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saggi

Francesco Domenico Guerrazzi

24 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Avere in casa un libro di Francesco Domenico Guerrazzi (1804- 1873) voleva dire essere arrestati. Eppure, i suoi romanzi, animati da tensione patriottica risorgimentale e da spirito pessimistico, conobbero un enorme successo di popolo. Il Guerrazzi venne alla luce nel 1804, nella vecchia Livorno, mentre in città dilagava l’epidemia di febbre gialla, la sua nascita non fu ben accolta dai genitori e questo lo immalinconì per tutta la vita, contribuendo a forgiare il suo carattere triste, solitario, vendicativo, attaccabrighe. Studiò presso i Barnabiti ma non amò la scuola, considerandola tetra, litigò col padre e fuggì da casa. Fu coinvolto in risse con gli ebrei ed espulso dall’università Per tutta la sua esistenza, fece avanti e indietro dal carcere, sempre per motivi politici, subì processi, condanne e il confino. Fervente mazziniano affiliato alla Giovane Italia e ardente repubblicano, ebbe gran parte nei moti del 48, diventando persino dittatore per quindici giorni, durante la rivoluzione toscana. Fu incarcerato nel Forte della Stella insieme a Carlo Bini, con cui aveva fondato l’Indicatore Livornese, poi soppresso dal regime. Teorico della rivoluzione, ma anche piuttosto realista in politica, vide sempre disattese le sue aspirazioni, sviluppando una crescente amarezza e disillusione. Solo l’educazione dei nipoti lo distolse, in parte, dal suo impegno. Oltre che alla politica attiva, si dedicò anche alla scrittura, intesa sempre come veicolo d’idee risorgimentali e civili. Conobbe Byron e la sua poetica, soprattutto quella degli inizi, ne fu influenzata. I suoi testi più famosi sono “L’Assedio di Firenze”, “La Beatrice Cenci” e “La Battaglia di Benevento”, si può dire che con lui nacque il romanzo storico risorgimentale. “Nella sua fantasia esuberante e violenta”, spiega il Cappuccio, “nel suo gusto del truce, del macabro, dell’orrendo, nei modi stessi dell’espressione convulsa ed enfatica, si rispecchiano, più forse che in nessuno degli altri scrittori italiani dell’Ottocento, certi aspetti estremi del romanticismo europeo, da Byron a Victor Hugo”. Ciò non toglie che i suoi romanzi andavano a ruba nonostante il prezzo elevatissimo. Passavano di mano in mano, e piacevano per gli ideali ma anche per il sensazionalismo, a onta di quella che il Sapegno definisce “turgida oratoria tribunizia”. Anche Carducci fu un ammiratore del Guerrazzi, che difese la tradizione linguistica italiana, fu di orientamento classicista e non disdegnò nemmeno tratti umoristici. Il successo si attenuò nella seconda metà dell’ottocento, con l’affermarsi del positivismo. Guerrazzi visse gli ultimi anni alla “Cinquantina”, una fattoria presso Cecina, dove si prese cura dei nipoti fino alla sua morte, avvenuta nel 1873.

Having a book by Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873) at home meant being arrested. Yet his novels, animated by patriotic Risorgimento tension and pessimistic spirit, experienced an enormous success among the people.

Guerrazzi was born in 1804, in old Livorno, while in the city the epidemic of yellow fever was spreading, his birth was not well received by his parents and this helped to forge his sad, lonely, vindictive, brawler character. He studied with the Barnabites but did not love school, considering it bleak, he quarrelled with his father and fled from home. He was involved in fights with Jews and expelled from university

Throughout his existence, he went back and forth from prison, again for political reasons, underwent trials, convictions and confinement. Fervent Mazzinian, affiliated with Giovane Italia, and ardent republican, he had a large part in the uprisings of 48, even becoming dictator for fifteen days, during the Tuscan revolution. He was imprisoned in the Forte della Stella together with Carlo Bini, with whom he founded the Indicatore Livornese, then suppressed by the regime. Theorist of the revolution, but also rather realistic in politics, he always saw his aspirations disregarded, developing a growing bitterness and disillusionment. Only the education of his grandchildren distracted him, in part, from his commitment.

In addition to active politics, he also dedicated himself to writing, always seen as a vehicle for Risorgimento and civil ideas. He met Byron and his poetics, especially that of the beginning, and was influenced by it.

His most famous texts are The Siege of Florence,  Beatrice Cenc" and The Battle of Benevento, it can be said that the historical Risorgimento novel was born with him.

"In his exuberant and violent fantasy", explains Cappuccio, "in his taste for the grim, the macabre, the horrendous, in the same ways as the convulsive and emphatic expression, more perhaps than in any of the other Italian writers of the 'Nineteenth century, are reflected certain extreme aspects of European romanticism, from Byron to Victor Hugo ".

But his novels really sold despite the very high price. They passed from hand to hand. People enjoyed them for their ideals but also for sensationalism, despite what Sapegno calls "turgid tribunal oratory". Carducci was also an admirer of Guerrazzi, who defended the Italian linguistic tradition, was of classicist orientation and did not even disdain humorous traits. Success faded in the second half of the nineteenth century, with the emergence of positivism.

Guerrazzi lived his last years at the "Cinquantina", a farm near Cecina, where he took care of his grandchildren until his death in 1873.

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Il romanzo, corsi e ricorsi

23 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Il romanzo, corsi e ricorsi

