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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

racconto

Sezione primavera: Ascanio

11 Giugno 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #sezione primavera, #racconto

Un'avventura fantastica

di Ascanio Panarese (8 anni)

Un tempo un ragazzo di nome Oliver viveva con sua madre Delyne, con suo padre Cristopher e con suo fratello minore Jonathan. Oliver era un contadinello così povero da non poter neanche andare a scuola. I suoi occhi erano così azzurri e così brillanti che sembravano gemme illuminate dal sole; i suoi capelli invece erano più neri dei carboni. Era magrissimo dal momento che non aveva un soldo e doveva nutrirsi con il poco formaggio che la famiglia produceva, era smilzo e quasi gli si vedeva la gabbia toracica, ma con quel poco che aveva era comunque felice. La mamma era molto brava nel cucire i vestiti e con un po’ di lana riusciva a creare gli unici vestiti che lei, il marito e i figli portassero. Il padre, per quanto possa sembrare strano, era forte, robusto e veloce, in più alcune volte aveva mandato via gli uomini delle vicinanze che avevano cercato di rapire Oliver e suo fratello. Infine c’era il fratellino -che dire- era magro, basso e un po’ ritardato, ma, nonostante la sua dura-falsa vita, in cuor suo nascondeva un segreto: era colui che avrebbe guidato “il fratello” sino ai monti Megalitici per sconfiggere il mago che aveva reso suoi sudditi e schiavi i concittadini di Oliver: il suo nome era Perfyd. Ma una sera gli “uomini-rapitori” rapirono il padre e la madre di Oliver, e questi insieme al falso fratello (che però lui ancora non sapeva che fosse tale) scapparono in una campagna vicina. Ora, dovete sapere che quella campagna dove i due si rifugiarono era molto nota, poiché c’è chi sosteneva di aver visto una creatura mastodontica, dagli occhi rosso fuoco, una lingua appuntita e biforcuta come quella di un serpente e zampe robuste con uno spesso strato di grasso e pelliccia, con unghie che sfioravano il metro di lunghezza. Oliver ne udì il verso simile al latrato di un cane e in quel momento a Jonathan si illuminarono gli occhi e, da sotto la sua falsa pelle di umano, uscì fuori una magnifica e splendida creatura che volteggiava nel cielo come una farfalla appena uscita dal bozzolo, emanava un calore piacevole in quella fredda notte e la sua luce poteva abbagliare più di mille persone contemporaneamente perché il suo corpo illuminava come mille soli. Oliver sfortunatamente non riuscì a vederlo, perché dopo un attimo dalla trasformazione di Ulixe (il vero nome del “fratello”) svenne. Bisogna sapere che il mostro che ho descritto prima esisteva veramente, e Ulixe lo sapeva, infatti era stato proprio il mostro a strappargli dal petto il “cor incantesimus”, ovvero l’organo che gli permetteva di praticare incantesimi che, come avrete capito, non poteva più praticare. Al suo risveglio Oliver si ritrovò in un mondo pieno, zeppo fino all’ultimo millimetro di creature come Ulixe. Questi, appena Oliver si alzò, gli spiegò che lui era l’unico in grado di sconfiggere Perfyd; gli spiegò anche che gli uomini-rapitori erano complici di Perfyd e che avevano rapito i loro genitori perché erano della stessa razza di Ulixe. I compaesani, anche loro della stessa razza, si erano sottomessi a Perfyd come un coniglio si sottomette alla volpe. Ulixe gli disse che i Celestien, cioè la razza a cui apparteneva, erano stati sottomessi così facilmente da Perfyd, poiché a loro mancavano due cose che agli umani non mancavano di sicuro: il coraggio e lo spirito d’avventura. Oliver fortunatamente era sia umano che Celestien. Ovviamente col suo cuore onesto e leale accettò di affrontare Perfyd. Così dopo un lungo viaggio attraverso il “canyon de la muerte” e dopo aver attraversato “il passo del pendio roccioso”, arrivò a destinazione: “la tierra de mezzo”. Questa era desolata, disseminata di vulcani che fumavano ceneri color pece, scagliavano a terra detriti simili ad asteroidi. Questa parte remota del mondo fantastico era abitata da hobbit neri, troll con mazze lunghe un metro pronti a fare fuori chiunque avesse provato a rubare la pietra (dopo spiegherò cos’è) e da “mannaris canin” come la creatura della campagna, la stessa con occhi rossi e unghie lunghissime. Ulixe, che conosceva quella terra meglio dei suoi bucorim, cioè fessure sulle gambe dei Celestien usate per deporvi oggetti piccoli, indicò a Oliver la strada per il castello e il Celestien, fifone qual era, ritornò in terra sua. Oliver si avviò e ovviamente sapeva che la pietra non era altro che il cuore degli incantesimi di Ulixe, la fonte della tierra de mezzo. S’incamminò verso il castello alto e maestoso, con torri che superavano i duecento metri, ed entrò. Una volta dentro s’incamminò verso la sala del trono dove, come pensava sin dall’inizio, era seduto sulla poltrona in diamante Perfyd, dalla lunga barba nera e dal viso severo. Subito si accorse della pietra posata su un piatto d’oro abbagliante. Immediatamente la prese e con la pietra di Ulixe e con la sua divenne addirittura più forte di Perfyd e dopo aver formulato un “divisocorpum” uccise Perfyd e con questo crollò il suo maestoso impero che per anni era stato considerato la città dei mondi del regno fantastico, come da noi, tanto tempo fa, Roma fu l’impero più forte. Così i genitori di Oliver vollero restare nel mondo magico e con essi restarono Ulixe e Oliver, la cui vita da un giorno all’altro cambiò e senza nessun lungo preavviso salvò il regno magico e la nostra tanto amata Terra.

Ma un altro oscuro mistero stava per sorgere…

Ascanio Panarese

Istituto comprensivo “G. Mazzini” classe V A

Benevento, anno scolastico 2012-2013

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Sezione primavera: Ascanio

9 Giugno 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #sezione primavera, #racconto

Trappola mortale

di Ascanio Panarese (8 anni)

Richard Turner era un famoso astronauta che aveva compiuto ben tre viaggi nella stazione spaziale internazionale. Egli fin da piccolo aveva avuto molta passione per lo spazio e tutto ciò che lo riguardava. Si era laureato in tecnologia spaziale e lavorava presso la NASA: la più grande base spaziale.

