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poli patrizia

Giocagiò

15 Agosto 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione, #educazione

 

 

 

 

Il tempo è smisurato da bambini. In particolare non finivano mai i quindici minuti che intercorrevano dalle 16,45 alle fatidiche 17, quando incominciavano i programmi Rai, inaugurati dall’immagine dell’antenna che saliva lentamente, immersa in una musica solenne.

Come anticipo sulla Tv dei ragazzi - beati tempi in cui nel pomeriggio criminologi dalle labbra gonfiate e direttori di riviste gialle ancora non disquisivano su delitti e donne fatte a pezzi - c’era un programma, andato in onda dal 1966 al ‘69, intitolato Giocagiò.

I conduttori più famosi erano Lucia Scalera e Nino Fuscagni (già, chi affiancare a una “Lucia” se non il mitico "Renzo" de I promessi Sposi, trasmessi nel 1967?)

Io ero una bambina curiosa e solitaria, mi piacevano le cose da ragazzi ma anche quelle per adulti, seguivo tutti gli sceneggiati tv senza perderne una parola, e forse è proprio così, fra fiabe, pupazzi animati e opere letterarie imperiture, che si è formata la mia fantasia. 

Giocagiò era dedicato “ai più piccini” ed era una sorta di Art attack ante litteram. Scopo del programma era insegnare, in modo divertente e leggero, a costruire oggetti e prendersi cura di piante e animali. In quegli anni là non si dimenticavano mai l’intento didattico e l’indirizzo etico del fanciullo.

Certe cose, per la loro semplicità, riuscivano persino a me che sono negata dal punto di vista manuale. Ad esempio mi piaceva costruire un igloo, disegnando col pennarello mattoni di ghiaccio su un guscio d’uovo aperto a metà. Chissà se i bambini di oggi sanno cos’era un igloo? Chissà se lo sanno almeno i bimbi eschimesi? (O devo dire Inuit, ora che le cose si offendono quando vengono chiamate col loro nome?)

La televisione era in bianco e nero, allora, gli sfondi erano pezzi di cartone dipinto, ma bastavano pochi oggetti - un tavolo, una sedia, la gabbietta di un uccellino - per scatenare la fantasia dei più piccoli, ricostruendo la casa immaginaria in cui era ambientato il programma, così come quando, nelle Fiabe sonore dei Fratelli Fabbri, bastava il suono dell’arpa per segnare il passaggio del tempo. Potente è la fantasia dei bambini, e potente quella del lettore se solo lo scrittore sapesse toccare i tasti giusti.

I due presentatori ebbero un gran successo perché erano educati, gentili, giovani e sorridenti. La Scalera era il prototipo della maestra che tutti avremmo voluto avere, bella e materna, dolce e allegra. Ma erano anche sobri, eleganti, formali. Lei aveva un casco scuro di capelli cotonati e lui l'immancabile giacca e cravatta. Erano anni in cui la forma contava ma non si sostituiva, tuttavia, alla sostanza.

Come vorrei che, all’improvviso, dalle mie mani scomparisse il telecomando e vi si materializzasse, invece, una tazza di tè caldo. Le cinque di un pomeriggio d’inverno… Mia madre e mia nonna sedute sul divano che è il mio letto, nel bel salotto nuovo della mia casa di via San Carlo, con le poltrone di sky marrone e le tende a rete gialla. La scrivania di mio padre in un angolo, ché lui lavora di giorno e studia di sera per diplomarsi. Io, accoccolata davanti al basso tavolinetto di marmo che per me rappresenta tutto: comodino, scrittoio, ripiano da gioco. Inzuppo biscotti al Plasmon che si sfanno nel tè, e ho nel naso un odore salato di raffreddore. Una lucina accesa brilla accanto all'apparecchio, perché “se no fa male agli occhi”, i bagliori bianchi e neri illuminano la stanza e, sullo schermo, Nino e Lucia sorridono: belli e giovani come non saranno mai più.

Non so se, fra schiuma party e feste di compleanno settimanali, i nostri bambini inondati di regali, imbambolati davanti al tablet, inchiodati al cellulare di papà, hanno mai provato una gioia del genere?

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Flavio Bulgarelli, "Un'aquila nella notte"

2 Agosto 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

Un’aquila nella notte

Flavio Bulgarelli

Phasar Edizioni, 2018

pp 421

15,00

 

Un’aquila nella notte, di Flavio Bulgarelli, è un libro ben fatto. Struttura narrativa credibile e sostenuta, ottimo ritmo dei dialoghi, linguaggio scorrevole e corretto. Ed è anche un libro molto interessante, di, chiamiamola “azione storica”.

Tuttavia è un romanzo per addetti ai lavori, per appassionati non solo di vicende della prima guerra mondiale ma anche di aeroplani, idrovolanti e volo pionieristico in generale. Insomma, per esperti di aeronautica. Pochi lo sono e soprattutto non lo sono le donne. Confesso di aver iniziato la lettura con ottimismo, vista la buona qualità della scrittura, ma di aver proceduto con difficoltà e di essere arrivata alla fine con sollievo.

Le vicende narrate, seppur romanzate, sono realmente accadute. Protagonista è un coraggioso pilota italiano, Eugenio Casagrande, durante la Grande Guerra. Le sue azioni sono narrate con partecipazione e attenzione ai dettagli e ai particolari, ma le sue varie missioni con l’idrovolante  - per trasportare agenti da infiltrare nelle linee nemiche durante gli ultimi mesi di guerra – risultano, per un palato non avvezzo,  ripetitive e fin troppo tecnicistiche, più da saggio che da romanzo. Manca un vero e proprio coinvolgimento emotivo degli attori, manca la tensione etica della guerra, mancano emozioni come paura, dolore, tormento nel rischiare o dare la morte.

Romanzo storico a tutti gli effetti, dunque, dove agiscono e si muovono personaggi reali, come Casagrande e alcune figure di rilievo, insieme con altre totalmente di fantasia. Però il vero protagonista è l’idrovolante, con l’ebbrezza del volo notturno, la difficoltà e, insieme, delicatezza e precisione dell’ammaraggio, un dolce posarsi su specchi d’acqua alpini illuminati dalla luce della luna.

Figura di spicco, anche se non sviluppata né analizzata dall’interno, l’agente Anita, alias Giudy, cantante infiltrata fra gli ufficiali dell’impero austroungarico, bella e coraggiosa. Altrettanto si può dire di Casagrande, combattente impavido che non sbaglia mai un colpo, prototipo dell’eroe italiano cui tutti vorrebbero assomigliare.

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Olivella sposa novella

27 Luglio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #televisione, #come eravamo

Sebbene forse meno famosa, c’era anche lei, Olivella sposa novella, della pubblicità Bertolli. La giovane sposa dal moderno caschetto aveva un’amica attempata, segaligna e acida, con una “cofana” di capelli cotonati in testa. Qualunque cosa Olivella cercasse di fare, lei, invidiosa, la imitava, ma con risultati disastrosi.

Qui si ritrova tutto lo schema della fiaba: giovane/figlio minore uguale bello, buono e degno di successo. Vecchio uguale antipatico e maligno. Solo la bontà e bellezza vengono premiate alla fine.

Non capisco perché “tutto vada bene solo a te” si lamentava l’amica acida usando addirittura un ormai defunto congiuntivo.

A pensarci bene, queste degli anni sessanta e settanta erano già tutte pubblicità di content marketing. Messe da parte negli anni ottanta, le pubblicità basate su contenuti seriali sono ora ricomparse di prepotenza. Insomma, non abbiamo inventato proprio niente di nuovo!

