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raffaella saba

Dicembre: apparecchiamo le nostre pance

22 Dicembre 2014 , Scritto da Raffaella Saba Con tag #raffaella saba, #unasettimanamagica

Dicembre: apparecchiamo le nostre pance

Finalmente è arrivato. L’ultimo mese dell’anno con le giornate più corte, le piogge improvvise, l’odore delle caldarroste agli angoli delle strade, i passi frettolosi di chi torna a casa, con i buoni propositi per il nuovo anno, con i bilanci di quello appena trascorso. Ah, Dicembre… fa tanto “casa dolce casa”: con le prime nevi sui monti, le vetrine addobbate, le vacanze imminenti. Dicembre è anche il mese dove si mangia di più, dove si continua a ripetere “da domani a dieta!” (ma si tratta, ovviamente, di un imprecisato giorno di un ipotetico anno solare) ma si mangia tanto e quanto il giorno prima, dove anche quando non ce la si può fare… l’arancina della nonna la si deve mangiare! E ricordiamoci: il mangiare è fimmina, preparato da fimmine, che siano esse casalinghe o monache.

Dopo di che, ti sentirai sbutriato ma sarai enormemente, incommensurabilmente, F-E-L-I-C-E.

Sbutriato: questa parola siciliana mi ha affascinato fin dalle prime volte che ebbi modo di sentirla da un cugino di mio marito che, dopo luculliani pranzi festivi, intercalava ogni momento con un Raffaè, tutto a posto? a un Raffaè, oggi la finiremo sbutriati. Ho chiesto agli amici dello StrEat Palermo Tour una consulenza culinaria-lessicale e così ho avuto modo di verificare il possibile significato della parola. Affermano che, considerate le origini anche spagnole del siciliano, ci potrebbe essere un’assonanza con la parola buitre che in italiano si traduce con avvoltoio, mangiare come un avvoltoio. Dunque comer como un buitre = que comes mucho y en poco tiempo. Puede ser que también porque no aprecies la comida ni el sabor. Solo quiere comer. E nel caso siciliano si mangia per apprezzare pranzi, cene, merende e pure prediligendo il gusto. Perché per i siciliani, scrive il Basile, la cucina è cultura e soprattutto piacere. Ed è il nostro professore a risolvere ogni dubbio. Ha gentilmente risposto alla domanda rivoltagli e così sappiamo che all’infinito (tempo verbale) il termine fa “sbutrari, cioè mangiare avidamente. Secondo il professore Giarrizzo viene da un termine greco che indica la pancia gonfia.”Ma secondo il Basile c’è una connessione anche con il termine buturu, che in siciliano è l’avvoltoio. Ovvero lo spagnolo buitre.

Non so a voi, ma a me è venuta fame solo a pensare.

Quali sono gli appuntamenti dove onoriamo, con una ricca tavola imbandita, i Santi della tradizione?

La Sicilia è così variegata che un aspetto del suo essere può brillare di luce diversa anche se ci si sposta di mezzo chilometro. Uno di questi aspetti è il cibo. Ecco quali sono le date che dovete segnalare alla vostra pancia, se volete venire a Palermo a dicembre:

8 dicembre – Immacolata Concezione

13 dicembre – Santa Lucia

25 dicembre – Natale

31 dicembre – Capodanno

La festa dell’Immacolata Concezione, la Festa della Madonna, a Palermo si festeggia con la solenne processione che dalla Chiesa di San Francesco D’Assisi porta alla piazza antistante la Chiesa di San Domenico passando da via Roma. Nella piazza c’è una colonna di marmo eretta grazie alle spese sostenute da Carlo VI d’Austria. La statua fu modellata da Giovan Battista Ragusa.

La sera prima, il 7 dicembre, si usa mangiare lo sfincione.

Lo sfincione è il tipico cibo da strada. Lo si trova ovunque, in panificio come pure sotto casa mia, dove passa la domenica mattina il tipo con carretto ambulante. La parola deriva dal latino e significa spugna. È una sorta di focaccia molto alta e morbida, spugnosa appunto, e molto simile alla pizza. Si condisce con cipolle, aggiughe, pomodoro, origano, pangrattato e caciocavallo. Alcuni hanno l’ingrediente segreto: il provolazzo, la polvere della strada, condimento per alcuni imprescindibile e ricco di gustosità variegate. Potrete assaggiare questo gustoso elemento tipico dello street food prenotando il tour con Marco.

Nella mia famiglia lo prepara quel grande uomo di mio suocero.

Per me resta e resterà il migliore. Ha il sapore della lentezza, delle cose fatte in casa con tempi e modi regolati da questa grande persona. Grande uomo. E grande fame. Perciò vi lascio e vado a mangiare che è beddu cavuru!

