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Folco Terzani, "A piedi nudi sulla terra"

17 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Folco Terzani, "A piedi nudi sulla terra"

di Patrizia Poli

A piedi nudi sulla terra

di Folco Terzani

Mondadori, 2011

Pp. 232

18,00 €

“I valori dipendono dal punto di vista. Per esempio, per i mass media, per il pubblico, un sahdu è rovinato, è un poveretto perché rinuncia agli attaccamenti, alle case, alle cose. Mentre un sahdu, un fachiro, pensa che sono rovinati quelli che rimangono nel samsara. Sono loro che rinunciano alla conoscenza, alla dimensione di grandezza che può essere dio, per perdersi nelle storie materiali nell’illusione”. (pag. 229)

Quando si parla di quest, di cerca, vien subito da pensare al Santo Graal e a Frodo che deve distruggere l’anello del male, ma esiste anche un altro tipo di ricerca, quella interiore, dell’uomo che vive un perpetuo richiamo alla trascendenza.

Folco Terzani, figlio di Tiziano, in A piedi nudi sulla terra, ci racconta l’inquietudine che l’ha condotto a conoscere, nei suoi pellegrinaggi, un uomo votato a questo genere di ricerca, il sahdu Baba Cesare. Terziani conosce Baba Cesare in India, luogo eletto della ricerca spirituale. Per gli indù, la trascendenza è, in verità, immanenza, poiché tutto è dio e conoscere dio significa rendersi conto di questo suo essere ogni cosa. Curiosamente, però, Baba Cesare non è indiano bensì italiano, figlio di un commercialista. Egli ha abbandonato la moglie, una serie di compagne più o meno amate, e alcuni figli mai dimenticati. Il suo percorso è quello tipico del sahdu, dalla vita mondana a quella ascetica, dalla famiglia alla rinuncia. Rinuncia che è il corrispettivo di ricerca.

“Se sei in rinuncia, rinunci a tutti i valori sociali, metti tutto sullo stesso piano: l’oro, i diamanti, una pietra, un cavallo, una foglia, tutto fa parte della composizione del pianeta, no? Di cui siamo parte anche noi. Siamo tutti granelli che compongono il pianeta. Non è una teoria, è proprio così. Dobbiamo avere coscienza di quello che realmente siamo. Appena non dai dei valori sociali alle cose, realizzi che tutto è la creazione del creatore.” (pag. 127)

Solo attraverso la rinuncia a qualsiasi bene materiale – persino ai capelli se diventano oggetto di curiosità e simboli di uno status – come anche a qualsiasi attaccamento affettivo, l’asceta può affinare la sua ricerca interiore, per capire dio, per afferrarne il concetto, per rendergli grazie di averci creato, soprattutto per servirlo. Appena sveglio, il sahdu saluta il sole e riconosce dio, gli fa la puja, l’offerta rituale, la cerimonia. Ungendo di ghee il lingam di Shiva, offrendogli una collana di gelsomini, mantenendo acceso il dhuni, il fuoco sacro, con la cenere sterile e benedetta, egli dà concretezza a dio, lo materializza nella pietra, nell’idolo, nell’oggetto.

Senza contare i ciarlatani, ci sono tanti tipi di asceti in India, dagli aghori che vivono nei crematori, bevono urina dai teschi e assaggiano carne umana, ai fakir, i sahdu musulmani, a coloro che vanno sempre nudi, a quelli che usano il fallo come uno strumento, a chi tiene sempre un braccio sollevato finché non si atrofizza, a chi dorme in piedi. Più generalmente, un sahdu è un uomo scalzo, che vive di semplicità, delle uniche cose davvero possedute, il suo corpo e la sua mente, ed è pronto a rinunciare anche ad esse. Il corpo va mortificato nei suoi bisogni e così pure il cuore, se si vuole davvero trovare l’unione con dio.

