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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

racconto

Hotel Millestelle

23 Febbraio 2013 , Scritto da David di Luca Con tag #david di luca, #racconto

È ormai la quinta sera di seguito che riesco a pagarmi una camera di pensione. Se devo essere sincero, anche i tipi dietro il bancone - un signore o una signora a seconda dei momenti - cominciano a guardarmi in modo diverso. La prima sera, probabilmente, erano stati infastiditi dal mio aspetto, e li posso pure capire. Ti trovi davanti uno con capelli e barba lunghi, i vestiti portati ormai da una decina di giorni, e in mano solamente un violino dentro la sua brava custodia. "Tutto occupato", mi aveva detto il tipo senza guardarmi. Non me l'ero presa minimamente. Chi si è scottato con l'acqua calda, generalmente ha paura anche di quella fredda.

"E se pagassi anticipato, pensa che qualcosa da qualche parte si possa trovare?"

Lui fece come se l'avesse colpito una scossa elettrica. Alzò lo sguardo e parve pensieroso per un attimo.

"Fanno cinquanta. C'è anche il bagno."

"Ottimo."

Aprii la custodia del violino, e ne cavai la cifra richiesta. La faccia del tipo rimase arcigna, ma con meno convinzione. Mi porse la chiave. "Quarantaquattro, secondo piano." Stavo ormai salendo le scale col violino sottobraccio, quando parve scuotersi da una qualche forma di torpore.

"Signore!?"

"Sì?"

"Guardi, da quella parte c'è l'ascensore, se preferisce.".

Adesso sono qui che scrivo queste paginette di riflessioni. Già, perché sono perfino riuscito a comprarmi un quaderno e una penna. E so bene quanto sia importante mettere i pensieri su carta. Le parole sono come segnaletica che indica la strada alla nostra mente. Così, con questi semplicissimi mezzi scelgo di elencare le piccole conquiste che sto mettendo a segno giorno dopo giorno, e che probabilmente mi stanno dando più soddisfazione di quelle del tempo in cui ero uno stimato consulente finanziario, e vivevo ogni giorno sull'onda del successo e della performance. Magari un giorno finirà che dovrò rendere grazie per il crac dei mercati finanziari che ha travolto la mia come milioni di altre vite.

Anche perché, per quanto possa sembrare assurdo, l'aver iniziato a strimpellare il violino tantissimi anni fa mi si sta rivelando molto più utile della laurea magna cum laude alla Bocconi. Dopo il pignoramento della casa, quando fu chiaro che me ne sarei dovuto andare, una delle ultime sere feci una bella seduta di brainstorming. Partendo dal dato di fatto che per me sarebbe stato un vero trauma non avere più un tetto sopra la testa, che cosa potevo fare per rendere la situazione più gestibile?

La risposta veniva da sola. Di certo avrei dovuto mangiare, e altrettanto sicuramente sarebbe stato necessario vestirmi. Ma mi fu chiaro da subito che avrei limitato queste due esigenze allo stretto necessario. Oltre quel livello, tutte le mie forze sarebbero state dedicate ad avere un posto dove potessi ritirarmi la sera per fare il punto della situazione e ricaricarmi per portare avanti il programma dell'indomani.

D'accordo. Ma, le risorse di cui sopra, dove stavano? Certo, mi rimanevano ancora un po' di soldi. A occhio e croce, avrebbero potuto bastarmi per un paio di mesi. Troppo poco. Occorreva inventarsi qualcosa, che non poteva certo essere la consulenza su azioni e bond. Fu allora che mi si accese la lampadina: il violino!

Erano mesi che non lo suonavo, ma nel tempo avevo continuato a strimpellare qualcosa ogni tanto, e a detta di molti non ero poi più scarso della media. Oltretutto, mi venne fatto di pensare a un fatto che mi era accaduto qualche mese prima. Mentre stavo per prendere la metropolitana, mi era capitato di soffermare lo sguardo su un busker, un musicista di strada, che nel caso specifico imbracciava una chitarra, strapazzando alla bell'e meglio "No woman no cry" di Bob Marley. A fianco aveva il fodero dello strumento, e mi ritrovai, non so perché, a fare una stima di quanti soldi quel tipo poteva mettere insieme in un giorno. E in un mese?

Stavo girando per la stanza come Zio Paperone nei fumetti. Cavoli, mi dicevo, vuoi vedere che davvero questa è la chiave per svoltare la situazione?

Nei giorni successivi ho cominciato a dedicare tutto il mio tempo allo strumento. La mattina appena sveglio, un'ora di riscaldamento. Poi via, alla stazione centrale, per una bella session. Suonavo i Beatles, "Penny Lane", "Yellow Submarine", insomma cose che tirassero su il morale, sia a me che a quelli che ascoltavano. Consideravo infatti assurdo chiedere soldi suonando roba strappalacrime come fanno in molti.

Ebbene, non so se fosse giusto il calcolo, o che altro. Fatto sta che ben presto nella custodia c'era un bel gruzzolo. Avevo ancora conto e bancomat, per cui dopo essermi sfamato feci un bel deposito. Magari, mi dicevo, oggi è andata bene. Vediamo il trend.

E fu un trend decisamente toro. Tanto che dopo una settimana stimai che potevo smetterla di dormire sulle panchine. Ormai c'erano due mesi di stanza a pensione.

Qui il cerchio si chiude. Poco fa mi sono guardato allo specchio, dopo una bella doccia seguita da rasatura. Sono un po' dimagrito, magari con qualche ruga in più. Non so ancora come sarà la mia vita a lungo termine. Certo molto diversa da come l'avevo pianificata fino a qualche settimana fa. Eppure, stranamente, ho una sensazione di controllo molto maggiore di quando giocavo a fare il domatore di opzioni e obbligazioni. Forse è vero che tutto ciò che non ti ammazza ti rende più forte.

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La grande scala del Palazzo Legislativo

17 Febbraio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

La grande scala del Palazzo Legislativo (1957)

da El que vino a salvarme (1970)

di Virgilio Piñera

Traduzione di Gordiano Lupi

Il libro mi cade dalle mani, la musica che ascolto sembra noiosa e oscura, disturba il mio udito; parlo con mia madre e sento le parole congelarsi sulla punta delle labbra; scrivo una lettera a M. - ho molte cose da raccontargli - ma dopo due righe interrompo la scrittura. Mi fermo sulla porta del cinema: non mi decido a entrare; non partecipo al venerdì della seducente Eva e non vado neppure al tè della frivola Elena. Proprio loro, con le loro mani, hanno lasciato l’invito sulla mia scrivania. Resteranno di stucco quando sapranno che non parteciperò. Ma come! Mancherò proprio io, l’ornamento dei loro saloni, il sale e il pepe delle loro serate; io, che mando via la tristezza, che elettrizzo i presenti, che scaccio le ombre dai volti e che consolo i cuori angosciati… Il bello è che non soffro, non mi angustia il fatto di non partecipare. Come un servo che ha ancora tempo prima di raggiungere il letto per riposare, sto chiudendo, una dopo l’altra, le porte al mondo.

Sarà che morirò presto? Ma se mi sento pieno di salute, non mi fa male niente, il mio polso è normale, non ho febbre; inoltre, non sono un anziano; ho appena trent’anni. Malgrado ciò, tutto mi cade dalle mani, il poco che faccio viene in automatico, meccanicamente, sono carente di vita e calore. Mi guardo con indifferenza, mi annoia la mia stessa esistenza, vorrei vederla molto lontana da me. Al mattino, lo spettacolo è terribile: tiro fuori una gamba dalle lenzuola e la sua vista mi provoca l’effetto di un animale selvaggio. Raggiungo il colmo dell’orrore quando faccio le abluzioni mattutine e vedo riflessa la mia testa nello specchio. Quella testa… in altri tempi oggetto di ammirazione per i miei occhi, orgoglio per i miei sensi.