Più volte abbiamo sostenuto la mancanza di una narrativa prettamente italiana, intesa come grande tradizione romanzesca di ampio respiro. Ciò dipende dal ritardo con cui questo genere da noi si è affermato, a causa della lentezza nello sviluppo del ceto medio, cioè “que’cittadini” (come chi vi parla) collocati dalla fortuna fra l’idiota e il letterato” (Foscolo).
Il romanzo ha il suo impulso nel settecento, in Inghilterra prima e in Francia in un secondo tempo. In Italia, come in Germania o in Spagna, il ceto medio non si è ancora sviluppato come classe pensante e altamente produttiva, in un mondo ancora dominato dall’aristocrazia. Il settecento è il secolo di Defoe, Swift, Richardson, Fielding, della Radcliffe, di Voltaire, di Rousseau, di Choderclos de Laclos.
Sorge insieme al giornalismo, il romanzo, in un clima di diffuso e crescente interesse per la lettura, nonostante l’alto costo dei libri e delle candele, nonostante la nefasta tassa sulle finestre e la mancanza di tempo delle classi lavoratrici. Il costo di un romanzo equivale al salario di una settimana, laddove il dramma elisabettiano era stato, invece, alla portata di tutti con l’ingresso al Globe che costava quanto un boccale di birra.
La lettura di romanzi s’incrementa dopo il 1742, con il successo delle biblioteche circolanti. La classe mercantile e borghese comincia a sfogliare storie per divertimento, leggere diviene sempre più un’occupazione femminile. Pamela di Richardson è l’eroina di una generazione di cameriere letterate, domestiche di famiglie facoltose con accesso alle biblioteche dei propri datori di lavoro. Il romanzo avrà lo stesso successo di popolo dello sceneggiato televisivo che Cinzia Th Torrini ne ha oggi tratto, il famoso Elisa di Rivombrosa.
È in questo periodo che cominciano a distinguersi i generi, il romanzo picaresco in primis, poi quello gotico e quello epistolare. Si crea una tendenza alla simulazione del vero, un effetto realtà dato dalla finzione del manoscritto ritrovato in soffitta, dell’epistolario rintracciato casualmente in un baule. L’autore si finge solo curatore del testo. Si afferma l’uso della prima persona narrativa, l’io diventa garante della verità, il privato dà spessore e avallo al pubblico. Ma questo romanzo settecentesco figlio della borghesia mercantile ricopre ancora una funzione edificante, attua uno schema lineare per il quale la felicità del singolo coincide alla fine con quella della società. Tuttavia, sul finire del settecento e con l’affacciarsi sulla scena dei primi sussulti romantici, questo schema s’incrina. Già Laclos e Sade avevano ribaltato valori e finali, mostrando che la virtù non sempre ottiene ricompensa, com’era per Richardson. E se in Inghilterra Jane Austen si tiene in equilibrio fra illuminismo e preromanticismo, fra razionalità e sentimento, in Italia Foscolo, con Le ultime lettere di Jacopo Ortis si rifà al Werther di Goethe e smette d’identificarsi con la comunità ma anzi, opera uno strappo bruciante. L’individuo deluso si stacca dalla società, si parcellizza, si mette in contrasto con ciò che lo ha prodotto e lo circonda, fino all’estrema ribellione del suicidio.
Lo storicismo romantico, la rivalutazione del passato come spiegazione del presente e molla verso il futuro, produce poi il romanzo storico, di cui è capostipite Walter Scott. Il romanzo gotico della Radcliffe, di Horace Walpole e di Monk Lewis aveva già attinto a una ambientazione genericamente medievale, con i temi ricorrenti della vergine insidiata, del persecutore diabolico, delle tetre segrete sotterranee nel cupo maniero. In Scott, tuttavia, è la prima volta che il carattere dei personaggi deriva direttamente dal background storico che lo ha prodotto, superando il sensazionalismo.
Quando nel 1821 Manzoni scrive I Promessi Sposi, compie una scelta di radicale rottura, usando un genere disprezzato dai letterati che, allora come oggi, si gloriavano della mancanza in Italia di una tradizione romanzesca. I promessi Sposi diventano un caso editoriale, le copie vanno a ruba e suscitano nei decenni successivi il proliferare di romanzi storici, in particolare quelli di Tommaso Grossi, Francesco Domenico Guerrazzi e Massimo D’Azeglio.
Il romanzo storico, sia che abbia come scopo il diletto, sia che miri all’edificazione e al progresso, si radica sempre più nel costume della borghesia e si diffonde in modo insperato. La maggior parte degli autori è settentrionale, scrive una prosa classicista, ravvivata da dialoghi tratti dall’esperienza teatrale e con una lingua impastata di toscano moderno. Questo contribuisce alla creazione di una lingua media comune, rappresentativa del livello culturale raggiunto dalla borghesia postrestaurazione.
Il romanzo storico confluisce con naturalezza nel filone positivista e naturalista che s’impone in tutta Europa alla metà dell’ottocento, sulla scia di Comte. Se Balzac e Flaubert si possono considerare precursori del naturalismo, il maggiore rappresentante è Emile Zolà. Molti suoi romanzi raggiungono una tiratura altissima e ottengono sia consensi sia disapprovazione. Meno incisiva l’influenza del positivismo sulla narrativa inglese che pure segue anche il grande filone sociale alla Dickens. Notevolissimo, invece, l’influsso positivista sul grande romanzo russo (Gogol, Turgeniev, Dostoevskij, Tolstoj, Cechov).
Il feuilleton, o romanzo d’appendice, viene pubblicato a puntate sui giornali e ha un grande seguito popolare. I lettori s’identificano con gli eroi, si appassionano alle loro peripezie, gioiscono del loro riscatto finale. I misteri di Parigi di Sue e Il conte di Montecristo di Dumas diventano best seller.
Il romanzo rosa segue sempre gli stessi schemi, dall’ottocento agli Harmony, in sostanza reinventando la favola di Cenerentola, della bella e povera dal cuore semplice che conquista il ricco e tenebroso (declinato in tutte le salse, dall’eroe byronico e demoniaco, fino all’odierno sadico Mr Gray delle Cinquanta Sfumature di Grigio), scavalcando rivali più blasonate. In conclusione si ha il lieto fine, con la conciliazione degli opposti: matrimonio e passione.
Il romanzo d’avventura ha le sue vette in Verne e Salgari, quello poliziesco in Conan Doyle, con l’urbanizzazione, l’aumento della criminalità, lo sviluppo della scienza positivista applicata alle investigazioni, ma anche in Agatha Christie, Van Dine (creatore di Philo Vance), Edgar Wallace, e, più tardi, quello gangster in Dashell Hammett e Raymond Chandler.
Si sviluppa nel frattempo l’industria editoriale, con numerose case editrici che diffondono sul mercato prodotti letterari in edizioni popolari, come accade in Italia per l’editore Sonzogno. Si moltiplicano le riviste nelle quali trovano spazio la critica militante, la polemica letteraria, le recensioni, i romanzi a puntate. Ci si rivolge a un pubblico di nuovi utenti di estrazione piccolo borghese o operaia, il romanzo diventa un genere di consumo con Tarchetti, Verga, Capuana, D’Annunzio, De Amicis. Si abbandonano i soggetti storici in favore di quelli contemporanei. Tutta la produzione della seconda metà dell’ottocento è sotto il segno del realismo, con attenzione per la questione sociale non risolta dall’unità d’Italia. Ci si limita, però, spesso, a un atteggiamento pietistico e genericamente umanitario verso le classi meno abbienti, al sottoproletariato urbano e rurale rappresentato con un linguaggio che vira dal classicheggiante al finto plebeo, laddove la figura dell’operaio non trova ancora spazio. (Cuore di De Amicis o Il ventre di Napoli di Matilde Serao).
Ancora una volta, il romanzo più popolare ha maggiore sviluppo nel resto d’Europa che in Italia. Mentre all’estero si spazia dal romanzo ideologico di Sue e Hugo, a quello storico di Dumas, a quello poliziesco di Ponson du Terrail e di Sir Arthur Conan Doyle, a quello gotico della Radcliffe, a quello scientifico avventuroso di Verne, in Italia rimane incolmabile la distanza fra scrittori e popolo, fra intellettuali e gente comune, e la nostra produzione di romanzi popolari resta confinata a Carolina Invernizio, Ada Negri, Matilde Serao e Mastriani de La cieca di Sorrento, che ha un successo strepitoso.
È sempre anglosassone la migliore produzione narrativa della fine dell’ottocento. Negli Stati Uniti nascono capolavori come La lettera scarlatta di Hawthorne e Moby Dick di Melville. In Inghilterra Kipling, Stevenson e Wells (considerato il padre della fantascienza) sfruttano le possibilità della narrativa fantastica e avventurosa per esprimere problemi e conflitti del loro tempo. James elabora la tecnica del punto di vista circoscritto, ripresa poi da Conrad.
Da noi, influenzato da Huysmans, D’Annunzio crea il personaggio di Andrea Sperelli, primo vero eroe decadente alla stregua del Dorian Gray di Wilde. Pirandello e Svevo si allacciano alla tradizione europea di Proust, Kafka, Musil, Joyce e V.Woolf, aprendo una prospettiva di ricerca. La costruzione coerente del personaggio e la realtà oggettiva dei fatti perdono d’importanza, il personaggio diventa “coscienza” e si muove avanti e indietro nella memoria, nel flusso di pensiero e dell’inconscio, appena scoperto da Freud e da Jung. Il romanzo diventa saggio, narrazione d’idee, perché l’elemento riflessivo prevale su quello narrativo, ciò avviene in particolare in Thomas Mann.
Mentre in Europa ci si allontana sempre più dal naturalismo, negli Stati Uniti si sperimenta un nuovo realismo, un modo di narrare asciutto, sintetico, che lascia parlare i fatti con Faulkner, Hemingway, Steinbeck, Dos Passos, scoperti e tradotti in Italia da Pavese e Vittorini.
Qui da noi il divario fra letteratura alta e bassa si approfondisce, si stabilizza un vero e proprio doppio mercato delle lettere, da una parte i romanzi di consumo (Pitigrilli, Da Verona, Liala) dall’altra gli intellettuali che scrivono per altri intellettuali (Vittorini, Bilenchi, Moravia, Landolfi, Buzzati). Bisogna aspettare gli anni trenta perché il romanzo si affermi definitivamente come forma d’arte. È del 1929 il numero di “Solaria” dedicato a Svevo e nello stesso anno esce “Gli Indifferenti” di Moravia.
S’intrecciano tendenze opposte che vanno sia nel senso di un nuovo realismo – scrittori che recuperano la tradizione regionalista e naturalista arricchendola di una dimensione psicologica, con Silone, Pavese, Vittorini, Pratolini - sia di un realismo di tipo magico con Bontempelli, Landolfi, Alvaro.
In Francia Sartre e Camus scrivono romanzi intellettuali, raccontando l’assurdità e il vuoto dell’esistenza. Tutti i procedimenti volti a destrutturare il romanzo tradizionale, come il monologo interiore o il flusso di coscienza, sono portati alle estreme conseguenze. In particolare con Robbe – Grillet la coscienza diventa attività psichica percettiva in senso fenomenologico. Anche Beckett rappresenta la solitudine, l’incomunicabilità e l’alienazione dell’uomo moderno. La divisione in generi perde molto del suo significato, diventa difficile distinguere fra diario, saggio, riflessione, conversazione.
Intanto da noi il neorealismo postbellico si distingue nettamente dal nuovo realismo degli anni trenta che era prettamente letterario. Il termine, mutuato dal cinema, comporta precise esigenze sociali. I modelli continuano a essere Verga e gli americani, ma i romanzi diventano sempre più socialmente impegnati, realistici, antidecadenti, con un ritorno alla tradizione, appesantita, però, dall’ideologia.
Espressione più alta del neorealismo è Pratolini in Cronache di poveri amanti, ma sono fondamentali anche Rea, Brancati, Tobino, Berto, Fenoglio.
Con la crisi del neorealismo, si sperimentano e si cercano nuove tecniche espressive. In Pasolini il realismo diventa populismo che crea una identificazione mimetica attraverso il linguaggio dell’autore piccolo borghese con un proletariato vagheggiato e mitizzato. In Ragazzi di vita i protagonisti parlano un dialetto ricostruito in modo filologico ma l’autore si fa comunque sentire nelle descrizioni liriche.
Calvino elabora la sua vena fantastica, mentre Sciascia, Cassola, Bassani, la Ginzburg, la Ortese, Pomilio e Piovene sperimentano ognuno con il proprio stile. Il romanzo storico viene rivisitato in chiave moderna da Tomasi di Lampedusa e dalla Morante.
Dalla fine della guerra agli anni sessanta, realismo e soggettivismo continuano ad alternarsi nella narrativa di tutto il mondo, dalla Yourcenair a Brecht, da Böll a Grass. In Russia scoppia il caso de Il dottor Zivago di Pasternak, censurato e costretto dal regime sovietico a non accettare il premio Nobel, mentre Bulgakov sorprende col suo “romanzo nel romanzo” Il maestro e Margherita. Negli Stati Uniti si affermano romanzieri afroamericani ed ebrei, fra questi il più importante è Saul Bellow. Accanto a lui abbiamo Roth, Malamud, Mailer, e la beat generation scatenatasi nella scia di On the Road di Keruac, collegata al jazz, agli allucinogeni, alla spiritualità orientale. C’è un rivalutazione e una presa di coscienza delle minoranze etniche, si afferma anche il minimalismo di Carver, uno stile piatto che esclude volontariamente il coinvolgimento del lettore. La contestazione coinvolge anche gli altri paesi anglofoni, soprattutto le ex colonie. Grande rilievo acquista la letteratura sudamericana con il gioco di specchi dell’argentino Borges e la fantasia del colombiano Marquez nel suo capolavoro assoluto Cent’anni di solitudine.
Intanto, da noi, lentamente il mondo industriale scivola dentro la realtà romanzesca con il tema dell’alienazione, dell’uomo robot, in Ottieri, Parise de Il padrone, Bianciardi de La vita agra, Arpino. La macchina culturale si articola sempre più in grandi apparati come la Rai, il cinema, l’editoria, la scuola. Libri e film diventano merci, gli editori manager che si occupano di marketing, e si punta al profitto. Si consolidano i grandi gruppi editoriali a scapito delle piccole case editrici artigianali. Dalla strategia delle due culture si passa a un’unica cultura che le comprende tutte. Fra il 62 e il 65 c’è un boom delle enciclopedie a fascicoli e delle pubblicazioni in edicola. La collezione Oscar Mondadori divulga opere di ogni genere, alte e basse, la scolarizzazione diventa generale, l’università non è più di elite. L’intellettuale diventa un lavoratore, spesso disoccupato o precario.
A questa cultura di massa si oppone la neoavanguardia del Gruppo 63 che decreta la fine del romanzo borghese, la sua morte con Sanguineti e Balestrini. La contestazione del 68 riporta l’intellettuale nel mondo e il processo di massificazione della cultura riprende (per fortuna, diciamo noi). La Trivialliteratur riacquista pregio e diffusione, l’industria culturale si rivolge a tutti e individua settori che tirano, ad esempio il mondo femminile o quello giovanile, e chi sa rappresentare uno di questi settori può diventarne autore.
Simenon in Francia e Scerbanenco in Italia ridanno impulso al genere poliziesco di qualità, Peverelli e Gasperini portano avanti una tradizione rosa che non sa svincolarsi dalla tradizione, sempre legata a eroine come quelle di Liala, punite con la morte se appena trasgressive, ancora legate all’immagine di donna che ama e non ha appetiti sessuali.
Ma di pari passo continuano ad agire intellettuali puri come d’Arrigo e Eco, sebbene sempre più la sperimentazione neoavanguardistica si spenga nel ritorno alla tradizione. Il clima postsessantottesco favorisce un reflusso nel privato e nel regionalismo (Tomizza, Sgorlon) L’affermarsi del’istituzione del premio letterario fa sì che le scelte del pubblico siano fortemente influenzate.
Dopo gli anni settanta, la fantascienza prosegue il suo cammino e, durante gli ottanta, si sviluppa la fantasy, con il grande capostipite Tolkien ma anche altri autori di spicco (Terry Brooks, Marion Zimmer Bradley, per citarne alcuni, a loro volta discendenti di una tradizione che spazia da Poe a Reider Haggard, fino ai più recenti Sprague de Camp e Lin Carter)
Uno dei maggiori successi editoriali degli ultimi anni, con il quale concludiamo il nostro breve excursus non certo esaustivo, è Il nome della rosa di Eco, a più piani di lettura: giallo, romanzo storico, romanzo filosofico. Questa è la tendenza della narrativa di oggi, quella di svolgersi su più livelli, accontentando varie tipologie di lettori, sia coloro che cercano una letteratura ricca di sfumature, significati e simboli, sia chi desidera solo seguire una bella storia.
Dalla fine degli anni ottanta fino al collettivo Wu Ming del 93 - col manifesto della nuova epica italiana - di acqua sotto i ponti ne è passata, ma è ancora acqua recente e difficilmente analizzabile. In particolare, negli ultimi tempi, Internet ha ulteriormente massificato l’atto dello scrivere, facendo sì che chiunque abbia talento, o anche solo velleità narrative, possa comunicare senza più filtri editoriali, addirittura senza nemmeno essere pubblicato. Ormai persino il testo inedito ha una sua diffusione e il romanzo è diventato transmediale, collettivo, con possibilità di evolversi e cambiare attraverso spin - off e fanfiction dei lettori. Esiste persino un fenomeno di “decostruzione”, in cui i testi messi in rete, addirittura i classici, vengono destrutturati, ripresi, modificati a insaputa dell’autore (chi vi parla ne è stata vittima con un suo racconto.) Non ci è dato sapere se questo è il futuro, e , se sì, è comunque un futuro inquietante.
In conclusione, pensiamo che nessuno ha il monopolio del talento. Come dimostra questa sintesi, ci sono sempre stati nella narrativa corsi e ricorsi, flussi e riflussi. Tutti gli stili, tutte le forme, tutti i generi hanno avuto e hanno pari dignità. La vecchia antitesi fra avanguardia surreale e narrazione tradizionale, fra letteratura alta e bassa, ci sembra che debba essere finalmente superata e che sarebbe l’ora che anche da noi si sviluppasse una grande narrativa, capace di collocarsi nel solco di una tradizione più ampia della nostra così provinciale, una narrativa dove ci fosse posto per tutte le correnti e le forme, dal fantastico al reale, dal sentimento all’intelletto, dal simbolo all’intreccio.

Riferimenti

Salinari Ricci, Storia della letteratura italiana, Laterza, 1992
Romano Luperini, il Novecento Loescher 1981

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Adriana Pedicini ANCHE LA CULTURA PRODUCE FRUTTI COPIOSI

22 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #cultura, #biagio osvaldo severini

ANCHE LA CULTURA PRODUCE FRUTTI COPIOSI

di Biagio Osvaldo Severini

Società della conoscenza. Sviluppo degli strumenti cerebrali e crescita economica. Beni culturali ed economia. La cultura della criticità e il gregge. Il compito della cultura. La politica capisce l’importanza di unire cultura e imprese?Incompetenza nella gestione delle istituzioni culturali. Taglio dei fondi o caccia agli evasori? Individualismo o vita comunitaria?

Oggi viviamo nella società della “conoscenza”, dell’ “immaterialità” .

Questo significa che siamo passati dalla società industriale alla società postindustriale.

La conseguenza di questa trasformazione socioeconomica comporta un cambiamento radicale nella attività lavorativa: dalla produzione pura e semplice di “beni materiali” si passa alla produzione di “beni immateriali”; quindi, dall’impiego delle braccia come forza-lavoro alla utilizzazione delle teste “ben fatte”, dei cervelli.

Accanto all’agricoltura, accanto all’industria, anche la cultura può diventare “fruttifera”. Solo che i suoi frutti non sono patate, broccoli, olio, vino, grano, mele, cocomeri, frigoriferi, computer, telefonini e cose simili (pure importanti), bensì beni che non si toccano ma che pure esistono.

I beni immateriali, infatti, sono: la conoscenza; la comunicazione o informazione; il benessere; la qualità della vita.

Noi pensiamo che la “qualità della vita” rappresenti la caratteristica più importante dei beni materiali e immateriali, quella che tutti li contiene e li sintetizza. Già Seneca aveva affermato il principio che “non enim vivere bonum est, sed bene vivere”.

