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saggi

La vestale Cossinia

4 Novembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #luoghi da conoscere

La vestale Cossinia



Pubblicai sul mio foglio, qualche tempo fa, alcune immagini del castello di Tivoli, la Rocca Pia. Tra i tanti amici che videro le foto e la breve storia di essa, qualcuno mi chiese di far conoscere qualche altra cosa del mio paese. Mi ripromisi di parlare della vestale Cossinia, sconosciuta ai più, e forse anche a molti dei miei concittadini. Ecco, ve ne parlo adesso.
Partiamo dalla tomba. C'è un cimelio sulle rive del fiume Aniene, e precisamente sulla sponda destra, che viene fatto risalire al secolo II-III d.C. E' un semplice basamento su cinque gradini sul quale si erge questo cippo funerario. Dietro c'è un altro piedistallo, se così possiamo chiamarlo, questo è formato da soli tre gradini e pare che sotto di esso siano stati rinvenuti i resti della vestale Cossinia con a fianco una bambolina snodabile, in avorio. Il rinvenimento avvenne nell'anno 1929, durante lavori di potenziamento dell'argine che era sottoposto a continui franamenti della scarpata, impraticabile allora.
Qualche giorno fa ho deciso di andare a far visita al monumento e, per farlo, ho attraversato il Ponte della Pace che scavalca il fiume Aniene nei pressi dell'Ospedale. Passato il fiume, si sale per una stradina ammattonata fra alte canne di fiume sulla sinistra e piante sulla destra; qui a suo tempo l'amministrazione sistemò due o tre panchine in ferro (i sostegni laterali) e toghe di legno (a costituire la panchina) ma queste oggi, grazie al vandalismo di qualcuno, sono ridotte ai minimi termini, vale a dire ci sono solo i sostegni in ferro, ché le toghe sono state divelte e chissà che fine hanno fatto. Non è proprio un belvedere. Senza contare che le erbacce stanno invadendo il breve tratto di strada in salita e tra poco si dovrà tagliare con il machete se si vuole salire al piazzale della Stazione dei treni. Giunti qui sopra si deve camminare nel senso che va verso il centro, circa un centinaio di metri, per poi scendere per un'altra decina di metri e giungere al cippo.
Ho percorso questo breve tratto sotto un sole splendido ma il cuore mi si è ristretto nel constatare che anche qui - sul largo marciapiede che guarda il fiume - le quattro/cinque panchine di travertino sono state devastate, distrutte dallo scempio attuato da bipedi che nottetempo, dopo il lavoro eroico, hanno perfino imbrattato i pezzi rimasti, uno sconcio mostruoso, da me segnalato molto tempo fa a chi di dovere, ma da allora niente si è fatto. Il decoro della città, o meglio, di questo paesucolo (mi dispiace molto definirlo tale, ma purtroppo non è molto di più di questo, un paesucolo, per il menefreghismo e l'ignoranza di tutti) non importa a nessuno, tantomeno alle autorità costituite, amen. Voi - amici che mi leggete - cercate di gustarvi "solo" la storia del monumento, ché le mie lamentele sono rivolte ad altri, lo avrete capito; ma ho il dovere di farle.
Eccomi arrivato: il cancello è aperto ma se non lo fosse sarebbe la stessa cosa, ché di lato si può " trasire" e scendere senza colpo ferire. E allora scendo i cinque o sei larghissimi gradoni; ed ecco apparirmi il monumento funebre.
Le facce del monumento sono ignominiosamente scarabocchiate e deturpate da sedicenti scrittori della domenica con ghirigori illeggibili, a colori nero e rosso, di vernice o pennarello o chissà che cosa. Bravi ragazzi!!!! Tornate presto a finire il vostro lavoro letterario, anche sulla faccia che avete dimenticato di sporcare!!!
Veniamo al monumento: in un tondo fatto di foglie di quercia a rilievo, c'è scritto alla vergine vestale Cossinia e sotto c'è il nome di chi ha fatto la dedica: il parente o il padre: Lucio Cossinio Eletto. La facciata posteriore invece riporta:

"Qui giace e riposa la Vergine,
per mano del popolo trasportata,
poiché per sessantasei anni fu fedele al culto di Vesta.
Luogo conce
sso per decreto del Senato".

Il tutto in latino, chiaramente.
Ecco la scritta come appare:

V(irgini) V(estali)
Cossiniae
L(uc
ii)f(iliae),

alla vergine vestale
Cossinia
,
figlia di Lucio

sotto c'è il nome del parente (il padre?) come detto: L. Cossinius Electus.

Nella faccia del retro appare questo scritto:

Undecies senis quod Vestae paruit annis,
hic sita virgo, manu populi delata, quiescit.
L(ocus) d(atus) s(enatus)
c(onsu
lto)

che tradotto, alla lettera, significa:

dopo undici volte gli anni che ha svolto il servizio per la dea Vesta
qui sepolta, la vergine, dal popolo trasportata a mano, riposa.
luogo donato con senatoconsulto (decreto del se
nato)

Eccola dunque la storia di questa eroica fanciulla che dedicò tutta la vita a tenere acceso il fuoco della dea Vesta nel tempio a lei dedicato a Tivoli; tempio che si può vedere ancora in tutta la sua superba maestà ergersi su uno spuntone di roccia che dà su un immensa voragine di piante e di verde.
Dunque: Cossinia viene destinata - quando ha solo meno di una decina d'anni, forse sei o sette appena - a servire al tempio di Vesta a Tivoli. Come tutte le sue compagne svolge il suo servizio con competenza e dedizione.

Le vestali all'epoca si dovevano impegnare a non lasciare il compito sacerdotale se non al compimento dei trent'anni. Ma Cossinia, allo scadere del tempo, non abbandonò, continuò il suo impegno fino alla morte che avvenne alla bella età di 75 anni. E i versi incisi sul travertino del cippo dicono proprio questo: undecies senis anni, servì la dea per ben 66 anni. (Obbedi a Vesta undici volte l’età che aveva al suo ingresso nel sacerdozio).
Restò a curare il fuoco sacro alla dea, che non si spegnesse mai. Quando morì, alla veneranda età di 75 anni, il populus tiburtinus volle tributarle onori grandissimi e indimenticabili. Una moltitudine di gente accompagnò la vergine vestale a riposare in pace sulla sponda del fiume Aniene. Qui fu sepolta e, davanti alla tomba, a perenne ricordo, fu elevato il cippo che vediamo.
Con essa, e accanto a essa, fu posta una bambolina dagli arti snodabili, fatta di avorio, con la quale Cossinia giocava da fanciulla, ma che non lasciò mai, andando contro la tradizione e l'usanza in auge a quei tempi. Infatti, era costume che le giovani potessero giocare con le proprie bamboline soltanto fino al momento di entrare a far parte di un'altra vita, quella coniugale e, al momento di sposarsi, i loro giocattoli, nel caso la bambola, venivano donati alla dea. La giovane sappiamo che non si sposò, dedicando la vita alla Dea Vesta e mantenne con sé la bambolina, il suo giocattolo preferito.
La bambolina di Cossinia è bellissima, longilinea, ha le giunture snodabili così che la bambina possa muoverle a piacimento, metterla seduta o farla camminare tenendola per le mani. Insomma, la pupa poteva assumere diverse posizioni. Aveva anche un corredo, come si usa ancora oggi, ad esempio con le famose Barbie, in un cofanetto c'erano gioielli, una collanina a maglia doppia e diversi braccialetti da indossare sia ai polsi che alle caviglie.
Il sito è stato rinvenuto come detto nel 1929 per porre riparo a smottamenti del terreno troppo vicino al fiume. E' stato risistemato nell'anno 1967 grazie all'intervento dell'Azienda di Cura e Turismo della città, che ha realizzato, per permettere di giungere a visitare il monumento, un'ampia scalinata d'accesso in ammattonato. C'era tutt'intorno anche una specie di giardino, ma oggi questo è ridotto a un insieme di erbacce che crescono per ogni dove, ostacolando perfino il passaggio per avvicinarsi al cippo funebre.
Grande è l'incuria, sia di quei pochi, pochissimi - io aggiungerei nulli, e credo di non sbagliare - visitatori che vanno laggiù, sia, soprattutto, delle autorità cittadine che nulla fanno per preservarlo e adeguatamente conservarlo. Purtroppo il sito è fuori mano rispetto al centro urbano, ma non si fa niente per pubblicizzarlo e far sì che i moltissimi visitatori che arrivano annualmente da tutto il mondo, oltre alle nostre ville, visitino anche questo.
Concludo il mio breve saggio con la speranza che le autorità possano "iniziare a vigilare", trovino la maniera, per la conservazione delle nostre - e sono tante - bellezze e antichità.
Mi vergogno un poco a dichiarare che da qualche tempo da noi imperano la barbarie e il vandalismo più duri, che - se non si interverrà presto e nel modo giusto - ridurranno in polvere anche le opere più grandi; si ricordi lo stato di Villa Gregoriana, un gioiello della natura, prima che la gestione fosse affidata al FAI, Fondo Ambiente Italiano, che tutela ben quarantamila metri quadrati di edifici e opere d'arte in tutta Italia, strappati al degrado nel pieno rispetto dell'arte e della natura.

marcello de santis

La vestale Cossinia
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Tornare a vivere?