Conosco la causa della mia strana libertà. È - non voglio attendere oltre per confessarlo - la grande scala del Palazzo Legislativo. Giovedì scorso sono dovuto andare al Palazzo. Ero molto in ritardo nel pagamento di alcune imposte. Gli uffici dove riscuotono certe imposte si trovano al terzo piano. Ho cominciato a salire la grande scala. All’improvviso mi sono trovato inchiodato al quinto gradino. Ho sentito che mi risucchiava e nello stesso istante mi liberavo da tutto il resto. Era lei, dunque, la sola cosa che mi interessava. Salire e scendere. Ho sceso i pochi gradini che avevo salito e una volta raggiunto il punto dove cominciava la scala ho cominciato una lunga contemplazione. Ho fatto la sensazionale scoperta che un gradino si compone di una lastra verticale e di una lastra orizzontale. Quindi ho avuto la chiara e precisa sensazione che quando saliamo vediamo prima la lastra verticale e, subito dopo, la lastra orizzontale; e che, al tempo stesso, quando scendiamo, vediamo prima la lastra orizzontale e dopo la lastra verticale. Altra rivelazione: visto che a ogni gradino corrisponde un passo delle nostre gambe, accade che finiamo per non sapere se siano i nostri passi a salire lungo i gradini o se i gradini salgano a causa dei nostri passi. Altra cosa di grandissima importanza: i pianerottoli. Non sono luoghi dai quali si guarda la vita dall’alto, non servono a lanciare sguardi di disprezzo sui vili mortali; questi pianerottoli non sono una meta e, proprio per questo, non siamo interessati a fermarci su di loro e a commuoverci con le nostre pene. No, sarebbe molto infantile, molto miserabile considerare il pianerottolo dal punto di vista delle nostre sofferenze. Al contrario, dobbiamo considerarli soltanto come i pianerottoli che sono. E cosa si guarda da tali luoghi? Certo, solo grandini…che scendono se la vista si abbandona in rumorose cascate dall’alto del pianerottolo verso la base della scala; che salgono se gli occhi, armati di scarpe ferrate e di grosse corde, intraprendono la faticosa ascensione in direzione del prossimo pianerottolo. Per parlare di loro: sono dodici i pianerottoli di questa grande scala in marmo rosa del Palazzo Legislativo, cupo edificio la cui costruzione è molto precedente rispetto alla scoperta dell’ascensore.

Bene, se come ho detto, il primo e il secondo di tali pianerottoli ci consentono di contemplare, secondo i capricci dell’occhio, il gioco ora ascendente ora discendente dei gradini, non accadrebbe la stessa cosa se ci trovassimo posizionati nel terzo pianerottolo di ogni piano. L’architetto che ha progettato questa scala l’ha messa in una curva così ripida, ad angolo acuto, che non permette di vedere, neppure sporgendosi, nessuna parte della scala. Effetto sconcertante, direi che è persino capace di far perdere d’animo. Quando raggiunsi per la prima volta quel pianerottolo capriccioso del primo piano, siccome non vidi i gradini che avevo lasciato alle mie spalle così come quelli che mi avrebbero condotto al secondo piano del Palazzo, sentii che le mie gambe si impuntavano come cavalli piantati davanti all’abisso. Dispiacere, angoscia, instabilità si impadronirono di me, mentre gli occhi, privi di un punto di riferimento, si muovevano follemente nelle loro orbite come inutili scoiattoli nella loro ruota. Ma non potevo voltarmi indietro: mi mancavano ancora due piani. Feci un enorme sforzo di volontà e continuai ad andare avanti. Improvvisamente, come una zampata di tigre, mi si presentò di nuovo la scala in tutta la sua grandiosa maestà. Ah, quanta inutile allegria! Subito tornai ad abbattermi e caddi nella stessa disperazione: dopo aver salito pochi scalini mi capitò di guardare ciò che lasciavo alle mie spalle. I miei occhi non poterono scoprire neppure la traccia di un pianerottolo.

Come si poteva supporre non pagai l’imposta. In cambio, per tre volte consecutive salii e scesi la scala. L’ora era propizia, avevo un folto pubblico, io ero uno dei tanti che saliva quei sublimi gradini e nessuno si tratteneva dall’indicarmi con un dito accusatore. Inoltre, non poteva essere che parte di quel pubblico si trovasse in quel posto per i miei stessi motivi? In ogni caso non è importante. La scala è monumentale, la sua notevole ampiezza permette che tramite lei salgano e scendano comodamente fino a dieci persone, le quali, sia detto en passant, non mi fanno né caldo né freddo. Adesso ricordo che un suicida si gettò dall’alto di questa scala circa un anno fa. Non lo giudico e ancor meno lo maledico per aver macchiato con il suo sangue le stupende scale. Allo stesso modo non mi prendo gioco del triste pazzoide che si fece venire la voglia di defecare su quei gradini di marmo. Per l’uno come per l’altro la scala aveva un significato ben preciso. La scala ha una qualità singolare: è sempre lei stessa ma rappresenta anche la libertà di chi la sceglie.

La mia libertà! Ho affittato una casa davanti al Palazzo. Dalla mia finestra la osservo come un amante e, in silenzio, sono molto grato a un impiegato che di notte lava quei gradini. Per caso ha scelto anche lui la sua libertà? Un contrattempo facilmente rimediabile: ogni sabato e domenica il Palazzo è chiuso. In quel caso percorro la scala del Liceo, più modesta, quattro pianerottoli semplici e marmi grigi, ma, nonostante tutto, placa la mia ansia di libertà e mantiene in forma le mie gambe per le grandi giornate al Palazzo Legislativo.

Per quel che concerne la seducente Eva, la frivola Elena, l’amico, la musica, il libro, il cinema, gli incontri erotici, le vacanze in spiaggia, i foruncoli sul volto, le condoglianze, i raffreddori cronici, il tram… ogni cosa è dimenticata. Mi interessa soltanto la grande scala del Palazzo Legislativo. La mia libertà dipende da lei. E se demolissero il Palazzo e con lui questa stupenda libertà? Non mi perderei d’animo. La città possiede altri palazzi e altre scale. Per esempio, quelle del Palazzo di Giustizia: monumentale, con marmi screziati, con sessanta pianerottoli e angoli intricati. Credo che guadagnerei nel cambio. Non vi sembra?

VIRGILIO PIÑERA (1912 – 1979) - Teatro dell’assurdo, poesia modernista e narrativa fantastica di uno scrittore pericoloso che non si è mai piegato al regime cubano.

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La finestra rossa

29 Gennaio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #racconto

La prima cosa che ricordo è una finestra rossa nella notte. E di essermi stupita che in un casolare così grande, perso in mezzo ai campi, ci fosse un'unica finestra illuminata, per di più di una luce calda e intensa, di quelle che provengono da un camino o delle candele, ma più luminosa. Mi sono incamminata in quella direzione.

Non ricordo come sono entrata nel giardino davanti alla casa, né come sono arrivata ad avere la testa appoggiata al portone e lo sguardo fisso sul legno e su un liquido scuro e vischioso che si apriva lentamente una via tortuosa verso il basso. Da lì i miei occhi devono essersi spostati sul gatto. Un persiano dal pelo morbido e gli occhi scintillanti che si strusciava sulle mie gambe.

