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poli patrizia

Il vento libero

26 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

A risvegliare l’attenzione di Oliver fu l’incresparsi di particelle nel vento. Il vento dell’ovest che stava rinforzando.
Nel suo stato attuale, la concentrazione che riusciva a raggiungere era poca, ma gli bastò per sentire la mano che spargeva i fiori e per annusare un gentile profumo di donna. Radunò attorno a sé la propria coscienza e attraversò la tenebra per poter cogliere gli occhi, l’ovale del viso e il colore dei capelli. Captò anche le vibrazioni della voce.
A pity… neglected… here…
Gli sembrò che quelli che prima chiamava anni non fossero mai passati.

“What a pity that everything is so neglected here…”
Margaret aveva parlato a voce alta, mentre depositava i fiori di campo, investita da una folata di vento freddo.
Stava pensando a Jordan. Lo vedeva seduto sulla poltrona di cuoio dell’ufficio di Londra, col nodo allentato della cravatta, con un baffo di Dior numero 57 all’angolo delle labbra. Aveva già smesso di sorridere, aveva assunto la sua aria professionale, proprio per affidarle quell’incarico.
“Begin from the beginning, Margie.”
Le aveva ordinato di parlare con i vecchi, con le mogli disperate, con i figli spaventati. Era un grande nel suo mestiere. Sapeva scovare la notizia anche là dove non c’era niente da raccontare. Sapeva costruirci intorno tutto un mondo.
Adesso voleva, anzi pretendeva, un articolo sull’occupazione della miniera di Crescent. I minatori si erano ribellati al padrone, lottavano per lo stipendio, per turni di lavoro più sopportabili. Ma questo a Jordan non interessava. Lui voleva una cronaca cattiva, fabbricata sul dolore della gente, senza umanità, senza rispetto, senza compassione. Sperava in uno scontro con la polizia, negli spari e nel sangue.
Jordan, oltre che il suo amante, era anche il suo datore di lavoro e lei aveva buttato un paio di vestiti nello zaino ed era salita in macchina controvoglia. Autostrada verso nord, poi viuzze di campagna, circondate da prati ben curati e staccionate.
Dentro, un senso di nausea che non era solo colpa delle curve.
Avrebbe dovuto recarsi subito alla miniera, ma dietro il suo bed and breakfast aveva visto un fiume, con un salice sulla riva e dei cigni che navigavano in superficie. Vicino al fiume c’era una chiesa ed accanto alla chiesa nove lapidi coperte da muschio umido. Aveva raccolto fiori di campo ed era entrata nel piccolo cimitero. Non sapeva perché, ma distribuire fiori sulle tombe dimenticate la faceva sentire bene.
Jordan aveva smesso da tempo di mandarle i fiori, ed anche di parlare di matrimonio.
Perché lui non era pronto.
Perché i suoi figli non erano pronti.
Perché sua moglie era depressa.
And you, Margie, I mean, your personality… It is so unusual…
Significava che lei era incapace di stare alle regole, era ribelle, anarchica. Come i minatori di Crescent, come l’eroe sepolto sotto la lapide davanti alla quale sostava in quel momento.

Oliver assaporò quel sottile sentore di foglie umide che proveniva dalla donna. Attraverso le nebbie del tempo, la voce di lei lo riportava fino a Magdalen.
Magdalen aveva un corpo più robusto, più legato alla loro terra, ed i capelli erano più grossi e neri.
La rivide d’estate, al tramonto, prendere in braccio il loro bambino, che aveva posto a dormire sul fieno, mentre loro due lavoravano nei campi. La rivide discinta fra le stoppie calde a mezzogiorno, con le braccia forti e fiere, le cosce sudate ed impudiche.
Magdalen aveva rifiutato la benda e non aveva gridato quando una rosa di sangue le era scoppiata sul corsetto, all’altezza del cuore.

Margaret guardò l’orologio. Faceva più freddo a causa del vento, ma il buio era ancora lontano. Era quell’ora particolare, subito prima del tramonto, quando i colori si stemperano e gli ultimi uccelli si alzano in volo.
Doveva telefonare in redazione, sistemare la roba in albergo, farsi una doccia. Doveva organizzare il lavoro per il giorno dopo.
Invece sedette sulla lapide dell’eroe, strinse lo zaino fra le ginocchia, respirò.
Che cos’è la vita, si chiese. La vita è vivere, direbbe Jordan, poi cambierebbe subito discorso.

Magdalen non aveva gridato ma Oliver si, agghiacciato all’idea di averla uccisa lui la sua donna, perché non era stato capace di tollerare il giogo che altri invece sopportavano. Magdalen lo amava, condivideva il suo desiderio di libertà, era pronta a seguirlo fino alla morte.
Perdonami, aveva gridato prima che loro sparassero ancora, ma lei era già morta e non aveva avuto il tempo di perdonarlo.
Li avevano separati. Magdalen seppellita a nord, sugli altipiani dove era nata. Lui qui. Il loro bambino scomparso, perduto.
Adesso c’era questa donna vicina che profumava di foglie e vibrava nell’etere come Magdalen, questa donna gentile che aveva portato dei fiori.
Sentiva gli steli recisi cominciare già a morire, sentiva la luce impallidire nella sera, sentiva il peso sul cuore della donna.
Forse Magdalen era lì, era tornata per dirgli che lo perdonava.

Margaret si alzò, accomodandosi lo zaino sulla spalla. Raccolse un fiore che era stato portato via dal vento e lo posò vicino all’iscrizione sulla vecchia lapide.


Oliver Conroy
Fucilato
Il dì 11 Novembre
Dell’anno 1892
Ribelle


“Ribelle”, mormorò Margaret, “un altro ribelle.” Cercò di trattenere i capelli sollevati da una raffica.
L’indomani, decise, avrebbe intervistato i minatori, raccolto le loro proteste, parlato col sindaco, con il pastore e col padrone della miniera. Non avrebbe pubblicato nemmeno una foto scandalistica, non avrebbe mai più scritto un solo pettegolezzo.
E, al ritorno, avrebbe detto a Jordan che non ci teneva nemmeno lei a sposarlo.
Mentre attraversava il cancelletto cigolante, si chiese ancora che cosa fosse per lei la vita. “La vita è il vento dell’ovest che mi ghiaccia il viso”, si disse, “il vento libero".

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Il bastone e la conchiglia

24 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Mentre chinava il capo, le conchiglie che teneva appese al cappello tintinnarono. Suono familiare come il suo stesso respiro. I piedi gonfi, coperti di vesciche sanguinanti, gli urlarono che era l’ora di fermarsi. Una lunga tappa quel giorno, per fortuna quasi tutta in pianura.
Sedette su una roccia, si appoggiò al bastone. “Fratello mio nodoso”, gli disse, “anche oggi è stata dura”. Si era abituato a parlare da solo, a non sentire i dolori, le ossa rotte. Si era abituato al sole a picco, al caldo e al gelo, alla pioggia battente. Anche per tutto quel giorno aveva piovuto, dolcemente e lentamente, senza freddo e senza vento, una pioggia fine e inesorabile che gli aveva intriso il feltro del mantello. Ora la pioggia era cessata e l’aria diventava a ogni istante più fresca.
Bevve alcuni sorsi d’acqua dalla zucca. Gesti divenuti meccanici, ripetuti ininterrottamente da quando aveva preso la via Franchigena, su su fino al terribile passaggio dei Pirenei, ed al raduno di Ponte la Reina, con gli altri pellegrini insieme ai quali, poi, aveva percorso i sentieri assolati della pianura. Erano in tanti a fare lo stesso cammino, trovando riparo nei monasteri. Lui era partito in primavera, marciando tutta l’estate, e ora, in autunno, era quasi giunto alla fine del suo viaggio. Un viaggio intrapreso nell’anno di grazia 1369, per compiere il suo dovere verso Nostro Signore Gesù, per mettere alla prova la sua resistenza, e per… per qualcosa che ancora non riusciva a definire. Forse era la voce di suo padre che gli rinfacciava la sua incapacità di essere un buon fabbro. “Sii almeno un buon cristiano, parti per questo viaggio, levati dai coglioni, tanto qui non servi a nulla.”
Chi tornava indietro, parlava di una piazza immensa, affollata di gente, di una cattedrale maestosa. “Santiago è come una casa, il suo atrio può accogliere centinaia di noi. Lì Dio ci è vicino, possiamo sentire il suo alito, la sua potenza.”
Alzò lo sguardo, come richiamato da qualcosa, forse un rumore, un frullo d’ali. Sbatté le palpebre. Chiuse gli occhi e li riaprì. Lassù, dove fino a un attimo prima vedeva solo il cielo che imbruniva, gli era parso di scorgere qualcuno, affacciato a un ponte che ora non c’era più. “Non c’è perché non c’è mai stato, Jacopo. Sei stanco, hai bisogno di dormire.”