Ci permettiamo di interpretare tale principio, intendendo che la semplice vita corporea da sola non è un bene; bene è invece condurre una vita caratterizzata dalla possibilità di godere, individualmente e comunitariamente, dei “frutti” della operatività manuale e intellettuale. Insomma: stare bene con se stessi e con gli altri.

Produrre beni immateriali, significa valorizzare, ad esempio, la “golden economy”, “ l’economia d’oro dei tesori culturali e ambientali”, considerarli “risorse culturali”, per trasformarli in “risorse economiche”.

I “tesori culturali e ambientali” si trovano in ogni città, in ogni paese, in ogni contrada del Mezzogiorno, del Sud, delle Zone interne.

Essi devono, però, essere portati alla luce del sole; su di essi si devono accendere i riflettori per poterli trasformare in “risorse economiche”.

Il “grado di competitività” di una Nazione, di una Regione, di una Provincia, di un Comune è, perciò, direttamente proporzionale agli investimenti in cultura.

Perché la cultura, infatti, deve essere intesa non più come un campo ristretto alle nozioni o alle teorie specialistiche, ma come orizzonte aperto alla “paideia”, ossia alla formazione della persona; alla “communis humanitas”(Luigino Bruni), ossia alla vita condotta insieme con gli altri uomini; e, infine, alla “polis”, ossia alla vita associata strutturata dalle diverse istituzioni e dai molteplici valori che la costituiscono.

Per essere ancora più chiari: più soldi si investono in “cultura”, più aumentano alcune caratteristiche positive della comunità, quali la competitività, la crescita civile, la sicurezza, la ricchezza economica.

Sviluppo degli strumenti cerebrali e crescita dell’economia

Le facoltà di Economia dell’Università di Torino e di Venezia hanno calcolato in proposito che:

1 euro investito in cultura ha una ricaduta sull’economia cittadina di 21 euro!

Esiste, inoltre, un nesso stretto tra sistema formativo che funziona e che affina gli strumenti cerebrali e la crescita dell’economia.

Questo nesso è spiegato in uno studio pubblicato recentemente dall’ OECD (Organization for Economic and Development), che è riuscito a “misurare” l’effetto del miglioramento delle “prestazioni” del sistema scolastico nazionale sull’economia complessiva del paese che investe nell’istruzione.

Basterebbero pochi miglioramenti nell’istruzione della media PISA ( Programme for International Student Assessment) per determinare un consistente aumento del Pil dei paesi OECD pari a una cifra di 115 mila miliardi di dollari nei prossimi venti anni.

Se poi si riuscisse a portare tutti al livello della Finlandia, che possiede il sistema scolastico migliore misurato con il PISA, l’aumento del Pil complessivo sarebbe pari a 260mila miliardi di dollari (Aldo Bassoni).

Per l’Italia, nei due casi, avremmo rispettivamente 5.223 e 18.094miliardi in più in venti anni.

Beni culturali ed economia

Il professore Severino Salvemini ( docente di Economia dei beni culturali alla Bocconi ) ha dichiarato che “l’Italia ha un patrimonio artistico unico al mondo, ma non sa sfruttarlo. E’ come se la Russia lasciasse arrugginire i suoi gasdotti, come se l’Arabia Saudita decidesse di non fare più manutenzione ai propri pozzi petroliferi. Perché il greggio sta a Riyad come il patrimonio artistico sta a Roma. Con una differenza: l’oro arabo continua a fluire verso l’Occidente, quello italiano è sempre più invisibile”.

In poche parole, bisogna ridurre la distanza tra cultura ed economia, che nel tempo si è, invece, sempre più dilatata.

Ma come va affrontato il problema dei beni culturali?

Per Salvemini la soluzione può essere trovata con due modalità diverse: in termini patrimoniali o in termini reddituali.

In termini patrimoniali “significa considerare il patrimonio dell’Italia, presidiarlo, manutenerlo, valorizzarlo. E’ la scuola di Salvatore Settis, davanti a cui io mi tolgo il cappello…”.

In termini reddituali significa che “la cultura, le arti, l’intrattenimento, i festival e tutto questo genere di cose ha delle ricadute economiche di reddito. Significa che producono occupazione, indotto, portano ricchezza perché attirano turisti, i quali migliorano il reddito degli albergatori che a loro volta fanno aumentare quello delle comunità locali”.

E continua con una considerazione psicologica: “Inoltre, e questo non è un effetto immediato ma non per questo è meno importante, produrre cultura aiuta a cambiare la testa delle persone. E questo è indispensabile, se pensiamo a quanto il mondo sta mutando velocemente”.

La cultura della criticità e il gregge

Noi aggiungiamo che “cambiare la testa delle persone” significa sviluppare la “cultura della criticità”, che ci fa vedere un mondo diverso dall’attuale, che ci spinge a non accontentarci dell’esistente, perché non è vero che, se una cosa esiste, essa è razionale e soddisfacente in assoluto.

Bertold Brecht affermava che “il mondo può essere cambiato solo da quelli a cui non piace”.

La consapevolezza della irrazionalità della situazione attuale, insoddisfacente ed insulsa, ci tiene lontani dal ridurre la nostra vita alla stregua della vita del gregge.

Friederich Nietzsche ha brillantemente descritto ciò che, durante la giornata e per tutta la sua vita, ripetitivamente e noiosamente, fa il gregge: “salta intorno, mangia, riposa, digerisce, torna a saltare, e così dall’alba al tramonto e di giorno in giorno, legato brevemente con il suo piacere e dolore, attaccato al piolo dell’istante”.

Il gregge ignora l’ieri, l’oggi e il domani. Gli manca la prospettiva del futuro, la voglia di andare oltre, di aprirsi a nuovi orizzonti. E’ privo di libertà. E’ incapace di decidere se scegliere una via oppure l’altra, ma si lascia guidare dall’istinto, dagli ormoni, dal principio del piacere, dalla necessità di soddisfare ora e subito un bisogno biologico o fisiologico.

Per vivere “e-gregiamente”, per staccarci dal gregge, dobbiamo proiettarci nel futuro, liberandoci dalla massività delle percezioni e del presente, operando alla luce della “spes contra spem”, della speranza nonostante le avversità, dando, così, un senso alla nostra vita, perché essa in tal modo viene progettata da noi.

Purtroppo, questa capacità progettuale, che ci spinge ad operare per trasformare le cose intorno a noi, è tenue, se non manca del tutto, soprattutto in molti giovani.

Ciò, per un verso è un paradosso, perché la proiezione verso il futuro dovrebbe essere collegata strettamente alla giovane età; per un altro verso costituisce anche un danno enorme per la società, in quanto si affievolisce la spinta al cambiamento, all’innovazione, all’invenzione, alla creatività.

Il compito della cultura

Rispetto a queste crisi (economica, sociale, etica, esistenziale) che cosa può fare la cultura?

Salvemini fa notare che “puntare sulla cultura ha due vantaggi: da una parte, in un momento di smarrimento di senso, diventa un ancoraggio per la società; dall’altra, può ridare fiato ad alcune attività economiche, visto che qualcuno dovrà pur pensare a come saranno i nuovi distretti industriali”.

Per Salvemini, dunque, si tratta di collegare la cultura con le imprese, in maniera tale da spingere i dirigenti d’impresa a produrre oggetti che incorporino in sé un valore artistico. Ma per ottenere tale risultato, occorre che i dirigenti d’impresa siano formati culturalmente non in una sola disciplina, ma in diverse sezioni del sapere, per poter concentrare questo sapere polispecialistico nella produzione di un oggetto.

Certo, questo significa immettere nel mercato delle merci un prodotto di alta qualità, un oggetto d’élite.

Ma è questa produzione d’alta gamma che farà uscire l’Italia dalla crisi, sostiene Salvemini.

Per questo studioso “l’Italia che fa le fodere o i componenti del volante non ci sarà più nel 2030. Ci distingueremo per il diritto societario sofisticato o l’ideazione di certi manufatti particolari”.

Alla produzione di oggetti comuni penseranno altri popoli, quelli emergenti che, per una serie di ragioni socioeconomiche, li faranno costare di meno.

La politica capisce l’importanza di unire cultura e imprese?

Salvemini risponde: “In Italia, assolutamente no, tant’è che abbiamo un ministero della Cultura, indipendentemente dalla situazione attuale, sganciato da quello dello Sviluppo economico. Emblematica è la dichiarazione di alcuni ministri, per i quali la “cultura non si mangia”, ma si sbagliano di grosso. La cultura dà lavoro”.

E produce anche euro, ossia ricchezza individuale e nazionale, come riportato sopra.

La tesi della improduttività della cultura è stata spesso sostenuta da classi sociali mercantileggianti, il cui pensiero si può sintetizzare nel motto latino “carmina non dant panem”, la poesia non ci procura il piatto di pasta e fagioli.

A questa tesi si riallacciano quegli studenti che sostengono: “studere, studere, post mortem quid valere?”

A cui qualche insegnante, mantenendo lo stesso stile maccheronico degli studenti, ha risposto: “no studere, no studere, ante mortem quid magnere?”

Al di fuori di questo spirito popolar-goliardico, bisogna sottolineare che molti governi , sia europei che extraeuropei, hanno capito l’importanza della cultura e dell’istruzione, soprattutto nell’attuale società, fondata sull’economia postmoderna.

In questa economia, infatti, “conterà sempre meno il valore d’uso dei prodotti e sempre più la loro valenza simbolica, il significato culturale che gli oggetti incorporano. Per produrre oggetti del genere, bisogna conoscere”, sostiene Salvemini (Espresso, novembre 2010, intervistato da Stefano Vergine).

A suo tempo l’aveva capito Obama che nel pacchetto anticrisi aveva aumentato del 30 per cento il budget annuale del “National Endowement for Arts”.

L’aveva capito Michael Bloomberg, sindaco di New York, che aveva lanciato un piano di sostegno al settore artistico che avrebbe dovuto generare un indotto di 5, 8 milioni di dollari nel solo distretto di Manhattan.

L’aveva capito Sarkozy che aveva accresciuto del 10 per cento il contributo dello Stato francese alla cultura.

L’aveva capito la Germania che aveva aumentato le somme di denaro da destinare alla scuola, all’università, alla ricerca, alla cultura.

In Italia lo hanno capito alcuni amministratori locali. Ad esempio, il governatore della Puglia, Vendola, ha portato l “Italian Wave Love Festival” (musica rock) da Arezzo a Lecce, “perché la cultura è il destino industriale del Sud”. E’ stato assecondato in ciò dal sindaco di Lecce Perrone che ha dichiarato: “… con la cultura si mangia, perché è il comparto economico nascente”.

I nostri governanti nazionali - ci sia o no la crisi economica – invece non lo capiscono. Essi, infatti, sono sempre pronti a tagliare i fondi per le istituzioni scolastiche pubbliche e per le attività culturali in genere. Sempre guidati, consapevolmente o no, dal pregiudizio che la cultura non deve essere data a tutti e chi la vuole se la deve pagare.

E così in molte scuole pubbliche manca la carta igienica, in molte aule mancano i banchi, su molte cattedre manca l’insegnante ad inizio d’anno scolastico, si trovano classi di 40 alunni, mancano gli insegnanti di sostegno, sono state tagliate ore e materie di insegnamento, i pochi laboratori esistenti non funzionano per mancanza di personale .

Non va meglio nell’Università. In Italia - dove è stata inventata l’Università! - dobbiamo amaramente constatare che solo 1(una) Università si trova nei primi 200 posti della classifica mondiale (QS World University Rankings).

Nonostante tutto, dalle nostre Università escono spesso giovani laureati di grande valore, che, però, devono emigrare per trovare un lavoro ben retribuito.

Assistiamo, quindi, alla cosiddetta “fuga dei cervelli” che è doppiamente dannosa per il nostro Paese: spendiamo soldi per la formazione dei giovani e non ricaviamo nessun utile dalle loro capacità creative. Come dire che utilizziamo i pochi fondi messi a disposizione per arricchire gli altri Paesi!

Siamo dei grandi benefattori o degli eccezionali semplicioni (o, se preferite, minchioni) ?

Incompetenza nella gestione delle istituzioni culturali

A tutto questo enorme spreco di energie mentali creative si aggiunge il danno provocato dalla incompetenza nella gestione delle istituzioni culturali specifiche.

Secondo i giornalisti-scrittori Rizzo e Stella ( “Vandali – L’assalto alle bellezze d’Italia”, Rizzoli, 2011 ), le gallerie d’arte inglesi “Tate Britain” hanno fatturato nell’ultimo anno fiscale 76,2 milioni di euro, poco meno degli 82 milioni entrati nelle casse con i biglietti di tutti i musei e i siti archeologici statali italiani messi insieme.

