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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

Solo il rumore del vento

6 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #fantascienza

Un mese fa ho allungato le zampe e sono scivolato dal supporto che mi sosteneva. Quando le ruote hanno cominciato a girare, giù si sono messi a battere le mani.
La mattina della partenza, ricordo, mi stavano tutti intorno e facevano un gran baccano. Sentivo che si aspettavano grandi cose da me. E poi c’era Frank.
“Fai buon viaggio, Spirit”, ha detto, poi mi ha toccato: “Sei tutti noi”, ha aggiunto, ed io sono partito contento.
Durante il viaggio ho dormito. Mi svegliavo solo per lanciare i segnali convenuti.
Sono atterrato rimbalzando, protetto dagli air bags. Ho inviato il mio bip e subito li ho sentiti urlare. Cantavano quella canzone dei Beatles che hanno insegnato anche a me.
Let it be, let it be. Let it be!
Erano proprio soddisfatti di me.
Ho riconosciuto subito la voce di Frank fra tutte le altre.
Durante questo mese ho esplorato un cratere dentro il quale Frank pensa che possa trovarsi dell’acqua. Ho prelevato campioni di terreno come mi ha insegnato a fare lui. C’è acqua nei ghiacciai dei poli ed in qualche roccia. Ho analizzato attentamente l’aria: 95% di anidride carbonica, 2% di azoto e tracce di ossigeno.
Ho lavorato con entusiasmo aspettando di rivedere Frank e gli altri.
Invece resterò qui, me lo ha detto ieri Frank. “Il segnale diventerà sempre più debole”, ha spiegato, “ed un giorno perderemo il contatto. E’ già successo a Laika.”
Laika era un cane. Io, dicono, non sono nemmeno un cane.
Mi guardo intorno. All’improvviso non mi piace più stare qui. Non ci sono che sassi su questo pianeta, la superficie è tutta canyon e montagne. Non mi garba questo cielo giallo, e la notte fa freddo (–120°)
Vorrei essere giù, con loro. Mi piaceva il rumore che faceva il cucchiaino di Frank mentre girava nella tazza. Click, click…
Mi piaceva la voce di Frank.
Qui c’è solo il rumore del vento. 400 km all’ora e furiose tempeste di sabbia.
Sto pensando a Frank.
Click, click… Frank era mio amico.
Wisper words of wisdom, lei it be…
Let it be…
Ora c’è solo il rumore del vento.

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Sirena Siderale

4 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto, #fantascienza

In tre, vennero fuori dagli alberi, davano l’idea di una famiglia, avevano persino un cane.
Solo che erano Permutanti. Non se ne vedevano da anni, li riconobbi per averne studiato sulle tavole d’anatomia comparata.
Allora gestivo da solo questa taverna, avevo troppo da fare per imparare le lingue di posti di cui non m’importava un fico secco, perciò ebbi difficoltà a capirli. Ma tutti i profughi sono uguali e quei tre - padre, madre ed un bimbo brutto e ricciuto - avevano bisogno di un letto e di mangiare. Mi pagarono in anticipo, sebbene di soldi ne avessero pochi.
Assegnai loro una stanza stretta ed umida. Accettarono, senza discutere, stremati com’erano. Chiesero solo di poter consumare i pasti in camera.
Gli portavo il cibo ad ore stabilite, ma una sera, avendo molto da fare, decisi di anticiparmi, e già all’imbrunire salii la scala traballante con il vassoio della cena.
Fuori della porta mi soffermai, poiché, da sotto, filtrava una strana luce e si udivano mormorii d’una tenerezza infinita. Accostai l’occhio al buco della serratura.
Vidi i due adulti chini su qualcuno che, sulle prime, pensai essere il figlio.
Quando si scostarono un poco, fra loro scorsi una giovinetta con la pelle di madreperla e lunghi capelli bianchi sciolti sulle spalle.
Era bellissima. La bocca solo un taglio nel volto, gli occhi così indefiniti da dimenticarli appena ti voltavi, eppure sembrava illuminata come avesse dentro la luna.
Non riuscivo a parlare né a distogliere lo sguardo, mentre i due adulti si asciugavano lacrime furtive, e la figura vacillava, ondeggiava, si fondeva.
Un attimo, ed era svanita.
Al suo posto, il brutto bambino, con il capo proteso per accogliere carezze compiaciute ma distratte.
Mi occorse qualche istante per riavermi, e per rendermi conto che, per la prima volta, avevo assistito alla mutazione di un Permutante.

Nei giorni successivi, la visione mi perseguitò. Ardevo dalla curiosità e dalla brama di rivederla, inventavo mille scuse per salire al piano di sopra. Quando la strana luce filtrava da sotto la porta, non resistevo ed accostavo l’occhio al buco della serratura, con il cuore in tumulto.
Ogni volta mi appropriavo di un dettaglio. Le mani affusolate, il vestito d’argento, la pelle trasparente. Certe sere non vedevo nulla.
La notte la sognavo, pallida sirena lunare. Veleggiavamo per le galassie tenendoci per mano, il suo vestito era la coda argentea d’un nobile pesce stellare.
La fiamma del mio amore cresceva, volevo lei e solo lei, senza pensare alle sgraziate spoglie sotto cui si celava. Perché tanta bellezza, tanta armonia, mi dicevo, in questo mondo così brutto, di certo si nascondeva.
Avevo imparato a cogliere il momento in cui le sembianze del bambino trascorrevano ed ondeggiavano come segni sull’acqua, fino a fluidificarsi e ricomporsi nella perfezione finale. Trepidante, spiavo l’apparire della forma amata, il suo condensarsi nella luce. Ed anch’io partecipavo dell’amore che gli altri le tributavano e che lei emanava.
Ma guardare non mi bastava più. Volevo avvicinarla, parlarle, toccarla.
Una sera non riuscii a trattenermi e spalancai la porta.
Il cane abbaiò, gli adulti si voltarono di scatto, sorpresi, imbarazzati.