“La mortificazione della carne è la liberazione dall’ego. Mortifichi questo ego, lo porti sotto la pioggia o non ti curi di te e di quello che ti può succedere, perché sei parte del tutto. Quindi hai un’idea più ampia, che ti viene dal perdere l’identità, dall’andare oltre gli attaccamenti dell’ego. Perché l’ego cos’è? L’ego è quello che ti dà le paure, no? “Io ho paura?”. Se non ci sei, di cosa hai paura? Sei uno zombie, e uno zombie non ha paura di niente. Non ha paura di essere distrutto, di non essere più “io”, di scomparire, cioè di morire. “Lasciatemi morire!” Il punto è la liberazione dell’io, in nome di dio. E se ci riesci e non ci sei più come entità separata, allora vai oltre la vita e la morte. Sei il Tutto, e il Tutto né nasce, né muore.” (pag. 146)

Baba Cesare è un santo, ma della speciale santità indiana; non lo è per il mondo occidentale. Baba Cesare entra ed esce di galera, proviene dalla cultura post beat generation, freak, psichedelica. È uno degli hippie che negli anni settanta mollavano casa e famiglia e si mettevano in viaggio via terra, senza passaporto, verso l’India, convinti di far parte di un movimento la cui essenza era peace and love. Giunti a destinazione, giravano per gli ashram, finendo poi, inevitabilmente, per affollare le spiagge di Goa, in quelli che oggi chiameremmo rave parties, feste in cui si ballava, si praticava l’amore libero, si fumava il chilum, si assumevano acidi e droghe più o meno pesanti.

“Provi questo, l’altro, provi il peyote, la mescalina, l’erba, i funghi, il veleno degli scorpioni e prendi conoscenza della natura, di quello che cresce sul pianeta, no? Alimentarsi non significa solamente alimentare la parte fisica, significa alimentare anche la mente di conoscenza. […] È dall’inizio del pianeta che l’umanità scopriva le piante, cos’era nutrimento, cos’era medicina, cosa dava un effetto particolare.” (pag. 56)

Anche in questo c’è chi si ferma allo sballo e chi va oltre, continuando la ricerca, usando la droga come esperienza per superare i confini sensoriali, per espanderli, per sentirsi parte della natura, in comunione con l’universo e con dio. Dall’incontro con Baba Cesare e con molti altri sahdu, Folco Terzani trae un insegnamento di vita senza precedenti, un’esperienza che solo l’India e la sua spiritualità può offrire.

“Ho riscoperto la bellezza degli elementi – l’acqua, la terra, il fuoco, l’aria. Mi sono sentito felice camminando sulla terra, facendo il bagno nei fiumi freddi dell’Himalaya, stando accucciato accanto alle fiamme di un fuoco, respirando spazio.” (pag.14)

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Lorenzo Spurio, "Jane Eyre Una rilettura contemporanea"

16 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Lorenzo Spurio, "Jane Eyre Una rilettura contemporanea"

di Patrizia Poli

Se una caratteristica distingue l’odierna critica letteraria è la multimedialità e l’accostamento della letteratura “alta” a mezzi espressivi non convenzionali e non immediatamente ad essa correlati, dalla narrativa di genere, al cinema, fino ai giochi di ruolo. La smitizzazione del mother text è accompagnata da un’estrema semplificazione del linguaggio critico e da un utilizzo di veicoli non tradizionali quali, ad esempio, le interviste virtuali.

In “Jane Eyre, una rilettura contemporanea”, Lorenzo Spurio si avvicina al testo originale di Charlotte Bronte, per poi allontanarsene, compiendo un excursus su una serie di rewriting successivi e adattamenti anche cinematografici e televisivi, a partire dal famoso prequel del 1966, “Wide Sargasso Sea”, per finire con la parodia mash up del 2010, “Jane Slayer”, dove la protagonista si trasforma in ammazza vampiri.