A New York, inoltre, “il merchandising ha reso nel 2009 al Metrpolitan Museum quasi 43 milioni di euro, ben oltre gli incassi analoghi di tutti i musei e i siti archeologici della penisola italiana, fermi a 39,7 milioni di euro. Ristorante, parcheggio e auditorium dello stesso museo newyorkese hanno prodotto ricavi per 19,7 milioni di euro, 3 in più di tutte le entrate di Pompei… dove i servizi aggiuntivi sono stati pari a 46 centesimi per visitatore: un quindicesimo che alla “Tate” e un ventisettesimo che al Metropolitan”

Un disastro, quindi, la gestione dei Beni culturali da parte dei nostri governanti! Perciò, essi non sono “fruttiferi” come in altre nazioni, dove cultura ed economia si abbracciano e prosperano.

Taglio dei fondi o caccia agli evasori?

Si dice che, quando mancano i soldi, bisogna tagliare dappertutto.

Certo, le strutture e gli Enti inutili, i corsi di laurea ridicoli, vanno eliminati. Ma questo non può bastare.

Non sarebbe più utile tagliare l’evasione fiscale, nel senso di scovare chi non paga le tasse e costringerlo a versare nelle casse dello Stato ciò che ha rubato e continua a rubare?

Teniamo presente che l’evasione fiscale in Italia si aggira sui 100 -120 miliardi di euro ogni anno, con un calcolo teorico.

La Guardia di finanza sottolinea che gli accertamenti fiscali hanno portato a questi risultati: redditi non dichiarati per 50 miliardi (46 % in più rispetto al 2009); 8.850 evasori totali per un reddito totale di circa 20 miliardi (47 % in più rispetto al 2009).

Il tutto sarebbe sufficiente per coprire tre finanziarie, senza far pagare le tasse a chi le paga sempre.

Con il recupero di questi ingenti somme di euro evase si potrebbero diminuire, quindi, di molto le tasse sugli stipendi, sui salari, sulle pensioni, sul lavoro e, nello stesso tempo, alimentare la crescita e, quindi, l’occupazione giovanile (mentre oggi la disoccupazione giovanile è salita al 30 %, ossia 30 giovani su 100 non trovano lavoro!).

L’Italia occupa il primo posto – e non è un primato di cui andare fieri! - nella speciale classifica dell’evasione fiscale in Europa: nel 2009 l’evasione fiscale italiana era del 51,1 % del reddito imponibile non dichiarato!

Con oltre metà della popolazione che non paga le tasse, il deficit dello Stato diventa sempre più pesante e rischiamo di trovarci nella stessa situazione dell’Argentina del 2002, che dichiarò fallimento, dice Marcello De Cecco, docente di economia alla Scuola Superiore di Pisa .

Per evitare il “default”, il fallimento, dobbiamo recuperare i soldi dell’evasione fiscale; dare più euro alla scuola, all’università, alla cultura, alla ricerca; tornare a crescere economicamente; puntare verso un modello di sviluppo che privilegi più i consumi collettivi che quelli privati.

Individualismo o vita comunitaria?

L’economia globalizzata, difatti, presenta questa caratteristica: spinge verso la “immunitas”, verso l’esenzione da obblighi nei confronti degli altri a danno della “communitas hominum”, della vita comunitaria, afferma Luigino Bruni (docente di Economia all’Università Bicocca di Milano).

Egli chiarisce che la “immunitas” fonda “l’etica della libera indifferenza”, per la quale ognuno tende a distaccarsi e a non entrare in rapporto con il suo simile, perché “il rapporto è pericoloso, perché il legame con l’altro non piace e può essere troppo impegnativo e doloroso… per cui c’è un ritorno al privato, al legame privatistico, e anche la famiglia è diventata una famiglia privata, non comunitaria”.

Per contrastare questa tendenza dannosa, Bruni propone di operare per una “etica comunitaria”, che dovrebbe essere diffusa attraverso “una grande scuola comunitaria, una scuola pubblica e per tutti, con bravi docenti, anche prendendo i giovani migliori dalle Università e mettendoli nelle aule con gli studenti, a partire dall’istruzione primaria”.

Per realizzare questo programma di una grande stagione educativa, bisognerebbe, però, investire grandi somme di denaro nell’istruzione e nella cultura, se non altro per pagare bene i migliori cervelli e attirarli nella scuola.

Soprattutto, si dovrebbe spingere l’istruzione pubblica a formare la “classe sociale della conoscenza”, la forza lavoro dei “knowledge workers”, lavoratori della conoscenza: ricercatori scientifici, progettisti, ingegneri civili, analisti di software, ricercatori biotecnologici, specialisti in pubbliche relazioni, consulenti direzionali, fiscalisti, banchieri d’affari, architetti, esperti di pianificazione, specialisti di marketing, produttori cinematografici, art director, editori, scrittori, giornalisti. E’ questo il pensiero di Jeremy Rifkin ( “La fine del lavoro”, La biblioteca di Repubblica, 2007).

Per questo economista “l’importanza della classe della conoscenza nel processo produttivo diventa sempre più grande, mentre il ruolo dei due gruppi tradizionali dell’era industriale – fornitori di capitale umano e di capitale finanziario – diventa sempre meno rilevante… i knowledge workers sono gli elementi catalizzatori della Terza rivoluzione industriale… sono i creatori della proprietà intellettuale, gli uomini e le donne le cui idee e conoscenze alimentano la società informatica”.

Ma questo da noi non si fa. Anzi, si tende a far ingrossare sempre più la categoria non qualificata dei “working poors”, non dei “poveri puri e semplici”, ma dei “lavoratori poveri” – spesso giovani e laureati - costretti a farsi sfruttare, a vivere alla giornata, a chiedere “protezione” a chi in cambio gli chiederà “fedeltà”.

Nasce, così, il sistema politico e giuridico delle disuguaglianze funzionale alla forma di governo che tende a cristallizzare, ad ingessare e a perpetuare tale situazione, per manovrare la precarietà e impedire quello che i sociologi chiamano “l’ascensore sociale”, ovvero la dinamicità delle classi sociali.

Un governo politico progressista, invece, dovrebbe occuparsi soprattutto della “crescita pubblica, senza la quale non c’è crescita civile”, sottolinea Bruni (Gli autori citati, se non diversamente indicato, si trovano in “Nuovo Consumo”, 2010).

Come si vede da queste brevi note, il tema della cultura non è un argomento che possa essere affrontato e risolto metafisicamente, librandosi nel cielo delle elucubrazioni cervellotiche ed autistiche.

Quello della cultura deve essere trattato come un problema complesso, legato com’è all’economia, all’etica, all’estetica, all’impegno politico nazionale, alla esistenza individuale, senza dimenticare i diritti universali. Bisogna, certo, soddisfare i bisogni e superare gli stati di necessità di tutti, ma rispettare anche le differenze culturali.

In una recente intervista ( “il manifesto”, marzo 2013), il grande sociologo Alain Touraine ha affermato che nella attuale crisi politica stiamo assistendo alla “centralità della dimensione culturale, etica del nostro stare insieme”. Proprio perché ci troviamo in una situazione sempre sull’orlo della catastrofe, “l’obiettivo è costruire una “polis”, cioè una dimensione politica ancorata all’universalismo delle differenze… in modo da combinare i diritti civili, politici e sociali affermati nella modernità con la salvaguardia dei diritti delle comunità”.

L’impegno per tutti noi, dunque, dovrebbe essere quello di far rivivere quella che è la parte più nobile e civile della nostra storia e che ci ha sempre distinti nel corso dei secoli: la cultura.

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Carlo Adorni, "Omaggio a Giosuè Borsi"

17 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Città giovine e forte, che il divino

mare accarezza, il vasto ed alto sole,

a Te che cresci in opulenza, vale!

A Te, per carità di Te, m’inchino!”

(Dal sonetto “Alla città natale” di Giosuè Borsi)

 

Giosuè Borsi (1888 – 1915) nacque a Livorno, nella casa di via degli inglesi. Dovette il suo nome al Carducci, amico del padre. Studiò al liceo classico Niccolini Guerrazzi e si laureò a Pisa. Cominciò a poetare presto, con versi, manco a dirlo, d’ispirazione carducciana. In un periodo di sperimentazione e di avanguardia come quello, la sua posizione si attestò su forme tradizionali, classicheggianti, imitatorie. Scrisse commedie, novelle, racconti per l’infanzia, ma anche pezzi critici e giornalistici. Suo padre fu direttore de “Il Telegrafo”, prima, e del “Nuovo giornale” di Firenze poi. Con lo pseudonimo di Corallina, fu cronista e confezionò pezzi come inviato sul terremoto di Messina e sulla biennale d’arte di Venezia. Era elegante, molto ricercato nei salotti, fece vita dissoluta di cui poi si pentì. Ebbe successo come conoscitore e fine dicitore di Dante. Ma la morte del padre e della sorella Laura lo gettarono nello sconforto, al punto che, quando morì anche l’amatissimo nipotino, figlio di Laura, Giosuè tentò il suicidio. Pur essendo cresciuto in ambiente anticlericale e agnostico, le sventure della vita lo orientarono verso il cristianesimo. Divenne terziario francescano, cioè un laico che s’impegna a vivere nel mondo lo spirito di San Francesco. Fra il 1912 e il 13 scrisse Le confessioni di Giulia, dedicate alla donna amata, intesa in versione angelicata e dantesca. Fu interventista nella prima guerra mondiale perché considerava la morte sul campo come l’espiazione di una vita di peccato. Pochi giorni prima di morire, scrisse una lettera alla madre, considerata il suo più alto momento letterario.

“Tutto dunque mi è propizio”, diceva, “tutto mi arride per fare una morte fausta e bella, il tempo, il luogo, la stagione, l’occasione, l’età. Non potrei meglio coronare la mia vita.” “Sono tranquillo, perfettamente sereno e fermamente deciso a fare tutto il mio dovere fino all'ultimo, da forte e buon soldato, incrollabilmente sicuro della nostra vittoria immancabile. Non sono altrettanto certo di vederla da vivo, ma questa incertezza, grazie a Dio, non mi turba affatto, e non basta a farmi tremare. Sono felice di offrire la mia vita alla Patria, sono altero di spenderla così bene, e non so come ringraziare la Provvidenza dell'onore che mi fa. Non piangere per me mamma, se è scritto lassù che io debba morire. Non piangere, perché tu piangeresti sulla mia felicità. Prega molto per me perché ho bisogno. Abbi il coraggio di sopportare la vita fino all'ultimo senza perderti d'animo; continua ad essere forte ed energica, come sei sempre stata in tutte le tempeste della tua vita; e continua ed essere umile, pia, caritatevole, perché la pace di Dio sia sempre con te. Addio, mamma, addio Gino, miei cari, miei amati.”

Riuscirà nel suo intento: morirà in un assalto a Zagora. Nella sua giacca, insieme a medaglie insanguinate, saranno ritrovate una foto della madre e la Divina Commedia.

L’associazione culturale Giosuè Borsi è nata nel 2004 come continuazione del gruppo omonimo, attivo in città dal 1988, in occasione del primo centenario della nascita del poeta. Inizialmente si è occupata di custodire i cimeli del nostro concittadino, prima conservati in un piccolo museo, ora chiuso. Con il riconoscimento del Comune di Livorno, ha la custodia etica del Famedio di Montenero, che raccoglie resti e ricordi dei livornesi illustri. L’associazione, con sede in via delle Medaglie d’Oro 6, mantiene vivo il ricordo di Giosuè Borsi (1888 – 1915) e promuove conferenze e studi sulla storia della città e sui suoi personaggi dimenticati. Pubblica con cadenza semestrale la rivista “La Torre” e ha provveduto a far ristampare numerose opere di borsiane.

Il presidente dell’associazione, Carlo Adorni, ha curato un’antologia intitolata “Omaggio a Giosuè Borsi” con prefazione del compianto professor Loi, di cui abbiamo un ammirato ricordo come nostro insegnante di storia. L’antologia, edita nel 2007 dalla casa editrice “Il Quadrifoglio” e corredata di bellissime foto, contiene versi da varie raccolte - fra le quali Primus Fons - alcune interpretazioni dantesche - di cui Borsi era appassionato e fine dicitore - il famoso Testamento spirituale, esempio elevato di scrittura religiosa, e L’ultima lettera alla madre, il suo momento poetico più alto.

Come evidenza Loi, Arte, Patria e Religione furono i tre motivi ispiratori dell’opera borsiana, seppur egli non sia stato poeta “di grande ala”. Dopo una vita di piaceri, vissuta con senso di colpa, dopo essere cresciuto all’ombra degli ideali carducciani e classicisti paterni, dopo aver bramato per se stesso l’amore della donna e la gloria dell’artista, Borsi ebbe una profonda conversione spirituale che lo avvicinò al cristianesimo. Il testamento spirituale è una conferma di quanto egli abbia sentito, pur nella sua beve esistenza, la vanità e il peso delle cose terrene. Il dolore lo ha colpito, attraversato, prostrato, con colpi ripetuti e brutali: la morte del padre, della sorella Laura e del nipotino nato dalla relazione di questa con il figlio di D’Annunzio.