Un giorno, mentre lavorava allo studio di una tecnologia aliena, ricevette un messaggio dal colonnello Stevens via telegramma che diceva così: “Rapito il caporal maggiore dei Marines presso l’area 51”.

Richard allora ispezionò in lungo e in largo l’area 51 e scoprì una cosa che lo sconvolse: era una sfera di quasi un metro di altezza, al cui interno riposava nientedimeno che un extraterrestre: una creatura non più alta di una sedia, interamente circondata da un materiale abbastanza robusto e trasparente, non ancora scoperto sulla terra; questo era l’inizio di un viaggio ai confini del nostro Sistema Solare e forse addirittura fino alla parte più estrema dello stesso spazio.

Tornato in laboratorio con la gigantesca sfera, Richard notò che più essa si avvicinava alla tecnologia aliena che lui stava studiando, più la sfera s’illuminava. La notte Richard si svegliò e notò un oggetto non identificato volare al disopra di casa sua. Uscì e … si rese conto di trovarsi a bordo di una nave aliena. Ai lati dell’astronave vi erano collocate capsule contenenti: robot, cyborg, androidi e … il caporal maggiore dei Marines.

Richard capì subito che gli alieni volevano far diventare il caporale un mutante per scopi interamente loro e del loro pianeta: Saturno. Corse allora verso la capsula che conteneva il caporale e invano cercò di rompere il vetro. La forma di vita che aveva un’intelligenza superiore a quella umana lo fermò e lo mise in sala di isolamento c-23. Qui dentro c’erano due cyborg siglati d-30 e z-23

Ad un certo punto i due cyborg lo condussero verso un muro su cui era appoggiato un congegno spazio-temporale in cui i cyborg lanciarono Richard e digitarono l’anno 2125. L’uomo si ritrovò in un’era in cui gli extraterrestri avrebbero sottomesso gli uomini.

Richard ritornò nella sua era e con l’aiuto dei cyborg escogitò un piano per far schiantare l’astronave aliena su Giove. Il primo giorno disegnarono il progetto su un foglio terrestre e lo modificarono più di trenta volte. Il secondo giorno si procurarono più di cento materiali provenienti da più galassie intorno a loro. Il terzo giorno poterono finalmente realizzare il progetto.

Dopo un mese di prove si decisero a piazzare la trappola e ad attuare il piano. Gli alieni ci cascarono e andarono a schiantarsi contro Giove. Richard, il caporale e i cyborg sganciarono la navicella di supporto e fecero ritorno alla Terra. Arrivati sulla terra, si recarono subito in laboratorio e, preso il cannone interstellare, rispedirono la sfera nello spazio sino a Saturno.

Richard e il caporale tornarono alla NASA e, per quanto riguarda i cyborg, essi decisero di arruolarsi nell’esercito americano e aiutare la NASA nelle ricerche spaziali svelando la formula del trasporto spazio-temporale.

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Ida Verrei: Un principe tra i rifiuti

11 Maggio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto

Ida Verrei: Un principe tra i rifiuti

È altero, superbo, elegante. Evoca grandi distese marine; onde increspate punteggiate di un bianco  indolente, adagiato, cullato; cieli limpidi solcati da ali spiegate come vele; lidi immacolati della Costa Azzurra o imponenti scogli della Riviera Ligure; bianche scie di pescherecci o di aliscafi per isole-sirene.

 

 È libertà, sogno, leggerezza.

 

Richiama il verso del poeta:

Non so dove i gabbiani abbiano il nido,
ove trovino pace.
Io son come loro,
in perpetuo volo.
La vita la sfioro
… (V.C.)

 

E ora è qui, quasi un miraggio, una strana creatura nella luce accecante di un pomeriggio d’inizio estate.

La bianca livrea sfuma nel grigio, e poi nel nero della coda; le zampe sottili di un giallo intenso, come il lungo becco che termina con un piccolo triangolo rosso. È immobile, fermo sul bordo del contenitore per rifiuti posto al lato della piazza.

C’è silenzio tutto intorno; le panchine sotto le acacie, occupate da qualche anziano che sonnecchia; i tavolini del bar, semivuoti. La saracinesca del Supermercato è abbassata.

Un breve strido, tre o quattro colombi si staccano dai rami, sbattono le ali, atterrano ai piedi del bidone, si fermano col capino alzato. Lui si volta lento, abbassa la testa, guarda dentro la pattumiera, vi immerge il lungo becco.

Oddio… ora insozzerà la sua bianca livrea… no… rialza il capo: nel becco un pezzo di pane; guarda giù, lo lascia cadere sui basoli sporchi. Poi ne raccoglie un altro, e un altro ancora; i suoi movimenti diventano convulsi. I piccioni si avventano famelici sui resti, piluccano in fretta. Per terra, accanto al bidone, c’è di tutto: pezzi di pane, di frutta, pasta e chissà che altro.

Lui ora è di nuovo immobile, guarda giù. Un altro strido, e dai tetti, dagli alberi, arrivano altri colombi. Dieci, venti, trenta. Non riesco a contarli,  una marea scura in movimento.

Lui apre le ali e spicca un breve volo. Si poggia su un cartellone pubblicitario, al lato opposto della piazza. Guarda verso la macchia grigia che ondeggia.

Poi, con grazia, lieve, si libra verso l’alto, le ali spiegate, tutt’uno col corpo agile e sottile. Va, si perde tra il biancore e l’azzurro, verso il mare.

 


 

 

 

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Io ed Evelyn

2 Maggio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #vignette e illustrazioni, #poli patrizia, #racconto

Io ed Evelyn

Racconto di Patrizia Poli

Illustrazioni di Margareta Nemo

Non parlo mai con la gente che mi guarda così, questo pomeriggio ho attaccato discorso solo perché le cose stanno per cambiare. – Ok- ho detto - io ed Evelyn siamo siamesi, unite per il bacino. Vede? Qui - ho indicato - dove voialtri avete l’ombelico.