Provenivano, spiegarono a gesti, dalle terre invase. Della loro bella città era rimasta in piedi solo qualche colonna del tempio. E proprio nel tempio aveva trovato la morte la loro figlia maggiore, quando l’esplosione aveva distrutto ogni cosa.
Era per tener vivo il ricordo della sorella, che il piccolo si prestava ad assumerne i lineamenti, pur che gli amati genitori avessero l’illusione di rivederla ancora, di risentire la sua voce.
Anche oggi, che lui non è più un bambino, oggi che i suoi sono entrambi morti, e che io sono vecchio, di tanto in tanto, bonariamente, tuttora si concede. Lo fa perché il bravo oste, che portava da mangiare gratis ai suoi genitori, possa ancora sognare la sacerdotessa venuta ad offrirgli un poco d’amore.
E l’amore, si sa, in questo nostro mondo, ormai è difficile da trovare.

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Islanda, Finlandia e i miti cari a Tolkien

31 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi

Thingvellir: alle spalle il contrafforte di basalto nero, davanti l’immenso prato ricoperto di lichene dove si svolgeva l’Althing, il parlamento a cielo aperto degli islandesi. Nell’aria fredda e odorosa di zolfo, in questa terra di lava color asfalto, fra dune di pomice e sbuffi di geyser, necessita compiere una classificazione di ricordi e associazioni mentali che ci si affastellano confusi nella testa.

 

Cominciamo con l’Edda.

 

Il termine Edda, al plurale Eddur, si riferisce a due testi in norreno entrambi scritti in Islanda durante il XIII secolo. L’Edda poetica, o Edda antica, e l’Edda in prosa, quella di Snorri.

L’Edda antica trae origine dal Codex Regius, manoscritto composto nel XIII secolo, di cui si sono perse le tracce fino al 1643. La parte iniziale è la nota Völuspa, la profezia della veggente, fonte preziosa di conoscenza della mitologia e della cosmogonia norrena. La veggente parla con Odino e gli narra della creazione del mondo e del Ragnarök, il suo catastrofico destino. All’interno della Völuspa sei stanze sono dedicate a un elenco di nomi di nani, da cui Tolkien ha attinto a piene mani per la sua trilogia. Nel 2009 la Harper e Collins ha pubblicato un lavoro postumo di Tolkien sull’Edda poetica, intitolato “La leggenda di Sigurd e Gudrun”, in un inglese che cerca di riproporre il metro allitterativo del norreno.

L’Edda in prosa, scritta attorno al 1220 da Snorri Sturluson, poeta e politico facente parte dl parlamento islandese, comincia con una rievocazione dei miti e delle leggende già presenti nell’Edda antica ma poi evolve in un manuale di poetica, mirato a far capire i meccanismi della poesia scaldica.

Derivata dalla voce islandese skald, cioè poeta, la poesia scaldica è complessa, intricata, allitterativa, spesso composta in lode di un particolare signore. Abbonda in Kenningar, cioè metafore ermetiche, perifrasi poetiche e immaginative che sostituiscono il nome di una cosa. L’uso della Kenning è comune nella letteratura norrena, celtica e anglosassone, se ne ritrovano esempi anche nel Beowulf, e la poesia scaldica si avvicina a quella trobadorica e provenzale.

Snorri è anche noto per aver sostenuto che gli dei non fossero altro che capi militari poi venerati (in questo riproponendo la teoria del filosofo Evemero).

 

Occupiamoci adesso delle Saghe degli islandesi.

 

La forma letteraria più vicina al romanzo moderno avutasi nel medioevo, capace addirittura di coniare un termine nuovo, è, appunto, la “saga”, che ha nella sua radice il verbo “dire”.

Le Islendigasögur sono storie di famiglia - scritte su velli di pecora in un periodo di che va dal dodicesimo al quattordicesimo secolo - che parlano di persone realmente esistite, di fatti accaduti alle prime generazioni di coloni trasferitesi dalla Norvegia in Islanda, di viaggi avventurosi in Groenlandia e Nordamerica (prima di Cristoforo Colombo), dell’insofferenza verso i re norvegesi e danesi, delle razzie compiute per conquistare terra, bottino e indipendenza.

La società descritta è simile alla borghesia del diciottesimo secolo in cui prenderà piede il genere del romanzo.

“The society imagined by the Islanding sour is as precisely observed as those of Daniel Defoe and Jane Austen”. (Robert Kellog)

Dalle saghe apprendiamo la storia, la geografia ma anche dettagli minuti della vita quotidiana dell’epoca, le complicate relazioni familiari, il concetto di onore, il potere dei godi, a metà fra preti e capi politici.

Sia i due libri dell’Edda che le Saghe Islandesi sono tentativi di conservare la tradizione del passato pagano operati durante un medioevo già cristiano.

Contemporanee di Chrétien de Troyes, di Chaucer e di Dante, non sono scritte per un pubblico aristocratico ma per gente comune, proprio come il romanzo. Le saghe sono il prodotto del popolo, di agricoltori e pescatori che sedevano attorno al fuoco la sera e rievocavano le gesta di antenati e persone famose. I protagonisti non sono eroi semidivini ma contadini e possidenti terrieri, un universo maschile di rudi combattenti e fuorilegge, sebbene alcune storie diano spazio anche ad eroine femminili.

Se in spirito ricordano l’epica, non sono in versi bensì in una prosa che mescola ironia, umorismo e nostalgia. Si differenziano dal romance medievale per la poca attenzione data alla fantasia e all’amor cortese e per la mancanza del lieto fine.

Ospitano, tuttavia, molti elementi magici e fantastici, alcuni dei quali sono stati ripresi da Tolkien: i trolls, i fantasmi, i Berserker, ovvero feroci guerrieri scandinavi che avevano fatto giuramento a Odino.

La più famosa è l’Egils saga, da molti ritenuta opera di Snorri. Egil Skallagrimsson fu il più grande scaldo islandese. Molti degli eroi di cui si narra nelle saghe erano anche poeti, capaci di recitare versi celebrativi, ma non falsamente adulatori, in onore dei loro sovrani. E tuttavia le parole erano usate anche come armi per ferire e umiliare.

