto benissimo le scarpe.
Aveva degli stivaloni lucidi come quelli dei nostri ufficiali.
Ma è un cavaliere antico però.
Fermiamoci un moneto.,
Perché non torniamo indietro?
Per far che?
per vederlo, almeno per interrogarlo.
Per niente io non faccio un passo in più.
Scommettiamo.
Che cosa?
Dite voi.
un paio di stivali come q
uelli del tuo asino antico, asino alla moda!

Eccolo l'omino di fumo del quale si vedono reali solo gli stivali che tanto colpiscono coloro che assistono al suo passaggio
E' il dialogo che si svolge tra i vari sudditi del Re, che giunti sul posto si vedono svanire sotto gli occhi la figura dell'uomo misterioso. E uno di essi esclama: … è un uomo di fumo!
E si prende da un compagno, gridato, l'epiteto di: imbeci
lle!
Ecco, Palazzeschi ci presenta quest'uomo di fumo che, in qualche maniera contorta, ci dice il suo nome, Perelà, formato dalle iniziali dei nomi che egli attribuisce a tre vecchie non meglio identificate.
Già nella sua prima raccolta, che risale a sei anni prima (1905, I cavalli bianchi, libro di poesie pubblicato a sue spese, per una casa editrice Cesare Blanc, inventata da lui col nome del suo gatto) il poeta nella poesia ara mara amara parla di tre vecchie (ara mara amara sono i loro nomi) che si stanno nell'ombra giocando.

in fondo alla china
tra gli alti cipressi
è un piccolo prato
si stanno in quell'ombra
tre vecchie
giocando coi dati
non alzan la testa un istante
non cambian di posto un sol giorno
Sull'erba in ginocchio
si stanno in qu
ell'ombra giocando.

(Attenzione alla metrica: tre senari, un novenario diviso in due parti, ancora un senario, due novenari, un ulteriore senario, e per chiudere un novenario - in una musicalità tutta nuova per il periodo; una musicalità che sarà la costante del poeta in quasi tutte le sue composizioni. L'accento batte sempre sulla seconda sillaba.)
Una piccola nota per gli appassionati di poesia e di metrica.
Da notare nel Palazzeschi delle poesie serie, quelle cioè che non seguono il ritmo dal verso libero, prettamente futurista, un metro sempre uguale: il poeta ama usare il trisillabo, quindi il verso ternario, e versi che sono multipli di tre (quindi senario, novenario, e così di seguito), cosa che gli permette di creare una monotonia quasi sonnolenta, quasi onirica; che si va ad affiancare a una sensazione di staticità delle scene e dei personaggi che le poesie presentano.
Ed era una novità, una novità assoluta, per l'epoca!
Si potrebbe dire che dipinge con le parole dei quadri quasi impressionisti, in cui la staticità la fa da padrona, quasi come se il lettore venga a trovarsi ad ammirare una tela e non riesca più a muoversi, attratto da una forza misteriosa ad entrare in quella natura fissata coi colori, per venire a far parte della scena, fianco a fianco con i personaggi).
Che siano le stesse tre vecchie - con il nome cambiato da ara mara amara in pena rete lama - che poi aprono quel suo primo romanzo?
Non ce lo dice, il poeta, né lo troviamo in alcuno dei suoi scritti, un riferimento alla coincidenza di queste tre vecchie. Nella copertina si legge, oltre alla data che indica l'anno 1911, appena sotto il titolo: romanzo futurista. E' alla sua prima prova e si adegua allo stile e alla sostanza di quel movimento, che doveva mostrare novità, stranezza, scompiglio della punteggiatura, della grammatica, della sintassi. E lo scrittore, in questa sua prima opera in prosa, lo fa in maniera egregia.
Però a chi legge e rilegge con attenzione, appare chiaro che lo fa, come dire? Come di controvoglia, quasi facendo violenza a se stesso; quelli del movimento futurista, aspri fino all'esasperazione, mentre lui, è, sì provocatorio, ma non dotato completamente di quell'aggressività che il futurismo richiedeva. Ed era tanto vero che allo scoppio della grande guerra si spegne il suo entusiasmo per il movimento di Marinetti, convinto interventista. La guerra, affermava il buon Filippo Tommaso - unica igiene del mondo - con Palazzeschi che si dichiarava neutralista (e che, chiamato a fare il militare, riuscì in qualche modo a sfangarla dalle esercitazioni con le armi, prima, e dal fronte, poi; e a passare quasi completamente il suo tempo impiegato in una fureria, a Tivoli).
Esce il libro di Marinetti che inneggia alla grande guerra, 1914-1915, sola igiene del mondo, e incita all'intervento armato. E con Marinetti elogia la guerra tutto il Gruppo Futurista, che inneggia all'ultranazionalismo e al militarismo. Molti artisti, che facevano parte del movimento, aderirono all'idea interventista e, all'entrata in guerra dell'Italia, partirono volontari per il fronte col Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti ed Automobilisti. Quelli richiamati per la leva fecero invece parte delle truppe comuni.Tra gli altri: lo stesso Marinetti, scrittore e fondatore del movimento, Umberto Boccioni pittore, Antonio Sant'Elia architetto, Mario Sironi pittore, Achille Funi pittore, Luigi Russolo musicista compositore e pittore. Tra quelli che non tornarono ci furono Boccioni e Sant'Elia.