Ha strabuzzato gli occhi, stritolato il manico dell’ombrello, raspato con il tacco il ghiaino come un gatto che ha appena fatto la pipì nella sua cassetta. Si è seduto sulla nostra panchina per caso, non ci ha viste subito e adesso non sa più dove guardare. Prova ad andarsene ma lo agguanto per la manica dell’impermeabile. - Ehi, signore! Ieri era il nostro compleanno, quindici anni! - lo informo.

Evelyn sta dormendo sulla mia maglietta di Will Coyote. Si è addormentata appena siamo arrivate al parco. È stanca, deve essere l’emozione. Dall’incerata che ci ripara, di lei sbucano solo un po' di capelli e un orecchino con un ciondolo di corallo.

- È stata una festa proprio da sballo!- continuo solo per il gusto di vederlo arrossire - Papà mi ha detto: Rosemary, domani ti compro un motorino tutto per te, di che colore lo vuoi? Blu faccio io, compramelo blu. Evelyn l’ha chiesto rosso.

- Ah, bene, auguri.

- Perché, vede, signore, domani ci separano. Guardi, qui, dove dorme mia sorella, ci tagliano a metà. - Mi sollevo sul gomito e alzo l’incerata per fargli vedere il punto esatto. Ho imparato a muovermi senza svegliare Evelyn. Ci siamo sempre addormentate così, faccia a faccia, respirandoci in bocca. A volte lei scalcia, butta giù il lenzuolo, ci scopre. Mica lo so, io, cosa vuol dire alzarsi e andare a bere in cucina lasciando Evelyn nel letto. Se mi scappa la pipì, la trattengo, per non svegliarla. Ma da domani ruberò il gelato senza che lei faccia la spia e andrò per prima alla finestra quando passa Richie Lawrence, che ci piace a tutte e due. Guiderò anche il motorino, da sola. Sai che palle.

Evelyn si muove, soffia coi polmoni, slaccia le gambe dalle mie. Tiro su l’incerata per coprirla, visto che s’è alzato il vento e spazza le foglie. Intanto penso al bisturi che ci fruga fra le budella e decide per noi: questo è di Evelyn e questo e di Rosemary.

- Bene - ripete lui - allora, auguri.

- Mica è giusto! Sceglieranno a caso. Che ne dice lei?

È a disagio; guarda la mantella con le due teste e poi si guarda le scarpe. – No - dice - no, non credo, perché dovrebbero?

- Sì, invece.

Qualcosa di mio, penso, rimarrà laggiù, prigioniero e lontano. Sa, lui, sa, mio padre, sanno, forse, gli altri, che quando passa Richie Lawrence la pancia di Evelyn fa glu glu? Io sì. Io lo so, io lo avverto, ogni volta. O è la mia pancia? Ed è così l’amore?

Sento il mento di Evelyn inumidirmi il collo, l’odore tiepido delle sue ascelle, il solletico delle ciocche castane, identiche alle mie, scosse dal vento.

Gli mostro una foto sul giornale. - Signore, guardi! Guardi che roba!

Ci siamo noi alla nostra festa da sballo, con due cappelli da fata turchina in testa e due fette di torta rosa.

NUOVO MIRACOLO DELLA SCIENZA DA VENERDI’ DIVISE LE GEMELLE DELLA 22°

Macché miracolo, il miracolo c’è già.

Loro non lo sanno che è uno sballo per me stare così con Evelyn! Noi siamo una e tutti gli altri invece sono due, tre, quattro, mille, centomila! Divisi, soli al mondo, uno schifo. Solo l’idea mi terrorizza. Credevo che sarebbe durato per sempre, noi due attaccate così! Invece, che fregatura! Mi toccherà pure morire da sola, un giorno, ed avrò una paura cane.

Evelyn apre gli occhi e sbadiglia, io guardo l’orologio. - È tardi - dico -notte, signore! Andiamo, Evelyn.

Lui si alza. - Buonanotte.

Prende l’ombrello e fugge via, da solo.

Noi due indietreggiamo abbracciate, scorrendo su quattro zampe, verso casa, verso i nostri genitori che aspettano due figlie, non una.

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MADRE di Adriana Pedicini

28 Aprile 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #racconto

Adriana Pedicini

Madre

Il momento tanto terribile del distacco non fu vissuto con vera partecipazione. Sembra assurdo ma è così.

Un rifiuto della morte come morbo pestilenziale, una specie di miasma che voleva per forza asfissiarmi e il timore di una visione macabra e ripugnante cozzavano contro il disperato bisogno di sentirla ancora viva.

Una madre non può essere per il figlio un essere contaminato contaminante, uno spettro, e suscitare immagini spettrali.

Pur nella rozzezza delle forme, negli ironici scherzi che la natura opera nei corpi umani, una madre, per il figlio, è sempre un angelo. L’importante è averla, una madre.

La morte quindi è sua nemica. E la morte mi tenne lontana dalla stanza in cui giaceva ormai la sua salma, composta dalla pietà dei parenti e circondata da candelabri lunghi e snelli da una parte, dall’altra da fasci di fiori anch’essi agonizzanti nell’aria afosa e buia dell’ambiente, appena appena rischiarato da un filo di luce che riusciva a penetrare attraverso lo spiraglio delle imposte socchiuse.

Fin dalle prime ore del pomeriggio in cui cessò di vivere e per l’intera notte seguente mi tenni lontana da quella stanza.

Ugualmente con uno strattone mi liberai dall’abbraccio affettuoso dei parenti, sigillando nel mio silenzio tutto il doloroso stupore di quell’evento.

Poi d’improvviso il culmine drammatico di quel distacco.

Non avrei rivisto più mia madre per anni interi, per un numero infinito di anni, per l’eternità! Eternità! Parola che annullava la speranza, eliminava ogni possibilità: non sarebbero bastati gli sforzi di una vita intera a ricongiungermi a lei.

Eternità come infinità, come nullità!

Sperare d’incontrarmi con lei voleva dire scoprire e possedere la vastità dello Spazio, varcare e comprendere le barriere del Tempo, penetrare nel mistero della Vita-Morte e sovvertirne i principi.

E il cuore vacillava sotto il peso del senso di impotenza che mi possedeva, la mente si disperava.

Corsi allora a racimolare brevi attimi di convivenza, a sottrarre al tempo un ultimo tacito colloquio, a stabilire un estremo patto di amore eterno.