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Le stanze al genio

17 Luglio 2014 , Scritto da Raffaella Saba Con tag #raffaella saba, #luoghi da conoscere

Le stanze al genio

Quanti musei, quante chiese e attrazioni mi mancano da visitare a Palermo? Direi che ho perso il conto, anche perché per una che ne vedo, due le chiudono e quattro ne aprono. Decido di andare a vedere una casa museo gestita dall’associazione culturale Le stanze al Genio, nata a Palermo nel 2008 con l’intento di valorizzare e rendere fruibile al pubblico un patrimonio storico e culturale costituito da maioliche antiche e oggetti di vario tipo (scatole e giochi di latta, scatole di pennini e colori, piatti e altro ancora).

Prendo nota del numero di telefono e chiamo per fissare un appuntamento. Ricordatevelo! Non andate sotto quella casa-museo ad muzzum, non vi aprirà nessuno altrimenti. E poi è una coccola: una visita personalizzata non te la garantisce nessuno, a fronte di un biglietto dal costo identico a quello di ogni museo che si rispetti. Dove si trova? La Casa si trova in via Garibaldi 11, una delle vie più antiche del centro storico di Palermo dove hanno sede i più antichi berrettifici della città nel cuore del quartiere della Kalsa. La sede si trova all’interno di una abitazione privata in una parte del piano nobile di Palazzo Torre, ora Piraino. L’edificio, costruito tra il 1500 e il 1600, appartenne alla famiglia Fernandez di Valdez, ora passato di proprietà.

Alla collezione appartengono quasi 2300 pezzi di rara bellezza e fattura. Iniziata più di trenta anni fa ora rappresenta la più vasta collezione di maioliche di tutta Europa. La maggior parte sono della prima metà dell’Ottocento mentre alcune sono datate tra la metà del Cinquecento e del Seicento; solo cinque sono del Novecento. La guida mi spiega una caratteristica rappresentata dalla dimensione: più sono piccole le mattonelle più sono antiche. Mi accoglie nella prima sala, un disimpegno con una pavimentazione di recente fattura e una ricca collezione alle pareti di pezzi rigorosamente fatti a mano, esempi di scuole siciliane e napoletane dove si possono riconoscere anche le famiglie degli artigiani che forgiavano simili maioliche. I colori catturano l’attenzione per le loro sfumature. Mi viene spiegato che è impossibile riprodurle in scala industriale perché il colore veniva fatto a mano, la maiolica dipinta e poi cotta in forno. La cornice di legno che riveste le maioliche serve a proteggerle dall’umidità.

I decori riproducono modelli geometrici, floreali e alcuni imitano lo stile della stanza che andavano a decorare. Infatti mi mostra alcuni esempi nella seconda sala, la cucina, dove trovo mattonelle per una sala degli arazzi. Si prosegue poi nella sala-soggiorno (chiamata anche Sala dei fiori per la presenza di un dipinto sul soffitto che richiama il tema) per finire nella sala-salotto (detta Sala neoclassica, perché sul tetto sono presenti evidenti richiami allo stile dell’epoca). Ogni maiolica ha la sua storia e la sua particolarità (dalla scuola di provenienza, alla sua prima posizionatura fino ad arrivare alla vendita per asta e al suo attuale posizionamento). Ci si potrebbe passare delle ore.

La visita è durata all’incirca quaranta minuti. Non vi resta che prendere appuntamento!!

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Il "suo" biancomangiare è ora anche un poco mio

2 Luglio 2014 , Scritto da Raffaella Saba Con tag #raffaella saba, #luoghi da conoscere

Il "suo" biancomangiare è ora anche un poco mio

Evelin è una ragazza timida e riservata, con una spiccata attitudine: l’empatia. Riuscirebbe a trovare il meglio anche nel peggiore dei nemici di ognuno di noi. Ci siamo conosciute per motivi di lavoro: lei e il suo compagno avevano un b&b in una strada parallela alla nostra. Abbiamo iniziato nello stesso periodo, mese più mese meno, trovando da subito un’idea comune: accogliere gli altri condividendo gli spazi della nostra casa era una forza e non una privazione.

Le circonvoluzioni della vita hanno portato lei e il compagno a intraprendere un’altra avventura lontano da Palermo. Ma è una lontananza fisica, non senti/mentale. Ora dipinge (ecco il suo blogartistico), pubblica libri di ricette (davvero squisite) e scrive nel suo blog dedicato a Palermo ricette, curiosità legate ai piatti che prepara, tradizioni e luoghi.