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Il Titanic

7 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Il Titanic



Quella immensa tragedia della nave passeggeri il cui nome era Titanic, nel corso degli anni - e ancora oggi ciò avviene - è stata narrata in tantissimi libri, documentari, film di successo, e altro.
La compagnia Olimpic Class aveva progettato tre grandi navi transoceaniche, tutt'e tre uguali, navi gemelle dunque; le altre due portavano il nome di Olympice Britannic; la terza, ma la seconda in costruzione, era appunto ilTitanic.
Le tre navi dovevano assicurare traversate settimanali tra l'Inghilterra e le Americhe, così da dare il monopolio sui mari alla propria compagnia di bandiera.
Per le sue caratteristiche estetiche ed interne, per le sue comodità e il suo lusso, il Titanic era il migliore transatlantico al mondo in senso assoluto, una meraviglia che di simile non se ne erano mai viste.
Rifare brevemente la storia è d'uopo, per ricordare quell'infausto avvenimento.
Mancavano venti minuti alla mezzanotte della sera del 14 aprile del 1912, quando il transatlantico - che era salpato da Southampton diretto a New York, e che affrontava il suo viaggio inaugurale - andò a cozzare contro un iceberg di proporzioni enormi.
Quando ci si accorse di quella smisurata parete di ghiaccio che si avvicinava pericolosamente era ormai troppo tardi, perché quella montagna trasparente aveva già toccato la fiancata destra della nave causando diverse falle, che ne provocarono un lento, inesorabile affondamento, non prima di aver prodotto la spaccatura dello scafo in due tronconi.
La tragedia durò a lungo: quasi tre ore di terrore tra i più di duemila passeggeri, compreso l'equipaggio ( circa 800 persone).Ci furono poco più di 1500 morti.
Per costruire la nave erano occorsi più di due anni (1909 -1911), per un costo complessivo di sette milioni di dollari, corrispondenti a circa 500 milioni di oggi.
Era una nave per ricchi, per benestanti, per gente che poteva permettersi un esborso per il costo del biglietto che era di poco superiore ai 3.000 dollari - circa 70.000 dollari di oggi.
Chiaramente parliamo del costo della prenotazione di un passaggio nella classe migliore, la prima, perché la terza classe si poteva affrontare per soli 32 dollari (oggi: 700).
Lo sfarzo a bordo era inusitato, saloni, sale, salette per giocatori di carte, per fumatori, per l'orchestra, per ballare, per la scrittura; e inoltre varie sale reception, ristoranti, caffè, bar.
E gli stili non si contavano. Si andava dal Luigi XVI al Versailles, dal Georgiano al Seicento inglese, dal Rinascimento Italiano all'Olandese moderno e Antico.
Insomma, un piacere per la vista e per i gusti dei passeggeri; e poi ascensori tra i vari ponti, finestre e finestroni, cupole di vetro a cielo aperto, vetrate colorate, rifiniture in mogano e in madreperle, porte girevoli, piante e fiori di tutti i tipi; per non parlare della cucina che poteva servire qualsiasi tipo di pietanza.
E poi gli appartamenti: suites presidential, suites royal, e appartamenti di minore consistenza ma pur sempre elegantissimi per i più ricchi e per la borghesia più agiata; fino a semplici cabine, per scendere a quelle più alla portata di tutti.
Una suite era press'a poco costituita così: una spaziosa anticamera, tre camere da letto, di cui una matrimoniale e due singole, due o tre bagni privati, due guardaroba e un ponte privato per poter fare, volendo, le passeggiate.
Il transatlantico andava a vapore, bruciando, nelle cinque grossissime caldaie, circa 600 tonnellate di carbone per ogni giorno di navigazione. Il fumo che generavano usciva da tre delle quattro grosse ciminiere di cui era dotata, poste di traverso sulla parte più alta del ponte superiore; ciminiere che, esteticamente, donavano alla nave un fascino particolare.
Il tutto mostrava una forma imponente e caratteristica, che faceva della nave una regina dei mari.
Non era velocissimo, ma raggiungeva pur sempre 23 nodi all'ora (una quarantina di chilometri circa), che non era niente male davvero.
Per quel viaggio inaugurale la compagnia non aveva fatto il pienone, la nave aveva una capacità di 3.500 passeggeri, ma per quel primo viaggio, come abbiamo detto, di passeggeri - escluso equipaggio - ne portava circa 1200-1300.
Ascensori (tre), piscina coperta (su uno dei ponti, ed era la prima nave dotata di una piscina coperta), camere sfarzosamente arredate (prima classe); pensate: ogni alloggio aveva camera da letto, salotto, soggiorno, sala di lettura, ambiente per fumatori.
E ognuno dei trentaquattro alloggi privati era arredato in maniera diversa dall'altro; inoltre bagno turco, palestra, saloni ristorante (persino quello di terza classe aveva un pianoforte).
Era una cosa impensabile per quei tempi; le maestranze che avevano lavorato al progetto, e la pubblicità, la consideravano una nave inaffondabile; anche perché dotata di un sistema-radio il più moderno e potente che si sia mai stata installato a bordo di un transatlantico; e di tanti altri sofisticati congegni di sicurezza che le altre navi, e in particolare quelle della più grande compagnia inglese concorrente, si potevano solo sognare.
La sicurezza assicurata era la più grande attrazione per gli amanti dei viaggi per mare: tra le altre cose contava su un sistema di scialuppe incredibile. Ogni gru a bordo poteva sostenere e calare in acqua ben 32 scialuppe in contemporanea; inoltre lo scafo era suddiviso in moltissimi compartimenti stagni (circa una ventina) sì da assicurare il galleggiamento in caso di sfondamento di uno o due e anche tre di essi (peccato che questi stessero solo su una metà dello scafo).
Attraversata la Manica, il transatlantico fece scalo a Cherbourg in Francia, poi da lì salpò le ancore diretto in Irlanda per imbarcare emigranti locali che andarono a occupare le cabine della terza classe.
Dopo quattro giorni dalla partenza, si verificò la tragedia.
Il comandante fu avvisato più volte di banchi di ghiaccio in avvicinamento, - la prima volta questi erano stati avvistati a circa 400 chilometri dal Titanic; ma ritenne di dover modificare la rotta solo di poco, e seguire in tutta sicurezza, pensava, quel corridoio consigliato per le navi di linea.
Mantenne però la velocità, senza ridurla - come consigliato in casi di questo genere - per arrivare a New York con un giorno di anticipo sul tempo previsto.
Del resto erano circa le ore 13.00 e la visibilità era ottima.
E forse fu una delle concause che generarono l'impatto con l'iceberg.
Alle nove di sera la temperatura scese a un grado centigrado.
Il mare era calmo, e questo abbassamento di temperatura confermò ai marconisti che il transatlantico si stava avvicinando ai banchi di ghiaccio, segnalati più volte anche da altre imbarcazioni nel corso della giornata.
Una nave che incrociò il Titanic - erano le 22,30 - mise questo in allarme, segnalò infatti che essa era appena uscita da una banchisa di ghiaccio, e confermò che intorno c'erano iceberg.
Il mare continuava ad essere piatto, e ciò non annunciava pericoli (in genere si scorgevano da onde e ondette).
Un altro messaggio di pericolo di presenza di iceberg sulla rotta del Titanic giunse alle 11.00, ma il marconista non lo recapitò.
L'impatto sfondò ben cinque dei settori stagno del transatlantico, e la tragedia fu irreparabile. Quando l'iceberg sbatté contro la fiancata destra della nave, lo abbiamo già detto, la spezzò in due parti, una metà di circa 120 metri e l'altra di 150, provocando panico e - più tardi - molte morti.
Si raccontano storie sul Titanic; una di queste era la sensazione che il comandante in seconda assegnato al Titanic - su richiesta del capitano Edward Smith -, il vice comandante Henry Wlide, ebbe ad esprimere prima di imbarcarsi: "Ho uno strano sentore; me lo dà questo transatlantico; non mi piace...
Altra storia
Un commerciante, J. Connon Middleton di Londra, che aveva prenotato una cabina sul transatlantico, attirato dalla grande pubblicità che si faceva per quel viaggio inaugurale, ebbe in sogno la visione nitida e spaventosa della catastrofe che sarebbe avvenuta, e per questo decise di rinunciare al viaggio, salvandosi. Lo stesso Middleton raccontò di aver fatto lo stesso sogno per due notti di seguito, in tutt'e due vedeva chiaramente che il Titanic affondava in mare aperto; e la nave che colava a picco; e intorno ad essa centinaia di persone che si dibattevano sulla nave stessa inclinata, in mare, alcune sulle scialuppe, altre in acqua, che tentavano disperatamente di salvarsi dal naufragio.
A questo proposito si narra che moltissimi altri casi di precognizione siano stati registrati.