E la ri-vidi, la ri-conobbi, la ri-scoprii bella, sorridente, serena, come non mi sarei mai aspettata si potesse essere nella immobilità della morte.

Gli ultimi giorni di sofferenza le avevano scalfito le gote, le labbra si erano contorte come in un piccolo cerchio che a mala pena lasciava passare un piccolo soffio vitale. Gli occhi soltanto parlavano, tumidi di lacrime, mentre lentamente si volgevano ora qua ora là verso l’uno o l’altro dei figli.

Non avendo capito l’estremità dell’ora, sedevo su di uno sgabello, accanto a lei, mano nella mano, illudendomi di rinvigorire col mio calore quel tepore freddo che mi sembrava di cogliere al contatto.

Ad un tratto avvertii una specie di scarica elettrica, un ritmo di leggere vibrazioni che dalla sua mano passavano alla mia. Ne rimasi turbata e ricacciai indietro il timore che si trattasse per lei del passaggio fatale, per me dell’estremo messaggio.

Ora invece, di nuovo seduta accanto a lei, di nuovo mano nella mano, la contemplavo, con la punta delle dita le carezzavo la fronte, la baciavo, appena sfiorandole le gote ora di nuovo distese.

Cercavo di assorbire nella mente e nell’anima quanto più possibile della sua immagine, quasi che io stessa potessi farmi custodia di una sua forma incorporea. Perché fosse, però, più corrispondente al vero, il giorno dopo tracciai sul mio diario segreto, di lei, il volto dell’ultimo istante, il sorriso disteso con cui aveva salutato la vita.

Scorrendo inesorabilmente il tempo cercava di cancellare quell’immagine dalla mia mente; questa reagiva ripercorrendo, quasi fisicamente, i sentieri della nostra vita in comune cercando di fissare un’espressione, uno sguardo, una parola.

Tutto dunque si risolveva in una lotta impari tra l’inevitabile fluire dei giorni e la memoria che tentava di rendere quanto più vigorose e nette le immagini.

Ne derivava un dolore quasi fisico, ricorrente, soffocante; di notte mi sorprendevo a piangere dormendo e il risveglio mi sgomentava per la certezza che un destino crudele aveva cancellato in un attimo un mondo di affetti, un’esistenza tenera di cui avevo tanto bisogno ancora, e per la quale dovevo rappresentare certamente ancora uno degli scopi della vita.

Il ricordo non era accompagnato dal sapore dolce della nostalgia, dalla pacata amarezza del rimpianto. Era trafitto dalle spine di un dolore grondante ancora lacrime tristi.

Ma un filo di luce doveva alla fine rischiarare le tenebre dell’animo prostrato.

I miei bambini mi chiesero un giorno perché mai i miei occhi mi si riempissero di lacrime ogni qualvolta guardavo l’immagine di lei sul comodino.

Cominciai, allora, a parlare loro in modo tenero e affettuoso di quella cara figura che essi non avevano conosciuto, ma di cui pur avvertivano la presenza nel mondo affettivo che li circondava.

Eliminai però, per non angosciarli, dalle parole ogni velo di tristezza, ogni rimpianto struggente, ogni senso di vuoto sgomento.

Mi accorsi, allora, che come acqua sorgiva zampilla con vigore dalla roccia, così il ricordo, trasparente e concreto a un tempo, limpidamente fluiva dalla mia mente e dolcemente si concretizzava nelle parole. Mai mi ero accorta della straordinaria possibilità che avevo di renderla viva. Avevo riscoperto a livello di pensiero la sua nuova identità e la possibilità per lei di sopravvivere, per me di crederla viva. Ricreata da questa convinzione, la realtà riemergeva, seppure in altra dimensione.

Non più ricercai assurde immagini di un volto che ormai aveva i suoi lineamenti stemperati nell’infinità dello spirito, non rimpiansi più il tepore di un corpo che aveva acquisito le proporzioni infinite dell’anima.

Per quella sconvolgente e drammatica, misteriosa e divina equazione Vita-Morte e Morte-Vita, riscoprii Lei-Madre in me madre, parti infinitesimali di un disegno, che seppure ci aveva viste protagoniste di un particolare momento drammatico, aveva però un respiro e un significato universale.

Mi piacque tuttavia ancora una volta immaginarla col volto di sempre mentre, in fondo al viale luminoso dell’Eternità, mi ammoniva che continuassi anche per lei a vivere, tra pianti e sorrisi, l’antico ruolo di Madre.

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Cuscini

3 Marzo 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #racconto

- Ma dov'è l'altro libro? Quello con il soldato?

Nessuna risposta.

- Ehi, Mamma! Dov'è l'altro libro?

Silenzio.

La figlia chiude gli occhi, si tira indietro fino a sprofondare nel divano, e infila la testa fra i due grossi, gonfi cuscini. Sempre più giù, sempre più giù, fino a diventare invisibile, fino a non vedere più nulla. Se rimango così abbastanza a lungo, pensa, forse prima o poi sparirò. Devo solo rimanere immobile, finché non succede.

Ma questo lo pensa da quando aveva cinque anni e non ha mai funzionato. E sua madre sicuramente è ancora seduta là, con lo sguardo assorto.

Risponde solo:

- Tanto non lo leggi, non ci sono le figure in quello.

Poi:

- Ci sposiamo, io e Paolo. Domani ti porto da papà e rimani con lui.

Non guardarmi in quel modo, non puoi stare con noi. Papà si porta una ragazza ogni tanto, non gli dai nessun fastidio, e di certo non se le sposa. Puoi portarti dietro le tue cose. E di tanto in tanto verrà una donna per occuparsi di te.

- Se non mi avessi sempre trattata come un'idiota adesso non sarei così deficiente. - Dice la figlia fra i cuscini.

L'ha detto sua sorella una volta, mentre litigava con la madre: "Se non l'avessi sempre trattata come un'idiota adesso non sarebbe così deficiente". Non l'ha affatto capita, quella frase, ma le è piaciuta. Allora ha cominciato a ripeterla "Se non mi avessi sempre trattata come un'idiota adesso non sarei così deficiente". Ogni volta che c'è un litigio, o che sua madre ce l'ha con lei, ripete la frase.

- Se non mi avessi sempre trattata come un'idiota adesso non sarei così deficiente. - Ripete per un'ultima volta.

