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poli patrizia

"A mille ce n'è..." Le fiabe sonore dei Fratelli Fabbri

26 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #educazione

"A mille ce n'è..." Le fiabe sonore dei Fratelli Fabbri

Quest'anno Fabbri editrice ha lanciato un'app per iOS (iPad e iPhone) da cui si possono scaricare dodici delle delle intramontabili "fiabe sonore".

Non molto prima del Natale 1966, i Fratelli Fabbri editori distribuirono gratuitamente nelle edicole un disco promozionale de Le Fiabe Sonore, con I tre Porcellini. La settimana seguente uscì il primo numero ufficiale, Il gatto con gli Stivali di Charles Perrault, corredato di un albo di grande formato (27x35) con splendide illustrazioni romantiche e tuttavia ironiche, ammiccanti, comunque moderne.

Molti di noi, all’epoca, non sapevano ancora leggere. Furono i nostri genitori, dunque, a iniziarci alla magia, a spalancarci le porte della fantasia, a introdurci in un mondo che ci avrebbe arricchito, ammaliato, incantato, spaventato, meravigliato. Settimana dopo settimana, avremmo imparato a leggere e scrivere anche grazie alle Fiabe Sonore, assorbendo parole nuove e sconosciute, non sempre facili.

Le fiabe uscirono ininterrottamente dal 1966 al 1970, incise su dischi a 45 giri e corredate da libri bellissimi, illustrati da pittori molto conosciuti: Pikka, Una, Ferri, Max e Sergio.

Dopo averle ascoltate dai nostri genitori, ci affidavamo poi alla voce profonda e rassicurante di Silverio Pisu (1937-2004) attore, doppiatore, cantante, scrittore e sceneggiatore. Ci raggomitolavamo sul divano nelle fredde sere d’inverno, col libro sulle ginocchia, rapiti dalle figure, con l’orecchio teso a cogliere la minima differenza fra testo scritto e voce narrante. Oppure, raffreddati e febbricitanti, spargevamo sul letto le fiabe a raggiera, estraevamo dalla custodia il disco di vinile, lo inserivamo trepidanti nel mangiadischi. Il ditino premeva, il tasto si abbassava e in quel piccolo gesto c’era un potere immenso, quello di far scaturire suoni e immagini, di evocare un intero universo parallelo. Eravamo noi a tenere la bacchetta magica, a chiudere e aprire a piacimento la porta fatata, a ogni rilettura, a ogni riascolto.

Con Silverio Pisu collaboravano molti altri attori professionisti tra cui Ugo Bologna, Sante Calogero, Pupo de Luca, Isa di Marzio. Le musiche furono commissionate a un famoso compositore dell’epoca, Vittorio Peltrinieri. Nessuno di noi potrà mai dimenticare la canzone introduttiva cantata dal Quartetto Radar, composto da Claudio Celli, Gianni Guarnieri, Dino Comolli e Stelio Settepassi, il cui stile voleva somigliare a quello del più celebre Quartetto Cetra.

Assieme alla canzoncina di chiusura alle fiabe, il memorabile jingle iniziale costituì un sicuro segno di riconoscimento della collana:

A mille ce n'è

nel mio cuore di fiabe da narrar.

Venite con me

nel mio mondo fatato per sognar…

Non serve l'ombrello,

il cappottino rosso o la cartella bella

per venire con me…

Basta un po' di fantasia e di bontà.

Dopo l’introduzione, cominciava la fiaba vera e propria, sceneggiata, riadattata, modernizzata senza toglierle fascino. Ogni sceneggiatura era caratterizzata non solo dalla voce narrante di Silverio Pisu, ribattezzato Cantafiabe, ma pure da vivaci dialoghi e canzoncine orecchiabili come quelle indimenticate di Cappuccetto Rosso, del Nano Tremotino, di Cigno Appiccica.

Pochi cenni magistrali erano sufficienti a creare l’atmosfera, come il passaggio del tempo segnato da un tocco d’arpa, capace di scatenare la fantasia, fare appello a più sensi contemporaneamente e rendere superflua qualsiasi parola. In tutto uscirono circa 150 fascicoli illustrati e altrettanti dischi. Vennero riproposte fiabe dei principali favolisti europei: i fratelli Grimm, Andersen, Perrault, Puŝkin e dei meno noti Bechstein, Leprince de Beaumont, Gianbattista Basile.

Grazie alle fiabe della Fabbri, un’intera generazione si è divertita con lo spassoso Vardiello, ed ha altresì imparato – come spiega Bruno Bettelheim – a gestire le proprie paure infantili, rielaborando interiormente, assorbendo e facendo proprie certe atmosfere gotiche. Come non ricordare la paura suscitata dalla spaventosa strega di Hansel e Gretel bruciata nel forno dai due fratellini, dall’Orco di Pollicino che taglia la gola alle proprie figlie, dall’ingiusta accusa di stregoneria rivolta alla protagonista de Gli undici cigni selvatici costretta al silenzio a causa dell’amore per i fratelli? Le fiabe sonore ci insegnavano la netta divisione fra male e bene, il confine fra lecito e illecito, il senso del dovere e lo spirito di sacrificio, parole che oggi sembrano ormai prive di significato.

Oltre alle fiabe singole, furono pubblicate anche magistrali versioni a puntate di Le avventure di Pinocchio, con Paolo Poli nel ruolo del burattino, di Alice nel paese delle meraviglie e di Peter Pan. Le fiabe sonore furono riproposte nel '77, negli anni '80, nel '90. Uscirono poi per la prima volta su CD nel 2003 e in allegato al Corriere della Sera nel 2007. Come abbiamo detto all’inizio, sono di quest’anno applicazioni scaricabili per iPhone e iPad con due fiabe gratuite e le altre a pagamento.

E ora ci congediamo da voi come faceva il Cantafiabe, con quella canzoncina che ci procurava tristezza e consolazione insieme, il senso di qualcosa che finisce e poi comincia di nuovo, in un infinito loop che ci aiutava a crescere, a sopportare il ritorno alla vita normale, alle nostre fatiche di bambini, simboleggiate dalla “cartella bella” dell’introduzione.

Finisce così

Questa favola breve se ne va

Il disco fa click

E, vedrete, fra un po’ si fermerà,

ma aspettate, e un altro ne avrete

“C’era una volta” il Cantafiabe dirà

E un’altra favola comincerà

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Adriana Pedicini, "I luoghi della memoria"

25 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #adriana pedicini, #poli patrizia, #recensioni

Adriana Pedicini, "I luoghi della memoria"

”I luoghi della memoria”

Adriana Pedicini

Arduino Sacco editore

Breve attimo di amore profondo, terso, senza scorie. Non era l’amore che ama se stesso nell’altro, ma il trionfo dell’anima che ama negli altri l’amore. La capacità d’amare era salva, la disponibilità ad amare totale. L’aveva scoperta – Lei – al suono dell’orchestra.

I racconti di Adriana Pedicini si snodano per antiche scale, per borghi sommessi, per pruni e rovi di campagna, fra l’odor del mosto e del pane che lievita e gonfia su tavoloni di marmo, su madie infarinate.

Alcuni sono vere e proprie novelle, come quella dell’insegnante Nives, o della gitana Josephine, altri sono ritratti, coagulate memorie di vecchi affabulanti, descrizioni vivide di figure portentose.

La superba Teresina, che ruba fiori al cimitero, col nugolo dei gatti sempre appresso, col reticolo di rughe che è il suo viso, con i lobi delle orecchie forati e penduli, con gli occhi che roteano in cerca di una sigaretta, la zingara Joshephine, nomade scalza, dalle caviglie svelte, fatte per danzare. Assunta e Concetta, signorine Felicita, nonne Speranza, sorelle Materassi di un tempo che fu, arcigne e bigotte, malevole e pignole nella loro ricerca dell’altrui imperfezione.

Adriana scrive con un linguaggio di cui si è persa la memoria, che forse si è studiato a scuola, di manzoniana e verghiana eco, con un periodare lungo, dove alcune virgole sono volutamente soppresse affinché l’aggettivazione fluisca ininterrotta.

Uno stile elegante e poeticissimo, una scrittura come ve ne sono poche, ormai.