marcello de santis

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Matilde Serao: parte terza

23 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #personaggi da conoscere

Matilde Serao: parte terza

Ricordate la commedia di Eduardo De Filippo "Non ti pago", dove il grande Eduardo impersonava il ruolo di Ferdinando Quagliuolo, titolare di un Banco del Lotto avuto in eredità dal padre defunto, mentre il fratello Peppino ricopriva il ruolo del signor Mario Bartolini, il commesso anziano alle sue dipendenze? Il Bartolini gioca quattro assurdi numeri per una quaterna: 1.2.3.4, che però - e qui è il perno della commedia - escono sulla ruota di Napoli.
Ma i numeri che il signor Mario, suo commesso anziano del banco, ha giocato, guarda caso li ha avuti in sogno dal signor Saverio, nonno del titolare Ferdinando; il quale si arroga il diritto alla vincita che ha fatto diventare ricco il suo dipendente. Il fatto tragico è questo: anche don Ferdinando gioca, come Mario, ogni settimana; ma non vince mai. Non azzecca nemmeno un misero ambo, eppure, confessa spesso, gli basterebbe "un piccolo ambo, un terno"; ma niente da fare, nonostante lo consigli Aglietiello, il suo aiutante fatato, con il quale è solito esaminare i sogni che fa e che gli riferisce puntualmente; e ne attende impaziente l'interpretazione ai fini di ricavarne i numeri da giocare.
Ecco un'altra figura principe nelle speranze di chi si accinge a puntare al lotto. Vale la pena spendere due parole per questa importante figura. E' una persona carismatica per i giocatori, in genere povera gente; esso, dietro un piccolo compenso, spesso anche in natura, dà i numeri, ricavandoli talvolta dai sogni che la gente gli racconta, interpretandoli e assicurandone la veridicità. I più pensano che Aglietiello abbia un grande potere: il potere occulto di colloquiare anche con i morti per ricavarne sorte, fortuna. E ripongono in lui immensa fiducia; e' l'unico che potrà creare felicità.
Matilde Serao, andando controcorrente alla credenza popolare - si credeva l'assistito in contatto con i defunti, e con tutto il mondo dell'aldilà, che gli comunicano le verità occulte - descrive questo personaggio, che a Napoli è diventato "leggenda"

- un cancro che rode le famiglie borghesi, un convulsionario pallido che mangia molto, che finge di avere o ha delle allucinazioni, che non lavora, che parla per enigmi …
... l’assistito arriva nel popolo e vi estende la sua azione mistica, vi raccoglie dei guadagni piccoli, ma insperati, vi fa degli adepti e finisce per camminare nelle vie, circondato sempre da quattro o cinque persone, che lo corteggiano e studiano tutte le sue paro
le...

Al contrario dunque di don Ferdinando, Mario, zitto zitto, quacchio quacchio, come direbbe Totò, ogni tanto tira su un ambo, un terno, poca roba, è vero; ma don Ferdinando non può sopportare tanta fortuna nel suo dipendente (oltretutto innamorato di sua figlia Stella, contraccambiato dalla ragazza e appoggiato da Concetta, la madre: non te la darò mai mia figlia in sposa, non ci pensare nemmeno, 'e capito?)

Ferdinando: Lei con quel pezzente non si sposerà mai!
Concetta: E sì, adesso le troviamo un principe ereditario.
Ferdinando: Stella dovrà fare quello che dico io!
Concetta: Forse è un pessimo partito Mario Bertolini? E’ un giovane buono, sappiamo come la pensa, è cresciuto in casa nostra; assennato, risparmiatore, gran lavoratore. Che cosa vuoi di più?
Ferdinando: Nun o’ pozzo vedè! - esclama – E’ troppo fortunato … nun c’è sabato ca nu' pizzica ll’ambo.. ‘o terno ... E mo se sonna ‘a mamma, mo se sonna ‘o pate, ‘a sora, ‘o frato, ‘e nepute, ‘e cognate, ‘a nunnerella... Comme mette ‘a capa ncopp’ ‘o cuscino s’’e ssonna. Quanno s’addorme, accumencia ‘a Settimana Incom.

(E ora sogna la mamma, ora sogna il papà, la sorella, il fratello, i nipoti, i cognati, i cugini, la nonnina con il nonnino... li ha distrutti tutti quanti… è rimasto vivo solo lui. Appena mette la testa sul cuscino comincia a sognare… quando dorme in-comincia il telegiornale e la settimana Incom illustrata.)
Ferdinando: Con le vincite al mio banco lotto ha disimpegnato i pegni della Zia, poi si è comprato tanti bei vestiti, scarpe, biancheria…
Due anni fa io lascio la mia casa al primo piano, quella che si affacciava sul banco lotto. Io l’ho lasciata perché era morto mio padre e mi faceva impressione, quello vince un terno secco e si affitta la mia casa. Poi vince un altro terno, la compra e la rammode
rna.
....Mario Bertolini: Embè, c’aggia fa…’a fortuna m’assiste. Sarrà chell’anima santa d’a nunnarella mia, sarrà mammà e papà che ‘all’atu munno me vonno pruteggere
...
Concetta: E a te cosa interessa? Vuol dire che è fortunato. Sposando Stella ne guadagna anche lei, perché con le sue entrate possono fare i signori.
Ferdinando: Ma perché, deve vincere per forza? Come se fosse un impiego al Ministero delle Finanze... (durante questa scena Aglietiello si trova fra i due e a secondo dei casi darà ragione a l’uno e all’altro) e se dopo che sposa mia figlia non sognerà più nessuno, la mattina staranno digiuni?
Concetta: Tu stavi dicendo che quello vince sempre.
Ferdinando: (scattando) Centinaia di numeri io mi gioco ogni settimana! Butto carte da mille lire. Trascorro le nottate sopra il tetto per trovare 2 buoni numeri… niente…. ho pigliato il catarro e la raucedine. Niente! Non posso vincere nemmeno mezza lira.
Concetta: Questa è invidia! Perché Bertolini vinci e tu no.
Ferdinando: (cocciuto e dispettoso) Ma mia figlia non gliela do!
Concetta: E gliela do io, a mia figlia!
Ferdinando: Ed io vi uccido tutti e due.
Agliatello: E va bene. Adesso vi arrabbiate e litigate per una cosa da niente?
Margherita: (entra dalla comune) L’estrazione! (consegna a Ferdinando una striscetta di carta con i numeri del lotto). 1.2.3.4.24.
Ferdinando: Dammeli subito. (Margherita esegue ed esce per la comune.)
Ferdinando siede accanto al tavolo.
Aglietello siede anch’egli, e cominciano a consultare i biglietti giocati.
Ferdinando: Vediamo questi numeri. Guarda qua, guarda che numeri strani... 1,2,3,4 e 26. Ma che mi hai fatto fare? (rivolto ad Aglietiello). Mi hai detto che questi numeri erano sicuri.
Agliatiello: Don Ferdinando, questi numeri si devono giocare per tre settimane di seguito.
...