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Gigante pensaci tu

18 Luglio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

 

Rieccomi a rammentare il ben tempo che fu. Si sa che, dopo una certa età, tutto fa nostalgia. Ve li ricordate Jo Condor, il cattivo sui generis, e il gigante buono dello spot dei Mon Cherie Ferrero?

Adesso negli spot dei cioccolatini ci sono case di lusso e un’irraggiungibile atmosfera alto borghese, (ma non quella simpatica del mitico Ambrogio con la contessa). Qui, invece, avevamo un disegno garbato e romantico di un villaggio dove tutti erano ben inseriti e felici, vegliato da un gigante paterno e gentile, che puniva come si meritava un vecchio condor rompipalle.

E che? Ci ho scritto Jo Condor?

Lo dicevamo tutti, era un tormentone.

Eh, sì, gigante, almeno tu potessi pensarci anche oggi. Sai quanti Jo Condor andrebbero spazzati via?

 

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Emily Barr, "L'unico ricordo di Flora Banks"

17 Luglio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

L’unico ricordo di Flora Banks

Emily Barr

Salani Editore, 2018

pp 299

15,90

 

Questo romanzo è una calamita. Avvince nel senso che cattura, avviluppa e non ti puoi staccare. Erano anni che non provavo la sensazione di voler leggere senza smettere mai, forse dai tempi de Lo strano caso del cane ucciso a mezzanotte. Anche qui la prospettiva, il punto di vista, sono simili e ugualmente distorti.

Flora Banks ha 17 anni ma la sua mente è rimasta ferma ai 10. Una lesione cerebrale le ha causato un’amnesia anterograda e la perdita della memoria a breve termine. Sa come si fanno le cose, sa chi era fino a 10 anni, ma tutto ciò che accade nel presente le rimane in mente per un massimo di due ore, poi se ne va, svanisce. Per ovviare al tremendo inconveniente, Flora prende appunti ovunque, in un quaderno che porta sempre con sé, su dei post it che appiccica dappertutto, e, in primo luogo, scrivendosi direttamente sulle mani. In particolare legge e rilegge una scritta, a quanto pare indelebile, che la invita ad essere coraggiosa.

A un certo punto, però, Flora bacia un ragazzo su una spiaggia, per la precisione il ragazzo della sua migliore amica, e questo ricordo rimane. Tutti rammentiamo il primo bacio ed è così anche per lei. Flora s’innamora e pensa che a questo ragazzo sia legata una possibilità di recupero della memoria. Lo segue in capo al mondo, al Polo Nord, alle isole Svalbard.

Quella di Flora è una storia di coraggio e di viaggio, di ricerca – quella effettiva di Drake, il ragazzo di cui è innamorata– e quella interiore della verità su se stessa, sulla sua famiglia e sul suo passato. È una storia di speranza e di voglia di scoprire il mondo e sentirsi liberi. È, soprattutto, anche una potente metafora del vivere l’attimo.

Colgo l’attimo. Deve diventare una delle mie regole di vita: vivi l’attimo ogni volta che puoi. Non serve avere una memoria per questo. (pag 161)

Il passato non c’è più, il futuro potrebbe non esserci, tutto quello che abbiamo è la possibilità di godere a pieno del momento presente, della compagnia delle persone, della natura, dei viaggi, i cui ricordi inevitabilmente svaniranno per tutti, dell’amore, che diventerà man mano sempre meno acceso e passionale, dell’amicizia che può interrompersi, dell’entusiasmo che può scemare.

Lo stile è agile e scattante, la ripetizione delle frasi, dei ricordi, degli appunti crea un’atmosfera soffocante e claustrofobica che ben si sposa con la situazione ansiogena ed è in linea con la ricostruzione dall’interno dell’età mentale della protagonista. Quante volte, anche in chi non soffre di amnesie, il cervello funziona così, in un loop di pensieri che girano su se stessi in modo ossessivo? Inoltre, l’autrice è bravissima a disseminare qua e là oggetti, indizi, situazioni, parole che l’amnesia dilava ma poi tornano improvvisamente fuori come se fossero novità. Ciò non è un caso e dovrebbe indirizzare il lettore sul metodo d’indagine per arrivare al finale.

Mi viene spontaneo associare questo testo a uno di Niccolò Gennari, letto recentemente, L’incanto del tempo. Lì si affermava che “noi siamo ciò che ricordiamo”. Qui, invece, c’è la tesi opposta. Non serve la memoria, né per vivere né per essere qualcosa o qualcuno. Flora è ancorata al suo passato ma può anche svincolarsene, può essere di volta in volta quello che sceglie di essere, o quello che le circostanze del momento richiedono.

In una parola, senza il gravame del passato, ciascuno di noi potrebbe essere libero, se solo prendesse coraggio e si tuffasse nella vita.

 

This novel is a magnet. It captivates you in the sense that it grabs, envelops you and you cannot detach yourself. It had been years since I had the feeling of wanting to read without ever stopping, perhaps from the time of The Curious  Incident of the Dog in the Nigth. Here too the perspective, the point of view, is similar and equally distorted.

Flora Banks is 17 but her mind has remained at 10. A brain injury has caused her anterograde amnesia and short-term memory loss. She knows how things are done, she knows who she was up to 10 years old, but everything that happens in the present remains in her mind for a maximum of two hours, then it goes away, vanishes. To overcome the terrible inconvenience, Flora takes notes everywhere, in a notebook that she always carries with her, on post-it notes that she sticks everywhere, and, in the first place, writing directly on her hands. In particular, she reads and rereads an apparently indelible writing which invites her to be courageous.

At one point, however, Flora kisses a boy on a beach, to be precise the boyfriend of her best friend, and this memory remains. We all remember the first kiss and it is the same for her. Flora falls in love and thinks that this boy has a chance to make her recover her memory. She follows him to the end of the world, to the North Pole, to the Svalbard islands.

Flora's is a story of courage and travel, of research - the real story of Drake, the boy she is in love with - and the inner story of the truth about herself, her family and her past. It is a story of hope and desire to discover the world and feel free. Above all, it is also a powerful metaphor for living the moment.

I take the moment. It must become one of my rules of life: live the moment whenever you can. You don't need to have a memory for this.

The past is gone, the future may not be there, all we have is the opportunity to fully enjoy the present moment, the company of people, nature, travel, whose memories will inevitably vanish for everyone, the love, which will gradually become less and more passionate, friendship that can be interrupted, enthusiasm that can diminish.

The style is agile and lively, the repetition of the sentences, the memories, the notes create a suffocating and claustrophobic atmosphere that goes well with the anxiety-provoking situation and is in line with the reconstruction from inside of Protagonist’s mental age. How many times, even in those who do not suffer from amnesia, does the brain work like this, in a loop of thoughts that turn on themselves in an obsessive way? In addition, the author is very good at disseminating here and there objects, clues, situations, words that amnesia dilates but then suddenly come out as if they were new. This is no accident and should direct the reader on the investigation method to reach the end.

I spontaneously associate this text with one by Niccolò Gennari, recently read, L'incanto del tempo. There it was stated that "we are what we remember". Here, however, there is the opposite view. You don't need memory, either to live or to be something or someone. Flora is anchored in her past but she can also be released from it, she can be from time to time what she chooses to be, or what the circumstances of the moment require.

In a word, without the burden of the past, each of us could be free, if only we took courage and plunged into life.