****


John guardò giù dal cavalcavia dell’autostrada. Non sapeva nemmeno perché aveva fermato il camper sulla corsia d’emergenza ed era sceso senza il giubbotto fosforescente. Si aggrappò al parapetto e si sporse. Sua moglie, dall’abitacolo del camper, gridò: “What are you doing, what’s wrong?” Udì la voce di lei farsi stridula, impaurita, forse temendo un gesto folle da parte sua, un improvviso raptus suicida. Ma lui non ci pensava neppure a buttarsi.
Giù solo lattine, bottiglie di plastica, fogliacci sparsi nell’intrico di rovi. Eppure John si sentiva calamitato come se da là qualcuno lo chiamasse, come se, sotto il cavalcavia di un'autostrada spagnola, ci fosse il senso della sua vita. Proprio lì, si disse, passava l’antico sentiero dei pellegrini in marcia verso Santiago de Compostela.
****


Raggomitolato nel mantello umido, Jacopo si distese sull’erba. Era solo sul sentiero ben segnato dai tanti piedi che lo avevano calpestato negli anni, solo come desiderava essere in quell’ultimo tratto che lo avvicinava alla meta. “Cammina, cammina, Jacopo, ti sei perso nei meandri del tuo cuore, ma poi ti sei ritrovato”. Forse, si disse, non era un incapace fannullone come diceva suo padre, forse, semplicemente, Dio non voleva che lui diventasse un fabbro. Magari aveva qualcos’altro in serbo per lui. Doveva dormire, perché lo attendeva un giorno importante. L’indomani si sarebbe alzato all’alba, avrebbe mangiato il suo pane, e percorso l’ultimo tratto del cammino. Con forza, con coraggio, con fiducia, come se camminasse non verso Santiago, ma verso il futuro.

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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Margareta Nemo

22 Agosto 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto, #margareta nemo

La “Deriva” del racconto di Margareta Nemo appartiene a una vita che ha perso la rotta dopo un trauma. C’è stato un incidente, la protagonista ne è vittima e carnefice insieme, rovina la propria e l’altrui esistenza, diventa bersaglio d’un odio che non sa né accettare né combattere, non più padrona di sé ma fantoccio accompagnato, incoraggiato, aiutato da sempre meno persone. Ciò causa una depressione che “tira fuori gli scheletri dall’armadio e li fa ballare” ma è pure emblema di un’esistenza caratterizzata dal vuoto, dal senso d’inutilità, dall’incapacità di affrontare i conflitti, da inezie che esasperano e orrori che diventano quotidiani.

Nuotare all’infinito, senza pensare a nulla, lasciare che l’acqua scompigli i capelli, aggrapparsi ad una boa che scivola tra le braccia senza darti sostegno, e superarla, e sorpassare anche la seconda e poi la terza… Sempre più avanti, fino a diventare un minuscolo puntino per chi guarda indifferente dalla riva, sempre più lontano, fino a scomparire, alla deriva. La deriva del nuoto, il mare sempre più vuoto e cupo rappresentazione di una solitudine sconfinata, prima subita poi ricercata, in ultimo diventata parte di sé, irrinunciabile, dove i parenti danno “fastidio” e gli amici sono sempre più radi e “inutili”, dove si galleggia senza mai ovviare al senso di colpa per quando si è compiuto il male con fiacchezza, con distrazione, ma anche per l’incapacità di riprendere in mano la propria vita che sta passando senza coraggio, senza nerbo, senza la forza di rimettersi in gioco. È ciò che fa la protagonista di questo racconto, e il suo veleggiare senza meta è, appunto, metafora di una vita che non trova appigli. Rotola tra le onde, tra ricordi, incubi e fantasmi. Memorie di fastidi scambiati per sofferenze, noie confuse col dolore. E poi “quello”… L’orrore “accettato come quotidianità”. La vita è una folla di solitudini e di silenzi, le mani che si tendono scivolano via, bisogna arrendersi alla fragilità della propria esistenza.

Il racconto ha un ritmo incalzante, ti avvolge come l’acqua di quel mare che assume man mano il “colore metallico della sera”: una scrittura che riesce trasmettere tutta l’angoscia che sembra averla ispirata. Il periodare è robusto, “virile”. Certi particolari come le “impronte unte delle dita sulle stanghe degli occhiali” dilatano il senso di angoscia, di soffocamento, di peso che grava sul petto, di bracciata faticosa volta a prendereil largo dagli altri ma anche da se stessi.

Patrizia Poli e Ida Verrei

DERIVA

Mi sono alzata a sedere e ho le vertigini, devo aver dormito almeno un’ora. Adesso il sole è a picco sopra la mia testa e a parte il suono della risacca e delle cicale nella pineta qua dietro, il silenzio è perfetto. Mi guardo intorno, ma non sono rimaste molte persone in spiaggia. Come se non bastasse il torpore insistente del sonno, sento una fastidiosa sensazione allo stomaco, non una nausea vera e propria, ma una specie di formicolio, a segnalarmi che ho già preso troppo sole. Oggi è uno di quei giorni di calura opprimente che ti intontiscono fino a farti fischiare le orecchie e impastarti la lingua e se cercassi di parlare con qualcuno probabilmente non riuscirei a pronunciare bene le parole. La vista del mare è più che accattivante.
Di solito mi danno fastidio i cambi di temperatura repentini, ma ho la pelle abbastanza scottata da non sentire il freddo dell’acqua e le onde che si infrangono contro il mio corpo mi provocano appena una vaga sensazione di sollievo. Forse perché fra un attimo potrò immergermi completamente e sottrarre anche la testa alla morsa del sole. Non c’è quasi nessuno a fare il bagno e ho voglia di nuotare più al largo di tutti, per vedere solo il mare davanti a me.
Ho imparato a nuotare in questa località, a cinque o sei anni ed è stata una delle scoperte migliori della mia infanzia. Facevo a gara con me stessa per nuotare sempre più lontano e sognavo di superare una tappa alla volta tutte le boe, fino a raggiungere il limite della zona bagnanti. Di solito raggiungevo al massimo la prima e da lì osservavo soddisfatta la spiaggia e le persone, divenute improvvisamente minuscoli esseri sotto minuscoli ombrelloni, come modellini di se stesse. La boa da vicino però non era quell’insignificante pallino rosso che si vede dalla spiaggia, ma un globo piriforme di plastica dura, largo circa una volta e mezzo il mio torace, con un gancio in cima. Di conseguenza riposarsi aggrappandosi alla boa non era affatto semplice, ci si poteva solo afferrare al gancio o abbracciarla, ma in entrambi i casi il mio peso la faceva rovesciare e finivo sott’acqua. Quindi anche una volta raggiunta la boa non potevo smettere di nuotare. Ma potevo giocare ad annegare e anche quello era divertente. Poi verso i quindici anni ho cominciato ad avere paura dell’acqua fonda e ho smesso.
In ogni caso non sarà difficile superare gli altri, la maggior parte della gente qui sguazza nell’acqua bassa, come se immergendosi fino alla vita avessero paura d’essere trascinati nell’oceano. Forse mi stanno guardando con apprensione. Se annego e le onde riportano a riva il mio cadavere potrei rovinargli la giornata.
Nuotare è diventato più faticoso di quel che pensavo e questa mezza insolazione non aiuta. Ma non dovrei avere problemi a raggiungere almeno la prima boa e così concludere degnamente la settimana. È stata un’ottima idea prendermi questa vacanza, vorrei non dover tornare mai più. Al solo pensiero di tutta la valanga di preoccupazioni che mi aspettano al ritorno, mi si mozza il fiato, è come se innalzassero una montagna subito dietro a questa spiaggia e alle colline che la delimitano, lì pronte a rovesciarmisi addosso sogghignanti con la loro marea di occhi beffardi che mi fissano soddisfatti. Pensavi di poter scappare, eh? E dove vorresti andare? Attraversare a nuoto l’oceano? Per fuggire dove?
D’un tratto mi riassale il pensiero di tutto quello che è successo negli ultimi due anni. I corridoi freddi dell’ospedale, le lettere all’assicuratore, il proprietario della casa, l’appuntamento dal medico, l’avvocato e il suo studio tappezzato di foto di macchine da corsa e diplomi, i suoi occhiali con la montatura sottile e le lenti spesse, quasi a specchio, che non permettono mai di vederne chiaramente lo sguardo e le impronte unte delle sue dita vicino all’attaccatura delle stanghe. La posta nella cassetta, gli sguardi dei vicini, le telefonate fastidiose dei parenti e le telefonate inutili agli amici. Sento il cuore che accelera e la nausea salirmi ad ondate dallo stomaco alla testa.