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Ida Verrei: "Un fantasy atipico"

24 Gennaio 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #poli patrizia, #recensioni

Ida Verrei:  "Un fantasy atipico"

Bianca come la neve

di Patrizia Poli

Ilmiolibro.it

pp 74

12,00

Prefazione

di Ida Verrei

Patrizia Poli è una scrittrice versatile: passa con facilità da romanzi d’argomento mitologico, come “Signora dei Filtri”, a opere complesse e corali, come “Il Respiro del Fiume”, a racconti fantastici, pregni di metafore esistenziali, come in quest’ultimo libro che contiene due delle sue più belle e suggestive narrazioni.

Da sempre il racconto fantastico è depositario di archetipi dell’immaginario, ed è quindi la narrazione che più d’ogni altra si presta a diversi livelli di lettura, proprio attraverso il ricorso ad elementi simbolici e allegorici.

È quello che si ravvisa in entrambi i racconti di Patrizia Poli.

Il primo, “Bianca come la neve”, potrebbe sembrare, ad una lettura superficiale, semplice rivisitazione di fiabe già note (Biancaneve e i sette nani, Rosaspina dei fratelli Grimm; I cigni selvatici di Andersen). In realtà ne è la rielaborazione originalissima dei simboli più nascosti, delle metafore occulte, tradotte in immagini forti e poetiche, con ambientazioni sospese nel tempo e nello spazio, dove la condizione esistenziale del personaggio è rivista in chiave psicoanalitica.

La narrazione, così, assume il significato del “perturbante” freudiano, diviene rivelazione del “rimosso” e proiezione di paure, ansie, incubi, ma anche risoluzione dell’eterno conflitto bene- male.

Patrizia Poli si accosta al fantastico e al surreale partendo dalla suggestione del romanzo gotico moderno, in specie quello di Anne Rice. Ne attinge esperienze ed immagini, trasferendole, attraverso un linguaggio e strategie personalissimi, in figure, soprattutto femminili, dal fascino sconvolgente e misterioso.

I suoi personaggi trasgrediscono regole e valori, compiono incesti, uccidono, negano ogni senso della vita, ma lo fanno conservando una sorta di innocenza e, nell’attraversamento della parte più oscura di sé, raggiungono il riscatto, ritrovano l’umano:

l’acqua chiara è ciò che crediamo di essere, ciò che vorremmo gli altri vedessero di noi. La melma è il nostro nucleo oscuro. Ma, toccando il fondo, poi sono risalita. Dovrei disperare ma, in un modo o nell’altro, sono viva” (pag 37)

Il secondo racconto, “Il volo del serpedrago”, ancor più del primo è un susseguirsi di allegorie e simbolismi, dove il magico, il fantastico, sin dalle prime scene, avvolge i protagonisti e li inonda di una luce di mistero arcano, mentre sospinge a cercare il percorso che condurrà al finale catartico.

Nello scenario esotico di un deserto immaginario, si snoda una storia di ricerca esoterica di verità celate, di scoperte di identità perdute. Personaggi inquietanti assumono, di volta in volta, sembianze di eroi e antieroi, del bene e del male, in una visione tra l’onirico e l’immaginario.

Ritroviamo qui tracce del vasto cosmo di Paradise Lost: il serpedrago, sorta di Satana asservito allo Spirito del Deserto, dio crudele e vendicativo, riesce ad apparire in una luce eroica e, in un capovolgimento della tradizione biblica, a trasformarsi, attraverso il sacrificio, nell’angelo salvifico che riconduce all’Eden perduto.

il serpedrago stende le ali… non ha mai provato a volare, non ha mai pensato di poterlo fare… Destinato a servire, a tentare, e poi a scegliere…” (pag 66)

Io, il braccio più servile dello Spirito del Deserto” (pag 69) “Volo libero, io che ho tradito e mi sono affrancato…” (pag 70)

Ancora una volta scopriamo la predilezione dell’autrice per le metafore e le simbologie: il drago non è solo l’animale leggendario per antonomasia, nelle teorie psicoanalitiche rappresenta le forze oscure, l’istintività incontrollata, l’inconscio, la forza castrante da combattere e vincere per raggiungere una maturità cosciente, ma possiede anche un senso maggiormente legato alla potenza protettiva della natura, alla sua forza creativa. E che il mitico animale sia rappresentato in un connubio con il serpente, ne rafforza il valore simbolico della coesistenza di bene e male, di caduta e redenzione, fino al raggiungimento della luce.

Atipici fantasy, quelli di Patrizia Poli, sia per l’ambientazione che per la presenza di elementi di solito estranei al genere. Al centro della narrazione non vi è il magico o l’orrido, ma, piuttosto, la metamorfosi, il cambiamento, la mutazione, che è incubo, ma si risolve, poi, in ritorno allo stato più puro dell’innocenza.

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"Piccole Donne", il trascendentalismo di Louisa May Alcott

24 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi

Little Women, 1869

di Louisa May Alcott

Collins Classics 2010

 

pp. 286

3,50

La regione intorno a Boston era semplice e genuina campagna.“Lì”, afferma il Cunliff, “l’aspirante scrittore poteva vivere con pochissimo, coltivando un pezzo di terra per trarne il necessario al proprio sostentamento […] e facendo di tanto in tanto un viaggio a Boston per prendere libri in prestito, o incontrarsi con un editore.[…] fu in quella cerchia di comunità colte e intimamente collegate, nei dintorni di Boston, che apparve il fenomeno del trascendentalismo, termine impreciso e difficilmente attribuibile ad una qualsiasi fra le figure di maggior rilievo del tempo.”

Si tratta di scrittori imbevuti di filosofia kantiana, convinti di vivere in un universo benefico, in collegamento con la natura, di sostanziale stampo romantico ed in costante movimento verso la perfezione, ottenibile, per altro, solo in America. Fu Emerson a formulare con maggior completezza la teoria trascendentalista. Fra i tanti appartenenti al movimento, dallo stesso Emerson a Thoreau, a Hawthorne, a Whitman, c’era anche Amos Bronson Alcott, padre di Louisa May, l’autrice di Piccole Donne.

Louisa May nasce a Germantown in Pennsilvania nel 1832, poi si trasferisce a Concord, a ovest di Boston, con la famiglia, la seconda di quattro sorelle. Cresce in un ambiente “illuminato e progressista”, fieramente abolizionista e vive la realtà della Guerra Civile. Il padre fonda una scuola conosciuta per le sue idee rivoluzionarie, dove si applica il principio del rispetto della spontaneità del fanciullo.

Così Silvano Ambrogi descrive Louisa, come la si coglie in un ritratto:

“La vediamo all’angolo di una scrivania, con un vestito ad ampie, lunghissime gonne, una candida e voluminosa pettorina arricciata, capelli ondulati e gran crocchia alla nuca, insomma l’aspetto di una signora della buona società del tempo. Il braccio appare del tutto disteso, con languore quasi dannunziano, ma la grinta viriloide fa da aperto contrasto: lo sguardo infossato, che punta diritto davanti a sé e la bocca strettamente serrata. La penna appare fra le dita impugnata come fosse uno stiletto o una pistola.

Amos Bronson trasforma la casa in un cenacolo trascendentalista, frequentano il salotto Thoreau, Hawthorne ed Emerson.

Louisa fa scuola alle figlie di quest’ultimo e ha libero accesso alla biblioteca, dove legge di tutto, da Platone a Dickens, il suo idolo, che incontrerà durante un viaggio sul vecchio continente e di cui ricreerà Il circolo Pickwick, attraverso la società segreta fondata per gioco dalle protagoniste del suo libro più famoso.

Lavora come infermiera, si ammala di tifo, scrive molti libri di successo, contenenti tutti gli elementi dei classici romanzi d'appendice ottocenteschi, con avventure gotiche ed eroine tragiche. Durante un viaggio in Europa come dama di compagnia - descritto nella seconda parte di Piccole donne, quella che in Italia è stata pubblicata come Piccole donne crescono – vive un amore con un musicista che diventa il Laurie del romanzo. Morirà nel 1888, per un’infreddatura, mentre corre al capezzale del padre senza sapere che egli è deceduto due giorni prima.

Pubblicato nel 1869, e poi nella versione completa nel 1880, Piccole donne si rifà alla vita che si svolgeva in casa Alcott/March, negli anni della formazione delle quattro sorelle e ci offre con immediatezza l’immagine dell’America nella seconda metà dell’Ottocento. Delle quattro ragazze, solo Beth conserva il nome originario e, come la sfortunata sorella minore di Louisa, anche lei morirà (anche se non nella prima parte).