La seguo da tanti anni, sbavando dietro ogni singola foto di manicaretti deliziosi. Questa volta ho deciso di cimentarmi in una ricetta di un dolce siciliano. Ero alla ricerca di qualcosa di nuovo da proporre per la colazione ai miei ospiti. Qualcosa di semplice ma accattivante, magari qualcosa con una storia alle spalle da poter raccontare. Così mi sono imbattuta nel Biancomangiare.

Cos’è? Il piatto è di origine medievale, può essere dolce o salato. Il suo colore bianco richiama la purezza (per la storia del piatto cliccate qui). La versione dolce la preferisco alla salata. Lo sciroppo di pistacchio esalta il connubio di latte di mandorla e cannella e i miei ospiti hanno gradito anche la storia che si racconta attorno a questo dolce.

A Palermo il biancomangiare compare per la prima volta nello scritto di Giuseppe Pitrè in La vita in Palermo cento e più anni fa. Nel Settecento, dunque, il dolce era presente in città e caratterizzava il monastero di Santa Caterina (in piazza Bellini, esattamente di fronte alla Chiesa della Martorana). Si legge nel testo del Pitrè:

Tutti i pasticcieri della città gareggiavano nel comporre d’ogni maniera ghiottornie: ma chi poteva mai raggiungere la squisitezza delle feddi (fette) del Cancelliere, dei frutti di pasta dolce di mandorle della Martorana, del riso dolce del Salvatore? Tutti preparavano conserva di scursunera (scorzanera): ma nessuno attingeva alla perfezione di Montevergine, come nessuno a quella della cucuzzata (zucca condita) e del bianco mangiare (specie di gelatina di crema di pollo) di S.a Caterina. Molti menavan vanto del loro pane di Spagna ma in confronto a quello della Pietà, qualunque dolciere doveva andarsi a riporre, lasciando che questo si contrastasse il primato con lo Stimmate nella bellezza delle sfinci ammilati, che pure nel medesimo monastero assurgevano a squisitezza impareggiabile nella forma delle sfinci fradici, composte di uova e panna.”

Del dolce era ghiotto anche Don Fabrizio, il personaggio del Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che durante il ballo, si siede ad un tavolo per parlare e gustare un prelibato dolce:

Mentre degustava la raffinata mescolanza di biancomangiare, pistacchio e cannella racchiusa nei dolci che aveva scelti, don Fabrizio conversava con Pallavicino e…”

Se ho scoperto il biancomangiare lo devo alle curiosità che ha scritto la mia cara amica nel suo blog, dove trovate la ricetta: ora non vi resta che provare.

Grazie Evelin!

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Qanat

7 Giugno 2014 , Scritto da Raffaella Saba Con tag #raffaella saba, #luoghi da conoscere

Qanat

Sono scesa ai Qanat almeno due volte. Dicono: “non c’è due senza tre” e spero sia a breve e magari per un altro percorso sconosciuto. Perché scendere sotto terra ho capito che mi piace davvero tanto.

Ma cosa sono i Qanat?

È un sistema di rete idrica costruito dagli arabi; sono cunicoli scavati a 10/15 metri sottoterra che vengono introdotti nell’isola tra il IX e l’XI. I tratti esplorati sono pochi rispetto a quella che doveva essere una vasta e complessa rete di gallerie, estesa tra la città e la campagna attuale della città. Infatti si possono visitare i qanat del Gesuitico Alto e del Gesuitico Basso (perché i terreni dove sono stati scoperti i qanat erano anticamente possedimenti gesuitici).

L’esistenza di queste condotte spiega il fiorire nella Palermo araba e normanna di fontane, peschiere, bagni pubblici, canali di acqua e giardini lussureggianti (cosa che ora sono solo nella mente dei sognatori).

Mi affascina sapere che la tradizione popolare palermitana rimanda questi canali ai camminamenti utilizzati nel Settecento dagli affiliati alla misteriosa setta dei Beati Paoli. Questo è un altro mistero della città, magari prima o poi mi verrà fuori un post sul tema.

Per poter scendere ai qanat occorre organizzare un gruppo di minimo dieci persone (oppure chiedere di essere inseriti in un altro gruppo che ne fa richiesta). Accompagnati da una guida esperta del CAI centro alpinistico italiano), si scende sotto terra e si inizia l’avventura. Questa volta il luogo dell’appuntamento è in periferia, nel quartiere Altarello, presso la casamatta dell’Amap (azienda dell’acqua). Sono emozionata: non è roba da tutti i giorni scendere sottoterra per attraversare canali ricchi di acqua e costruiti dai predecessori secoli fa. Dopo aver indossato impermeabile, casco e imbragatura scendo per circa 10 metri delle scale ripidissime.