Sono sott’acqua. Non voglio pensare a nulla, se non alla sensazione dell’acqua che mi scompiglia i capelli. Riemergo e improvvisamente non sento più la stanchezza. Il paesaggio è diventato tutto rosso, tanto sono abbagliati i miei occhi per la luce, ma ho voglia di nuotare ancora.
Non so se è colpa dei cambi climatici, dei condizionatori o del fatto che da adulti si diventa indifferenti a queste cose, ma se cerco di ricordare una giornata calda come questa devo tornare indietro di più di dieci anni. Credo che fosse durante la prima o la seconda superiore, frequentavo un corso di teatro. Le lezioni si svolgevano verso le due del pomeriggio, in un vecchio edificio con un giardino incolto, poco lontano dalla mia scuola. Io e gli altri ragazzi del corso, dopo scuola, invece di tornare a casa, andavamo a sederci sul marciapiedi davanti al pesante cancello di ferro del teatro e passavamo quei trenta o quaranta minuti chiacchierando e fumando. Le ultime lezioni caddero ad estate inoltrata, il caldo a quell’ora era quasi insopportabile e ci stringevamo tutti nella stretta striscia di marciapiede in cui all’ombra sottile del muro si sovrapponevano quelle degli alberi del giardino. La luce sui muri degli edifici circostanti era accecante, l’aria era secca, odorava di polvere, e c’era un silenzio accaldato, accompagnato sempre da un sottile e quasi impercettibile ronzio, che dovendolo descrivere per me rappresentava il suono dell’estate.
Era un bel periodo, ma non ero contenta. Avevo la sensazione che mi mancasse qualcosa e che quei giorni fossero incompleti e scorressero inutilmente. In realtà, anche se in forme diverse, quella sensazione mi ha accompagnato sempre. In barba a tutto il mio sfrenato desiderio d’originalità ho sempre fatto l’errore banalissimo di confondere il fastidio con la sofferenza e la noia con l’infelicità. È un ottimo modo per passare anni facendosi portare all’esasperazione da inezie per poi magari imbattersi nell’orrore e accettarlo come quotidianità.

Mi ricordo l’incidente con una lucidità agghiacciante, la macchina che sbanda, la mia mano che cerca qualcosa a cui aggrapparsi, l’urlo che in quei momenti lenti come l’eternità decido consapevolmente di emettere, per restare in qualche modo padrona di me stessa e mantenere un contatto col mondo, il silenzio sospeso e poi lo scontro. Tutto quello che c’è stato dopo lo ricordo a sprazzi. Due anni in cui la mia vita è sprofondata progressivamente nel caos e ad ogni colpo ne sono seguiti altri, precisi e infallibili. Come se le lamiere della Golf mi si fossero ficcate nel cervello e da lì avessero preso a trasformare tutta la mia esistenza in un unico grande groviglio di rottami. I problemi non vengono mai da soli e tutto ciò che credi ti dia sicurezza serve solo per essere, nei momenti decisivi, un colpo in più inferto al tuo equilibrio. E poi, quando ogni cosa è sottosopra, gli scheletri che hai cautamente rinchiuso nell’armadio per anni ed anni saltano fuori allegramente per ballare e cantare tutti insieme sulle macerie.

Non posso biasimare nessuno per aver deciso di girarmi alla larga, vorrei girarmi alla larga anch’io. Ma non posso mollare tutta la mia vita per andare alla deriva nell’oceano.

Nel frattempo ho continuato a nuotare e ho superato di gran lunga la prima boa. Stranamente non mi sento stanca e non ho voglia di uscire dall’acqua. Cercherò di raggiungere anche la seconda, sono sempre in tempo per tornare indietro. Il sole che poco fa era ancora a picco adesso è già sceso ed è possibile vederlo anche senza alzare la testa. Sott’acqua, all’altezza dei miei piedi, più o meno, ci sono alcune piccole meduse arancioni. Non fosse per il colore sarebbe difficile distinguerle perché in questo tratto di mare l’acqua man mano che diventa profonda si fa sempre più torbida. So per esperienza che sono innocue. Vorrei catturarne una, ma sono incredibilmente rapide a scappare ogni volta che cerco di afferrarle. In un attimo si girano e schizzano verso il fondo.

C’è anche chi riesce a prenderle. Da piccola quando vedevo dei ragazzi che le catturavano per poi buttarle ad essiccare sulla spiaggia, mi facevano una gran pena. Una volta feci amicizia con una bambina un po’ più grande di me, con i capelli corti e l’aria da maschiaccio, e mentre giocavamo per i fatti nostri ci accorgemmo che poco più in là un gruppo di adolescenti aveva preso delle meduse e le esibiva sulla spiaggia. Intorno si era creato un crocchio di curiosi, perlopiù ragazzi anche loro e io e la mia amica decidemmo di andare a intimargli di ributtarle in mare. Una volta lì in mezzo, però, non osammo dirgli nulla. Non ho mai avuto il coraggio di affrontare i conflitti. E nella mia immensa perspicacia ho persino pensato che fosse possibile evitarli.

Ma non è possibile evitarli, quando sono loro a pioverti addosso come una cascata di escrementi, non puoi scansarli all’infinito. Non puoi convincere un’assicurazione a pagare il risarcimento se hai fatto un errore nel richiederlo. Non puoi impedire di odiarti a persone che hanno deciso di odiarti. Non puoi pensare che con un sorriso e una spiegazione si risolva tutto. Le spiegazioni non servono a niente. Così come non servono a niente i risparmi, i medici, i parenti, gli amici, e tutta quell’immensa quantità di cose che credi siano lì pronte per salvarti quando ne avrai bisogno e invece non aspettano che un’occasione per affondarti.

Non per tutto c’è una soluzione. Avere fatto spiaccicare qualcuno nella sua macchina non è una cosa che si può risolvere. I casini non vengono mai da soli, ma non è questo il problema. Il problema è che ad ogni nuovo attacco il numero di persone disposte ad affrontarlo assieme a te sarà sempre più esiguo. Venire a trovarti in ospedale: ok. Ascoltare le tue lamentele e i tuoi pianti: ok. Prestarti dei soldi: ok. Ospitarti in casa: ok. Aiutarti a trovare un nuovo lavoro, rispondere alle telefonate nel cuore della notte, ripeterti che va bene, che sei una persona meravigliosa, che tutto si risolve, accompagnarti a fare le analisi, parlare con la tua famiglia al posto tuo, parlare con il tuo ex al posto tuo, accompagnarti al supermercato, tenerti compagnia la sera, accompagnarti all’ospedale, trovarti un nuovo lavoro, accompagnarti in tribunale, accompagnarti dallo psicologo, accompagnarti a comprare i farmaci, accompagnarti ad ubriacarti, accompagnarti a cercare nuovi amici, farsi tirare una bottiglia in testa. La nave si sta svuotando. Chi è rimasto guarda con apprensione le ultime scialuppe.

Sono quasi arrivata alla terza boa. È incredibile quanta forza ho nelle braccia, potrei nuotare all’infinito. Il sole è vicino alle colline e l’acqua comincia a farsi più scura. Mi giro verso la spiaggia e gli ombrelloni sono piccolissimi, posso nasconderli dietro un’unghia. Sembra che in acqua non ci sia più nessuno tranne me. Mi stupisce che laggiù non siano preoccupati. Forse non mi hanno neanche visto. O forse non gliene importa nulla.

Una delle ultime volte che sono stata qua in spiaggia ero con degli amici, dovevo avere venti o ventun’anni, e un nostro vicino d’ombrellone entrò in acqua e prese a nuotare sempre più al largo. Non c’era il bagnino (non c’è mai stato nelle spiagge libere di questa zona) e la mia ragazza era preoccupata per lui. Poi smise di guardarlo e cominciò a leggere un libro. Il tipo nuotò fino alla seconda e terza boa, e poi proseguì. Diventava sempre più piccolo, finché non ne rimase altro che un piccolo puntino nero che si avvicinava all’orizzonte; la sua testa. A un certo punto lei alzò gli occhi dal libro e scrutò il mare per trovarlo. Nessuno era rimasto a fissarlo per tutto il tempo, ma il puntino era scomparso. Non mi sono mai sentita in colpa per questa cosa.

Adesso il puntino sono io. Ho superato la terza boa senza toccarla. L’acqua deve essere profonda almeno un centinaio di metri qua e davanti a me c’è solo un’infinita distesa di mare. Non sono stanca e mi sento come se potessi continuare a nuotare all’infinito, fino a non vedere più nessuna spiaggia. Il sole è sceso ancora e sta tramontando dietro le colline. Dev’essere passato un sacco di tempo. La superficie del mare è percorsa da onde basse e lunghe che mi vengono incontro lentamente e l’acqua sta assumendo il colore metallico tipico della sera e dei giorni nuvolosi, non è più trasparente. A oriente si vedono già delle stelle. Il silenzio è perfetto.

La spiaggia, o forse dovrei dire le spiagge a questo punto, non sono ancora scomparse alla mia vista, ma non si distinguono più le persone e gli ombrelloni. In compenso si vedono le montagne in lontananza e le luci delle città lungo la costa. Non sono stanca, ma mi lascio scivolare sulla schiena per vedere il cielo. Osservo l’azzurro della sera lasciare lentamente il posto alla notte e alle sue prime stelle. Vado alla deriva.