- Mi sono occupata di te per trent'anni - dice la madre - Ora semplicemente non ce la faccio più.

- Mi dispiace - Aggiunge, si alza ed esce dalla stanza.

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Di Ida Verrei: un amore oltre il tempo

28 Febbraio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #racconto

Di Ida Verrei: un amore oltre il tempo

1) L’Addio

Tramonto cilentano: l’antico sole rosso e tondo scolora lentamente nel mare increspato, regala balenii di fuoco alla spuma di onde leggere.

Il cielo si tinge d’arancio.

L’uomo è alto, curvo, i capelli bianchi scomposti si diradano sulla nuca. La camicia a scacchi fuoriesce dal bermuda beige. Il viso segnato, stanco, racconta il tempo.

Il cane bianco, lungo pelo appannato, ha occhi dolci e tristi, fremiti nel corpo pesante.

Vanno insieme, affiancati, l’uomo e il cane, lenti: la stessa andatura fiacca, vecchia. Il cane di tanto in tanto alza il muso verso il padrone, lo guarda con muta domanda. L’uomo ricambia lo sguardo, allenta il guinzaglio.

In fondo al viottolo, dal mare, una nebbia lattea: profuma di salmastro.

Camminano nella bruma marina: due sagome barcollanti, malinconiche ombre che oscillano rassegnate, vinte.

Nel loro incedere lento, la sconfitta di giorni perduti, il pianto arido del distacco.

Il cane avanza, precede l’uomo, si solleva; acqua e nuvole si confondono. L’uomo prosegue. Solo, nella nebbia.

2) Ritrovarsi.

“Eccomi, sono arrivato amico mio”

“Ti aspettavo, padrone”

“Lo so, è stato un lungo cammino…”

“Sarai tanto stanco, povero padrone! accovacciati qui, accanto a me, poggia la fronte sul mio collo, riposa. Ora puoi farlo”

“Quanto mi sei mancato, amico mio… quante volte ti ho chiamato, ti ho cercato. Sei andato e mi hai lasciato solo”

“Dovevo, era giunto il mio tempo. È stato un percorso doloroso, il mio come il tuo”

“Ma io ti sono stato accanto nel passaggio, ho cercato di renderlo più lieve, ho accarezzato il tuo muso, ho accompagnato i tuoi fremiti, ho stretto la tua zampa, fino alla fine. Ti ho lasciato andare, non ho cercato di trattenerti. Il tuo cammino è stato dolce. Io invece ho lottato. Dio, quanto ho lottato… Loro non volevano che io andassi, e non capivano che già non c’ero più. E quanto pesava il corpo! E quale battaglia per spezzare i lacci d’amore che stringevano stringevano. E tu non eri con me”.

“E no, padrone! Io c’ero, ci sono sempre stato: ero nella tua mente sconvolta, tra i tuoi fantasmi, nelle tue urla disperate, nel gorgoglìo dei tuoi polmoni, nei rantoli della tua gola arsa, negli umori che ti inondavano il volto; alitavo sul tuo collo, sulla tua fronte; ti davo calore quando brividi scuotevano quel povero guscio che si erodeva;

leccavo le tue mani scarne che si agitavano nel vuoto. Cercavi di afferrarmi e non lo sapevi. Io ero lì, quando il petto ti scoppiava; ero lì, quando il fiato si è fatto soffio; ero lì, quando le pupille dilatate ingrigivano”.

“ E ora? Ora cosa sarà di noi, amico mio? Non sentiremo più il rumore del mare? Il profumo dei fiori? Non udremo più le voci squillanti delle mie principesse? Quei suoni armoniosi che erano musica? Non ci cullerà più la brezza sulla nostra amaca sotto il gelso? Non vedremo più il nostro paradiso colorato?”

“Guarda giù, padrone, guarda bene. Vedi? È tutto lì, come lo hai lasciato.

Noi potremo sempre correre lungo la riva, potremo rotolarci nella sabbia come un tempo, senza che i granelli ci restino nel pelo e tra i capelli, senza che la risacca ci trascini via; potremo alzare il capo verso il nostro sole rosso e guardarlo all’infinito; sentire il profumo delle rose e vedere i colori del glicine; e giocare coi guizzi dei pesci rossi sotto il mandorlo; ascolteremo le voci, le risa rutilanti delle principesse; sfioreremo le loro gote di velluto, come alito di vento. Una pioggia dorata sarà il nostro dono: sarà pioggia d’amore.

Stringi il mio collo, padrone, il mio pelo non è più appannato, le tue mani hanno ancora vigore. Lascia che le nuvole ci sollevino. Il cielo già trascolora, tutto è lieve.

Riposa, noi non saremo assenze; laggiù non resteranno cornici vuote.

I:V:

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Hotel Millestelle

23 Febbraio 2013 , Scritto da David di Luca Con tag #david di luca, #racconto

È ormai la quinta sera di seguito che riesco a pagarmi una camera di pensione. Se devo essere sincero, anche i tipi dietro il bancone - un signore o una signora a seconda dei momenti - cominciano a guardarmi in modo diverso. La prima sera, probabilmente, erano stati infastiditi dal mio aspetto, e li posso pure capire. Ti trovi davanti uno con capelli e barba lunghi, i vestiti portati ormai da una decina di giorni, e in mano solamente un violino dentro la sua brava custodia. "Tutto occupato", mi aveva detto il tipo senza guardarmi. Non me l'ero presa minimamente. Chi si è scottato con l'acqua calda, generalmente ha paura anche di quella fredda.

"E se pagassi anticipato, pensa che qualcosa da qualche parte si possa trovare?"

Lui fece come se l'avesse colpito una scossa elettrica. Alzò lo sguardo e parve pensieroso per un attimo.

"Fanno cinquanta. C'è anche il bagno."

"Ottimo."

Aprii la custodia del violino, e ne cavai la cifra richiesta. La faccia del tipo rimase arcigna, ma con meno convinzione. Mi porse la chiave. "Quarantaquattro, secondo piano." Stavo ormai salendo le scale col violino sottobraccio, quando parve scuotersi da una qualche forma di torpore.

"Signore!?"

"Sì?"

"Guardi, da quella parte c'è l'ascensore, se preferisce.".