Ma nella sua morte in battaglia, ricercata, ambita, desiderata, c’è molto di decadente, l’ultima pennellata wildiana o dannunziana data ad una vita artistica, sublimata, però, e illuminata, dalla spiritualità, da una ricerca di purezza francescana. La morte è bella, è fausta, perché consegna alla gloria, rende leggendari, redime dai peccati e, tuttavia, in questa morte intesa come coronamento più che come rinunzia, scompare il terziario francescano, il rinunciante, e riaffiora il superuomo nietzschiano.

Lascio la caducità, lascio il peccato, lascio il triste ed accorante spettacolo dei piccoli e momentanei trionfi del male sul bene: lascio la mia salma umiliante, il peso grave di tutte le mie catene, e volo via, libero, libero, finalmente libero, lassù nei cieli dove è il padre nostro, lassù dove si fa sempre la sua volontà.”(pag 172)

 

 

Giosuè Borsi (1888 - 1915) was born in Livorno, in the house on Via degli Inglese. It owed its name to Carducci, a friend of his father. He studied at the Niccolini Guerrazzi high school and graduated in Pisa.
He began to poetise early, with verses, needless to say, of Carduccian inspiration. In a period of experimentation and avant-garde like that, his position was established on traditional, classical, imitative forms.
He wrote comedies, short stories, short stories for children, but also critical and journalistic pieces. His father was the editor of "Il Telegrafo" first, and of the "Nuovo newspaper" in Florence then. With the pseudonym of Corallina, he was a reporter and made pieces as sent on the Messina earthquake and on the Venice art biennale.
He was elegant, much sought after in the living rooms, he lived a dissolute life which he later regretted. He was successful as a connoisseur and end speaker of Dante. But the death of his father and sister Laura threw him into despair, to the point that, when his beloved grandson, son of Laura, also died, Joshua attempted suicide.
Despite having grown up in an anticlerical and agnostic environment, the misfortunes of life directed him towards Christianity. He became a Franciscan tertiary, that is, a lay person who is committed to living the spirit of St. Francis in the world.
Between 1912 and 13 he wrote Le confessioni di Giulia, dedicated to the beloved woman, understood in an angelic and Dante's version.
He was an interventionist in the First World War because he considered death on the field as the atonement for a life of sin.
A few days before he died, he wrote a letter to his mother, considered his highest literary moment.

"Everything is therefore favorable to me," he said, "everything smiles at me to make a successful and beautiful death, time, place, season, occasion, age. I couldn't better crown my life. "
“I am calm, perfectly serene and firmly determined to do all my duty to the last, as a strong and good soldier, unshakably sure of our unfailing victory. I'm not quite sure I see it alive, but this uncertainty, thank God, doesn't bother me at all, and it's not enough to make me tremble. I am happy to offer my life to the homeland, I am proud to spend it so well, and I do not know how to thank Providence for the honor it does me.
Don't cry for me mom, if it's written up there that I have to die. Don't cry, because you would cry over my happiness. Pray a lot for me because I need. Have the courage to endure life to the last without losing heart; continue to be strong and energetic, as you have always been in all the storms of your life; and continue and be humble, pious, charitable, so that the peace of God may always be with you. Goodbye, mother, goodbye Gino, my dear, my loved ones. "

He will succeed in his intent: he will die in an assault on Zagora. In his jacket, along with bloody medals, a photo of the mother and the Divine Comedy will be found.

The Giosuè Borsi cultural association was born in 2004 as a continuation of the group of the same name, active in the city since 1988, on the occasion of the first centenary of the birth of the poet. Initially she took care of keeping the relics of our fellow citizen, previously kept in a small museum, now closed. With the recognition of the Municipality of Livorno, it has the ethical custody of the Famedio di Montenero, which collects remains and memories of the illustrious Livornese. The association, based in via delle Medaglie d’Oro 6, keeps the memory of Giosuè Borsi (1888 - 1915) alive and promotes conferences and studies on the history of the city and its forgotten characters. It publishes the magazine "La Torre" every six months and has arranged to reprint numerous works of Borsiane.

The president of the association, Carlo Adorni, edited an anthology entitled "Homage to Giosuè Borsi" with a preface by the late Professor Loi, of whom we have an admired memory as our history teacher. The anthology, published in 2007 by the publishing house "Il Quadrifoglio" and accompanied by beautiful photos, contains verses from various collections - including Primus Fons - some Dante interpretations - of which Borsi was passionate and fine speaker - the famous spiritual Testament, high example of religious writing, and the last letter to the mother, her highest poetic moment.

As Loi points out, Art, Homeland and Religion were the three inspiring motifs of the Borsian work, even though he was not a "great wing" poet. After a life of pleasures, lived with a sense of guilt, after growing up in the shadow of paternal carduccian and classicist ideals, after craving for himself the love of the woman and the glory of the artist, Borsi had a profound spiritual conversion that brought him closer to Christianity. The spiritual testament is a confirmation of how much he has felt, even in his existence, the vanity and weight of earthly things. 

The pain hit him, crossed, prostrated, with repeated and brutal blows: the death of his father, his sister Laura and his grandchild born from her relationship with D’Annunzio's son.

But in his death in battle, sought after, desired, there is a lot of decadentism, the last Wildian or D'Annunzian brushstroke given to an artistic life, sublimated, however, and illuminated, by spirituality, by a search for Franciscan purity. Death is beautiful, it is auspicious, because it tends to glory, makes us legendary, redeemed from sins and, however, in this death, understood as crowning rather than renunciation, the Franciscan tertiary, the renunciate, disappears and the Nietzschean superman resurfaces.

 

"I leave transience, I leave sin, I leave the sad and heartwarming spectacle of the small and momentary triumphs of evil over good: I leave my humiliating body, the heavy weight of all my chains, and fly away, free, free, finally free up there in the skies where our Father is, up there where his will is always done. "

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Angelica Palli

16 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #personaggi da conoscere

Anghelikì Pallis (1798 - 1875), figlia del console, nonché direttore della scuola greca, di Livorno, nasce da genitori entrambi ellenici. Studia col maestro de Coureil (di origine francese ma morto a Livorno). Eredita dal padre l'amore per la letteratura e per i classici e comincia a versificare fin dall'adolescenza. Scrive poesie, novelle, tragedie, romanzi. Il suo "Tieste", del 1814, si merita le lodi del Monti. Nel 1919 diviene membro dell'Accademia Labronica, col nome di Zelmira. I suoi interessi, oltre che artistici, sono politici e sociali. È un'attiva sostenitrice degli ideali e delle lotte risorgimentali, si dedica alla causa del popolo greco contro gli ottomani (la stessa per la quale muore Byron). L'unica donna a essere ammessa al gabinetto Vieusseux - il circolo fondato a Firenze che, oltre a fungere da emeroteca e biblioteca circolante, serve anche a mettere in contatto fra loro gli intellettuali della futura Italia unita - le viene proposta una collaborazione ma rifiuta non sentendosi all'altezza del compito. Il sito angelicapalli.blogspot.com è una preziosa fonte d'informazione per conoscere la vita privata della scrittrice livornese. Vi si narra che, nel 1970, nella soffitta di una casa di campagna della valle Benedetta, è stata ritrovata una cassa contenente lettere di Angelica al padre. Siamo nel 1830, Angelica ha trentuno anni, un viso di una bellezza classica e pulita. Conosce il diciannovenne Giovan Paolo Bartolomei, nobile di origine corsa e patriota, e se ne innamora. Lui è cattolico, lei ortodossa, lui un ragazzo, lei una donna fatta. La famiglia di lui osteggia il rapporto. I due fuggono, aiutati dal fratello di Angelica, Michele, con l'intenzione di chiedere la dispensa papale per sposarsi. Ripiegano poi su Corfù, dove si uniscono in matrimonio con rito ortodosso. L'anno successivo Angelica scrive accorate lettere al padre, implorando il suo perdono, spiegandogli che ha ricevuto tanto ma ha anche sofferto. Sono, appunto, le lettere ritrovate nella cassa. Dal matrimonio nasce un figlio, Lucianino, e i tre fanno finalmente ritorno a Livorno. Palazzo Palli - Bartolomei, sugli scali del Pesce in Venezia, diventa il principale salotto mazziniano, tra il 20 e il 40, frequentato da Lamartine, Champollion, Niccolini,Guerrazzi, Bini e Manzoni. Quest'ultimo immortala Angelica in un'ode scritta per lei, dove la definisce "Prole eletta dal Ciel, Saffo novella". In questo periodo l'attività politica della Palli s'intensifica, ella collabora a riviste e giornali, scrive poesie e novelle di argomento civile e nel 47 si occupa dell'organizzazione dei volontari toscani. Il marito e il figlio adolescente partono insieme con un gruppo di patrioti livornesi per combattere a Milano durante i moti del 48 e Angelica li raggiunge per poi tornare a Livorno nel 49. Durante i mesi autunnali, per alcuni anni soggiorna a Fauglia, in corso della Repubblica 47 (dove una lapide la ricorda). Qui scrive il famoso "Discorsi di una donna alle giovan maritate del suo paese", in cui rivaluta in senso femminista il ruolo della donna nella società. Scrive anche "Cenni sopra Livorno e i suoi contorni", dove mostra di apprezzare lo spirito battagliero delle donne labroniche, descrivendole come buone, generose ma irrispettose e irriverenti. A questo testo fa riferimento anche Pietro Vigo nelle sue ricerche storiche. Nel 53 rimane vedova e si trasferisce a Torino ma muore poi a Livorno nel 1875. Le sue spoglie riposano nel cimitero greco in via Mastacchi.

Anghelikì Pallis (1798 - 1875), daughter of the consul, as well as director of the Greek school, in Livorno, was born to both Hellenic parents. She studied with Maestro de Coureil (who was of French origin but died in Livorno). She inherited his love for literature and the classics from her father and began to versify from adolescence. She wrote poems, short stories, tragedies, novels. Her Tieste, dated 1814, deserves the praise of Monti. In 1919 she became a member of the Labronica Academy, with the name of Zelmira.

Her interests, as well as artistic, are political and social. She is an active supporter of Risorgimento ideals and struggles, she is dedicated to the cause of the Greek people against the Ottomans (the same for which Byron dies). The only woman to be admitted to the Vieusseux cabinet - the club founded in Florence which, in addition to serving as a newspaper library and circulating library, also serves to bring together the intellectuals of the future united Italy - she is offered a collaboration but refuses not feeling up to the task.

The angelicapalli.blogspot.com site is a valuable source of information for knowing the private life of the Livorno writer. It is said that, in 1970, in the attic of a country house in the Benedetta valley, a chest was found containing letters from Angelica to her father.

We are in 1830, Angelica is thirty one years old, a face of classic and clean beauty. She meets the nineteen year old Giovanni Paolo Bartolomei, nobleman of Corsican origin and patriot, and falls in love with him. He is Catholic, she is Orthodox, he is a boy, she is a grown woman. Her family opposes the relationship. The two flee, helped by Angelica's brother, Michele, with the intention of asking for papal dispensation to get married. They then retreat to Corfu, where they are united in marriage with an Orthodox rite. The following year Angelica writes heartfelt letters to her father, imploring forgiveness, explaining that she has received so much but has also suffered. These are the letters found in the box.

From the marriage a son, Lucianino, is born, and the three finally return to Livorno. Palazzo Palli - Bartolomei, on the scali del Pesce in Venezia, became the main Mazzinian salon, between 20 and 40, frequented by Lamartine, Champollion, Niccolini, Guerrazzi, Bini and Manzoni. The latter immortalizes Angelica in an ode written for her, where he defines her "Offspring elected by Ciel, Sappho novel".

During this period, Palli's political activity intensified, she collaborated with magazines and newspapers, wrote poems and short stories on a civil topic, and in 47 dealt with the organization of Tuscan volunteers. Her husband and teenage son leave together with a group of patriots from Livorno to fight in Milan during the riots of 48 and Angelica reaches them and then returns to Livorno in 49.

During the autumn months, for some years she stayed in Fauglia, in corso della Repubblica 47 (where a plaque reminds her). Here she writes the famous "Discourses of a woman to the young married women of her country", in which she re-evaluates the role of women in society in a feminist sense. She also writes "Cenni sopra Livorno e i suoi contorni", where she shows her appreciation for the fighting spirit of Labronic women, describing them as good, generous but disrespectful and irreverent. Pietro Vigo also refers to this text in his historical research.

In 53 she was widowed and moved to Turin but then died in Livorno in 1875. Her remains lie in the Greek cemetery in via Mastacchi.

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Amedeo Modigliani, l'arte nelle mani dell'uomo

14 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #pittura, #personaggi da conoscere

 

Amedeo Modigliani (1884 - 1920) was born in Livorno, from Sephardic Jews. His father is an impoverished money changer, there are cases of depression in the family, a brother is imprisoned. Mined by the tbc since he was a child, he is stubborn, independent, very good at drawing, he becomes a pupil of Guglielmo Micheli and knows Giovanni Fattori and Silvestro Lega.
 
He spends most of his life in Paris, a melting pot of culture, home to all experiments and avant-gardes. Here Amedeo embodies the icon of the cursed artist, living first in Montmatre and then in Montparnasse, coming into contact with Toulouse - Lautrec and Cézanne.
 