Ognuna delle protagoniste ha una personalità spiccata e differente dalle altre, benché cresciute tutte nello stesso ambiente e sotto l’occhio vigile e saggio della madre. Fin dal loro primo apparire sulla scena, i termini usati per riferirsi a ciascuna di esse indicano subito i loro caratteri, le modellano e le fanno risaltare agli occhi del lettore.

Christmas won’t be Christmas without any presents’ grumbled Jo, lying on the rug.

“It’s so dreadful to be poor!” sighed Meg, looking down at her old dress.

“I don’t think it’s fair for some girls to have plenty of pretty things, and other girls nothing at all”, added little Amy, with an injured sniff.

“We’ve got father and Mother and each other”, said Beth contentedly, from her corner.

 

In queste prime righe c’è già tutto il romanzo, i pregi e i difetti delle sorelle, le mancanze che condizioneranno la trama, il loro modo di agire, di porsi, le loro movenze.

Jo, il maschiaccio, sta sdraiata sul tappeto. Per lei l’autrice sceglie il verbo grumbled, brontolò, a fissarne fin dal principio il carattere bellicoso.

La romantica e saggia Meg, (sighed) sospira sulla ricchezza che non può avere che la condurrà in tentazione.

La viziata e capricciosa Amy si presenta con un injured sniff, “un offeso tirar su col naso”, mentre per la buona Beth, che timidamente se ne sta in un angolo, è usato l’avverbio contentedly, cioè con contentezza, appagamento, mansuetudine.

Il personaggio principale è Josephine (Jo) March, nella quale la Alcott si rispecchia. Tramite lei, l’autrice dà voce al suo femminismo, protestando contro le ingiustizie subite dalle donne. Jo è un ragazzaccio, la sua unica bellezza sono i capelli, di cui si priverà in un impeto di generosità. Goffa e sgraziata, impulsiva e furiosa, capace di alternare slanci e collere, sogna di andare all’università, di combattere al fianco del padre nella Guerra Civile. È l’intellettuale di casa, la scrittrice piena di fantasia che compone le sue novelle e le legge in soffitta alle sorelle.

Seguendo gli insegnamenti del padre Amos, la Alcott crede profondamente in Dio e nella possibilità di migliorarsi, di compiere una sorta di pellegrinaggio in vita verso la trascendenza, la sublimazione e il perfezionamento, di cui è simbolo il libriccino regalato a Natale dalla madre alle figlie. Ciò comporta una lotta per tutte e quattro le ragazze, ma soprattutto per Jo, che ha il carattere più difficile. Le sarà di grande aiuto e conforto scoprire che anche la madre, all’apparenza infallibile, ha dovuto come lei combattere e per tenere a freno e riformare la propria natura. Alla fine il bene trionferà sulle debolezze, sulle invidie, sui capricci e le sorelle si ritroveranno più unite che mai. Alla fine il cammino trascendente del pellegrino sarà compiuto.

 


 

The region around Boston was simple and genuine countryside. "There," says Cunliff, "the aspiring writer could live with very little, cultivating a piece of land to get what he needed for his livelihood [...] and doing occasionally a trip to Boston to borrow books, or to meet with a publisher. [...] it was in that circle of cultured and intimately connected communities, near Boston, that the phenomenon of transcendentalism appeared, an imprecise term and difficult to attribute to any among the most important figures of the time.”"

These are writers imbued with Kantian philosophy, convinced of living in a beneficial universe, in connection with nature, romantic and in constant movement towards perfection, obtainable, moreover, only in America. It was Emerson who formulated the transcendentalist theory more completely. Among the many members of the movement, from Emerson himself to Thoreau, Hawthorne, Whitman, there was also Amos Bronson Alcott, father of Louisa May, the author of Little Women.

Louisa May was born in Germantown in Pennsilvania in 1832, then moved to Concord, west of Boston, with her family, the second of four sisters. She grows up in an "enlightened and progressive" environment, fiercely abolitionist and lives the reality of the Civil War. The father founded a school known for his revolutionary ideas, where the principle of respect for the spontaneity of the child is applied.

This is how Silvano Ambrogi describes Louisa, as captured in a portrait:

"We see her at the corner of a desk, with a dress with large, very long skirts, a white and voluminous curled bib, wavy hair and a large bun at the nape of the neck, in short, the appearance of a lady of the good society of the time. The arm appears fully extended, with almost D'Annunzio's languor, but the viriloid determination makes an open contrast: the sunken look, which points straight ahead and the mouth tightly closed. The pen appears between the fingers as if it were a stiletto or a pistol. "

Amos Bronson transforms the house into a transcendentalist cenacle, frequenting Thoreau, Hawthorne and Emerson.

Louisa teaches the latter's daughters and has free access to the library, where she reads everything from Plato to Dickens, her idol, whom she will meet during a trip on the old continent and of whom she will recreate The Pickwick circle, through secret society founded as a game by the protagonists of his most famous book.

She works as a nurse, falls ill with typhus, writes many successful books, containing all the elements of the classic nineteenth-century appendix novels, with Gothic adventures and tragic heroines. During a trip to Europe as a lady of companionship - described in the second part of Little Women, the one that in Italy was published as Piccole donne, grow up - lives a love with a musician who becomes the Laurie of the novel. He died in 1888, from a cold, while running to his father's bedside without knowing that he died two days earlier.

Published in 1869, and then in the full version in 1880, Little Women refers to the life that took place in the Alcott / March house, during the years of the formation of the four sisters and offers us immediately the image of America in the second half of the Nineteenth century. Of the four girls, only Beth retains her original name and, like Louisa's unfortunate younger sister, she too will die (although not in the first part).

Each of the protagonists has a distinct and different personality from the others, although they all grew in the same environment and under the watchful and wise eye of the mother. Since their first appearance on the scene, the terms used to refer to each of them immediately indicate their characters, shape them and make them stand out in the reader's eyes.

"Christmas won’t be Christmas without any presents’ grumbled Jo, lying on the rug.

"It's so dreadful to be poor!" Meg sighed, looking down at her old dress.

"I don't think it's fair for some girls to have plenty of pretty things, and other girls nothing at all," added little Amy, with an injured sniff.

"We've got father and Mother and each other," said Beth contentedly, from her corner.

In these first lines there is already the whole novel, the strengths and weaknesses of the sisters, the shortcomings that will condition the plot, their way of acting, their movements.

Jo, the tomboy, is lying on the carpet. For her, the author chooses the verb grumbled, she grumbled, to fix its warlike character from the beginning.

The romantic and wise Meg, (sighed) sighs about the wealth she cannot have that will lead her into temptation.

The spoiled and capricious Amy presents herself with an injured sniff, "an offended sniffle", while for the good Beth, who shyly stands in a corner, the adverb contentedly is used, that is, with contentment, contentment, meekness .

The main character is Josephine (Jo) March, in which Alcott is mirrored. Through her, the author gives voice to her feminism, protesting against the injustices suffered by women. Jo is a bad boy, his only beauty is his hair, which she will deprive herself of in a surge of generosity. Clumsy and impulsive and furious, capable of alternating impulses and anger, she dreams of going to university, of fighting alongside his father in the Civil War. She is the intellectual of the house, the writer full of imagination who composes her stories and reads them in the attic to her sisters.

Following the teachings of her father Amos, Alcott believes deeply in God and in the possibility of improving herself, of making a sort of life pilgrimage towards transcendence, sublimation and improvement, which is symbolized by the little book given by her mother to the daughters at Christmas . This involves a fight for all four girls, but especially for Jo, who has the most difficult character. It will be of great help and comfort to discover that even the mother, apparently infallible, had to fight like her and to keep in check and reform her own nature. In the end, good will triumph over weaknesses, envy, whims and the sisters will find themselves more united than ever. Eventually the pilgrim's transcendent journey will be accomplished.

 

 

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Ida Verrei, "Le primavere di Vesna"

23 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #ida verrei, #recensioni

Ida Verrei, "Le primavere di Vesna"

Le primavere di Vesna

di Ida Verrei

Fabio Croce editore

"Vieni qui Vesna, profumata di monti, vieni e stringimi, regalami il futuro, regaliamoci il futuro, amore mio."