Tutta la frazione di tempo dal momento in cui ho visto il gatto al mio prossimo ricordo è stata inghiottita da un vuoto oscuro. L'immagine successiva è una stanza sprofondata in una luce intensa, proveniente da tante piccole lampade coi parlaumi di stoffa, sparse in tutti gli angoli e invasa da un odore di mobili vecchi e dalla presenza opprimente di pesanti tende di velluto rosso, ai lati della finestra che devo aver visto dai campi. Sono seduta, ho le braccia pesanti, incollate ai braccioli di una sedia a dondolo e le gambe che penzolano inermi sul pavimento, quasi estranee al mio corpo. Sulla poltrona di fronte a me è seduta una donna anziana, che accarezza la testa di un gatto addormetato sulle sue ginocchia. Non il persiano, che, mi accorgo, continua a girarmi attorno e fare le fusa. La donna sorride.

- Il tè ti ha fatto bene. - dice.

- Non so come sono arrivata. - rispondo, e mi tocco la testa, in un punto dove ho percepito un vago fastidio. Ritraggo la mano e vedo le mie dita macchiate di sangue. Passo il palmo sul viso e mi rendo conto che il sangue è dovunque, sulla mia faccia, sui miei vesiti, sui braccioli della poltrona. Il persiano miagola.

- Non importa. - Dice la donna - l'importante non è che tu sappia da dove vieni, ma dove sei.

Si alza, il gatto salta giù ed esce dalla stanza, lei viene verso di me. Cerco di decifrare la sua espressione, ma ho la vista confusa e noto appena la mano che si avvicina al mio viso. Scosta qualcosa, fra i miei capelli. Sposta una compressa, scioglie e riavvolge delle bende.

- Non è niente.- dice.

- Non so cos'è successo.

- Non importa cosa è successo. - Ha una voce pacata, profonda, che mi fa perdere il filo delle mie ansie.

Torna a sedersi e guardarmi.

- Io posso dirtelo, sai? Ma dovrai rinunciare a molte cose. -

Sposto lo sguardo sulle pareti. Ci sono dei paesaggi a olio stranamente familiari, che gli uni accanto agli altri per quanto insignificanti, sembrano ansiosi di raccontarmi una storia che conosco. I mobili sono tutti di legno massiccio e mostrano i segni di almeno un secolo di usura. Qua e la ci sono dei libri sparsi senza criterio e delle piante da vaso, seminascoste nel caos dell'arredamento. Sul tappeto la fantasia geometrica della lana è andata a confondersi con una distesa di macchie multiformi, alle quali si sono probabilmente aggiunte quelle del mio sangue. Vedo almeno altri tre o quattro gatti seduti e accucciati qua e la per la stanza. Vedo la tazza da cui devo aver bevuto il tè, di una porcellana spessa e una forma barocca che stona con tutte le altre cose attorno a me. La donna sorride. Ha denti e capelli bianchi e gli occhi grigi, circondati da una trama di rughe che scendono in un unico disegno dal viso al collo, fino a sparire in un vestito di stoffa pesante, con una fantasia vistosa di fiori rossi. Dico l'unica cosa che non sto pensando:

- Voglio andare via. -

Mi sono risvegliata nel letto dell'ospedale, accolta dalla luce fredda del neon e dall'odore pungente degli antisettici. Nessuno sa cosa sia successo. Non c'è stato nessun incidente quella sera e nessun evento particolare sul mio tragitto. L'autista non ricorda di avermi visto salire o scendere dall'autobus, ma devo averlo preso come al solito, o non sarei arrivata in campagna. Cosa mi abbia spinto a scendere a metà strada, quando come e perché mi sia procurata la ferita, non lo so. Ho rifiutato la visita dello psicologo.

Da quella sera il mondo è diventato insolitamente freddo e nitido. Le luci, i rumori, gli odori, sono tutti più intensi, definiti e pungenti, ma allo stesso tempo più distanti, come se una barriera invisibile mi separasse dalla realtà. Non importa come sono arrivata al casolare. Ogni giorno dai finestrini dell'autobus scruto il paesaggio alla sua ricerca o di un punto in cui potrebbe plausibilmente trovarsi, ma non trovo nulla. La sera al ritorno non c'è nessuna finestra illuminata di rosso. Mi sono presa le domeniche per cercare a piedi nella campagna. Sono scesa a ogni fermata e ho fatto chilometri e chilometri fra i campi, ma non sono riuscita a ritrovarlo.

Quando mi hanno trovata quella mattina non avevo nessuna medicazione sulla testa, ma l'emorragia si era fermata. Da giorni continuo a vedere l'apprensione negli sguardi dei miei familiari e cerco di sfuggirli. Sono preoccupati, ma non sanno, e non devono sapere, dei peli. I miei vestiti, quando li ho ritirati all'ospedale, erano pieni di peli di gatto, lunghi e grigi.

Non importa se il casolare e la sua proprietaria esistano o meno, sento che sono la chiave verso qualcos'altro e li ritroverò. Non mi importa sapere da dove vengo, ma ho bisogno di capire dove sono finita.

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Il Pianeta 11

23 Gennaio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #racconto, #fantascienza

Si fermarono nel cuore della notte, in silenzio come avevano camminato, su un piccolo spiazzo aperto tra l’intrico della vegetazione. Usk e Deswo andarono a cercare della legna asciutta nella boscaglia per poter accendere il fuoco. Sapevano che gli altri non li avrebbero aiutati.

Resa non poteva. Ebbe appena la forza di lasciarsi cadere sul tappeto che Deswo aveva steso in terra e rimase lì ad aspettare raggomitolata per il freddo. Con un po’ di ritardo arrivarono Kizo e la sua amica Tari e si sedettero accanto a lei, già perfettamente ubriachi per quello che avevano bevuto durante il tragitto. Avevano trovato certe piante lungo la strada e Tari mescolandole con il dronk fermentato sapeva farne un intruglio disgustoso, che aveva un effetto molto simile a un forte alcolico o a una delle simpatiche droghe che si trovavano alla Stazione. Tirarono fuori la bottiglia e continuarono a bere, mentre si gridavano in faccia a vicenda, come fossero aneddoti, esperienze che avevano vissuto insieme pochi mesi prima. Tari di tanto in tanto prorompeva in una risata fragorosa, che rimbombava nelle orecchie di Resa come su un tamburo lacerato.

Ci stavano mettendo molto più del previsto per raggiungere la stazione d’imbarco. Fuori delle stazioni abitate l’aria sul pianeta 11 era pesante e torbida, per colpa di un specie di nebbia grigiastra e densa, che non si dissolveva mai del tutto e talvolta era così pesante da togliere il respiro. Anche la vegetazione bassa e intricata non rendeva più facile il viaggio, in alcuni tratti diventava talmente fitta che era impossibile andare oltre ed era perfino difficile trovare una strada per tornare indietro.

Poco distante dal loro provvisorio accampamento, Usk e Deswo sgusciavano tra i cespugli e raccoglievano legna. Quando si furono allontanati abbastanza Deswo si fermò a riposare.

- Non ce la faremo mai.

Usk non disse nulla.

- Finiremo come Liza. Lei voleva portarseli dietro a tutti i costi e poi ne ha pagato le conseguenze…

Come unica riposta Usk spezzò un ramo morto e lo lanciò all’amico, che portava in braccio la legna. Non gli piaceva parlare di Liza e non voleva perdersi in chiacchiere. Il loro ritardo si accumulava di giorno in giorno, il freddo, Tari e Kizo e la malattia di Resa lo irritavano già abbastanza.

Accesero un falò direttamente davanti agli altri tre, che sicuramente non si sarebbero rialzati per spostarsi altrove, e prepararono qualcosa da mangiare. Tari e Kizo continuavano a sghignazzare abbracciati, senza curarsi di nulla, e probabilmente non ricordavano perché erano partiti e quanto desideravano scappare da quel maledetto posto. Non sentivano neanche le scintille incandescenti che si alzavano a ondate dal fuoco e da cui gli altri cercavano di ripararsi il viso. Resa non riuscì a mangiare nulla. Se ne stava rannicchiata così vicino alle fiamme che il calore le scioglieva le ciglia, ma continuava a tremare per il freddo e la febbre. Le bruciavano gli occhi e l’odore del cibo le dava la nausea.