Mario Bertolini: (di dentro con voce rotta dalla commozione) E chi se lo aspettava… guardate, guardate… Io esco pazzo.
Margherita: (di dentro) Che piacere!
Mario Bertolini: (fuori seguito da Margherita) Donna Concetta, a momenti mi prende qualcosa.
Concetta: Cos’è stato?
Stella: (entrando) Che c’è?
Mario Bertolini: Donna Concetta, e che ho vinto 4 milioni (Ferdinando schizza veleno dagli occhi).
Stella: Quattro milioni?
Mario Bertolini: Oh Madonna mia! Oh Madonna mia bella. Io non ci posso pensare! Non c’è dubbio. Questa è la giocata e questi sono i numeri dell’estrazione (li mostra). Don Ferdinando, questa notte ho sognato vostro padre.
Ferdinando: Ora comincia con la mia famiglia.
Stella: Ha sognato il nonno!
Mario Bertolini: Quanto era bello. In maniche di camicia come quando si metteva a leggere il giornale fuori dal banco lotto, con quella camicia rosa.
Ve lo ricordate? E’ entrato nella mia camera da letto insieme a Don Ciccio il tabaccaio, quello che è morto 18 anni fa, e mi ha detto: “Piccirì, giocati, 1,2,3,4, quaterna secca nella ruota di Napoli e mettici sopra tutto quello che hai in tasca.
Ma come? Uno, due, tre e quattro?
Sì giocati quello che hai in tasca sulla quaterna secca.
E io me li sono giocati come ha detto la bu
on’anima.
Ferdinando: Mio padre chiamava me “Piccirì”.
Uno,due,tre e quattro? E tu li hai giocati.
Mario Bertolini: Certo! Vedete! (insegna la giocata a Ferdinando)
Adesso sono milionario. Don Ferdinando, adesso mi fate sposare Stella?
Ferdinando: Di questo ne parliamo dopo. La quaterna è mia, i numeri te li ha dati mio padre e i soldi spettano a me.
Mario Bertolini: Don Ferdinando che siete diventato pazzo?
Concetta: Che sei diventato scemo?
Ferdinando: (furente e deciso) Non ti pago! Non ti pago! "Non ti pago!"
"O bilietto è mio! Manco nu squadrone 'e cavalleria m'o leva dint' a sacca.
T''o viene a piglia' 'ncopp' 'o Tribuna
le".
(esce dalla sinistra lasciando tutti in asso che si guardano intorno come allucinati)
... io ti denunzio.... Io ti mando in galera!
...

Al gioco del Lotto giocano perfino i magistrati, spesso oberati di figli e debiti, e i piccoli commercianti che non sanno come far fronte alle cambiali di cui vivono giornalmente.

Matilde addita questo male come il male del secolo, un male che contagia anche le matrone dell'alta aristocrazia napoletana, che giocano più per passare il tempo che per necessità, giocano - abbiamo appena visto - anche quelli del banco lotto.
E il rito dell'estrazione aggiunge un qualcosa in più al futuro dramma di quella massa di gente che vive di speranza e delusioni continue. Vanno dunque il sabato alle quattro del pomeriggio laddove si estraggono i cinque numeri delle varie ruote, l'uocchie puntate e 'e rrecchie appizzate. L'Impresa (questo è il nome del luogo dove avviene l'estrazione, si trova in una stradina angusta nei pressi di Santa Chiara, in Via Pignatelli. Ma ci sono anche le persone che non possono accorrere, gli ammalati, per esempio, gli operai, le venditrici, e allora aspettano che torni correndo il guaglione inviato là a scrivere i numeri usciti sulla ruota di Napoli. Ed eccolo che torna e comincia a gridare e a ripetere, vicolo per vicolo:
Vintiquatto! Sissantanove! Quarantanoie! Otto! Sissantacinche!
E' adesso che cadono i sogni, che si rompono le illusioni, che si spezzano i pensieri. E già ci si prepara al prossimo sabato. Ma intanto, dice Matilde Serao, la vita di stenti e di amarezze continua oggi come ieri e domani come oggi, i più nel continuare a far niente nell'attesa. E ci si crogiola nella menzogna, nella povertà, nell'invidia per quello che ha azzeccato il misero ambo da pochi soldi.
La scrittrice affonda il dito nella piaga. Ma enumera anche quella falsa forma di letteratura che s'immerge nel lotto. Quella gente ignorante che non sa né leggere né scrivere, conosce a perfezione un solo libro - persone che non hanno avuto neppure il conforto della lettura di una favola da piccoli - il libro della Smorfia, una pubblicazione che gira per le vie e i vicoli della città, o è consultabile presso l'assistito, che spiega e spiega, o presso l'impresa. E' un libro illustrato con varie immagini ognuna delle quali corrisponde ad un numero del lotto, da 1 a 90.