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La cultura occidentale nel 2000

10 Luglio 2018 , Scritto da Guido Mina di Sospiro Con tag #guido mina di sospiro, #poli patrizia, #cultura, #saggi, #cinema

 

 

 

 

Di Guido Mina di Sospiro - tradotto da Patrizia Poli

 

[Pubblicato nell’originale inglese da Disinformation con il titolo: Western Culture, 2000 AD, e ispirato da una visita che feci con mia moglie a Santiago de Compostela nel 2000. Rileggendo, vi trovo un parallelo (dalle conseguenze, però, opposte) fra il film Tutto su mia madre di Almodóvar e Salò, o le 120 giornate di Sodoma, di Pasolini. Non sono orgoglioso di rivelare, ma temo che io debba farlo, che nel film di Pasolini il gerarca che obbligava quei malcapitati alla coprofagia era mio zio, Uberto Paolo Quintavalle.]

 

I profeti sono l’incarnazione di un dilemma. Il loro messaggio è, in essenza, esoterico, tuttavia sono spinti a renderlo essoterico. Come tutti i dilemmi, neanche questo può essere risolto, e il risultato di solito è l’immolazione o la caduta del profeta, a meno che circostanze eccezionali non sospendano temporaneamente questa situazione. Inoltre, che ci debba essere l’iniziato (il profeta) e il non iniziato (i discepoli) è diventato un concetto piuttosto indigesto.

Infatti i valori tradizionali, quali il rapporto docente – discente, il tirocinio, la pazienza, la metodicità e la costanza sono andati perduti sia nella sfera sacra che in quella profana. Ad esempio, nelle arti figurative, pensate per un momento a Jackson Pollock, che ha basato tutto il suo lavoro di una vita nel tentativo di riprodurre con la pittura le tracce disegnate da suo padre, perduto da tempo, che urinava sulla roccia. Tali pitture, alle quali ero solito fare riferimento, forse in modo lusinghiero, come “spaghetti poco appetibili”, sono in mostra in molti dei principali musei del mondo. Chiaramente, non è il milieu in cui Cimabue avrebbe detto al suo allievo Giotto: “Hai superato il maestro”.

E tuttavia, un forum “profetico” come questo, che esorta a ripensare le proprie convinzioni di base, sente il dovere di promuovere e divulgare idee esoteriche. Ma qual è lo stato della cultura popolare occidentale nel 2000?

Il film di Pedro Almodovar, Tutto su mia madre, fu insignito del (marcia trionfale): premio per la regia al Festival di Cannes; miglior film dell’anno all’International Cinematographic Press Federation (Fipresci) al festival di San Sebastiano (Spagna); miglior film europeo e miglior regista europeo agli European Film Awards del 1999; miglior film dell’anno per Time Magazine; Golden Globe per il miglior film straniero; sette Goya Awards; Academy Award per miglior film straniero, e la lista continua.

Manuela, l’eroina della storia, lasciando una rappresentazione di Un tram chiamato desiderio col figlio diciassettenne, Esteban, si ritrova a guardare orripilata mentre questi, che stava rincorrendo la star della commedia per avere un autografo, viene ucciso da una macchina. Lui l’aveva pregata di parlargli del padre che non aveva mai conosciuto, e aveva tenuto un diario, chiamato Tutto su mia madre (l'eco del film Eva contro Eva è voluto). Dopo la morte di Esteban, Manuela va a Barcellona per cercare il padre del ragazzo, che ora si fa chiamare Lola. Transessuali, una suora incinta che lavora in un rifugio per prostitute maltrattate, l’amante saffica e tossicodipendente della star di Un Tram – tutti hanno un ruolo nella vita di Manuela. Alla fine, ci viene chiesto di credere che il padre transessuale del povero Esteban abbia messo incinta la giovane suora, sebbene ci si chieda che attrazione possa esercitare una suora su un omosessuale attempato. Come da copione, quest’ultima è affetta da AIDS. Alla fine, la suora muore di parto e Manuela diventa madre di un altro figlio di… Lola.

Ernest Lehman, lo sceneggiatore preferito di Alfred Hitchcok, mio maestro a Los Angeles, mi ha insegnato una regola d’oro nello scrivere storie: “Non dire mai al lettore qualcosa che già sa.” Tuttavia, Almodovar prima ci mostra la morte sfortunata di Esteban, poi fa in modo che Manuela racconti questa tragedia non una ma due volte ad altri personaggi che non ne sapevano niente. Il pubblico sbadiglia? Sì e no. L’intenzione è spremere le lacrime del pubblico, attirare simpatie non tanto per il figlio e per la madre, ma per tutti i personaggi coinvolti. Almodovar stesso ha affermato: “Non c’è spettacolo più grande del vedere una donna che piange.”

Di conseguenza, siamo indotti a commiserare un circo di personaggi dolorosamente grotteschi e non plausibili. Questa è la cultura della glorificazione del degrado e della mancanza di uno scopo. Il film sembrerebbe suggerire, forse involontariamente, che il grado di libertà goduta dai personaggi è un fardello di tale portata che semplicemente non sanno sopportarlo.

Quarantatré anni fa, Salò, o le 120 giornate di Sodoma, di Pier Paolo Pasolini, dipinse personaggi ancor più degradati. Qualcuno ricorderà la famosa scena in cui ad alcuni personaggi vengono fatte mangiare feci umane. Anche qui l’intento era, presumibilmente, scioccare i borghesi, visto che il film fu sequestrato, censurato etc. Al giorno d’oggi, l’intellighenzia applaude, e ricopre di premi film che, non solo ritraggono l’uomo nel suo disorientamento più totale, ma reclamano la nostra simpatia e il nostro plauso.

Questo è il vicolo cieco dell’esistenzialismo esasperato, un pozzo senza fondo. Al suo meglio, l’uomo esistenzialista, giusto e integro, è un triste sacerdote senza Dio, come esemplificato dal Dottor Rieux ne La Peste di Camus. Al suo peggio, è un individuo antropocentrico e arrogante che non pretende niente da se stesso e indulge in qualsiasi debolezza o degrado, o per il brivido della cosa, o perché, non conoscendo nulla di meglio, non sa come aiutare se stesso.

Non ci aveva avvertiti, Ortega y Gasset? “La sovranità dell’individuo non qualificato, dell’essere umano generico come tale, non è più un’idea giuridica, ma uno stato psicologico inerente all’uomo medio.” Bene, sono felici l’uomo e la donna medi? A giudicare dal film di Almodovar, per niente.

E c’è dell’altro.

Un film enormemente popolare rivela un altro aspetto della cultura occidentale, se possibile ancora più allarmante. Titanic racconta la storia inventata di un amore contrastato a bordo della nave fatale nel suo viaggio inaugurale. L’eroina è fidanzata per ragioni di convenienza a un uomo ricco ma volgare. Tuttavia s’innamora pazzamente di un passeggero clandestino, un giovane e spiantato pittore. Mentre la nave affonda, il ricco egoisticamente salva se stesso, a spese di una donna e di un bambino, mentre il povero sacrifica la sua vita per salvare quella dell’eroina. Milioni di donne giovani e non-così giovani hanno pianto tutte le loro lacrime mentre guardavano queste scene. Di che cosa si tratta? Di un chiaro messaggio antimaterialistico? Sì, ma soprattutto di una rielaborazione dell’antico mito di Tristano. La cultura occidentale del 2000 è, in generale, non più cristiana ma neppure laica. È, sebbene inconsapevolmente, Manichea.