Margareta Nemo

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I fiori di Gaugin

20 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Sara si tolse le lenti e strofinò gli occhi affaticati dalla luce dei faretti alogeni. Nel suo mondo di miope, la macelleria dirimpetto si fuse in una liquida ombra con la farmacia accanto. Rimise gli occhiali in tempo per vedere la polvere entrare dalla porta, al passaggio di un camion strangolato nella via stretta e buia. Insieme, un intenso odore di fulminanti irritò le sue narici.
Una cliente ritardataria fece capolino. Due occhi si appuntarono agri sui suoi capelli lisci e sulla sua faccia depressa: “Chiudi, nini?”
“No, non ancora, si accomodi, signora.”
“Senti, nini, per stasera, avrei pensato di cambiare colore ai capelli. Mi piacerebbe un bel tono di mogano.”
Sara mise a fuoco la donna. Caschetto stopposo, basco sulle ventitré, seno appassito, strizzato nella maglietta di lamé. “Il rosso le donerebbe”, disse, pensando che quelle come lei le avvizzivano l’anima. “Dove va di bello, stasera?”
“Faccio quattro salti al circolino, e tu?” La donna glielo stava chiedendo, ma si vedeva che non le interessava conoscere la risposta. Le sue pupille saettavano fra la merce esposta.
“Io? Niente di speciale.”
Mostrò alla cliente la tabella dei colori, e si accorse che le proprie mani tremavano. Le accadeva spesso mentre lavorava, ma mai quando stringeva il pennello. Sara sapeva dipingere ogni sorta di fiori, dai gialli girasoli di Van Gogh, ai petali scarlatti di Gaugin.
Era stato proprio a causa di Les seins aux fleurs rouges di Gaugin che aveva ricevuto la prima email da F. Si erano incontrati per caso, in una chat line per appassionati di pittura impressionista.
“Il colore esprime più un’emozione che la realtà”, aveva scritto lei, civettuola, firmandosi TAHITI, come l’isola amata da Gaugin. “Questa è arte rivoluzionaria, è la strada che porta a Picasso”, aveva tuonato lui, virile. Chiudeva sempre le sue lettere con quell’unica, inquietante, iniziale: F.
Era cominciato così un lungo scambio di messaggi. Parlavano di molti argomenti, ma soprattutto di pittura. Lei aveva imparato a riconoscere l’umore di F. dalla punteggiatura, dalle parole che sceglieva, dai suoi silenzi. E, sebbene non si fossero mai incontrati di persona, si era innamorata, proprio come Meg Ryan in C’è posta@ per te.
“Mi dici quanto costano questi rossetti?” La cliente la stava fissando indispettita.
“9,99, signora.”
Incartò il rossetto insieme alla tintura per capelli. Batté il relativo importo sul registratore di cassa. Sentiva le dita formicolanti ed estranee. Si ritrovò ad osservare la propria mano come qualcosa di distaccato dal suo corpo. Era minuta, con peluzzi rosa e unghie corte. La mano di una bambina invecchiata.
“Guarda che ti ho dato un pezzo da cinquanta.”
“Mi scusi.”
La cliente uscì, augurandole uno svogliato buon anno. La strada si andava disanimando. Un gruppo di bambini accendeva un petardo dopo l’altro sul marciapiede davanti alla vetrina. Lei se li sentiva scoppiare tutti dentro.
Chissà come avrebbe trascorso quella notte di festa F.?
Sapeva solo che lui viveva a Roma, che non era più un ragazzo, che aveva una famiglia sua. Tutto il resto lo aveva messo lei. Giorno dopo giorno, con la forza della sua fantasia, si era inventata un amore. Col pennello potente del suo cuore, aveva dipinto un volto, creandolo più vero del vero, come quelle orchidee che colorava alla maniera di Gaugin. E adesso quel volto le mancava, le mancavano quegli occhi immaginati, quei capelli che aveva inventato lei, quella risata solo intuita. Le mancava quel niente lievissimo che aveva di lui e che per lei era tutto.
Gli ultimi passanti rincasavano scambiandosi auguri infreddoliti. Una coppia entrò litigando in un’auto. Sara intravide un luccichio di paillettes ed il collo di una bottiglia di spumante.
Era ora di chiudere anche per lei. Suo padre l’attendeva a casa per brindare insieme al nuovo anno. Vedovo ed ischemico, non se la sentiva di lasciarlo solo e poi nessuno la invitava più, ormai.
Tolse poche banconote dalla cassa, quindi segnò sul registro l’esangue incasso, accanto alla data: 31 dicembre, martedì.
“E anche per quest’anno…”
Indossò il cappotto e lo abbottonò per bene, perché fuori il vento era umido e cattivo. Pensò a F., alla sua vita che lei non conosceva, alla foga con cui descriveva le ballerine di Degas, alle sue frasi caustiche, brillanti. “I sogni appartengono solo a chi li sogna”, diceva.
F., che non le scriveva più da mesi.
“Il gioco è bello se dura poco”, aveva affermato nella sua ultima lettera.
Sara cercò l’ombrello. Si sentiva pesante, fredda. “Forse ho un po’ di febbre”, mormorò, tastandosi la fronte, poi spense la luce. Dal buio prese forma l’odore dei profumi, pungente, malsano, come di fiori putrefatti.
Poi, d’un tratto, nell’oscurità vide comparire una montagna blu, un mare denso, azzurro cobalto, e carnosi fiori scarlatti, dipinti a forti pennellate di luce e di buio.
Allora sorrise. Con un colpo deciso, tirò giù la saracinesca.
“Questa sera”, si disse, “quando tutti gli altri danzeranno, io dipingerò.”

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Gli angeli di St. Jeremy

16 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Legno incrinato dalla pioggia e dal sole, isolanti di porcellana, stormi di uccelli neri appollaiati sui fili. Conto i pali del telegrafo e salto giù dal postale in corsa.
Trentatré pali. Trentatré come gli anni di Cristo.
Scendo perché St. Jeremy è un buon posto per passarci la notte di Natale. Dice che si sentono cantare gli angeli, i bambini tengono accesa apposta una candela davanti alla finestra.
Guado la piazza della chiesa, ululando la mia canzone. Sister Death, Sister Death, why don’t you take me back?
Strascico i piedi, le pezze non bastano a proteggermi dai geloni. Nelle toppe s’infilano le palle di neve dei ragazzacci, i cattivi ragazzi sono dappertutto.
Mi vedo nella vetrina Keaton’s, mentre sbavo sulle salsicce appese a festoni, insieme con un bastardo nero che mi s’è accodato. Ho il solito farfallino al posto del colletto e l’abituale viso grinzoso. Me ne vado ed il bastardo mi segue.
Seduto su un gradino, rovescio il cappello fra le ginocchia e mi arrotolo una cartina. Angeli o non angeli, se prima di notte un verdone cascherà nel feltro bisunto, pagherò la branda del reverendo Gordon, che Dio lo spiaccichi da quel pidocchio che è. Sorella Rosy appoggia accanto al cappello un piatto legato con un tovagliolo. “Jack, l’hai scampata anche quest’anno?”
“E tu, brutta puttana?”
Lei se ne va.
Le ore passano, inizia a nevicare. Un paio di monete piovono nel berretto. Carità da notte di Natale, carità pelosa.
Dalle finestre vedo le donne che riempiono di castagne i tacchini sbuzzati. Immagino di addentare una pelle croccante alla luce tremula di un cero. I bambini ritagliano stelle di stagnola, poi si affacciano alla finestra e depositano una candela accesa sul davanzale.
Trillano i campanelli dei fattorini, sembrano i sonagli della slitta di Santa Claus. Tutte le porte, coronate d’agrifoglio, cantano inni di gioia.
Tutte, meno la porta Mac Dowell. Non ha un festone di bacche rosse come le altre, ha una coccarda nera. Mi parla, la sua voce oliata esce dal battente. “Il ragazzo è morto”, dice, “e la vecchia non si dà pace.” E se mi spostassi due case più in là, dove la luce parla di festa e si sente odore di moccolo e arrosto? Invece appoggio la schiena contro la porta Mac Dowell.
Passano un uomo ed una donna. “Hai visto?”, sussurrano, “Mary Mac Dowell non ha tolto il nastro nero. Perché la tira tanto in lungo?” Buttano un verdone nel cappello, nessuno ti rifiuta un pezzo di pane in una notte come questa.
Adesso ho il mio verdone. Ora posso andare giù alla missione. Quello spilorcio del reverendo mi darà da dormire, ho il mio verdone.
Indugio, con le mani affondate nel pelo del cane, mi rannicchio contro la porta Mac Dowell. Il bastardo mi lecca i piedi, ha lo stesso colore della coccarda.
I gradini si sono ammorbiditi perché la neve infittisce. La lingua del cane è tiepida sulle gambe che non sento più, laggiù in fondo ai pantaloni.
Faccio compagnia alla porta nera, mentre la neve cade, gelida e dolce.
Sister Death, Sister Death, why don’t you take me back? E’ la mia voce che canta.
Poi non è più la mia voce.
La strada è diventata buia o forse io ho chiuso gli occhi. Sento qualcuno che canta ma non sono io, giuro.
In mezzo ai fiocchi sfarfallano gli angeli, piroettano in spirali di neve, cavalcano pupazzi di ghiaccio. Li guardo vorticare nei cristalli, sfiorare le porte con le ali intrise di neve. Tutte le porte, ma soprattutto la porta Mac Dowell.
Non ho freddo, non ho paura. Dentro la casa, Mrs Mac Dowell non piange più, sento solo la voce degli angeli.
Gli angeli di St. Jeremy che cantano.