C’è chi scrive per andare via e chi scrive per tornare. Ida Verrei scrive per tornare, per un risarcimento tardivo, per farsi cullare “dalla sicurezza di una bugia”.

Quando, mentre leggi, ti salgono le lacrime agli occhi più e più volte, sai che hai fra le mani un libro buono, un libro giusto, dove tutto è al suo posto, dalla memoria storica, alla ricostruzione d’ambiente – accurata ma mai pesante – alle scene montate con sapienza e maestria narrativa, ai dialoghi senza una sbavatura – colloquiali e letterari insieme – all’uso dei dialetti, alla psicologia dei personaggi, alla poesia, quasi mistica, del paesaggio, al linguaggio elegante e dal sapore antico.

Si vedono le vette scintillanti di neve, i lunghi sci di legno, i giovani montanari con i pantaloni alla zuava, si sente l’odore del terriccio sloveno attaccato ai gambi dei funghi, in questa zona di confine, selvaggia e mitteleuropea allo stesso tempo. Nell’aria frizzante, fra i barbagli del nevaio, Liana si affaccia alla vita con la sua sfrenata voglia di godere e la capacità di auto proteggersi comunque, di dimenticare ciò che la fa soffrire, lasciandolo indietro.

Non è “una rinunciataria”, come lei stessa afferma con forza, con un sussulto di dignità, ma una donna che, semplicemente, sa scansarsi un poco più in là, quando la vita minaccia di travolgerla. Sa tenere per sé le proprie convinzioni, sospendere i giudizi, purché la si lasci libera di seguire la sua natura che è sanguigna, semplice, amorevole.

Così non sarà la guerra a farle più male - la guerra che ti schiaccia ma che può anche far emergere risorse inaspettate e stimoli – non sono i monti aspri della Slovenia a soffocarla, bensì la luce vivida e troppo calda di Napoli, l’odore dei limoni strappati con le unghie per ritrovare una parvenza di umanità in mezzo alla famiglia del marito, che è un clan che avvolge e snatura, che impone regole, che indulge e protegge la vigliaccheria, che imbriglia l’amore e lo trasforma in disprezzo.

Fugge, Liana, si riprende quello che le rimane della sua umanità, fa riemergere, tramite il rozzo Manuel, l’istinto animale che era già esploso con Michele, che era stato sublimato dall’amore profondo per Giovanni. Pur in un’esistenza abietta, infelice, Liana riscopre la sua forza, la corrente che la tiene legata alla realtà. Sarà con un ultimo scatto di orgoglio, con un indennizzo tardivo e segreto che ella parteciperà, nascosta, al matrimonio della figlia, riprendendosi ciò che le spetta di diritto.

Perché Vesna, la primavera, ritorna sempre.

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Virginia Woolf, "Walter Sickert: a conversation"

22 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Virginia Woolf, "Walter Sickert: a conversation"

Walter Sickert: a Conversation

Virginia Woolf

Traduzione di Vittoria Scicchitano

Damocle, 2012

pp. 81

12,00

Basta sfogliare il catalogo della Damocle edizioni, per capire che Pierpaolo Pregnolato appartiene alla microeditoria di qualità: dirige una collana di tascabili e l’ultima scommessa è stata la pubblicazione di un saggio inedito di Virginia Woolf Sickert: a Conversation.

Ci ritroviamo il libriccino fra le mani chiedendoci se esso sia sminuito - o non piuttosto impreziosito - dalle dimensioni più che tascabili, addirittura miniaturizzate. La divulgazione con testo a fronte è una nobile scelta, il saggio della Woolf splendido, ma offuscato, purtroppo, dalla traduzione che non gli rende piena giustizia.Pubblicato nel 1934 dalla Hogarth Press, il saggio collega Virginia Woolf a Walter Richard Sickert, che ella, nel suo diario, chiama “il mio Sickert” (vedi annotazioni di martedì 17 aprile 1934) lamentandosi che, con il pittore che ama, i critici “fanno gli sprezzanti” (venerdì 2 novembre 1934).

Riflettendo sull’affermazione di Mario Praz che: “la tecnica della Woolf potrebbe accostarsi a quella del pointillisme”, pensiamo che essa sia composta da “una pluralità di momenti isolati gli uni dagli altri, messi insieme a caso dall’immaginazione” (ancora Mario Praz) quindi proprio una sorta di puntinismo letterario, di impressionismo della scrittura.. Sickert si distaccò dalle origini whistleriane – e quindi preraffaellite – per accostarsi a Degas, che gli insegnò a non ritrarre solo dal vero, ma anche dipingere sulla scorta di ricordi, fotografie, disegni e lo introdusse alla scuola dell’impressionismo francese. Divenne poi il principale esponente del Camden Town Group, di matrice postimpressionista inglese.

La Woolf descrive un’immaginaria conversazione svoltasi in una sera di dicembre. Il testo si apre con un pezzo di bravura sul cromatismo, sugli insetti che sono tutt’occhi, anzi, tutt’uno, col colore che vedono, fino ad assorbirlo. Si nota subito quanto il linguaggio woolfiano attinga alla poesia, abbeverandosene e, pur mantenendo intatta la razionalità, trascolori in lirismo.

When I first went into Sickert’s show, said one of the diners, I became completely and solely an insect – all eye. I flew from colour to colour, from red to blue, from yellow to green. Colors went spirally through my body lighting a flare as if a rocket fell through the night and lit up greens and browns, grass and trees, and there in the grass a white bird. (pag 59)

Sickert è un biografo, la Woolf riesce a estrapolare dai suoi ritratti intere vite, trame, narrazioni.

Yes, Sickert is a great biographer, said one of them; when he paints a portrait I read a life.”[…] When he sits a man or woman down in front of him he sees the whole of the life that has been lived to make that face.” (pp. 60 e 62)

Se il romanziere ci fa vedere ciò che descrive, cioè, in un certo senso, dipinge e pennella, Sickert “scrive“ una storia. Abbiamo una sorta di chiasmo, d’incrocio fra le coppie Woolf – Sickert e scrittura – pittura.

Per la Woolf, più che ritrattista e biografo, Sickert è romanziere, alla stregua di Dickens o Balzac. I suoi personaggi attingono alla realtà, egli ama descrivere la classe media, i lavoratori nel loro squallore, nella loro sofferenza, nei volti plasmati dalla fatica e dalla disillusione, nelle vesti sformate dall’uso, nei mobili logorati e di basso prezzo. Sentiamo muoversi e parlare questi personaggi, costruiamo attorno a loro delle trame, ascoltiamo le conversazioni, i rumori che li circondano, che provengono dalla strada, dalle finestre aperte.

Pur realista, Sickert non è pessimista. È come se nei suoi quadri si accennasse a una condizione parallela, di cui i personaggi sono parte inconsapevole, una realtà di maggiore gioia e pienezza di vita. Inoltre, seppur di umili origini, le sue figure non sono mai avvilite, degradate. Sono donne e uomini ben nutriti, che godono dei piaceri della vita, del possesso di semplici oggetti, del buon cibo. C’è sempre intimità fra i personaggi e le loro stanze, i loro interni. Ogni oggetto, un cassettone, un cappello, un bicchiere, un letto, è espressione del proprietario. La natura umana non è mai lontana dal dipingere di Sickert, sullo sfondo dei suoi quadri c’è sempre un essere umano, un venditore, una passante.

Sickert narra senza correre il rischio di cadere nel sentimentalismo, come accade ai romanzieri. Egli racconta con una pennellata di verde o di rosso, con un gesto della mano, secco e avvolto nel silenzio. E, tuttavia, è comunque un vero poeta, lo si vede soprattutto nei quadri che ritraggono Venezia, il circo, il music hall, i mercati. Di là dal soggetto concreto, carnoso, c’è sempre un cielo, una nuvola, una luce rosso oro che, addirittura, possiamo sentir “gocciolare” dal pennello nell’immagine. In questo modo egli ci rende consapevoli della bellezza, della poesia nascosta, anche se non è un visionario o un rapsodo, non è un Blake o uno Shelley. La sua pittura “is made not of air and star-dust but of oil and earth” (pag. 71)

Pittura e scrittura hanno molto in comune, la Woolf ci descrive il tormento del romanziere che cerca di farci “vedere” ciò che ha in mente. Il brano che segue può essere considerato un vero e proprio manifesto poetico.