Invece di puntare sugli aspetti classici e tipici del romanzo della Bronte, come la travagliata infanzia di Jane a Lowood e l’amore romantico per il tenebroso Rochester, Spurio mette in evidenza caratteristiche secondarie, ma interessanti, amplificate dalle riscritture successive.

La prima di queste peculiarità è l’aspetto gotico del testo, con continui richiami a “Northranger Abbey” di Jane Austen.

L’altra è senz’altro l’importanza focale data al personaggio minore di Bertha Mason. Laddove la Bronte non ci spiega le ragioni della pazzia che affligge la prima moglie di Rochester, nei prequel e sequel presi in esame da Spurio, Bertha giganteggia con tutto il suo passato tropicale. Si ha compassione, e c’è addirittura rivalutazione, del personaggio. In ogni versione, Bertha presenta aspetti diversi ma è sempre connessa col riso demoniaco-animalesco e col fuoco, entrambi simboli del male, così come con la natura vampiresca del suo morso.

Nel suo saggio, Spurio prende in esame il colonialismo e si spinge fino a concludere che la Bronte ha inteso punire con la cecità Rochester per il suo razzismo, più che per l’inganno e l’amore adulterino nei confronti dell’ingenua Jane.

Mettendo in risalto la generica benevolenza della Bronte verso gli schiavi e le donne, Spurio tocca temi alternativi e affascinanti. Si parte dal Codice Nero, promulgato nel 1685, a sancire il concetto di schiavo come oggetto, si continua con “A Vindication of the Rights of Women”, dove Mary Wollstonecraft (Shelley), in polemica con Rousseau, rivendica i diritti delle donne, per finire con la magia nera Obeah, trapiantata in America dall’Africa, e simile al Voodoo di Haiti, patria degli zombie.

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di Ida Verrei: Un viaggio allucinato nell'impossibile

15 Gennaio 2013 , Scritto da ida verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

di Ida Verrei: Un viaggio allucinato nell'impossibile

Fiori Ciechi

Maria Antonietta Pinna

Annulli Editori, 2012

pp.137

9,00

di Ida Verrei

Due racconti lunghi, un viaggio allucinato nell’impossibile, “Fiori Ciechi” di M. A. Pinna, è una singolare avventura letteraria.

Il primo racconto, che dà il titolo al libro, non è un romanzo, pur se ne possiede la struttura e ne conserva alcuni elementi; non è una fiaba, non si conclude con “…e vissero felici e contenti…” Ma della fiaba ha la suggestione e il mistero: immaginario e reale si fondono come nella dimensione onirica e possiedono lo stesso valore; niente appare arbitrario, ma necessario e fatale; tutto esiste, perché la trasfigurazione fantastica, legata al paradosso, rende verosimile l’illogico.

In un tempo non-tempo, in uno spazio non-spazio, parallelo e avvinto alla realtà, si consuma un dramma-rappresentazione, proiezione fantasmatica del mondo contemporaneo.

Nonno Petalo, racconta”.(pag.11)

“… Sì. Dimmi dei garofani bianchi, come sono nati?”

Tanto tempo fa, agli albori della nostra civiltà, esistevano soltanto garofani rossi (o almeno così sembra), e i fiori-Dei circolavano liberamente per le strade di Florandia…” (pag. 13)

Inizia così questo inconsueto viaggio nel surreale, tutto sembra lieve, delicato, un mondo fatto di petali colorati, delle lacrime di Skotos (la notte) che danno origine a garofani neri, e di quelle di Rais (il sole) che generano garofani gialli; un mondo senza padroni, “dove ci si accontenta di poco. Del vento, del sole, di poca terra, di un flebile raggio di luna…” Ma Florandia non è questo universo idilliaco, è una Repubblica di fiori ciechi, aridi, incapaci di vedere il lato poetico della vita… perché per loro la vita è la canzone stonata di un solista… (pag. 25)