Gli autori delle saghe sono ignoti e le storie sono state prima tramandate oralmente e poi, solo successivamente, raccolte in forma scritta, dopo l’ introduzione della scrittura sull’isola nel XII secolo ma, anche su questo, non c’è nessuna certezza. Lo stesso concetto di autore è molto diverso dall’attuale, indicando solo “l’iniziatore” di una storia, che non impronta di sé e del suo stile personale la materia trattata.

Una prosa come quella delle saghe era rara nella letteratura del periodo, se si eccettuano il Decamerone e la vulgata francese del ciclo arturiano.

“The development of a prose fiction in medieval Iceland that was fluent, nuanced and seriously occupied with the legal, moral and political life of a whole society of ordinary people was an achievement unparalleled elsewhere in Europe.” (Robert Kellog)

Le storie non iniziano mai in medias res ma cercano di raccontare gli eventi in ordine cronologico. Il linguaggio è diretto e semplice, grande spazio è dato al dialogo. I personaggi sono introdotti da una complicata genealogia e dal patronimico, che Tolkien riprenderà e svilupperà nelle appendici. Una delle funzioni delle saghe era anche la trasmissione di queste genealogie, ed esse avevano un intento didascalico oltre che d’intrattenimento.

Di solito la saga si apre bruscamente, con un’introduzione banale: “C’era un uomo di nome etc”. La precisione nella localizzazione geografica del racconto e nell’individuazione dell’esatto contesto storico è massima. La storia racconta di un conflitto, nato per questioni banali e comuni, del suo sviluppo sanguinoso e di faide e vendette successive. I personaggi, tuttavia, mantengono qualcosa di mitico, capacità magiche nel loro canto, potere divinatorio.

Sebbene, come abbiamo detto, siano in prevalentemente in prosa, contengono al loro interno anche dei versi, inizialmente visti come una fonte d’informazione e autorità storica, in seguito divenuti mezzo di espressione della mente e dei pensieri dei protagonisti.

 

Concludiamo con il molto più recente Kalevala.

 

Nel 1835 Elias Lönrot riordina e pubblica sotto forma di poema una vasta collezione di ballate eroiche in careliano. La versione successiva, del 1849, è più completa. I Careliani sono finnici che hanno avuto contatto – guarda caso – con i vichinghi. La loro lingua, appartenente al gruppo ugrofinnico, non è di origine indoeuropea. Kalevala significa “Terra di Kaleva”, ossia, appunto, Finlandia.

Anche in questo caso si tratta del recupero di antiche tradizioni e antichi canti. Il poema è tuttora cantato da alcuni anziani bardi con valenze sciamaniche.

Fu tradotto da Igino Cocchi nel 1909 e nel 1010 dal livornese Paolo Emilio Pavolini (padre del famoso gerarca Alessandro). Quest’ultima versione, in ottonari - il metro originale del testo finnico - è disponibile in un’edizione curata da Roberto Arduini e Cecilia Barella per la casa editrice Il Cerchio di Rimini.

La storia dell’eroe e poeta Väinamöinen, del fabbro Ilmarinen e del guerriero Lemminkäinen ha in parte ispirato il poeta americano Longfellow, il compositore Sibelius e, infine, Tolkien con “Il Silmarillion” e la struttura delle lingue elfiche. Tutto gira intorno alla ricerca di una sposa per gli eroi protagonisti, e del Sampo, un mulino magico che assicura ricchezza a chi lo possiede.

Molti gli adattamenti e riduzioni per ragazzi, in particolare ci piace ricordare quella edita nel 1961 per i tipi di Malipiero, di cui riportiamo uno stralcio:

 

L’intrepido vegliardo Vainamonen, immensamente forte, era il cantore di Kalevala” (Per cantore intendiamo uno scaldo, un eroe poeta simile a quelli presentii nell’Edda e nelle Saghe islandesi, che ha nel suo canto anche capacità magiche e taumaturgiche). “Il suo canto era come il cielo: copriva tutta la grande regione di Kalevala, e la copriva di giorno e di notte, come un vento gagliardo capace di profferire parole musicate che tutti udivano anche chiusi dentro le capanne. La sua fama giunse lontano, come un’acqua che si spande nelle pianure. Giunse così fino alle terre di mezzogiorno, nei luoghi di Poiola.”

 

 

****

Riferimenti

Robert Kellog, Introduzione a “The Sagas of Icelanders”, Penguin 2000

Thingvellir: behind the black basalt spur, in front of the immense lichen-covered lawn where the Althing was held, the open-air parliament of the Icelanders. In the cold, sulfur-smelling air, in this asphalt-colored lava land, among pumice dunes and geyser puffs, it is necessary to make a classification of memories and mental associations that pile up confused in our heads.

Let's start with the Edda.

The term Edda, in the plural Eddur, refers to two Norse texts both written in Iceland during the thirteenth century. The poetic Edda, or ancient Edda, and the prose Edda, that of Snorri.

The ancient Edda originates from the Codex Regius, a manuscript composed in the thirteenth century, of which traces have been lost until 1643. The initial part is the known Völuspa, the prophecy of the seer, a precious source of knowledge of Norse mythology and cosmogony. The prophet talks to Odin and tells him about the creation of the world and Ragnarök, his catastrophic fate. Inside the Völuspa, six stanzas are dedicated to a list of dwarf names, from which Tolkien drew heavily for his trilogy. In 2009, Harper and Collins published Tolkien's posthumous work on the poetic Edda, entitled "The legend of Sigurd and Gudrun", in an English that seeks to re-propose the Norse alliterative meter.

The prose Edda, written around 1220 by Snorri Sturluson, poet and politician belonging to the Icelandic parliament, begins with a re-enactment of the myths and legends already present in the ancient Edda but then evolves into a poetic manual, aimed at understanding the mechanisms of heraldic poetry.

Derived from the Icelandic voice skald, i.e. poet, Scaldic poetry is complex, intricate, alliterative, often composed in praise of a particular gentleman. Kenningar abounds, that is, hermetic metaphors, poetic and imaginative periphrases that replace the name of a thing. The use of Kenning is common in Norse, Celtic and Anglo-Saxon literature, examples are also found in the Beowulf, and the scaldic poetry approaches the trobadoric and Provencal one.