The novelist is always saying to himself how can I bring the sun on to my page? How can I show the sun and the moon rising? And he must often think that to describe a scene is the worst way to show it. It must be done with one word, or with one word in skilful contrast with another. […]They both speak at once, striking two notes to make one chord, stimulating the eye of the mind and of the body” (pag. 73)

Il saggio prosegue con una carrellata di grandi scrittori – da Pope, a Keats, a Tennyson – di cui la Woolf analizza le proprietà pittoriche ma anche musicali, la scelta lessicale inconscia che serve ad alimentare e nutrire l’occhio e l’orecchio del lettore. La Woolf ritiene che non esista scrittore suo contemporaneo capace di scrivere la vita così come Sickert sa dipingerla.

Words are an impure medium; better far to have been borne into the silent Kingdom of paint” (pag 63)

Per tutto il saggio ella fa riferimento a quel confine oltre il quale c’è solo silenzio, c’è la disperazione dello scrittore incapace di esprimere ciò che vede, la musica nella sua testa, il quadro nella sua mente. È quella che Praz definisce “l’oppressione dell’enorme fardello dell’inespresso”.

We try to describe it and we cannot; and then it vanishes, and having seen it and lost it, exhaustion and depression overcome us; we recognize the limitations which Nature has put upon us.” pag. 77)

Non manca, infine, nel saggio, una stoccata contro la critica, di cui la Woolf si sentiva vittima, come si evince anche dalla lettura del suo diario; la critica che, appunto, non è sempre capace di cogliere le sfumature pittoriche e musicali della scrittura, ma rimane relegata e limitata alla pagina stampata.

Meglio tacere, dice la Woolf, meglio inoltrarsi nella “silent land”, la terra silenziosa che sta al posto della - o forse oltre la - parola, dove tutta l’arte si combina, dove si fondono poesia, pittura e musica, dove le gocce di colore, le parole scritte e le melodie, diventano una cosa sola, dove il significato si dilegua e lascia il posto alla comprensione preconscia, alla pura emozione che appaga e gratifica.

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Giuseppe Benassi, "Occhi senza pupille"

21 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Giuseppe Benassi, "Occhi senza pupille"

Occhi senza pupille

Giuseppe Benassi

Vertigo

pp. 95

Gli “Occhi senza pupille” del titolo sono quelli ritratti da Amedeo Modigliani, occhi che non guardano all’esterno bensì all’interno. È ciò che fa l’avvocato Leopoldo Borrani, che opera nella città dove Modì nacque, Livorno, odiandola e amandola allo stesso tempo. Borrani si sposta fra un ufficio in Via Borra e un caffè in piazza Cavour. Peccato solo per quei protagonisti i quali, più che livornese, parlano fiorentino. Giuseppe Benassi, l’autore del romanzo, è infatti livornese solo di adozione e la mimesi linguistica non gli riesce del tutto.

Borrani ha nel sangue la sua città ma ne sente “il lezzo”, ne percepisce il degrado, fatto di personaggi che sembrano a loro volta usciti da un quadro di Sickert, per rimanere nell’ambito pittorico. Personaggi per i quali la vita è già finita, le illusioni sono morte, la disperazione è in agguato. Così è Corinna Repetti, antiquaria, che ricorda la portinaia de “l’Eleganza del riccio”, sciatta, pisciosa, ma con una sua dignità nascosta a illuminarla dall’interno, a procurarle, al contrario del personaggio della Barbery, un meritato lieto fine. Così è Eustachio Bernardi, commendatore sudato, sgraziato spasimante di Corinna, così è lo squallido Mafhuz, giovane marocchino marito di Corinna.

Attorno alla figura di Corinna, già a partire dal suo nome che riporta a quello della cugina di Modigliani, ruota un mondo “altro”, fatto di coincidenze, di rimandi, di intrecci misteriosi, di richiami.

“Stava muovendosi in un mondo misterioso, dove tutto quel che accadeva era inesplicabile, inatteso, e dove tutto poteva succedere. Attorno a lui, tutto era visibile eppure inafferrabile.” (pag. 45)

Gli occhi senza pupille sono anche gli occhi di vetro delle bambole di Corinna – che tanto richiamano le bambole elettriche di Marinetti - gli stessi occhi che le indicheranno la via, permettendole di trarsi d’impiccio; ma anche gli occhi spenti della cieca indiana, e ancora gli occhi cantati da Lautrémont, il poeta che Modigliani amava e che esercitò un’influenza fondamentale sul surrealismo. Questo rimandare ad altro, a un universo parallelo, coincide per Borrani col guardarsi dentro, scendere agli inferi, scoprire i propri lati misteriosi, il rapporto con la morte, con l’aldilà, ma anche con la donna che frequenta, Marianna Messori, amata e non amata, tollerata e non tollerata, la quale, a sua volta, rivelerà angoli inesplorati, introducendolo nel mondo misterioso e splendente dell’arte di Modigliani capace di scintillare solo “attraverso la tenebra”.

Una buona metà del romanzo si svolge a Parigi, dove Modigliani visse un’esistenza maledetta, finendo seppellito al Père Lachaise a soli trentacinque anni. Modigliani “dipingeva in trance, spesso sotto l’effetto di alcool o di droghe. La tela bianca era come il muro su cui Lautrémont vide proiettato un profilo” (pag. 67). Farsi ritrarre da lui era come farsi spogliare l’anima.

“All’inizio del novecento, Parigi era un covo di maghi, di occultisti, di gente che passava il tempo a far sedute spiritiche” (pag 67) E, per associazione d’idee, ci vengono in mente i cupi scenari de “Il cimitero di Praga” di Eco.

A Parigi, nei primi vent’anni del novecento, nascono tutte le avanguardie, là dove operano gli alchimisti, i cabalisti, ma anche i cubisti, i futuristi. La pittura di Modì mescola gli elementi dell’alchimia: la terra, la pietra, l’acqua, il fuoco, il colore. Una delle sue amanti è allieva di Madame Blavatski, i suoi quadri sono pieni di simboli - come le tele di Leonardo secondo Dan Brown. Le sue annotazioni richiamano l’androgino, l’unione del maschile e del femminile, le sigizie gnostiche, Ermete Trismegisto, il numero della Bestia e dell’Apocalisse, la sezione aurea. In particolare, quest’ultima è “la cosa più simile a Dio, unico e incommensurabile”. La sezione aurea contiene il segreto dell’armonia, si ritrova nella natura e in tutte le opere dei più grandi artisti, dalla piramide di Giza alle sculture di Fidia, dal Partenone a Piero della Francesca.

Modigliani, ebreo livornese, imbevuto di esoterismo e di cabala, sta cercando, suggerisce Benassi, d’interpretare Dio attraverso la propria opera.

La trama ci avvince quasi nostro malgrado, s’intreccia e si dipana fino alla conclusione non ovvia che “la fortuna arride a chi non la cerca”, il tutto in uno stile che alterna un modo di narrare tradizionale ad altri più stringati, moderni, fatti di dialoghi veloci, di battute, di descrizioni che sembrano appunti di taccuino.

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Da "Twilight" a "Cinquanta sfumature di grigio", dissoluzione di un mito

20 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi

Per fanfiction s’intende la continuazione di una storia cult da parte degli appassionati. I lettori affamati di altro materiale possono proseguire la storia, colmare le lacune, resuscitare i loro beniamini, creare sequel o prequel. Nel caso della fanfiction di “Twilight” di S. Meyer, ovvero il famigerato, inflazionato, “Fifty Shades of Gray” - dove Gray sta per Grigio ma anche per il cognome dell’algido, imbalsamato, stoccafissico protagonista - più che di una continuazione si tratta, a quanto pare, di una parodia che ha preso la mano alla scrittrice Erika James.

Nell’introduzione viene spiegato che ella “dreamed of writing stories that readers would fall in love with”. Bene, ci pare che sia proprio ciò che non ha fatto, mentre l’operazione era perfettamente riuscita alla Meyer. E tuttavia, quando un caso editoriale assume tale portata, quando ogni persona che incontri, a qualsiasi latitudine, in qualsiasi studio dentistico o vagone ferroviario, tiene in mano una copia del romanzo incriminato, quando ogni libreria, ogni vetrina, ogni stand di autogrill trabocca di copertine tutte nere con un anodino groppo di cravatta, quando gli alberghi americani hanno sostituito la vecchia Bibbia con le Cinquanta Sfumature, allora non si può liquidare il fenomeno senza nemmeno tentare di capirci qualcosa.

