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saggi

La cultura occidentale nel 2000

10 Luglio 2018 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #poli patrizia, #cultura, #saggi, #cinema

 

 

 

 

Di Guido Mina di Sospiro - tradotto da Patrizia Poli

 

[Pubblicato nell’originale inglese da Disinformation con il titolo: Western Culture, 2000 AD, e ispirato da una visita che feci con mia moglie a Santiago de Compostela nel 2000. Rileggendo, vi trovo un parallelo (dalle conseguenze, però, opposte) fra il film Tutto su mia madre di Almodóvar e Salò, o le 120 giornate di Sodoma, di Pasolini. Non sono orgoglioso di rivelare, ma temo che io debba farlo, che nel film di Pasolini il gerarca che obbligava quei malcapitati alla coprofagia era mio zio, Uberto Paolo Quintavalle.]

 

I profeti sono l’incarnazione di un dilemma. Il loro messaggio è, in essenza, esoterico, tuttavia sono spinti a renderlo essoterico. Come tutti i dilemmi, neanche questo può essere risolto, e il risultato di solito è l’immolazione o la caduta del profeta, a meno che circostanze eccezionali non sospendano temporaneamente questa situazione. Inoltre, che ci debba essere l’iniziato (il profeta) e il non iniziato (i discepoli) è diventato un concetto piuttosto indigesto.

Infatti i valori tradizionali, quali il rapporto docente – discente, il tirocinio, la pazienza, la metodicità e la costanza sono andati perduti sia nella sfera sacra che in quella profana. Ad esempio, nelle arti figurative, pensate per un momento a Jackson Pollock, che ha basato tutto il suo lavoro di una vita nel tentativo di riprodurre con la pittura le tracce disegnate da suo padre, perduto da tempo, che urinava sulla roccia. Tali pitture, alle quali ero solito fare riferimento, forse in modo lusinghiero, come “spaghetti poco appetibili”, sono in mostra in molti dei principali musei del mondo. Chiaramente, non è il milieu in cui Cimabue avrebbe detto al suo allievo Giotto: “Hai superato il maestro”.

E tuttavia, un forum “profetico” come questo, che esorta a ripensare le proprie convinzioni di base, sente il dovere di promuovere e divulgare idee esoteriche. Ma qual è lo stato della cultura popolare occidentale nel 2000?

Il film di Pedro Almodovar, Tutto su mia madre, fu insignito del (marcia trionfale): premio per la regia al Festival di Cannes; miglior film dell’anno all’International Cinematographic Press Federation (Fipresci) al festival di San Sebastiano (Spagna); miglior film europeo e miglior regista europeo agli European Film Awards del 1999; miglior film dell’anno per Time Magazine; Golden Globe per il miglior film straniero; sette Goya Awards; Academy Award per miglior film straniero, e la lista continua.

Manuela, l’eroina della storia, lasciando una rappresentazione di Un tram chiamato desiderio col figlio diciassettenne, Esteban, si ritrova a guardare orripilata mentre questi, che stava rincorrendo la star della commedia per avere un autografo, viene ucciso da una macchina. Lui l’aveva pregata di parlargli del padre che non aveva mai conosciuto, e aveva tenuto un diario, chiamato Tutto su mia madre (l'eco del film Eva contro Eva è voluto). Dopo la morte di Esteban, Manuela va a Barcellona per cercare il padre del ragazzo, che ora si fa chiamare Lola. Transessuali, una suora incinta che lavora in un rifugio per prostitute maltrattate, l’amante saffica e tossicodipendente della star di Un Tram – tutti hanno un ruolo nella vita di Manuela. Alla fine, ci viene chiesto di credere che il padre transessuale del povero Esteban abbia messo incinta la giovane suora, sebbene ci si chieda che attrazione possa esercitare una suora su un omosessuale attempato. Come da copione, quest’ultima è affetta da AIDS. Alla fine, la suora muore di parto e Manuela diventa madre di un altro figlio di… Lola.

Ernest Lehman, lo sceneggiatore preferito di Alfred Hitchcok, mio maestro a Los Angeles, mi ha insegnato una regola d’oro nello scrivere storie: “Non dire mai al lettore qualcosa che già sa.” Tuttavia, Almodovar prima ci mostra la morte sfortunata di Esteban, poi fa in modo che Manuela racconti questa tragedia non una ma due volte ad altri personaggi che non ne sapevano niente. Il pubblico sbadiglia? Sì e no. L’intenzione è spremere le lacrime del pubblico, attirare simpatie non tanto per il figlio e per la madre, ma per tutti i personaggi coinvolti. Almodovar stesso ha affermato: “Non c’è spettacolo più grande del vedere una donna che piange.”

Di conseguenza, siamo indotti a commiserare un circo di personaggi dolorosamente grotteschi e non plausibili. Questa è la cultura della glorificazione del degrado e della mancanza di uno scopo. Il film sembrerebbe suggerire, forse involontariamente, che il grado di libertà goduta dai personaggi è un fardello di tale portata che semplicemente non sanno sopportarlo.

Quarantatré anni fa, Salò, o le 120 giornate di Sodoma, di Pier Paolo Pasolini, dipinse personaggi ancor più degradati. Qualcuno ricorderà la famosa scena in cui ad alcuni personaggi vengono fatte mangiare feci umane. Anche qui l’intento era, presumibilmente, scioccare i borghesi, visto che il film fu sequestrato, censurato etc. Al giorno d’oggi, l’intellighenzia applaude, e ricopre di premi film che, non solo ritraggono l’uomo nel suo disorientamento più totale, ma reclamano la nostra simpatia e il nostro plauso.

Questo è il vicolo cieco dell’esistenzialismo esasperato, un pozzo senza fondo. Al suo meglio, l’uomo esistenzialista, giusto e integro, è un triste sacerdote senza Dio, come esemplificato dal Dottor Rieux ne La Peste di Camus. Al suo peggio, è un individuo antropocentrico e arrogante che non pretende niente da se stesso e indulge in qualsiasi debolezza o degrado, o per il brivido della cosa, o perché, non conoscendo nulla di meglio, non sa come aiutare se stesso.

Non ci aveva avvertiti, Ortega y Gasset? “La sovranità dell’individuo non qualificato, dell’essere umano generico come tale, non è più un’idea giuridica, ma uno stato psicologico inerente all’uomo medio.” Bene, sono felici l’uomo e la donna medi? A giudicare dal film di Almodovar, per niente.

E c’è dell’altro.

Un film enormemente popolare rivela un altro aspetto della cultura occidentale, se possibile ancora più allarmante. Titanic racconta la storia inventata di un amore contrastato a bordo della nave fatale nel suo viaggio inaugurale. L’eroina è fidanzata per ragioni di convenienza a un uomo ricco ma volgare. Tuttavia s’innamora pazzamente di un passeggero clandestino, un giovane e spiantato pittore. Mentre la nave affonda, il ricco egoisticamente salva se stesso, a spese di una donna e di un bambino, mentre il povero sacrifica la sua vita per salvare quella dell’eroina. Milioni di donne giovani e non-così giovani hanno pianto tutte le loro lacrime mentre guardavano queste scene. Di che cosa si tratta? Di un chiaro messaggio antimaterialistico? Sì, ma soprattutto di una rielaborazione dell’antico mito di Tristano. La cultura occidentale del 2000 è, in generale, non più cristiana ma neppure laica. È, sebbene inconsapevolmente, Manichea.

Il Manicheismo si basa sulla divisione dualistica dell’universo negli opposti del bene e del male: il regno della Luce (spirito), guidato da Dio, e il regno dell’Oscurità (la materia), guidato da Satana. I due si sono mescolati e ingaggiano una lotta perenne. La razza umana è il risultato e il microcosmo di questa lotta. Il corpo umano è materiale, perciò è il male; l’anima umana è spirituale, un frammento della Luce divina, e deve essere redenta dalla sua prigionia, sia nel corpo sia nel mondo. In questo mondo della materia, l’amore puro (spirituale) non può esistere. Perciò si può avere solo nell’aldilà. Da qui, Tristano e Isotta, Romeo e Giulietta, etc.

Il pubblico occidentale contemporaneo piange guardando Titanic, in una inconscia presa di coscienza delle proprie manchevolezze e dei propri fallimenti. Attingendo alla propria esperienza, si rende conto che l’amore puro non si può ottenere in questo mondo, e si identifica con gli amanti sfortunati. Nonostante la libertà di scelta del coniuge, nonostante la possibilità di rimediare agli errori divorziando e risposandosi ancora e ancora, l’uomo e la donna occidentali bramano un amore di una tale purezza che, si rendono conto a dispetto di se stessi, non si può ottenere in questo mondo materialistico, ma solo nell’aldilà. Tuttavia, poiché la maggior parte di loro non crede nella vita dopo la morte, ciò diventa la moderna degenerazione del manicheismo, con una forte sfumatura nichilistica.

La decadenza è un concetto comparato. Forze possenti insistono nel mostrarci un quadro roseo. Il “Progresso”, questo termine di straordinaria vaghezza, ha arruolato molti potenti alleati nei secoli. L’intera problematica iniziò a Firenze, circa sei secoli fa.

Ad alcuni gioiellieri del Ponte Vecchio fu chiesto di custodire gioielli nei loro forzieri per amici e clienti. Notando che la quantità di gioielli recuperati dai proprietari era solo una frazione del totale depositato, si resero conto che potevano temporaneamente prestare un po’ di questo oro ai cittadini che ne avevano bisogno, ottenendo una cambiale per l’importo e gli interessi. Questo fu l’inizio del moderno sistema bancario. Questo segnò la fine di ciò che io chiamo l’Età dello Spirito, ma il mondo moderno chiama i Secoli Bui.

Tuttavia, la propaganda progressista ci insegna che il Rinascimento fu proprio questo: una rinascita. Intellettualizzando l’uomo, e ritirando la sua anima, Cartesio si ribellò contro i magnifici edifici che Pico della Mirandola, Marsilio Ficino e, in misura minore, il cronicamente confuso Giordano Bruno avevano costruito. (Della Mirandola tentò di fondere la Cristianità col Neo-Platonismo e la Cabala; Ficino “si limitò” alla Cristianità e al Neo-Platonismo; Bruno cercò di rifarsi alla magia Egiziana, (però apocrifa, come è emerso).

Più tardi, L’Illuminismo consolidò ulteriormente l’uomo sul trono dove si era auto installato, insieme a qualsiasi cosa ritenuta utile nella fisica di Newton. (Va sottolineato che Newton era molto coinvolto con l’alchimia, ma questa non sarebbe stata un’alleata del progresso). Poi giunsero gli –ismi, e il progresso trionfò completamente.

Meccanicismo, darwinismo, positivismo, determinismo, modernismo, e i loro inevitabili derivati: esistenzialismo, ateismo, nichilismo.

In altre parole, sei secoli fa l’uomo ha cominciato a cercare Dio nel proprio ombelico. Non trovandolo, ha continuato a esplorare, sebbene nei luoghi sbagliati. Alla fine, ha dimenticato persino cosa stava cercando in origine, e tutto ciò che ha potuto mostrare della sua ricerca è… il niente. Da ciò ha dichiarato che, non avendo trovato niente, non c’era niente da trovare, e Dio, o la deità, erano invenzioni delle culture primitive. La parola “superstizione” divenne di moda; la ragione, un feticcio.

L’uomo antropocentrico, non subordinato, lasciato ai suoi meccanismi, mi ricorda una cellula anaplastica, la cellula cancerosa che invade e distrugge il tessuto o il sistema circostante.

La perdita della subordinazione a un’autorità spirituale è andata di pari passo con la perdita di subordinazione a una autorità temporale

Il problema del Potere è il problema della Sovranità, e il problema della Sovranità è il problema della Legittimità. Il Potere è effettivo, valido e giusto, non abusivo se basato su una Sovranità legittima. Come tale, è naturalmente, spontaneamente e persino intimamente, riconosciuto da tutti coloro che sono legati ad esso. Tuttavia, qualche paragrafo sopra ho scritto, parafrasando Ortega y Gasset: “La sovranità dell’individuo non qualificato, dell’essere umano generico come tale, non è più un’idea giuridica, ma uno stato psicologico inerente l’uomo medio”. E l’uomo medio è colui la cui vita manca di qualsiasi scopo; colui che non chiede nulla a se stesso; colui che non trascende, ma piuttosto scivola lungo il facile declivio o, semplicemente, vivacchia galleggiando.

Le civiltà “tradizionali”, a differenza di quelle “moderne”, erano basate su una diversa visione del mondo. La realtà era sacra e spirituale, in opposizione a ciò che è materiale e materialistico. Di conseguenza, il Potere, l’Autorità e la Sovranità non erano basati sul numero di voti (e, nota bene, l’affluenza alle elezioni statunitensi è bassa; gli elettori votano per candidati che solo grazie a immensi fondi e sostegno economico possono permettersi le campagne elettorali), ma su un’origine superiore e metafisica. Per una società che viveva al tempo del mito, l’origine divina del Potere non era assurda, come qualsiasi persona moderna con la testa a posto (o dovrei piuttosto dire convenzionale?) penserebbe, bensì naturale. Non era un concetto astratto ma realistico. La persona che lo incarnava, il Re o la Regina, il Monarca, aveva una doppia funzione. Non solo governava i suoi sudditi, ma era anche un tramite con l’Autorità che, dall’alto, legittimava il suo potere. Lui o lei erano, in altre parole, un pontifex, un artefice di ponti.