2 Novembre 2015 , Scritto da Marcello de Sanctis Con tag #marcello de santis, #saggi

Tornare a vivere?

Talvolta la divulgazione di libri che trattano della reincarnazione ha portato ad atti sconsiderati da parte di alcune persone che, influenzate dalla possibilità di "tornare a vivere" in una nuova vita, hanno voluto provare.
E' il caso di quel tale

RICHARD SWINK

Un ragazzo di appena 19 anni che faceva il rivenditore di giornali; era l'anno 1956, il fatto avvenne in Oklahoma. Richard, avendo letto - appunto - una pubblicazione sulla reincarnazione, si sparò un colpo di pistola e ci rimise la pelle. Il giovane lasciò una lettera nella quale spiegava il suo gesto: voleva provare di persona se, quanto asserito in quelle teorie, rispondesse a verità.
Il libro, che l'aveva spinto a quell'insana decisione, è di un ipnotizzatore di nome Morey Bernstein, nel quale, da scrittore dilettante qual era, aveva descritto, tra l'altro, di un suo esperimento con un soggetto che, messo sotto ipnosi, era stato riportato in un tempo precedente a quello della sua attuale vita, facendo regredire la sua mente negli anni.
Chiaramente, il Bernstein non era uno studioso della materia né uno scienziato ma un artista - possiamo dire - da palcoscenico. Pure si era convinto - nonostante con le sue domande poste al soggetto in stato di sonnambulismo tentasse ad ogni modo di condurre lo stesso a dichiarazioni che potevano apparire come relative a fatti avvenuti in una esistenza precedente - si era convinto, dicevamo, che la reincarnazione esiste davvero, con assoluta sicurezza (ciò che non viene mai affermato dagli studiosi che con coscienza studiano il fenomeno).
Ma allora non si volle dare la colpa al Bernstein, perché, anche se il ragazzo avesse letto un altro trattato qualsiasi sul fenomeno, di tanti che ne erano in circolazione, avrebbe potuto commettere ugualmente il gesto fatale, tanto instabile probabilmente era la sua mente.
Per la cronaca, il soggetto sotto ipnosi regressiva nel libro era una donna di casa, americana, di nome Ruth Simmons; in realtà il suo vero nome era Virginia Tighe, e quello fittizio fu usato dal signor Bernstein quando scrisse il libro che riportava i suoi esperimenti.

VIRGINIA TIGHE

Si era nell'anno 1952 quando l'ipnotizzatore dilettante volle tentare un esperimento con una giovane donna di 29 anni, Virginia Tighe, appunto. L'ha fatta regredire fino alla sua infanzia, poi ha continuato, riportandola ancora più indietro nel tempo fino a farla scivolare in una esistenza precedente. La ragazza ha cominciato a parlare con la voce di una bambina, con un accento irlandese, e ha fatto dichiarazioni strabilianti. Le dichiarazioni sono state raccolte in più sedute ipnotiche. Narrava che: "era stata Bridey Murphy, e faceva la ragioniera, era nativa dell'Irlanda, ed era figlia di gente che coltivava la terra; la sua vita si era svolta nel secolo precedente". Dette anche una data precisa: era nata in un paesino vicino a Cork, in Irlanda, appunto nell'anno 1798; e indicò il giorno: 20 dicembre. La Tighe non era mai stata in Irlanda e non conosceva affatto quella nazione. Pure narrò nei dettagli come era vissuta, quali erano le sue mansioni all'interno della famiglia e dette notizie relative alla sua casa, ai suoi cari, alla campagna dove aveva vissuto.

Si fecero ricerche accurate, successivamente, e i fatti raccontati corrispondevano, anche se non completamente, a quelli reali.

Per tornare al Ian Stevenson, c'è da dire che molti sono stati nel mondo i suoi detrattori, moltissimi hanno messo in dubbio i suoi metodi e conseguentemente i suoi risultati; ma di più quelli che hanno dichiarato il suo lavoro svolto con coscienza e metodo il più scientifico che si potesse applicare al fenomeno.
Ricordiamo alcuni elementi basilari della sua ricerca:

a) il fenomeno si manifesta in bambini che fanno queste dichiarazioni quando sono in età dai due ai quattro anni.
b) essi smettono poco alla volta di raccontare e dimenticano alla età intorno ai sette anni.
c) nelle dichiarazioni nella maggior parte dei casi il bambino narra di essere morto per morte violenta o almeno non naturale.
d) ricordano perfettamente e raccontano il momento della morte con particolari che il più delle volte ai controlli risultano esatti.

Ricordiamo inoltre che il professore ha sempre parlato di possibilità di reincarnazione e questo perché non si può dimostrare che alla morte di un soggetto la sua anima torni ad occupare un nuovo corpo. Mancano la prove fisiche.
Vogliamo riportare anche una credenza o convinzione di alcuni studiosi orientali, ma ci limitiamo per ora solo a farvi conoscere questa nozione: esseri umani che muoiono e debbono ancora perfezionarsi, ritornano sotto nuove spoglie, ma non sempre dentro corpi di persone umane. A seconda del comportamento più o meno buono, o più o meno cattivo, tenuto nella vita che vanno a lasciare o hanno lasciato, possono prendere la forma di animali, e talvolta in specie meno evolute o addirittura in specie inferiori. E' la cosiddetta metempiscosi.
Abbiamo detto che l'unica prova obiettiva della reincarnazione avviene solo grazie alle dichiarazioni di soggetti sottoposti a ipnosi regressiva. Oppure alle dichiarazioni spontanee di soggetti che, senza alcun impulso esterno, cominciano a raccontare di esistenze precedenti.
Molti detrattori affermano che queste dichiarazioni possono spiegarsi solo con la possessione o con l'influenza spiritica. Ma tutt'e due le teorie concordano su un solo unico fatto: ambedue riportano ad una ipotesi molto veritiera sulla esistenza di una nuova vita dopo la morte.
Una psichiatra, che ha fatto della regressione ipnotica lo scopo delle sue ricerche, e di conseguenza si è trovata a studiare anche le forme della morte, le conseguenze della stessa e le possibilità di un ritorno in altra vita, è una dottoressa di origine svizzera, ma americana, morta alcuni anni or sono.
Si tratta di Elisabeth Kubler-Ross


Elisabeth Kubler-Ross 1926-2004

Nata a Zurigo, si è trasferita in USA nel 1958 col marito; qui ha svolto la sua attività presso l'Università della Virginia, dopo aver esercitato la sua professione di psichiatra in moltissimi ospedali. Ha al suo attivo una ventina di pubblicazioni scientifiche, la gran parte delle quali proprio sulla morte.
In un libro ha fatto interviste a persone in punto di morte (Interviste con i moribondi, New York, 2001: intervistò circa 200 malati in stato terminale) oltre che ricerche approfondite sulla morte e l'Aldilà (2002) e tanti studi eseguiti su bambini, proprio per verificare ipotesi di ritorno alla nuova vita. Purtroppo ha dovuto troncare le sue ricerche perché nel 1995 ha subito in ictus cerebrale che l'ha costretta su una sedia a rotelle.
Alla fine dei suoi lunghi studi e delle sue innumerevoli accurate ricerche, intervistata sull'argomento, ha concluso così:

"Oggi, sono certa che esista una vita dopo la morte.
E che la nostra morte fisica,
è solamente l'abbandono di questo corpo materiale
che per noi è solo un involucro temporaneo.
L'anima però, ne sono più che convinta,
continua a vivere su un pia
n
o diverso."

In seguito alle interviste con le persone in punto di morte, su cosa pensassero ci fosse dopo, se credevano in un aldilà, se avessero avuto sensazioni particolari sulla possibilità di una nuova vita, ecc, poté mettere a punto cinque fasi sulla morte, che riportiamo brevemente.

a) il paziente non vuole (prima) ammettere la sua malattia; (poi) non vuole ammettere, pure se è stato convinto di essere malato, la gravità della stessa; quindi allontana dalle sue convinzioni che dovrà morire.

b) il paziente prova una certa invidia per quelli che gli sono intorno, e sono sani. Per questa sua e loro situazione egli si arrabbia molto. E allora sente fino in fondo la sua sofferenza. Subentra il terrore di essere dimenticato dopo morto mentre la vita dei sani continua tra feste e cose allegre.

c) spera che i medici siano in grado di allontanare il dolore e con esso la fine imminente; o quanto meno vuole assumere con convinzione (e spera anche nel contributo di chi gli sta intorno costantemente, parenti, infermieri, medici) che i medici ritardino il più possibile la sua dipartita.

d) alla fine però la rabbia e la disperazione, ma non ancora la rassegnazione, la fanno da padrone. E subentra una depressione che si fa sempre più pesante.

e) e ai rifiuti sopra descritti subentra definitivamente la stanchezza e una sorte di accettazione del male e della fine imminente. Agogna il sonno, che lo estranei da tutto e da tutti, non vuole né vedere né sentire i parenti che lo circondano, e parlano e aspettano, senza sperare. Più facile è questo momento per le persone anziane, perché alla fine pensano che almeno ci saranno i figli a continuare per lui; più difficile e talvolta inaccettabile invece per i giovani.