Il Manicheismo si basa sulla divisione dualistica dell’universo negli opposti del bene e del male: il regno della Luce (spirito), guidato da Dio, e il regno dell’Oscurità (la materia), guidato da Satana. I due si sono mescolati e ingaggiano una lotta perenne. La razza umana è il risultato e il microcosmo di questa lotta. Il corpo umano è materiale, perciò è il male; l’anima umana è spirituale, un frammento della Luce divina, e deve essere redenta dalla sua prigionia, sia nel corpo sia nel mondo. In questo mondo della materia, l’amore puro (spirituale) non può esistere. Perciò si può avere solo nell’aldilà. Da qui, Tristano e Isotta, Romeo e Giulietta, etc.

Il pubblico occidentale contemporaneo piange guardando Titanic, in una inconscia presa di coscienza delle proprie manchevolezze e dei propri fallimenti. Attingendo alla propria esperienza, si rende conto che l’amore puro non si può ottenere in questo mondo, e si identifica con gli amanti sfortunati. Nonostante la libertà di scelta del coniuge, nonostante la possibilità di rimediare agli errori divorziando e risposandosi ancora e ancora, l’uomo e la donna occidentali bramano un amore di una tale purezza che, si rendono conto a dispetto di se stessi, non si può ottenere in questo mondo materialistico, ma solo nell’aldilà. Tuttavia, poiché la maggior parte di loro non crede nella vita dopo la morte, ciò diventa la moderna degenerazione del manicheismo, con una forte sfumatura nichilistica.

La decadenza è un concetto comparato. Forze possenti insistono nel mostrarci un quadro roseo. Il “Progresso”, questo termine di straordinaria vaghezza, ha arruolato molti potenti alleati nei secoli. L’intera problematica iniziò a Firenze, circa sei secoli fa.

Ad alcuni gioiellieri del Ponte Vecchio fu chiesto di custodire gioielli nei loro forzieri per amici e clienti. Notando che la quantità di gioielli recuperati dai proprietari era solo una frazione del totale depositato, si resero conto che potevano temporaneamente prestare un po’ di questo oro ai cittadini che ne avevano bisogno, ottenendo una cambiale per l’importo e gli interessi. Questo fu l’inizio del moderno sistema bancario. Questo segnò la fine di ciò che io chiamo l’Età dello Spirito, ma il mondo moderno chiama i Secoli Bui.

Tuttavia, la propaganda progressista ci insegna che il Rinascimento fu proprio questo: una rinascita. Intellettualizzando l’uomo, e ritirando la sua anima, Cartesio si ribellò contro i magnifici edifici che Pico della Mirandola, Marsilio Ficino e, in misura minore, il cronicamente confuso Giordano Bruno avevano costruito. (Della Mirandola tentò di fondere la Cristianità col Neo-Platonismo e la Cabala; Ficino “si limitò” alla Cristianità e al Neo-Platonismo; Bruno cercò di rifarsi alla magia Egiziana, (però apocrifa, come è emerso).

Più tardi, L’Illuminismo consolidò ulteriormente l’uomo sul trono dove si era auto installato, insieme a qualsiasi cosa ritenuta utile nella fisica di Newton. (Va sottolineato che Newton era molto coinvolto con l’alchimia, ma questa non sarebbe stata un’alleata del progresso). Poi giunsero gli –ismi, e il progresso trionfò completamente.

Meccanicismo, darwinismo, positivismo, determinismo, modernismo, e i loro inevitabili derivati: esistenzialismo, ateismo, nichilismo.

In altre parole, sei secoli fa l’uomo ha cominciato a cercare Dio nel proprio ombelico. Non trovandolo, ha continuato a esplorare, sebbene nei luoghi sbagliati. Alla fine, ha dimenticato persino cosa stava cercando in origine, e tutto ciò che ha potuto mostrare della sua ricerca è… il niente. Da ciò ha dichiarato che, non avendo trovato niente, non c’era niente da trovare, e Dio, o la deità, erano invenzioni delle culture primitive. La parola “superstizione” divenne di moda; la ragione, un feticcio.

L’uomo antropocentrico, non subordinato, lasciato ai suoi meccanismi, mi ricorda una cellula anaplastica, la cellula cancerosa che invade e distrugge il tessuto o il sistema circostante.

La perdita della subordinazione a un’autorità spirituale è andata di pari passo con la perdita di subordinazione a una autorità temporale

Il problema del Potere è il problema della Sovranità, e il problema della Sovranità è il problema della Legittimità. Il Potere è effettivo, valido e giusto, non abusivo se basato su una Sovranità legittima. Come tale, è naturalmente, spontaneamente e persino intimamente, riconosciuto da tutti coloro che sono legati ad esso. Tuttavia, qualche paragrafo sopra ho scritto, parafrasando Ortega y Gasset: “La sovranità dell’individuo non qualificato, dell’essere umano generico come tale, non è più un’idea giuridica, ma uno stato psicologico inerente l’uomo medio”. E l’uomo medio è colui la cui vita manca di qualsiasi scopo; colui che non chiede nulla a se stesso; colui che non trascende, ma piuttosto scivola lungo il facile declivio o, semplicemente, vivacchia galleggiando.

Le civiltà “tradizionali”, a differenza di quelle “moderne”, erano basate su una diversa visione del mondo. La realtà era sacra e spirituale, in opposizione a ciò che è materiale e materialistico. Di conseguenza, il Potere, l’Autorità e la Sovranità non erano basati sul numero di voti (e, nota bene, l’affluenza alle elezioni statunitensi è bassa; gli elettori votano per candidati che solo grazie a immensi fondi e sostegno economico possono permettersi le campagne elettorali), ma su un’origine superiore e metafisica. Per una società che viveva al tempo del mito, l’origine divina del Potere non era assurda, come qualsiasi persona moderna con la testa a posto (o dovrei piuttosto dire convenzionale?) penserebbe, bensì naturale. Non era un concetto astratto ma realistico. La persona che lo incarnava, il Re o la Regina, il Monarca, aveva una doppia funzione. Non solo governava i suoi sudditi, ma era anche un tramite con l’Autorità che, dall’alto, legittimava il suo potere. Lui o lei erano, in altre parole, un pontifex, un artefice di ponti.

Il papa cattolico è ancora considerato un pontefice, un pontifex, ma dall’inizio della chiesa Cattolica questo concetto fu male applicato. Quando nell’800 nacque il Sacro Romano Impero, il suo primo Imperatore non fu un papa ma Carlo Magno. Questa frattura fra il potere Spirituale e quello Temporale ha causato guerre, bagni di sangue e calamità di origine umana.

Sua Altezza Reale, la regina Elisabetta II, è “per grazia di Dio Difensore della fede”, sebbene non sia il capo della Comunità anglicana, poiché quest’ultima non ha autorità centrale e nessuno da cui possa aspettarsi un’autorità finale. Piuttosto, consiste di chiese nazionali autonome, che sono unite da legami di lealtà tra la sede di Canterbury e le altre. Ciò è dovuto a ragioni storiche, naturalmente. Ma, come Difensore della fede, la regina Elisabetta II è quanto di più vicino all’incarnazione di una forma di autorità tradizionale e metafisica. Come ci si aspetterebbe, molte, moltissime forze hanno lavorato nel ventesimo secolo per minare la sua autorità. Questo è un gran peccato, poiché lei rappresenta un autentico miracolo della Tradizione in un mondo altrimenti degenerato.