Il papa cattolico è ancora considerato un pontefice, un pontifex, ma dall’inizio della chiesa Cattolica questo concetto fu male applicato. Quando nell’800 nacque il Sacro Romano Impero, il suo primo Imperatore non fu un papa ma Carlo Magno. Questa frattura fra il potere Spirituale e quello Temporale ha causato guerre, bagni di sangue e calamità di origine umana.

Sua Altezza Reale, la regina Elisabetta II, è “per grazia di Dio Difensore della fede”, sebbene non sia il capo della Comunità anglicana, poiché quest’ultima non ha autorità centrale e nessuno da cui possa aspettarsi un’autorità finale. Piuttosto, consiste di chiese nazionali autonome, che sono unite da legami di lealtà tra la sede di Canterbury e le altre. Ciò è dovuto a ragioni storiche, naturalmente. Ma, come Difensore della fede, la regina Elisabetta II è quanto di più vicino all’incarnazione di una forma di autorità tradizionale e metafisica. Come ci si aspetterebbe, molte, moltissime forze hanno lavorato nel ventesimo secolo per minare la sua autorità. Questo è un gran peccato, poiché lei rappresenta un autentico miracolo della Tradizione in un mondo altrimenti degenerato.

I progressisti strombazzino pure, adesso, i loro slogan e frasi fatte. Ma si ricordino di ciò che ha scritto Ortega y Gassett: “Contrariamente a ciò che si pensa di solito, è la persona di eccellenza, e non la persona comune, che vive in una servitù essenziale. La vita non ha sapore per lui/lei a meno che lui/lei non la facciano consistere nel servizio a qualcosa di trascendentale (…) Questa è la vita vissuta come una disciplina – la nobile vita. La nobiltà è definita dalle richieste che ci impone – dagli obblighi, non dai diritti. Noblesse oblige.”

Eppure, in questa epoca compiaciuta di sé in cui l’uomo comune presume di governare se stesso, siamo venuti a conoscenza di un nuovo insieme di afflizioni. Mai prima le masse sono state affette dal degrado del benessere. Insonnia, obesità e la fase 2: anoressia e bulimia; depressione maniacale e cronica, tossicodipendenza, alcolismo, morti autoerotiche e così via. Gente non subordinata, antropocentrica, inquieta, nel mondo dei ricchi si rende conto che ha la nausea di sé, e di ciò di cui si è circondata lavorando così duramente per ottenerlo. Il suddetto degrado sembra loro l’unica opzione. Sembra che queste persone abbiano bisogno di drogarsi per controbilanciare l’impatto di tutti i loro meccanismi salva fatica. E quelle libere da tali afflizioni possono essere facilmente dei robot compiacenti, dei tubi di cibo.

Una delle maggiori vittime di questo clima di autodistruzione e di nichilismo è la preghiera. L’Occidente non prega più. D’altra parte, i musulmani pregano almeno cinque volte al giorno. Un’ipotesi semiseria mi è venuta in mente più e più volte. Non potrebbe essere che, in risposta alle loro ferventi preghiere, alle nazioni arabe siano stati garantiti immensi giacimenti di petrolio, come fossero manna, mentre l’Occidente che non prega ha prodotto le sue varie rivoluzioni industriali, che hanno reso così importante questo idrocarburo liquido? Sarebbe un sottile esempio di preghiera retroattiva. La risposta alle loro suppliche era già sotto i piedi dei fedeli. Ma c’è voluto l’Occidente per attivare questa risposta concessa da tempo.

Ciò significa forse che la preghiera è consigliabile? Assolutamente sì, e non solo per ragioni egoistiche, ovviamente. Pregare, inginocchiarsi di fronte alla deità, sanziona la propria subordinazione all’autorità trascendente. Il fine della vita è al di fuori della vita, al di là di essa. La trascendenza ci fa desiderare Dio e questa meta allo stesso tempo. Possono benissimo essere la stessa cosa. Come la regina Elisabetta è a-scesa al trono, così noi possiamo tra-scendere i nostri ego isolati e i nostri miopi desideri. Questa è la vita del pellegrino o, come la chiamano i Sufi, la Tariga. La trascendenza implica la subordinazione a un principio superiore, e tuttavia l’elevazione, e la santificazione della propria vita.

Ma l’intellighenzia santifica, con premi e promozioni di ogni tipo, la glorificazione del degrado. C’è un significato intrinseco antitrascendente nella parola stessa. Degradare, dal latino de- gradus, gradino. Trascendere, d’altra parte, deriva da trans- scandere, arrampicare.

Quando l’uomo fu creato, non poteva fare ameno di essere geloso degli uccelli. Volando lungo linee invisibili, essi si libravano in alto fin dove poteva vedere e migravano verso terre lontane che poteva solo immaginare. Siccome non sapeva volare, iniziò a sognare. Col tempo, cominciò a costruire templi. Ma una spinta più forte era in lui.

Divenne un pellegrino.

La sua necessità di integrare il corso cosmico gli fece contemplare, considerare il corso tremolante delle stelle. Lo dice la parola stessa: contemplare, da con templum (uno spazio per osservare gli auguri); considerare, da con sidera, con le stelle.

Solare nella sua concezione del sacro, ma anche alla ricerca del principio lunare complementare, tutto ciò di cui aveva bisogno era allineare il suo sentiero con le invisibili forze telluriche lungo le quali tabernacoli di tutti i tipi sono stati eretti lungo i secoli.

Che possiamo tutti iniziare un pellegrinaggio, raggiungere la nostra destinazione, e oltrepassarla.

 

 

 

Western Culture, 2000 a.d.

Prophets are the incarnation of a dilemma. Their message is quintessentially esoteric, yet they are driven to make it exoteric. As all dilemmas, this cannot be solved, and the usual outcome is the immolation or downfall of the prophet, unless exceptional circumstances temporarily suspend this predicament. Moreover, that there should be the initiate (the prophet) and the uninitiate (the disciples), has become a rather indigestible concept.

Indeed, traditional values such as the teacher-disciple relationship, training, patience, methodicalness, and constancy, have been lost in the sacred and profane spheres alike. For example, in the figurative arts, think for a moment of Jackson Pollock, who based his life’s work on trying to reproduce in paint the patterns made by his long-lost father urinating on stone. Such paintings, to which I used to refer, perhaps flatteringly, as “unappetising spaghetti”, are on display in many major museums the world over. Clearly, this is not the environment for Cimabue to say to his pupil Giotto, “You have surpassed your teacher.”

And yet, a “prophetic” forum such as this, one that rethinks one’s basic assumptions, feels the duty to promote and divulge esoteric ideas into the public domain. But, what is the state of popular western culture in the year 2000?

Pedro Almodóvar’s latest film, All About My Mother, is on a victory march. He has been awarded as the Best Director at the Cannes Film Festival; Best Movie of the Year of the International Cinematographic Press Federation (Fipresci) at the Festival of San Sebastian (Spain); Best European Film and Best European Director at the 1999 European Film Awards; Time Magazine’s Best Movie of the Year; the Golden Globe for the Best foreign Film; seven Goya Awards; the Academy Award for Best Foreign Film, and the list goes on.

Manuela, the story’s heroine, leaving a performance of A Streetcar Named Desire with her 17-year-old son, Esteban, watches in horror as he is killed by a car while chasing the play’s star for an autograph. He had been begging his mother to tell him about the father he never knew, and keeping a journal entitled All About My Mother (the echo of All About Eve is deliberate). After Esteban’s death, Manuela goes to Barcelona to find the boy’s father, who now goes by the name of Lola. Transsexuals, a pregnant nun who works in a shelter for battered prostitutes, the Streetcar star’s junkie lesbian lover—all have a role in Manuela’s life. Eventually, we are asked to believe that the transexual father of the late Esteban has impreganted the young nun, though one wonders at the attraction a nun would have for an ageing transexual? Dutifully, the latter is afflicted by AIDS. In the end, the nun dies at childbirth, and Manuela mothers yet another son by… Lola.

Ernest Lehman, Alfred Hitchock’s favourite screenwriter, and my teacher in Los Angeles, taught me a golden rule in story-telling: “Never tell the audience something it already knows.” Yet, Almodóvar first shows us the unfortunate death of Esteban; then has Manuela recount this tragedy not once, but twice to other unknowing characters. Is the audience yawning? Yes and no. The intent is to jerk the audience’s tears, to engender sympathy not so much for the son and mother, but for all characters involved. Almodóvar himself has stated: “There is no greater spectacle than watching a woman cry.”

Consequently, we are made to commiserate a circus of painfully grotesque and implausible characters. This is the culture of the glorification of degradation, and of aimlessness. The film would seem to suggest, perhaps unwittingly, that the degree of freedom enjoyed by the characters is a burden of such magnitude, they simply cannot deal with it.

Twenty-five years ago, Pier Paolo Pasolini’s Salò, Or 120 Days Of Sodomportrayed yet more degraded individuals. Some might remember the notorious scene in which a few characters are made to eat human faeces. The intent was also, presumably, to shock the bourgeois, as the film was censored, sequestered, etc. Nowadays, the intelligentsia applauds, and lavishes awards to films that not only portray man at his most disoriented worst, but demand our sympathy, and praise.

This is the blind alley of exasperated existentialism, a bottomless pit. At his best, existentialist man, just and upright, is a sad priest without God, as exemplified by Dr. Rieux in Camus’s The Plague; at his worst, an anthropocentric, arrogant individual who demands nothing of himself, and indulges in whatever weakness or degradation, either for the thrill of it, or because, not knowing any better, he cannot help himself.

The sovereignty of the unqualified individual, of the generic human being as such, is no longer a juridical idea, but a psychological state inherent in the average man. Well, are average man and woman happy? Judging from Almodóvar’s film, not in the least.

And there is more.

A hugely popular recent film reveals another aspect of western culture, possibly more alarming. Titanic tells the fictitious story of a star-crossed love aboard the doomed ship on her maiden voyage. The heroine is betrothed to a rich but callous man for reasons of convenience. However she falls in love, head over heels, with a clandestine passenger, a boyish and penniless painter. As the ship sinks, the rich man selfishly saves himself at the expense of a woman or child, whereas the poor man sacrifices his life so as to save the heroine’s. Millions and millions of young and not-so-young women have wept all the tears they had as they watched this. What do we have here? A clear anti-materialistic message? Yes, but most of all we have a reshuffling of the age-old Tristan myth. Western culture in year 2000 is, by and large, no longer Christian, yet not secular either. It is, however unknowingly, Manichaean.

Manichaeism is hinged on a dualistic division of the universe into contending realms of good and evil: the realm of Light (spirit), ruled by God, and the realm of Darkness (matter), ruled by Satan. The two have become mixed and engaged in a perpetual struggle. The human race is a result and a microcosm of this struggle. The human body is material, therefore evil; the human soul is spiritual, a fragment of the divine Light, and must be redeemed from its imprisonment, both in the body and the world. In this world of matter, pure (spiritual) love cannot exist. Therefore, it can only be had in the afterworld. Hence, Tristan and Iseult, Romeo and Juliet, etc.

Contemporary western audiences weep at Titanic in unconscious recognition of their shortcomings and failures. Drawing from their own experiences, they recognise that pure love cannot be had in this world, and identify with the star-crossed lovers. Despite their freedom in selecting their spouse; despite the possibility of amending mistaken choices by divorcing and remarrying over and over, western man and woman long for a love of a purity that, they realise in spite of themselves, cannot be had in this materialistic world, but only in the afterworld. Since most of them do not quite believe in life after death, however, this becomes a modern degeneration of Manichaeism, with a strong nihilistic tinge.

Decadence is a comparative concept. Tremendous forces insist in showing us a rosy picture. “Progress”, this term of more than ordinary vagueness, has conscripted many powerful allies down the centuries. Indeed, the whole problem began in Florence, about six centuries ago.

Some jewellers on the Ponte Vecchio were asked to hold gold in their safes by friends and clients. Noticing that the amount of gold removed by owners was only a fraction of the total stored, they realised that they could temporarily lend out some of this gold to citizens in need, obtaining a promissory note for principal and interest. This was the very beginning of the modern banking system. Indeed, the first modern currency was the Florin, employed throughout Europe. Thus usury was legalised by governments, and became banking. This sealed the end of what I call The Age of the Spirit, but modern world calls The Dark Ages.

Yet, progressive propaganda teaches us that the Renaissance was just that: a rebirth. By intellectualising man, and withdrawing his soul, Descartes rebelled against the magnificent edifices that Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, and to a lesser extent the chronically confused Giordano Bruno, had built. (Della Mirandola attempted to fuse Christianity with Neo-Platonism and the Cabala; Ficino “limited” himself to Christianity and Neo-Platonsim; Bruno attempted to revert to Egyptian magic [apocryphal, as it transpired].)

Later on, Enlightenment further consolidated man in his self-appointed throne, along with whatever was deemed useful in Newton’s physics. (It must be emphasised that Newton was much involved with alchemy, but this would not have been an ally to progress). Then came the -isms, and progress triumphed utterly.

Mechanism, Darwinism, Positivism, Determinism, Modernism, and their inevitable offspring: Existentialism, Atheism, Nihilism.