Without being a contemporary of Cubists, influenced by expressionist Fauvism, rather than by Impressionism, by the use of pure colour, by the abolition of chiaroscuro and perspective, by clear contours, Modì frequents Picasso and Utrillo, developing his own personal style, which draws on archaic and African suggestions.
 
He starts as a sculptor, creating stylized, Egyptian, primitive masks, but the dust aggravates his already ill lungs and he must choose painting, although he also writes poetry. His interest focuses on the human figure. In his work he is fast, he manages to finish a portrait in a couple of sessions and then he doesn't touch it up anymore, but being painted by him, they say, is like "having your soul stripped". His nudes are considered scandalous, his exhibitions are closed, his most beautiful paintings sold for a few pennies.
 
He returned to Livorno in the summer of 1909, sickly and worn out, but left immediately for Paris again. All the  money all ends up in alcohol and drugs, he is romantically linked to several women - Beatrice Hastings, Lunia Czechowska – he has a natural son who does not recognize then, suddenly, love breaks out with Jeanne Hebuterne, the crazy passion of his short life.
 
Jeanne is beautiful, has blue eyes, long brown hair, a docile character and paints with great sensitivity. Their souls are kindred, their love is one of those that go beyond death, they give birth to a daughter who is also called Jeanne.
 
Modigliani dies of tuberculous meningitis in the arms of the tormented Jeanne, pregnant in the ninth month. They make him a great funeral, which parades through the streets of Paris. The cart is covered with flowers, followed by a long procession of painters, sculptors, models, all the artists of Montmatre and Montparnasse gathered. The remains are buried at Pere Lachaise. Jeanne cannot stand up to separation, she cannot live without Amedeo, not even for her daughter Jeanne or her unborn child. She throws herself out the window and perishes with the creature she has in her lap. The family does not want any more scandals, has her buried in another cemetery, far from her loved one. It will be only in the thirties that authorization will be given to transfer her corpse and bury it close to Amedeo.
 
Her daughter Jeanne grew up in Florence, in the home of a paternal aunt, and, as an adult, wrote an important biography, "Modigliani senza leggenda" which, together with the book by Corrado Augias, "Modigliani, the last romantic", is one of the main sources of information on the life of the missing painter. Also noteworthy is the 2004 film "Modigliani, the colours of the soul" by Mick Davis.
 
The daughter Jeanne dies falling from the stairs while discussing the authenticity of the heads found in the Ditches, suspicion of murder hovers over her end. The other son, the one not recognized by the painter, grew up in France and became a priest. The rest of the family is buried in Livorno, in the new Jewish cemetery where, in memory of Modì, there is only one plaque.
 
After Modigliani's death, his works are sold for astronomical figures.

 

 

 

Amedeo Modigliani (1884 - 1920) nasce a Livorno, da ebrei sefarditi. Suo padre è un cambiavalute impoverito, in famiglia ci sono casi di depressione, un fratello viene incarcerato. Minato dalla tbc fin da piccolo, è testardo, indipendente, bravissimo nel disegno, diventa allievo di Guglielmo Micheli e conosce Giovanni Fattori e Silvestro Lega. La maggior parte della sua vita vede come teatro Parigi, crogiolo di cultura, sede di tutte le sperimentazioni e le avanguardie. Qui Amedeo incarna l'icona dell'artista maledetto, vivendo prima a Montmatre e poi a Montparnasse, venendo a contatto con Toulouse - Lautrec e Cézanne. Contemporaneo dei cubisti senza esserlo, influenzato dal fauvismo espressionista, piuttosto che dall'impressionismo, dall'uso del colore puro in funzione anche emotiva oltre che costruttiva, dall'abolizione del chiaroscuro e della prospettiva, dai contorni netti, Modì frequenta Picasso e Utrillo, sviluppando uno stile suo, personale, che attinge a suggestioni arcaiche e africane. Parte come scultore, creando maschere stilizzate, egiziane, primitive, ma la polvere aggrava i suoi polmoni già malati e deve orientarsi sulla pittura, sebbene scriva anche poesie. Il suo interesse si concentra sulla figura umana. Nel suo lavoro è veloce, riesce a terminare un ritratto in un paio di sedute e poi non lo ritocca più, ma essere dipinto da lui, dicono, è come "farsi spogliare l'anima". I suoi nudi sono considerati scandalosi, le sue mostre vengono chiuse, i suoi quadri più belli venduti per pochi spiccioli. Torna a Livorno nell'estate del 1909, malaticcio e logorato, ma riparte subito per Parigi. I pochi soldi finiscono tutti in alcol e droghe, si lega sentimentalmente a diverse donne - Beatrice Hastings, scrittrice inglese, Lunia Czechowska - ha un figlio naturale che non riconosce poi, improvviso, scoppia l'amore con Jeanne Hebuterne, la passione folle di tutta la sua breve vita. Jeanne è bella, ha occhi azzurri, lunghi capelli castani, un carattere docile e dipinge con grande sensibilità. Le loro anime sono affini, il loro amore è di quelli che vanno oltre la morte, gli partorisce una figlia che si chiama Jeanne anche lei. Modigliani muore di meningite tubercolare delirando fra le braccia della straziata Jeanne, incinta al nono mese. Gli fanno un gran funerale, che sfila per le vie di Parigi. Il carro è coperto di fiori, seguito da un lungo corteo di pittori, di scultori, di modelli, tutti gli artisti di Montmatre e Montparnasse riuniti. Le spoglie vengono sepolte al Pere Lachaise. Jeanne non regge alla separazione, non può vivere senza Amedeo, neanche per la figlia Jeanne o per il nascituro. Si getta dalla finestra e perisce con la creatura che ha in grembo. La famiglia non vuole altri scandali, la fa seppellire in un altro cimitero, lontana dal suo amato. Sarà solo nel trenta che verrà data l'autorizzazione a traslarla e inumarla vicina ad Amedeo. La figlia Jeanne cresce a Firenze, in casa di una zia paterna, e, da adulta, scrive una importante biografia,"Modigliani senza leggenda" che, insieme al libro di Corrado Augias,"Modigliani, l'ultimo romantico", è una delle principali fonti d'informazione sulla vita del pittore scomparso. Da segnalare anche il film "Modigliani, i colori dell'anima", del 2004, di Mick Davis. La figlia Jeanne muore cadendo dalle scale mentre si discute sull'autenticità o meno delle teste ritrovate nei fossi, sulla sua fine aleggia il sospetto dell'omicidio. L'altro figlio, quello non riconosciuto dal pittore, cresce in Francia e diventa sacerdote. Il resto della famiglia è sepolto a Livorno, nel nuovo cimitero ebraico dove, a ricordo di Modì, c'è solo una lapide. Dopo la morte di Modigliani, le sue opere sono vendute per cifre astronomiche.

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Il rispetto della legge.

11 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi

 

Nell'ultimo capitolo difensivo dell'Apologia di Socrate, il filosofo non si comporta neppure ora da imputato. Horror, direste voi! Aspettate! Anzi, quasi fosse un superiore dei suoi giudici, li invita a compiere il loro dovere, applicando la giustizia, indipendentemente da ogni altra considerazione.

Aveca detto che l'agire diversamente avrebbe guastato la reputazione di Atene; ma non si tratta solo dela reputazione, perchè, oltre ad essa, ne sarebbe andata di mezzo la giustizia. Non è giusto che l'imputato supplichi i giudici, e con le suppliche ne ottenga l'assoluzione; egli deve spiegar loro come stanno le cose.

 

 

Platone, Apologia di Socrate, Cap. XXIII e seg.

……..stimo che ilmio onore, il vostro e quello dell’intera città sarebbero compromessi se mi comportassi così alla mia età e con la reputazione che mi sono fatta, vera o falsa che sia, mache comunque presenta Socrate alla pubblica opinione come uno che si distingue in qualche cosa dalla maggior parte degli uomini. Ora se quelli tra di voi che si distinguono per sapienza, per coraggio o per qualche altra virtù si comportassero così, sarebbe certo una vergogna. E tuttavia ne ho visti molti, che pur sembravano uomini eccellenti,comportarsi davanti ai giudici in modo così sconveniente da destare meraviglia, credendo essi d’avere a soffrire chissà che cosa se morivano, come se, non condannandoli voi a morte, avessero a rimanere immortali. Costoro hanno certo disonorato la città perché hanno lasciato credere ai forestieri che in niente differiscono dalle donne

quegli uomini che in virtù dei loro meriti il popolo ateniese prepone alla magistratura e ad altri onorifici incarichi.

Non conviene dunque, o Ateniesi, fare tali cose a quanti di noi mostriamo di valere un poco, nè a voi converrebbe tollerarle se le facessimo; dovreste anzi fare chiaramente intendere che condannereste molto più gravemente colui che apparecchia tali scene pietose, rendendo ridicola la città, che non colui che mantiene un contegno dignitoso.

D’altronde, lasciando da parte la questione dell’onore, non mi sembra giusto, o Ateniesi, pregare il giudice, nè

tentare di sfuggire alla condanna con le preghiere, bensì informarlo dei fatti e persuaderlo. Giacché il giudice non

siede per amministrare secondo favore la giustizia, ma per giudicare secondo giustizia. Egli ha giurato infatti di

non favorire a suo capriccio il tale o il tal altro,ma di giudicare secondo le leggi. Non dobbiamo dunque nè abituarvi

noi a non tenere fede al giuramento, nè voi abituarvi da voi stessi; giacché non saremmo nè noi nè voi rispettosi

degli Dei.

Non vogliate dunque, o Ateniesi, che io faccia davanti a voi tali cose, che non giudico nè belle, nè giuste, nè

sante; tanto più, per Giove, che sono accusato di empietà da questo Melèto qui. Infatti, se io persuadessi voi a forza

di preghiere e facessi violenza al vostro giuramento, vi insegnerei a non credere agli Dei; e proprio nel cercare di

difendermi così mi accuserei chiaramente da me stesso, dimostrando che non credo negli Dei. Ma non è così; io

credo, o Ateniesi, negliDei, come nessuno dei miei accusatori; e lascio a voi e a Dio la cura di giudicarmi nel modo

che sarà meglio per me e per voi.

 

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Edipo nella tomba di Biagio Osvaldo Severini

10 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #biagio osvaldo severini

Ospitiamo un secondo intervento del prof. B.O.Severini. Stimato docente di Storia, Filosofia e Pedagogia, per lunghi decenni nei licei di Benevento, è un appassionato e studioso di Storia e di problemi connessi con la formazione individuale e collettiva, familiare e sociale. Si è interessato a lungo anche di politica. Attualmente è impegnato nella rivisitazione di tematiche sociali. L'ultimo articolo "Edipo nella tomba" prelude a un percorso di approfondimento in collaborazione con la prof. Adriana Pedicini, per quanto riguarda l'aspetto mitologico della figura di Edipo, e del dott. Marcello Di Pinto, psicanalista, per quanto riguarda il complesso psicanalitico, mentre lo stesso Prof. Severini illustrerà la "morte" di Edipo.

 

 

 

                                              EDIPO NELLA TOMBA

Il problema del funzionamento della libido, della sessualità,  della psicanalisi, della psichiatria, dei manicomi,dell’università, della società. Il principio di piacere contro il principio di realtà.  La Liberazione contro la Legge. Il pericolo di un  fascismo nuovo tipo.

                                         Biagio Osvaldo Severini

Ma guarda che sorpresa! Ritornano “una tomba per edipo”( “Psychanalyse e Trasnsversalitè – Essais d’analyse institutionnelle” ), e “Anti-Oedipe” ( “Capitalismo et Schizophrénie”) opere pubblicate nel 1972 in Francia (in Italia nel 1974) da Félix Guattari (psicanalista, allievo di Lacan e direttore del manicomio “aperto” di La Borde, morto nel 1992) e Gilles Deleuze (docente di filosofia a Vincennes e sociologo). Sono passati ben quaranta anni! Perché questo ritorno?

Allora, le opere furono rivoluzionarie per la psicanalisi e per la politica.

La psicanalisi classica fu investita da numerosi rilievi critici, con cui dovette fare i conti.

La politica fu sconvolta da quelle idee nuove, alla cui luce si mosse la generazione del ’77.

Oggi, alcune tesi ci sembrano ancora attuali.

Abbiamo realizzato una intervista “in-diretta” con i due autori, per verificare, insieme con i lettori, questa nostra ipotesi interpretativa.

Qual è il punto di partenza dei vostri lavori?

Deleuze. L’idea fondamentale è forse questa: l’inconscio “produce”. Dire che produce significa che bisogna smettere di trattarlo, come si è fatto finora, come una specie di teatro in cui verrebbe rappresentato un dramma privilegiato, il dramma di Edipo. Noi pensiamo che l’inconscio non sia un teatro, pensiamo piuttosto che sia un’officina… Dire che l’inconscio “produce” significa che è una specie di meccanismo che produce altri meccanismi. Vale a dire che secondo noi l’inconscio non ha niente a che fare con una rappresentazione teatrale, ma con qualcosa che potremmo definire “macchine desideranti”…. Quando noi parliamo di macchine desideranti, dell’inconscio come un meccanismo di desiderio, intendiamo dire un’altra cosa.