I progressisti strombazzino pure, adesso, i loro slogan e frasi fatte. Ma si ricordino di ciò che ha scritto Ortega y Gassett: “Contrariamente a ciò che si pensa di solito, è la persona di eccellenza, e non la persona comune, che vive in una servitù essenziale. La vita non ha sapore per lui/lei a meno che lui/lei non la facciano consistere nel servizio a qualcosa di trascendentale (…) Questa è la vita vissuta come una disciplina – la nobile vita. La nobiltà è definita dalle richieste che ci impone – dagli obblighi, non dai diritti. Noblesse oblige.”

Eppure, in questa epoca compiaciuta di sé in cui l’uomo comune presume di governare se stesso, siamo venuti a conoscenza di un nuovo insieme di afflizioni. Mai prima le masse sono state affette dal degrado del benessere. Insonnia, obesità e la fase 2: anoressia e bulimia; depressione maniacale e cronica, tossicodipendenza, alcolismo, morti autoerotiche e così via. Gente non subordinata, antropocentrica, inquieta, nel mondo dei ricchi si rende conto che ha la nausea di sé, e di ciò di cui si è circondata lavorando così duramente per ottenerlo. Il suddetto degrado sembra loro l’unica opzione. Sembra che queste persone abbiano bisogno di drogarsi per controbilanciare l’impatto di tutti i loro meccanismi salva fatica. E quelle libere da tali afflizioni possono essere facilmente dei robot compiacenti, dei tubi di cibo.

Una delle maggiori vittime di questo clima di autodistruzione e di nichilismo è la preghiera. L’Occidente non prega più. D’altra parte, i musulmani pregano almeno cinque volte al giorno. Un’ipotesi semiseria mi è venuta in mente più e più volte. Non potrebbe essere che, in risposta alle loro ferventi preghiere, alle nazioni arabe siano stati garantiti immensi giacimenti di petrolio, come fossero manna, mentre l’Occidente che non prega ha prodotto le sue varie rivoluzioni industriali, che hanno reso così importante questo idrocarburo liquido? Sarebbe un sottile esempio di preghiera retroattiva. La risposta alle loro suppliche era già sotto i piedi dei fedeli. Ma c’è voluto l’Occidente per attivare questa risposta concessa da tempo.

Ciò significa forse che la preghiera è consigliabile? Assolutamente sì, e non solo per ragioni egoistiche, ovviamente. Pregare, inginocchiarsi di fronte alla deità, sanziona la propria subordinazione all’autorità trascendente. Il fine della vita è al di fuori della vita, al di là di essa. La trascendenza ci fa desiderare Dio e questa meta allo stesso tempo. Possono benissimo essere la stessa cosa. Come la regina Elisabetta è a-scesa al trono, così noi possiamo tra-scendere i nostri ego isolati e i nostri miopi desideri. Questa è la vita del pellegrino o, come la chiamano i Sufi, la Tariga. La trascendenza implica la subordinazione a un principio superiore, e tuttavia l’elevazione, e la santificazione della propria vita.

Ma l’intellighenzia santifica, con premi e promozioni di ogni tipo, la glorificazione del degrado. C’è un significato intrinseco antitrascendente nella parola stessa. Degradare, dal latino de- gradus, gradino. Trascendere, d’altra parte, deriva da trans- scandere, arrampicare.

Quando l’uomo fu creato, non poteva fare ameno di essere geloso degli uccelli. Volando lungo linee invisibili, essi si libravano in alto fin dove poteva vedere e migravano verso terre lontane che poteva solo immaginare. Siccome non sapeva volare, iniziò a sognare. Col tempo, cominciò a costruire templi. Ma una spinta più forte era in lui.

Divenne un pellegrino.

La sua necessità di integrare il corso cosmico gli fece contemplare, considerare il corso tremolante delle stelle. Lo dice la parola stessa: contemplare, da con templum (uno spazio per osservare gli auguri); considerare, da con sidera, con le stelle.

Solare nella sua concezione del sacro, ma anche alla ricerca del principio lunare complementare, tutto ciò di cui aveva bisogno era allineare il suo sentiero con le invisibili forze telluriche lungo le quali tabernacoli di tutti i tipi sono stati eretti lungo i secoli.

Che possiamo tutti iniziare un pellegrinaggio, raggiungere la nostra destinazione, e oltrepassarla.

 

 

 

Western Culture, 2000 a.d.

Prophets are the incarnation of a dilemma. Their message is quintessentially esoteric, yet they are driven to make it exoteric. As all dilemmas, this cannot be solved, and the usual outcome is the immolation or downfall of the prophet, unless exceptional circumstances temporarily suspend this predicament. Moreover, that there should be the initiate (the prophet) and the uninitiate (the disciples), has become a rather indigestible concept.

Indeed, traditional values such as the teacher-disciple relationship, training, patience, methodicalness, and constancy, have been lost in the sacred and profane spheres alike. For example, in the figurative arts, think for a moment of Jackson Pollock, who based his life’s work on trying to reproduce in paint the patterns made by his long-lost father urinating on stone. Such paintings, to which I used to refer, perhaps flatteringly, as “unappetising spaghetti”, are on display in many major museums the world over. Clearly, this is not the environment for Cimabue to say to his pupil Giotto, “You have surpassed your teacher.”

And yet, a “prophetic” forum such as this, one that rethinks one’s basic assumptions, feels the duty to promote and divulge esoteric ideas into the public domain. But, what is the state of popular western culture in the year 2000?

Pedro Almodóvar’s latest film, All About My Mother, is on a victory march. He has been awarded as the Best Director at the Cannes Film Festival; Best Movie of the Year of the International Cinematographic Press Federation (Fipresci) at the Festival of San Sebastian (Spain); Best European Film and Best European Director at the 1999 European Film Awards; Time Magazine’s Best Movie of the Year; the Golden Globe for the Best foreign Film; seven Goya Awards; the Academy Award for Best Foreign Film, and the list goes on.

Manuela, the story’s heroine, leaving a performance of A Streetcar Named Desire with her 17-year-old son, Esteban, watches in horror as he is killed by a car while chasing the play’s star for an autograph. He had been begging his mother to tell him about the father he never knew, and keeping a journal entitled All About My Mother (the echo of All About Eve is deliberate). After Esteban’s death, Manuela goes to Barcelona to find the boy’s father, who now goes by the name of Lola. Transsexuals, a pregnant nun who works in a shelter for battered prostitutes, the Streetcar star’s junkie lesbian lover—all have a role in Manuela’s life. Eventually, we are asked to believe that the transexual father of the late Esteban has impreganted the young nun, though one wonders at the attraction a nun would have for an ageing transexual? Dutifully, the latter is afflicted by AIDS. In the end, the nun dies at childbirth, and Manuela mothers yet another son by… Lola.

Ernest Lehman, Alfred Hitchock’s favourite screenwriter, and my teacher in Los Angeles, taught me a golden rule in story-telling: “Never tell the audience something it already knows.” Yet, Almodóvar first shows us the unfortunate death of Esteban; then has Manuela recount this tragedy not once, but twice to other unknowing characters. Is the audience yawning? Yes and no. The intent is to jerk the audience’s tears, to engender sympathy not so much for the son and mother, but for all characters involved. Almodóvar himself has stated: “There is no greater spectacle than watching a woman cry.”

Consequently, we are made to commiserate a circus of painfully grotesque and implausible characters. This is the culture of the glorification of degradation, and of aimlessness. The film would seem to suggest, perhaps unwittingly, that the degree of freedom enjoyed by the characters is a burden of such magnitude, they simply cannot deal with it.