Mi scrive un'amica di Facebook:

Ciao Marcello, quello che sto per dirti forse non è proprio inerente alla reincarnazione, ma è di certo un fatto strano.Ti prego: vorrei restare anonima.
Avevo avuto e avevo tuttora problemi pesanti con un familiare, un parente che abitava la mia casa, ossia la casa che io avevo ereditato dai miei genitori.
Una notte, durante il sonno, sento muovere il mio letto, e qualcuno che mi tocca i piedi per svegliarmi. Aprendo gli occhi ho visto la figura sfuocata di un uomo che mi diceva: vai a casa! Io mi sono seduta sulla sponda del letto ma ho avuto la sensazione che continuassi a dormire; eppure la vedevo, quella figura, non riuscivo ad individuare chi fosse; poi ho capito che era mio padre. E ho anche capito che desiderava che io mandassi via da casa quel nostro parente.
Mi sono svegliata, ero spaventata, ma ripensando all'accaduto mi sono detta: devo andarci, lui me lo ha chiesto; devo farlo per lui, per i miei genitori, che per averla, quella casa, hanno fatto enormi sacrifici. La persona che la abitava era un violento, e io avevo paura, molta, ma ho trovato il modo di fargli visita, e di invitarlo a lasciare l'abitazione e andarsene. Ciò che fece.
Dopo qualche giorno, parlandone con alcuni conoscenti, uno di loro mi disse: brava, sei stata fortunata, se non fossi intervenuta, fra qualche mese avresti perso la casa, perché chi la abitava, stava brigando per portartela via.
Devo dire grazie a pa
pà.
Grazie


Grazie a te cara amica, ecco, lo pubblico senza fare il tuo nome. Lo faccio perché potrebbe interessare.
Si parla spesso infatti di entità disincarnate che appaiono o si fanno sentire da parenti viventi, per comunicare, col silenzio, cioè con la sola presenza o con parole a volte a malapena percepite, qualcosa per il nostro bene. C'è che ci crede fermamente e chi invece è scettico su tali manifestazioni; ed è la sorte della nostra materia. Ma va riconosciuto che è qualche cosa che appassiona e lascia pensare.

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Il Futurismo e la poesia

27 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #poesia

Il Futurismo e  la poesia

La poesia futurista, se di poesia è lecito parlare, oltre a servirsi come già detto della forma libera, affronta gli argomenti più strani, se posti in relazione ai contenuti della poesia dell’800 e di certa poesia del primo novecento.
Nascono allora composizioni che si presentano con termini come (scusate l’elenco un po’ fastidioso) carrozze, pagnotte di sterco, verzure, dormiglioni, faccia marmifica, bocciuoli, famigliola, garofani, ruffiani, sconcezze, sputacchi, sbudellare, etc, oppure componimenti chiaramente artefatti, vorremmo aggiungere, fatti per stupire, con locuzioni del genere pettinare pensieri, bulinare il cervello, cantare l’epicinio; con definizioni tipo tiremolla d’allegria, altare cornuto dell’incudine, decapitazione del sole, ventarole di latta, pipe sornione.
Ecco come, in questa breve poesia, descrive le orchidee Corrado Govoni (e notate che Govoni fu un poeta futurista solo per alcuni tratti, noi infatti lo ricordiamo piuttosto come un crepuscolare influenzato dal Pascoli e D’Annunzio):

Ernie variopinte dei fiori/ semicupi delle farfalle/ spegnitoi
delle lucciole verdi/ aborti gialli degli incubi/ malattie veneree riprodotte
in cera/ vulve complicate ed oscene/ berretti da notte degli gnomi/
pitali delle silfidi/ fiori di stupro/ fiori di lupanare/ fiori omosessuali/
tavolozze dell’arco
baleno/ afrodisiaci peni rossi/
serviti sopra piatti di maiolica”.


Abbiamo detto più sopra: "se di poesia è lecito parlare", e il dubbio è nato (e resta) dopo la lettura di un bel mucchio di versi (abbiamo affrontato, per amore di informazione, poesie chilometriche di vari autori futuristi e, quando siamo giunti alla fine di ogni composizione, con tanta fatica e tanta tanta noia, ci siamo accorti di aver dimenticato nel frattempo il senso ed il contenuto “delle liste di cose elencate alla rinfusa”).
E’ necessario qualche esempio:

In sera di festa, la veglia era piena/ smagliante di luci e di gemme/
fiorita dai petali rossi e scarlatti/ di dolci sorrisi lunghissimi,/
fra muover di passi leggeri,/ di piccoli passi dorati/ strisciare d’inchini
profondi, lentissimi,/ frusciare di serici manti,/ di manti vermigli,
violetti,/ di manti bianchissimi,/ coperti di gemme fulgenti,/
cosparsi di perle finissime,/ goccianti di vivi diaman
ti,/
fluenti di trecce biondissime/…

Riportiamo adesso una decina di versi sempre di Palazzeschi, presi da La passeggiata, che si snodano sullo stesso tono per più di cento versi:

… orologeria di precisione./ 43./ Lotteria del milione./ Antica trattoria/
la pace,/ con giardino;/ mescita di vino./ Loffredo e Rondinella,/
primaria casa di stoffe,/ panni, lana e flanella./ Oggetti d’arte,/
antichità./ 26,/ 26 A./ Corso Napoleon
e Bonaparte,/ ecc…

Passiamo ad un’altra poesia, e vi prego se potete, arrivate fino in fondo:

… Or sibili e zirli, fra trilli e strilli acutissimi e fischi!/
All’ombra di tristi lentischi, li gnomi in arcione su grilli/
cavalcano./ Il Re, su la groppa si perde di un sorc
io
in gualdrappa/ turchina,/…

Leggiamo adesso qualcosa di Ardengo Soffici, altro munifico rappresentante del movimento, ma anche grande pittore e saggista e precisamente alcuni versi tratti da Atelier (non sappiamo dove cominciare, visto che non esiste punteggiatura, né consecutio… logica!).

Dai quattro punti del mondo/ addipano l’arcobaleno/
lasciate le cose gli uomini i paesi/ venite a me come semplici fanciulli/
posarmisi intorno ognuno al suo posto nelle cornici/ bottiglie di tutti
i liquori scritti sull’etichetta/ Sher Tyui Césa/ un f
ico dottato/ cocomeri
che marman la bocca/

E alcuni versi della poesia dall’argomento principe per i futuristi: Aeroplano: …

Frrrrr frrrrrfrrrrr affogo nel turchino ghimé/ mangio triangoli di turchino
di mammola/ fette d’azzurro/ ingollo bocks di turchino cobalto/
celeste di lapislazzuli/ celeste blu celeste chiaro celestino/
blu di pr
ussia celeste cupo celeste lumiera/

E, per finire, un ultimo esempio, tratto da Sobborgo di Luciano Folgore:

… Mezzodì. Pausa./ Riposo delle ciminiere./ Facce di nero all’aperto./
Fuliggine di mani./ Bocche spalancate:/ stridenti musiche di denti,/
e passanti radi/ nei vicoli
,/ e guadi d’orina./


Assistiamo inoltre alla esaltazione degli “automobili” degli aeroplani, delle ranocchie, dell’elettricità, della paglia, del caffè, etc…
Il fenomeno, però, pur presentando quasi sempre creazione scadenti sotto l’aspetto della “poesia”, fu senza dubbio importante per la spinta che portò a quel cambiamento, di cui si avvertiva il bisogno, in un’epoca in cui la staticità stava debilitando gli animi.
Il rinnovamento che il Futurismo propugnava forse ci voleva; ma non avrebbe dovuto essere portato alle estreme conseguenze formali e sostanziali di cui sopra, che generarono la morte della letteratura e dell’arte in generale.
Non vogliamo parlare qui delle conseguenze decisamente forti che il movimento ebbe negli altri campi della cultura, specie nelle arti figurative. Ma è doveroso accennare all’influenza rilevante che esercitarono in tutta l’Europa, il Marinetti e la sua avventura politico-letteraria.
La Russia, la Francia, la Germania subirono in maniera sensibilissima quella violenta scossa; in tutta Europa venivano pubblicati i manifesti futuristi lanciati da Marinetti e dai suoi adepti e seguaci; e si andò ancora oltre, con l’allestimento in diverse capitali europee di mostre di pittura, dove si potevano toccare i prodotti più veri ed immediati della idee scaturite dal movimento d’avanguardia ita
liano.