Man mano che si procede nella vicenda, ci s’imbatte in inquietanti analogie con la società attuale: lotte per il potere, il prevalere d’interessi individuali, della forza e della sopraffazione. Ma a leggere con attenzione, non sono questi i temi principali del racconto. Guerra, prepotenza, odio razziale, elaborati dalla fantasia dell’autrice, calati in un fantastico paradossale, rimandano ad angosce esistenziali che da sempre tormentano l’uomo: la ricerca dell’identità; la conservazione della memoria, perché

chi è senza memoria non ha futuro. E un oggetto in sé non è niente…”(pag.72)

il terrore del tempo che passa:

“… qui si cattura l’ombra, così si elude in qualche modo la sorveglianza che il tempo esercita su di noi… L’immagine è nostra, non invecchierà mai… Si esorcizza la morte…” (pag.71)

la ricerca dell’Idea, che non è soltanto riconducibile allo struggimento dello scrittore che scava dentro e fuori di sé, ma è soprattutto ricerca del senso della vita, bisogno di indagare il destino, il suo acre sapore escatologico… E l’espediente narrativo a cui ricorre l’autrice, è l’irrompere di un improvviso io narrante, Tibbs e Tibbs, l’artista e la sua ombra, un “doppio” inconsueto, dove la dualità non riguarda la distinzione tra bene e male, ma tra possibile e impossibile, un mezzo per abbattere i limiti della corporeità.

Inizia così un viaggio allucinato del protagonista all’interno del proprio cervello, un percorso nell’assurdo per raggiungere il luogo della creatività, alla scoperta di quell’Idea che non muore perché non si può ammazzare un’idea, sia essa buona o cattiva… L’idea ride… sul cadavere di chi avrebbe voluto ammazzarla… va… e si perde nel mondo. (pag.99)

Anche nel secondo racconto, Probobacter, forse meno fantasioso del primo, ma altrettanto al di fuori di ogni logica convenzionale, ci addentriamo in un mondo delirante: immagine amplificata di ciò che l’ottusità dell’uomo può causare. Anche qui due piani di narrazione: il mondo soffocato dai rifiuti urbani, in un parossismo di allucinazioni iperboliche, e la ricerca scientifica per la soluzione del problema, sperimentazione esasperata che condurrà alla distruzione dell’uomo stesso, con la creazione di un batterio killer che finirà col divorare uomo e rifiuti.

Visioni d’incubo, il sogno, la malattia, e ancora un “doppio”, ma questa volta è il riflesso nello specchio e il suo significato allusivo:

“…mi guardo e vedo un tizio che non conosco, un corpo estraneo…” “Chi sei?” “Io sono tu, e tu?” “Anch’io…” (pag.133)

Anche qui, al messaggio palese del tema ecologico, si affianca quello più profondo dell’angoscia di morte; del silenzio; dell’incomunicabilità, la paura di perdere “occhi e bocca”, “…un silenzio affilato di lama che uccide senza rumore”. (132)

In entrambi i racconti, Maria Antonietta Pinna è molto abile nella tecnica dello straniamento:

“Pistillo, fiore cieco e arido si è comprato uno Stradivari senza neanche saperlo suonare; (pag.76) oppure: l’Idea, sì, l’ha vista, è passata di qua. Le è sembrata… come dire… Un po’ incinta; (pag.75) o ancora: Questa povera mosca moribonda… Probabilmente pensa che siamo repellenti. In una parola le facciamo schifo… “ (pag.134)

L’autrice gioca con la fantasia, con le parole, con le immagini; sovrappone i livelli semantici; contrappone primi piani e punti di vista; usa dialoghi a più voci. Il tutto dà origine a un insieme singolare, insolito, che confonde il lettore, lo costringe a leggere e a rileggere, a fermarsi e a riflettere, a decifrare messaggi e simbolismi e, attraverso uno stile veloce, immediato, ma armonioso e musicale, restituisce il gusto della lettura.