In other words, six centuries ago man began to seek God in his own navel. Not finding Him, he continued to explore, albeit in the wrong place. In the end, he forgot even what he was originally seeking, and all he could show for his quest was… nothingness. From this, he declared that, having found nothing, there was nothing to find, and God, or the Godhead, were inventions of primitive cultures. The word “superstition” became fashionable; reason, a fetish.

Anthropocentric, un-subordinated man left to his own devices reminds me of an anaplastic cell, the cancer cell that invades and destroys the surrounding tissue, or system.

Loss of subordination to a spiritual authority came hand in hand with loss in subordination to a temporal authority.

The problem of Power is the problem of Sovereignty, and the problem of Sovereignty is the problem of Legitimacy. Power is effective, valid and just, not abusive, if it is based on a legitimate Sovereignty. As such, it is naturally, spontaneously, even intimately recognised by all who are bound to it. Yet, a few paragraphs above, I wrote: “The sovereignty of the unqualified individual, of the generic human being as such, is no longer a juridical idea, but a psychological state inherent in the average man.” And the average man is he whose life lacks any purpose; he who makes no demands on himself; he who does not transcend, but rather slides down the easy slope, or simply goes drifting along.

“Traditional” civilisations, unlike “modern” ones, were based on a different vision of the world. Reality was sacred and spiritual, as opposed to material and materialistic. Consequently, Power, Authority and Sovereignty were not based on the number of votes (and, nota bene, the turnout at US election is about 10% of the voting population; these vote for candidates who only thanks to immense funds and backing could afford to run campaigns), but on a superior and metaphysical origin. In a society living in the time of myth, the divine origin of Power was not absurd, as any right-minded (or should I say conventional?) modern person would have it, but natural. It was not an abstract, but a concrete and indeed factual concept. The person who incarnated it, the King or Queen, the Monarch, had a twofold function. Not only did he govern his subjects, but was also a go-between with the Authority that, from above, legitimated his power. He or she was, in other words, a pontifex, a bridge-maker.

The Catholic pope is still considered a pontiff, a pontifex, but from the inception of the Christian Church this concept was misapplied. When the Holy Roman Empire was born in 800, its first Emperor was not a pope, but Charlemagne. This fracture between Spiritual and Temporal Power has caused wars, blood-baths and man-made calamities since.

HRH Queen Elizabeth II is “by the Grace of God, Defender of the Faith”, although not the Head of the Anglican Communion, as the latter has no central authority and no one person from whom it can expect final authority. Rather, it consists of national, autonomous churches that are bound together by ties of loyalty between the see of Canterbury and each other. This is due to historical reasons, of course. But, as Defender of the Faith, Queen Elizabeth II is the closest incarnation of a Traditional, and metaphysical, form of Authority. As is to be expected, many, many forces have been at work in the Twentieth Century so as to undermine Her Authority. This is a great pity, for She represents a veritable miracle of Tradition in an otherwise degenerated world.

Liberals and progressivists may now trumpet their slogans and stock phrases. But they must be reminded of what Ortega y Gassett wrote. “Contrary to what is usually thought, it is the person of excellence, and not the common person, who lives in essential servitude. Life has no savour for her/him unless (s)he makes it consist in service to something transcendental. (…) This is life lived as a discipline—the noble life. Nobility is defined by the demands it makes on us—by obligations, not by rights. Noblesse oblige.”

Yet, in this self-satisfied age in which ordinary man presumes to govern himself, we have become acquainted with a new set of afflictions. Never before have the masses been afflicted by the degradations of affluence. Insomnia; obesity, and its Phase 2: anorexia and bulimia; manic and chronic depression; drug addiction; alcoholism; autoerotic deaths, and so on. Un-subordinated, anthropocentric, listless people in the rich world realise that they are sick of themselves and of what they have worked so hard to surround themselves with. The mentioned degradtions seem to them the only options. One might say that they need dope to counteract the impact of all their labour-saving devices. And those free from these afflictions can easily be complacent robots, food tubes.

One of the many casualties of this climate of self-destruction and nihilism is prayer. The West no longer prays. On the other hand, Moslem nations pray five times a day, and then more. A semi-serious hypothesis has come to mind time and again. Could it be that, in response to their fervent prayers, the Arab nations were granted immense oil-fields, as if they were a manna, while the non-praying West produced its various industrial revolutions, which made this liquid hydrocarbon so all-important? It would be a subtle instance of retroactive praying. The response to their supplication was under the feet of the faithful, already. But it took the West to “activate” this long-granted response.

Does this mean that praying is advisable? By all means, and not merely for selfish reasons, obviously. Praying, kneeling before the Godhead, sanctions one’s subordination to a Transcendental Authority. The goal in one’s life is outside it, beyond it. Transcendence makes us yearn for God and this goal at once. They may well be one and the same. As Queen Elizabeth II a-scended to the throne, so can we tran-scend our insulated egos and short-sighted desires. This is the life of the pilgrim, or, as the Sufis call it, the Tariqa. Transcendence implies subordination to a higher principle, and yet the elevation, and sanctification, of one’s life.

But the intelligentsia sanctifies, with awards and promotion of all types, the glorification of degradation. There is an intrinsic anti-transcendental meaning in the very word. To degrade, from the Latin de- de- gradus- step. To transcend, on the other hand, derives from trans- trans- scandere to climb.

When man was created, he could not help being jealous of the birds. Flying along invisible lines, they soared as high as he could see, and migrated to distant lands he could only imagine. Since he could not fly, he started to dream. In time, he began to build temples. But a more compelling drive was inside him.

He became a pilgrim.

His necessity to integrate the cosmic course made him contemplate, consider the flickering course of the stars. The very words say it: contemplate, from con- templum (a space for observing auguries); consider, from con- sidera, with the stars.

Solar in his conception of the sacred, but also seeking the complementary lunar principle, all he needed was to align his path with the invisible tellurian forces along which shrines of all types have been erected down the ages.

May we all start on a pilgrimage, reach our destination, and go well beyond it.

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Evoluzione alla rovescia

27 Maggio 2018 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #saggi

 

 

 

Di Guido Mina di Sospiro, tradotto da Patrizia Poli in collaborazione con l’autore. Originalmente pubblicato sotto il titolo Evolution Upside-Down su New English Review, Disinformation e New Dawn Magazine.

 

«Io non credo che l’uomo derivi dalla scimmia a causa dell’evoluzione, bensì che la scimmia derivi dall’uomo per involuzione».

Charles Darwin possedeva alcune caratteristiche che me lo rendono caro. Era un “dilettante”, non un professionista, manifestando chiaramente che una prepotente sete di conoscenza è una mania, non una professione, con le relative incombenze burocratiche. E c’è qualcosa di notevolmente ardito nel suo viaggio sulla Beagle. È vero, stava cercando conferma alle sue teorie pre-formulate; ed è anche vero che sembrava trascurare qualsiasi prova contraria. Ma la sindrome da parzialità sembra insita nella natura umana. L’oggettività è impossibile. Tuttavia, quando pubblicò i suoi  fondamentali L’origine delle specie (1859) e L’origine dell’uomo, gli capitò di avere le idee giuste al momento giusto. Era l’età del Positivismo, orgoglioso e legittimo discendente dell’Illuminismo. Ed era l’alba del periodo più materialistico e deterministico della storia. La teoria di Darwin, dell’evoluzione biologica attraverso la selezione naturale, fu entusiasticamente cooptata da Herbert Spencer e da tutta l’intellighenzia, e applicata alla società in generale. Il dogma dell’evoluzione è ora insegnato in ogni scuola nel mondo occidentale e si trova in ogni testo scolastico, non solo di scienza, ma anche di storia, di educazione civica, etc. L’intero ethos della società occidentale è imbevuto di, e si fonda su, il mito materialistico dell’evoluzione e del progresso.

L’ampio concetto di “evoluzione”, perciò, è stato un prezioso alleato delle società moderne. Implicitamente, ma spesso anche esplicitamente, queste sostengono che, trovandosi all’apice dell’evoluzione sociale, la cosmologia che incarnano non possa che essere la migliore. È un argomento prepotentemente machiavellico. Eravamo scimmie, poi, esseri umani che potevano a malapena accendere un fuoco; infine, abbiamo padroneggiato la natura (eccome!); e ora, quali esponenti delle democrazie moderne nel mondo libero, laico e illuminato, abbiamo portato la buona novella ai nostri fratelli in paesi meno privilegiati, o piuttosto “in via di sviluppo”, e di sicuro lo abbiamo fatto in base alla legge dell’evoluzione. (Fra tantissime “anomalie”, Göbekli Tepe, il sito archeologico in Anatolia, confuta tale semplicistica spiegazione, ma ciò non sembra importare al sistema.) Certe idee si diffondono come la peste. Come conseguenza, un Pensiero Unico viene imposto nel mondo, così come un Unico Comportamento: lo stesso modo di ragionare, gli stessi “valori”, lo stesso modo di parlare, di vestire, persino di mangiare. Un punto di vista completamente e arbitrariamente personale è stato spacciato per oggettivo e viene imposto su scala planetaria attraverso le lobbies culturali e i mass media. Gloria all’intrinseca supremazia del dogma evoluzionista e alle sue ramificazioni: il liberalismo e il libero mercato, di cui l’ultimo è, in effetti, il risultato di una selezione naturale spietata.

Leibnitz, e più recentemente Popper, affermarono che viviamo “nel migliore dei mondi possibili”. È il principio della ragione sufficiente. Mentre Leibnitz sosteneva che Dio non può aver creato che il migliore dei mondi possibili, un mondo che cambia sempre in meglio, Popper affermò che le società occidentali contemporanee, e il loro sistema socio-economico, rappresentano il miglior sistema che possa essere ipotizzato in opposizione alle precedenti organizzazioni sociali e culturali.

Ora, caro lettore, se sei d’accordo con Leibnitz e Popper, non leggere oltre. Sei un esemplare umano ben adattato, il risultato di un indottrinamento culturale pervasivo, o di un vero e proprio lavaggio del cervello. Un vero figlio/figlia del tuo tempo. Se non sei d’accordo, vai avanti a tuo rischio e pericolo.

Quando ero ragazzo, un gruppo progressive rock italiano incise un album intitolato Darwin. La prima canzone incoraggiava (in modo sgrammaticato): “Prova, prova a pensare un po’ diverso, (...)”. Proseguiva spiegando che niente era stato creato da Dio ma, piuttosto, che tutta la creazione aveva creato se stessa, e poi era costantemente migliorata grazie alle leggi dell’evoluzione. Persino lo spaghetti rock cooptava la sua versione distorta del darwinismo. Bene, ora vi chiedo io di “pensare un po’ diverso” poiché, vedete:

io non credo che l’uomo derivi dalla scimmia per evoluzione, bensì che la scimmia derivi dall’uomo per involuzione

Joseph de Maistre spiegava che i selvaggi non sono popoli primitivi nel senso di popoli originali, ma piuttosto le rimanenze degenerate e/o degeneranti di popoli antichi che sono scomparsi. Mi ribello al dogma rivoluzionario, e dico che le specie animali mostrano chiaramente la degenerazione del potenziale dell’uomo primitivo. In nuce, “il filosofo proibito” Julios Evola scrisse: “Questi potenziali insoddisfatti o devianti si manifestano come sottoprodotti del vero processo evoluzionistico che l’uomo ha condotto dall’inizio. Per questo motivo, l’ontogenesi, la storia biologica dell’individuo, non ripercorre in nessun modo il processo della filogenesi, la presunta storia evoluzionistica della specie, ma ripassa attraverso alcune possibilità eliminate. Si ferma a delinearle in modo approssimativo e poi va oltre, subordinando queste possibilità al principio superiore e specificamente umano, che è definito un poco alla volta nello sviluppo dell’individuo.”

Abbastanza contro corrente? Ha perfettamente senso, anche se non lineare. Ma lo scienziato necessiterebbe di prove. (La scienza istituzionale, per inciso, tende a giocare un gioco truccato, stabilendo le proprie regole, e implicitamente rifiutando tutto ciò che non si conforma ad esse.) Immaginate, per esempio, un centauro, un corpo di cavallo a quattro zampe sormontato da un torso a due braccia con una testa. Questa adorabile creatura, se scoperta da qualche parte, metterebbe in ginocchio la teoria evoluzionista, dato che non ci sono antenati da cui i centauri possano essere discesi; d’altro canto, il mondo esoterico può ben considerare noi, umani a due gambe, i bastardi degenerati e mutilati di un centauro.

I poeti cercano la verità, non gli scienziati. Il poeta francese Maurice de Guérin, nel suo Centauro, fa incontrare la creatura con Pan, mentre vien giù dalla montagna verso la valle, per dissetarsi in un fiume. È notte, il fiume luccica, un nastro d’argento sotto la luna. Questo è il Pan arcaico, un essere che appartiene direttamente alla terra, niente affatto un dio, sebbene più tardi sarà elevato a tale rango. Ed è Pan che il Centauro di Guérin vede quella notte dall’altra parte del fiume, o… il primo uomo. Il centauro è sopraffatto dal disgusto. E dalla tristezza. In lui, il Centauro vede un individuo mutilato. Quell’essere dall’altra parte del fiume annuncia, inoltre, la sua stessa sconfitta e la fine dell’Età dell’oro. E non è un caso se il fiume sembra, nella notte, una striscia d’argento. È iniziata l’Età dell’argento

Il mondo deve essere stato a lutto quando l’uomo si staccò da questa parte del suo essere. L’Età dell’oro lascia il posto a quella dell’argento. Toccherà in sorte a Erodoto, nel V secolo a.c., la transizione dall’età dell’argento a quella del bronzo. Egli sta a cavallo delle due epoche e annuncia la storia. Il Rinascimento, e più tardi l’Illuminismo, introdurranno l’Età del ferro, nella quale viviamo.