CONCLUSIONI

Giuseppe Prezzolini, contemporaneo di Marinetti, riteneva lo stesso: “uomo scarsamente colto, ma di una verbosità eccezionale”. Nel Futurismo, ebbe a dire, qualcosa di buono c’era; ma questo qualcosa non era “né nuovo né futurista, e consiste nell’anelito verso una arte moderna in Italia, quale l’Italia ancora non ha” . La voce, V, n.15, 10 aprile 1913. Continua l’articolo di Prezzolini: ”Alla domanda di un’arte moderna, le opere stesse dei futuristi non rispondono che imperfettamente, piene come sono di roba vecchia, di residui, di rimasticature, di zeppe d’annunziane, pascoliane, corazziniane, maeterlinckiane, decadenti, simboliste, wildiane, e anche classiciste e romantiche”. Forse Prezzolini esagera un poco, ma ci trova sostanzialmente d’accordo.

Parere non troppo dissimile fu quello di altri uomini di cultura del tempo, i quali riconobbero al buon Filippo Tommaso un’esuberanza che forse essi stessi avrebbero voluto avere.

Che il torto di Marinetti fosse quello di reputarsi un “maestro”, un “caposcuola”, come dubita lo stesso Lucini? In effetti, non ci fu una scuola di futurismo, quanto meno non se ne hanno i prodotti (in senso positivo). Per cui il nostro personaggio, che un po’ ironicamente nel titolo abbiamo definito un “regista” del movimento, possiamo definirlo come un uomo di buona volontà, che ebbe il coraggio di tentare, e di combattere per le sue idee, e al quale bisogna riconoscere il merito di aver dato una scossa indimenticabile (che contribuì in maniera determinante a “cambiare”) alla letteratura e all’arte di quel periodo. Tutto qui.
Intanto parallelamente al movimento, stavano mettendo le ali giovani di valore, quali Cardarelli, Montale, Ungaretti.

marcello de santis

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Le serate futuriste e Palazzeschi

25 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Le serate futuriste e Palazzeschi

Torniamo un attimo indietro, alla affermazione “il movimento contribuì al superamento del classicismo accademico e al rinnovamento dei mezzi espressivi”.
Sarà anche così, ma a noi, ad un esame accurato delle opere così concepite e create, non sembra proprio. Cosa è rimasto del futurismo oggi, a distanza di un centinaio di anni, che possa dirsi “far parte della letteratura italiana”? Nelle antologie scolastiche ad uso di qualsiasi tipo di istituto, oggi non c’è più notizia di tale movimento; in quelle dei mie tempi, al futurismo veniva riservata, sì e no, una mezza pagina, e solo a scopo di nozione, per non dire di curiosità. Più spesso, e talvolta in libri non propriamente scolastici, se ne parla come movimento più vicino alla politica e alla società del tempo, che non alla letteratura. Delle opere nate sotto l’egida di tale “iniziativa” non mi pare che se ne ricordino molte, se si esclude la sola che viene (veniva?) pubblicata sui libri di scuola, quella Fontana malata di Palazzeschi, dai rumori veramente “malati”:

- clof, clop, choch, / cloppete,/ cloffete/ clocchete/ chchch….
- /…. / e giù nel/ cortile/ la povera/ fontana/ malata, / che spasimo/
- sentirla/
tossire/…,

poesia che io stesso, in trasmissioni eseguite in radio libere e in spettacoli di poesia, ho proposto e riproposto al pubblico, solo ed esclusivamente per la musicalità che essa presenta, e per un omaggio al grande Palazzeschi, oltre all’originale recitativo da me composto, intitolato appunto “Il futurismo”, che presentai più volte al pubblico negli anni novanta insieme al mio gruppo appuntamento con la poesia.
Il resto, per parodiare allegramente il cantante autore Franco Califano, “tutto il resto è noia”!
Con l’adozione dei due princìpi suddetti, dunque – verso libero e paroliberismo – sorge spontanea la domanda: esiste la poesia? esiste il racconto? esistono il romanzo, la novella? esiste la “letteratura”?
O non si è provveduto a distruggere solamente, per lasciare libero spazio a “parole in libertà, usando la forma libera del verso”?

Non dimentichiamo, nel porre la domanda, che il Marinetti era un eccezionale declamatore, diremmo meglio un attore-istrione, che iniziò la sua attività, in teatro.
Nel 1900 decide di dedicarsi solo alla letteratura (aveva allora 26 anni) presentando “cosiddetti” spettacoli di poesia in Francia e in Italia, recitando e leggendo versi non solo di poeti italiani, ma anche e soprattutto di poeti francesi.
Fu così che il Marinetti prese (e riuscì) a diffondere, nel nostro paese (ed è uno dei pochi meriti che gli vanno riconosciuti), la poesia di Baudelaire, di Rimbaud, di Verlaine e di tutti quei poeti transalpini che andavano per la maggiore nella rive gauche de la Seine, in quella Parigi della fine ottocento.
Poi, dopo l’invenzione e la pubblicazione dei manifesti, mise in pratica il futurismo, con lettura e declamazione delle neonate opere, aiutato in ciò da alcuni o molti poeti e scrittori futuristi, appunto; e con loro venne a trovarsi anche il malcapitato Palazzeschi, che quasi sempre - avendo una voce esile e una poca o nulla faccia tosta, (ciò che era richiesto dalla bisogna) - doveva venire sostituito da altri compagni di avventura, o di sventura, quando non proprio da lui, il Filippo Tommaso, stante la gazzarra che gli spettatori mettevano “in scena” in platea, rispetto a quella che gli attori mettevano in scena sul palco, palco preso di mira da atroci invettive e lazzi e lancio di erbe e frutta. Erano queste le serate futuriste.

Quella del 12.1.1910 al Politeama Rossetti a Trieste. Palazzeschi si presenta, al suo turno, per declamare “la regola del Sole”. Sulla ribalta la sua poca voce viene soffocata quasi immediatamente dallo strepito incredibile e dagli schiamazzi di un pubblico incandescente.

E quella dell’ 8 marzo dello stesso anno al Politeama Chiarelli di Torino. Anche qui atmosfera surriscaldata. C’è da dire che i presenti sono più calmi che a Trieste. Ciò nonostante, Palazzeschi interrompe la sua lettura. Gli subentra Marinetti, la cui presenza sul palco genera quello che fino ad allora non è successo: urli e fischi sommergono ogni cosa.
Ultima ma non ultima, la serata del 20 aprile al Teatro Mercadante a Napoli. Ancora elettricità in sala. Al già sperimentato nelle sale nelle precedenti serate, si aggiungono gli ortaggi: patate, pomodori, frutta varia, dalla platea al palco; tutto in allegria.
Ecco: questo (anche questo) era il futurismo.
Come poteva Palazzeschi viverci a lungo? Resistere? Doveva durare poco. E fu così.
Finì in breve un altro periodo del suo vivere giocondo, di quella giocondità che le sue poesie avevano il dono (il pregio?) di generare; confessò a Giacinto Spagnoletti:

“allorquando ne volli far parte agli altri, tutti si misero a ridere,
ridere tanto da doversi reggere la pan
cia”. G. Spagnoletti, Palazzeschi, Longanesi, Milano, 1971, pag.68

Non poteva, questo nuovo modo di fare poesia (e prosa) che il Marinetti propugna a spada tratta, essere più utile, più aderente alla dizione in palcoscenico? Abbiamo provato anche noi a declamare a voce alta, davanti ad un microfono, alcune poesie dell’epoca futurista; e dobbiamo convenire che l’idea appena esposta potrebbe non essere completamente errata.
Fatto sta che Il Marinetti e i suoi amici futuristi “scrissero” secondo i nuovi canoni e, lasciatecelo dire, ne combinarono di tutti i colori. Non furono certo, Marinetti e gli altri, scrittori sprovveduti e mediocri, tutt’altro! Scrivevano bene, sapevano usare la penna; ma erano dei costruttori abilissimi e dei mestieranti convinti e capaci, che si attenevano strettamente alle regole dei manifesti.
Non erriamo se affermiamo che le cose migliori che “crearono” furono proprio “i manifesti”.

marcello de santis

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Il verso libero

23 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi, #poesia

Il verso libero

Nelle antologie scolastiche per licei e istituti superiori in genere, per rappresentare il Novecento letterario italiano si scriveva, almeno negli anni del mio ormai lontano liceo (perché non so se oggi nelle scuole si studi ancora poesia e futurismo) che “la letteratura del nuovo secolo si apre all’insegna della insoddisfazione e dell’irrequietezza”.
E questo per giustificare (e forse va bene così) la nascita di diversi movimenti, vedi: futurismo, crepuscolarismo, ermetismo, anche se per alcuni di questi non può parlarsi di vero e proprio movimento, formati, e diremmo meglio fondati, da gruppi di letterati o artisti (pittori, scultori, musicisti) tutti presi da anelito di rinnovamento, in antitesi ai vari decadentismo e simbolismo che non rispondevano più agli scopi della vita.
L’imperatore Gabriele D’annunzio, il focoso D’annunzio, canta la gloria militare, si ciba di rischio e di azione fremente, mostra una certa simpatia, anche se talvolta velata, per la violenza intesa in senso lato. Tutto questo – si commenta – è giustificato dal periodo in cui egli vive.

