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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poli patrizia

Ottima direi, è cera Grey

20 Ottobre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

Anni sessanta, un po’ Stanlio e Ollio de noialtri, tanto umorismo mai volgare per grandi e piccini. Due grandi comici, Ciccio e Franco, al servizio della pubblicità della Cera Grey.

Malgrado tutto, hai ancora una bella cera. Ottima direi, è Cera Grey.

Darei qualsiasi cosa per risentire quell’odore di cera sulla graniglia. Aiutavo mia madre a togliere la vecchia con l’acqua calda, poi stendevamo uno strato nuovo e passavamo la lucidatrice, sentendoci tanto moderne, tanto diverse da nonna che ancora strofinava sull’impiantito un vecchio panno di lana.

Noi che ci sorbivamo il morbillo, la varicella e la rosolia, noi che andavamo a letto dopo Carosello, noi che facevamo merenda col Buondì, con la Girella o col Ciocorì, m anche con pane burro e zucchero o pane vino e zucchero, per poi avvitare alle scarpe i pattini con tremende chiavette simili a quelle che servivano per aprire la carne in scatola.

Eravamo orgogliosi di ciò che possedevamo, della moka Bialetti, della pentola Lagostina, della coperta di Somma, persino dei bruttissimi sandali con gli occhi. Da una parte le cose erano fatte per bene, in Italia e non in Cina, senza superficialità e con l’intento di durare. Dall’altra ci bastava poco per essere felici: poter leggere un libro, magari in edizione condensata o in riduzione per bambini, tenere in bella mostra sugli scaffali le enciclopedie a fascicoli simbolo di alfabetizzazione e cultura a portata di mano, cantare le canzoni di Rita Pavone, Little Tony o Patty Pravo, dimenandoci come le ragazze più grandi davanti al Juke box dei bagni, con in mano un Piper da leccare dopo averlo spinto in su col bastoncino.

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La fiducia è una cosa seria

12 Ottobre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #televisione, #come eravamo

La fiducia è una cosa seria, slogan semplice ma imperituro dei caroselli Galbani.

Qualcuno di voi ha più fiducia? Qualcuno si alza pensando che il futuro sarà positivo, che le malattie verranno curate, che la civiltà e il progresso trionferanno, che i figli troveranno un lavoro migliore di quello dei padri, che l’amore sarà eterno e il matrimonio indissolubile, che gli immigrati sbarcheranno qui per integrarsi e rispettare la nostra cultura e le nostre tradizioni?

Cosa è rimasto della speranza e della fiducia?

Lo studente va all’università per hobby, anche perché tutti vogliono diventare scrittori, blogger e giornalisti, nessuno più trova dignitoso il lavoro manuale.

Chi scrive un libro sa che non verrà pubblicato.

Anche i bambini si ammalano di tumore.

Il cibo che hai in bocca è cresciuto in un terreno inquinato.

Quando t’innamori sai che più di tre anni la passione non durerà.

Se ti sposi sai già che divorzierai.

Si vive per l’oggi e non più per costruire il domani. La società mette al bando la sana nostalgia del passato e cancella la speranza nel futuro. Vivi l’attimo, carpe diem, dedicati alla meditazione che altro non è che il calarsi a pieno nell’attimo presente. Così la vita si trasforma in una successione d’istanti tutti sullo stesso piano, in uno sfrenato individualismo ed egocentrismo, in un’eterna adolescenza senza stagioni, che non contempla né la memoria dei nostri avi, né l’impegno per realizzare l’avvenire.

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Elena Ferrante, "L'amica geniale"

9 Ottobre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

L’amica geniale

Elena Ferrante

Edizioni E/O, 2011

pp 327

18,00

 

Solitamente recensisco libri su richiesta di autori o case editrici e lascio in silenzio le mie letture personali. Ci sono testi però, i cosiddetti “casi editoriali”, che tutti tengono in mano sul treno o sotto l’ombrellone, e allora due parole te le strappano per forza. Così finalmente anch’io ho letto L’amica geniale, della fantomatica Elena Ferrante. Non so se comprerò gli altri volumi della saga e, se lo farò, sarà solo per la curiosità di vedere cosa accade, come procede la trama. Si badi bene, non è che il libro difetti in quanto a scrittura. È senz’altro un ottimo stile, quello della Ferrante, crudo e moderno, ma un prepotente effetto di straniamento impedisce qualsiasi empatia coi personaggi.

A me è sorto il dubbio che, più che raccontare la storia di Lenù e Lila, amiche napoletane una buona e una cattivella, si tratti di metanarrativa. Lenù, Elena, che, guarda caso, si chiama come l’autrice (o come lo pseudonimo con cui si firma l’autrice) è, a mio avviso, lo scrittore innamorato del suo personaggio, cioè Lila, di cui viviseziona  sentimenti. Lo fa con morbosità tutta di maniera, mentre noi, indifferenti e solo lievemente incuriositi, restiamo a guardare.