Lo scienziato non può che rifiutare ciò. Deve farlo. Ovviamente, se il paleontologo o l’archeologo disseppellissero i resti di un centauro, sarebbe non solo un colpo fatale alla teoria dell’evoluzione, ma alla scienza al completo. Inoltre, sarebbe utile trovare veri anacronismi. Come, ad esempio, esseri umani fossilizzati dentro lo stomaco di, mettiamo, un allosauro; o un trilobite in strati cenozoici (“recenti”, circa 65 milioni di anni). Ma, ancora, la scienza, e le società occidentali in generale, tendono a rifiutare o, in realtà, nascondere, prove che possano danneggiare lo status quo. Questa censura è una tattica di sopravvivenza, tutt’altro che originale. Ma pare che tracce di nicotina siano state recentemente ritrovate dentro un antico  sarcofago egiziano. Essendo il tabacco una pianta del Nuovo Mondo, una tale scoperta dovrebbe aver cambiato, se non altro, la nostra percezione della storia. In realtà, significherebbe molto di più. Non sorprendentemente, di questo si è detto o fatto molto poco. Perché, gli studi su Atlantide, cioè concepire la possibilità che ci sia stata una civilizzazione avanzata in epoca preistorica, sono profondamente sovversivi. Sconfessano Darwin, Marx e Freud, e infastidiscono profondamente gli “esperti” accademici. Mettono in discussione la cosmologia del Big Bang. Non ispirano fiducia nel progresso o l’ingegneria sociale. E, infine, aprono la porta “alla marea nera di fango”, come Freud chiamava l’occulto (in realtà l’esoterismo) nella sua famoso contesa con Jung.

Qualche anno fa, passai un certo numero di pomeriggi e sere a intervistare lo sciamano, o piuttosto, “il portapacchetto” (nel “pacchetto” è custodita la “medicina” [o lo scibile magico]), della tribù Miccosukee, negli Everglades nel sud della Florida. Dopo alcune sedute scoprii che l’uomo era in grado di leggere la mia domanda seguente mentre la formulavo nella mia mente, e rispondeva senza che gli avessi chiesto niente a voce. Come ci si aspetterebbe, io ero totalmente incapace di leggere la sua mente o quella di chiunque altro. Alla fine, dalle sue parole è emersa un’interpretazione della storia assai insolita.

Quando gli Spagnoli cacciarono l’ultimo Moro, ottenendo così la loro storica Riconquista dopo otto secoli di occupazione musulmana, in quello stesso anno, 1492, Colombo ufficialmente e apparentemente scoprì l’America (per sbaglio?). È difficile pensare a una coincidenza. Certamente, la metastoria non è insegnata in nessuna scuola, e molta gente non sa nemmeno della sua esistenza. Che ci siano poteri coinvolti nei cambiamenti epocali che vanno molto al di là della meschinità e dell’avidità umana e dei sollevamenti sociali sembrerebbe una verità evidente, e tuttavia rifiutata e considerata impensabile dagli araldi del dogma storico evoluzionistico. E cosa fece l’uomo bianco quando venne in America, mi chiese il portapacchetto?

Trovò l’Età dell’oro, mi rendo conto ora, in retrospettiva: non era il Nuovo Mondo, era il Vecchio Mondo, più vecchio della storia e del mito. Sì, l’America era ancora in uno stato di grazia. Cereali macroscopici crescevano solo qui: granturco,  zea mays, con grani così grandi da non richiedere macinatura. Era il cibo dei giganti, dei titani. Cacao, theobroma cacao, il frutto degli dei, ciò che “theo-broma” significa in greco. L’origine di questo albero tropicale era l’Amazzonia, da dove migrò in America centrale, attorno al 1500 a.c.. I Maya e gli Aztechi attribuivano origine divina all’albero del cacao, portato loro dal dio Quetzacoatl. La bevanda sacra chiamata “chocolatl” era consumata in coppe d’oro. E la lista continua. Il tabacco, cioè Nicotiana tabacum. Una pianta erbacea, il tabacco fu usato per prime dalle popolazioni dell’America precolombiana. I nativi americani coltivavano la pianta e la fumavano nelle pipe a scopo medico e cerimoniale. La varietà rustica era usata dagli sciamani per entrare in stato di trance e indurre allucinazioni. Il pomodoro, Lycopersicon  esculentum, era un altro dono dell’Età dell’oro. Un frutto che cresceva prontamente non da un albero e poteva essere coltivato ovunque, ammesso che ci fosse abbastanza calore. Il suo frutto commestibile, carnoso, abitualmente rosso, è diventato un alimento base delle cucine di tutto il mondo. Cosa sarebbe la cucina italiana senza di esso? Niente pizza? Niente pasta? E che dire dei seguenti altri doni degli dei? Vaniglia, patate, (che, ironicamente, resero possibile la rivoluzione industriale), immense mandrie di bisonti che brucavano e vagavano libere nelle pianure del nord? Che dire del tacchino, che è diventato un animale così simbolico negli Stati Uniti, ed è allevato e mangiato ovunque nel mondo? Nessun uccello di queste dimensioni cresceva in Europa e, ancora una volta a ragione, poiché l’Europa aveva abbandonato l’Età dell’oro, poi l’Età dell’argento e stava lasciando anche l’Età del bronzo.  

Ho una stampa di Eanger Irvin Couse che ho comprato a Taos, nel Nuovo Messico. Dipinta circa cento anni fa, rappresenta una scena silvestre. Un nativo americano, con indosso solo un  lembo di stoffa attorno ai fianchi, accovacciato sui ginocchi, si nasconde dietro un gruppo di alberi, osservando attentamente, non visto, alcuni tacchini in una radura a pochi passi da lui. Con la mano destra impugna ciò che, a prima vista, sembrerebbe una lancia. A ben guardare, ci si accorge che sta solo agguantandosi a un alberello senza rami, che può essere scambiato per una lancia, ma è, in effetti, solo uno snello giovane albero radicato nel terreno. Questa immagine, per inciso molto ben fatta, dice tantissimo. Il nativo americano, magro ma evidentemente non affamato, non ha intenzione di uccidere i tacchini, ma si gode la loro vista.

Tali popolazioni, primitive, originali, meritavano l’Età dell’oro in cui ancora vivevano. Non avevano bisogno di escatologie. Infatti nelle grotte sono stati trovati disegni che dipingono cacciatori primitivi che cacciano anche nell’al di là. L’al di là, in effetti, c’era; non c’era confine fra la vita qui e da qualche altra parte. L’Età dell’oro era l’Eden, e l’oro stesso, paradossalmente, non serviva. 

L’uomo bianco portò con sé non solo una serie di malattie esotiche, ma anche le banche, la più grave di tutte le malattie.

La Chiesa cattolica aveva messo al bando per secoli qualsiasi tasso d’interesse, percepito come usura. Le banche e il prestito divennero una pratica accettata solo durante l’inizio del Rinascimento.

 “A cosa”, chiese il mio amico portapacchetto Miccosukee, “a cosa servivano le banche in America agli uomini bianchi?” Di fatto, possedevano tutto: la terra, gli alberi, il pesce, gli uccelli, la selvaggina. Tutto ciò che vedevano. Eppure introdussero quel supremo artificio — la banca.

Sappiamo cosa è accaduto ai milioni di bisonti che pascolavano nelle praterie nelle mani dell’uomo bianco che cacciava per sport con fucili a ripetizione. Sappiamo cosa è accaduto ai nativi americani. E, tuttavia, continuiamo a considerare le nostre società come il logico risultato dell’evoluzione e del progresso. 

Frederic Edwin Church, il pittore della Hudson River School, si fece un punto d’onore di registrare le ultime vestigia dell’Età dell’oro in America. Non risparmiò alcuno sforzo nel raggiungere i luoghi più remoti per ritrarre la Grandiosità dell’Età dell’oro. Molto più di Turner o di Caspar David Friederich, rispettivamente dall’Inghilterra e dalla Germania. Proprio perché girò tutte le Americhe, ebbe l’ultima occasione di cantare a gloria dell’età perduta.

Ma il dogma evoluzionista si è diramato e ha infettato anche il mondo dell’arte. È difficile da credere, poiché l’arte avrebbe dovuto essere l’unico campo immune da un tal veleno. Tuttavia, ci è stato detto che anche l’arte si evolve. A chi piacerebbe Giotto, oggi, che non conosceva la prospettiva? Chiaramente, Piero della Francesca e Paolo Uccello, che l’hanno introdotta, erano molto superiori. Ma impallidiscono davanti alla grandezza di Michelangelo e, più tardi, di Tiziano. Tuttavia, Caravaggio, con le sue ombre e i chiaroscuri, è molto più evoluto. Per non dire di Goya, lontano finalmente da quegli stantii soggetti religiosi, impegnato nei molto migliori temi della vita comune. Ma l’impressionismo ha cambiato le carte in tavola un’altra volta – un cambiamento per il meglio, ovviamente – e tutti gli altri -ismi hanno portato alla migliore espressione artistica di tutte: l’arte astratta, alias “il qualunque-ismo”. In realtà, come ulteriore sviluppo sulla scala dell’evoluzione che porta alla perfezione, la bruttezza è diventata bellezza e la bellezza bruttezza. Le maggiori città del mondo occidentale annoverano molti musei dedicati a questo pinnacolo dell’evoluzione artistica: l’arte brutta. Mentre il fenomeno dell’arte brutta era in corso, Theodor Adorno e altri filosofi marxisti si affannavano a cantarne le lodi.

Come ci possiamo difendere dalle aberrazioni causate dalla cooptazione globalizzata  e dall’imposizione di un dogma evoluzionistico onnicomprensivo? Penso di avervi dato qualche cenno. La storia è ciclica e non, come ci viene detto eloquentemente e assiduamente, lineare. Al momento siamo nel punto più infimo. L’Età dell’oro, o Kali Yuga, come descritto nei testi tradizionali induisti. Ma la marea può tornare in futuro. Nel frattempo, stiamo già facendo ciò che è la cosa migliore—differenziarci dal pensiero comune.

P. S. : Mia moglie ed io abbiamo una nutrita collezione di pitture astratte alle quali siamo molto affezionati; l’incoerenza è un buon segno.

 

 

 

 

I do not believe that man is derived from the ape by evolution, but that the ape is derived by man by involution.”

Charles Darwin possessed some characteristics which greatly endear him to me. He was an “amateur,” not a professional, making it clear that an all-consuming thirst for knowledge is a mania, not a profession, with its clerical and bureaucratic overtones. And there is something immensely dashing about his voyage on the Beagle. True, he was looking for confirming instances of his pre-established theory; also true, he did seem to neglect whatever evidence he chanced upon that went against it. But the confirmation bias syndrome seems to be embedded in human nature. Objectivity is impossible. Anyway, when he published his seminal works Origin of Species (1859) and The Descent of Man (1871), he happened to have the right ideas at the right time. It was the age of Positivism, that proud and most legitimate descendant of the Enlightenment. And it was the dawn of the most materialistic and deterministic age in recorded history. Darwin’s theory of biological evolution through natural selection was enthusiastically co-opted by Herbert Spencer and the intelligentsia, and applied to society as a whole. The evolutionary dogma is now taught in every school in the western world, and found in every textbook, and not just of science, but also of history, civics, etc. The whole ethos of western societies is imbued with, and hinges on, the materialistic myth of evolution and progress.

The broad concept of “evolution,” therefore, has been an invaluable ally to modern societies. Implicitly, but often also explicitly, these maintain that, by finding themselves at the apex of the process of societal evolution, the cosmology they incarnate could not be but the best one. It is a Machiavellianly powerful argument. Why, we were apes; then, humans who could barely, say, light a fire; eventually, we mastered nature (and how!); and now, as exponents of modern democracies in the free, secular and enlightened world, we spread the good news to our fellow humans in less privileged countries, or rather “developing” countries and, surely, by the laws of evolution. Indeed, such ideas spread like the plague. As a consequence, a Single Thought is imposed upon the world, along with a Single Behavior. The same way of reasoning, the same “values,” the same way of speaking, dressing, even eating. A completely arbitrary subjective point of view has been disguised as objective and is being imposed on a global scale through cultural lobbies and the mass media. Glory to the intrinsic supremacy of the evolutionary dogma, and its ramifications: liberalism and the free market, the latter being, in effect, the result of merciless natural selection.

Leibnitz, and far more recently Popper, postulated that we live in “the best of possible worlds.” It is the principle of sufficient reason. While Leibnitz argued that God could not have created but the best of possible worlds, one that is constantly undergoing changes for the better, Popper affirmed that contemporary western societies, and their socioeconomic system, represent the very best system that could possibly be conceived as opposed to previous social and cultural organizations.