Scrive la Serao:

"Tutti i napoletani che non sanno leggere conoscono La Smorfia a memoria e ne fanno l'applicazione a qualunque sogno o cosa della vita reale.
Ad esempio 'o guaglione - il ragazzo, corrispondeva al numero 15, 'o pazzo al numero 22, Nanninella era il 20; 'o cante
ro (l'orinale) era il 27, il 29 corrispondeva a 'o pate d''e Ccriature - il padre delle creature, il pene. E così via per ogni numero.
Sogni che muoiono il sabato sera, quando i numeri giocati non sono usciti; ma rinascono a nuova vita la domenica mattina, quando inizia la lunga settimana di attesa spasmodica della nuova estrazione del sabato successivo. E nell'attesa in casa si litiga, si gioisce, si spera cose che non si hanno, nascono progetti il martedì e il giovedì, e il venerdì, e muoiono speranze e progetti il sabato sera.
Vintiquatto! Sissantanove! Quarantanoie! Otto! Sissantacinche!
Silenzio universale: tutti impallidiscono.
Ma come tutti i sogni troppo pronunziati, il lotto conduce alla inazione ed all'ozio: come tutte le visioni, esso porta alla falsità e alla menzogna; come tutte le allucinazioni, esso conduce alla crudeltà e alla ferocia; come tutti i rimedi fittizi che nascono dalla miseria, esso produce miseria, degradazione, delitto. Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto. Il lotto è l'acquav
ite di Napoli.

IL PAESE DI CUCCAGNA

Da grande appassionata della vita minuta (prima a Roma e adesso a Napoli) in questo libro la Serao rientra nella vita quotidiana della povera gente dei quartieri malfamati sporchi e abbandonati della città, come se facesse parte anche lei delle famiglie di quelle persone disastrate, sempre in contrapposizione alla piccola e grande borghesia che di quei problemi non ne avevano, e non volevano neppure sentirmene parlare.
Ella punta il dito verso le mille e mille situazioni scabrose dei poveri, descrivendo una insanabile realtà di questo ceto di persone eternamente alla ricerca di sopravvivenza. E tra gli altri mali di Napoli riecco il lotto, croce e delizia, meglio sarebbe dire "eterna speranza delusa pei poveri", che si barcamenano giornalmente in una vita di stenti, ma attirati dal miraggio di diventare ricchi, azzeccando un semplice ambo; e perché no un terno, o l'irraggiungibile quaterna, e - illusione delle illusioni - magari una cinquina; che li faccia approdare, appunto, al Paese di Cuccagna.
Ma non solo il lotto; la Serao nel libro svaria dal lotto al carnevale, con le sue gioie (superficiali), gioie di pochi giorni per poi tornare alla misera normalità, al miracolo dello scioglimento del sangue di San Gennaro.
La Serao denuncia con violenza il gioco del lotto, causa di tutte le povertà e di tutti i vizi della parte più povera della città, di quella gente che ella dice essere umile, bonaria, che sarebbe felice per poco e invece non ha nulla per essere felice; che, sopporta con dolcezza, con pazienza, la miseria, la fame quotidiana, l’indifferenza di coloro che dovrebbero amarla,
l’abbandono di coloro che dovrebbero sollevarla
Scrisse il critico letterario Piero Pancrazi in occasione della pubblicazione del libro:"Tra cent'anni, quando non si sapesse più nulla di Napoli, questo libro basterebbe a resuscitarla"
Il paese di Cuccagna vide la luce nell'anno 1891, e la scrittrice non fece che rivedere e ampliare il suo precedente racconto, "Terno secco", che faceva parte del libro dal titolo "All'erta sentinella!" pubblicato due anni prima, in cui raccontava la rassegnazione eterna del popolino di Napoli che - ultima spes - destina i suoi pochi denari (qualche soldo, quando ce l'ha) all'ultima speranza di un vita migliore: il gioco del lotto.
Il gioco del lotto arrivò a Napoli solo verso la fine del seicento, per l'esattezza nell'anno 1682. Furono le persone che avevano in mano il governo della città di Napoli che decisero di adottarlo come gioco primario, per incrementare le entrate dell’erario, che allora erano davvero misere, basate come si può immaginare solo sulla vessazione dei poveri e dei ceti medi, lasciando i ricchi esenti da qualsiasi imposizione. E' vero, era agli occhi di tutti un gioco d'azzardo (e la Chiesa se ne accorse subito e lo contrastò in ogni modo, considerando addirittura chi giocava in peccato mortale, perché vedeva lo sfacelo che portava nei bilanci delle povere famiglie). Anche per questa ragione ci fu un periodo in cui venne abolito, ma per poco, ché presto fu reintrodotto dal viceré Carlo Borromeo, agli inizi del 1700.
Matilde Serao punta l'indice sull'illusione di un facile arricchimento, che portasse i poveri a quel Paese di Cuccagna cui non si giungeva mai.