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Giuseppe Benassi, "L'omicidio Serpenti o l'enigma del bosco sacro"

13 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 Giuseppe Benassi, "L'omicidio Serpenti o l'enigma del bosco sacro"

di Patrizia Poli

“L’omicidio Serpenti o l’enigma del Bosco Sacro”

di Giuseppe Benassi

Bastogi, 2010

15,00

Come sempre in Benassi, il giallo è un pretesto per parlare di cultura esoterica, di percorsi alchemici, ai quale egli si accosta non da adepto ma da studioso, affascinato seppur disincantato. In questo romanzo – secondo di una serie che ha per protagonista l’irriverente avvocato Borrani – più che negli altri due, i personaggi restano sullo sfondo, sono incolori come la vicenda attorno a cui ruota la trama, cioè l’omicidio del bel Rosario Serpenti, orafo ex salumiere, che, già dal suo nome, è più di ciò che appare. E tutto davvero si gioca sul contrasto fra ciò che sta dietro alle cose e l’apparenza, fra l’onirico e il reale.

“Pensò nel sogno la sua vita come un’infinita e sempre mutevole galleria di visi o di musi, di volti e di ghigni che si affacciano, salutano, dicono qualcosa o non dicono niente, e poi svaniscono nel nulla.” (177)

Non ci interessa poi tanto – e non interessa neanche all’autore – scoprire perché Serpenti sia stato ammazzato e, in questo secondo romanzo, non ha gran posto nemmeno l’interiorità del protagonista alter ego dell’autore. Tutto lo spazio è occupato dalla speculazione artistico - filosofica che porterà allo scioglimento (nemmeno poi tanto) dell’enigma del Bosco Sacro. Senza svelare troppo, diciamo che, se un filo conduttore c’è nella storia, è quello che parte dal paganesimo rinascimentale e porta fino al surrealismo di de Chirico.

“La psicoanalisi e il surrealismo”, ci spiega Borrani/Benassi, “hanno riaperto la mente dell’uomo, l’hanno ripopolata delle divinità pagane, dopo che, alla fine del cinquecento, Riforma e Controriforma si son date la mano per spegnere la capacità immaginativa di cui il rinascimento, attingendo alla classicità, è stato l’esempio più alto.” (pag 120)

Di questa capacità immaginativa è paradigma concreto il fantastico giardino di Bomarzo, o Sacro Bosco, con le sue forme bizzarre, improbabili, con i suoi mostri, i tempietti e le case inclinate, simboli forse alchemici, congiunzioni di opposti. In questo bosco Rosario Serpenti ha un’esperienza da iniziato, tramite l’olandese Dietrich, suo “maestro”, sorta di Dorian Gray che lo corrompe e, insieme, gli apre la mente. Rosario Serpenti viene ucciso quasi per espiare la colpa di essersi evoluto, trasformato da salumiere in anima libera, in gnostico che non conosce più i confini fra maschile e femminile, fra dentro e fuori, ma diventa una figura androgina, emancipata da convenzioni e moralismi. Oltre all’esperienza mistica-sessuale nel sacro bosco, fondamentale per lo sviluppo di Rosario (che nel cognome già prefigura una specie di uroboro) è la visione dei quadri di De Chirico.

“De Chirico, all’inizio del ‘900, legge le pagine di Nietzsche su Dioniso, e, illuminato da quelle letture, capendo all’improvviso che la rimozione del paganesimo fu uno dei più tragici errori della storia delle idee.” (pag120)

Sono di De Chirico, infatti, le tele che vengono ritrovate in possesso di Serpenti dopo la sua morte. De Chirico apre la mente, sposta i confini di là dal bene e del male e per questo Serpenti dovrà pagare, e, attraverso lui, l’autore punire se stesso ed esplicitare il proprio senso di colpa latente.