Dopo mangiato Usk e Deswo si alzarono per camminare un poco e sparirono quasi subito alla loro vista.

- Hai ragione. - disse Usk, rivolto all’oscurità tetra della vegetazione - Se non ci liberiamo di loro finirà male.

Deswo trasalì e rimase a fissarlo incredulo:

- Non possiamo abbandonarli, non sopravvivrebbero due giorni!

- Sei tu che quello che deve lasciare questo pianeta prima che ti trovino, no? - rispose Usk seccamente.

- Tu invece perché hai tanta fretta di andartene, d’improvviso?

Usk si voltò a guardarlo:

Quanta gente è partita dalla nostra stazione ultimamente? Due o trecento, vero? Ora se da tutte le stupide stazioni che hanno piantato su questo fottuto pianeta stanno partendo due o trecento persone, e se non sono tutti lenti come noi, all’imbarco cominceranno ad insospettirsi, senza contare che dovremo aspettare il nostro turno per giorni. E se non sbaglio sei tu quello che ha fretta di sparire…

- E che cosa vorresti farne di loro?

- Non l’ho deciso, ma dobbiamo liberarcene. Sei d’accordo, no?

Deswo si sedette in terra e nascose la faccia fra le mani. Scosse la testa.

- No.

Montarono la tenda senza scambiarsi una parola, evitando perfino di guardarsi. Di questo non si accorse nessuno degli altri, neanche Resa che era felice di potersi stendere a dormire, ma aveva i brividi al pensiero che avrebbero spento il fuoco.

Deswo non riuscì a prendere sonno per molto tempo. Sentiva gli altri respirare pesantemente fra le coperte e non poteva dimenticare quello che Usk gli aveva detto. Poi, lentamente, a forza di concentrarsi su tutti i rumori attorno, dal respiro dei suoi compagni alle raffiche di vento nella boscaglia, fino a farli confondere nella sua mente, si addormentò e fece un sogno ingarbugliato sulla sua fuga.

Usk aprì gli occhi. Deswo accanto a lui dormiva già profondamente. Si alzò e lo guardò per un istante, con un misto di rancore e rassegnazione, poi uscì furtivamente dalla tenda sgangherata e raccolse alcune delle sue cose. Lasciò tutte quelle che servivano per accendere il fuoco, le coperte e le provviste. “Fra due giorni sarò arrivato” pensò fra sé, poi rivolto all’ombra nera della tenda “mi dispiace gente”. Senza rimorsi prese con sé i pochi strumenti elettronici che avevano portato via dalla stazione e che solo lui sapeva utilizzare, e li infilò nel suo sacco. Gettò un ultimo sguardo all’accampamento e si incamminò da solo per la via più breve e accidentata.

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C'era una volta...

19 Gennaio 2013 , Scritto da Maria Vittoria Masserotti Con tag #maria vittoria masserotti, #racconto

C’era una volta, in una terra di nebbie e folletti, un bambino con i capelli biondi e ricci che nacque in una famiglia di persone tutte con i capelli neri e lisci. I fratelli lo prendevano in giro dicendogli che era un trovatello e lui imparò a nascondersi così bene che neanche lui stesso era capace di ritrovarsi. Si rifugiò in mondo fantastico dove tutto era possibile, dove l’amore era un sentimento naturale, dove si poteva donarlo senza chiedere niente in cambio.

Nella terra dei colori era nata qualche anno prima una bambina con gli occhi come due stelle, amata dai suoi genitori a tal punto che crebbe convinta che il mondo fosse un luogo meraviglioso e l’amore un sentimento naturale da donare senza mai chiedere niente in cambio.

I due bambini divennero grandi entrambi facendo della ricerca il loro scopo principale, l’uno soffrendo ogni istante per non riuscire a portare il sogno nella realtà e l’altra per la convinzione delusa che la realtà potesse essere un sogno.

Un giorno, ormai adulti, sentirono tutti e due una musica che proveniva da un bosco fitto e buio ma colmo di creature meravigliose, farfalle, cervi, orsi e pieno di ruscelli cristallini, arcobaleni giganti. Affascinati e curiosi si addentrarono nel bosco da due estremi opposti, lasciarono le cose di tutti i giorni dietro le loro spalle e, nonostante la paura dell’ignoto, o, forse, proprio per quella, misero un piede davanti all’altro fino a giungere ad una radura formata da un fiume che, scavando nei secoli la terra, aveva creato lì un piccolo lago le cui acque chete riflettevano un cielo di un indaco impudico.

Entrambi sobbalzarono per il colpo violento che quella vista aveva inflitto al loro stomaco, si guardarono a lungo negli occhi ma nessuno osò andare oltre quel semplice contatto. La bambina, ormai donna, per prima si accorse della meraviglia che la circondava, si sdraiò per terra e con gli occhi come due stelle cercò di rubare quello che vedeva per farlo suo. Il bambino, anche lui già grande, invece, pur colpito nello stesso modo, si rifugiò di corsa dietro un cespuglio, il suo cuore non ce la faceva a contenere tutta quella meraviglia.

Rimasero così, mentre il tempo passava inesorabile, e nella radura comparivano a tratti le creature che popolavano il bosco, rendendo tutta la realtà assolutamente irreale e magica. Alla fine lui, in un impeto di curiosità, uscì dal cespuglio e si avvicinò a lei che era così persa nella contemplazione del creato da essersi dimenticata della sua esistenza, della presenza di un essere umano dietro il cespuglio.

Si sedettero entrambi al bordo del lago, coi piedi nudi immersi nell’acqua, e si raccontarono le loro vite, le loro parole, il racconto sofferto di due storie, che non sembravano avere niente in comune, li avvolse in una sottile ampolla di cristallo che rifulgeva di tutti i colori dell’arcobaleno, parlarono senza sosta, dimentichi perfino di dove fossero e del buio freddo che lentamente cadeva nella radura, illuminati e riscaldati com’erano dal loro sentito.

La mano di lui stringeva con forza la mano di lei quando alla fine fu completamente notte e si resero conto che era troppo tardi per tornare indietro. Ci fu un attimo sospeso nel vuoto, di quelli che spesso succedono quando la consapevolezza della realtà che ci circonda ci assale con tutta la sua potenza negativa.

La donna allora tirò fuori dalla tasca un po’ di pane raffermo e l’offerse all’uomo che, pur avendo fame, si rifiutò di mangiarlo perché era convinto che dovesse essere lui a procurare il cibo per la loro fame.

Rimasero così in silenzio, lei con il pane nella mano tesa e lui con gli occhi fissi nella notte ostile, finché l’uomo sfilò la sua mano da quella della donna, si alzò e si allontanò senza dire una parola, scomparendo nel fitto bosco lasciandola sola.

Lei, volendo chiamarlo e non sapendo il suo nome, cominciò a urlare “Amore” con tutto il fiato che aveva in corpo ma, forse, “Amore” non era il nome giusto perché dal folto della selva non giunse nessuna risposta, solo qualche fruscio lontano a significare il passo di lui che si allontanava lento ma ferreo.

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Sono una pianta

18 Gennaio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #racconto

Dalla stanza accanto arriva il parlottio irritante della televisione rimasta accesa. Non ho voglia di andare a spegnerla. Guardo chi entra in chat e quanto ci rimane. Loro non possono vedermi, ma io cerco di immaginare chi stia parlando con chi e di cosa. Cerco di immaginare chi mi contatterebbe se smettessi di stare invisibile e di cosa parleremmo. Di niente immagino, perché ormai credo d'aver perso anche la facoltà di rispondere a un semplice saluto.