Che cosa intendete dire, quando parlate di desiderio?

Deleuze. Il desiderio si può comprendere soltanto a partire dalla categoria di “produzione”. Il desiderio non dipende da una mancanza, desiderare non è mancare di qualcosa, il desiderio non rinvia ad alcuna legge, il desiderio produce. Dunque, è il contrario di un teatro.

E la teoria  di Edipo che significato assume nella vostra riflessione?

Deleuze. Un’idea come quella di Edipo, della rappresentazione teatrale di Edipo, sfigura l’inconscio, non esprime nulla del desiderio. Edipo è l’effetto della repressione sociale sulla produzione desiderante. Anche a livello del bambino il desiderio non è edipico, funziona come un meccanismo, produce delle piccole macchine, stabilisce collegamenti tra le cose (es.: la produzione del latte dal seno e la bocca che interrompe tale flusso).

Possiamo affermare che nella vostra concezione il desiderio è rivoluzionario?

Il desiderio è rivoluzionario per natura, perché costruisce delle macchine capaci, inserendosi nel campo sociale, di far saltare qualcosa, di smuovere il tessuto sociale. Al contrario, la psicoanalisi tradizionale ha rovesciato tutto su una specie di teatro.. Esattamente come se si traducesse in una rappresentazione alla “Comédie francaise” qualcosa che appartiene all’uomo, all’officina, alla produzione.

E la interpretazione dei sogni e dei significati dei simboli onirici?

Deleuze. Il sistema dell’inconscio, contrariamente a quello che pensa la psicanalisi tradizionale, non significa niente. Non c’è senso, non c’è alcuna interpretazione da dare, non vuol dire niente. Il problema è di sapere come funziona l’inconscio. E’ un problema di uso delle macchine, del funzionamento delle “macchine desideranti”.

Ma che cosa sono queste “macchine desideranti”?

Deleuze. Nell’organismo ci sono diverse “macchine desideranti”: una macchina per mangiare, una macchina per respirare, una per parlare, una per defecare, una per fare l’amore, una macchina per vedere, per sentire, e così via; ognuna dà inizio ad un flusso. Questi flussi si accoppiano, si connettono, si tagliano in maniera trasversale.

Come nell’esempio del flusso del latte della mammella che viene interrotto dalla bocca del bambino che succhia?

Deleuze. Esattamente.

Ma che cosa non va nella psicoanalisi classica di Freud?

Deleuze. Partendo dallo studio delle psicosi, la nostra impressione è che la psicanalisi girava su stessa in un cerchio per così dire familiarista rappresentato da Edipo… Per quanto la psicanalisi abbia cambiato i metodi, essa finisce pur sempre per ritrovarsi sulla linea della psichiatria più classica, che ha legato fondamentalmente la follia alla famiglia… Perfino l’anti-psichiatria conserva questo riferimento follia-famiglia.

Mentre per voi?

Deleuze. Noi annotiamo che  non abbiamo mai visto un delirio schizofrenico che non sia prima di tutto razziale, razzista, politico, che non parta in tutti i sensi nella storia, che non investa le culture, che non parli di continenti, di regni, ecc. Noi diciamo che il problema del delirio non è familiare, non concerne il padre e la madre che molto secondariamente… Non ci sono deliri che non investano la storia prima di investire una specie di mamma-papà ridicoli.

Voi affermate che le persone che operano nel campo delle scienze umane e nel campo politico dovrebbero “schizofrenizzarsi”, dovrebbero mettere in discussione la cultura tradizionale.

In che senso?

Guattari. Di fronte ai problemi della società odierna bisogna porsi in una situazione di rimessa in causa della cultura tradizionale divisa, diciamo, tra le scienze umane, la scienza, lo scientismo e la responsabilità politica…Finora, ci si è accontentati di una specie di autonomismo delle diverse discipline. Gli psicanalisti hanno la loro batteria da cucina, i politici la loro, e via dicendo… Dopo il maggio ’68 è importante e necessaria una revisione di questa separazione… Se si resta all’idea che le cose sono separate, che ciascuno è uno specialista e deve portare avanti i suoi studi rimanendo nel suo angolo, si verificheranno delle esplosioni nel mondo che sfuggiranno completamente alla comprensione sia dei politici sia delle descrizioni antropologiche. Bisogna rimettere in causa la divisione dei campi e l’auto-soddisfazione degli specialisti isolati.

Quale potrebbe essere la scienza dell’uomo per eccellenza?

Deleuze. Il fatto è che troppe scienze vorrebbero avere questo ruolo.. Il problema non è di sapere quale sarà la scienza dell’uomo per eccellenza. Il problema è di sapere in che modo si raggrupperanno un certo numero di “macchine” dotate di una possibilità rivoluzionaria.. Per esempio, la macchina letteraria, la macchina psicanalitica, le macchine politiche. O troveranno un punto di congiungimento, come hanno già fatto fino ad ora in un certo sistema di adattamento ai regimi capitalistici, o troveranno una unità dirompente in un uso rivoluzionario. Non bisogna, dunque, porre il problema in termini di primato, ma in termini di uso, di utilizzazione.

Perché mettete in rapporto il capitalismo con la schizofrenia?

Guattari. Per sottolineare gli estremi… Il capitale e poi, all’altro estremo, o meglio, a un altro polo di non senso, la follia e nella follia precisamente la schizofrenia. Ci è sembrato che questi due poli nella loro comune tangente di non senso abbiano un rapporto. Non soltanto un rapporto contingente per cui si può affermare che la società moderna rende la gente pazza. Ma assai più di questo: per rendere conto dell’alienazione, della repressione subita dall’individuo preso nel sistema capitalista, e per intendere il vero significato della politica di appropriazione del plus-valore, dobbiamo mettere in gioco dei concetti che sono gli stessi cui si deve ricorrere per interpretare la schizofrenia.

Ma perché la psicanalisi tradizionale non è utile a capire la schizofrenia?

Guattari. Il movimento psicanalitico si è organizzato sulla base di una rottura completa tra le formazioni sociali e le formazioni inconsce, ha operato una separazione radicale tra ciò che avviene nella lotta politica e sociale e ciò che avviene nella “vita privata”, nella coppia, nel bambino, ecc… Gli psicanalisti hanno considerato che il sociale non è il loro problema e i politici che l’economia del desiderio non era il loro. Finalmente sono diventati complici gli uni degli altri.

 

 

Voi accusate anche il movimento operaio?

Guattari. Certo! I tenutari del movimento operaio sono d’accordo ora di occuparsi della famiglia e del desiderio, nella misura in cui non si tratta che di oggetti istituzionali sterilizzati: la qualità della vita e altre fesserie. Ma quando di tratta di occuparsi di altri oggetti portatori di dinamite – l’omosessualità, la delinquenza, l’aborto – ci si affida ai poliziotti. Va bene occuparsi dei problemi della coppia, della donna, degli alloggi, degli inquilini, ma non proprio dei problemi libido-rivoluzionari. Da parte loro gli psicanalisti vogliono occuparsi delle formazioni sociali ma alla condizione dichiarata che non si metteranno assolutamente in causa lo statuto della famiglia, della scuola, ecc.

Che cosa bisogna fare, dunque?

Guattari. Non si tratta di fare una lotta particolare nelle fabbriche con gli operai, un’altra negli ospedali con i malati, un’altra nelle università con gli studenti, ecc…Bisogna mettere in discussione questa concezione. La questione non è di sapere come, attualmente, si potrebbe modificare della psichiatria, della psicanalisi, l’atteggiamento dei gruppi di malati, o dei professori e degli studenti, ma più fondamentalmente come funziona la società per la quale si arriva ad una situazione come questa. E’ esattamente come per il nazismo: la questione non è di sapere come si sarebbero potuti migliorare i campi di concentramento, ma cosa aveva portato alla loro esistenza.

Ma, distruggendo l’Edipo, il Super-io, il triangolo edipico, non rischiate di non capire la formazione delle nevrosi, delle psicosi, della schizofrenia, della teoria e della pratica di Freud?

Guattari. Bisogna dire che Freud non ha capito molto della schizofrenia… Egli era fondamentalmente ostile alla psicosi. La psicosi e la rivoluzione sono stati due oggetti tabù. La normalità era identificata alla accettazione di vivere in famiglia. Il freudismo si è costruito fin dalle origini sulla visione dell’uomo in famiglia. Freud disprezzava il delirio e anche le donne. La sua rappresentazione della sessualità e della società è completamente fallocentrica, come direbbero le femministe.

Eppure, la psicanalisi funziona bene nell’attuale società!

Guattari. Certo che funziona bene, ed è ciò che la rende così pericolosa. E’ per eccellenza la droga capitalistica… Per il capitalismo ha la funzione di religione di ricambio. La sua funzione è di adattare la repressione, di personalizzarla, come si dice delle auto. Il peccato e la confessione non funzionano più come una volta… non basta più denunciare la psicanalisi, bisogna sostituirla.

Il complesso di Edipo è lo stesso in tutte le situazioni e in ogni tipo di struttura sociale?

Guattari. Per gli psicanalisti tradizionali è sempre lo stesso padre e sempre la stessa madre, sempre lo stesso triangolo… Ma non esiste una struttura universale nello spirito umano!

Voi opponete alla psicanalisi tradizionale la schizo-analisi. Che cosa è questa schizo-analisi?

Guattari. La schizo-analisi si congiunge alla lotta rivoluzionaria in quanto si sforza di liberare i flussi, di far saltare i catenacci, le assiomatiche del capitalismo, le sovra codificazioni del Super-io, ecc…

Avete fiducia in un riformismo graduale della psicanalisi o in che altro?

Sono tanto contro l’illusione di una trasformazione a poco a poco della società, quanto credo che i tentativi microscopici di comunità, di gruppo analitico tra militanti, organizzazione di un nido in una facoltà, ecc… siano fondamentalmente necessari. E’ facendo dei piccoli tentativi come questo che un bel giorno si scatenerà un’esperienza come quella del maggio ’68!

Poi, però, nel 1972 confessate di aver provato un certo smarrimento davanti alla svolta che avevano preso gli avvenimenti del maggio ’68. Perché?

Guattari. Noi facciamo parte di una generazione la cui coscienza politica è nata nell’entusiasmo e dall’ingenuità della Liberazione, con la sua mitologia che scongiurava il fascismo. E le questioni lasciate in sospeso da quell’altra rivoluzione abortita che fu il maggio ’68 si sono sviluppate per noi secondo un contrappunto che diventa tanto più angoscioso in quanto noi ci preoccupiamo, come molti altri, del futuro che ci si prepara e che potrebbe cantare gli inni di un fascismo nuovo tipo da far rimpiangere quello del tempo antico.

 

La psicanalisi ha, in certo qual modo, tentato di spiegare il fascismo. Che ne pensate?

Deleuze. La psicanalisi, è vero, ha sfiorato per un attimo questo campo, ma le sue spiegazioni del fascismo sono ridicole, in quanto fa derivare tutto dalle immagini del padre e della madre, o dai significati familiaristi e pii come il nome del Padre. E’ certo che la psicanalisi tranquillizza, consola, ci insegna le rassegnazioni, con cui noi possiamo vivere. Ma noi diciamo che ha usurpato la sua reputazione di promuovere o anche di partecipare ad una effettiva liberazione. Essa ha schiacciato ogni dimensione politica ed economica della libido in un codice conformista… Ciò che noi tentiamo è mettere la libido in relazione con un “fuori”… noi proponiamo una concezione positiva del desiderio come desiderio che produce, non desiderio che manca.

   

Nell’opera “Millepiani” (pubblicata dieci anni dopo l’”Anti-Edipo”) i due autori ritornano sull’opposizione tra Desiderio e Legge con una precisazione che avrebbe dovuto essere presa più sul serio, sottolinea Massimo Recalcati nella sua riflessione sull’argomento ( “ la Repubblica”, novembre 2012). Il quale fa notare che gli stessi Deleuze e Guattari mettono in guardia contro il pericolo insidioso che permea la stessa teoria del desiderio come flusso infinito, come “linea di fuga”che oltrepassa costantemente il limite. Il pericolo è questo: la “linea di fuga” potrebbe convertirsi in “distruzione, abolizione pura e semplice, passione d’abolizione”. Attenzione, quindi, che questa “linea di fuga”, che rigetta il limite, non si trasformi in “linea di Morte”!

Si può riflettere su questi argomenti? O si deve rigettare in blocco il tutto come un corpo estraneo alla cultura?