Adesso sono qui che scrivo queste paginette di riflessioni. Già, perché sono perfino riuscito a comprarmi un quaderno e una penna. E so bene quanto sia importante mettere i pensieri su carta. Le parole sono come segnaletica che indica la strada alla nostra mente. Così, con questi semplicissimi mezzi scelgo di elencare le piccole conquiste che sto mettendo a segno giorno dopo giorno, e che probabilmente mi stanno dando più soddisfazione di quelle del tempo in cui ero uno stimato consulente finanziario, e vivevo ogni giorno sull'onda del successo e della performance. Magari un giorno finirà che dovrò rendere grazie per il crac dei mercati finanziari che ha travolto la mia come milioni di altre vite.

Anche perché, per quanto possa sembrare assurdo, l'aver iniziato a strimpellare il violino tantissimi anni fa mi si sta rivelando molto più utile della laurea magna cum laude alla Bocconi. Dopo il pignoramento della casa, quando fu chiaro che me ne sarei dovuto andare, una delle ultime sere feci una bella seduta di brainstorming. Partendo dal dato di fatto che per me sarebbe stato un vero trauma non avere più un tetto sopra la testa, che cosa potevo fare per rendere la situazione più gestibile?

La risposta veniva da sola. Di certo avrei dovuto mangiare, e altrettanto sicuramente sarebbe stato necessario vestirmi. Ma mi fu chiaro da subito che avrei limitato queste due esigenze allo stretto necessario. Oltre quel livello, tutte le mie forze sarebbero state dedicate ad avere un posto dove potessi ritirarmi la sera per fare il punto della situazione e ricaricarmi per portare avanti il programma dell'indomani.

D'accordo. Ma, le risorse di cui sopra, dove stavano? Certo, mi rimanevano ancora un po' di soldi. A occhio e croce, avrebbero potuto bastarmi per un paio di mesi. Troppo poco. Occorreva inventarsi qualcosa, che non poteva certo essere la consulenza su azioni e bond. Fu allora che mi si accese la lampadina: il violino!

Erano mesi che non lo suonavo, ma nel tempo avevo continuato a strimpellare qualcosa ogni tanto, e a detta di molti non ero poi più scarso della media. Oltretutto, mi venne fatto di pensare a un fatto che mi era accaduto qualche mese prima. Mentre stavo per prendere la metropolitana, mi era capitato di soffermare lo sguardo su un busker, un musicista di strada, che nel caso specifico imbracciava una chitarra, strapazzando alla bell'e meglio "No woman no cry" di Bob Marley. A fianco aveva il fodero dello strumento, e mi ritrovai, non so perché, a fare una stima di quanti soldi quel tipo poteva mettere insieme in un giorno. E in un mese?

Stavo girando per la stanza come Zio Paperone nei fumetti. Cavoli, mi dicevo, vuoi vedere che davvero questa è la chiave per svoltare la situazione?

Nei giorni successivi ho cominciato a dedicare tutto il mio tempo allo strumento. La mattina appena sveglio, un'ora di riscaldamento. Poi via, alla stazione centrale, per una bella session. Suonavo i Beatles, "Penny Lane", "Yellow Submarine", insomma cose che tirassero su il morale, sia a me che a quelli che ascoltavano. Consideravo infatti assurdo chiedere soldi suonando roba strappalacrime come fanno in molti.

Ebbene, non so se fosse giusto il calcolo, o che altro. Fatto sta che ben presto nella custodia c'era un bel gruzzolo. Avevo ancora conto e bancomat, per cui dopo essermi sfamato feci un bel deposito. Magari, mi dicevo, oggi è andata bene. Vediamo il trend.

E fu un trend decisamente toro. Tanto che dopo una settimana stimai che potevo smetterla di dormire sulle panchine. Ormai c'erano due mesi di stanza a pensione.

Qui il cerchio si chiude. Poco fa mi sono guardato allo specchio, dopo una bella doccia seguita da rasatura. Sono un po' dimagrito, magari con qualche ruga in più. Non so ancora come sarà la mia vita a lungo termine. Certo molto diversa da come l'avevo pianificata fino a qualche settimana fa. Eppure, stranamente, ho una sensazione di controllo molto maggiore di quando giocavo a fare il domatore di opzioni e obbligazioni. Forse è vero che tutto ciò che non ti ammazza ti rende più forte.

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La grande scala del Palazzo Legislativo

17 Febbraio 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #racconto

La grande scala del Palazzo Legislativo (1957)

da El que vino a salvarme (1970)

di Virgilio Piñera

Traduzione di Gordiano Lupi

Il libro mi cade dalle mani, la musica che ascolto sembra noiosa e oscura, disturba il mio udito; parlo con mia madre e sento le parole congelarsi sulla punta delle labbra; scrivo una lettera a M. - ho molte cose da raccontargli - ma dopo due righe interrompo la scrittura. Mi fermo sulla porta del cinema: non mi decido a entrare; non partecipo al venerdì della seducente Eva e non vado neppure al tè della frivola Elena. Proprio loro, con le loro mani, hanno lasciato l’invito sulla mia scrivania. Resteranno di stucco quando sapranno che non parteciperò. Ma come! Mancherò proprio io, l’ornamento dei loro saloni, il sale e il pepe delle loro serate; io, che mando via la tristezza, che elettrizzo i presenti, che scaccio le ombre dai volti e che consolo i cuori angosciati… Il bello è che non soffro, non mi angustia il fatto di non partecipare. Come un servo che ha ancora tempo prima di raggiungere il letto per riposare, sto chiudendo, una dopo l’altra, le porte al mondo.

Sarà che morirò presto? Ma se mi sento pieno di salute, non mi fa male niente, il mio polso è normale, non ho febbre; inoltre, non sono un anziano; ho appena trent’anni. Malgrado ciò, tutto mi cade dalle mani, il poco che faccio viene in automatico, meccanicamente, sono carente di vita e calore. Mi guardo con indifferenza, mi annoia la mia stessa esistenza, vorrei vederla molto lontana da me. Al mattino, lo spettacolo è terribile: tiro fuori una gamba dalle lenzuola e la sua vista mi provoca l’effetto di un animale selvaggio. Raggiungo il colmo dell’orrore quando faccio le abluzioni mattutine e vedo riflessa la mia testa nello specchio. Quella testa… in altri tempi oggetto di ammirazione per i miei occhi, orgoglio per i miei sensi.