Sfoglio le foto delle ultime vacanze. Provo un istintivo disgusto per tutta la gente insignificante che le affolla e non mi riconosco nell'essere deforme che ghigna col viso abbrustolito dal sole e i rotoli di grasso che strabordano dal costume troppo stretto e troppo piccolo per il suo corpo. Una marea di corpi semi-ustionati, che si contorcono e premono sulla sabbia come insetti. Che senso ha distinguere quelli che conosco da quelli sconosciuti?

Mi piacciono le foto del mare e dei vicoli della città vecchia, con i vecchi giardini abbandonati a se stessi. E mi piacciono le foto degli scogli in fondo alla pineta, dove non c'è la spiaggia e non ci sono persone, solo alcune grandi piante succulente di cui non so il nome e su cui la gente ha inciso i propri nomi. Da lontano le foglie sembrano verdi e rigogliose, ma da vicino sono tutte una cicatrice si segni bianchi: nomi, lettere, date, cuori.

Io sono come una di queste piante. La gente passa, scrive il proprio nome e se ne va, nella convinzione che non mi accorga di nulla, che non possa sentire alcun dolore. E infatti non lo sento. La mia anima sanguina e muore senza che io lo percepisca. Le persone mi guardano ma non mi vedono, io non posso parlargli, non posso guardarle e non posso dargli niente. Anche loro non possono darmi niente.

La televisione continua a blaterare e vorrei spaccarla per farla tacere. Guardo il sole che tramonta fra le fessure delle persiane e mi rendo conto che ho passato una giornata a fissare lo schermo del computer. Voglio vedere fino a dove riesco a portare avanti la metafora della pianta. Più vado a fondo, più mi sembra che tutto torni. Io non sono il rotolo di carne arrostita che sorride come un'idiota in mezzo a una distesa di sabbia e corpi informi, io sono la pianta sullo scoglio che non vuole niente da nessuno e da cui nessuno vuole niente, che non ha bisogno di niente e nessuno, tranne un po' di acqua e di sole. E ogni tanto passa qualcuno e incide il suo nome. Le persone non ricordano d'aver inciso i loro nomi, ma la mia scorza li conserva.

Io sono una pianta velenosa. Sono velenosa e ho le spine. Tutto di me è velenoso, le foglie, i fiori, i frutti. Ho dei frutti? Questa è una domanda difficile. Le piante nella foto non ne hanno, ma al di là di ciò, cosa sono i frutti? Cosa sono i miei frutti, se ne ho?

Sento il rumore della chiave che gira nella serratura e un vago senso di fastidio al pensiero di quel che seguirà. Rumore di passi, una borsa che viene appoggiata in terra. Mia madre si affaccia alla porta dietro di me.

- Cosa stai facendo?

Niente, sono una pianta.

- Cos'hai fatto tutto il giorno?

Sono una pianta.

- Dovevi venire all'ospedale a darmi il cambio, dov'eri?

Sono una pianta velenosa.

- Hai chiamato la nonna, almeno? Le hai detto cos'è successo?

Le piante non sono buone o cattive, le piante non hanno sentimenti.

La voce dietro di me comincia a tremare:

- Ti rendi conto che sono tornata ora? E dovrei anche chiamare i parenti? Non ce la faccio più! Ma si può sapere cos'hai fatto tutto il giorno?

La voce soffoca nel pianto. Ma io non vedo, non sento, non parlo e sono velenosa e ho le spine. Sono una pianta.

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"Fratellini e sorelline" di Fabio Marcaccini

11 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #racconto

Domani compio il mio primo mese di vita. Anzi, sarebbe meglio dire, finisco un mese dal giorno della mia venuta al mondo, perché io, viva, lo ero già da ben nove lune. Che pacchia dentro pancia di mammina: sempre a gustarmi in automatico i ventitre chili di leccornie che lei trangugiava per me, o almeno così diceva. Un vero sballo stare in quell’ovatta, senza tutte quelle luci troppo forti e quel baccano intorno a disturbare.
Che brava è stata la mia mamma. Appena ha saputo di me, ha smesso di bere caffè, di fumare e di mangiare prosciutto crudo e pomodori dei quali, poverina, va matta. Subito dopo ha anche allontanato babbo in un angolino del letto. Diceva di aver paura che lui potesse farmi male. Secondo me si sbagliava. Perché avrebbe dovuto farmi male… Il mio babbo mi vuol bene.
Ogni tanto andavamo in ospedale dove veniva a farmi visita un signore, che poi ho scoperto essere anche un mio parente. Tutti lo chiamavano il “dottore”. Lui si divertiva ad infilare quella sua manona dentro, fino a salire su, verso di me. Sembra dovesse farlo per controllare il buon stato di salute mio e della mia mamma. A dire il vero, io stavo proprio bene dentro la mia mamma, protetta com’ero già allora, da tutto il suo amore. E le poche volte che non era così, era proprio quando il dottore veniva a farmi... “visita”.
Ricordo uno di quei giorni in cui lui, curiosando dentro com’era sempre suo solito fare, premendomi da tutte le parti con quel suo “cosino” che già allora avrei voluto tanto togliergli dalle mani, disse: “guardate... Questo è il cuoricino, queste sono le gambine, le manine... E’ completamente formata e procede tutto bene”.
All’epoca io avevo solo dieci-dodici settimane; misuravo due centimetri e mezzo. Di me avrebbero potuto fare ciò che volevano.
Il giorno che sono nata ero un po’ frastornata. Non avevo ancora fatto a tempo ad uscire che subito un sacco di gente era già li ad attendermi. - E’ qui la festa? Invece… pronti… via! Tutti a mettermi le loro manone addosso.
Prima ti spingono, poi ti tirano, ti prendono per la testa e per i piedi, ti aspirano, ti posano un po’ di qui e un po’ di là. E ci credo che la prima cosa che si fa, venendo al mondo, è quella di mettersi a piangere. Senza pensare che, uscendo tutti ignudi, che già fa un freddo boia, come se non bastasse, ti piazzano addosso, davanti e di dietro, a destra e a sinistra, sopra e sotto, un affarino circolare ghiaccio ghiaccio che con un tubicino arriva fino alle orecchie di queste persone che manco conosci. Per l’amor di Dio. Tutte gentili… tutte ordinate e ben vestite in quei loro strani abitini verdi… e con quelle mascherine a coprir la bocca e il naso.
Eppoi… Il bagnetto, l’asciugatura, la pesatura! "E basta!!! E fatela un po' finita" - avrei tanto voluto urlare.
E’ stata davvero una gran liberazione quando mi hanno vestita e posata dolcemente sul seno di mammina. L’ho riconosciuta subito la mia mamma, dal battito del suo cuore che per mesi mi aveva fatto tanta compagnia specie quando spesso lei dormiva ed io non sentivo più la sua voce. In tutto quel casino temevo davvero d’averla già persa.
Mi rassicurai nell’averla ritrovata e così smisi di piangere, mentre lei... cominciò. Un po’ imbarazzata, allora, voltai lo sguardo da una parte dove in piedi, vicino al lettino, vidi un signore che mi guardava, anche lui con gli occhi lucidi. Che allegria!
Lui si avvicinò tutto emozionato e con un bacino sulla fronte mi disse: “ciao Amore mio”.
“Cavolo” - pensai. “Ma io questa voce la conosco. Lui è quello che tutte le notti, a notte fonda, mi parlava e mi teneva sveglia. Avrei voluto gridargli "Babbo... Ciao! Ma tu la notte non dormi mai?”, ma ero troppo stanca e mi lasciai addormentare.
I giorni poi hanno cominciato a trascorrere. Bene direi. Dopo che ne erano trascorsi appena due in ospedale, mi sono ritrovata tra casa e giratine. Bello questo mondo tutto pieno di colori; prima era tutto buio.
Da subito ho cominciato a ricevere doni e coccole. Mi piacciono tanto le coccole, tra una dormita, una poppata, un’altra poppata e l’altra ancora. Dei regali invece... sento che fanno piacere a mamma e a babbo, quindi vorrà dire che sono belli e che ci volevano. Tutti sempre a dire che “è solo un pensierino” e babbo e mamma a replicare “ma scherzi. E’ anche troppo”. Ma... A chi dovrò dare retta, io? Per adesso sono contenta del fatto che non me ne frega proprio niente. Per ora ho ben altro di cui dovermi occupare.
Ho conosciuto i miei nonni: mi sono sembrate quattro brave persone... Sento che mi vogliono già tanto bene. Poi sono arrivati a trovarmi anche i miei cugini... La cosa strana invece e che non riesco ancora a capire, è che di uno zio e di una zia che mi aspettavo di avere, me ne hanno presentati un esercito.
Comunque la cosa più bella è stato l’incontro con le mie due tate. Loro sono gli altri due grandi Amori del mio babbone. Sembra ci sia stata una signora che andava dicendo che io sarei stata solo la loro “sorellastra”. Io non so ancora cosa voglia dire essere sorellastra ma so che le mie sorelline, anzi, sorellone, per questa frase ci sono rimaste male davvero e che il nostro babbo, per questo, si è davvero tanto, tanto incazzato. Dopo un mare di parole nere che non posso ripetere, non capisco perché l’unica ad essere denunciata sono stata io, subito dopo essere nata. E che colpa ne ho!? Se poi penso che se son qua oggi, forse lo devo anche a questa persona… “Signoraaa… Io ti sono grata!”
Ho sentito il mio babbo un po’ preoccupato anche per un’altra cosa. Si sta chiedendo se troverà problemi con la Chiesa, per farmi battezzare... "Ehi, ragazzi... che ce l'avete tutti con me? E perché, poi? Io sono il frutto dell’Amore, non di un peccato". Non sarebbe affatto divertente facessero problemi a me quando nel mondo c’è tanta gente che fa del male e alla quale poi con un falso pentimento e una mezza confessione per rimediare agli errori dell’ultima settimana gli è concesso di poter ricominciare tutto daccapo.
Be’... Che dire. Sono convinta che il mio babbo sistemerà anche questa. Eppoi ho già capito che a volte, è lui ad esagerare con i suoi timori.
Io, che fino a poco tempo fa ero un Angelo, so che Dio c’è e che non dimentica nulla. Almeno spero!
Domani compio il mio primo mese. Buona Vita a me. E buona Vita anche a tutto il mio mondo che poi è anche il Vostro.