Now, dear reader, if you agree with Leibnitz and Popper, read no further. You are a well-adapted human specimen, the result of a pervasive cultural indoctrination, or outright brainwash. A true son/daughter of your times. If you don’t agree, read on—at your own risk.

When I was a teen-ager, an Italian progressive rock group released an album entitled Darwin. One of its songs encouraged the listener to “think a little differently.” It continued by explaining that nothing had been created by God, but rather all creation had created itself, and then had constantly improved thanks to the laws of evolution. Even spaghetti rock was co-opting its own warped version of Darwinism! Well, I now ask you to “think a little differently”. For you see—

I do not believe that man is derived from the ape by evolution, but that the ape is derived by man by involution.

Joseph de Maistre explained that savage peoples are not primitive peoples in the sense of original peoples, but rather the degenerated and/or degenerating remains of ancient peoples that have disappeared. I rebel against the evolutionary dogma, and assert that animal species clearly show the degeneration of primordial man’s potential. In a nutshell, the “forbidden philosopher” Julius Evola wrote: “These unfulfilled or deviant potentials manifest themselves as byproducts of the true evolutionary process that man has led since the beginning. For this reason, ontogenesis, the biological history of the individual, does not repeat in any way the process of phylogenesis, the presumed evolutionary history of the species, but passes again through some eliminated possibilities. It stops to roughly outline them and then moves beyond, subordinating these possibilities to the superior and specifically human principle, which is defined and fulfilled little by little in the development of the individual.”

Contrarian enough? It makes wonderful, if non-linear, sense. But the scientist would need proof. (Institutional science, incidentally, does tend to play a fixed game, as it sets up its own rules, and implicitly dismisses anything that does not quite conform with them.) Imagine, for example, a centaur, a four-legged horse body topped by a two-armed human torso with head. This lovely creature, if unearthed somewhere, would bring evolutionary theory to its knees, because there are simply no ancestors from which centaurs might have descended. On the other hand, the esoteric world may well consider us, two-legged humans, the degenerated and maimed mongrels of a centaur.

Poets seek truth, not scientists. The French poet Maurice de Guérin in his Centaur has the creature meet Pan, coming down from the mountains to the valley, there to drink from a river. It is nighttime. The river shimmers, a silver streak under the moon. This is the archaic Pan, a being immediately belonging to the Earth, not at all a god, though later he will be promoted to that rank. And it is Pan that De Guérin’s Centaur sees that night on the opposite side of the river, or… the first man. The Centaur is overwhelmed by disgust. And by sadness. In him, the centaur sees a maimed individual. That being on the other side of the river announces, furthermore, his own demise, and the end of the Golden Age. Not by chance does the river seem, in the night, a silver streak. The Silver Age has begun.

The world must have been in mourning when man detached himself from this part of his own being. The Golden Age gives way to the Silver Age. The lot will fall to Herodotus, in the fifth century BC, to transition from the Silver Age to the Bronze Age. He stands at the cusp of the two epochs, and ushers in history. The Renaissance, and later the Enlightenment, will usher in the Iron Age, in which we live at present.

The scientist cannot but reject this. He must. Of course, if paleontologists or archeologists did unearth the remnants of a centaur, it would not only be a fatal blow to evolutionary theory, but to science as a whole. Also, finding true anachronisms would be useful. Such as human beings fossilized inside the stomach of, say, an allosaur; or a trilobite in Cenezoic (“recent,” up to 65 million years old) strata. But again, science, and western societies by and large, tend to dismiss or indeed conceal evidence that may damage the status quo. This censorship is a survival tactics, not in any way shocking or original. But apparently traces of nicotine were recently found inside an ancient Egyptian sarcophagus. Tobacco being a plant of the New World, such a discovery should have changed if nothing else our perception of history. Indeed, it would mean so much more. Not surprisingly, very little has been said or made of this. Why, Atlantean studies, i.e., the entertaining of the possibility that there was an advanced civilization in prehistoric times, are deeply subversive. They make nonsense of Darwin, Marx, and Freud, and greatly annoy the professorial “experts.” They question the Big Bang cosmology. They inspire no belief in progress or social engineering. And ultimately open the door to the “black tide of mud,”, as Freud called the occult (really the esoteric) in his famous feud with Jung.

A few years ago, I spent quite a number of afternoons and evenings interviewing the shaman, or rather “bundle-carrier,” of the Miccosukee tribe, in the Everglades of South Florida. After a few sessions I realized that the man was able to read my next question as I formulated it in my mind, and would answer to it without my asking it orally. As would be expected, I was utterly unable to read his mind, or anybody’s. Eventually, a very odd take on history surfaced from his words.

When the Spaniards kicked out the last Moor, thus achieving their epochal Reconquista after eight centuries of Muslim occupation, that very year, 1492, Columbus officially and ostensibly discovered America (in error?). It is hardly a coincidence. Certainly, metahistory is not taught in any school, so people are at best perplexed by it. That there should be powers involved in epochal changes which go well beyond the pettiness of human greed and social upheavals would seem a self-evident truth, yet contrariwise denied out and out as utterly unthinkable by the heralds of the evolutionary historical dogma. And what did the white men do when they came to America, asked the bundle-carrier?

They found the Golden Age, I realize now, in retrospect. It was not the New World; it was the Old World, older than history, older than myth.

Yes, America was still in a state of grace. Macroscopic cereal only grew here: corn, Zea mays, bearing grains on very large ears which did not require any milling. It was the food of giants, of the Titans. Cacao, Theobroma cacao, the Fruit of Gods, which “theo-broma” means in Greek. The origin of this tropical understory tree were the Amazon Headwaters from where it moved to Central America. Cocoa cultivation began by Mayan tribes in Central America, around 1500 BC. Mayans and Aztecs attributed divine origin to the cocoa tree, brought to them by god Quetzacoatl. The sacred beverage called “chocolatl” was consumed from golden cups. And the list goes on. Tobacco, i.e., Nicotiana tabacum. An herbaceous plant, tobacco was first used by the peoples of the pre-Columbian Americas. Native Americans cultivated the plant and smoked it in pipes for medicinal and ceremonial purposes. The rustica variety was used by shamans to enter trance states and induce hallucinations. Tomato, Lycopersicon esculentum, was another gift of the Golden age. A fruit which grew readily not from a tree, and could be cultivated anywhere, provided there be enough warmth. Its edible, fleshy, usually red fruit has become a staple for cuisines the world over. What would Italian cooking be without it? No pizza? No pasta? And what of the following other godly gifts: vanilla; potatoes (which, ironically, made the Industrial Revolution possible); immense herds of bison grazing and roaming freely in the Northern Plains? What of the turkey, which has become such a symbolic animal in the US, and is raised and eaten all over the world? No fowl of this size grew in Europe and, again, with good reason, as Europe had left the Golden Age, then the Silver Age, and indeed was leaving even the Bronze Age.

I have a print by Eanger Irving Couse which I bought in Taos, New Mexico. Painted about a hundred years ago, it depicts a sylvan scene. A native American, wearing only a loin-cloth, and crouching on his knees, is hiding behind a clump of trees, keenly observing, unseen, some turkeys in a clearing, a few paces from him. With his right hand he is clutching what at first sight appears to be a spear. On closer inspection, one realizes he is merely holding on to a branchless sapling, which can be mistaken for a spear, but is in fact a slender young tree rooted in the ground. This image, incidentally very well executed, speaks volumes. The native American, slim but evidently not hungry, does not intend to kill the turkeys, but does enjoy observing them.

Such people, primitive, original people, deserved the Golden Age in which they still lived. They had no need for eschatology. Indeed, drawings have been found in caves depicting primitive hunters hunting also in their after-life. There really was no after-life, no demarcation between life here and life elsewhere. The Golden Age was the Garden of Earthly Delights, and gold itself, paradoxically, was not needed.

White man brought along not only a host of exotic diseases, but banking, the greatest disease of them all.

Indeed, the Catholic Church had been banning for centuries the charging of interest at any rate, as it perceived it as usury, with banking, and lending, becoming an accepted practice only during the early Renaissance.

“What,” asked my friend, the Miccosukee bundle-carrier, “what did the white men need banking for in America?” As a matter of fact, they owned everything: land, trees, rivers, fish, fowl, game. Everything they saw. Yet, they introduced that supreme artifice—banking.

We know what has happened since to the millions of bison that used to roam the prairies, at the hand of the white man, hunting for sport with lever action rifles. We know what has happened to the native Americans. Yet, we continue to disguise our societies as the logic result of evolution and progress.

Frederic Edwin Church, the painter from the Hudson River School, made it a point to record the last vestiges of the Golden Age in this continent. He spared no effort in reaching the remotest places so as to portray their Golden Grandeur. Far more than Turner or Caspar David Friedrich, respectively from England and Germany; precisely because he roamed the Americas, he had the last chance to sing her Golden glory.

But the evolutionary dogma has branched out and infected also the world of art. It is hard to believe, as art should have been the only field immune to such poison. Yet, we have been told that art, too, evolves. Who could like Giotto now, he who did not know perspective? Clearly, Pier della Francesca and Paolo Uccello, who introduced it, were far superior. But they pale in comparison to the grandeur of Michelangelo and, later, Tiziano. However, Caravaggio, with his shadows and chiaroscuro, is far more evolved. Not to mention Goya. Away at last from those stale religious subjects, into the far better common-life themes. But impressionism fuzzed this up too — a change for the better, of course — and all the other -isms led to the best artistic expression of them all: abstract art, a.k.a. “anything-goes-ism.” Indeed, as a further development along the evolutionary scale leading to perfection, ugliness became beautiful, and the beautiful, ugly. Major cities across the Western world number many a museum dedicated to this pinnacle of artistic evolution: ugly art. All along, Theodor W. Adorno and other Marxist philosophers were busy singing the praises of ugliness.

How can we defend ourselves from the aberrations caused by the globalized co-option and imposition of an all-encompassing evolutionary dogma? I think I have given you some hints. History is cyclical and not, as we are eloquently and assiduously told, linear. We are caught up in the very low ebb, at present. The Iron Age, or the Kali Yuga, as described in traditional Hindu texts. But the tide may come in the future. In the meantime, we are already doing what is best: differentiating ourselves from mainstream thinking.

P.S.: My wife and I have quite a collection of abstract painting of which we are very fond; inconsistency is a good sign.

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C'era una volta

6 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #saggi, #fantasy

                                                  

 

 

 

 

Ogni volta che si vuole raccontare una storia, una favola, una di quelle fiabe per bambini, s’inizia spesso con questa locuzione. Cosa nascondono queste parole, a quali mondi fantastici si riferiscono? Molti di questi racconti non sono nati come li conosciamo noi,  ma con ben altri scopi e diverse motivazioni. Erano piuttosto truci, capaci di procurare sgomento e paure, certamente non adatte per il pubblico infantile.

I fratelli Grimm, i maggiori autori del genere, erano davvero bravi, le loro storie, nella prima stesura originale, avevano abbondanza di scene violente, di sangue, terrore ed episodi di crudeltà; la semplice lettura faceva accapponare la pelle. Per fortuna il tempo e il mutamento dei costumi hanno fatto in modo che queste storie fossero trasformate per destinarle  alla lettura dei bambini.

Cappuccetto rosso che viene mangiata intera dal lupo, e con lei la nonna per essere  poi estratte ancora vive squarciando la pancia dell’animale, una sequenza di una crudeltà e ripugnanza  terribile, gli animalisti di oggi, e non solo loro, avrebbero condannato la storia con manifestazioni di piazza. Hansel e Gretel, due bambini abbandonati che rischiano di essere divorati da una strega cannibale. Tre porcellini, con una vita semplice e serena, costretti a vivere in uno stato di  perenne ansia, inseguiti da un lupo famelico, uno stress indicibile.

Si ha l’impressione che queste fiabe siano state scritte per esorcizzare la paura atavica della gente che viveva quel momento storico. Erano tempi bui, i tempi del medioevo, quando le paure e le incognite del futuro pesavano in maniera determinante, nemmeno la religione era in grado di sopperire alle esigenze della popolazione, anzi aumentava le paure nel popolo profetizzando di immani catastrofi celesti.

Leggendo fra le righe, anche le principesse, protagoniste assolute della maggior parte di queste favole, non avevano molta fortuna, erano i bersagli preferiti dei cattivi di turno. La loro sorte era legata quasi sempre alla disponibilità di un introvabile principe azzurro.        

Ogni fiaba che si rispetti segue un percorso  in cui si parla sempre di un regno con un re, più o meno buono, regine decisamente cattive e principesse come capro espiatorio. La dolce Biancaneve in fuga per sottrarsi al suo assassino, Cenerentola costretta ai lavori pesanti dal mobbing della matrigna, Aurora messa in coma da una strega vendicativa, Belle mandata a prostituirsi dalla Bestia per pure ragioni  di convenienza. Si può immaginare lo stress emotivo e violento cui erano sottoposte queste povere fanciulle in balia di persone poco raccomandabili, sole, nell’attesa di questo fantomatico principe che doveva salvarle. Avrà avuto il suo bel da fare questo principe, sempre pronto a salvare fanciulle, per un finale di storia utopistico.

Un'altra chiave di lettura delle favole potrebbe essere la necessità degli autori - non potendo scrivere apertamente contro il regime vigente, vista l’assoluta indisponibilità dei regnanti a sopportare critiche al loro operato - di rifugiarsi in storie fantastiche che celavano scomode verità.