Una volta sotto mi si riempiono subito gli stivali di acqua. La forza dell’acqua è aggressiva e gli stivali in dotazione sono bassi. L’avevano detto: “portatevi un cambio completo. A volte è necessario perché non sappiamo quanta portata d’acqua può esserci”. Il giorno acqua ce n’era. E pure tanta!!

Il cunicolo ha un’altezza media di 1,60 e la larghezza che varia da dà la guida, seria e competente.

Il percorso dura 45 minuti, con una discesa ulteriore in un cunicolo scavato ancora più sotto il livello del precedente. La risalita, con gli stivali pieni di acqua, è faticosa. Ma ne è valsa la pena.

È un viaggio affascinante tra cunicoli ricchi di acqua, abitati da radici che silenziose si dissetano e da qualche reperto stratificato nel tempo.

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Frequently Asked Questions. Ovvero cronache di straordinaria quotidianità.

26 Maggio 2014 , Scritto da Raffaella Saba Con tag #raffaella saba, #luoghi da conoscere

Frequently Asked Questions. Ovvero cronache di straordinaria quotidianità.

1) Non vi mette a disagio avere sempre persone in casa?

2) Perché avete deciso di privarvi del vostro spazio?

3) Da quanto anni avete il b&b e come è nata l’idea?

L’ordine non è casuale. Chi viene al b&b, sia per lavoro, che per vacanza, per trovare amici o per una visita al parente in ospedale, mi rivolge sempre la stessa domanda: se mi infastidisce avere persone per casa. Mi sembra un controsenso. Non avrei mai dovuto aprire un b&b se non pensassi che il conoscersi è ricchezza, che la condivisione degli spazi non è privazione. Ma capita, è vero! Che non scatti l’alchimia con certe persone. In questi ultimi dieci anni, però, posso citare alcuni episodi su una mano soltanto. Insomma, una goccia nell’oceano.

Mi piacerebbe parlare della nostra avventura partendo dall’ultima domanda. Di quanto siamo stati temerari nell’aprire pur non avendo in mano il mestiere ma solo la voglia di accogliere persone e conoscere storie.

Una cronaca della quotidianità, fatta di luoghi visitati virtualmente, di alcuni sbagli, di persone che ritornano, che consigliano, che ci scrivono, di drastiche decisioni e di incontri entusiasmanti.

Ma quando è iniziato tutto questo?

Sono oramai dieci anni che il b&b è aperto. Ma non è tutto merito nostro. Se non ci fosse stato il suggerimento della signora Angela non so se il b&b… La signora Angela è la pioniera dei b&b di Cagliari. Siamo stati da lei tante volte il primo anno che ho conosciuto il mio compagno. Nel mio cuore è la donna che ci faceva compagnia mentre facevamo colazione, imburrando le mie fette biscottate come una mamma, raccontandoci la sua vita, motivando la scelta del b&b e soprattutto coinvolgendoci con la sua dirompente allegria. Non vi racconto tutta la sua storia, perché magari avrà il piacere lei se andate a trovarla qua.

Lei ci ha consigliato di intraprendere questa avventura. La decisione di trasferirmi a Palermo è stata meno drammatica del previsto con questa soluzione. C’era l’amore, ma senza il lavoro… Così abbiamo aperto il b&b, girando per uffici che non comunicavano tra loro, aspettando per mesi autorizzazioni che si perdevano nei corridoi del potere, fino a quando nel gennaio 2004 abbiamo avuto il primo ospite: un rappresentante di strumenti musicali che ancora oggi sceglie noi per soggiornare a Palermo!

Sfogliando il guestbook ripercorro mentalmente gli incontri fatti. Come una maestra con tutti i suoi vecchi alunni: li ricordo, viso per viso e storia per storia, tutti quanti. Come Nagesh e Judit, due medici che lavorano negli Stati Uniti.

Oppure Elena e Giuseppe, tornati per una seconda volta da noi, stracolmi di vitalità contagiosa.

Ma è divertente anche notare come viene percepita in modo differente la città. Il ragazzo giapponese, tradotto poco dopo da una sua concittadina in viaggio nel Belpaese per perfezionare la lingua, considera Palermo una città tranquilla… mah!

Palermo è una città meravigliosa vivendola con gli occhi del viaggiatore. E così la voglio percepire ogni giorno: sia perché l’ho scoperta come turista sia perché continuo a scoprirla come tale. Imbattersi nella quotidianità è dura. Si possono fare corposi elenchi di ciò che non va. Ma qui voglio parlare degli incontri con turisti di ogni parte del mondo che si entusiasmano per gli scorci che offre la città, per i tramonti sul mare, che talvolta si indignano per i palazzi fatiscenti e le vie stracolme di spazzatura, ma che vanno via con tanta Sicilia nel cuore e qualche chilozzo in più!

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