Conosco la causa della mia strana libertà. È - non voglio attendere oltre per confessarlo - la grande scala del Palazzo Legislativo. Giovedì scorso sono dovuto andare al Palazzo. Ero molto in ritardo nel pagamento di alcune imposte. Gli uffici dove riscuotono certe imposte si trovano al terzo piano. Ho cominciato a salire la grande scala. All’improvviso mi sono trovato inchiodato al quinto gradino. Ho sentito che mi risucchiava e nello stesso istante mi liberavo da tutto il resto. Era lei, dunque, la sola cosa che mi interessava. Salire e scendere. Ho sceso i pochi gradini che avevo salito e una volta raggiunto il punto dove cominciava la scala ho cominciato una lunga contemplazione. Ho fatto la sensazionale scoperta che un gradino si compone di una lastra verticale e di una lastra orizzontale. Quindi ho avuto la chiara e precisa sensazione che quando saliamo vediamo prima la lastra verticale e, subito dopo, la lastra orizzontale; e che, al tempo stesso, quando scendiamo, vediamo prima la lastra orizzontale e dopo la lastra verticale. Altra rivelazione: visto che a ogni gradino corrisponde un passo delle nostre gambe, accade che finiamo per non sapere se siano i nostri passi a salire lungo i gradini o se i gradini salgano a causa dei nostri passi. Altra cosa di grandissima importanza: i pianerottoli. Non sono luoghi dai quali si guarda la vita dall’alto, non servono a lanciare sguardi di disprezzo sui vili mortali; questi pianerottoli non sono una meta e, proprio per questo, non siamo interessati a fermarci su di loro e a commuoverci con le nostre pene. No, sarebbe molto infantile, molto miserabile considerare il pianerottolo dal punto di vista delle nostre sofferenze. Al contrario, dobbiamo considerarli soltanto come i pianerottoli che sono. E cosa si guarda da tali luoghi? Certo, solo grandini…che scendono se la vista si abbandona in rumorose cascate dall’alto del pianerottolo verso la base della scala; che salgono se gli occhi, armati di scarpe ferrate e di grosse corde, intraprendono la faticosa ascensione in direzione del prossimo pianerottolo. Per parlare di loro: sono dodici i pianerottoli di questa grande scala in marmo rosa del Palazzo Legislativo, cupo edificio la cui costruzione è molto precedente rispetto alla scoperta dell’ascensore.

Bene, se come ho detto, il primo e il secondo di tali pianerottoli ci consentono di contemplare, secondo i capricci dell’occhio, il gioco ora ascendente ora discendente dei gradini, non accadrebbe la stessa cosa se ci trovassimo posizionati nel terzo pianerottolo di ogni piano. L’architetto che ha progettato questa scala l’ha messa in una curva così ripida, ad angolo acuto, che non permette di vedere, neppure sporgendosi, nessuna parte della scala. Effetto sconcertante, direi che è persino capace di far perdere d’animo. Quando raggiunsi per la prima volta quel pianerottolo capriccioso del primo piano, siccome non vidi i gradini che avevo lasciato alle mie spalle così come quelli che mi avrebbero condotto al secondo piano del Palazzo, sentii che le mie gambe si impuntavano come cavalli piantati davanti all’abisso. Dispiacere, angoscia, instabilità si impadronirono di me, mentre gli occhi, privi di un punto di riferimento, si muovevano follemente nelle loro orbite come inutili scoiattoli nella loro ruota. Ma non potevo voltarmi indietro: mi mancavano ancora due piani. Feci un enorme sforzo di volontà e continuai ad andare avanti. Improvvisamente, come una zampata di tigre, mi si presentò di nuovo la scala in tutta la sua grandiosa maestà. Ah, quanta inutile allegria! Subito tornai ad abbattermi e caddi nella stessa disperazione: dopo aver salito pochi scalini mi capitò di guardare ciò che lasciavo alle mie spalle. I miei occhi non poterono scoprire neppure la traccia di un pianerottolo.

Come si poteva supporre non pagai l’imposta. In cambio, per tre volte consecutive salii e scesi la scala. L’ora era propizia, avevo un folto pubblico, io ero uno dei tanti che saliva quei sublimi gradini e nessuno si tratteneva dall’indicarmi con un dito accusatore. Inoltre, non poteva essere che parte di quel pubblico si trovasse in quel posto per i miei stessi motivi? In ogni caso non è importante. La scala è monumentale, la sua notevole ampiezza permette che tramite lei salgano e scendano comodamente fino a dieci persone, le quali, sia detto en passant, non mi fanno né caldo né freddo. Adesso ricordo che un suicida si gettò dall’alto di questa scala circa un anno fa. Non lo giudico e ancor meno lo maledico per aver macchiato con il suo sangue le stupende scale. Allo stesso modo non mi prendo gioco del triste pazzoide che si fece venire la voglia di defecare su quei gradini di marmo. Per l’uno come per l’altro la scala aveva un significato ben preciso. La scala ha una qualità singolare: è sempre lei stessa ma rappresenta anche la libertà di chi la sceglie.

La mia libertà! Ho affittato una casa davanti al Palazzo. Dalla mia finestra la osservo come un amante e, in silenzio, sono molto grato a un impiegato che di notte lava quei gradini. Per caso ha scelto anche lui la sua libertà? Un contrattempo facilmente rimediabile: ogni sabato e domenica il Palazzo è chiuso. In quel caso percorro la scala del Liceo, più modesta, quattro pianerottoli semplici e marmi grigi, ma, nonostante tutto, placa la mia ansia di libertà e mantiene in forma le mie gambe per le grandi giornate al Palazzo Legislativo.

Per quel che concerne la seducente Eva, la frivola Elena, l’amico, la musica, il libro, il cinema, gli incontri erotici, le vacanze in spiaggia, i foruncoli sul volto, le condoglianze, i raffreddori cronici, il tram… ogni cosa è dimenticata. Mi interessa soltanto la grande scala del Palazzo Legislativo. La mia libertà dipende da lei. E se demolissero il Palazzo e con lui questa stupenda libertà? Non mi perderei d’animo. La città possiede altri palazzi e altre scale. Per esempio, quelle del Palazzo di Giustizia: monumentale, con marmi screziati, con sessanta pianerottoli e angoli intricati. Credo che guadagnerei nel cambio. Non vi sembra?