C’era una volta in un regno lontano”… Questa  locuzione contiene due affermazioni che inducono a una riflessione e a porsi due domande,  le risposte  sono da ricercarsi nel luogo e nel tempo in cui si scrivevano queste storie.

Nello specifico, “una volta” serviva per ribadire che non c’era nessun legame con il presente, la storia raccontata accadeva un tempo passato, con personaggi di fantasia. Lo stesso criterio era applicato a “un regno lontano”. Doveva essere chiaro e ovvio, a chi leggeva, che non c’era nessun riferimento con i luoghi  in cui viveva l’autore delle storie raccontate. La metafora principale era centrata sulla principessa che, nelle intenzioni, rappresentava il popolo. La popolazione, anche se governata da un r, poteva vivere lo stesso una vita felice nella propria terra, ma c’era sempre una mano nell’ombra che tramava per renderla ancora più schiava di quanto non fosse già.

Le varie regine cattive, le streghe,  manco a dirlo, impersonavano  i  governanti che approfittavano del popolo per soddisfare le proprie ambizioni di potere assoluto.

Il principe azzurro era lo spirito di rivalsa, la voce della coscienza del popolo, che veniva invocato a gran voce per liberare la principessa-popolo dalla sottomissione al potente e cacciare i cattivi sovrani. Il principe non poteva che essere azzurro, come il cielo, sinonimo di spazio e di libertà.

“E vissero a lungo felici e contenti” non è altro che la forma scritta della speranza, l’augurio, l’utopia che ogni popolo coltiva nel proprio immaginario, ben sapendo che rimarrà sempre solo una speranza.

Oggi non ci sono più scrittori di favole contro il potere, la democrazia permette di dire e scrivere quello che si vuole, senza metafore o intendimenti celati.

Ogni persona, in ogni tempo e in ogni luogo, dovrebbe poter esprimere il proprio pensiero, purtroppo non è così, sono ancora molto pochi gli uomini che possono dire davvero di essere liberi. I lupi sono sempre in agguato e anche la loro crudeltà, come la parola, è libera di potersi esprimere con violenza inaudita.

La realtà dei tempi attuali costringe molti popoli a vivere alla stregua dei tre porcellini. Una vita in apparenza agiata e spensierata ma con una paura nell’animo che pian piano corrode ogni singola esistenza, distrugge tutti i punti di riferimento con i quali sono cresciute intere generazioni. Non sono tempi che possano essere ricordati in futuro con favole e racconti che iniziano con “C’era una volta".

    

   

 

 

 

 

 

 

 

 

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Il delitto di Perugia spiegato da Luciano Garofano in “Assassini per caso”: l’omicidio della bella Meredith

2 Dicembre 2017 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #recensioni, #saggi

 

 

 

 

 

Assassini per caso

Luciano Garofano

Rizzoli, 2010

 

«Persino privo di vita il suo corpo è bello, bruno e sinuoso. Sembra che si sia appena risvegliata da un sonno profondo. I suoi occhi verdi hanno la tonalità più simile al colore della seta indiana che allo smeraldo. Brillanti, addirittura radiosi, sono incorniciati da ciglia lunghe e appuntite che curvano dolcemente verso le tempie. Vividi, addirittura nello sguardo vitreo della morte. I capelli castani, che le ricadono disordinatamente sulle spalle, sono intrisi del sangue che, spinto dalla forza di gravità, è fuoriuscito scorrendo lungo il collo da una lesione sotto il mento. La ferita è ampia, e il peso della testa reclinata all’indietro la mantiene aperta, mentre la macchia di sangue intorno ad essa è striata dalle rughe e dalle piaghe della pelle. Il capo è rivolto a sinistra. Dallo stesso lato, la mano, quasi completamente insanguinata, sembra stia indicando la ferita.»

 

Assassini per caso. Luci e ombre del delitto di Perugia, il libro di Luciano Garofano (in collaborazione con Paul Russel e Graham Johnson), racconta di una vicenda tragica che ha colorato di rosso le cronache dei nostri giornali.

È il 1 novembre del 2007 quando Meredith Kercher, studentessa inglese in Erasmus a Perugia, muore. Sono le dieci, dieci e mezzo. Nessuno sa cosa sia accaduto, questo segreto la povera Mez (questo il soprannome con il quale era chiamata dagli amici) se lo porterà nella tomba. Il suo viso, così bello e sinuoso, non sorride più. In esso, solo la cupa freddezza della morte. Sul suo collo d’angelo, due lesioni da lama. Una più larga e meno profonda, l’altra meno vistosa ma letale.

Muore dissanguata, la ventiduenne. Tossisce e probabilmente affoga nel sangue che inonda i suoi stessi polmoni – ma questo si scoprirà solo dopo, con le indagini della scientifica. Chissà quanto terrore. Chissà le preghiere. Chissà la speranza. Nulla l’ha potuta salvare. La bella ragazza inglese, caparbia, studiosa e molto umile, smette di respirare la notte dopo Halloween.

Il suo corpo ormai freddo viene ritrovato la mattina del 2 novembre, parzialmente nudo ma coperto da un piumone chiaro.

Amanda Knox è una delle sue coinquiline. È lei che nota qualcosa di strano, in quella mattina colorata dal cupo presagio. Chiama il suo ragazzo, Raffaele Sollecito – non prima di essersi fatta una doccia, incurante delle tracce di sangue disseminate per il suo bagno –, e insieme allertano la polizia.

Sin da subito c’è qualcosa che non va. Nella camera di un’altra coinquilina c’è una finestra rotta, questo potrebbe sì indicare un tentativo di furto, ma le schegge di vetro sono disposte in un modo strano. Inoltre una fotocamera fa bella mostra di sé sopra un comodino. Che ladro dimentica una cosa così importante? È un tentativo maldestro di far sembrare qualcosa che non è, in effetti.

Le indagini partono, forsennate. Il laboratorio ha prove su prove, tutte catalogate e da analizzare. Tutti sono sulla lama di un rasoio, nessuno può fare errori.

Gli inquirenti si domandano da subito come mai la Knox, la studentessa americana dai capelli biondi e gli occhi azzurri come il mare, non appaia scossa. Si bacia con Raffaele, ride, accusa persone a caso, distribuisce versioni strane e sempre diverse per la sera dell’omicidio. Addirittura un giorno fa la ruota in caserma, mentre i poliziotti interrogano il suo amante. Sa per certo come fosse disposto il cadavere, pur non avendo assistito al ritrovamento; dice con certezza all’amica che Meredith ha sofferto perché è morta dissanguata, benché certe cose la polizia non le abbia fatte trapelare. Sembra ci sia qualcosa di inquietante, in quei suoi occhi del color del cielo. Quei fanali allegri nascondono qualcosa di macabro. Anche Raffaele c’è dentro fino al collo.

Intanto, nella scena fa il suo ingresso un altro uomo. Guede.

I giornali impazziscono, la polizia è sull’orlo dell’esaurimento nervoso, gli esperti della scientifica si trovano a dover rimediare a grossi errori. Tutti parlano di questa storia. Nel mirino, Amanda. Perché tutti sanno che nel mondo esiste il male, ma non si può sopportare che esso abbia un volto così bello. Così allegro. Così dolce. Cosa nasconde Foxy Knoxy?

Solo di una cosa si può essere certi: la bella Meredith è morta. Per questo non c’è rimedio né soluzione.

Con dovizia di particolari, Garofano descrive tutte le tappe della faccenda. Mette in risalto i protagonisti, scava nelle loro vite. Ci dà un quadro completo di tutto. Con chiarezza, spiega, analizza, scandaglia. Viene fuori un libro accorato, minuzioso, preciso. Una cronaca del delitto di Perugia. Non tralascia l’elemento umano, il cuore che si deve mettere in una faccenda simile. Nel contempo, si concentra anche sui particolari tecnici.

Dopo averlo letto, siamo un po’ parte di tutta la vicenda.

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Alain Deneault, "La mediocrazia"

9 Ottobre 2017 , Scritto da Altea Con tag #altea, #recensioni, #saggi

 

 

 

La mediocrazia

Alain Deneault

Neri Pozza, 2017

 

Un filosofo canadese espone, attraverso una serie di articoli precedentemente pubblicati su riviste e riuniti in questo saggio, la sue teoria di come i “mediocri” abbiano silenziosamente ma indubitabilmente preso il potere nel mondo cosiddetto civilizzato nell’ultimo secolo. I mediocri, beninteso, non sono coloro che stiracchiavano la sufficienza a scuola, sono invece coloro che mirano ad avere una società letteralmente “piallata” nelle esigenze e nelle competenze, in cui la cosiddetta gaussiana sia ridotta ad una curva a spillo in cui tutti ci ammassiamo volenti o nolenti. Burattini, fatti in serie, programmati, annullamento delle peculiarità, dei desideri, delle idiosincrasie o delle attitudini personali: questo richiede oggi il mondo, sia dello studio universitario, sia del lavoro. E per ottenerlo occorre ovviamente una collaborazione della politica che, osservando soprattutto i recenti risultati delle votazioni in tutto il globo, non ci offre un panorama confortante in merito a coloro che decidono per noi. Non siamo più persone, bensì’ “massa”, una specie di blob informe che deve adattarsi al recipiente in cui viene stipato. Essendo il libro una raccolta di articoli, ognuno potrà trovare il campo in cui ha potuto sperimentare la mediocrazia sulla propria pelle: chi ha cercato recentemente di inserirsi nel mondo del lavoro si sarà reso conto che anche ad un misero impiegato del catasto viene chiesta “alta competitività” (ma per cosa?), “capacità di lavorare in squadra” (fortuna che lo chiedono, sia mai che il chirurgo decida di iniziare l’intervento prima che arrivi l’anestesista), “ottime capacità relazionali” (anche qui, che ti aspettavi? Che sfanculassi tutti i clienti?). Se sei onesto, cooperativo in senso umano oltre che produttivo (e chi ha lavorato in ambienti numerosi sa quanto la competitività stronchi il lavoro rendendo l’ufficio un inferno) non gliene può fregare di meno a nessuno. E fino a qui credo che molti possano trovarsi d’accordo, non sono nemmeno novità, vengono solamente evidenziate molto bene. Purtroppo il saggio di Denault qui raggiunge il suo apice e anche la sua morte perché la sua “analisi”, basata fondamentalmente su fatti politici e di cronaca canadesi e francesi e quindi relativamente poco conosciuti, si arena mostrando tre fondamentali e macroscopici difetti.

1 Critica ferocemente il ‘900 in quanto secolo che ha permesso ai mediocri di prendere il potere, ma non solo non spiega bene “come” ma sembra dimenticarsi che quello stesso secolo è stato il calderone da cui sono scaturiti le più importanti conquiste sociali per l’uomo: suffragio universale, diritto di uguaglianza tra sessi e etnie. Non mi pare poco.

2 Le motivazioni di Denault, consapevolmente o meno, scorrono sul filo del complottismo: BigPharma, poteri forti nell’ombra, Premier “spinti” da oscure entità finanziarie e bancarie. Una mente un po’ troppo fervida potrebbe interpretare in maniera disastrosa certe affermazioni, senza porsi i dubbi del caso.

3 Quali soluzioni allo sfascio imminente? E non è una domanda retorica, chiedo perché Denault si dimentica proprio di proporne, eccetto un generico “sta al singolo opporsi al sistema”. Ah beh. Se poi il singolo soccombe e resta magari senza lavoro per essersi opposto pazienza, sarà una vittima sacrificabile. Un po’ “mediocre come ragionamento”

In definitiva un’idea interessante che arranca sia per la struttura stessa del libro, slegata e frammentaria, con troppi riferimenti ad una politica nazionale (quella canadese), sia per i motivi sopraelencati. Aggiungo che per un cittadino italiano medio è francamente incomprensibile come uno dei Paesi più vivibili al mondo quale è il Canada possa essere descritto come mediocre, noioso o asservito a delle logiche economiche o politiche al limite della sopportazione. Sarà pur vero, ma per sicurezza inviterei Monsieur Denault a vivere un anno in Italia, magari il prossimo libro sarà “La Pessimocrazia”.

 

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Roberto Marchesini, "Il cane secondo me"

2 Novembre 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi, #animali

Roberto Marchesini, "Il cane secondo me"

Il cane secondo me

Roberto Marchesini

Edizioni Sonda, 2016

pp 180

14,00

“Vorrei parlare della fiducia dei cani, delle mille ispirazioni che suscitano con la loro apparente muta presenza. I cani ci sono sempre! Che cosa strana sapere che c’è qualcuno che non pone riserve, che non devi convincere, che non vorrà essere ricambiato, che non ritiene un obbligo o una gentilezza l’accettare il tuo invito!” (pag24)

Capita che i libri più belli, quelli che ti cambiano un poco la prospettiva sul mondo e ti lasciano dentro un arricchimento che non se ne andrà più, non siano libri di narrativa. È il caso di Il cane secondo me di Roberto Marchesini. Non è un manuale di addestramento cani, non è un testo di filosofia, né di etologia o filogenesi. È un misto di tutte queste cose condite, però, dalla bravura di una penna poeticissima, capace di evocare sentimenti, emozioni e uno struggimento fatto di ricordi, di tempo che passa.