Questo accade soprattutto nella prima metà del primo libro – l’unico da me affrontato per ora – e il meccanismo s’incrina un poco solo nel finale, con un minimo di spessore in più dato a Lenù, la voce narrante. Come afferma Jacopo Cirillo su Linkiesta: “È la dissoluzione del personaggio a discapito dell’insieme di discorsi che si fanno attorno a lui”. E queste due, Lenù e Lila, alla fine, stanno antipatiche a tutti.

Più che un’amica, Lila è “il Personaggio”, e mi pare inverosimile il suo giganteggiare nella mente e nella vita di Lenù fino al punto da oscurarne persino i fratelli, che non hanno nome né volto. Per Lenù Lila è tutto, è ciò che dà sapore alla vita nei vicoli del quartiere – mai nominato – di Napoli, è un’attrazione esagerata e forse omosessuale, è la spinta a compiere qualsiasi gesto e persino a farsi una cultura.

Lenù è brava a scuola e lo sarà sempre più, studia per primeggiare sull’amica in una gara mai cominciata davvero e mai finita, ma anche, sottilmente, perché pure Lila studi attraverso di lei, per interposta persona, perché entrambe siano l’amica geniale l’una dell’altra.

A questo punto della recensione correrebbe l’obbligo di dire che “il vero personaggio è Napoli”. Manco per niente, qui Napoli è astratta come freddi e astratti sono i personaggi, soprattutto quelli femminili, ma non si tratta neanche di “un luogo dell’anima”, altro cliché delle recensioni, perché, alla fine, certi vizi e certe abitudini napoletani in fin dei conti lo sono. Piuttosto direi che, come dei personaggi stessi, si tratta di un luogo di cui non frega niente a nessuno.   

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Le stelle sono tante, milioni di milioni

21 Settembre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione, #cinema

 

 

 

Bianco e nero, puro stile western, ecco le avventure dello sceriffo negli spot della Negroni degli anni sessanta e settanta.

Ringraziamo la nostra buona stella,

Le stelle sono tante, milioni di milioni

Mi piacevano i western, specialmente quelli con una storia di amore. Mi piacevano gli uomini a cavallo, il bene e il male ben distinti, quella stella di sceriffo appuntata sul petto a tutela della legge, quelle pistole che facevano giustizia senza dubbi o pentimenti. Sarebbe bello se il mondo fosse ancora così: bianco e nero, gli indiani tutti cattivi e i cowboy tutti buoni.

Ricordo in particolare un film con Gregory Peck che mi faceva battere il cuore. Ero una bambina visionaria e romantica, precocemente e perennemente innamorata dell’amore. Cielo giallo si chiamava quel film del 1948 e aveva come protagonisti Gregory Peck e Anne Baxter. Sì, perché nei western gli uomini erano davvero uomini, fascinosi, virili, rudi e tutti d’un pezzo, e s’innamoravano di donne belle e battagliere.

Non se ne vedono più di western al cinema, il mito della frontiera è tramontato, si è capito che gli indiani erano le vittime e ora sarebbe politically incorrect sparargli addosso, nessuno più rimpiange un tempo in cui ci si ammazzava per uno sguardo di troppo. Ma ho passato l’infanzia con la voce stridula del vecchietto del west, con lo sportello del saloon che sbatteva, coi cavalli legati fuori della porta, coi banditi, con le penne, gli archi, le frecce e l’attacco alla diligenza, col becchino che ha il negozio di bare e si  frega le mani ad ogni pistolettata.

L’ultimo western memorabile che ho visto è i segreti di Brokebeck Mountain ma quella è tutta un’altra storia.

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Davide Staffiero, "Il Programma"

19 Settembre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Il Programma

Davide Staffiero

Eclissi Edizioni, 2018

pp 151

 

Fra Kafka e Gogol, con un pizzico di Stephen King. Ma l’orrore non è dato, come in It, dalle cose minacciose che gorgogliano negli scarichi, si annidano nell’armadio o grattano alla porta, piuttosto dal progressivo, claustrofobico meccanismo che porta il protagonista, il signor Bloch, a rinchiudersi in uno spazio sempre più stretto fino al punto da coincidere con il letto, dal quale non potrà più sporgere neppure una mano per nutrirsi.

Possiamo leggere Il Programma, di Davide Staffiero, in chiave sociologica. Quante volte abbiamo avuto notizia dalla cronaca di anziani abbandonati a se stessi, imputriditi in un giaciglio, denutriti fino alla morte, immersi nelle proprie feci? Quante volte ci siamo chiesti fino a che punto siamo tutti soli se i vicini si accorgono di noi esclusivamente quando puzziamo?