Si gioca anche per un evento improvviso, un avvenimento inatteso che sconvolge la quotidianità di ognuno. Voglio riportarvi qui uno di questi fatti che Pino Imperatore, un giovane scrittore napoletano responsabile della Sezione Scrittura Comica del Premio "Massimo Troisi" di Napoli, riporta nel suo libro, uscito nel gennaio del 2012 per le Edizioni Giunti, dal titolo: Benvenuti in casa Esposito, le avventure tragicomiche di una famiglia camorrista.
Premessa: Tonino e Patrizia e la loro prole e suoceri, consuoceri eccetera hanno in casa un coniglietto e un iguana, che per un caso fortuito va a finire nello zainetto del figlio Genny che se lo porta a scuola, dalle suore. Qui, al momento di tirare fuori un libro, l'iguana sguscia fuori, salta e va ad azzannare la caviglia di suor Paoletta, che finisce all'ospedale più morta di paura che viva. La superiora suor Celeste fa chiamare la signora Patrizia che sta dal parrucchiere, lei accorre, e finisce che si riporta a casa il figlio con l'iguana in una gabbietta.
E dunque:
...
"Nella Smart mentre Genny le raccontava i particolari della mattinata, Patrizia si calmò e rise più volte.
Mammà, dovevi vedere a suor Paoletta quando è scappata dalla classe. Il demonio! il demonio! alluccava.
Sai che ti dico, Genny? Mo ci andiamo a gioca' i numeri. Può darsi che vinciamo qualcosa di soldi.
Patrizia si fermò in Via Fonseca, davanti al negozio di "Lotto e mangiato". Metà ricevitoria e metà paninoteca.
Tu aspetta qua, disse a Genny.
Entrò nel locale e andò dritta verso il gestore. Buongiorno, don Cosimo, mi voglio giocare un terno secco sulla ruota di Napoli, però mi dovete aiutare.
Ditemi pure, signora Patrizia.
Mi gioco quarantatre, 'a monaca, e settantadue, 'a meraviglia. Poi mi dov
ete dire quanto fa l'iguana.
'A che?
L'iguana. Quella che assomiglia a 'na lacerta, ma è assai cchiù grossa. Se venite fuori, ve la faccio vedere. La tengo in macchina!
Signo', e voi camminate con un'iguana nella macchina?
Sta dentro a 'na gabbietta.
Meno male. Comunque ho capito che belva è, ma mi trovate impreparato. Nessuno m'aveva chiesto mai l'iguana. Aspettate, piglio 'A smorfia e vediamo a che
numero corrisponde.
Don Cosimo inforcò gli occhiali da presbite, prese un librone da sotto il banco, si mise a sfogliarlo e trovò la pagina giusta, ecco qua: iguana.
Studiò il brano sfregandosi il mento, poi declamò: Dunque, signora Patrizia, ascoltatemi bene, il fatto è serio. Teniamo quattro possibilità: l'iguana semplice fa trentotto, l'iguana adulto sessantotto, l'iguana cucciolo trentadue, l'iguana con prole settantaquattro. Quale ci giochiamo?
E je che ne sacc
io? buttò lì Patrizia.
E lo dovete sapere, esclamò don Cosimo. Non possiamo improvvisare. Il lotto mica è 'na pazziella. Il lotto è scienza scientifica. Fatemi capire: quest'iguana com'è? E' neonata o maggiorenne? Se piglia ancora 'o biberon oppure mangia da sola? E' sposata? Ha famiglia? Tiene figli?
Don Co', mi mettete in difficoltà. Dovrei chiedere a mio marito, è lui che l'ha portata a casa.
Volete prima approfondire lo stato civile dell'animale e poi ripassate?
No, non ciò tempo. Facciamo così: mi gioco l'iguana adult
a.
Siete sicura? chiese don Cosimo.
Abbastanza. L'animale è grande, quindi penso che è adulto. Fate venti euro, terno secco.
Bene, allora: quarantatre, settantadue, sessantotto. Niente ambo?
Niente
ambo.
... il sorriso le torno' (a Patrizia) grazie a Tina (l'altra figlia) che rientrando da scuola comunicò di aver preso nove all'interrogazione di storia. Il broncio le riapparve la sera, quando in tv furono annunciate le estrazioni del lotto. Sulla ruota di Napoli uscirono 'a monaca, quarantatre, 'a meraviglia, settantadue, e l'iguana con prole, settantaquattro. Evidentemente Sansone (l'iguana) era papà.
Niente ambo? aveva chiesto Cosimo.
Niente ambo
Ma il romanzo è variegato, non solo il gioco del lotto, del resto trattato già ampiamente nel suo precedente libro, ma è anche un documento su altri pezzi di vita del popolo napoletano: il miracolo di San Gennaro, il Carnevale, i dolcetti tipici di quella gente in occasione di una comunione, eccetera. E la scrittrice dipinge come su una tavolozza in cinemascope i personaggi e i vari ambienti della città, mettendone però in evidenza i mali, le pecche, le crepe, una denuncia non smetterà mai di fare nel corso della sua vita.
Come quella che ella di persona rivolge, ne Il ventre di Napoli, in una appassionata lettera al Ministro De Pretis (Presidente del Consiglio nell'anno 1905):

... lei sa tutto dell'Italia...
... le statistiche della mortalità e quelle dei delitti... quante femmine disgraziate diciamo così, esistano... quanti vagabondi dormano in istrada, la notte ... l'andamento... della disoccupazione...
... vorrei farle una domanda:... queste persone, lei le ha mai incontrate? Sa cosa mangiano, (e più spesso non mangi
ano), cosa pensano, quanto desidererebbero dare ai propri figli un'educazione simile a quella che lei ha dato ai Suoi...
... e quanto renda il lotto. Quest'altra parte, questo ventre di Napoli, se non lo conosce il Governo, chi lo deve conoscere
?...
E si firma per esteso: Matilde Serao.

La scrittrice, nel corso della sua carriera giornalistica, oltre ai tradimenti del marito dovette subire critiche talvolta feroci da parte di molti, anche per le sue idee politiche e sociali, che come abbiamo visto non esita a denunciare persino a presidenti del Consiglio e altri uomini politici. Era contraria alla guerra, e si schierò apertamente per quelli che si astenevano dall'intervento dell'Italia; si inimicò in tal modo anche il Capo del Governo Benito Mussolini, che non l'appoggiò per il conseguimento del premio Nobel, che andò infatti a Grazia Deledda.
Ci siamo dilungati sui due romanzi principe della sua carriera di scrittrice, ma la Serao ne scrisse tantissimi altri. Va detto che anche nei libri successivi riprende spesso il tema delle sofferenze dei suoi amati concittadini. Fu autrice anche racconti, brevi e lunghi, molti romantici; scrisse in essi di mondanità, di "buona creanza", ma tutti che risentono in maniera determinante del suo stile, dei suoi articoli e saggi giornalistici, che scavavano a fondo - come questi - nelle cose che osservava e amava sfidare.
.

...quando una operaia napoletana nomina i suoi figli, dice: le creature, e lo dice con tanta dolcezza malinconica, con tanta materna pietà, con un amore così doloroso, che vi par di conoscere tutta, acutamente, la intensità della miseria napoletana...

Era il suo modo di attirare l'attenzione del lettore, a qualsiasi ceto appartenesse. Il suo stile, a detta di molti - e non ultimo suo marito Edoardo Scarfoglio - lasciava molto a desiderare, ma a lei non importava, il suo fine era quello di coinvolgere la gente, di comunicare in maniera semplice, di far partecipare tutti alla sua vita che andava a vivere in mezzo al popolino con le sua poche gioie e le molte disperazioni.

...i calzolai, i muratori, i falegnami sono pagati... una lira, venticinque soldi, al più, trenta soldi al giorno per dodici ore di lavoro, talvolta penosissimo.. .
... i tagliatori di guanti guadagnano novanta centesimi al giorno
...

Il suo scopo era quello di far conoscere le tantissime miserie e le poche, e spesso inutili, speranze a quello stesso popolino che era il fulcro della città, ma anche alla cosiddetta nobiltà o ex-nobiltà, alla superba aristocrazia, agli inarrivabili "signori".

...che dove erano otto persone, ora sono dodici; che lo spazio è diminuito e le persone sono cresciute...