Twenty-five years ago, Pier Paolo Pasolini’s Salò, Or 120 Days Of Sodomportrayed yet more degraded individuals. Some might remember the notorious scene in which a few characters are made to eat human faeces. The intent was also, presumably, to shock the bourgeois, as the film was censored, sequestered, etc. Nowadays, the intelligentsia applauds, and lavishes awards to films that not only portray man at his most disoriented worst, but demand our sympathy, and praise.

This is the blind alley of exasperated existentialism, a bottomless pit. At his best, existentialist man, just and upright, is a sad priest without God, as exemplified by Dr. Rieux in Camus’s The Plague; at his worst, an anthropocentric, arrogant individual who demands nothing of himself, and indulges in whatever weakness or degradation, either for the thrill of it, or because, not knowing any better, he cannot help himself.

The sovereignty of the unqualified individual, of the generic human being as such, is no longer a juridical idea, but a psychological state inherent in the average man. Well, are average man and woman happy? Judging from Almodóvar’s film, not in the least.

And there is more.

A hugely popular recent film reveals another aspect of western culture, possibly more alarming. Titanic tells the fictitious story of a star-crossed love aboard the doomed ship on her maiden voyage. The heroine is betrothed to a rich but callous man for reasons of convenience. However she falls in love, head over heels, with a clandestine passenger, a boyish and penniless painter. As the ship sinks, the rich man selfishly saves himself at the expense of a woman or child, whereas the poor man sacrifices his life so as to save the heroine’s. Millions and millions of young and not-so-young women have wept all the tears they had as they watched this. What do we have here? A clear anti-materialistic message? Yes, but most of all we have a reshuffling of the age-old Tristan myth. Western culture in year 2000 is, by and large, no longer Christian, yet not secular either. It is, however unknowingly, Manichaean.

Manichaeism is hinged on a dualistic division of the universe into contending realms of good and evil: the realm of Light (spirit), ruled by God, and the realm of Darkness (matter), ruled by Satan. The two have become mixed and engaged in a perpetual struggle. The human race is a result and a microcosm of this struggle. The human body is material, therefore evil; the human soul is spiritual, a fragment of the divine Light, and must be redeemed from its imprisonment, both in the body and the world. In this world of matter, pure (spiritual) love cannot exist. Therefore, it can only be had in the afterworld. Hence, Tristan and Iseult, Romeo and Juliet, etc.

Contemporary western audiences weep at Titanic in unconscious recognition of their shortcomings and failures. Drawing from their own experiences, they recognise that pure love cannot be had in this world, and identify with the star-crossed lovers. Despite their freedom in selecting their spouse; despite the possibility of amending mistaken choices by divorcing and remarrying over and over, western man and woman long for a love of a purity that, they realise in spite of themselves, cannot be had in this materialistic world, but only in the afterworld. Since most of them do not quite believe in life after death, however, this becomes a modern degeneration of Manichaeism, with a strong nihilistic tinge.

Decadence is a comparative concept. Tremendous forces insist in showing us a rosy picture. “Progress”, this term of more than ordinary vagueness, has conscripted many powerful allies down the centuries. Indeed, the whole problem began in Florence, about six centuries ago.

Some jewellers on the Ponte Vecchio were asked to hold gold in their safes by friends and clients. Noticing that the amount of gold removed by owners was only a fraction of the total stored, they realised that they could temporarily lend out some of this gold to citizens in need, obtaining a promissory note for principal and interest. This was the very beginning of the modern banking system. Indeed, the first modern currency was the Florin, employed throughout Europe. Thus usury was legalised by governments, and became banking. This sealed the end of what I call The Age of the Spirit, but modern world calls The Dark Ages.

Yet, progressive propaganda teaches us that the Renaissance was just that: a rebirth. By intellectualising man, and withdrawing his soul, Descartes rebelled against the magnificent edifices that Pico della Mirandola, Marsilio Ficino, and to a lesser extent the chronically confused Giordano Bruno, had built. (Della Mirandola attempted to fuse Christianity with Neo-Platonism and the Cabala; Ficino “limited” himself to Christianity and Neo-Platonsim; Bruno attempted to revert to Egyptian magic [apocryphal, as it transpired].)

Later on, Enlightenment further consolidated man in his self-appointed throne, along with whatever was deemed useful in Newton’s physics. (It must be emphasised that Newton was much involved with alchemy, but this would not have been an ally to progress). Then came the -isms, and progress triumphed utterly.

Mechanism, Darwinism, Positivism, Determinism, Modernism, and their inevitable offspring: Existentialism, Atheism, Nihilism.

In other words, six centuries ago man began to seek God in his own navel. Not finding Him, he continued to explore, albeit in the wrong place. In the end, he forgot even what he was originally seeking, and all he could show for his quest was… nothingness. From this, he declared that, having found nothing, there was nothing to find, and God, or the Godhead, were inventions of primitive cultures. The word “superstition” became fashionable; reason, a fetish.

Anthropocentric, un-subordinated man left to his own devices reminds me of an anaplastic cell, the cancer cell that invades and destroys the surrounding tissue, or system.

Loss of subordination to a spiritual authority came hand in hand with loss in subordination to a temporal authority.

The problem of Power is the problem of Sovereignty, and the problem of Sovereignty is the problem of Legitimacy. Power is effective, valid and just, not abusive, if it is based on a legitimate Sovereignty. As such, it is naturally, spontaneously, even intimately recognised by all who are bound to it. Yet, a few paragraphs above, I wrote: “The sovereignty of the unqualified individual, of the generic human being as such, is no longer a juridical idea, but a psychological state inherent in the average man.” And the average man is he whose life lacks any purpose; he who makes no demands on himself; he who does not transcend, but rather slides down the easy slope, or simply goes drifting along.

“Traditional” civilisations, unlike “modern” ones, were based on a different vision of the world. Reality was sacred and spiritual, as opposed to material and materialistic. Consequently, Power, Authority and Sovereignty were not based on the number of votes (and, nota bene, the turnout at US election is about 10% of the voting population; these vote for candidates who only thanks to immense funds and backing could afford to run campaigns), but on a superior and metaphysical origin. In a society living in the time of myth, the divine origin of Power was not absurd, as any right-minded (or should I say conventional?) modern person would have it, but natural. It was not an abstract, but a concrete and indeed factual concept. The person who incarnated it, the King or Queen, the Monarch, had a twofold function. Not only did he govern his subjects, but was also a go-between with the Authority that, from above, legitimated his power. He or she was, in other words, a pontifex, a bridge-maker.

The Catholic pope is still considered a pontiff, a pontifex, but from the inception of the Christian Church this concept was misapplied. When the Holy Roman Empire was born in 800, its first Emperor was not a pope, but Charlemagne. This fracture between Spiritual and Temporal Power has caused wars, blood-baths and man-made calamities since.

HRH Queen Elizabeth II is “by the Grace of God, Defender of the Faith”, although not the Head of the Anglican Communion, as the latter has no central authority and no one person from whom it can expect final authority. Rather, it consists of national, autonomous churches that are bound together by ties of loyalty between the see of Canterbury and each other. This is due to historical reasons, of course. But, as Defender of the Faith, Queen Elizabeth II is the closest incarnation of a Traditional, and metaphysical, form of Authority. As is to be expected, many, many forces have been at work in the Twentieth Century so as to undermine Her Authority. This is a great pity, for She represents a veritable miracle of Tradition in an otherwise degenerated world.

Liberals and progressivists may now trumpet their slogans and stock phrases. But they must be reminded of what Ortega y Gassett wrote. “Contrary to what is usually thought, it is the person of excellence, and not the common person, who lives in essential servitude. Life has no savour for her/him unless (s)he makes it consist in service to something transcendental. (…) This is life lived as a discipline—the noble life. Nobility is defined by the demands it makes on us—by obligations, not by rights. Noblesse oblige.”