Facciamo un passo indietro, torniamo all’originale, alla saga di Twilight, rivisitazione moderna ma ancora fascinosa del mito della Bella e la Bestia, dove la protagonista, appunto Bella Swan, è una ragazza qualsiasi, una Cenerentola capace di conquistare il principe dei vampiri, Edward, bello fino all’impossibile (cui l’attore del film omonimo non rende giustizia) non incenerito dal sole ma scintillante sotto di esso come un cristallo rifratto, puro di cuore, “vegetariano”, romanticamente lacerato fra i suoi istinti e l’input morale che lo spinge a sublimare il desiderio. Bella lo attira perché il suo sangue ha per lui il più dolce dei richiami, è nettare e delizia, è fragranza e rimorso. Pur di amarla, pur di starle vicino, soffocherà l’istinto omicida, lo trasformerà in protezione, che è poi quello che ogni maschio fa con la sua donna, tenendo a bada l’impulso sessuale, avvolgendolo di tenerezza. Bella Swan è vera, con problemi familiari tangibili, emozioni adolescenziali comuni a molte ragazze della sua età e una naturale propensione alla solitudine, alla malinconia.

Che resta di questi due personaggi in Fifty Shades? Edward Cullen diventa Christian Grey, privo di allure, sexy quanto un manichino da vetrina, maniaco sessuale sadico che si diverte a frustare le sue donne, ad appenderle al soffitto, a flagellarle, a inserire nella loro vagina sfere di piombo, a far loro firmare pedantissimi contratti sul ruolo Dominante/Sottomessa. Al contrario di Edward, Christian non sorride, ghigna, non è tormentato, non è romantico, “I do not make love”, dice, “I fuck hard”, ed è buono solo perché il suo maggiordomo compiacente ci dice che lo è. Christian Gray è un divoratore di fanciulle innocenti, come il suo ispiratore Alec Stoke in “Tess dei d’Urbeville” di cui, a quanto pare, la James è intenditrice. Christian regala alla sua vittima preziosissime edizioni del romanzo di Hardy forse per convincere lei (e pure noi) che nelle sue perversioni c’è qualcosa di letterario.

L’indomita, coraggiosa, Bella Swan diventa la brutta copia Anastasia Steele, un personaggio che non vediamo, che non ha volto, che è sempre tutto un bollore costante, che passa i suoi giorni ad arrossire, a mordersi il labbro e “andare in pezzi” per orgasmi multipli e stellari.

Quasi tutte le scene principali dell’originale Twilight sono fotocopiate nella fanfiction, stravolgendole e togliendo loro dignità. Non c’è trama, non c’è sviluppo, solo un susseguirsi di atti sessuali porno soft, sempre più ripetitivi al punto che, già al quarto o quinto, ci viene da sbadigliare: “oddio, no, lo fanno ancora.”

Bella Swan scopre, attraverso Edward Cullen e la sua gente, un mondo diverso, magico, sotterraneo, parallelo, dove vampiri e lupi mannari sono credibili e coerenti con questa nostra realtà moderna, con la realtà di tanti adolescenti americani.

La visita di Bella/Anastasia alla famiglia Cullen/Gray è un esempio di come l’inventiva, la fantasia e l’ironia della Meyer vengano trasformate dalla James in volgarità e pochezza. Persino i nomi dei padri dei protagonisti maschi si somigliano, Carrick, il padre di Gray, riecheggia Carlisle, il medico vampiro padre di Edward. Ma dove è finita la tensione morale, la lotta contro l’istinto che trasforma un vampiro potenzialmente letale in chirurgo compassionevole, sempre pronto ad aiutare chi soffre? Mentre Bella affronta con coraggio e ironia la famiglia vampira, sperando di non diventare lei la cena, confidando sull’istinto che le indica quelle persone come buone e capaci di proteggerla dal male, Anastasia Steele si presenta all’incontro senza mutande, fa piedino sotto il tavolo al suo dominante e sgattaiola appena può nella dependance per consumare l’ennesimo atto sessuale. Il divertimento è assente, il gioco è più osceno che erotico, la trama è solo un pretesto. Non c’è passione vera, solo l’iniziazione al sesso di una ragazzina che dice di volere di più dal suo mentore ma che, in realtà, ha in testa solo una cosa. Anastasia precipita in una spirale di perversione crescente, vittima consenziente di uno stalker, un uomo che gode a prenderla a cinghiate e la fa sentire umiliata e paga allo stesso tempo. Per riflettere, ella colloquia in continuazione con il suo subconscio e con la sua dea interiore, buona coscienza l'uno, cattiva l'altra, che sono, paradossalmente, forse i personaggi più vivi del libro, sebbene ce li immaginiamo come genietti saltellanti con un fumetto fuor dalla bocca.

Laddove l’originale vampiro sapeva commuovere, creare atmosfera, oscurità, amore, e dare corpi, volti e gestualità ai personaggi di una saga indimenticabile, qui tutto è narrato con un linguaggio ripetitivo, infarcito di una serie di mail soporifere, condito delle medesime esclamazioni infantili, “oh my”, dei medesimi aggettivi ed espressioni per descrivere scene ed emozioni sempre identici.

Quale sarà il motivo dell’incommensurabile successo planetario di una fanfiction, di una semiparodia nata su commissione? Per il primo libro la parte del leone la fa certamente la curiosità, stimolata dal passaparola, dalla sovrabbondanza di copie visibili ovunque, ma per arrivare a comprare il secondo e il terzo bisogna forse chiamare in causa lo stimolo sessuale cui si sottopongono le pruriginose lettrici, il voyerismo, il sadomasochismo latente in ognuno di noi. Oppure la voluta indeterminatezza della protagonista - la quale più che essere in realtà non è, non è bellissima, non è intelligentissima, non è brillantissima – fa sì che con lei si possano identificare milioni di donne anonime, desiderose di immaginarsi sessualmente irresistibili e capaci di catturare un bello-ricco-superfigo?

Non sappiamo la ragione di tanto furore e vorremmo che chi è arrivato alla fine della saga ce lo spiegasse perché, se errare è umano, perseverare fino al terzo libro pensiamo sia davvero diabolico.

 

By fanfiction is meant the continuation of a cult story by fans. Readers hungry for other material can continue the story, fill in the gaps, resurrect their favorites, create sequels or prequels. In the case of the fanfiction of "Twilight" by S. Meyer, or the infamous, inflated, "Fifty Shades of Gray" - where Gray stands for Gray but also for the surname of the icy, embalmed, stockfish protagonist - more than a continuation it is, apparently, a parody that took the hand of the writer Erika James.

The introduction explains that she "dreamed of writing stories that readers would fall in love with". Well, it seems to us that it is precisely what she did not do, while the operation was perfectly successful witht Meyer. And yet, when an editorial case takes on such significance, when every person you meet, at any latitude, in any dental office or railway wagon, holds a copy of the novel in your hand, when every bookstore, every showcase, every autogrill stand overflows of all black covers with an anodyne lump of a tie, when American hotels have replaced the old Bible with the Fifty Shades, then the phenomenon cannot be dismissed without even trying to understand.

Let's take a step back, go back to the original, to the Twilight saga, a modern but still fascinating reinterpretation of the myth of Beauty and the Beast, where the protagonist, precisely Bella Swan, is an ordinary girl, a Cinderella capable of conquering the vampire prince, Edward, beautiful to the impossible (to which the actor of the homonymous film does not do justice) not incinerated by the sun but sparkling beneath it like a refracted crystal, pure in heart, "vegetarian", romantically torn between his instincts and the moral input that pushes him to sublimate desire. Bella attracts him because his blood has for him the sweetest of calls, it is nectar and delight, it is fragrance and remorse. In order to love her, even to be close to her, she will suffocate the murderous instinct, transform it into protection, which is what every male does with his woman, keeping the sexual impulse at bay, enveloping him with tenderness. Bella Swan is true, with tangible family problems, adolescent emotions common to many girls of her age and a natural propensity for solitude, for melancholy.