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Il futuro di Giuseppe Rossi

13 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Terrorizzati all’idea di finire nel nulla, non avete mai pensato che è dal nulla che siete spuntati. Ad esempio, io, Giuseppe Rossi, sono questo nulla.
Mi spiego.
Io, Giuseppe Rossi appunto, non sono ancora nato, non sono stato concepito, né progettato. La mia entità, l’entità di Giuseppe Rossi, s’identifica con il nulla. Non ci sono, o meglio, ci sono solo nel senso che non ci sono, c’è il mio non esserci. Non ho un corpo, né lati, né un sotto né un sopra.
Lo spazio in cui, per così dire, esisto-sono-sto, è oscuro e tranquillo, anche se non lo definirei buio, dato che non ho occhi per vederlo. Il tempo dove staziono è un concentrato d’attimi uguali.
Io non sono che il mio futuro. Proprio in ragione del fatto che in quest’attimo concentrato m’è dato conoscere il futuro, posso parlarvi di me. Nel mio brodo ristretto, mi ripasso la vita futura come un libercolo dalle pagine arricciate.

Mi chiamo Giuseppe, vabbè questo l’ho già detto.
Farò il benzinaio.
Sì, ma solo dopo che il girino affamato di papà si sarà ficcato nell’uovo di mamma. Zacchete!
Vibrerò, mi strozzerò, grumo informe che già sarà Giuseppe Rossi, fagiolino con occhi neri come capocchie di spillo, annidato fra le pieghe di un utero e tutto preso dal problema di moltiplicarsi. A quel punto avrò già un dentro ed un fuori, avvertirò ciò che succede all’esterno, sentirò lo stantuffo che pompa, e caldo e bagnato e viscoso.
Poi uscirò dal buco.

La mamma si arrabbierà tantissimo quando, dopo aver preso cinquantotto alla maturità, mi metterò a fare il benzinaio con mio cugino Francesco, ma io avrò già in testa Annamaria e la vorrò sposare. Ci si vedrà tutte le sere, io l’andrò a prendere col motorino, lei avrà gli occhi da coniglio delle rosse, le cosce sode, batterà il tempo con i piedini di fata. Si ballerà stretti stretti.

Ma io sposerò Giovanna. Al matrimonio pioverà ed il prete si scorderà dell’anello, ci sarà il pollo in galantina e la trota salmonata, lei sarà incinta. Giovanna l’avrò conosciuta al distributore - dopo che Annamaria se ne sarà già andata a Milano con l’ingegnere - mi s’incollerà anche se puzzerò di benzina.

Quando nascerà Pinuccia, Mariolino avrà già tre anni e la sorellina gli farà schifo. Pinuccia verrà fuori rossa, proprio come Annamaria, che sarà diventata pazza e l’ingegnere l’avrà rinchiusa in Casa di Cura a Milano.

Al funerale di mia madre arriverò in ritardo e sarà lì che mi accorgerò che Giovanna, dopo le gravidanze, si sarà un po’ sfatta ed ingrassata. Brava donna, Giovanna, brava anche a letto, quando la sera, dopo i pieni e le gonfiate alle gomme, mi vorrò sfogare un po’ anch’io.
Ma poi dimagrirà per il malaccio, diventerà secca secca. Quando morirà, mi fisserà come per dirmi ma guarda che fine che ho fatto, ed io penserò che è, sì, una gran brava donna, ma non è Annamaria.

Dopo verrà Pinuccia a lavarmi le camicie, la mia rossina che si sarà sistemata col figliolo di Francesco. Al distributore ci staranno loro due, Pinuccia verrà a lavarmi le camicie di sabato, e suo marito si scoperà un’altra.

Morirò di un colpo, se dio vuole.
Non sentirò male, mi farà solo pena Pinuccia mia.
Ci sarà tanta bella luce e silenzio ed un grande distributore, tutto profumato di benzina. Io, sul motorino, bacerò Annamaria.

Qui, nel mio non essere che precede l’esistenza, ho risfogliato con voi il libretto del futuro.
Non so… E’ che… Ma?
Quasi mi vien voglia di non farne di niente…
Voi che ne dite?

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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Maria Vittoria Masserotti

5 Agosto 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto, #maria vittoria masserotti

“L’imbuto” di Maria Vittoria Masserotti è un racconto sorprendente, tutto incentrato su di un’unica metafora: l’imbuto.

Dapprima simbolo di una vita che appare agli sgoccioli, senza slanci né passioni, logoro strumento di un lavoro che non offre più nessun piacere, stretto da mani annoiate, privo di splendore come il matrimonio fallito del protagonista, esso viene poi, all’improvviso, ribaltato in un sol colpo, diventa l’opposto, concede inattese visioni di uscita dal tunnel.

Claudio è un “vinto”, un triste fantoccio ricoperto da una patina di rassegnazione, piccolo uomo che vive la routine del lavoro e della solitudine subita, con le spalle curve, soffocando e celando rimpianti, quasi vergognandosi di possedere ancora mille emozioni.

La sua è la generazione delle speranze deluse, delle rivoluzioni solo sognate, degli ideali di rinascita e mutamento. Ma il mondo in cui vive non è, appunto, quello sognato, le nuove generazioni di studenti sono diverse, lontane da come le ricordava, e lui si sente vecchio, con addosso l’odore “stantio e umido” della pensione, come se fosse “di fronte ad un imbuto dalla parte del cono”.

Ma l’uomo-ombra, lo sconfitto, l’uomo senza futuro né prospettive, riserverà una sorpresa: un riscatto dal fallimento, una rivalsa verso le apparenze e la inconsapevole dissimulazione: colpo di scena condotto con abilità narrativa. Ed ecco il finale, dove il grigiore si svela solo apparente, quasi maschera, o inganno perpetrato ai danni propri e altrui.

Molto bella la prima parte, che racconta di lezioni svogliate, di pensieri inconfessabili, di ricordi di un tempo - prima che, ancora una volta, l’imbuto si capovolga e le prospettive mutino – durante il quale lui era “dall’altra parte”, quella della classe.

“Così come l’idea che i professori vivessero solo in quella classe, in quell’ora, tutto il resto aveva solo contorni sfumati.”

È una racconto piacevole, che avvince, con improvvise interruzioni e inserimenti di stralci di pensieri, frammenti di visioni interiori che si confondono e si accavallano alle immagini percepite, il tutto realizzato con maestria e scritto con stile preciso, svelto, mai noioso.

Patrizia Poli e Ida Verrei

L’Imbuto

Claudio alza gli occhi al cielo per un attimo, dimenticandosi dell’imbuto.

I suoi alunni sono tutti chini nel tentativo di riprodurlo, sanno che hanno un’ora di tempo poi lui lo girerà, così dovranno copiarlo di nuovo per un’ora.

Un’ora non passa mai, a volte. Anche se a volte corre come un treno, dipende appunto dalla prospettiva dell’osservatore, come per l’imbuto.

Per lui un’ora trascorsa nel Liceo Artistico di Lucca è un tempo infinito, non prova più nessun piacere nell’insegnare e si sente maledettamente in colpa per questo. Quand’era agli inizi, pieno di furore docente, si sentiva quasi un dio di fronte a quella platea di discenti, secondo lui, pieni di desiderio di imparare. La realtà gli aveva mostrato un altro mondo giovanile, dove c’era una profonda coscienza dei propri diritti e nessuna dei propri doveri, come se tutto fosse dovuto e non il risultato di un impegno, di una volontà di percorrere il sentiero della conoscenza.

Anche di questo si fa una colpa, lui e la sua generazione di rivoluzionari che volevano cambiare il mondo. Il mondo è cambiato ma non è sicuro che il risultato gli piaccia.

Si alza dalla cattedra e va a girare l’imbuto, è passata un’ora.

Ora in primo piano c’è la parte più stretta, una speranza di uscita dal tunnel, al di là dello stretto cilindro si intravede l’apertura di un cono, un senso meraviglioso d’ampiezza.

Si risiede e guarda il cielo.

Un suono violento gli deflagra nella testa: la campanella.

Se i ragazzi sapessero che lui desidera quel suono quanto loro! Se non di più.

Questo desiderio gli è rimasto impresso da quando lui era un alunno. Così come l’idea che i professori vivessero solo in quella classe, in quell’ora, tutto il resto aveva solo contorni sfumati. Non avevano una casa, una famiglia, né emozioni se non quelle di interrogare, dare voti e, a volte, spiegare.

Lui invece ora sa. Sa di avere una casa, una famiglia e milioni di emozioni e di alcune si vergogna profondamente.

I ragazzi sciamano festosamente e lui raccoglie l’imbuto, protagonista di centinaia di lezioni, per conservarlo in sala professori, nel suo cassetto, suo ormai da più di trent’anni.

Perfino l’imbuto mostra segni di logoramento! Il metallo nella giuntura ha qualche accenno di ruggine e quello splendore, quella lucentezza, che ha fatto ammattire tanti studenti nel tentativo di riprodurlo con il chiaroscuro, non è più così brillante, come la sua vita. In fondo gli oggetti che ci appartengono finiscono per somigliarci, come si dice dei cani, che prendono le sembianze del padrone, o viceversa.

Ci vorrà presto un imbuto nuovo.

Ci vorrà una vita nuova.

Sospira.

Arrivato in sala professori, apprezza come sempre il silenzio dopo il ronzio di cinque ore di lezione.

Il martedì è il giorno peggiore. Cinque ore di lezione e tre classi di volti annoiati, di creste tinte di viola o di verde, di pantaloni al limite del sedere, di ombelichi in bella mostra, di orecchini e “piercing” sparsi per ogni dove. Ci sono volte che tutto questo lo fa sentire vecchio.