Vento di memorie, accadimenti privati e cani che entrano nella vita dell’autore (etologo, filosofo postumanista, fondatore della zooantropologia e della scuola cinofila Siua), fanno un tratto di strada al suo fianco e se ne vanno, come sono destinati ad andarsene di là dal ponte arcobaleno tutti gli animali che dividono con noi l’esistenza. Ogni cane un pezzo di vita, ogni cane un suo tempo, diverso dal nostro frenetico e incostante, un tempo dilatato da un vivere troppo breve: una manciata d’anni per noi, una esistenza intera per lui. E i cani di Marchesini, Pimpa, Isotta, Toby, Filippo, Bianca, Belle, Maya, Spino, non sono narrati in modo diacronico e lineare ma “recuperati” attraverso ricordi che ondeggiano, si fondono, aprono parentesi e digressioni. Avanti e indietro nel tempo che sembra essere la costante di questo testo, un tempo ricercato, ritrovato, rivissuto con nostalgia, dolore, amore. Perché di questo si tratta, di là da tutti gli insegnamenti cinofili e le riflessioni filosofiche, di una grande storia d’amore costellata di sconfitte, di errori, di rinunce, di apprendimenti, di momenti estatici.

Maya che, come tutti i cani, non vede la morte ma la solitudine. Finché si sta insieme le stelle restano fisse nel cielo, ci si può addormentare sognando di continuare la lotta.” (pag 29)

La scuola di Siua vuole insegnare a rapportarci nel modo giusto a quella prossimità distante che è il mistero dei cani, diversi da noi eppure legati alla nostra specie, portatori di caratteristiche di razza ma anche di spiccate individualità.

“Siamo sempre a rischio di cadere o nella proiezione egocentrica, tutta involuta nella simpatia, banale nei suoi antropomorfismi come incognita dei predicati di diversità, oppure nella totale disgiunzione, che allontana l’animale – non umano tanto da renderlo oggetto o fenomeno, senza alcuna comunanza. (pag 7)

Alla base c’è l’ipotesi di una domesticazione inversa del lupo nei confronti dell’uomo, da qui la nascita del cane, che è, appunto, frutto di una collaborazione a sua volta capace di modificare l’uomo stesso. E sarà proprio questo bisogno di collaborazione attiva, di lavoro e di gioco, il punto di partenza di un corretto rapporto cane padrone, dove il cane viene rispettato nella sua singolarità e specificità, senza antropomorfizzazioni dannose, senza volerne nascondere o smorzare l’animalità.

Educare un cane non significa trasformarlo in un cittadino modello bensì tirar fuori la sua natura, incanalandola, aiutarlo a “farsi”, a splendere attraverso regole condivise ma anche libertà e spazi di autonomia. “L’educazione non è mai un azzerare i talenti”, dice Marchesini.

Il cane ci modifica, ci rende più presenti a noi stessi e all’attimo che stiamo vivendo, più consapevoli del nostro corpo, dei movimenti, della propriocezione. Il cane ci fa riscoprire la nostra animalità negata.

In fondo i cani hanno questa fantastica capacità di riportarti con i piedi sulla terra e di mettere tra parentesi tutte quelle sovrastrutture e artificiosità con cui normalmente ci roviniamo l’esistenza. Se solo accordiamo loro l’estro di mostrarci un mondo differente. (pag147)

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Dal verismo all'ultraromanticismo: "Cenere" di Grazia Deledda

22 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Dal verismo all'ultraromanticismo: "Cenere" di Grazia Deledda

Cenere

Grazia Deledda

Oscar Mondadori, Milano 1973

Grazia Deledda (1871-1936) compì solo studi elementari ma accumulò letture disparate che spaziano da Dumas a Balzac, da Scott alla Invernizio. Fu appassionata soprattutto di Eugene Sue che definì “atto a commuovere l’anima di una ardente fanciulla.” Come afferma Vittorio Spinazzola nella prefazione all’edizione Mondadori di “Cenere” del 73, la sua vocazione si alimenta di un “disordinato ultraromanticismo” incline all’enfasi e al melodramma. "Leggeva di tutto, roba buona e roba mediocre, nella libreria messa insieme, un po’ a caso, dal padre; e obbediva all’istinto che le suggeriva di scrivere.” (Dino Provenzal)

I primi romanzi rientrano, infatti, nell’ambito di un gusto feuilletonistico. A disciplinare quest’apprendistato fu decisivo l’influsso della narrativa verista. Ma trent’anni separano Giovanni Verga da questa verista in ritardo, che opera quando all’orizzonte si affacciano già d’Annunzio e Fogazzaro e subisce suo malgrado l’influsso di Flaubert, Zolà, Maupassant e del romanzo russo di Tolstoj e Dostoevskij.

Così ella si esprime a riguardo: “Han detto che io imitavo in qualche modo il Verga, del quale conosco solo due o tre cose, tanto diverse dalle mie, e han tirato fuori autori tedeschi, francesi, inglesi, che io non conosco affatto. Dei russi non si parli! Io ho letto i romanzi russi solo dopo l’insistente paragone che i critici ne facevano.”

Mentre lentamente al verismo si sostituiscono correnti mistiche, simboliste e idealiste, e una più complessa ricerca psicologica dei personaggi romanzeschi, la Deledda ritrae caratteri, costumi e paesaggi della Sardegna con uno stile che oscilla fra realismo e fiaba. Le sue pagine rivelano una visione del destino umano legato a forze misteriose e il regionalismo dei suoi scritti è visto in un alone favoloso, superstizioso, di vita rurale e primitiva. Il Sapegno fa notare la mancanza d’ideologia a favore di “un’aura commossa e incantata”.

Afferma Dino Provenzal: “Per quanto, a proposito di un’artista indipendente, originale come la Deledda mi ripugni citare uno schema, credo che la formula bontempelliana “realismno magico” non potrebbe avere un’attuazione migliore.”

Anche se meno famoso degli altri romanzi, proprio Cenere, del 1904, fu citato nella motivazione del premio Nobel che la Deledda ricevette nel 1926. Come negli altri romanzi, il tema è quello consueto della scrittrice, l’incapacità di opporsi alla forza delle passioni, in special modo quelle amorose, da parte di noi creature, “fragili come canne”, tutt’altro che superuomini dannunziani, ma anzi, pervasi dall’orrore e dal peccato. La scrittrice, tuttavia, non analizza il turbamento dei personaggi ma si limita a riviverne l’emotività.

Insorge prepotente nei protagonisti la coscienza del peccato, unita a un’inquietudine e a una spiritualità religiosa estranea al verismo che è, soprattutto, vergine e barbarica, panteista e animista. Così, se la corte dei miracoli dei personaggi nuoresi ha tratti victorughiani, - e, guarda caso, è proprio una copia de “I miserabili” che lo studente Anania tiene aperta sul tavolo della camera -

vibrava nel silenzio caldo il silenzio acuto di Rebecca, che saliva, si spandeva, si spezzava, ricominciava, slanciavasi in alto, sprofondavasi sotterra, e per così dire pareva trafiggesse il silenzio con un getto di frecce sibilanti. In quel lamento era tutto il dolore, il male, la miseria, l’abbandono, lo spasimo non ascoltato del luogo e delle persone; era la voce stessa delle cose, il lamento delle pietre che cadevano ad una dai muri neri delle casette preistoriche, dei tetti che si sfasciavano, delle scalette esterne, e dei poggiuoli di legno tarlato che minacciavano rovina, delle euforbie che crescevano nelle straducole rocciose, delle gramigne che coprivano i muri, della gente che non mangiava, delle donne che non avevano vesti, degli uomini che si ubriacavano per stordirsi e che bastonavano le donne ed i fanciulli e le bestie perché non potevano percuotere il destino, delle malattie non curate, della miseria accettata incoscientemente come la vita stessa.” pag. 66

- Olì, la ragazza madre poi donna perduta, ci ricorda la figlia di Iorio.

Il vitalismo naturale dei personaggi porta alla loro sofferenza, ai tormenti della coscienza e alla perdizione, il tabù fa più paura proprio a chi è fatalmente destinato a infrangerlo, e un amore proibito porta sventura. Tuttavia, i protagonisti non hanno intima cognizione del male, non vi si abbandonano perciò completamente, rimangono innocenti, come innocente, lirica, pura, e al contempo spietata, indifferente, è la natura.

In mezzo ai campi quell’anno coltivati dal mugnaio, sorgevano due pini alti, sonori come due torrenti. Era un paesaggio dolce e melanconico, qua e là sparso di vigne solitarie, senza alberi, né macchie. La voce umana vi si perdeva senza eco, quasi attratta e ingoiata dall’unico mormorio dei pini, le cui immense chiome pareva sovrastassero le montagne grigie e paonazze dell’orizzonte.” pag.59

Proprio la natura accompagna tutti gli stati d’animo, li sottolinea, se ne fa correlativo oggettivo, alter ego.

Anche se il personaggio principale è il giovane Anania, la madre, Olì, rimane protagonista assoluta, giganteggia sullo sfondo, con la sua assenza che si fa presenza ingombrante e destino segnato, con l’infamia del suo lavoro, con l’umiliazione dell’abbandono, con l’odio amore che ella suscita nel figlio. Vittorio Spinazzola definisce Cenere “una sorta di Bildungsroman incentrato su un complesso edipico”.

La nostalgia per il ritorno alle origini nasconde il desiderio del recupero della comunione biologica con la madre e la pulsione amorosa viene sublimata nell’espiazione della morte, eterno connubio di eros e thanatos.

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Fra naturalismo e simbolismo: "Vino e pane" di Ignazio Silone

21 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Fra naturalismo e simbolismo: "Vino e pane" di Ignazio Silone

Vino e Pane

di Ignazio Silone

Mondadori, 1955

Vino e Pane di Ignazio Silone, al secolo Secondo Tranquilli (1900- 1978), uscito nell’edizione definitiva Mondadori nel 1955, s’iscrive nell’ambito della narrativa meridionalista degli anni ’30, molto diversa da quella verista della fine dell’800, quella cioè di Verga, di Capuana e de Roberto.

Alvaro, Brancati e, in parte, Silone, accompagnano il loro grido di protesta sociale con un moto di nostalgia verso un mondo che va scomparendo. La città, nella fattispecie Roma, rappresenta la realtà, il vero, mentre la campagna abruzzese dei cafoni ha connotazioni ancora tardo romantiche, liriche, è popolata di figure ottocentesche e attraversata da un senso della natura panico e mistico.

Laddove, fra ottocento e novecento, il reale perde senso, si fa simbolo e decadenza, l’opera dei meridionalisti oscilla fra naturalismo e simbolismo. Possiamo dire che Verga passa attraverso d’Annunzio, che I Malavoglia s’intridono del lirismo delle Novelle della Pescara.

"Il prete tardò a tornare nella locanda. Si sedette sul ciglio erboso della strada, oppresso da molti pensieri. Voci perdute si udivano in lontananza, richiami di pecorai, latrati di cani, sommessi belati di greggi. Dalla terra umida si levava un leggero odore di timo e di rosmarino selvatico. Era l’ora in cui i cafoni rientravano gli asini nelle stalle e andavano a dormire. Dai vani delle finestre le madri chiamavano i figli ritardatari. Era un’ora propizia all’umiltà. L’uomo rientrava nell’animale, l’animale nella pianta, la pianta nella terra. Il ruscello in fondo alla valle si gremiva di stelle. Di Pietrasecca sommersa nell’ombra, non si distingueva che la cervice di vacca con le due grandi corna arcuate sulla sommità della locanda."

È nostro convincimento che brani come questi non si possano né spiegare né insegnare, il lettore deve sentirli da solo, dentro di sé.

Vino e pane descrive l’angoscia dell’intellettuale di sinistra che vede crollare tutti gli ideali, ridotti a schemi e regole di partito, malvagi quanto il potere al governo che sfrutta e opprime la popolazione, i cafoni, ora rinominati “rurali”. La differenza fra il protagonista Pietro Spina e le altre figure letterarie di ribelli, immaginate da autori contemporanei di Silone, è l’inazione. Spina è costretto dalla malattia all’inattività, la sua rivolta è tutta interiore, sta nel passaggio da un nome all’altro, da Pietro a Paolo, don Paolo, (non a caso entrambi nomi di apostoli) per poi tornare di nuovo a Pietro senza preavviso. Pietro è il rivoluzionario, Paolo il finto prete, alla disperata, ma autentica, ricerca di Dio. La sua ribellione è interna, morale, intellettuale, per questo “Vino e pane” si configura come testo incerto fra romanzo d’azione e d’idee.

La figura di Luigi Murica, il giovane comunista infiltrato tra i fascisti ucciso dalla milizia, ha connotazioni fortemente cristologiche. Un intero capitolo, il penultimo, è dedicato al suo martirio che richiama la crocifissione, dove il vino e il pane sono quelli della comunione e rappresentano, com’è esplicitamente detto, l’unità, la fraternità, la solidarietà fra uomini.

Cristina Colamartini, l’aspirante novizia di cui Pietro s’innamora, raffigura l’innocenza, l’agnello sbranato dal lupo, e la sua morte ha tratti decadenti e sensazionali.

Matalena, Cassola, Sciatàp, Magascià e tutti gli altri protagonisti, sono figure realistiche ma anche simboliche, attingono al naturalismo di Zolà ma anche a d’Annunzio, a Mistral e allo stesso Verga di Storia di una capinera e di La lupa, bestia evocativa di lussuria, di pulsioni rimosse.