Già negli ultimi anni del secolo precedente, infatti, se andiamo a vedere nel sociale, ci sono movimenti di ribellione dei lavoratori, tendenti ad ottenere miglioramenti salariali e normativi; e non sempre l’autorità costituita interviene a proposito per portare o riportare la calma, per cui gli odi aumentano e gli scontenti si allargano. Allo sviluppo dell’industria fa riscontro una stasi delle misere condizioni dei braccianti e spesso un peggioramento delle stesse. I rincari dei generi di prima necessità rendono difficili le condizioni di vita. Nel periodo che ci riguarda (1900-1920), con Giolitti al governo, c’è qualche miglioramento, ma, ad un approfondito esame, è un miglioramento solo apparente, perché, con la crescita della coscienza della classe lavoratrice, crescono i fremiti di ribellione. La guerra di Libia (1911) e la forte emigrazione, in parte calmano, in parte eccitano, il popolo italiano.

Se sul piano politico e morale il giudizio sul futurismo italiano non può essere favorevole, bisogna però dire che nell’ambito letterario esso contribuì al superamento degli ultimi residui del sentimentalismo e del classicismo accademico; e stimolò il rinnovamento dei mezzi espressivi (A. Pasquali – M. Balestrieri – G. Terzuoli: La società e le Lettere. Edizioni Principato, Milano, 1981)

Il Futurismo, in effetti, nascendo e crescendo in mezzo alla “storia” cui abbiamo accennato, fu anche un movimento politico e morale (ma di quest’aspetto non parleremo nel presente saggio, perché l’argomento ci porterebbe troppo lontano; oltretutto richiede una trattazione a parte), per cui la prima affermazione (relativa alla politica e alla morale del futurismo.) l’accogliamo sic et simpliciter.
Cosa dire, invece, della seconda, che detta: … nell’ambito letterario esso contribuì… al rinnovamento dei mezzi espressivi? Ci torneremo sopra tra poco. Occupiamoci per adesso dell’aspetto propriamente letterario del futurismo. Se leggiamo le decine di manifesti pubblicati nel periodo storico del movimento, che copre appunto i primi quindici/venti anni dell’inizio del secolo, ci accorgiamo che le innovazioni, che lo stesso prevede e “ordina” ai seguaci, sono tantissime; accenneremo ad alcune (le più importanti) di esse, ché elencarle tutte richiederebbe troppo tempo e spazio.

Ecco le due novità basilari che il movimento propugna:

a) adozione del “verso libero”, all'inizio
b) adozione delle “parole in libertà”, in un secondo momento, quando si addiviene al rifiuto categorico del “verslibrisme” come “ormai sorpassato e non più rispondente” (F.T.Marinetti. Distruzione della sintassi – Immaginazione senza fili – Parole in libertà – 11 maggio 1913. “… il Verso libero dopo aver avuto mille ragioni di esistere, è ormai destinato a essere sostituito dalle parole in libertà”.)

Con il “verso libero” si intende dare un calcio al passato, creando qualcosa di diverso e di nuovo; ricordiamo, tra le altre, l’affermazione del Marinetti:

“Le forme prosodiche regolari devono essere escluse; lo scrittore futurista si servirà dunque, pel teatro, del verso libero; mobile orchestrazione di immagini e suoni…”.

Concetto che Marinetti rigetterà subito dopo, giustificando il rifiuto con il fatto che, purtroppo, nel verso libero non può esistere la sintassi e la grammatica, residuo di quel romanticismo che il Futurismo oppugna con tutte le sue forze.
Per cui lo troviamo ad addentrarsi nei meandri, invero contorti, delle parole in libertà, dove vanno ad imporsi altre regole; ricordiamo il bisogno di distruggere la sintassi, l’uso del verbo all’infinito, la necessità di abolire l’aggettivo e l’avverbio, e la punteggiatura.
E per ognuno di questi punti vengono dettate giustificazioni le più varie e le più strambe, che solo una mente fervida e superattiva come quella del nostro poteva immaginare.
Alla luce (o non sarebbe meglio dire “al buio”?) di quanto sopra, l’uomo di lettere si doveva ridurre a scrivere in questo modo:

“sole oro bilancia piatti piombo cielo seta calore imbottitura porpora azzurro torrefazione Sole=vulcano+3000 bandiere atmosfera precisione corrida furia chirurgia lampada raggi bisturi…”

Si noti che ho preso le poche righe di cui sopra, e non a caso, da quella che Marinetti chiama la sua “opera futurista… creata dal cervello” e che si affretta a precisare essere “un frammento fra i più significativi” (sic!).
Certo, secondo i canoni del suo “Manifesto tecnico della letteratura futurista” dell’11 maggio 1912, non poteva che essere così.


marcello de santis

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Il futurismo

21 Ottobre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Il futurismo

A trentacinque anni o poco più, Filippo Tommaso Marinetti ha concretizzato la sua idea di “arte nuova” della quale aveva esposto i canoni nel primo dei moltissimi manifesti sul futurismo, alcuni anni prima.

Il suo modo di vivere e concepire l’arte fu accolto immediatamente e seguito, al suo primo vagire, dagli operatori dei vari campi della cultura. Lo spunto per questa rivoluzione letteraria gli venne dalle pagine di Verso Libero di Gian Pietro Lucini, che mai pensava che sarebbe stato considerato il punto di partenza della nuova era culturale. Ma se il verso libero fu lo spunto, è chiaro però che i germi della “letteratura d’assalto” dovevano essere stati covati a lungo nell’animo di Marinetti.

Lucini stesso, sorpreso e stupito da tanto raccolto, ad un certo punto sente il bisogno di “dissociarsi” dal movimento, affermando a chiare note di non essere mai stato un futurista (è vero, infatti, che nell’antologia dei poeti futuristi, pubblicata dal Marinetti nel 1812, non figurano testi poetici di questo autore). Quasi si vergogna (se la parola non è troppo pesante) di essere “additato”e “segnato” come un futurista.
Ci domandiamo: se non ci fosse stata la sua innocente opera dal titolo Verso Libero ci sarebbe stato ugualmente il movimento rivoluzionario che ha improntato di sé quasi un quarto di secolo?
Forse sì; ma almeno in questo caso il malcapitato Gian Pietro non avrebbe avuto rimorsi di alcun genere!
Sia come sia, il Lucini, un anno dopo la pubblicazione dell’Antologia di cui sopra da parte del Marinetti, sente la necessità di proclamare la sua “innocenza”, la sua “estraneità” da sempre al Futurismo. Anzi, lo stesso accusa il Movimento di aver limitato la libertà dell’artista coi suoi mille divieti, e si oppone veementemente sia al modo con cui le nuove idee vengono applicate, sia allo scopo ultimo che il Futurismo intende perseguire.
Sentiamolo, Lucini:

Contrariamente alla leggenda… la mia vita ed opera… non fu mai futurista… No, io non fui mai futurista; ho sin dal bel principio sorpassato il Futurismo; vi darò sotto tal copia di documenti da convincervi come, non solo non abbia mai piegato alle sue dottrine, ma subito cortesemente, privatamente, con molta fermezza, oppugnate…”


La Voce, fondata nel dicembre del 1908 da Giuseppe Prezzolini, il quale ne fu anche il primo direttore, fu, tra le varie riviste del primo novecento, una delle più serie e valide per la capacità culturale dei collaboratori, che ne fecero una “voce europea”. Dopo Prezzolini fu diretta da Papini prima, da De Robertis poi, sotto il quale divenne solo ed esclusivamente una rivista letteraria.
Aggiunge ancora Lucini, in questo numero del 15 aprile del 1913:

Ho l’orgoglio di proclamare che, senza la conoscenza del mio “Verso Libero” non sarebbe stato possibile il “Futurismo”. Ma insisto col dire che il Verso Libero venne mal letto e mal compreso, sì che da quell’affrettata cognizione, in cervelli non assuefatti al lavoro filosofico o critico, sorse il “caos futuristico”.

Ma la personalità del Marinetti è tanto forte che le nuove idee attecchiscono immediatamente, come edera al muro, pur con i suoi difetti di base. Che non sono pochi. Difetti grossi, quelli del buon Filippo Tommaso, o se si vuole, quelli del Futurismo.
Il primo e più eclatante è stato il rinnegare, il rigettare come ininfluente, come non valida, tutta l’opera artistica del passato, senza pensare che un movimento letterario non può non tenere conto anche e soprattutto di ciò che è stato (in positivo e in negativo).