Yet, in this self-satisfied age in which ordinary man presumes to govern himself, we have become acquainted with a new set of afflictions. Never before have the masses been afflicted by the degradations of affluence. Insomnia; obesity, and its Phase 2: anorexia and bulimia; manic and chronic depression; drug addiction; alcoholism; autoerotic deaths, and so on. Un-subordinated, anthropocentric, listless people in the rich world realise that they are sick of themselves and of what they have worked so hard to surround themselves with. The mentioned degradtions seem to them the only options. One might say that they need dope to counteract the impact of all their labour-saving devices. And those free from these afflictions can easily be complacent robots, food tubes.

One of the many casualties of this climate of self-destruction and nihilism is prayer. The West no longer prays. On the other hand, Moslem nations pray five times a day, and then more. A semi-serious hypothesis has come to mind time and again. Could it be that, in response to their fervent prayers, the Arab nations were granted immense oil-fields, as if they were a manna, while the non-praying West produced its various industrial revolutions, which made this liquid hydrocarbon so all-important? It would be a subtle instance of retroactive praying. The response to their supplication was under the feet of the faithful, already. But it took the West to “activate” this long-granted response.

Does this mean that praying is advisable? By all means, and not merely for selfish reasons, obviously. Praying, kneeling before the Godhead, sanctions one’s subordination to a Transcendental Authority. The goal in one’s life is outside it, beyond it. Transcendence makes us yearn for God and this goal at once. They may well be one and the same. As Queen Elizabeth II a-scended to the throne, so can we tran-scend our insulated egos and short-sighted desires. This is the life of the pilgrim, or, as the Sufis call it, the Tariqa. Transcendence implies subordination to a higher principle, and yet the elevation, and sanctification, of one’s life.

But the intelligentsia sanctifies, with awards and promotion of all types, the glorification of degradation. There is an intrinsic anti-transcendental meaning in the very word. To degrade, from the Latin de- de- gradus- step. To transcend, on the other hand, derives from trans- trans- scandere to climb.

When man was created, he could not help being jealous of the birds. Flying along invisible lines, they soared as high as he could see, and migrated to distant lands he could only imagine. Since he could not fly, he started to dream. In time, he began to build temples. But a more compelling drive was inside him.

He became a pilgrim.

His necessity to integrate the cosmic course made him contemplate, consider the flickering course of the stars. The very words say it: contemplate, from con- templum (a space for observing auguries); consider, from con- sidera, with the stars.

Solar in his conception of the sacred, but also seeking the complementary lunar principle, all he needed was to align his path with the invisible tellurian forces along which shrines of all types have been erected down the ages.

May we all start on a pilgrimage, reach our destination, and go well beyond it.

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Stefano Colli, "Lettere da una bambola"

28 Giugno 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Lettere da una bambola

Stefano Colli

Giuliano Ladolfi Editore, 2018

pp 78

10,00

 

Questa nuova opera di Stefano Colli mi è piaciuta molto più della prima. È, oggettivamente, un testo di pregio. Si tratta di un poemetto, o, meglio, di un romanzo sotto forma di poesie l’una collegata all’altra, con una sorta di trama, di svolgimento e di conclusione.

Le liriche sono discorsive, semplici, molto caproniane e prosaiche, eppure poetiche e belle, con grande senso del ritmo, a parte qualche verso meno riuscito. Lo stile è sobrio, dimesso, scarno eppure pregno. Anche qui, come già ne La diaspora del senso, abbiamo un collage di versi di altri poeti, una serie di echi e rimandi. Non si tratta di “copiare”, bensì di usare strofe e parole altrui dopo averle introiettate e fatte proprie, quasi una specie di codice in comune col lettore.  

Tutto il componimento stesso si basa su qualcosa di già esistito, poiché si rifà alle “Lettere da una bambola” scritte da Kafka, “uno scrittore di cui non ricordo il nome”, alla bambina Elsie. Qui, invece, la bambina si chiama Gioia e la bambola che le scrive Ester.

L’io narrante è una sorta di figura sospesa, che vive in un limbo costituito non si sa se dalla morte o dalla Follia, personaggio a sua volta della storia. È “un uomo senza passato”. Però, man mano che procede la narrazione, egli recupera parte della memoria, scopre di aver avuto una moglie, che ora lo tradisce col migliore amico, e due figli. Le lettere lo tengono ancorato alla terra, in bilico fra il qui e l’Altrove.

Nei viaggi fittizi raccontati nelle missive, l’uomo viene in contatto con tanti bambini che nel mondo hanno un motivo per piangere - così come piange la piccola Gioia/Elsie - per le situazioni atroci in cui sono costretti a vivere: la guerra, la barbarie, lo sfruttamento. Bambini che “non sono più in grado di sognare”. Si spazia da Pol Pot a Stalin, a Tito, su su fino ai mali dei giorni nostri, fino ai naufragi nel Mediterraneo, fino al terrorismo afghano.

C’è sempre un motivo per piangere al mondo, ma ci si può anche consolare con una flebile speranza. Speranza che queste lacrime si asciughino, che il mondo si raddrizzi, che un Dio, forse non “senza peccato”, rivolga finalmente a noi il suo sguardo. Bisogna, per permettere a questo seme di speranza di germogliare, non solo imparare a cooperare per il bene comune, ma pure far cadere gli “steccati e pregiudizi”, aprendoci a una conoscenza che è anche, per forza di cose, follia. Perché il sapere può renderci liberi ma anche sconvolgerci, scardinare le nostre comode certezze, capovolgere il nostro credo. La poesia serve a questo, a denunciare, a consolare, e a rivoluzionare.

 

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Ore nove lezione di chimica

24 Giugno 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #cinema

 

 

 

Estati anni sessanta. Una grande terrazza sui tetti del porto, le zanzare a nugoli appollaiate sulle persiane, le urla dalle finestre aperte per i mondiali, il rumore delle stoviglie, tutti insieme fino a notte fonda per seguire l’allunaggio in tv, mia cugina che veniva al mare da noi e io dormivo in terra su un materasso. Felici perché eravamo insieme, felici perché eravamo bambine e gli affanni dei grandi non ci sporcavano. Dopo una giornata di sole e di sale ci spalmavamo la crema al cetriolo sulla schiena che frizzava, si mangiava una fogliata di paranza della friggitoria o due etti di torta di Cecco, si giocava a fingerci cavallerizze del circo e si guardava la tv estiva. Davano sempre dei vecchi film dell’epoca delle nostre mamme che anche a noi piacevano tanto.

Uno di questi era Ore nove lezione di chimica, commedia collegiale del 1941, per la regia di Mario Mattioli, starring Alida Valli. Il film ebbe un gran successo di pubblico, sebbene non di critica.

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Patrizia Poli, "Signora dei filtri"

23 Giugno 2018 , Scritto da Federica Cabras Con tag #federica cabras, #poli patrizia, #recensioni, #miti e leggende

 

 

 

 

 

Medea è una ragazzina complicata, cupa e dall’animo oscuro. È la figlia di Eeta, re della città di Ea, nella Colchide. Non è come gli altri, Medea, è capace di picchi d’amore ma anche di odio, prova talvolta sentimenti buoni ma nel suo cuore c’è anche un grande, immenso buio. Una tenebra le avvolge il cuore e le membra. Ha occhi grandi, Medea, grandi e spalancati su un mondo che non capisce, che non ama, che non è capace di fare suo. Solo la straniera Morgar la capisce. Al suo fianco, Medea conosce le erbe, impara come miscelarle per fare del bene ma anche del male. Al suo fianco, Medea scopre la Signora della notte, la dea che tutto può e che tutto comanda. Al suo fianco, in un modo persino difficile da capire, Medea si sente amata, coccolata, protetta da quella gente che la addita, che tenta di domarla, che vuole cambiarla. Ecco perché quando Morgar le viene strappata via e uccisa in un modo brutale lei piange tutte le sue lacrime. E giura vendetta. E mai nessuno come Medea di Colchide è capace di giurare vendetta.