Snorri is also known for claiming that the gods were nothing but military leaders who were revered (in this proposing the theory of the philosopher Euhemerus).

Let's deal with the Icelandic Sagas now.

The literary form closest to the modern novel that took place in the Middle Ages, capable of even coining a new term, is precisely the "saga", which has at its root the verb "to say".

The Islendigasögur are family stories - written on sheepskin in a period from the twelfth to the fourteenth century - that speak of people who really existed, of events that occurred to the first generations of settlers who moved from Norway to Iceland, of adventurous trips to Greenland and North America (before Christopher Columbus), of the impatience towards the Norwegian and Danish kings, of the raids carried out to conquer land, booty and independence.

The society described is similar to the eighteenth-century bourgeoisie in which the genre of the novel will take hold.

"The society imagined by the Islanding sour is as precisely observed as those of Daniel Defoe and Jane Austen". (Robert Kellog)

 

From the sagas we learn history, geography but also minute details of the daily life of the time, complicated family relationships, the concept of honour, the power of godi, halfway between priests and political leaders.

Both the two books of the Edda and the Icelandic Sagas are attempts to preserve the tradition of the pagan past operated during an already Christian Middle Ages.

Contemporary of Chrétien de Troyes, Chaucer and Dante, they are not written for an aristocratic audience but for ordinary people, just like the novel. The sagas are the product of the people, of farmers and fishermen who sat around the fire in the evening and recalled the deeds of ancestors and famous people. The protagonists are not semi-divine heroes but farmers and landowners, a male universe of rough fighters and outlaws, although some stories also give space to female heroines.

If in spirit they recall the epic, they are not in verse but in a prose that mixes irony, humour and nostalgia. They differ from medieval romance by the lack of attention given to imagination and courtly love and the lack of a happy ending.

They host, however, many magical and fantastic elements, some of which were taken up by Tolkien: the trolls, the ghosts, the Berserkers, or fierce Scandinavian warriors who had sworn an oath in Odin.

The most famous is the Egils saga, considered by many to be Snorri's work. Egil Skallagrimsson was the largest Icelandic skald. Many of the heroes mentioned in the sagas were also poets, capable of reciting celebratory verses, but not falsely flatterers, in honour of their sovereigns. And yet the words were also used as weapons to hurt and humiliate.

The authors of the sagas are unknown and the stories were first handed down orally and then, only later, collected in writing, after the introduction of writing on the island in the twelfth century but, even on this, there is no certainty. The same concept of author is very different from the current one, indicating only the "initiator" of a story, which does not mark the subject with his personal style.

Prose like that of the sagas was rare in the literature of the period, except for the Decameron and the French vulgar of the Arthurian cycle.

"The development of a prose fiction in medieval Iceland that was fluent, nuanced and seriously occupied with the legal, moral and political life of a whole society of ordinary people was an achievement unparalleled elsewhere in Europe." (Robert Kellog)

Stories never begin in medias res but try to tell the events in chronological order. The language is direct and simple, large space is given to dialogue. The characters are introduced by a complicated genealogy and surname, which Tolkien recovers and develops in the appendices. One of the functions of the sagas was also the transmission of these genealogies, and they had a didactic purpose as well as entertainment.

Usually the saga opens abruptly, with a banal introduction: "There was a man named etc". The accuracy in the geographical location of the story and in identifying the exact historical context is maximum. The story tells of a conflict, born out of trivial and common questions, of its bloody development and of feuds and subsequent vendettas. The characters, however, retain something mythical, magical skills in their singing, divinatory power.

Although, as we said, they are mainly in prose, they also contain verses within them, initially seen as a source of information and historical authority, which later became a means of expression of the mind and thoughts of the protagonists.

We conclude with the much more recent Kalevala.

In 1835 Elias Lönrot rearranged and published a vast collection of heroic Karelian ballads in the form of a poem. The next version, from 1849, is more complete. The Karelians are Finns who have had contact - coincidentally - with the Vikings. Their language, belonging to the Finno-Ugric group, is not of Indo-European origin. Kalevala means "Land of Kaleva", in other words Finland.

Also in this case it is the recovery of ancient traditions and ancient songs. The poem is still sung by some elderly bards with shamanic valences.

The story of the hero and poet Väinamöinen, the blacksmith Ilmarinen and the warrior Lemminkäinen partly inspired the American poet Longfellow, the composer Sibelius and, finally, Tolkien with "The Silmarillion" and the structure of the elven languages. Everything revolves around the search for a bride for the heroes and the Sampo, a magic mill that ensures wealth for those who own it.

There are many adaptations and reductions for children, in particular we like to remember the one published in 1961 for the types of Malipiero, of which we report an excerpt:

"The intrepid old man Vainamonen, immensely strong, was the singer of Kalevala" (By singer we mean a scaldo, a poet similar to those present in the Icelandic Edda and Sagas, who also has magical and thaumaturgical skills in his hand). "His hand was like the sky, covered the whole greater region of Kalevala, and covered it by day and by night, like a strong wind capable of uttering words to music that everyone could hear even locked inside the huts. His fame went far, like water spreading over the plains. Thus it reached the lands of midday, in the places of Poiola. "

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Povera Sandy

29 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Ho tenuto gli occhi aperti, ti ho visto uscire. Ti muovevi, eri vivo. Sei rimasto vivo finché il dottore non ha fatto l’iniezione, poi ti sei afflosciato come un polpo fuor d’acqua.

Devo telefonare a Frank, devo chiamare io, perché lui sta in riunione fino a tardi, e poi va a prendere sua figlia all’asilo. Frank ama sua figlia, parla sempre di come lei storpia la parola coccodrillo, dello spazio che ha fra i dentini, di quando gli corre incontro al rientro dal lavoro. Devo dirgli che non si dia più pena, che sua moglie non può fare uno scandalo, che nessuno gli toglierà la bambina. Non posso vederlo in quello stato, così cupo che non mi dà neppure un bacio.