Quel triste 13 novembre dette le dimissioni dal Mattino, per stare lontano da Scarfoglio, trovandosi all'improvviso senza lavoro. Né aveva intenzione di trovare un altro giornale; tuttavia vicino al suo nuovo uomo lo fece. Fondò quindi il quotidiano Il Giorno, che ebbe un buon successo di pubblico e di critica. Ebbe da Giuseppe Natale - che sposò solo alla morte di Edoardo avvenuta nel 1917 - una figlia che chiamò Eleonora per ricordare la sua cara amica Eleonora Duse. Ma poi perse anche il secondo marito, e restò definitivamente sola fino alla fine. Continuò a scrivere libri e a dirigere il giornale, con la passione che sempre la contraddistinse.
Aveva 71 anni quando morì. Si trovava in redazione, china sull'articolo o saggio che stava scrivendo; s'accasciò poggiando la testa sui fogli che aveva davanti; un colpo al cuore la stroncò; improvvisamente, ché niente faceva supporre una fine così tragica.

fine
marcello de santis

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Matilde Serao: parte seconda

21 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #personaggi da conoscere

Matilde Serao: parte seconda

Anno 1894. Avviene un dramma, tanto inaspettato quanto eclatante, che sconvolge ancora di più la scrittrice: la Bressard, con in braccio la figlioletta avuta da Edoardo, si reca a casa Scarfoglio. E' la fine di un agosto torrido; quando il portone di casa viene aperto dalla donna di servizio, la cantante allunga la figlia tra le mani della cameriera, e, tratta una pistola dalla borsetta, si spara. Altra cronaca dice che la donna lasciasse la bimba a terra su uno scalino insieme ad un biglietto d'addio, biglietto che è conservato nella storia della famiglia dei giornalisti napoletani: « Perdonami se vengo a uccidermi sulla tua porta come un cane fedele. Ti amo sempre ».

Viene soccorsa e ricoverata all'Ospedale degli Incurabili di Napoli, dove muore una settimana dopo. Lecito pensare che Matilde rifiutasse il frutto del peccato del marito, ma non fu così, accettò la figlioletta di Edoardo e Gabrielle, l'accolse con sé e la coccolò come fosse sua figlia; pensate, le dette anche il nome di sua madre, la chiamò, infatti, Paolina. Però è chiaro che il rapporto col marito va via via deteriorandosi, anche perché lo sciupafemmene continua nelle sue scorribande amorose, tra inganni e tradimenti.

Alla fine la Serao abbandona la causa, e lascia il marito; si separano. E lei si risposa, per la cronaca con l’avvocato Giuseppe Natale, che le fu vicino fino alla fine della sua vita; ma questo matrimonio per lei non significa niente, tutto si era concluso con l'amore per Edoardo Scarfoglio. Si dedica ancora di più al suo lavoro di giornalista all'avanguardia, portandolo avanti fino alla sua morte, per oltre mezzo secolo di dure battaglie, non solo letterarie ma anche politiche; tanto che oggi è considerata l'antesignana dei giornalisti moderni.
Ha detto Miriam Mafai:


"... il giornalismo italiano è figlio di Matilde Serao... che a fine ‘800 in una Napoli popolata da circa mezzo milione di abitanti (di cui il 75% analfabeta) riuscì a vendere ben trentamila copie del Mattino, una impresa quasi epica....
... la “Signora del Mattino”, (era) capace “di improvvisare pezzi di colore e di costume, di riempire ‘buchi’ inserendo nelle pagine di quotidiani e periodici aforismi e curiosità, di inventare temi di cronaca e polemica per attirare lettori e abbonamenti, era la migliore testimonianza di un atteggiamento di ‘tipo nuovo’, un esempio illustre per le giornaliste italiane. Ed ella preferì sempre la qualifica di ‘giornalista’ a quella di scrittrice, letterata o poetessa, riconoscendosi pienamente partecipe della ‘febbre, talvolta sottile, talvolta bruciante’, della ‘infermità … dolce e terribile’, del ‘soave e imperioso male dello spirito’ che quel ‘mestiere’ comportava..."

Tuttavia a questa sua attività principale, ella affiancò quella di scrittrice; aveva cominciato a scrivere quando aveva solo venti anni e non aveva mai abbandonato.

Matilde e Napoli

Una curiosità. Più sopra abbiamo detto che, grazie al signor Schilizzi, i due coniugi fondarono un nuovo giornale, Il Corriere di Napoli. Fin dal primo numero venne riproposta la rubrica che tanto successo ebbe a Roma: "Api Mosconi e Vespe" (quella che era nata col nome "Per voi, Signore", firmata da Chiquita, poi dall'altro nomignolo Gibus), qui a firma, stavolta, di Snob (ma sempre della Serao si tratta). A Napoli, al contrario che a Roma, la rubrica fu accolta con entusiasmo, e i salotti della città del golfo facevano a gara per contendersi la scrittrice. La storia l'abbiamo narrata, dopo vari contrasti con l'editore, i coniugi Scarfoglio lasciano il giornale, e fondano il Mattino. Ci furono controversie anche per il nome della rubrica che, nonostante l'abbandono dei due, il giornale di Schilizzi continuò a pubblicare, con lo stesso titolo e la stessa firma; seguirono cause, denunce, etc.
Sapete che s'inventò Scarfoglio in attesa che la giustizia facesse il suo corso? Su Il Mattino dette spazio alla "loro" antica rubrica, ma al posto del titolo: solo puntini "......" con un disegno che raffigurava degli insetti. Geniale!
Nel 1896 si coniò la nuova intestazione: "Mosconi", con il quale il Mattino di oggi ancora presenta la pagina delle cronache mondane della Napoli attuale. Trattava le tradizioni della città, gli usi e i costumi di una volta, molti dei quali difficili a morire e quindi ancora presenti, mettendo in evidenza i (rari) pregi e sottolineando i (molti) difetti.
Ma la scrittrice non disdegna di proporre a quel pubblico, per ora composto di vecchi nobili (pure decaduti) e rappresentanti della borghesia danarosa, anche dei pezzi di letteratura.
Confessò a un amico di famiglia:

"... il mio lavoro al giornale, caro professore (era il professore di filosofia George Herelle) serve per poter vivere, per procurare alla mia famiglia (Matilde dal matrimonio con Scarfoglio ebbe quattro figli) il necessario per vivere; ma io amo la letteratura, che pure non mi dà alcuna entrata. Eppure io amo scrivere, voglio scrivere, perché sento che questa è la mia vita..."