Giasone si trova, cresciuto da un uomo con le sembianze di cavallo, in un posto sperduto della Tessaglia. Lui è il figlio di Esone, legittimo re della città di Iolco, spodestato illegittimamente dal fratello: molti anni prima, Pelia salì al trono con la forza ordinando che suo fratello e il figlioletto venissero abbandonati in un’isola deserta. Però, al momento della partenza, del piccolo non si trovò nessuna traccia. Un complotto venne attuato alle spalle di Pelia affinché un giorno pagasse per il suo malvagio piano. Giasone è forte e sano, bello e robusto. L’uomo cavallo gli spiega fin dalla sua infanzia che un giorno dovrà affrontare suo zio, combattere per ciò che è suo e che gli venne strappato. Lui non ha un temperamento aggressivo ma accetta quello che pare essere il suo destino. Al suo fianco, sempre presenti, Orfeo – in compagnia della sua cetra – e il forte Eracle.

Come due personalità così diverse, così lontane e così particolari, possano diventare parte una dell’altra è mistero. Mitologia. Magia.

Patrizia Poli prende un mito conosciuto, trito e ritrito e lo ricama, lo anima, lo romanza. Giasone e Medea, Orfeo ed Euridice, Eracle, Pelia e tutti i personaggi di questa storia diventano veri, vivi. Si stagliano dinanzi ai nostri occhi e respirano. Come tutti noi, amano. Come tutti noi, sbagliano. Come tutti noi, odiano.

L’amore che unisce Medea e Giasone è un amore forte, potente, che brilla di una luce accecante, dolorosa, deleteria. Una luce che si trasforma in buio perché, troppo forte, risulta morbosa, terrificante.

Avere in petto un cuore così era come non averlo, amare in quelle condizioni significava smettere di amare. Ogni giorno che passava, sentiva arrivare il letargo, il buio, l’ombra.

Medea è capace di amore sconfinato così come di odio incomprensibile e quando odia è pericolosa, cattiva – forse ancor di più perché scambia follia per razionalità – e mostruosa. Giasone, dal canto suo, è unito a lei come il giorno è unito alla notte, come l’inverno è legato alla primavera... è unito a lei da un legame inscindibile, da un filo intrecciato d’oro e di ragnatela.

Ecco perché quando lui minaccia di umiliarla lei perde la testa. Ecco perché impazzisce. Ecco perché lo maledice.

«Giasone, con tutta me stessa io ti maledico. Tu che sei incapace di amare anche se cerchi l’amore in tutte le donne. Il mio amore per te morirà solo insieme a me, ma questo dolore è troppo grande per restare impunito».

L’uccisione dei bambini per mano della donna è macabra, reale, dolorosa. Un amore così, come quello che Medea sente per Giasone, non può comunque portare a nulla di buono, a nulla di sano, a nulla di bianco. È il nero, il nero più cupo, il nero più forte, il nero più agghiacciante. Lei ama Medeo e Ferete ma li guarda morire, appoggiando il capo sui loro petti. Per colpire Giasone, colpisce se stessa. È un male faticoso da sopportare, questo, un male che trova tuttavia nutrimento in quello che siamo, nel nostro essere umani imperfetti. Esseri umani fatti di carne e di cuore. Di risentimento, tanto. Di perdono, poco.

«Li avrebbero trovati così, l’indomani, addormentati fianco a fianco, con le gambe intrecciate nel sonno, le testoline che si toccavano […] Ma non avrebbero più aperto gli occhi, non sarebbero più balzati giù dal letto correndole intorno con i piedi nudi, le braccia spalancate e due candidi baffi di latte sul labbro superiore […] Rimase con loro fino alla fine, assorbendo con le guance fino all’ultimo calore rimasto nei  lor corpi, raccogliendo sulla bocca l’estremo respiro delle loro vite incompiute.»

Ciò che li unisce è impossibile da scindere.

«Tu l’ami ancora?»

«Sì, Orfeo. Medea di Colchide non si dimentica.»

Alla fine cosa ci rimane?

Un mito che conoscevamo ma che non avevamo imparato a contestualizzare. La Poli ha un talento innato nel farci entrare in storie lontane ma vicine. Perché l’amore e l’odio sono cose che possiamo capire facilmente, purtroppo e per fortuna insieme.

E ci rimane anche un’altra cosa... la pelle d’oca.

Si legge d’un fiato, rapisce e scombussola. È bello ma è anche cattivo, duro, crudo. È un lampo in una giornata di sole. È un taglio. È una verità scomoda.

Una cosa è certa: Medea di Colchide scaverà un tunnel nel nostro cuore. E Giasone la seguirà.

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Grease, e sono passati quaranta anni.

20 Giugno 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #cinema, #musica, #come eravamo

 

 

 

 

Correva l’anno 1978, era settembre e stavo in piedi in un cinema affollatissimo per vedere la prima di Grease. Sono passati esattamente quaranta – sì quaranta!- anni da allora ma ancora, quando occasionalmente rifanno il film in tv, non me lo perdo.

Grease, “brillantina”, per la regia di Randal Kleiser, tratto da un musical di successo, racconta la storia d’amore di Danny (John Travolta) e Sandy (Olivia Newton John), durante l’ultimo anno di scuola superiore alla Rydell.

Nessuno può dimenticare le canzoni, dal travolgente You’re the one that I want, alla romantica Hoplessly devoted to you, alla bella There are worse things I could do.

Chi dimentica la camminata ballerina di John Travolta, gli occhi azzurrissimi, la voce miagolata? Chi dimentica la trasformazione dell’ingenua Sandy in bomba sexy? Tutte noi, che allora avevamo diciassette anni, abbiamo sperato di trovare un duro dal cuore tenero come Danny e tramutarci da brutti anatroccoli in prorompenti pin up.

Ma il personaggio che spicca non è l’insipida Sandy, bensì Rizzo, l’amica smaliziata, capo delle Pink Ladies. Con quel viso mutevole ed espressivo, l’aria malandrina, gli occhi alla Elisabeth Taylor, Stockard Channing rimane impressa, ed è sua, a mio avviso, la canzone più bella,  quel “Ci sono cose peggiori che potrei fare.”

Il film è ambientato negli anni 50, fra pettini, brillantina e ciuffi alla Elvis. Può considerarsi il capostipite dei film “scolastici”, con tutta l’iconografia di balli di fine corso, macchine scoperte, drive in, band di adolescenti, radio della scuola, partite e cheerleader, che ha creato il mito giovanile americano, e fatto sognare, a noi studenti italiani ingessati, una scuola dove si passava il tempo a organizzare feste.

La mentalità, però, è quella degli anni 70, con la lotta per l’emancipazione femminile e la libertà sessuale. Tuttavia, se Sandy sembra apparentemente trasformarsi nel finale in ragazza moderna e determinata, quel “Rizzo, farò di te una donna onesta” rimette subito a posto le cose.   

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