Però giovedì è arrivato sorridente all’appuntamento. “Non ti preoccupare, Sandy, ho considerato tutto.”
Mi ha messo in mano un biglietto da visita con il nome di una clinica privata. “Il dottor Stone è un amico, con l’assegno che gli ho staccato non farà storie. Su, coraggio, Sandy, nella vita ci vuole buon senso”.
Ho annuito, poi mi sono guardata le scarpe.
Ha ragione lui, naturalmente. Frank ha sempre ragione.

Ti sei mosso parecchio nell’ultima settimana, il ginocchio contro il diaframma, il piede verso l’intestino. Sei cresciuto da un’ecografia all’altra.

Non è stato un aborto. Non al sesto mese.

“Sai che non devi chiamarmi quando sono in riunione.”

“Scusa, Frank, ti volevo avvisare.”
“Com’è andata?”
“Non c’è più.”
“Tu come stai?”
“Sto bene, Frank… ma…”
“Che c’è?”
“Era vivo, respirava.”
“Per l’amor di dio, Sandy, smetti di pensarci.”

Il dottore ti ha preso con due mani perché eri troppo grande per stare in una sola. Avevi le dita lunghe ed i piedi come quelli di Frank. Eri coperto da una peluria rossa.

Tua sorella Maddie, la figlia di Frank, doveva essere così, quando è nata

Stasera, dice Frank, non può passare a trovarmi in clinica. Devo fare la brava, devo capire che è un giorno speciale, perché nevica.

“Di sicuro Maddie vorrà far pallate. E’ incredibile come ogni cosa la faccia impazzire.”

E tu?

Tu che mi amavi solo perché ero tua madre, che ti fidavi di me, che ascoltavi battere il mio cuore all’unisono col tuo, che aspettavi di vedermi e di vedere tuo padre? Tu non avevi il diritto d’impazzire?

Domani mi alzerò da questo letto e troverò Frank giù in macchina. Mi dirà di aver sognato le mie labbra e che nessuna lo eccita come me.

Poi tornerà da Maddie.
Anch’io andrò a casa. Senza pancia, senza niente.

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Pic nic

26 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Mi allontano dallo spiazzo, mi accuccio per un bisognino, a ginocchia larghe, culo in giù, coso che penzola fra le gambe. Mi concentro, perché non è che sia proprio un bisognino da nulla, insomma, è impegnativo sto stronzo.
Vedo se esce, guardo anche il rivolo di pipì che corre sugli aghi di pino, secchi e gialli. Noto il picciolo che hanno in cima, in colonia ci avevano insegnato ad intrecciare le collane, bastava prendere la punta e infilarla proprio nel picciolo.
Poi, visto che si va per le lunghe, alzo la testa.
E la vedo. Vedo la pineta per la prima volta dopo ore, dopo averci mangiato dentro gli zerri sotto il pesto, forse perché da questa posizione, a faccia in su, si sente il vento che muove le cime, e la luce piove dai rami, e scaglie di sole mi squamano la pelle come fossi anch’io uno zerro.
Mi pulisco con una foglia, tiro su i pantaloni con una certa urgenza, come se mi premesse d’andare, di camminare, di non tornare dalla Mariuccia e dai figlioli.
E cammino, difatti. Cammino con le ciabatte di gomma sugli aghi di pino, cammino giù per le vallette e su per i monticelli, tocco le cortecce resinose, ascolto i gabbiani che urlano, oltre gli ombrelli, negli squarci di cielo. Il mare, di là, respira salmastro.
Scendo e risalgo, con la zucca vuota di pensieri.
Sento che mi chiamano, che hanno smesso di tirar pedate al pallone.
“Fra un minuto sono lì, ci sto io in porta, ciccetti miei.”

***

Chissà quanto mi avranno cercato. Ma poi, in qualche modo, si saranno arrangiati, la Mariuccia è una donna forte.
Uno qui ci sta bene e non ha bisogno di nulla
Hanno forse bisogno di qualcosa gli alberi?