7 ottobre 2007

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Uno sporco lavoro

11 Gennaio 2013 , Scritto da Franca Poli Con tag #Laboratorio di Narrativa, #franca poli, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

La protagonista di “Uno sporco lavoro” di Franca Poli, è una poliziotta come se ne vedono tante nei telefilm americani: è tosta, è scabra, è maschia nei modi di fare. Però è italiana e si ritrova alle prese con la triste, purtroppo ben nota, realtà degli sbarchi clandestini a Lampedusa. Si chiama Rachele e questo la dice lunga sull’ambiente in cui, probabilmente, è cresciuta, sulla sua ideologia di fondo. Compie il proprio dovere considerandolo dall’ottica del pre-giudizio, inteso come giudizio antecedente, a priori. Il lavoro che è costretta a fare non le va, subisce l’immigrazione, vive a disagio il contatto con il diverso, con l’altro da sé, sente insofferenza per la divisa che la infagotta, non sopporta i continui e improvvisi cambiamenti di programma, i colleghi maschi che ironizzano sulla parità pretesa dalle donne. E sfoga il proprio malumore con un “linguaggio da caserma”: “È un lavoro del cazzo…”, quasi si rammarica di aver vinto il concorso.La spediscono a Lampedusa, ad accogliere la massa di disperati che lei non accetta. È imbevuta di pregiudizi, Rachele, di rabbia e intolleranza verso i “diversi” che arrivano a gonfiare le fila della malavita organizzata e che considera dei “rompicoglioni”. Ma quando si trova a dover soccorrere un gruppo di clandestini, “stremati, le guance incavate, gli occhi fuori dalle orbite, per la prima volta non brontola nel fare il proprio lavoro, e quando, poi, il caso la conduce ad affrontare l’emergenza di assistere una partoriente di colore, Rachele sente vacillare le proprie certezze, sente crollare difese e pregiudizi, e riscopre, attraverso le lacrime, la propria umanità negata. Sarà proprio a causa della prossimità con ciò che non conosce e non le piace, che capirà quanto il fenomeno immigrazione sia impossibile da contenere in un solo sguardo e in un solo parere. Il mondo con cui viene a contatto forzato è fatto, sì, di uomini dalla mentalità maschilista, arretrata - non molto diversa, tuttavia, da quella dei suoi stessi colleghi - ma comprende anche donne dall’aspetto elegante, dagli occhi tristi, dal coraggio animalesco, istintivo.La donna nera partorisce una creatura indifesa, piccola, che ci sfida con l’audace caparbietà del suo stesso venire al mondo in mezzo a chi la rifiuta, addirittura dalle mani di chi la rifiuta. La mamma le imporrà il nome Rachele, legandola a chi l’hai aiutata a nascere, compiendo a ritroso un percorso inconsapevole che lega la nuova bimba a vecchi echi, fatti di guerre d’Africa, di regine nere, di veneri abissine. La madre stessa, da oggetto di derisione, assurgerà al ruolo di prima Madre, di Madonna col Bambino. È un racconto ben strutturato e dal contenuto attuale che rende perfettamente le diffuse resistenze all’accettazione di realtà che ancora provocano rifiuto e diffidenza. Ci sono la rabbia, l’ansia, la paura, il sospetto che spesso dilagano di fronte al “diverso” sconosciuto, ma c’è anche la pietas, l’insopprimibile impulso al “dono di sé”, che va oltre il pregiudizio, oltre ogni irrazionale chiusura di mente e cuore. La storia è compiuta nel suo insieme, procede da un punto all’altro, da un inizio a una conclusione, lasciando intendere che esiste un prima e ci sarà un dopo, uno sviluppo, una trasformazione. Lo stile è funzionale alla narrazione, con qualche immagine forte che colpisce, come la vagina che sembra “inghiottire il bambino” invece di espellerlo.