Egli mostrò sulla collottola della bestia il segno dell’amore, il morso profondo di una femmina. L’amore dei lupi è serio. Banduccia sapeva riconoscere da lontano gli urli dei lupi: l’urlo del pericolo, che il lupo lancia quando è attaccato con le armi; l’urlo della carnaccia, che vuol dire che ha trovato qualche bestia da sbranare e chiama i compagni, perché alle bestie non piace mangiare da sole; l’urlo dell’amore, che vuol dire che avrebbe bisogno di una femmina e non si vergogna di farlo sapere.

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Come eravamo: la televisione da leggere

20 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #saggi

Come eravamo: la televisione da leggere

Chi ha una nonna con il grembialetto come armatura e il mestolo brandito a mo’ di spada, si sarà forse accorto che il leggendario Artusi è stato sostituito ormai ai fornelli dai libri de La prova del cuoco, a marchio Eri Rai. Eri è il marchio editoriale con il quale la Rai pubblica libri, riviste e prodotti multimediali connessi con la sua programmazione, sfornando una media di cinquanta testi l’anno e definisce se stessa “La Rai da leggere”.

L’inizio dell’attività editoriale della Rai risale al gennaio del 1925, con la pubblicazione del settimanale Radio Orario che riportava i programmi delle stazioni radio italiane ed europee. Nel 1930, Radio Orario con l’EIAR divenne il Radiocorriere e nel 1954 il Radiocorriere TV.

Il 15 settembre del 1949 si costituì la società ERI Edizioni Radio Italiana che produsse molte collane. Si spaziava dall’arte alla letteratura, dai libri per ragazzi ai corsi di lingue. Scrissero per la Eri autori del calibro di Emilio Cecchi, Carlo Emilio Gadda, Mario Praz, Folco Quilici, Natalino Sapegno, Giorgio Saviane, Giani Stuparich, Demetrio Volcic. Al Radiocorriere si aggiunsero riviste specializzate fra le quali L’Approdo letterario e “L’approdo musicale.

Dagli anni 90 Eri pubblica i libri delle trasmissioni più importanti e reportage giornalistici a firma Enzo Biagi, Bruno Vespa, Sergio Zavoli, Piero Angela, Antonio Caprarica. Dal 1996 ha ceduto l’attività editoriale alla capogruppo Rai.

In particolare vogliamo riferirci qui a un periodo in cui la Rai ancora assolveva diligentemente il suo compito di funzione pubblica, di alfabetizzazione di massa, di didattica popolare.

Nel 1970 uscì un libro collegato strettamente a una trasmissione molto seguita dagli adulti ma anche da qualche bambino curioso e precoce. Il testo s’intitolava En Français, era una coedizione con Le Monnier, e si legava all’omonimo corso di lingue, basandosi su una serie di film pedagogici prodotti dal Ministero degli Affari Esteri francese per l’insegnamento della lingua nel mondo.

Era un’epoca, quella, in cui il francese ancora contendeva il primato all’inglese come lingua straniera indispensabile, sebbene l’inglese cominciasse ad avere quell’ammiccante bagliore di modernità che tanto ci affascinava, collegato alla swinging London, ai Beatles e alle minigonne di Mary Quant.

Il libro si articolava in due volumi, riportando i dialoghi dei micro film della trasmissione, piccoli sketch ambientati nella Francia tradizionale. C’era un intermezzo in cui veniva illustrato il contenuto lessicale del testo e una parte successiva in cui i vocaboli erano inseriti in un contesto più moderno. Seguivano poi esercizi linguistici e grammaticali.

Né le trasmissioni, né il libro”, è spiegato nell’introduzione, “hanno lo scopo di insegnare una grammatica. Gli esercizi stessi non sono esercizi grammaticali, ma tendono, attraverso la ripetizione, alla “fixation”delle forme studiate.” (pag. 4)

Pur con molta cautela, possiamo trovare qui il nucleo del moderno insegnamento delle lingue, quello che non si basa più sull’apprendimento di regole grammaticali, bensì sull’immersione con uso contestuale delle formule linguistiche. A nostro avviso, questo metodo, portato poi alle estreme conseguenze, ha creato più danni che benefici, impedendo la destrutturazione delle frasi, l’analisi logica e grammaticale, la distinzione fra soggetto, predicato e complemento, riportando l’apprendimento a un pre-razionale incamerare frasi fatte, valido per chi operi davvero in un contesto di full immersion (o per i bambini molto piccoli dal cervello plastico) ma non nelle poche, sbrigative, ore concesse dal ministero alla didattica delle lingue straniere.

Il corso di francese andava in onda nel primo pomeriggio ed univa adulti e bambini, le mamme lo seguivano rispolverando ricordi di scuola, ai ragazzi piacevano le scenette - fra pecorelle e fiere di paese, fra trattorie campestri e ricette di cucina – guardandole assorbivano parole e modi di dire, affascinati dalle storie ironiche, dalla vita quotidiana, dal ragazzino che nell’intermède girava le caselle del quadro a pannelli mobili.

Non mancavano, alla fine di ogni lezione, pezzi scritti in italiano (per essere ben comprensibili a tutti) sulla Francia contemporanea, volti ad attirare il turismo internazionale, denunciando forse quale fosse, in realtà, il vero scopo della pur lodevole iniziativa. Ma a noi non interessa questo, a noi piace ricordare l’ansia con la quale aspettavamo l’inizio della trasmissione nel dopopranzo, la gioia con la quale prendevamo in mano il librone ad essa collegato – pesante tomo bianco bordato di giallo col profilo della Francia in copertina – la soddisfazione quando riuscivamo a capire tutti i brani che ritrovavamo scritti dopo averli uditi in televisione, arrivando a leggerli, a pronunciarli correttamente, a ricordarli, a farne un patrimonio personale al quale poi avremmo sempre attinto.

Insomma, il corso di francese Eri Rai (Le Monnier) appartiene al quel bagaglio di conoscenze che, una volta acquisite, non ci lasciano più per la vita.

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Uno stile fatto di molteplici sfumature: Liala

19 Aprile 2016 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Uno stile fatto di molteplici sfumature: Liala

Dopo il 1950 viene a cadere il disprezzo vociano per il romanzo borghese, che aspira ormai a far parte della letteratura. Ma prima, nel periodo fascista e anche oltre, si ha una netta divisione fra letteratura di massa e d’intrattenimento, con romanzieri a grande tiratura (Zuccoli, D’Ambra, Pitigrilli, DaVerona) e romanzi scritti da intellettuali per altri intellettuali (Gadda, Landolfi, Bilenchi, Vittorini, Bersani).

Si ha così la formazione di un doppio mercato della letteratura. Mentre Guido da Verona vende due milioni e mezzo di copie, grazie soprattutto al successo di Mimì Bluette fiore del mio giardino, Palazzeschi, Moravia de Gli indifferenti, e Bontempelli restano sempre sotto le centomila copie. Solo Sorelle Materassi sfiora quota duecentomila.

Nella prima metà del secolo, la narrativa di successo continua a praticare strutture già sperimentate alla fine dell’ottocento, con l’aggiunta di nuovi generi come il romanzo eroico fascista, quello “pornografico” di Pitigrilli, quello umoristico di Achille Campanile e, infine, quello rosa.

È del 1931 il primo romanzo di Liala, pseudonimo di Liana Cambiasi, Negretti Odescalchi. (1897 – 1995)

“Nacqui a Carate Lario”, ci dice, “nella bella villa che i nonni avevano sul lago.” Si sposa giovane col marchese Cambiasi ma il matrimonio non funziona e Liala trova l’amore in un giovane aviatore, Vittorio Centurione Scotto, dal quale ha una bambina. Purtroppo, nel 1926, l’ufficiale muore in un incidente, precipitando nel lago con l’aereo, e Liala sfoga il suo dolore scrivendo il suo primo romanzo: Signorsì, “per non impazzire”, dice. Il romanzo ha per argomento l’aviazione, tema mai trattato da una donna prima di allora e ha un immediato successo di pubblico.

Al mio pilota devo la celebrità. Fu per essere ancora con lui che scrissi Signorsì, che mi rese subito celebre, perché parlavo di quei voli che lui amava tanto. Ma il nome “Liala” lo ebbi da d’Annunzio. Prima ancora che Signorsì uscisse, il grande Arnoldo Mondadori aveva parlato a d’Annunzio di una giovane donna che aveva scritto un romanzo aviatorio, cosa eccezionale per quei tempi. Il Comandante volle conoscermi: andai al Vittoriale con Mondadori e, firmandomi una sua fotografia, immediatamente d’Annunzio mutò il mio Liana in Liala: perché, disse, un’ala sta bene nel nome di chi parla con tanto amore di ali. Vi mise un’ala e io volai.”

Dopo venti giorni l’editore le telefona sconvolto: la prima edizione è già esaurita.

Dal 1930 al 48 si lega sentimentalmente ad un altro ufficiale, Pietro Sordi, sebbene il marito l’abbia riaccolta e le abbia dato un’altra figlia.

Oltre all’ambiente militare, ai singoli personaggi, come Lalla Acquaviva protagonista dell’omonima trilogia, oltre alle trame, ciò che ci resta dei suoi romanzi è più l’immagine di uno stile, fatto di molteplici sfumature.

Innanzi tutto i personaggi. Che siano ufficiali come Furio di Villafranca, oppure pittori come Milo Drago o scultori, sono sempre aristocratici, alti, belli - mori con gli occhi azzurri o biondi con gli occhi neri - capaci di dominarti con lo sguardo (niente a che vedere col sadico Christian Gray) di corteggiarti con gesti galanti che hanno nel loro stesso dna.

Le donne sono modelle dai capelli color fuoco e gli occhi verdi, oppure timide fanciulle pudiche, con le trecce e lo sguardo basso. Hanno nomi altisonanti e strani – si dice presi da riviste d’ippica: Beba, Coralla, Pervinca, e aspetto più sanguigno e d’Annunziano che preraffaelita.

Diede un’ultima spazzolata ai capelli vaporosi, leggeri e ondulati, che le sfioravano le spalle, si umettò le labbra. Infilò il soprabito. Sul turchino scuro della stoffa pesante, sfavillarono i meravigliosi capelli fulvi, d’un bel fulvo cupo, che incorniciavano divinamente il volto bianco, sul quale le labbra rosse, colme di sangue sano e violento, mettevano una viva nota di ardente colore.” (Da L’Arco nel cielo)

Gli ambienti sono descritti con visiva ed estetizzante minuzia che fa appello a tutti e cinque i sensi. Di architetture, arredamenti, abbigliamento, cibo, è mostrato ogni particolare. Le tavole sono apparecchiate sontuosamente, oppure in modo campestre, il pane è fragrante, il pollo croccante. Si sentono profumi penetranti, rumori, odori, si vedono i colori risaltare l’uno sull’altro come in un quadro.

Sopra una tovaglia bianca, di bella tela di Fiandra, aveva messo piatti e bicchieri quasi lussuosi, le posate erano di metallo vile, ma lucenti e deterse. Soltanto, in mezzo alla tavola, si ergeva un vasetto d’argento, in cui era immerso un crisantemo viola.” (da Melodia dell’antico amore)

Un gran silenzio pesò su tutte le cose, dominò nella sala. E in quel silenzio, s’udì il ticchettio di due orologi. Quello piccolo che stava su una tavola dall’opalina color topazio, e quello grande, elettrico, incastrato nel muro dell’anticamera. Due suoni cadenzati e dissimili che davano il senso della fugacità del tempo.” (Da Come i baci sull’acqua)

La sensualità che trasuda dalle scene è prepotente quanto trattenuta.

Camminavano vicini, vicini, quando il vento sollevava il soprabito di Mabel lo portava a sfiorare le gambe di Arno Dala. E lui, per quella carezza dell’abito della donna amata, godeva.” (Da Come i baci sull’acqua)

L’erotismo si concretizza in “sangue che scorre più veloce nei polsi”, in torbidi sguardi, in un desiderio represso ma tangibile. Quelle stesse madri e nonne che ci passavano i libri, sui quali avevano pianto e sognato di nascosto, temevano che la lettura fosse troppo azzardata per delle signorinette, volendo restare in tema e citare Wanda Bontà.

Il suo viso portava le tracce della lunga notte d’amore, ma gli occhi erano pieni di gioia. Mai, come quella notte, Beba era stata sua, mai aveva avuto così forte e terribile la sensazione del possesso. La placida sensualità di Beba aveva avuto guizzi e fremiti, le belle carni s’erano insolitamente animate, e mai il viso di Beba era stato così sciupato e devastato dai baci.” (Da Signorsì)

Lo stile è pulito ma ridondante, pletorico, giocato sui sinonimi: “Voglio sapere che lingue parlate, quali idiomi conoscete.”

Liala è una scrittrice sottovalutata, una narratrice abile, capace di farti vedere, sentire e toccare ciò di cui racconta, capace di creare atmosfere che non si dimenticano. È esponente a tutti gli effetti del decadentismo, colto nei suoi aspetti estetizzanti, barocchi, a tinte forti fatte di sesso, di amore e morte, di grandi passioni ultraterrene (Lalla che torna), di uomini libertini alla ricerca di fanciulle pure, di vergini da sgualcire.

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