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Nessun dolore

24 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

È spaventoso come una persona ti esce dal cuore. La guardi e capisci che hai rinunciato a sperare. Non sarà mai come vorresti che fosse. C’è un ponte fra voi, che ogni giorno tu fatichi ad attraversare, ma lei non si sporge mai verso di te. Ti cresce il vuoto dentro, vedi l’abisso che si scava, e ti senti impotente.
Certo, avvocato, certo, lo so che divago, lo so che devo essere precisa. Ricordo bene quando Francesco è venuto a prendermi al lavoro.
Ci siamo fermati alla gelateria Primavera. Mentre io ordinavo due paste, lui si è messo a leggere la Gazzetta dello Sport.
“Ti devo dire una cosa”, ho cominciato. Rigiravo le analisi fra le dita, sotto il tavolino, mi tremava la voce.
“Uhm”, ha fatto lui, senza alzare gli occhi dal giornale. E’ quello che dice quando non mi sta ascoltando.
“Vaffanculo, France”.
“Eh, dicevi?”
“Niente.”
In quel momento gli è squillato il cellulare. Ha risposto piegando appena la testa di lato, come fa quando mi sta raccontando una bugia. “Sì, sì”, ha detto, “ne parliamo con calma domani”, poi ha chiuso la comunicazione.
L’ho guardato senza dire nulla e lui ha abbassato gli occhi. “Chi era?”, ho domandato alla fine.
“Nessuno, la solita grana di lavoro.”
Ho osservato la sua figura, che conosco in ogni minimo particolare, tanto che potrei disegnarla ad occhi chiusi. I bei capelli neri, le lunghe ciglia quasi femminee, l’aria elegante e svagata. “Andiamo a casa”, ho detto, “sento freddo.”
A casa abbiamo parlato del dentista, del lavandino intasato e del veterinario per Bingo, poi, di nascosto, gli ho preso il cellulare dalla tasca e ho premuto ultima chiamata.
Una voce di donna, assonnata e roca. E’ stata la banalità di quella voce ad offendermi.
E poi ricordo anche quella sera, mesi dopo, che sono tornata a casa ed in camera c’era il letto smosso, nel bagno il mio accappatoio non stava dove di solito lo lascio. Lei si era gingillata con i miei trucchi, li aveva aperti, spostati, aveva spruzzato il mio profumo per divertirsi o forse per nascondere il suo odore. Ho trovato Bingo rintanato sotto il letto, l’ho preso in braccio, “mami è qui, è tutto a posto.” Ma non era tutto a posto, no, affatto.
Ancora il telefono, sempre quel cazzo di telefono. “Che succede, France?
“Niente, vai di là, lasciami in pace.”
Sono andata in cucina ed ho cominciato a lavare l’insalata. Lo sentivo camminare in su ed in giù per il soggiorno, sentivo le sue imprecazioni soffocate. “Non puoi farmi questo”.
“Ci sono problemi?” ho domandato. “Nulla che non si possa risolvere, Chiara. Lascia stare quella roba, ti porto fuori a cena.”
Siamo andati al solito posto, lui ha ordinato il pesce ma poi l’ha lasciato nel piatto. Parlava poco, teneva la testa bassa. Gli è squillato ancora il cellulare e ho riconosciuto la voce alterata di quella donna. Ho sentito chiaramente le parole incinta e divorzio.
“Non ci lascia più neppure cenare?” ho domandato. Stranamente, lui non ha negato. Ha calato la testa nel piatto, ha sospirato. “Chiara, sistemerò le cose, dammi un po’ di tempo.”
C’è un tempo per tutto, Francesco, avrei voluto dirgli, e quel tempo per noi è passato. Ma ho imparato che tacere è la via migliore, che è così che si sopravvive.
A casa mi sono piazzata davanti allo specchio e mi sono guardata tutta, dalla testa ai piedi, come per rendermi conto che ci sono. Ho lisciato la pancia che cominciava a soffocarmi. “Cerca di essere felice, Chiara”, mi sono detta, “fallo per te e per il bambino.”
Vede, avvocato, non riesco a provare tenerezza per mio figlio, sono svuotata d’ogni sentimento. L’unica cosa che davvero vorrei è tornare a casa. Se mi permettessero di rientrare, metterei tutto a posto, laverei via quelle macchie. Ho lasciato troppe cose a metà, ci sono ancora le camicie di Francesco da stirare, i pantaloni da portare in tintoria. Mi serve qualcosa di lui da toccare, da annusare.
Tiro fuori di tasca una sua foto e la liscio. E’ più giovane, più magro, con più capelli, sorride a me che lo inquadro. Forse quando gli hanno fatto l’autopsia, mi ha chiamato, forse ha avuto paura. Mi passo la foto sulla guancia ed è fredda.
Perché cazzo non si può piangere un morto da soli?
I morti vanno piombati nelle casse, archiviati in fretta, perché la vita continui, perché si torni al lavoro, a scuola, allo stadio.
Sa, al funerale, la gente passava, posava fiori ai piedi della bara, mi stringeva le mani. “Coraggio, Chiara.” Ma non mi guardavano negli occhi. Qualcuno mi baciava, lasciandomi una scia di saliva sulla guancia che mi pulivo subito, di nascosto, col dorso della mano.
Mia madre parlava con la gente. “Abbiamo preso l’avvocato migliore, questa non mi doveva capitare, non ce la faccio alla mia età.” Mia madre mette sempre se stessa al centro, come se Francesco fosse morto per dare un dispiacere a lei, come se il dolore non fosse mio ma suo.
Io fissavo Francesco, le palpebre semiaperte, le guance incavate, la barba che continuava a crescere anche nella bara. Cosa aveva a che fare col ragazzo che mi mandava mazzi di rose per farsi perdonare, che mi lasciava bigliettini teneri in giro per casa?
Ma sarà vero che i morti sono in pace ?
Gli parlavo. Sai, France, dicevo, sono stata da lei, al suo negozio. Ha detto che mi volevi lasciare dopo la nascita del bambino. Non le ho creduto.
Sì, lei, proprio lei, appoggiata al bancone, indaffarata con i saldi di fine stagione, ha stirato le labbra gonfie, ha strinto gli occhi truccati, ha detto che non eri felice con me.
Dicono che il bambino ha bisogno di sentire il mio affetto, ma che non devo attaccarmici troppo perché me lo toglieranno. Vorrei che fosse ancora dentro di me.
Ho letto articoli su bambini cresciuti in prigione, che chiamano cella la casa, che hanno terrore del mondo di là dalle sbarre, che vengono strappati alle madri in una data ora e in un dato giorno stabiliti dalla legge. Bambini insicuri, traumatizzati, segnati per tutta la vita. Risparmierò questo a mio figlio, lo lascerò andare. Non gli darò nemmeno un nome.
Francesco ed io ci siamo amati, cosa crede, avvocato, i ricordi belli sono tutti lì, se non ne fossi convinta, impazzirei.
Ora vorrei trovarmi al suo posto, senza più pensieri sotto la terra fresca, solo l’odore d’acqua ferma nei vasi e, tutt’intorno, i morti immemori, senza ricordi, senza speranze inutili
Ma, in fin dei conti, si tratta solo di mettere un piede di fronte all’altro, nello spazio ristretto di questa cella, far passare il tempo. Ho persino il lusso di poter piangere da sola, quando le altre sono fuori per l’ora d’aria. Piango solo un poco, piango di nascosto e poi vado avanti. Mi piego ma non mi spezzo, avvocato, tanto, lo sa anche lei, ormai non c’è più niente da spezzare.
Sento le donne che gridano, che si disperano. Io non grido mai, sto sempre zitta, ascolto le voci nella mia testa. “Francesco, Francesco, Francesco”.
Francesco dovrebbe essere anche il nome di mio figlio, ma mi mordo le labbra per non dirlo a voce alta, per non chiamare un bimbo che non mi appartiene, che un’altra alleverà.
Di là da queste sbarre, sento il fischio delle rondini che si abbassano per rincorrere i moscerini. Sono sola, in balia di me stessa. E’ un dato di fatto, avvocato, non c’è niente di male. Nessun dolore, anzi, quasi un senso di trionfo.