Patrizia Poli e Ida Verrei

Uno sporco lavoro

“È uno sporco lavoro. Porcaccia Eva io non ci vado laggiù. Senza nemmeno interpellarmi poi… Non ci vado. No!”Rachele si stava annodando la cravatta, era la cosa che più odiava della sua divisa. Si era già infilata i pantaloni e, come sempre, li aveva trovati larghi, deformi. La camicia era un po’stropicciata e con la giacca addosso, poi, si sentiva un sacco di patate.“È un lavoro del cazzo!” imprecava mentre stava uscendo dallo spogliatoio femminile del reparto di Polizia dove era stata distaccata. Da quando si era arruolata, aveva acquisito anche il comportamento e il linguaggio tipico “da caserma”, glielo rimproverava sempre sua madre.In mattinata aveva ricevuto l’ordine e sarebbe partita per Lampedusa. Sbarchi continui di immigrati imponevano rinforzi e, a turno, tutti i colleghi erano andati in missione per una quindicina di giorni. Ora toccava a lei.Renato, il suo compagno di pattuglia, la vide uscire come una furia e subito capì quanto fosse arrabbiata: “Avete voluto la parità? Eccovi accontentate!” Rachele non rispose, alzò semplicemente il dito medio e lo sentì allontanarsi mentre nel corridoio risuonava la sua risatina ironica.“Stronzo! È colpa di quelli come te se ogni giorno di più mi pento di aver vinto il concorso” pensò. Lei non si sentiva adatta a quell’incarico. Amava le indagini, era arguta e attenta a ogni particolare quando seguiva un caso, ma andare al centro di accoglienza per occuparsi di quelli che considerava dei “rompicoglioni” che dovevano restarsene a casa loro, lo riteneva insopportabile. Arrivata suo malgrado a destinazione l’umore non migliorò. Al contrario vedersi attorniata da nordafricani che le lanciavano occhiate lascive, la infastidiva. La mandavano in bestia i sorrisini e le battute in arabo a cui non poteva replicare. “State qui a gozzovigliare alle nostre spalle, col cellulare satellitare in mano, tute nuove, scarpe da tennis, magliette, cibo in abbondanza: ovviamente dieta rigorosamente musulmana, e pure la diaria giornaliera!” mentre si incaricava della distribuzione rimuginava e si rendeva conto senza vergognarsene che non era affatto umanitaria nello svolgimento del suo compito e non voleva assolutamente esserlo. Era sempre stata piuttosto convinta che non si potesse accogliere chiunque. La delinquenza in Italia era aumentata. I clandestini non erano prigionieri al centro, spesso alcuni se ne andavano e molti di loro finivano a rafforzare le fila della malavita organizzata. E, se era vero che non tutti i mussulmani erano terroristi, era pur vero che tutti i terroristi erano musulmani!“È un cazzo di sporco lavoro! Ma datemene l’occasione e vi faccio pentire di essere venuti fin qua.” Pensava mentre uno di loro le faceva l’occhiolino.Durante la notte segnalarono la presenza di un barcone in difficoltà al largo delle acque territoriali italiane e si doveva intervenire a portare soccorso. “Perché, dico io? Lasciateli affogare o che rientrino in Africa a nuoto…” Arrabbiata più che mai a causa di questa emergenza durante il suo turno di lavoro, salì sulla nave per obbedire agli ordini e, quando fu il momento, instancabile come sempre, aiutò chi ne aveva bisogno. Avevano soccorso un barcone con 80 clandestini per lo più somali fra cui anche alcune donne. Li avevano aiutati a salire a bordo, passavano loro coperte e acqua. Alcuni erano stremati, le guance incavate, avevano gli occhi fuori dalle orbite e, per la prima volta, Rachele non brontolò nel fare il proprio lavoro.Fu chiamata con urgenza dal medico di bordo. Una donna incinta stava partorendo e gli serviva l’aiuto di una donna.“Lo sapevo io… Solo questa ci mancava. Proprio ora hai deciso di mollare il tuo bastardo?” E imprecò, come sempre, contro i superiori e contro la scarsa volontà politica di risolvere questo annoso problema.Quando si trovò di fronte la donna con le doglie vide che era piuttosto bella. Alta, nera, ma con i lineamenti fini e delicati. Occhi grandi e scuri come la notte, sgranati per la paura e per il dolore , la fronte imperlata di sudore. Aveva gambe d’alabastro, lunghe e sinuose che si intravedevano da un caffetano di colore azzurro sgargiante aperto sul davanti, soffriva molto.Il medico si doveva occupare di alcuni feriti e le chiese di stare vicino alla donna, di controllare la distanza fra una doglia e l’altra e di chiamarlo se l’avesse vista spingere. “Calma Naomi!” le disse Rachele prendendola in giro per la sua leggera somiglianza con la bella indossatrice, “Non ti mettere a spingere proprio ora, capito?” le inumidiva le labbra con una pezzuola bagnata e quando la donna in preda a una doglia forte e persistente le strinse la mano, lei provò quasi un senso di ripulsa e voleva divincolarsi, ma la stretta era forte e allora strinse anche lei, mentre la donna emetteva un rantolo roco e continuo.A un certo punto la partoriente inarcò la schiena e cominciò a spingere. Era quasi seduta con le gambe allargate e si teneva alle sue spalle con tutta la forza.“Aiuto dottoreee! Presto venga, questa non aspetta più!!” chiamò Rachele cercando di attirare l’attenzione del medico.La donna urlava e spingeva e Rachele, guardando fra le cosce allargate, vide spuntare la testa del bambino. Compariva e scompariva a ogni respiro. Un ciuffetto di capelli neri, che spingeva e allargava quel sesso deforme, arrossato, quasi a sembrare una bocca affamata che lo stava ingoiando e non espellendo.“Dottore!! Presto...” la voce le morì in gola. Non c’era più tempo. Il bambino stava uscendo e allora Rachele prese la testina fra le mani e provò a tirare piano piano per agevolare lo sforzo della donna. Niente da fare, urlava la poveretta e parlava nella sua lingua chiedendo aiuto o chissà cosa altro. Allora si fece coraggio, infilò una mano dentro la donna, afferrò il bambino per le spalle e tirò con forza. Fu un attimo e tutto il corpo del piccolo, rosso e viscido di sangue scivolò fuori e la donna, stremata, si lasciò cadere all’indietro con un ultimo profondo sospiro. Rachele si ritrovò con quell’esserino fra le mani e lo guardò: era una bambina. Nera come la pece e con gli occhi sgranati e grandi come quelli della madre. La prese e gliela poggiò delicatamente sul petto.“Dottore!! Cazzo quando si decide a venire qua?” aveva ritrovato la voce e urlò con tutta la forza.Il medico arrivò, si occupò della madre e della figlia, mentre Rachele, rapita, continuava a fissare gli occhi di quelle due creature. Così grandi e vuoti, così imploranti e tristi. Per la prima volta non era arrabbiata con loro, con i diversi, era solidale. Una donna come loro sola e arrabbiata e si sentì percorrere da un brivido di tenerezza e commozione.“È un maledetto sporco lavoro” disse questa volta senza convinzione.Stavano caricando la donna su una barella, erano al porto e un’ambulanza col lampeggiante la stava aspettando per condurla all’ospedale. Rachele si sentì prendere per una mano. Era la giovane mamma che la guardava e le faceva cenno, indicandola con l’indice puntato e con una muta domanda negli occhi.“Non capisco… Cosa vuoi ancora?” le chiese infastidita e poi d’improvviso, un lampo d’intesa fra loro e capì. “Rachele… Mi chiamo Rachele “ rispose.Allora la donna che, fino ad allora, aveva solo urlato e pianto, sorrise illuminando la notte con i suoi denti bianchissimi. Sollevò la sua piccola bambina, puntandola verso di lei e stentando ripeté: “Rachele.”Fu allora che le lacrime sgorgarono finalmente anche sul suo viso, Rachele piangeva a dirotto e cercando invano di asciugarsi il viso bofonchiò:“È un cazzo di sporco lavoro.”

Franca Poli

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Soul. La mia anima di Fabio Marcaccini

10 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #racconto

Soul era in piedi su quello scoglio, davanti a quel mare che CALAva e inFURIAva. La solitudine non è un male, quando si fa amica nel lasciarti sentire libero.

Soul decise che le ginocchia potevano finalmente piegarsi a quell’altare divino che intimidiva le anime perse seppur con l'unico intento di farle sentire piccole... sempre più piccole. Con Soul non c’era Dio ma la Natura a fargli rabbrividire la pelle.

Cercò non un posto comodo per sedersi ma i ruvidi scogli appiattiti nel tempo dal vento e dai flutti impetuosi, dove in un momento, potersi prostrare e fermarsi a pregare. Ma Soul stavolta non aveva sceso la scogliera fino agli spruzzi di mare che bagnavano l' aria, per espiare. Aveva da chiedere all’Altissimo di uscire finalmente allo scoperto, di farsi vedere, per aiutarlo a cacciar via il Male e con lui tutti i pregiudizi. Solo il libeccio lo abbracciò.