Lo stile del romanzo è quello, escatologico/scatologico, tipico di Benassi, che alterna citazioni colte con volgarità da bar sportivo. Traspare come sempre la poca simpatia che l’autore ha per i suoi simili, che sono solo comparse in sogni surreali, che hanno ghigni e non volti, fisicità da sfruttare sessualmente più che anime da abbracciare. Le parti più belle sono quelle, quasi inconsapevoli, dove Benassi dimentica per un momento di voler essere antipatico a tutti i costi e si lascia andare a descrizioni liriche e sentite del paesaggio toscano, con la sua luce, il suo mare, le punte dei cipressi illuminate dal tramonto.

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Alessandro Seveso, "Parole Infinite" recensione di Ida Verrei

10 Gennaio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #recensioni

 “Parole infinite”

 di Alessandro Seveso

 

“Il tempo porta con sé tutti gli elementi della vita, può capitare che persone del passato tornino, prima o poi…”

La nostalgia è l’elemento dominante nell’opera di Alessandro Seveso, una nostalgia velata di malinconia, di mestizia, ma con la dolcezza di memorie dissepolte, che tornano lievi, in una sorta di mescolanza con l’onirico.

Due amiche, un viaggio in Norvegia, un’isola dal fascino misterioso, una casa accanto al mare, con l’anima benefica e protettiva; il ritrovamento, tra mobili impolverati, di fogli ingialliti dal tempo: lettere, inconsueta corrispondenza tra un vecchio e una giovane donna, uno zio e una nipote.

Inizia così un singolare romanzo epistolare, dove l’io e il tu si raccontano, una sorta di  diario a due voci, dove le distanze spazio-temporali sembrano non aver peso: due mondi lontani, che non si incontreranno mai, si incrociano e si rivelano.

È un intreccio di emozioni. Da un lato “lei” , la donna giovane e vitale che parla di un universo fatto di cromatismi, di suoni, di voci e volti, dove il Fado portoghese fa da colonna sonora e il tramonto variegato di Coimbra da scenografia; dall’altro “lui”, l’anziano uomo che vive nel freddo, tra le brume di Capo Nord, in una dimensione surreale, nel paesaggio di scogliera, dove prendono corpo i fantasmi del passato, ma anche simbologie che sono tensione verso la vita, “parole infinite” per “soddisfare una fantasia che vorrebbe andare oltre…”

Una miriade di personaggi accompagna la vita di Cristina, la nipote; un susseguirsi di eventi, di storie quotidiane, ma anche straordinarie; di sogni che si realizzano, di incontri che esaltano.

Più sfumato appare il mondo di Federico, lo zio: come appannato dalle nebbie dell’isola di Gørenleskine, un puntino quasi invisibile, dovei i giorni trascorrono lenti, segnati dalle maree, dal rumore delle conchiglie sul muro sospinte dal vento, dal volo dei gabbiani. E su tutto domina il Faro, metafora di luce salvifica, bagliore che illumina il cammino, ma che rischiara anche il passato, riporta i ricordi.

Alessandro Seveso costruisce, così, un insolito carteggio, dove la comunicazione è condivisione, ma anche scavo interiore, flusso di immagini, di parole, Ed è molto abile  nel coniugare il dialogo interpersonale con l’espediente letterario dell’epistola, dove la presenza dell’altro, continuamente evocata, libera il fluire del racconto dalla necessità di una voce narrante.   

Autore e lettore diventano insieme spettatori dei due mondi che si raccontano: le due vite separate si snodano in percorsi lontani, che pure appaiono legati da un motivo comune: l’attesa di un ricongiungimento che sia risoluzione del dualismo; di “quell’io e quel tu”, ricomposti in una dimensione atemporale. 

Sarà ancora una missiva, l’ultima, a riannodare quei frammenti di vita.

 L’autore, con vero talento narrativo, riesce a donarci nella conclusione del romanzo l’emozione di una scoperta, che è rivelazione, appunto, della coincidenza possibile tra realtà e fantasia: se narrare è comunicare, le parole infinite, nella finzione letteraria, possono misteriosamente creare l’illusione consolatoria di un dialogo senza fine,  superamento di ogni limite, lenitivo della solitudine interiore.

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