What remains of these two characters in Fifty Shades? Edward Cullen becomes Christian Gray, free of allure, as sexy as a window mannequin, a sadistic sexual maniac who enjoys whipping his women, hanging them from the ceiling, scourging them, inserting lead balls into their vagina, making them sign very pedantic contracts on the Dominant / Submissive role. Unlike Edward, Christian does not smile, he grins, he is not tormented, he is not romantic, "I do not make love", he says, "I fuck hard", and is only good because his compliant butler tells us that he is. Christian Gray is a devourer of innocent maidens, like his inspirer Alec Stoke in "Tess of d'Urbeville" of which, apparently, James is an expert of. Christian gives his victim precious editions of Hardy's novel, perhaps to convince her (and we too) that there is something literary about his perversions.

The indomitable, brave, Bella Swan becomes the draft Anastasia Steele, a character we don't see, who has no face, who is always a constant boil, who spends her days blushing, biting her lip and "going in pieces ”for multiple and stellar orgasms.

Almost all the main scenes from the original Twilight are photocopied in the fanfiction, distorting them and taking away their dignity. There is no plot, there is no development, only a succession of soft porn sexual acts, more and more repetitive to the point that, already in the fourth or fifth, we are yawning: "oh god, no, they make sex again."

Bella Swan discovers, through Edward Cullen and her people, a different, magical, underground, parallel world, where vampires and werewolves are credible and consistent with our modern reality, with the reality of many American teenagers.

Bella / Anastasia's visit to the Cullen / Gray family is an example of how Meyer's inventiveness, imagination and irony are transformed by James into vulgarity and littleness. Even the names of the fathers of the male protagonists are alike, Carrick, Gray's father, echoes Carlisle, the vampire doctor who is Edward's father. But where is the moral tension, the fight against instinct that transforms a potentially lethal vampire into a compassionate surgeon, always ready to help those who suffer? While Bella faces the vampire family with courage and irony, hoping not to become their dinner, trusting the instinct that indicates those people as good and capable of protecting her from evil, Anastasia Steele shows up at the meeting without underwear, she caresses a foot underneath the table to its dominant and sneaks as soon as she can in the annex to consume yet another sexual act. Fun is absent, the game is more obscene than erotic, the plot is just an excuse. There is no real passion, only the initiation into sex of a young girl who says she wants more from her mentor but who, in reality, has only one thing in mind. Anastasia falls into a spiral of growing perversion, a willing victim of a stalker, a man who enjoys to make her feel humiliated. She continuously talks with her subconscious and with her inner goddess, good conscience, bad conscience, who are, paradoxically, perhaps the most alive characters of the book, although we imagine them as jumping little geniuses with a comic out of the mouth.

Where the original vampire knew how to move, create atmosphere, darkness, love, and give bodies, faces and gestures to the characters of an unforgettable saga, here everything is narrated in a repetitive language, stuffed with a series of soporific emails, topped with the same childish exclamations, "oh my", of the same adjectives and expressions to describe always identical scenes and emotions.

What is the reason for the immeasurable worldwide success of a fanfiction, of a semi-parody born on commission? For the first book, the lion's share certainly is curiosity, stimulated by word of mouth, by the overabundance of copies visible everywhere, but to get to buy the second and third, it is perhaps necessary to call into question the sexual stimulus to which the itchy readers undergo, and the voyerism, latent sadomasochism in each of us. Or the intentional indeterminacy of the protagonist – who, more than being, she “is not”, she is not beautiful, she is not extremely intelligent, she is not brilliant. This means that millions of anonymous women can be identified with her, eager to imagine themselves sexually irresistible and capable of to capture a handsome-rich-super-cool?

We do not know the reason for such fury and we would like those who arrived at the end of the saga to explain it to us because, if to err is human, to persevere until the third book we think is truly diabolical.

 

 

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Davide Puccini, "Renato Fucini opere"

18 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Davide Puccini, "Renato Fucini opere"

di Patrizia Poli

Renato Fucini – Opere

A cura di Davide Puccini

Edizioni Le Lettere

Davide Puccini, saggista, fine studioso, ma soprattutto appassionato di letteratura italiana ha curato questa nuova edizione delle opere di Renato Fucini. L’operazione, spiega, deriva dalla necessità di riproporre un autore ormai dimenticato, di cui non si trovano più le opere.

L’unico libro ancora in circolazione contiene circa 5000 errori su 1000 pagine. I testi di Fucini sono stati mal compresi, rovinati dai parenti, dagli stampatori, di edizione in edizione. Puccini ha dovuto risalire ai manoscritti, contenuti nelle biblioteche fiorentine, e compiere un’opera certosina di ricostruzione dell’originale.

Il volume è ponderoso, consta di circa 700 pagine e raccoglie tutte le opere pubblicate in vita da Renato Fucini, non le postume, ritenute inferiori. Comprende cento sonetti in vernacolo pisano più altri in lingua, tutte le novelle raccolte ne Le veglie di Neri (1882), All’aria aperta (1897) e Nella campagna toscana (1908) e il saggio Napoli ad occhio nudo (1878).

Davide Puccini ha dedicato cinque anni di lavoro all’opera di Fucini e, come abbiamo detto, ha affrontato la materia soprattutto dal punto di vista filologico. Spesso gli stampatori non comprendevano i vocaboli del vernacolo pisano. Sceglievano la lectio facilior, correggevano bimbino con bambino, sterzatori (chi puliva un albero su tre) con sterratori, rovinando un testo che aveva valore proprio per la precisione etnografica: Fucini, infatti, non sceglieva mai i suoi termini a caso, ma li usava perché erano tipici del luogo di cui stava narrando o poetando.

Nel volume sono contenute molte pagine di bibliografia, Davide Puccini ha rintracciato tutte le edizioni – al punto che è stato in grado, al termine dell’esposizione, di valutare al primo sguardo un libriccino di nostro possesso e datarlo agli inizi del novecento come edizione contenente almeno una trentina di errori.

Ma Puccini ha compiuto anche un’opera di rivalutazione contro quella critica che, dopo la morte di Renato Fucini, ne decretò la lenta decadenza e il ridimensionamento a esponente “minore della letteratura.”

In vita, Fucini ebbe grande successo. A Firenze, allora capitale d’Italia, al caffè Michelangelo, meta di artisti come Edmondo de Amicis (che ha scritto la prefazione proprio all’edizione in nostro possesso) la lettura dei sonetti in vernacolo, che scriveva per divertirsi, ebbe il successo che oggi hanno gli interventi di Benigni. Poi li pubblicò a sue spese e fu un best seller.

Fucini era consapevole dei propri limiti, sapeva di non avere il respiro lungo del romanziere, bensì il fiato corto del novellatore e, tuttavia, una volta pubblicate, le sue opere ebbero risonanza anche fuori della Toscana, furono adottate nella scuola fino agli anni trenta e Croce ne scrisse in modo lusinghiero. Ma dopo, lentamente, su Fucini calò l’oblio e non solo, fu oggetto delle critiche di molti personaggi famosi come Cassola, che lo stroncò nella prefazione ad un edizione BUR. Nel sessantotto fu considerato reazionario, poco attento alla questione sociale, laddove, invece, egli fu mazziniano e garibaldino, impregnato degli ideali risorgimentali che vedeva traditi. Nei sonetti, ma soprattutto in novelle come “Vanno in Maremma”, si sente tutta la sua dolente partecipazione alla miseria degli umili, la comprensione del fenomeno dall’interno, evitando il difetto della letteratura popolaresca (come quella, ad esempio, di Lorenzo il Magnifico).

Fu accusato anche di aver scelto una lingua troppo facile, il toscano, non si capisce cosa avrebbe dovuto fare, visto che le sue novelle sono ambientate principalmente in maremma.

I sonetti sono classici come struttura ma originali come contenuto, perché dialogati, mossi, con battute e vari personaggi fra i quali Neri Tanfucio, lo pseudonimo adottato da Fucini per pubblicare, che ritroviamo ogni volta come personaggio differente. Le poesie sono d’ambiente pisano e fiorentino, popolate di caratteri umili, beceri, degradati; sono spassose, ferocemente allegre ma sempre con una nota amara e triste. (Vedi La mamma, il bimbo e l’amia)

La lingua è un vernacolo che, spesso, ha più del livornese che del pisano. Puccini cita i fenomeni del labdacismo (la elle che diventa erre) e dell’ipercorrettismo (dove si sbaglia per paura di sbagliare).