Oggi è proprio di umore tetro.

Chiude il cassetto e saluta i colleghi, vede sui loro volti perplessità, perfino noia, non sono meglio di lui. Ben magra consolazione.

Forse se loro fossero diversi lo sarebbero anche gli alunni?

Esce, salutato dai bidelli e sono ormai le due.

Ha fame ma nessuno con cui mangiare.

Si incammina per via Finlungo, deciso a prendersi un pezzo di pizza e di mangiarselo sulle mura.

È la fine di febbraio, è vero, ma c’è un solicchio invitante e, soprattutto, non ha nessuna voglia di tornare a casa.

La casa è vuota. Milena l’ha lasciato, anche se, a dire il vero, è lui l’artefice di quella rottura, improvvisa quanto prevedibile.

L’aria frizzante e cristallina è un dono per Lucca, spesso soggetta a brume acquose che ti entrano nelle ossa e nell’anima, in quelle ossa che lanciano segnali che sembrano il ticchettio dell’orologio e tengono conto del tempo che passa. I sessanta si avvicinano, sente odore di pensione e non è un odore pulito, sa un po’ di stantio, di quel particolare umido che si sente solo al cimitero.

Presa la pizza, si siede su una panchina dei bastioni. Da lì si scorgono i tetti rossi, i campanili.

C’è pace. È strano, ma qui, pur essendo in città, si sente libero come quando va in campagna, lontano dal brulichio degli studenti, dalla prosopopea dei colleghi, dalle mura di qualsivoglia edificio che lo fanno sentire come se fosse di fronte ad un imbuto dalla parte del cono, con la prospettiva di un lungo cilindro buio del quale non vede la fine.

Mangia lentamente, anche se la pizza si sta freddando, beve la birra dalla lattina e comincia a sentirsi meglio. Riesce a fare un lungo respiro a pieni polmoni, non si è reso conto di aver fatto tutto il giorno piccoli respiri, rasentando l’apnea.

Tornerà a casa, alla fine, deve valutare gli elaborati dei suoi studenti della terza B, che domani si aspettano i risultati. Con passo lento va a recuperare la macchina, parcheggiata come sempre fuori le mura. Si rende conto che gli fa piacere tornare a casa, il pasto all’aria aperta l’ha rinfrancato. Sa di amare la sua casa, è riuscito a farla a sua immagine e somiglianza, anche se lui, romano, non ha ancora, dopo tutti questi anni, accettato di essere cittadino di una città così chiusa come Lucca.

Sotto casa c’è sempre il problema del parcheggio, ma oggi ha fortuna e trova un posto proprio davanti al portone. Mentre cerca le chiavi di casa vede Luigi, fermo di spalle davanti al suo portone che si guarda nervosamente in giro.

- Ah, Claudio… Ti stavo cercando! Ma che fine hai fatto? Non hai lezione fino alle tredici e trenta? Sono le quattro!

Quando Luigi è agitato parla a raffica, sbocconcellando le parole e infilando nel discorso punti interrogativi ed esclamativi in quantità industriali. Claudio fa fatica a capire ed una volta messi a posto i punti, si sente irritato dal modo di fare dell’amico, sente un che di inquisitorio.

- Ho mangiato fuori, perché? - Si mette sulla difensiva, come sempre, quando per qualche motivo si sente preso in castagna e diventa duro e pungente.

Luigi fa un gesto, come per asciugarsi un ipotetico sudore.

- Come perché? Oggi è martedì, te lo sei dimenticato? Non so che cosa tu abbia in questi ultimi tempi, se fossi ancora giovane ti direi che ti sei innamorato!

- Perché, che succede il martedì?

- Non “il” martedì, ma “questo” martedì!!

Nella testa di Claudio si accende una lucina, troppo sfocata perché lui possa riconoscerla.

- E va bene, mi sono dimenticato! – dice, mentre un’inspiegabile rabbia lo travolge – Che mi vuoi picchiare?

Luigi a quel punto avrebbe veramente voglia di picchiarlo. Inghiotte e respira.

- Alle cinque abbiamo appuntamento con Consoli e sai che lui è sempre puntuale!

- Giusto, Consoli!

Claudio si rende conto che ha rimosso totalmente la faccenda e questo, direbbe Freud, è un fatto significativo. L’inconscio rimuove quello che ci disturba, una rimozione grave e gravida di significato, soprattutto se Consoli è l’avvocato di sua moglie e l’argomento è la loro separazione!

- Dai Luigi, andiamo su un attimo, faccio presto!

A questo punto Claudio si rende conto di avere, non sa come, ancora in mano l’imbuto.

“Oh mamma mia” pensa “non posso credere che ho girato tutto questo tempo con l’imbuto in mano! Ho mangiato, sono andato in macchina con l’imbuto! Ma perché non l’ho posato nel mio cassetto in sala professori?”

Gli viene il sospetto che il suo umore, l’imbuto, la pizza sulle mura non siano altro che una forma di difesa da quello che doveva accadere nel pomeriggio.

Un po’ stralunato sale le scale ed apre la porta, facendo strada a Luigi. La sala in cui entrano, un soggiorno con angolo cottura, è un caos pieno abbozzi di quadri su cavalletti, tavolozze imbrattate di colori, tubetti di colore ad olio aperti e ormai rinsecchiti, pennelli appiccicosi e barattoli aperti pieni di trementina. Qua e là spuntano cartoni vuoti di pizza, contenitori vuoti di alluminio e fogli di carta stagnola che riflettono tutto quel colore. L’odore stagnante è fortissimo.

Luigi si guarda intorno desolato ma ha la delicatezza di tacere.

Claudio, per niente turbato dallo stato in cui versa il suo appartamento, va in camera da letto, si toglie il cappotto ed il maglione, prende a caso una cravatta, la infila e tira fuori dall’armadio una giacca che non vede la lavanderia da tempo.

- Sono pronto! – dice. Riafferra il cappotto, cerca le chiavi e spinge Luigi, sempre basito davanti a quel caos, fuori dalla porta.

- Claudio, potresti almeno aprire le finestre, ogni tanto! - Non ce l’ha fatta a tacere fino in fondo il suo amico Luigi, avvocato, doppio petto fumo di Londra, camicia azzurra e cravatta bordeaux.

Arrivano allo studio di Consoli puntuali come una cambiale, diceva suo padre, le cinque e zero minuti. Milena è seduta davanti alla scrivania di Consoli, dove ci sono altre due sedie per lui e Luigi. Dopo i saluti di rito, cominciano le danze. Milena ha gli occhi bassi, è imbarazzata e triste. Porta un cappotto viola che non le dona, ha il viso senza trucco, sembra che non presti nessuna attenzione a se stessa ma neanche al mondo che la circonda. Claudio si rende conto di guardarla come un personaggio di un serial televisivo, il volto è familiare ma non si ricorda la trama, non sa quale sia la parte che sta interpretando. La loro vita insieme era cominciata con i fuochi d’artificio dell’avventura, della scoperta di quel mondo sconosciuto che è l’amore ed era affogata in un lago di silenzio.

Lui odia le questioni burocratiche, di questo ormai si tratta, si guarda intorno annoiato in quello studio mastodontico, forse per rappresentare il peso della legge, una sorta di “dura lex sed lex”, oppure per impressionare il cliente. Non sente quello che si dicono gli avvocati, è come se avesse le orecchie ovattate, come se si trovasse sotto una campana di vetro.

Lui e Milena tacciono, evitando di guardarsi. Gli ritorna in mente la pazienza, l’amore di lei che si era sgretolato a poco a poco per colpa sua, della sua incapacità di dipingere, di creare quel quadro perfetto che è da sempre nella sua testa ma che non è mai stato nelle sue mani. Ne aveva dipinti decine, rincorrendolo senza riuscire mai ad afferrarlo, senza cogliere quella luce, quella vibrazione di vita che sentiva in ogni sua cellula.

Si scuote, gli mettono delle carte davanti. E lui firma, firma, firma…

E’ finita, almeno in attesa del secondo round.

Per fortuna per strada il freddo è uno schiaffo violento, deve essere tragico separarsi d’estate. Luigi gli propone di andare a cena da lui per non lasciarlo solo proprio quella sera.

- Tranqui, come dicono i miei alunni, sono sempre solo e questa sera non è diversa dalle altre.

Rimonta in macchina, infila la chiave nel cruscotto e fissa il lampione lì davanti per un lungo infinito attimo. Sa di aver mentito all’amico, sa di non essere nulla di quello che sembra, sa che neanche lui sapeva di essere quello che è.

Non è solo, non più.

E mentre accende il motore pensa al suo amore che tra poco vedrà, bello, biondo e giovane.

Maria Vittoria Masserotti

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Effimera

4 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

La palude ancora avvolta dall’umidità dell’alba, lei ha appena districato le sue ali e ora le spiega, tremanti, osservandole in controluce, sorpresa e grata.
Ne ha quattro, due dinanzi, più sviluppate e forti, e due dietro, deboli ma complete.
Non sa di essere una mediocre volatrice. Tende le ali e spicca il suo volo, colma di desiderio, d’aspettativa, di promesse. È giovane e forte, ha tutta la vita davanti.
Le antenne, corte e sensibili, la guidano. Si libra emozionata sopra l’acqua dolce e traslucida, che lascia intravedere il fondo melmoso dove vivono creature ed alghe. Cibo per altri, ma non per lei, che non può perdere tempo a nutrirsi, che ha lasciato bocca e stomaco nella lunga metamorfosi, in quell’altra vita di cui ricorda solo un lento maturare dello scopo.
Vola più alto, in cerchi sempre più ampi.