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Come eravamo, I Quindici

4 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #educazione

Suonava alla porta il rappresentante de I Quindici, ben vestito e con la valigetta. Erano i primi anni sessanta, le enciclopedie a fascicoli (Motta, Galileo, Le Muse) invadevano le case, segno di un’emancipazione alla portata di tutti, di un progresso sociale tangibile, fatto di cose concrete, come l’automobile, le vacanze, il vino in bottiglia, il frigorifero, la tv dei ragazzi, il maestro Manzi che alfabetizzava l’Italia via cavo. Madri casalinghe e nonni intimiditi lo facevano accomodare nel salotto buono, offrendo caffè e liquori. Pieno di sussiego, apriva la ventiquattrore e mostrava campioni nuovi di stampa dei libri che avrebbero segnato (insieme alle fiabe sonore) un’intera generazione, stimolando curiosità e fantasia, forgiando il gusto di molti di noi.

I Quindici fu diffusa dalla metà degli anni sessanta alla metà dei settanta. Derivava dall’omologa statunitense Childcraft ed era edita in Italia dalla Field educational, con direttore Armando Guidetti e per la parte grafica Filippo Maggi. Altri collaboratori italiani sono stati Aldo Agazzi, Vittoria Belluschi, Dino S. Beretta, Andrea Cavalli Dell'Ara, Jolanda Colombini Monti, Roberto Costa, Giancarlo Masini, Deda Pini, Luigi Santucci, Francesco Valori e Domenico Volpi.

Il genitore o nonno perplesso osava a mala pena far presente che il bambino/la bambina ancora non sapeva leggere ma l'agguerrito rappresentante aveva pronta la foto dell’ippopotamo grande quanto sei vasche da bagno, tratto da La vita intorno a noi, mostrando come i libri fossero ricchi di figure intuitive e d’immediata comprensione.

L’enciclopedia era composta da quattordici volumi tematici, rivolti a ragazzi di massimo 10 anni - ragazzi di allora, che non conoscevano Ipad e playstation ed erano abituati ad andare a letto dopo Carosello - più un volume dedicato ai genitori (Voi e il vostro bambino) che ebbe grande successo data la scarsità di scritti sull’argomento allora disponibili in Italia.

Poesie e rime

Racconti e fiabe

Il mondo e lo spazio

La vita intorno a noi

Feste e costumi

Come le cose cambiano

Come si fanno le cose

Come funzionano le cose

Fare e costruire

Cosa fanno gli uomini

Scienziati e inventori

Pionieri e patrioti

Personaggi da conoscere

Luoghi da conoscere

Voi e il vostro bambino

I libri erano caratterizzati da dorsi multicolori che creavano un arcobaleno inconfondibile e riconoscibile a distanza sugli scaffali domestici, ed è appunto a questa edizione, la prima e mitica, che qui facciamo riferimento, le altre - nero su crema, oro su nero, e, ancora, parzialmente multicolori (2006) - non hanno lo stesso impatto evocativo.

Nessuno può dimenticare il numero nove Fare e Costruire, individuabile dall’orlo superiore slabbrato e sporco per il troppo uso. I bambini lo utilizzavano in continuazione per fabbricare di tutto, dai segnalibri, ai portapenne fatti con le mollette da bucato, ai dolci americani come gli scones, che nessuno sapeva cos’erano ma facevano tanto modernità, laddove moderno, allora, era sinonimo di progredito e giusto. Il volume veniva letto mentre sullo schermo scorrevano le immagini in bianco e nero di “Giocagiò”, il programma preferito dei ragazzi di allora, una sorta di Art Attack ante litteram che, condotto da Lucia Scalera e Nino Fustagni, si avvaleva di autori del calibro di Gianni Rodari.

I quindici coloratissimi volumi coprivano l’arco dello scibile, indirizzando i fruitori verso tutti gli aspetti del mondo circostante. Alcuni aprivano gli occhi sulle meraviglie della scienza e della tecnica (Come funzionano le cose, Il mondo e lo spazio, Come si fanno le cose, Scienziati e inventori, Cosa fanno gli uomini), altri stimolavano l’interesse per la storia (Come le cose cambiano, Pionieri e patrioti, Personaggi da conoscere), la natura (La vita intorno a noi), la geografia (Luoghi da conoscere, Feste e Costumi).

I volumi erano definiti “i libri del come e del perché”, spiegavano concetti complicati in modo semplice e immediato, avevano un intento didattico, didascalico, divulgativo ma anche etico. Spingevano all’eroismo, al patriottismo, alla divisione fra male e bene, com’era nella sensibilità dell’epoca, ci rendevano desiderosi di sapere, di esplorare, di viaggiare, di leggere, di approfondire, suscitavano domande e la voglia di andare oltre a ciò che i sensi mostravano.

Così si presenta ai lettori il primo volume:

I Quindici (…) non è un trattato né un’enciclopedia, né un sillabario, né un manuale scolastico. Tuttavia i vostri bambini e fanciulli troveranno in essa la realtà nei suoi molteplici aspetti e impareranno innumerevoli cose: impareranno, speriamo, a leggere meglio, cioè a raccogliere, con intelligenza, esatte nozioni e buone emozioni”. (Volume 1 pag. 6)

Ecco dichiarato il doppio intento: insegnare ed emozionare, avvicinare alla conoscenza attraverso il coinvolgimento, la commozione, la partecipazione.

E, sempre nell’introduzione, possiamo cogliere la spinta al progresso, all’elevazione sociale e spirituale, che era tipica di quegli anni e che portava gli operai a studiare alle scuole serali per diplomarsi, per innalzarsi al di sopra della massa ignorante.

I bambini desiderano veramente apprendere e capire. Non è forse vitale che essi imparino, come e meglio del papà, della mamma e dei fratelli maggiori, se questo è appena possibile?”

E chissà quanti talenti letterari, quanti orecchi ritmici, non siano stati incoraggiati dalla lettura di Racconti e fiabe e Poesie e Rime, due volumi che insegnavano ad amare le parole, spronando la fantasia, il senso del reale ma anche del magico, del mistico, del fantastico, con poesie tratte dalla cultura di tutto il mondo, con brani di Pascoli, Belli, Wanda Bontà, Cardarelli, Carducci, D’Annunzio, De Amicis, Fucini, Ada Negri, Palazzeschi, Pezzani, Saffo, Ungaretti.

Le poesie erano ridotte e riadattate per i bambini, secondo una moda che tendeva alla condensazione dei classici per l’infanzia, ma anche dei best seller per adulti, sulla scia di Selezione del Reader’s Digest che pubblicava "riassunti" di romanzi della letteratura contemporanea, concentrando in 20/30 pagine l'intera trama, salvando alcune descrizioni e dialoghi dell'originale.

Ciò che la raccolta de I Quindici si proponeva, rispecchiava in pieno l’ideale di un’intera epoca: “creare una generazione migliore, aperta alla bellezza, alla verità, alla bontà”. Quello di bontà è un concetto che ritroviamo anche nel jingle iniziale delle contemporanee fiabe sonore della Fabbri.

Forse perché influenzati dai programmi ministeriali della DC, a loro volta fortemente condizionati dalla chiesa cattolica, non ci si vergognava allora a parlare di bontà e di onestà, a considerarle valori da trasmettere alle generazioni future, fini cui tendere per il miglioramento del singolo individuo e, di conseguenza, della società tutta.

Non sarebbe male se, ogni tanto, qualcuno se ne ricordasse anche oggi.

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The salesman of Childcrafti rang the door, well dressed and with a briefcase. It was the early sixties, the serial instalments invaded the houses, a sign of an emancipation within everyone's reach, of a tangible social progress made up of concrete things, such as cars, holidays, the bottled wine, the refrigerator, the kids' TV. Intimidated housewives and grandparents made him sit in the good living room, offering coffee and spirits. With dignity and refinement, he opened his briefcase and showed new samples of books that would mark an entire generation, stimulating curiosity and imagination, forging the taste of many of us.

Childcraft was widespread from the mid-sixties to the mid-seventies.

The perplexed parent or grandfather barely dared to point out that the boy / girl still could not read but the fierce representative had ready the photo of the hippopotamus as big as six bathtubs, taken from Life around us, showing how the books were full of intuitive figures and immediate understanding.

The encyclopedia was made up of fourteen thematic volumes, aimed at children up to 10 years old - boys of that time, who did not know Ipad and playstation and were used to going to bed after Carosello - plus a volume dedicated to parents (You and your child ) which was very successful given the scarcity of writings on the subject then available.

 

 

The books were characterized by multicolored backs that created an unmistakable and recognizable rainbow from a distance on the home shelves, and it is precisely this edition, the first and mythical, that we refer to here, the others - black on cream, gold on black, and, again, partially multicolored (2006) - they do not have the same evocative impact.

 

Nobody can forget the number nine, which can be identified by the upper edge that is tattered and dirty from too much use. The children used it continuously to make everything from bookmarks to pen holders made with clothespins, to American sweets like scones, that nobody abroad knew what they were but they made so much modernity, whereas modern, then, was synonymous with progress.

The fifteen colorful volumes covered the arch of knowledge, directing the users towards all aspects of the surrounding world. Some opened their eyes to the wonders of science and technology, others stimulated interest in history, nature , geography .

The volumes were called "the books of how and why", they explained complicated concepts in a simple and immediate way, they had a didactic, popular but also ethical purpose. They pushed heroism, patriotism, the division between evil and good, as it was in the sensitivity of the time, made us eager to know, to explore, to travel, to read, to deepen, they aroused questions and the desire to go further to what the senses showed.

 

"Childcraft(...) is not a treatise nor an encyclopedia, nor a syllabary, nor a school manual. However, your children will find reality in its many aspects and will learn countless things: they will hopefully learn to read better, that is, to collect, with intelligence, exact notions and good emotions ".

 

Here is the double intention: to teach and excite, to approach knowledge through involvement, emotion, participation.

And we can grasp the push for progress, for social and spiritual elevation, which was typical of those years and which led the workers to study in the evening schools to graduate, to rise above the ignorant mass.

 

“Children really want to learn and understand. Is it not vital that they learn, s better than dad, mom and older brothers, if this is as soon as possible? "

 

And who knows how many literary talents, how many rhythmic ears, have not been encouraged by the reading of fairy tales and Poems and Rhymes, volumes that taught to love words, spurring the imagination, the sense of reality but also of the magic, of the mystic, of the fantastic, with poems drawn from culture all over the world, with passages by Pascoli, Belli, Wanda Bontà, Cardarelli, Carducci, D'Annunzio, De Amicis, Fucini, Ada Negri, Palazzeschi, Pezzani, Saffo, Ungaretti.

The poems were reduced and adapted for children, according to a fashion that tended to condense the classics for children, but also the best sellers for adults, on the heels of the Reader's Digest Selection that published "summaries" of novels of contemporary literature, concentrating the whole plot in 20/30 pages, saving some descriptions and dialogues of the original.

 

What the collection of Childcrafti proposed, fully reflected the ideal of an entire era: "to create a better generation, open to beauty, truth, goodness".

Perhaps because influenced by the ministerial programs strongly conditioned by the Catholic Church, we were not ashamed then to speak of goodness and honesty, to consider them values ​​to be transmitted to future generations, for the improvement of the individual and consequently of the whole society.

It would not be bad if, occasionally, someone remembered it even today.

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L'umorismo di Edgar Allan Poe, conclusioni

2 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

L'umorismo di Edgar Allan Poe, conclusioni

6. Conclusioni

Riassumendo, pur non ritrovando in Poe i personaggi tipici dell’umorismo americano, si riscontrano nella sua produzione alcune caratteristiche di quest’umorismo:

ambienti di sapore americano

la frode

il tall tale

procedimenti tecnici come l’uso di grafie errate o citazioni a sproposito

Per quanto riguarda la collocazione dell’umorismo di Poe all’interno di una teoria generale della comicità, possiamo senz’altro farlo rientrare nel comico bergsoniano. Bergson basa gran parte della sua teoria del comico sul concetto di rigidità, rigidità che spazia dall’ambito fisico (chi scivola sulla buccia di banana cui non ha fatto attenzione) a quello spirituale (la rigidità dell’idea fissa e del vizio incorreggibile.)

Il protagonista di The Spectacles compie il suo madornale errore e viene gabbato dalla vecchia Lalande per vanità. Egli è risoluto a non portare gli occhiali, crede che tutti ignorino la sua fortissima miopia che è invece di dominio pubblico. Bon Bon è affetto dal vizio del bere e non sa rinunciare alla possibilità di compiere un buon affare. Il duca dell’Omelette è goloso e superbo. L’editore di X-ing a Paragrab è cocciuto ed estremamente irascibile.

Bergson pensa che la società debba isolare con lo scherno e punire i difetti dei singoli. Questo è ciò che fa Poe. Tutti i difetti e le manie dei suoi personaggi umoristici li rendono ridicoli e provocano le loro disavventure, anche se generalmente queste si risolvono per il meglio. Più che mirare alla correzione della società, sembra Poe usi i difetti dei suoi personaggi per far scattare l’intreccio, il che è ciò che maggiormente lo interessa. Poe disprezza la società, a nostro avviso non spera di riformarla, ma si diverte parecchio a riderci beffardamente sopra.

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