Si può dire che fosse la Serao a mandare avanti il giornale, in considerazione che suo marito era sempre in viaggio, per lavoro, sì, ma anche e (forse) soprattutto per le sue avventure sentimentali con soubrettes e attrici e attricette. Ma - come confessato da lei stessa - amava più di tutto la letteratura; si appassionò a quella francese, che studiò a fondo, lesse libri d'oltralpe, nella lingua d'origine, ciò che le fu utile quando si recò a Parigi (e ci fu più volte), e la sua presenza là la consacrò scrittrice di fama internazionale (coi suoi libri tradotti in francese - Il paese di Cuccagna fu tradotto da Minnie Bourget, moglie del celebre critico letterario Paul ; a Parigi conobbe scrittori e poeti).
Abbiamo detto poco più sopra che la scrittrice proponeva prose (racconti, brevi saggi), e, tra gli altri, pubblicò a puntate - si era nell'anno 1890 - questo suo lungo scritto che poi venne dato alle stampe, l'anno successivo, per le edizioni Treves di Milano, con il titolo appunto de Il paese di Cuccagna. Vi si parla anche del gioco del lotto, croce e delizia dei napoletani, argomento del resto - il lotto - che la scrittrice aveva affrontato anche nel precedente libro Il ventre di Napoli.
Scriveva ne Il Ventre di Napoli:

"... non credete che il male rimanga nelle classi popolari. No, no, esso ascende, assale le classi medie, s'intromette in tutte le borghesie, in tutti i commerci, arriva fino all'aristocrazia....
... dove vi è una rovina finanziaria celata ma imminente... ivi il giuoco del lotto prende possesso, dom
ina...
... Il popolo napoletano, che è sobrio, non si corrompe per l'acquavite, non muore di delirium tremens; esso si corrompe e muore pel lotto..."

E continua imperterrita nella denuncia di questo male incurabile, descrivendo quell'attesa frenetica del sabato, in cui si svolgeva la vita di quella povera gente

... il popolo napoletano rifà ogni settimana il suo grande sogno di felicità, vive per sei giorni in una speranza crescente, invadente, che si allarga, si allarga, esce dai confini della vita reale: per sei giorni, il popolo napoletano sogna il suo grande sogno, dove sono tutte le cose di cui è privato, una casa pulita, dell’aria salubre e fresca, un bel raggio di sole caldo per terra, un letto bianco e alto, un comò lucido, i maccheroni e la carne ogni giorno, e il litro di vino, e la culla pel bimbo e la biancheria per la moglie e il cappello nuovo per il marito...

I sogni ad occhi aperti che la gente non realizzerà mai, ma spera in quei due tre numeri che ha sognato, o interpretato, o fatto interpretare, su quella cedolina che si tiene stretta al petto, che nasconde in tasca, che legge e rilegge, mira e rimira, e aspetta... aspetta...
Descrive la sua gente con i suoi molti difetti (involontari) e i pochi pregi, prima di illustrare quel gioco che la porta alla rovina,
Nelle sue parole c'è tutto l'amore per il suo popolo.

... È gente umile, bonaria, che sarebbe felice per poco e invece non ha nulla per essere felice; che sopporta con dolcezza, con pazienza, la miseria, la fame quotidiana, l'indifferenza di coloro che dovrebbero amarla, l'abbandono di coloro che dovrebbero sollevarla...
... innamorata del sole, non ha sole; appassionata di colori gai, vive nella tetraggine...
... le tane dove abita questa gente, non sembrano fatte per gli umani, e dei frutti della terra, essa ha i peggiori, quelli che in campagna si danno ai maiali...
... e vi sono vivande che no
n assaggia mai...

Ma questo popolo è dotato di una immensa fantasia che si coniuga con la pazienza che lo porta a sopravvivere sempre di buonumore. E il sogno della vincita è sempre presente nella vita del povero, vive con lui, con sua moglie, coi suoi figli. Un sogno lungo una vita che lo consola ad ogni istante, che si squaglia per conservarsi dentro l'anima.

E' una malattia che si propaga di vascio in vascio, di vico in vico, di quartiere in quartiere; di cuore in cuore, di anima in anima, di persona in persona. E' un virus immenso, contagioso, irrefrenabile...

... dal portinaio ciabattino che sta seduto al suo banchetto innanzi al portoncino, il contagio del lotto si comunica alla povera cucitrice che viene a portargli le scarpe vecchie da risuolare; da costei passa al suo innamorato, un garzone di cantina; costui lo porta all'oste che lo dà a tutti gli avventori, i quali lo seminano nelle case, nelle officine, nelle altre osterie, fino nelle chiese...
La serva del quinto piano, a destra, giuoca, sperando di non far più la serva; ma tutte le serve, di tutti i piani... giuocano, tanto la cameriera del primo che ha le trenta lire al mese, quanto la vajassa del sesto, che ne prende otto, con la dolce speranza di uscir dal servizio, così duro; e si comunicano i loro numeri, fanno combriccola sui pianerottoli, se li dicono dalle finestre, se li telegrafano a segni...
... la moglie dello stagnino affogata dal fetore del piombo, la lavandaia che sta tutto il giorno con le mani nella saponata, la venditrice di castagne che si brucia la faccia e le mani al vapore e al calore del fornello, la venditrice di noci che ha le mani nere sino ai polsi per l'ac
ido gallico...

E in poche righe degne di essere riportate qui, in questo saggio - ma voglio dire: andrebbe riportato qui tutto il libro, per la sua intrinseca bellezza, per la sua importanza nella storia delle città partenopea, per la sua audace atroce denuncia contro tutte le miserie che Napoli si cova nel suo ventre, (come scriveva nel primo libro) la Serao addita indirettamente un altro male che ella ritiene incurabile, se non con una vincita al lotto, del suo disgraziatissimo paese

... dove sono riunite, a vivere di peccato, le disgraziate donne di cui Napoli ha così grande copia, il lotto è una delle più grandi speranze: speranza di redenzione

La scrittrice non si ferma al popolino abituato a una vita di stenti e a volte disumana, perché la malattia del gioco del lotto colpisce anche chi male non sta; parla della piccola e media borghesia ma anche - si direbbe oggi - della gente benestante, senza tralasciare i nobili.
I quali, per accrescere le proprie sostanze - i decaduti per far fronte a collassi finanziari inaspettati o meno - giocano insomma tutti; dalle figlie di famiglia in attesa di sposarsi al piccolo e grande commerciante, dagli impiegati del Comune a quelli delle banche a quelli del Dazio e ai pensionati, giocano specialmente quelli che con la misera somma mensile non riescono a sbarcare il lunario.
E si sparge la voce dei numeri che alcuni sanno che usciranno di sicuro, lo ha detto la cabala, l'ha confermato l'assistito, l'ha comunicato il parente defunto venuto in sogno a dare i numeri. Eh sì, perché i sogni sono il principale stimolo a giocare.


fine seconda parte

marcello de santis

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