Si lasciò cadere impotente e le mani si appiccicarono presto ai suoi salmastri capelli, aggrappate a loro fino a fargli male. Si scosse in un brivido, con la testa rialzò lo sguardo e in un grido d’Anima e di sfida, liberò tutto se stesso da quel cancro che rodeva dentro. Restò così, chissa quanto tempo ancora, con lo sguardo nel vuoto a fissare il nulla o a contemplare il tutt'intorno.

La mente immaginava solo l'Infinito verso quell’Oltre visibile, fatto di Soli e magari di Mondi capaci benissimo di viver comunque anche senza di lui… ignari di lui.

Chissà quanti altri giorni ancora, Soul, ci saranno, tutti un po’ così… da sopravvivere in astenia aspettando che sia sera. Giorni non tuoi perché mai voluti, dove continuare a credere che la prossima notte, forse, potrà servir ancora per sperare nel nuovo mattino. Poi, come sempre, il vento si calmò e anche i pensieri smisero di volare, non stavano più dietro a quelle grida quasi irraggiungibili di gabbiani ormai incatenati al cielo.

E l’orizzonte si faceva sempre, troppo, più lontano.

Gli occhi rigonfiarono e una gemma di dolore, bruciante di quel salmastro appiccicoso, tracimò, decisa com’era a scivolare lungo la scogliera per portare al mare l’ultimo suo messaggio: “Malgrado tutto… malgrado nessuno debba saperlo… Si! Ci sono anch’io!”

Soul. La mia anima
estate 2000

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"Album di famiglia" di Fabio Marcaccini

9 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #racconto

Mi son svegliato di soprassalto stanotte o iernotte, non ho mai capito come si dice.
Un balzo sul letto, all’improvviso, con la maledetta sensazione che il cuore si sia fermato, abbia cessato di battere e quel senso di oppressione sul petto, quella insofferenza addosso. Un leggero attacco di panico, direbbe il medico, come sovente mi capita, forse per il troppo stress accumulato, giorno dopo giorno.
Anche qualche notte fa era successo ed in risposta non avevo trovato di meglio che catapultarmi giù dal materasso. C’è mancato davvero poco che non mi spezzassi uno stinco contro la rete del letto.
Stanotte invece no. In questa notte mi ha turbato l’averti sognata, averti rivista così eterea, evanescente; troppo eterea e evanescente per chi come me ti ha conosciuto davvero. O forse è talmente grande il mio ricordo di te, per accettare di vedermelo annebbiare così troppo in fretta.
Ho provato a riassopire i miei pensieri in un sonno che vincesse la stanchezza. Ma il cuscino si bagnava, poco a poco, sempre di più, di quel sudore acre e carico di ansia. E il mio cuore batteva ancora nel petto, con quel nodo che strozzava in gola, per una mente che ci rivoleva insieme.
Ho alzato la testa facendo leva sulle braccia per poter buttare uno sguardo d’amore alla mia sinistra, sulla compagna di vita di oggi. Lei dormiva tranquilla... Non la svegliano le cannonate, figuriamoci io.
Eppoi ora, con quel suo pancione che la appesantisce e la stanca a dismisura, nel doverselo portar dietro giorno e notte. A destra il rumore soffocato della tv ancora accesa.
Mi giro sul fianco e mi allungo per spengerla. Poi mi alzo e, a piedi nudi dopo aver cercato invano nel buio le ciabatte, m’incammino alla ricerca di refrigerio fuori e dentro di me. Lungo la galleria vedo una luce filtrare da sotto la porta: è la stanza dove riposano i miei primi due tesori: le mie bimbe. Come vorrei tu potessi vederle ancora.
“Bimbe? Artro che bimbe” - mi diresti - “guarda là che cosce... che popo’ di gambe. Mamma mia, Martina... E la piccina, poi? Bimbe...? Vedrai tra po’ino...”
Già. Le mi’ bimbe, come ir tu’ bimbo e la tu’ bimba. Come i bimbi de’ tu’ bimbi de tu’ bimbi.
Come poter dimostrare più intensamente l’amore per i figli, meglio di noi livornesacci. I nostri bimbi, sempre e comunque, anche quando si ritrovano sugli “anta” a combattere con la vita per avere un mutuo che, se non hai calci in culo o garanti, non c’è carosello né pubblictà che tenga: non te lo danno.
Noi, dove in questa città siamo bimbi sempre: anche dopo aver fatto la galera o dopo che qualche tegame di fora via, che qualcuno pur chiamerà mamma, ti ha dato del fallito, dimenticandosi di precederlo prima almeno con un semplice e rispettoso “signor”.
Ma del resto è il mondo di oggi, un ingranaggio dal quale, se non giri con lui, vieni schiacciato; molto diverso da quello che insieme andammo un tempo a cercare di scoprire: te lo ricordi il nostro viaggio nella patria degli zar e del comunismo?
E arrivano altri pensieri, immagini che un giorno ormai troppo lontano riempirono una pagina vuota:
“La vita è troppo diversa da come la sognavo da bambino e il sogno non dura che una notte: solo scampoli di immagini per la nostra mente. Il risveglio è ben altra cosa: è accorgersi di non essere più bambino.”
Già. Io non ero più bimbo ed ancor meno lo sono adesso, dopo che tanti altri soli sono tramontati oltre l’orizzonte… come oggi, ancora senza te. Eppure il ricordo di queste parole, mi stordisce e mi lascia impotente al pari di un bimbo che si ritrova solo di fronte al suo destino.

"C'è un assordante silenzio. Mi manca il respiro. Devo uscire."
Ho alzato piano la saracinesca che porta sul balcone. Micia era già li, ruffiana, ad attendere i miei piedi per strofinarcisi contro col muso. Ha sempre fame, lei... di croccantini e di coccole.
“Mmmh... bellino… C’hai anche ‘r gatto, oraaa?” M’avresti risposto tu, con fare un po' acido.
Mi accendo un’altra sigaretta, forse l’ultima del giorno da poco trascorso o la prima del nuovo giorno. Me la fumo davanti al mio piccolo cielo, dove un’altra stella da poco si è spenta. Sarà stata l’ora ma in questa notte tutto è più amaro, anche l’ultima sigaretta.
Perché certi ricordi ti assalgono sempre quando ti ritrovi solo? Forse perché in questo schifo di mondo, in questo tempo, per poter tirare meglio innanzi, c'è sempre bisogno di occuparsi d'altro. Altro da fare e a cui pensare che non siano i ricordi e momenti belli da dedicare a te stesso ma anche i rimorsi... i rimpianti.
Bello dev’esser stato il tempo del mito del buon selvaggio. Solo vita da vivere, in sintonia con la natura e con gli altri o almeno così me l'hanno raccontata.
"Ehi” - mi dico - “Basta! Ma che cazzo di pensieri ti fai, stanotte? Hai forse deciso di farti ancora altro male?”
Conosco già la risposta. "Cadere in un momento in una vita senza tempo, per poi creare un tempo senza vita".
E così mi ritrovo prima bambino, poi adolescente e poi solo poco più grande. Riapro il cassetto dei ricordi e tra le mani riappaiono appunti da sfogliare, fotografie da rivoltare alla ricerca di una data, di un momento vissuto da non dimenticare, ancora pezzi di me che non torneranno più. Solo album di famiglia: immagini mie, di uomini e donne, amici piccoli e grandi. Ci sei anche tu naturalmente: bella, fiera, superba; non evanescente come nel sogno e... mi scivola una lacrima.

Rivedo il tuo sorriso, lo stesso che oggi ritrovo ritratto su questa pietra bianca che separa il tuo nuovo mondo dal mio.

“Ciao zia. Potevi darmi almeno il tempo di salutarti. Ma tu, come me, hai sempre voluto fare solo di testa tua”.


estate 2007

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