VIRGILIO PIÑERA (1912 – 1979) - Teatro dell’assurdo, poesia modernista e narrativa fantastica di uno scrittore pericoloso che non si è mai piegato al regime cubano.

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La finestra rossa

29 Gennaio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #racconto

La prima cosa che ricordo è una finestra rossa nella notte. E di essermi stupita che in un casolare così grande, perso in mezzo ai campi, ci fosse un'unica finestra illuminata, per di più di una luce calda e intensa, di quelle che provengono da un camino o delle candele, ma più luminosa. Mi sono incamminata in quella direzione.

Non ricordo come sono entrata nel giardino davanti alla casa, né come sono arrivata ad avere la testa appoggiata al portone e lo sguardo fisso sul legno e su un liquido scuro e vischioso che si apriva lentamente una via tortuosa verso il basso. Da lì i miei occhi devono essersi spostati sul gatto. Un persiano dal pelo morbido e gli occhi scintillanti che si strusciava sulle mie gambe.

Tutta la frazione di tempo dal momento in cui ho visto il gatto al mio prossimo ricordo è stata inghiottita da un vuoto oscuro. L'immagine successiva è una stanza sprofondata in una luce intensa, proveniente da tante piccole lampade coi parlaumi di stoffa, sparse in tutti gli angoli e invasa da un odore di mobili vecchi e dalla presenza opprimente di pesanti tende di velluto rosso, ai lati della finestra che devo aver visto dai campi. Sono seduta, ho le braccia pesanti, incollate ai braccioli di una sedia a dondolo e le gambe che penzolano inermi sul pavimento, quasi estranee al mio corpo. Sulla poltrona di fronte a me è seduta una donna anziana, che accarezza la testa di un gatto addormetato sulle sue ginocchia. Non il persiano, che, mi accorgo, continua a girarmi attorno e fare le fusa. La donna sorride.

- Il tè ti ha fatto bene. - dice.

- Non so come sono arrivata. - rispondo, e mi tocco la testa, in un punto dove ho percepito un vago fastidio. Ritraggo la mano e vedo le mie dita macchiate di sangue. Passo il palmo sul viso e mi rendo conto che il sangue è dovunque, sulla mia faccia, sui miei vesiti, sui braccioli della poltrona. Il persiano miagola.

- Non importa. - Dice la donna - l'importante non è che tu sappia da dove vieni, ma dove sei.

Si alza, il gatto salta giù ed esce dalla stanza, lei viene verso di me. Cerco di decifrare la sua espressione, ma ho la vista confusa e noto appena la mano che si avvicina al mio viso. Scosta qualcosa, fra i miei capelli. Sposta una compressa, scioglie e riavvolge delle bende.

- Non è niente.- dice.

- Non so cos'è successo.

- Non importa cosa è successo. - Ha una voce pacata, profonda, che mi fa perdere il filo delle mie ansie.

Torna a sedersi e guardarmi.

- Io posso dirtelo, sai? Ma dovrai rinunciare a molte cose. -

Sposto lo sguardo sulle pareti. Ci sono dei paesaggi a olio stranamente familiari, che gli uni accanto agli altri per quanto insignificanti, sembrano ansiosi di raccontarmi una storia che conosco. I mobili sono tutti di legno massiccio e mostrano i segni di almeno un secolo di usura. Qua e la ci sono dei libri sparsi senza criterio e delle piante da vaso, seminascoste nel caos dell'arredamento. Sul tappeto la fantasia geometrica della lana è andata a confondersi con una distesa di macchie multiformi, alle quali si sono probabilmente aggiunte quelle del mio sangue. Vedo almeno altri tre o quattro gatti seduti e accucciati qua e la per la stanza. Vedo la tazza da cui devo aver bevuto il tè, di una porcellana spessa e una forma barocca che stona con tutte le altre cose attorno a me. La donna sorride. Ha denti e capelli bianchi e gli occhi grigi, circondati da una trama di rughe che scendono in un unico disegno dal viso al collo, fino a sparire in un vestito di stoffa pesante, con una fantasia vistosa di fiori rossi. Dico l'unica cosa che non sto pensando:

- Voglio andare via. -

Mi sono risvegliata nel letto dell'ospedale, accolta dalla luce fredda del neon e dall'odore pungente degli antisettici. Nessuno sa cosa sia successo. Non c'è stato nessun incidente quella sera e nessun evento particolare sul mio tragitto. L'autista non ricorda di avermi visto salire o scendere dall'autobus, ma devo averlo preso come al solito, o non sarei arrivata in campagna. Cosa mi abbia spinto a scendere a metà strada, quando come e perché mi sia procurata la ferita, non lo so. Ho rifiutato la visita dello psicologo.

Da quella sera il mondo è diventato insolitamente freddo e nitido. Le luci, i rumori, gli odori, sono tutti più intensi, definiti e pungenti, ma allo stesso tempo più distanti, come se una barriera invisibile mi separasse dalla realtà. Non importa come sono arrivata al casolare. Ogni giorno dai finestrini dell'autobus scruto il paesaggio alla sua ricerca o di un punto in cui potrebbe plausibilmente trovarsi, ma non trovo nulla. La sera al ritorno non c'è nessuna finestra illuminata di rosso. Mi sono presa le domeniche per cercare a piedi nella campagna. Sono scesa a ogni fermata e ho fatto chilometri e chilometri fra i campi, ma non sono riuscita a ritrovarlo.

Quando mi hanno trovata quella mattina non avevo nessuna medicazione sulla testa, ma l'emorragia si era fermata. Da giorni continuo a vedere l'apprensione negli sguardi dei miei familiari e cerco di sfuggirli. Sono preoccupati, ma non sanno, e non devono sapere, dei peli. I miei vestiti, quando li ho ritirati all'ospedale, erano pieni di peli di gatto, lunghi e grigi.

Non importa se il casolare e la sua proprietaria esistano o meno, sento che sono la chiave verso qualcos'altro e li ritroverò. Non mi importa sapere da dove vengo, ma ho bisogno di capire dove sono finita.

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