Renato Fucini nacque nel 1843 a Monterotondo, nella Maremma grossetana, dove il padre David, medico, si era stabilito per la cura delle febbri malariche, ma era livornese di famiglia e si sentiva molto legato alla nostra città, dove frequentò le scuole elementari dei Barnabiti. Visse a Livorno dal 1849 al 1853 - nella città appena riconquistata dagli austriaci dopo i moti del 48 - e, proprio leggendo un poemetto manoscritto in vernacolo livornese, ebbe l’idea di compiere la stessa operazione con quello pisano. Fucini frequentava i macchiaioli a Castiglioncello, dove possedeva una casa, e, in particolar modo, fu amico di Giovanni Fattori al quale fornì ispirazione per il quadro “Lo staffato”. Ma le sue frequentazioni sono più ampie e non riguardano solo l’ambito toscano. Oltre al già citato Edmondo de Amicis, fu amico anche di Verga, di cui assorbì il naturalismo.

Un discorso a parte merita “Napoli ad occhio nudo”, reportage commissionatogli da P.Villari, il primo in Italia a far conoscere l’esistenza di una “questione meridionale”. Senza dilungarci, diremo che Fucini seppe cogliere al primo sguardo l’essenza della città, con la quale entrò subito in empatia, comprendendo il fenomeno della camorra in modo non superficiale e raccontando gli aspetti più crudi, dai “talponi” (confronta il livornese tarpone), cioè le pantegane che affollavano fogne e vicoli, al cimitero con 365 fosse, una per ogni giorno dell’anno, in cui i morti erano gettati dall’alto con una carrucola, senza tante cerimonie.

In conclusione, se il saggio sull’umorismo di Pirandello è ancora di là da venire, possiamo affermare, tuttavia, che quella di Fucini fu senz’altro una comicità che “fa pensare”.

Fucini morì a Empoli, nel 1921 per un cancro alla gola.

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Folco Terzani, "A piedi nudi sulla terra"

17 Gennaio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

Folco Terzani, "A piedi nudi sulla terra"

di Patrizia Poli

A piedi nudi sulla terra

di Folco Terzani

Mondadori, 2011

Pp. 232

18,00 €

“I valori dipendono dal punto di vista. Per esempio, per i mass media, per il pubblico, un sahdu è rovinato, è un poveretto perché rinuncia agli attaccamenti, alle case, alle cose. Mentre un sahdu, un fachiro, pensa che sono rovinati quelli che rimangono nel samsara. Sono loro che rinunciano alla conoscenza, alla dimensione di grandezza che può essere dio, per perdersi nelle storie materiali nell’illusione”. (pag. 229)

Quando si parla di quest, di cerca, vien subito da pensare al Santo Graal e a Frodo che deve distruggere l’anello del male, ma esiste anche un altro tipo di ricerca, quella interiore, dell’uomo che vive un perpetuo richiamo alla trascendenza.

Folco Terzani, figlio di Tiziano, in A piedi nudi sulla terra, ci racconta l’inquietudine che l’ha condotto a conoscere, nei suoi pellegrinaggi, un uomo votato a questo genere di ricerca, il sahdu Baba Cesare. Terziani conosce Baba Cesare in India, luogo eletto della ricerca spirituale. Per gli indù, la trascendenza è, in verità, immanenza, poiché tutto è dio e conoscere dio significa rendersi conto di questo suo essere ogni cosa. Curiosamente, però, Baba Cesare non è indiano bensì italiano, figlio di un commercialista. Egli ha abbandonato la moglie, una serie di compagne più o meno amate, e alcuni figli mai dimenticati. Il suo percorso è quello tipico del sahdu, dalla vita mondana a quella ascetica, dalla famiglia alla rinuncia. Rinuncia che è il corrispettivo di ricerca.

“Se sei in rinuncia, rinunci a tutti i valori sociali, metti tutto sullo stesso piano: l’oro, i diamanti, una pietra, un cavallo, una foglia, tutto fa parte della composizione del pianeta, no? Di cui siamo parte anche noi. Siamo tutti granelli che compongono il pianeta. Non è una teoria, è proprio così. Dobbiamo avere coscienza di quello che realmente siamo. Appena non dai dei valori sociali alle cose, realizzi che tutto è la creazione del creatore.” (pag. 127)

Solo attraverso la rinuncia a qualsiasi bene materiale – persino ai capelli se diventano oggetto di curiosità e simboli di uno status – come anche a qualsiasi attaccamento affettivo, l’asceta può affinare la sua ricerca interiore, per capire dio, per afferrarne il concetto, per rendergli grazie di averci creato, soprattutto per servirlo. Appena sveglio, il sahdu saluta il sole e riconosce dio, gli fa la puja, l’offerta rituale, la cerimonia. Ungendo di ghee il lingam di Shiva, offrendogli una collana di gelsomini, mantenendo acceso il dhuni, il fuoco sacro, con la cenere sterile e benedetta, egli dà concretezza a dio, lo materializza nella pietra, nell’idolo, nell’oggetto.

Senza contare i ciarlatani, ci sono tanti tipi di asceti in India, dagli aghori che vivono nei crematori, bevono urina dai teschi e assaggiano carne umana, ai fakir, i sahdu musulmani, a coloro che vanno sempre nudi, a quelli che usano il fallo come uno strumento, a chi tiene sempre un braccio sollevato finché non si atrofizza, a chi dorme in piedi. Più generalmente, un sahdu è un uomo scalzo, che vive di semplicità, delle uniche cose davvero possedute, il suo corpo e la sua mente, ed è pronto a rinunciare anche ad esse. Il corpo va mortificato nei suoi bisogni e così pure il cuore, se si vuole davvero trovare l’unione con dio.

“La mortificazione della carne è la liberazione dall’ego. Mortifichi questo ego, lo porti sotto la pioggia o non ti curi di te e di quello che ti può succedere, perché sei parte del tutto. Quindi hai un’idea più ampia, che ti viene dal perdere l’identità, dall’andare oltre gli attaccamenti dell’ego. Perché l’ego cos’è? L’ego è quello che ti dà le paure, no? “Io ho paura?”. Se non ci sei, di cosa hai paura? Sei uno zombie, e uno zombie non ha paura di niente. Non ha paura di essere distrutto, di non essere più “io”, di scomparire, cioè di morire. “Lasciatemi morire!” Il punto è la liberazione dell’io, in nome di dio. E se ci riesci e non ci sei più come entità separata, allora vai oltre la vita e la morte. Sei il Tutto, e il Tutto né nasce, né muore.” (pag. 146)

Baba Cesare è un santo, ma della speciale santità indiana; non lo è per il mondo occidentale. Baba Cesare entra ed esce di galera, proviene dalla cultura post beat generation, freak, psichedelica. È uno degli hippie che negli anni settanta mollavano casa e famiglia e si mettevano in viaggio via terra, senza passaporto, verso l’India, convinti di far parte di un movimento la cui essenza era peace and love. Giunti a destinazione, giravano per gli ashram, finendo poi, inevitabilmente, per affollare le spiagge di Goa, in quelli che oggi chiameremmo rave parties, feste in cui si ballava, si praticava l’amore libero, si fumava il chilum, si assumevano acidi e droghe più o meno pesanti.

“Provi questo, l’altro, provi il peyote, la mescalina, l’erba, i funghi, il veleno degli scorpioni e prendi conoscenza della natura, di quello che cresce sul pianeta, no? Alimentarsi non significa solamente alimentare la parte fisica, significa alimentare anche la mente di conoscenza. […] È dall’inizio del pianeta che l’umanità scopriva le piante, cos’era nutrimento, cos’era medicina, cosa dava un effetto particolare.” (pag. 56)

Anche in questo c’è chi si ferma allo sballo e chi va oltre, continuando la ricerca, usando la droga come esperienza per superare i confini sensoriali, per espanderli, per sentirsi parte della natura, in comunione con l’universo e con dio. Dall’incontro con Baba Cesare e con molti altri sahdu, Folco Terzani trae un insegnamento di vita senza precedenti, un’esperienza che solo l’India e la sua spiritualità può offrire.

“Ho riscoperto la bellezza degli elementi – l’acqua, la terra, il fuoco, l’aria. Mi sono sentito felice camminando sulla terra, facendo il bagno nei fiumi freddi dell’Himalaya, stando accucciato accanto alle fiamme di un fuoco, respirando spazio.” (pag.14)

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