Guai a che ammira il passato! Affrettiamoci a rifare ogni cosa, Bisogna andare contro corrente!... Noi siamo sul promontorio estremo dei secoli! (sic!)… Perché dovremmo guardarci alle spalle, se vogliamo sfondare le misteriose porte dell’impossibile?... Noi vogliamo distruggere i musei le biblioteche le accademie d’ogni specie…”

Affermazioni assurde, e non è chi non veda! Il seme messo sotto la neve cresce e con la bella stagione diventa pianta; perché ci sia la pianta, dunque, non può non esserci il seme. Ecco il grossolano errore del Futurismo. Poteva esserci Futurismo, con tutti i suoi “vietato questo”, “vietato quello”, se non ci fossero stati i “questo” e i “quello”? Poteva esserci quel rinnovamento letterario dai futuristi auspicato e fortemente voluto, con la contemporanea rottura totale con la cultura del passato?


marcello de santis

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L'industria del corallo a Livorno

24 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

L'industria del corallo a Livorno

L'industria del corallo a Livorno copre tre secoli, dal seicento fino alla prima metà del novecent, ed è caratterizzata da alti e bassi, da fioriture e declini, decretati soprattutto dalla concorrenza francese e giapponese.

Nasce con i primi insediamenti di ebrei a Livorno nel 1602/3. Si sviluppa presto in un fiorente commercio internazionale, che porterà poi molte famiglie a emigrare nuovamente in Inghilterra, da dove il corallo parte per l'India. Sappiamo che sia il granduca Leopoldo sia l'imperatore Giuseppe d'Asburgo visitano le fabbriche.

Il settecento è il secolo del trionfo del corallo, viene inventato il sistema della brillantatura con polvere di pomice e segatura, e si svolgono grandiose fiere con compratori provenienti da tutta l'Europa.

Le barche di Torre del Greco pescano il corallo in Corsica e in Sardegna e il prodotto viene venduto a Livorno. Nella fretta di arrivare al porto, e temendo di trovare il prezzo già calato, gli equipaggi rischiano di perdere la barca. Ancora oggi, chi intraprende un'azione azzardata, dice: "A varca'nfunno, a mercanzia a Livorno". Si stabiliscono poi definitivamente da noi alcune famiglie di Torre del Greco, armatori e corallai insieme.

Napoleone affossa il commercio, ponendo una tassa sulla patente di pesca, allo scopo di favorire i corallai marsigliesi. Con l'ottocento, però, l'industria del corallo rinasce.

Per essere alla moda, i corredi di nozze devono comprendere collane, vezzi, croci fatte da orefici livornesi. Le maestranze sono quasi esclusivamente al femminile. Per montare i coralli occorrono mani piccole, svelte, e buoni occhi. Le ragazze lavorano per otto ore d'inverno e dieci d'estate, in stanzoni dalle grandi finestre, per sfruttare la luce naturale. Le livornesi sono pagate più che le colleghe al sud e gli stipendi sono gratificanti. Le fabbriche sponsorizzano opere pie e asili di carità, dove viene insegnato il mestiere alle orfanelle. I corallai sono soliti ritrovarsi al caffè Folletto, nei pressi di piazza Cavour.

Quando la Francia colonizza l'Algeria, da sempre fonte principale del corallo, dopo che quello sardo si è esaurito, a Livorno i profitti calano. Poi la Francia impone ai livornesi che pescano in Algeria di prendere la cittadinanza francese e questo dà il colpo di grazia all'industria del corallo, che si trascinerà sempre più debolmente dagli inizi del novecento fino alla sua prima metà. La concorrenza giapponese si somma a quella spietata francese, le grandi corti europee, da sempre clienti, spariscono, si susseguono guerre devastanti come quella italo turca e le due mondiali, la crisi del 29 deprime l'economia, le leggi razziali mettono in fuga le famiglie ebree.

Gli ultimi a chiudere i battenti sono i Lazzara, ma all'industria del corallo, dal seicento fino al novecento, è legato il nome di molte casate conosciute e facoltose. Solo per citarne qualcuna: i Chayes, gli Attias, i Buttel (proprietari anche di gioiellerie a Parigi), i Franco, i Palomba, i Coen.

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Le grandi epidemie a Livorno

16 Settembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Le grandi epidemie a Livorno

I casi di meningite su navi da crociera confermano che a Livorno il contagio è sempre arrivato dal mare. I lazzaretti erano luoghi deputati all’isolamento e cura dei malati ma anche alla quarantena delle merci. Nel corso dei secoli, l’Italia e l’Europa hanno conosciuto ricorrenti epidemie, favorite dalle carestie e dalla malnutrizione, e Livorno è stata spesso la porta d’ingresso dell’infezione.

La peste nera, che falcidiò l’Europa nel 1348, quella stessa che fa da cornice ai racconti del Decameron, è frutto di un’antica guerra batteriologica. In oriente, infatti, i popoli dell’Orda d’Oro, il regno turco - mongolo fiorito in Russia nei secoli XIII - XVI, catapultarono mucche infette sui genovesi contro i quali erano in guerra. Tornati a casa, i genovesi sparsero la malattia. Livorno, insieme a Marsiglia, fu uno dei maggiori centri di diffusione.

L’altra grande epidemia di peste, di cui racconta il Manzoni ne I Promessi Sposi, infuriò in Europa attorno al 1630. Felice Casati, che organizzò il lazzaretto di Milano - ed è immortalato fra i personaggi del romanzo - morì proprio a Livorno. I padri barnabiti parteciparono all’opera di soccorso.

Fatale per la nostra città fu anche la febbre gialla del 1804. Nel porto attraccò il bastimento Anna Maria, partito da Veracruz e transitato da Cadice. La Spagna era considerata zona sicura e non furono prese precauzioni, ma l’intero equipaggio, affetto da febbre gialla (detta anche vomito nero) presto diffuse il morbo fra tutta la popolazione. La malattia fu passata sotto silenzio, per timore di dispiacere alle autorità e di danneggiare l’economia portuale, e così si estese sempre più. Venne chiamato, allora, il famoso epidemiologo Gaetano Polloni che riuscì a debellarla, dopo essersi ammalato egli stesso. Fu nominato perciò medico di Sanità del porto. Ordinò i suffumigi di cloro nei bastimenti e riorganizzò il sistema dei lazzaretti, introducendo misure sanitarie che protessero la città dal tifo e da ulteriori focolai di peste.

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L'omino di fumo

13 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

L'omino di fumo

Nella prima edizione del libro Il codice di Perelà, Aldo Palazzeschi pose una dedica, che dettava così:

AFFETTUOSAMENTE DEDICO AL PUBBLICO!
QUEL PUBBLICO CHE CI RICOPRE DI FISCHI,
DI FRUTTI E DI VERDURE,
NOI LO RICOPRIREMO DI DELIZIOSE OPERE D'ARTE.

Parlava al plurale maiestatis, riferendosi solo a se stesso, il buon Palazzeschi, oppure quel "NOI" si riferisce ai poeti e scrittori futuristi, che, seguendo l'esempio e l'invito del fondatore del movimento Filippo Tommaso Marinetti, sui palchi di mezza Italia si dedicavano alla recita delle poesie e delle prose le più strampalate che si potessero (concepire e) recitare, tra un tumultuare di fischi e di pernacchie, e tra lanci di ortaggi vari, e perché no, di uova?
Non lo sapremo, ma sappiamo benissimo quale era l'opera che si accingeva a presentare a "quel pubblico": era l'anno 1911, e il libro era Il Codice di Perelà (cui lo scrittore aveva lavorato a iniziare intorno al 1908, e che ora finalmente vedeva la luce nelle Edizioni Futuriste di Poesia, grazie appunto al Marinetti). Luce che risplendé per tutto il primo e il secondo novecento, e che ancor oggi non si spegne.
Quando Aldo Giurlani, figlio di una famiglia di commercianti di Firenze, decise di mettersi a scrivere, stabilì che il suo cognome l'avrebbe cambiato, si sarebbe chiamato non più Giurlani, ma Palazzeschi, assumendo quello della nonna materna, la adorata nonna Anna, le cui favole, racconta il poeta, "gli avevano reso la fanciullezza un giardino incantato".
E figurarsi che a diventare scrittore non ci pensava proprio, preso com'era dalla sua passione per il teatro: tutt'al più avrebbe potuto diventare un attore, e nelle sue speranze "anche bravo", insieme al suo inseparabile amico (poi diventato scrittore e poeta anche lui), Marino Moretti.
E questo a dispetto del padre Alberto che lo obbligava a studiare ragioneria - cosa che lui coscienziosamente fece - perché un figlio ragioniere, pensava, avrebbe potuto essergli utile nel suo lavoro di commerciante.
Ma il giovane Aldo niente, aveva la passione per il palcoscenico, tanto che si iscrissero tutt'e due - lui e il coetaneo Marino, appena diciottenni - alla Scuola di Recitazione "Tommaso Salvini", dove ebbero modo di conoscere e frequentare il figlio del grande Gabriele D'Annunzio, il ragazzo Gabriellino.
Il padre cercò in tutti i modi di distoglierlo da queste idee (balzane, a suo modo di vedere), e di tarpargli le ali che cominciavano già allora a spuntare, per poi permettergli di volare alto sui cieli della letteratura italiana prima, ed europea dopo. E poi, 'sto padre commerciante esclamava ad ogni occasione, metterti a recitare col nome onorato dei Giurlani! Non sia mai!
Fu così che decise, come detto, di cambiarlo, l'onorato cognome, e prendere quello di nonna Anna; e che forse - si disse - suonava anche meglio. Era il 1905 e Aldo era un ventenne di belle speranze, niente male neppure come giovanotto, bell'aspetto, buon fisico. E' chiaro che continuò a studiare ragioneria, ma nel contempo non demordeva; frequentava la scuola per diventare attore. E il padre, visto che niente poteva più per far sì che Aldo seguisse i suoi consigli, (lo racconta anni dopo il poeta in una intervista) non pronunziò più una parola che suonasse giudizio o rimprovero verso di me.