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Marta ci vede

22 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Ore tredici, silenzio rovente, canicola. Pensieri come mosche in una giornata umida.
Mentre parcheggio all’ombra dei pini, mi rendo conto di essermi spinto fino al mare. Da quanto non vengo? Forse dall’ultima volta che ci ho portato Marta.
I pini esalano odore di resina riscaldata, di aghi schiacciati sotto le ciabatte di gomma, di polvere. Se fosse qui, Marta berrebbe l’aria con le narici come una puledra, piegherebbe la testa di lato per ascoltare, toccherebbe la corteccia degli alberi, riderebbe se la resina le incollasse le dita, abbraccerebbe il tronco per capirne l’età. “Questo è proprio tanto vecchio”, direbbe, “ne sento l’energia. Gli alberi sono creature vive ed antiche.”
Come due anni fa, in Sicilia. Sudava sotto il sole, mentre visitavamo la Valle dei Templi. Io leggevo le spiegazioni della guida e lei ascoltava, assorta, rapita.
“È assurdo, a che cazzo serve”, pensavo, ma lei era raggiante mentre allargava le braccia e si distendeva sulle rovine del capitello, per afferrarne l’ampiezza, l’asperità del tufo. “E’ incredibile cosa riuscivano a fare a quei tempi.”
Mi sorrideva dietro gli occhiali da sole grandi e neri. La fotografavo perché era lei a chiedermelo, e intanto pensavo che quelle foto non le avrebbe viste mai, non avrebbe saputo che il naso le si era arrossato, che il petto le si era coperto di efelidi, che il gelato le aveva macchiato la maglietta.
È sempre così entusiasta di tutto, lei.
Mi faccio a piedi il viale fino alla spiaggia infuocata, affollatissima, stringo gli occhi nella calura tremolante. Quasi non vedo il mare, oltre le file degli ombrelloni, ma c’è odore di salmastro, di abbronzanti, di ghiacciolo, di scarpe abbandonate al sole.
Chiudo gli occhi, provo a sentire le cose come le sente lei, ma la tristezza mi chiude la gola. Se fossi un insetto, penso, vedrei il mondo attraverso occhi dalle mille sfaccettature. Non sarebbe il mondo che conosco io.
Mi spoglio. Gli slip neri possono sembrare un costume, e comunque me ne frego. Cammino a lungo prima che l’acqua mi arrivi al petto. Nei passi faticosi verso il largo, rivedo mio padre che fa arselle col setaccio grande, e mia madre col costume intero, i piedi larghi e forti, le spalle fiere. Mi sento solo, come non lo sono mai stato, solo con tutte le responsabilità.
Mi tuffo, l’acqua mi fa rabbrividire, avanzo a bracciate verso il nulla, nuoto fino a che il bagnino non comincia a fischiare per richiamarmi indietro.
Sono disperato, non c’è nulla che voglia fare, nulla che ami, nulla che desideri.
“E’ depressione, Gianfranco”, mi ha detto Roberto, che è medico ed anche mio amico. “Stare accanto ad una moglie non vedente è difficile, lo capisco. Ora ti segno delle pillole, ma tu fatti forza.”
“Maledizione, Roberto. Non mi servono farmaci. Non sono depresso.”
Roberto ha scosso la testa. “Pensa a Marta, Gianfranco. E’ cieca da dodici anni, dal giorno dell’incidente, ma non ho mai conosciuto qualcuno con tanta voglia di vivere. Lei ti ama, non dimenticarlo.”
Marta mi ama. Sono fortunato. Quella sera guidavo io.
Non riesco più ad alzarmi la mattina ed in quest’acqua ci vorrei annegare.
Marta è cieca. No, non è vero. Marta vede in un altro modo, vede col cuore, con l’anima, con i sensi. Lei vede più di me, vede tutto quello che io non so più vedere. Lei vede il bene della vita che io ho perso.
Mi volto e torno a riva così veloce da sfiancarmi, fino a che i miei piedi non toccano di nuovo la sabbia piena di buche, di mulinelli, di tracine brucianti. Piena di cose vive.
Mi rivesto senza nemmeno asciugarmi.
Chissà, magari, sulla strada del ritorno mi fermerò in farmacia.


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L'ipocondriaca

20 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

“Ne ha saltato uno.”
“Eh?”
“Ne ha saltato uno, ti dico.”
“Ma uno cosa?”
“Un battito, per la miseria! Se ti occupassi di me, Ennio, se mi guardassi ogni tanto, sapresti che mi stavo misurando le pulsazioni cardiache.”
“Lo fai almeno dieci volte il giorno, Elena, e poi sono le due di notte. In ogni modo, fammi sentire…” Ennio allunga un braccio verso l’abat jour e accende la luce. Con l’altra mano, prende delicatamente il polso di sua moglie e comincia a contare fissando l’orologio.”
“Mi sembrano regolari.”
“No! Ne salta uno ogni tre! Ti rifiuti sempre di vedere i problemi. Te l’ho spiegato che sono giorni che ho un dolore, qui a sinistra. E’ proprio come hanno detto alla televisione. Ci sono certe vene che ti si possono rompere da un momento all’altro e la mia deve essere vicina. Ecco, vedi, non respiro, soffoco!”
“Calmati, Elena, non è niente. Vedrai, appena smetti di agitarti, ti passa tutto. Ieri piangevi per la vescica e dopo dieci minuti hai fatto pipì ed è tornato tutto a posto. Ti preparo una camomilla, va bene?”
“Mettici tre cucchiaini di zucchero. Mi sento così strana, Ennio. Deve essere colpa delle supposte che mi ha dato il dottor Collecchi. Sul bugiardino c’è scritto che possono provocare aritmie.”
“E tu i bugiardini non li leggere!”
“Fossi matta! Così ci resto secca!”