Il sole estivo brilla nel cielo ed asciuga tutta la brina.
Ora sbatte più forte le ali, quasi frenetica. Sa che la vita è un dono e non va sprecata, sa che ha una missione da compiere, un fine nobile che la trascende.
Il suo desiderio divampa. È un’emozione che spinge, che urge, che esorta. È matura adesso, piena di vita, si sente davvero pronta, e allora diventa incosciente, quasi folle nella sua ricerca.
Si azzarda ai confini della palude, poi torna al centro, si tuffa in picchiata, rasenta l’acqua con le ali, rischia quasi di affogare. Si scrolla, risale, pesante ed intrisa, ma più determinata che mai. Agita le ali, le asciuga nell’aria rovente del mezzodì, ritrova il ritmo del suo nobile, ininterrotto, volo nuziale.

Le ombre si allungano, l’aria rinfresca. Ci sono rondini predatrici, adesso, che la minacciano, deve stare attenta.
Il tempo è passato, inesorabile, le ali sono stanche. La vita ora pesa su spalle doloranti. Sa di non essere più quella che era al mattino.
Ha quasi un dubbio, mentre la luce scolora lentamente.
E se tutto fosse inutile? Se uno di quegli uccelli la inghiottisse ora? Che senso avrebbero, ebbene, quei voli in su e in giù?
Si ferma per la prima volta, incerta, librata sull’acqua. Riflette, tende le antenne che, ahimè, non sentono più bene come all’inizio, come quando era giovane. Osserva pensosa lo stagno appena increspato dalla brezza serale, una foglia di ninfea che galleggia come una zattera fiorita, un pesce argenteo sotto il pelo dell’acqua.
Ed è lì che succede, mentre, sospesa, ha smesso di cercare.
Capisce che è l’odore giusto, che è proprio quella particolare vibrazione.
Anche l’altro è stanco, anche lui, come lei, per tutto il giorno, per tutta sua la vita, ha volato ininterrottamente, senza sosta.
Si riconoscono, si avvicinano, si fondono, vibrano all’unisono, paghi e sfiniti. Ora sì, che tutto ha un senso, pensano riconoscenti.

È buio, ormai, ed è di nuovo sola. Si è posata su un filo d’erba che ondeggia dolcemente. Le sue vecchie ali fanno male, le antenne non sentono più.
Con l’ultima voce, tuttavia, lei canta ancora le lodi del Creatore, e lo ringrazia, commossa, per averle donato una vita tanto piena ed intensa.

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Dona sol

3 Agosto 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Neri capelli come ala di corvo, tentacoli di medusa che spazzano le assi salate del ponte della Santa Esmeralda, elettrici, vivi come guizzo di torpedine. La tua mano, Pedro, me li sfiora, poi scende giù, fino al gomito esangue. Lascio cadere il colino, i piselli rotolano sul ponte, i gabbiani s’abbassano per beccarli.
Il cuore strutto di felicità, intreccio le mie dita alle tue. - E’ Dona Sol che voglio - tu dici - è Dona Sol che mi piace, non la figlia di Diego Fuentes.
Non sento più i gabbiani e m’insospettisco. Guardo giù, vedo il pavimento di casa mia. Niente assi, niente piselli che rotolano verdi e duri. Scendo dal letto.
Nello specchio c’è il solito ammasso traballante di carni marroni, il quotidiano strazio di rughe, non uno dei capelli del sogno, ma una lanugine che s’incrosta alle scaglie di sudore.
Affondo le unghie gialle nelle pieghe del viso, e piango con i miei occhi cisposi, perché ho sessantaquattro anni, Pedro, e tu ventitré.
Ti ha portato tua madre a calci su per la riva, dal pontile fino alla Casa, la pancia negra gonfia di fame, l’ombelico bitorzoluto, le cosce illividite. Ti ho lasciato nella stalla con tre focacce e la striglia, e lì sei rimasto, fino a due anni fa, quando ti ho visto lavarti all’abbeveratoio, nudo come tua madre ti ha partorito, col ventre lisciato dalle mie focacce e, fra le gambe, il bastone flaccido ma promettente, allegro.
Più allegro dei tuoi occhi cupi, dello sguardo di cane con cui segui la sorellastra Ursula, nata dal matrimonio di tua madre con Diego Fuentes, e cresciuta presto sotto questo sole, scalza e fasciata, che persino suo padre la guarda, quando si china a prender l’acqua senza mutande sotto la gonna.
Nella stalla vi ho visti, fra paglia ed ombra, le reni pallide di lei, i tuoi glutei neri, l’onda di marea che vi sommergeva, l’incestuoso ritmo di samba sgraziata, il marasma di odori muschiati su seni, ossa e carni giovani. C’ero anch’io, appollaiata sullo stipite.
Mi sono tornati in mente gli abbracci domestici, nella penombra della siesta, quando il Capitano, risalito il fiume con la Santa Esmeralda, si fermava la domenica. Fumavamo sul letto d’ottone - il ventilatore che ci ghiacciava le schiene madide, l’odore di DDT, le mosche morte nel bicchiere sul comodino - poi si scendeva a tirare il collo ad una gallina per cena.
Perfino la più vecchia delle mie galline ha ancora il suo gallo.
Stamani vorrei alzare le mie gambe anchilosate e mettermi a cavalcioni su di te, darti lo stesso piacere che ti dà tua sorella. I miei occhi scoloriti dal sole, sciacquati dal fiume, ti vedono come ti avrebbero visto vent’anni fa, ed il cuore desidera, il corpo si bagna.
Metto il vestito rosso di quando aspettavo il Capitano, e appanno lo specchio col mio fiato rancido, così non mi posso più vedere, ma, come nel sogno, immaginarmi coi fianchi svelti, i piedi d’uccello tenero, le mani dolci di lisciva.
Ecco, apro anche l’ombrellino da sole. Il pizzo sfarina come polvere di falena fra le dita, le stecche sono ammuffite, ma lo tengo su, alto, ritto sulla mia testa come allora, per te Pedro.
Chiudo gli occhi e, come stanotte, c’è la luna, le assi scricchiolano salate sotto le piante dei miei piedi nudi.
Ora non puoi dirmi di no, Pedro.

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Il meglio di Laboratorio di Narrativa: Franca Poli

2 Agosto 2013 , Scritto da Laboratorio di Narrativa Con tag #Laboratorio di Narrativa, #poli patrizia, #ida verrei, #racconto

La protagonista di “Uno sporco lavoro” di Franca Poli è una poliziotta come se ne vedono tante nei telefilm americani: è tosta, è scabra, è maschia nei modi di fare. Però è italiana e si ritrova alle prese con la triste, purtroppo ben nota, realtà degli sbarchi clandestini a Lampedusa. Si chiama Rachele e questo la dice lunga sull’ambiente in cui, probabilmente, è cresciuta, sulla sua ideologia di fondo. Compie il proprio dovere considerandolo dall’ottica del pre-giudizio, inteso come giudizio antecedente, a priori. Il lavoro che è costretta a fare non le va, subisce l’immigrazione, vive a disagio il contatto con il diverso, con l’altro da sé, sente insofferenza per la divisa che la infagotta, non sopporta i continui e improvvisi cambiamenti di programma, i colleghi maschi che ironizzano sulla parità pretesa dalle donne. E sfoga il proprio malumore con un “linguaggio da caserma”: “È un lavoro del cazzo…”, quasi si rammarica di aver vinto il concorso.

La spediscono a Lampedusa, ad accogliere la massa di disperati che lei non accetta. È imbevuta di pregiudizi, Rachele, di rabbia e intolleranza verso i “diversi” che arrivano a gonfiare le fila della malavita organizzata e che considera dei “rompicoglioni”. Ma quando si trova a dover soccorrere un gruppo di clandestini, “stremati, le guance incavate, gli occhi fuori dalle orbite", per la prima volta non brontola nel fare il proprio lavoro, e quando, poi, il caso la conduce ad affrontare l’emergenza di assistere una partoriente di colore, Rachele sente vacillare le proprie certezze, sente crollare difese e pregiudizi, e riscopre, attraverso le lacrime, la propria umanità negata. Sarà proprio a causa della prossimità con ciò che non conosce e non le piace, che capirà quanto il fenomeno immigrazione sia impossibile da contenere in un solo sguardo e in un solo parere. Il mondo con cui viene a contatto forzato è fatto, sì, di uomini dalla mentalità maschilista, arretrata - non molto diversa, tuttavia, da quella dei suoi stessi colleghi - ma comprende anche donne dall’aspetto elegante, dagli occhi tristi, dal coraggio animalesco, istintivo.