Il teatro fu il mio primo maestro e una vera scuola, ebbe a dire in una intervista in tarda età. E nel frattempo, tra un libro di scuola, una recita-prova sul palcoscenico, prese a scrivere versi. E dopo alcune prove di poesia, ecco il suo primo romanzo: Il codice di Perelà:

Pena! Rete! Lama! Pena! Rete! Lama! Pe… Re… La…
Voi siete un uomo, forse?
No, signore. Io sono una povera vecchia.
E' vero, è vero, sì, scusate, avete ragione, voi siete una povera vecchia, un uomo sono io.
Voi che cosa siete signore?
Io sono… io sono… molto leggero… io sono un uomo molto leggero; e voi siete una povera vecchia: come Pena, come Rete, come Lama, anche loro erano vecchie: Vorreste dirmi se quello che si vede laggiù, in fondo a questa via, è la città?
Sì.
Quella che si vede laggiù… sarebbe forse la casa del Re?
Quella è la porta della città: La casa del Re è situata nel mezzo, ed è circondata da mura, ed è guardata dai vigili. Quei cittadini uccidono sempre il loro Re . Ora è Re Torlindao. Voi andate alla città signore?
Sì.
Ci sarete tra poco. Di dove venite?
Di lassù.
Non vi ànno mai veduto in città?
Ci vado per la prima volta.
Guardate, guardate, vedete quella nuvola di polvere che viene verso di noi? Sono i vigili del Re, è la scorta a cavallo, vengono per fare la perlustrazione nelle vicinanze, io vi saluto, addio addio signore, vedendomi qui con voi potrebbero sospettare, sappiategli rispondere nel caso, voi potete colpire i lor
o occhi. Addio buon viaggio.

Questa che ho appena riportato è la prima pagina del romanzo.
Alla domanda "di dove venite?" questo "fumoso" straniero dagli scarponi grossi e ben visibili, interrogato, risponde: "di lassù", risposta vaga che dice e non dice (di lassù dove?). Ma si presenta anche con altre stranezze, come quei tre nomi che ripeteva e ripeteva, per esempio: Pena Rete Lama (e chi sono?) poi afferma, ma sempre stando nel vago: "anche loro erano vecchie…"
Mah!
Leggiamo la seconda pagina e forse qualcosa di più capiremo.

Eccolo dunque descrivere i vigili del re che avanzano galoppando e sollevando nugoli di polvere. tanto che uno di essi, appena si fermano, dice:

Ài veduto come lo abbiamo impolverato? Non si capiva più che cosa fosse.
Quando siamo stati vicini mi sembrava di averlo veduto scomparire.
Scomparire?
Sicuro, anche a me.
Ma quello non era un uomo sapete!
Che cos'era sentiamo?
Sembrava una nuvola.
Lo abbiamo ricoperto di polvere, una nuvola sembriamo noi caro mio, in questa porca strada!
No no, l'ò veduto prima che la strada fosse invasa dalla polvere, è un uomo di fumo!
Imbecille!
Va' là, uomo di fumo, sarà un arrosto di asino, ài sbagliato.
Io gli ò veduto benissimo le scarpe.
Aveva degli stivaloni lucidi come quelli dei nostri ufficiali.
Ma è un cavaliere antico però.
Fermiamoci un moneto.,
Perché non torniamo indietro?
Per far che?
per vederlo, almeno per interrogarlo.
Per niente io non faccio un passo in più.
Scommettiamo.
Che cosa?
Dite voi.
un paio di stivali come q
uelli del tuo asino antico, asino alla moda!

Eccolo l'omino di fumo del quale si vedono reali solo gli stivali che tanto colpiscono coloro che assistono al suo passaggio
E' il dialogo che si svolge tra i vari sudditi del Re, che giunti sul posto si vedono svanire sotto gli occhi la figura dell'uomo misterioso. E uno di essi esclama: … è un uomo di fumo!
E si prende da un compagno, gridato, l'epiteto di: imbeci
lle!
Ecco, Palazzeschi ci presenta quest'uomo di fumo che, in qualche maniera contorta, ci dice il suo nome, Perelà, formato dalle iniziali dei nomi che egli attribuisce a tre vecchie non meglio identificate.
Già nella sua prima raccolta, che risale a sei anni prima (1905, I cavalli bianchi, libro di poesie pubblicato a sue spese, per una casa editrice Cesare Blanc, inventata da lui col nome del suo gatto) il poeta nella poesia ara mara amara parla di tre vecchie (ara mara amara sono i loro nomi) che si stanno nell'ombra giocando.

in fondo alla china
tra gli alti cipressi
è un piccolo prato
si stanno in quell'ombra
tre vecchie
giocando coi dati
non alzan la testa un istante
non cambian di posto un sol giorno
Sull'erba in ginocchio
si stanno in qu
ell'ombra giocando.

(Attenzione alla metrica: tre senari, un novenario diviso in due parti, ancora un senario, due novenari, un ulteriore senario, e per chiudere un novenario - in una musicalità tutta nuova per il periodo; una musicalità che sarà la costante del poeta in quasi tutte le sue composizioni. L'accento batte sempre sulla seconda sillaba.)
Una piccola nota per gli appassionati di poesia e di metrica.
Da notare nel Palazzeschi delle poesie serie, quelle cioè che non seguono il ritmo dal verso libero, prettamente futurista, un metro sempre uguale: il poeta ama usare il trisillabo, quindi il verso ternario, e versi che sono multipli di tre (quindi senario, novenario, e così di seguito), cosa che gli permette di creare una monotonia quasi sonnolenta, quasi onirica; che si va ad affiancare a una sensazione di staticità delle scene e dei personaggi che le poesie presentano.
Ed era una novità, una novità assoluta, per l'epoca!
Si potrebbe dire che dipinge con le parole dei quadri quasi impressionisti, in cui la staticità la fa da padrona, quasi come se il lettore venga a trovarsi ad ammirare una tela e non riesca più a muoversi, attratto da una forza misteriosa ad entrare in quella natura fissata coi colori, per venire a far parte della scena, fianco a fianco con i personaggi).
Che siano le stesse tre vecchie - con il nome cambiato da ara mara amara in pena rete lama - che poi aprono quel suo primo romanzo?
Non ce lo dice, il poeta, né lo troviamo in alcuno dei suoi scritti, un riferimento alla coincidenza di queste tre vecchie. Nella copertina si legge, oltre alla data che indica l'anno 1911, appena sotto il titolo: romanzo futurista. E' alla sua prima prova e si adegua allo stile e alla sostanza di quel movimento, che doveva mostrare novità, stranezza, scompiglio della punteggiatura, della grammatica, della sintassi. E lo scrittore, in questa sua prima opera in prosa, lo fa in maniera egregia.
Però a chi legge e rilegge con attenzione, appare chiaro che lo fa, come dire? Come di controvoglia, quasi facendo violenza a se stesso; quelli del movimento futurista, aspri fino all'esasperazione, mentre lui, è, sì provocatorio, ma non dotato completamente di quell'aggressività che il futurismo richiedeva. Ed era tanto vero che allo scoppio della grande guerra si spegne il suo entusiasmo per il movimento di Marinetti, convinto interventista. La guerra, affermava il buon Filippo Tommaso - unica igiene del mondo - con Palazzeschi che si dichiarava neutralista (e che, chiamato a fare il militare, riuscì in qualche modo a sfangarla dalle esercitazioni con le armi, prima, e dal fronte, poi; e a passare quasi completamente il suo tempo impiegato in una fureria, a Tivoli).
Esce il libro di Marinetti che inneggia alla grande guerra, 1914-1915, sola igiene del mondo, e incita all'intervento armato. E con Marinetti elogia la guerra tutto il Gruppo Futurista, che inneggia all'ultranazionalismo e al militarismo. Molti artisti, che facevano parte del movimento, aderirono all'idea interventista e, all'entrata in guerra dell'Italia, partirono volontari per il fronte col Battaglione Lombardo Volontari Ciclisti ed Automobilisti. Quelli richiamati per la leva fecero invece parte delle truppe comuni.Tra gli altri: lo stesso Marinetti, scrittore e fondatore del movimento, Umberto Boccioni pittore, Antonio Sant'Elia architetto, Mario Sironi pittore, Achille Funi pittore, Luigi Russolo musicista compositore e pittore. Tra quelli che non tornarono ci furono Boccioni e Sant'Elia.