Prima di andare in cucina a preparare la camomilla per Elena, Ennio si ferma in bagno a sciacquarsi il viso accaldato e gli occhi lustri.
Quando rientra in camera, Elena si è assopita con la luce accesa, la testa reclinata, il respiro regolare e tranquillo. Ennio posa il vassoio sul comodino, accanto ad un fascio di riviste mediche, e rimane a guardare sua moglie in silenzio. Sta per dirle quanto bene le vuole, ma il cucchiaino scivola e sbatte sul pavimento.
“Mi dispiace, ti ho svegliata.”
“Hai messo lo zucchero, Ennio?”
Lui annuisce, non dice niente per colpa del groppo che gli chiude la gola. Torna a letto, si stende accanto a lei, spegne la luce. Prima o poi dovrà dirle la verità.
Lei però si accoccola nell’incavo del suo braccio bollente e si riaddormenta subito, mentre lui rimane sveglio a fissare il soffitto, buio come il coperchio di una bara.
*******

“Mi creda, dottor Collecchi, ho avuto una notte terribile, il cuore sembrava impazzito e mi sentivo una morsa sul petto, ecco, proprio in questo punto…”
“Signora Malagodi, visto che è qui, sarebbe opportuno che io le parlassi, ciò che devo dirle mi è infinitamente gravoso, ma è giusto che lei sappia...”
“Allora è vero, sono cardiopatica! Ed Ennio sempre a negare, a darmi dell’ipocondriaca! Pensa solo a se stesso, gli uomini sono tutti egoisti…”
“Signora Malagodi, non …”
“Lo so, dottore, lo so, sta per dirmi che l’elettrocardiogramma è sballato…”
“Signora Malagodi … avrà notato che suo marito non è più lo stesso da qualche tempo…”
Ennio? Cosa c’entra, adesso? Anzi, perché non è qui a confortarmi, a tenermi la mano?
“… è pallido…”
Pallido?
“… la sua massa muscolare si è atrofizzata…”

Uscendo dallo studio del dottore, l’unica cosa che Elena ha capito, è che Ennio sa da tre mesi di dover morire.
Non le ha detto niente, povero Ennio, si è tenuto dentro il dolore e la paura, senza dividerla con lei. Anche questa mattina, salutandola sulla porta, le ha dato un bacio, mormorando: “Io vado, Elena, ma, mi raccomando, tu non ti agitare, stai serena.”
Povero, povero Ennio.
(Uhm… E se il bacio era contagioso?)

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Marco Milone, "Dove va il mondo"

18 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Dove va il mondo

Marco Milone

“Dove va il mondo” di Marco Milone è una raccolta di dodici brevi liriche scaricabili gratuitamente.

Non si esce da una visione solipsistica del mondo, registrato, valutato, ricreato da un punto di vista soggettivo. L’autore scava dentro di sé, fra “questioni irrisolte”, dipingendo le “tele delle incertezze” . Prende posizioni mediane su ciò che vede, sta in disparte, sceglie il compromesso, la “contesa leale”.

“Numerare i ponti, tagliarne

una parte. Decidere

dove stare ottimamente”

“La gente è sempre quella. Immobile

duole vederla. Solo chi sta in disparte. La vita

è lotta, è aggressività, è contesa

leale. Il metodo

è sempre il confronto”

Dopo il diluvio c’è sempre una rinascita e “si ricomincia a vivere"ma la vita è breve, “il giorno fa testamento" (è subito sera, verrebbe da aggiungere.)

Nell’insieme, un tentativo onesto di ricerca linguistica non ancora maturo ma, almeno, personale e attento, una scrittura poco consolatoria che risulta stagna e troppo controllata anche se scaturisce da angosce profonde.

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La terza notte

16 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #racconto

Premetto che di questo racconto gira in rete una versione "decostruita" e cambiata senza il mio permesso.

La luce è gialla, abbastanza forte da tenermi sveglia, non abbastanza perché certi rumori non mi facciano paura, come questa vecchia qui accanto che respira con la gola, almeno la facesse finita.
Non sto peggio, mi fa male un po’ il braccio della flebo, solo che il professore ha detto che morirò.
Tre giorni che lo so, e tre notti.
I miei suoceri si ostinano a parlare di quando Miria sarà guarita, quando Miria tornerà in ufficio, quando Miria porterà la bambina a scuola. E’ per via che dopo l’infarto al vecchio tante cose vengono risparmiate.
Luigi tre giorni fa ha pianto, poi ha detto che mi daranno la morfina quando non ce la farò più ed ha smesso di piangere. E’ sollevato, ha diviso il suo dolore con me, si è tolto un peso, lui ha sempre avuto bisogno di appoggiarsi a qualcuno.
Mia madre, lei, ha persino ripreso a rimproverarmi, “devi finire tutta la carne”, ha detto, “quanto credi di andare avanti con il gelato e basta?”
Se dormo, sogno ancora quel loculo di cemento che si chiude, allora è meglio se ora vado nel bagno. Trascino il sostegno della flebo in fondo al corridoio, mentre al piano di sopra, reparto maternità, le mamme vanno ad allattare i neonati. Cinque anni fa c’ero anch’io, con questa stessa vestaglia addosso, quando è nata la bimba.
Faccio pipì, mi sciacquo la faccia, e mi guardo allo specchio. I capelli non li ho più, la testa è come un uovo di carne. Devo ricordarmi dell’uovo di Pasqua per la bimba, Luigi magari non ci pensa, ha tante cose per la mente. L’assicurazione della macchina, il passaggio di proprietà, la casa intestata a tutti e due. “Ci vogliono soldi per morire, non sai quanti, Miria”, mi ha detto, poi si è morso le labbra.
Due infermiere grasse, appoggiate allo stipite della porta, parlano di calze autoreggenti. Mi piacerebbe comprarne un paio, se avessi ancora tempo. Piacerebbero a Luigi, me le sfilerebbe piano, come fanno al cinema, come nella scena del Laureato.
Al funerale sarò distesa sull’imbottitura col tulle che mi vela la faccia, una specie di bomboniera, come la zia Carmelina, quella a volta che siamo andati tutti giù a San Vito lo Capo, e c’era così tanta gente.
Torno nella stanza, la vecchia ora russa e muove le mani davanti al viso, come se scacciasse gli insetti, chissà che vede. Chissà cosa si vede, prima, dopo, durante.
Carrelli vengono trascinati nel corridoio, sento odore di caffè d’orzo. Suor Francesca attraversa la corsia ed apre il finestrone, fa entrare la luce.
Ce l’ho fatta, la terza notte è passata.

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