La donna nera partorisce una creatura indifesa, piccola, che ci sfida con l’audace caparbietà del suo stesso venire al mondo in mezzo a chi la rifiuta, addirittura dalle mani di chi la rifiuta. La mamma le imporrà il nome Rachele, legandola a chi l’hai aiutata a nascere, compiendo a ritroso un percorso inconsapevole che lega la nuova bimba a vecchi echi, fatti di guerre d’Africa, di regine nere, di veneri abissine. La madre stessa, da oggetto di derisione, assurgerà al ruolo di prima Madre, di Madonna col Bambino.

È un racconto ben strutturato e dal contenuto attuale che rende perfettamente le diffuse resistenze all’accettazione di realtà che ancora provocano rifiuto e diffidenza. Ci sono la rabbia, l’ansia, la paura, il sospetto che spesso dilagano di fronte al “diverso” sconosciuto, ma c’è anche la pietas, l’insopprimibile impulso al “dono di sé”, che va oltre il pregiudizio, oltre ogni irrazionale chiusura di mente e cuore. La storia è compiuta nel suo insieme, procede da un punto all’altro, da un inizio a una conclusione, lasciando intendere che esiste un prima e ci sarà un dopo, uno sviluppo, una trasformazione. Lo stile è funzionale alla narrazione, con qualche immagine forte che colpisce, come la vagina che sembra “inghiottire il bambino” invece di espellerlo.

Patrizia Poli e Ida Verrei

Uno sporco lavoro

“È uno sporco lavoro. Porcaccia Eva io non ci vado laggiù. Senza nemmeno interpellarmi poi… Non ci vado. No!”

Rachele si stava annodando la cravatta, era la cosa che più odiava della sua divisa. Si era già infilata i pantaloni e, come sempre, li aveva trovati larghi, deformi. La camicia era un po’stropicciata e con la giacca addosso, poi, si sentiva un sacco di patate.

“È un lavoro del cazzo!” imprecava mentre stava uscendo dallo spogliatoio femminile del reparto di Polizia dove era stata distaccata. Da quando si era arruolata, aveva acquisito anche il comportamento e il linguaggio tipico “da caserma”, glielo rimproverava sempre sua madre.

In mattinata aveva ricevuto l’ordine e sarebbe partita per Lampedusa. Sbarchi continui di immigrati imponevano rinforzi e, a turno, tutti i colleghi erano andati in missione per una quindicina di giorni. Ora toccava a lei.

Renato, il suo compagno di pattuglia, la vide uscire come una furia e subito capì quanto fosse arrabbiata: “Avete voluto la parità? Eccovi accontentate!”

Rachele non rispose, alzò semplicemente il dito medio e lo sentì allontanarsi mentre nel corridoio risuonava la sua risatina ironica.

“Stronzo! È colpa di quelli come te se ogni giorno di più mi pento di aver vinto il concorso” pensò.

Lei non si sentiva adatta a quell’incarico. Amava le indagini, era arguta e attenta a ogni particolare quando seguiva un caso, ma andare al centro di accoglienza per occuparsi di quelli che considerava dei “rompicoglioni” che dovevano restarsene a casa loro, lo riteneva insopportabile.

Arrivata suo malgrado a destinazione l’umore non migliorò. Al contrario vedersi attorniata da nordafricani che le lanciavano occhiate lascive, la infastidiva. La mandavano in bestia i sorrisini e le battute in arabo a cui non poteva replicare.

“State qui a gozzovigliare alle nostre spalle, col cellulare satellitare in mano, tute nuove, scarpe da tennis, magliette, cibo in abbondanza: ovviamente dieta rigorosamente musulmana, e pure la diaria giornaliera!” mentre si incaricava della distribuzione rimuginava e si rendeva conto senza vergognarsene che non era affatto umanitaria nello svolgimento del suo compito e non voleva assolutamente esserlo. Era sempre stata piuttosto convinta che non si potesse accogliere chiunque. La delinquenza in Italia era aumentata. I clandestini non erano prigionieri al centro, spesso alcuni se ne andavano e molti di loro finivano a rafforzare le fila della malavita organizzata. E, se era vero che non tutti i mussulmani erano terroristi, era pur vero che tutti i terroristi erano musulmani!

“È un cazzo di sporco lavoro! Ma datemene l’occasione e vi faccio pentire di essere venuti fin qua.” Pensava mentre uno di loro le faceva l’occhiolino.

Durante la notte segnalarono la presenza di un barcone in difficoltà al largo delle acque territoriali italiane e si doveva intervenire a portare soccorso.

“Perché, dico io? Lasciateli affogare o che rientrino in Africa a nuoto…” Arrabbiata più che mai a causa di questa emergenza durante il suo turno di lavoro, salì sulla nave per obbedire agli ordini e, quando fu il momento, instancabile come sempre, aiutò chi ne aveva bisogno. Avevano soccorso un barcone con 80 clandestini per lo più somali fra cui anche alcune donne. Li avevano aiutati a salire a bordo, passavano loro coperte e acqua. Alcuni erano stremati, le guance incavate, avevano gli occhi fuori dalle orbite e, per la prima volta, Rachele non brontolò nel fare il proprio lavoro.

Fu chiamata con urgenza dal medico di bordo. Una donna incinta stava partorendo e gli serviva l’aiuto di una donna.

“Lo sapevo io… Solo questa ci mancava. Proprio ora hai deciso di mollare il tuo bastardo?” E imprecò, come sempre, contro i superiori e contro la scarsa volontà politica di risolvere questo annoso problema.

Quando si trovò di fronte la donna con le doglie vide che era piuttosto bella. Alta, nera, ma con i lineamenti fini e delicati. Occhi grandi e scuri come la notte, sgranati per la paura e per il dolore , la fronte imperlata di sudore. Aveva gambe d’alabastro, lunghe e sinuose che si intravedevano da un caffetano di colore azzurro sgargiante aperto sul davanti, soffriva molto.

Il medico si doveva occupare di alcuni feriti e le chiese di stare vicino alla donna, di controllare la distanza fra una doglia e l’altra e di chiamarlo se l’avesse vista spingere.

“Calma Naomi!” le disse Rachele prendendola in giro per la sua leggera somiglianza con la bella indossatrice, “Non ti mettere a spingere proprio ora, capito?” le inumidiva le labbra con una pezzuola bagnata e quando la donna in preda a una doglia forte e persistente le strinse la mano, lei provò quasi un senso di ripulsa e voleva divincolarsi, ma la stretta era forte e allora strinse anche lei, mentre la donna emetteva un rantolo roco e continuo.

A un certo punto la partoriente inarcò la schiena e cominciò a spingere. Era quasi seduta con le gambe allargate e si teneva alle sue spalle con tutta la forza.

“Aiuto dottoreee! Presto venga, questa non aspetta più!!” chiamò Rachele cercando di attirare l’attenzione del medico.

La donna urlava e spingeva e Rachele, guardando fra le cosce allargate, vide spuntare la testa del bambino. Compariva e scompariva a ogni respiro. Un ciuffetto di capelli neri, che spingeva e allargava quel sesso deforme, arrossato, quasi a sembrare una bocca affamata che lo stava ingoiando e non espellendo.

“Dottore!! Presto...” la voce le morì in gola. Non c’era più tempo. Il bambino stava uscendo e allora Rachele prese la testina fra le mani e provò a tirare piano piano per agevolare lo sforzo della donna. Niente da fare, urlava la poveretta e parlava nella sua lingua chiedendo aiuto o chissà cosa altro. Allora si fece coraggio, infilò una mano dentro la donna, afferrò il bambino per le spalle e tirò con forza. Fu un attimo e tutto il corpo del piccolo, rosso e viscido di sangue scivolò fuori e la donna, stremata, si lasciò cadere all’indietro con un ultimo profondo sospiro.

Rachele si ritrovò con quell’esserino fra le mani e lo guardò: era una bambina. Nera come la pece e con gli occhi sgranati e grandi come quelli della madre. La prese e gliela poggiò delicatamente sul petto.

“Dottore!! Cazzo quando si decide a venire qua?” aveva ritrovato la voce e urlò con tutta la forza.

Il medico arrivò, si occupò della madre e della figlia, mentre Rachele, rapita, continuava a fissare gli occhi di quelle due creature. Così grandi e vuoti, così imploranti e tristi. Per la prima volta non era arrabbiata con loro, con i diversi, era solidale. Una donna come loro sola e arrabbiata e si sentì percorrere da un brivido di tenerezza e commozione.

“È un maledetto sporco lavoro” disse questa volta senza convinzione.

Stavano caricando la donna su una barella, erano al porto e un’ambulanza col lampeggiante la stava aspettando per condurla all’ospedale. Rachele si sentì prendere per una mano. Era la giovane mamma che la guardava e le faceva cenno, indicandola con l’indice puntato e con una muta domanda negli occhi.

“Non capisco… Cosa vuoi ancora?” le chiese infastidita e poi d’improvviso, un lampo d’intesa fra loro e capì.

“Rachele… Mi chiamo Rachele “ rispose.

Allora la donna che, fino ad allora, aveva solo urlato e pianto, sorrise illuminando la notte con i suoi denti bianchissimi. Sollevò la sua piccola bambina, puntandola verso di lei e stentando ripeté: “Rachele.”

Fu allora che le lacrime sgorgarono finalmente anche sul suo viso, Rachele piangeva a dirotto e cercando invano di asciugarsi il viso bofonchiò:

“È un cazzo di sporco lavoro.”

Franca Poli

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