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Il Titanic

7 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #saggi

Il Titanic



Quella immensa tragedia della nave passeggeri il cui nome era Titanic, nel corso degli anni - e ancora oggi ciò avviene - è stata narrata in tantissimi libri, documentari, film di successo, e altro.
La compagnia Olimpic Class aveva progettato tre grandi navi transoceaniche, tutt'e tre uguali, navi gemelle dunque; le altre due portavano il nome di Olympice Britannic; la terza, ma la seconda in costruzione, era appunto ilTitanic.
Le tre navi dovevano assicurare traversate settimanali tra l'Inghilterra e le Americhe, così da dare il monopolio sui mari alla propria compagnia di bandiera.
Per le sue caratteristiche estetiche ed interne, per le sue comodità e il suo lusso, il Titanic era il migliore transatlantico al mondo in senso assoluto, una meraviglia che di simile non se ne erano mai viste.
Rifare brevemente la storia è d'uopo, per ricordare quell'infausto avvenimento.
Mancavano venti minuti alla mezzanotte della sera del 14 aprile del 1912, quando il transatlantico - che era salpato da Southampton diretto a New York, e che affrontava il suo viaggio inaugurale - andò a cozzare contro un iceberg di proporzioni enormi.
Quando ci si accorse di quella smisurata parete di ghiaccio che si avvicinava pericolosamente era ormai troppo tardi, perché quella montagna trasparente aveva già toccato la fiancata destra della nave causando diverse falle, che ne provocarono un lento, inesorabile affondamento, non prima di aver prodotto la spaccatura dello scafo in due tronconi.
La tragedia durò a lungo: quasi tre ore di terrore tra i più di duemila passeggeri, compreso l'equipaggio ( circa 800 persone).Ci furono poco più di 1500 morti.
Per costruire la nave erano occorsi più di due anni (1909 -1911), per un costo complessivo di sette milioni di dollari, corrispondenti a circa 500 milioni di oggi.
Era una nave per ricchi, per benestanti, per gente che poteva permettersi un esborso per il costo del biglietto che era di poco superiore ai 3.000 dollari - circa 70.000 dollari di oggi.
Chiaramente parliamo del costo della prenotazione di un passaggio nella classe migliore, la prima, perché la terza classe si poteva affrontare per soli 32 dollari (oggi: 700).
Lo sfarzo a bordo era inusitato, saloni, sale, salette per giocatori di carte, per fumatori, per l'orchestra, per ballare, per la scrittura; e inoltre varie sale reception, ristoranti, caffè, bar.
E gli stili non si contavano. Si andava dal Luigi XVI al Versailles, dal Georgiano al Seicento inglese, dal Rinascimento Italiano all'Olandese moderno e Antico.
Insomma, un piacere per la vista e per i gusti dei passeggeri; e poi ascensori tra i vari ponti, finestre e finestroni, cupole di vetro a cielo aperto, vetrate colorate, rifiniture in mogano e in madreperle, porte girevoli, piante e fiori di tutti i tipi; per non parlare della cucina che poteva servire qualsiasi tipo di pietanza.
E poi gli appartamenti: suites presidential, suites royal, e appartamenti di minore consistenza ma pur sempre elegantissimi per i più ricchi e per la borghesia più agiata; fino a semplici cabine, per scendere a quelle più alla portata di tutti.
Una suite era press'a poco costituita così: una spaziosa anticamera, tre camere da letto, di cui una matrimoniale e due singole, due o tre bagni privati, due guardaroba e un ponte privato per poter fare, volendo, le passeggiate.
Il transatlantico andava a vapore, bruciando, nelle cinque grossissime caldaie, circa 600 tonnellate di carbone per ogni giorno di navigazione. Il fumo che generavano usciva da tre delle quattro grosse ciminiere di cui era dotata, poste di traverso sulla parte più alta del ponte superiore; ciminiere che, esteticamente, donavano alla nave un fascino particolare.
Il tutto mostrava una forma imponente e caratteristica, che faceva della nave una regina dei mari.
Non era velocissimo, ma raggiungeva pur sempre 23 nodi all'ora (una quarantina di chilometri circa), che non era niente male davvero.
Per quel viaggio inaugurale la compagnia non aveva fatto il pienone, la nave aveva una capacità di 3.500 passeggeri, ma per quel primo viaggio, come abbiamo detto, di passeggeri - escluso equipaggio - ne portava circa 1200-1300.
Ascensori (tre), piscina coperta (su uno dei ponti, ed era la prima nave dotata di una piscina coperta), camere sfarzosamente arredate (prima classe); pensate: ogni alloggio aveva camera da letto, salotto, soggiorno, sala di lettura, ambiente per fumatori.
E ognuno dei trentaquattro alloggi privati era arredato in maniera diversa dall'altro; inoltre bagno turco, palestra, saloni ristorante (persino quello di terza classe aveva un pianoforte).
Era una cosa impensabile per quei tempi; le maestranze che avevano lavorato al progetto, e la pubblicità, la consideravano una nave inaffondabile; anche perché dotata di un sistema-radio il più moderno e potente che si sia mai stata installato a bordo di un transatlantico; e di tanti altri sofisticati congegni di sicurezza che le altre navi, e in particolare quelle della più grande compagnia inglese concorrente, si potevano solo sognare.
La sicurezza assicurata era la più grande attrazione per gli amanti dei viaggi per mare: tra le altre cose contava su un sistema di scialuppe incredibile. Ogni gru a bordo poteva sostenere e calare in acqua ben 32 scialuppe in contemporanea; inoltre lo scafo era suddiviso in moltissimi compartimenti stagni (circa una ventina) sì da assicurare il galleggiamento in caso di sfondamento di uno o due e anche tre di essi (peccato che questi stessero solo su una metà dello scafo).
Attraversata la Manica, il transatlantico fece scalo a Cherbourg in Francia, poi da lì salpò le ancore diretto in Irlanda per imbarcare emigranti locali che andarono a occupare le cabine della terza classe.
Dopo quattro giorni dalla partenza, si verificò la tragedia.
Il comandante fu avvisato più volte di banchi di ghiaccio in avvicinamento, - la prima volta questi erano stati avvistati a circa 400 chilometri dal Titanic; ma ritenne di dover modificare la rotta solo di poco, e seguire in tutta sicurezza, pensava, quel corridoio consigliato per le navi di linea.
Mantenne però la velocità, senza ridurla - come consigliato in casi di questo genere - per arrivare a New York con un giorno di anticipo sul tempo previsto.
Del resto erano circa le ore 13.00 e la visibilità era ottima.
E forse fu una delle concause che generarono l'impatto con l'iceberg.
Alle nove di sera la temperatura scese a un grado centigrado.
Il mare era calmo, e questo abbassamento di temperatura confermò ai marconisti che il transatlantico si stava avvicinando ai banchi di ghiaccio, segnalati più volte anche da altre imbarcazioni nel corso della giornata.
Una nave che incrociò il Titanic - erano le 22,30 - mise questo in allarme, segnalò infatti che essa era appena uscita da una banchisa di ghiaccio, e confermò che intorno c'erano iceberg.
Il mare continuava ad essere piatto, e ciò non annunciava pericoli (in genere si scorgevano da onde e ondette).
Un altro messaggio di pericolo di presenza di iceberg sulla rotta del Titanic giunse alle 11.00, ma il marconista non lo recapitò.
L'impatto sfondò ben cinque dei settori stagno del transatlantico, e la tragedia fu irreparabile. Quando l'iceberg sbatté contro la fiancata destra della nave, lo abbiamo già detto, la spezzò in due parti, una metà di circa 120 metri e l'altra di 150, provocando panico e - più tardi - molte morti.
Si raccontano storie sul Titanic; una di queste era la sensazione che il comandante in seconda assegnato al Titanic - su richiesta del capitano Edward Smith -, il vice comandante Henry Wlide, ebbe ad esprimere prima di imbarcarsi: "Ho uno strano sentore; me lo dà questo transatlantico; non mi piace...
Altra storia
Un commerciante, J. Connon Middleton di Londra, che aveva prenotato una cabina sul transatlantico, attirato dalla grande pubblicità che si faceva per quel viaggio inaugurale, ebbe in sogno la visione nitida e spaventosa della catastrofe che sarebbe avvenuta, e per questo decise di rinunciare al viaggio, salvandosi. Lo stesso Middleton raccontò di aver fatto lo stesso sogno per due notti di seguito, in tutt'e due vedeva chiaramente che il Titanic affondava in mare aperto; e la nave che colava a picco; e intorno ad essa centinaia di persone che si dibattevano sulla nave stessa inclinata, in mare, alcune sulle scialuppe, altre in acqua, che tentavano disperatamente di salvarsi dal naufragio.
A questo proposito si narra che moltissimi altri casi di precognizione siano stati registrati.

marcello de santis

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