Ma possiamo anche leggere il romanzo in chiave psicologico-esistenziale. Bloch è affetto da un disturbo ossessivo compulsivo, unito a fobia sociale e a tratti autistici. Per lui, come per molti, attenersi a un programma prestabilito è di vitale importanza, è ciò che aiuta ad alzarsi ogni giorno anche se si è soli, a mettere un piede davanti all’altro e compiere una serie di doveri autoimposti ma confortanti. Però tutte queste regole, alle quali non si può derogare, alla fine strangolano. Il cervello di Bloch va in tilt, la sua mente si ribella e gli impedisce di attenersi alla tabella di marcia. Paura e minaccia, tentacoli e artigli, quindi possono essere interpretati come un'insurrezione dell’inconscio contro la troppa regolarità e il dovere fine a se stesso.

Infine possiamo leggere questo testo come un semplice romanzo horror perché nell’ultimo capitolo  si resta in sospeso: i graffi sulla porta, sappiamo dal commissario che indaga sul fatto, ci sono veramente e lui stesso forse sta per venire in contatto con qualcosa di strano e pericoloso, qualcosa che può covare nella mente di ognuno, ma anche balzare fuori in carne e ossa, pronto a ghermirci e farci impazzire.

Un romanzo scritto benissimo, dove l’ironia trascolora in incubo, dove il costante ridursi di ogni spazio libero, fino ad un’angosciosa asfissia, è narrato in modo credibile e appassionante.

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Una vecchia che balla

12 Settembre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #moda

 

 

 

 

Mi faceva veramente molta fatica fotografare i vestiti e caricarli sul blog, per questo ho interrotto i post sull’argomento “nuovi acquisti nel guardaroba”. Ma la moda, insieme a tante altre cose, rimane uno dei miei interessi, quindi da oggi ne parlerò senza fotografie. Ne parlerò come se parlassi a me stessa, cosa che, in effetti, faccio sempre mentre scrivo.

L’altro giorno la mia nipotina di cinque anni mi guarda scuotendo la testa: “Una vecchia che si mette i jeans”, dice. Ebbene sì, che piaccia o no alle nuove leve, metterò i jeans fino all’ultimo dei miei giorni, specialmente quelli elasticizzati che sono tanto comodi e modellano anche un po’ le trippe debordanti.

Sì, perché, dall’ultimo post di moda, ho guadagnato altri chili, in questa escalation che non finisce mai. Ora mi sento molto elefantessa gonfia, balena spiaggiata. Comprare vestiti è ormai un gesto compulsivo, non me li vedo neppure addosso, evito lo specchio come la peste.

Anche perché sono sempre di corsa. “Eh, ma tu non lavori più, quindi non hai niente da fare” mi dicono. Io sospiro e sto zitta. Una casa, un marito, un cane, quattro gatti (anche i felini si moltiplicano come i chili), due nipoti, una mamma anziana, le lezioni di agility dog, la palestra, un blog collettivo e la scrittura. Infatti, niente.

Allora, i jeans. Quest’anno usano carinissimi, con ricami sul fondo o bande laterali, con applicazioni e gli immancabili strappi. Con una scarpa giusta e una camicetta un po’ lunga sarete a posto giorno e sera. Non vi sovraccaricate di monili se i calzoni sono già lavorati, scegliete forme adatte al vostro corpo, vestitevi con una taglia in più, in modo scivolato e morbido, non comprate pantaloni skinny o slim bensì regular.

Ah, ho saputo che il blu sarà il colore dell’inverno e sarà chic abbinarlo al nero che lo illumina e lo raffina. A bientôt.

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Federica De Paolis, "Notturno salentino"

7 Settembre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

 

Notturno salentino

Federica De Paolis

Mondadori, 2018

pp 264

 

 

 

Questo romanzo rispecchia i canoni e il modo di scrivere moderno, la qual cosa non è necessariamente un bene per la sottoscritta. Tuttavia, in questo specifico caso, lo è. Notturno salentino, di Federica De Paolis, è scritto davvero bene, in “forma visiva” estremamente particolareggiata, con descrizioni mai banali di personaggi che a volte rasentano la macchietta  - come nel caso del maresciallo Gravina -  ma in altri casi sono superlative.

La scena è il Salento odierno, una sorta di Little Aristocracy fatta di parvenu milanesi e romani che si sono comprati la masseria fra gli ulivi secolari a ridosso di santa Maria di Leuca, sfruttando la spinta che ha portato sviluppo e turismo in quel luogo un tempo remoto e dimenticato, ora non più.

Abbiamo Livia, una donna molto benestante, in bilico fra giovinezza e maturità, in crisi col compagno Boris, e madre di due figli. Abbiamo due domestiche che si odiano fra loro, l’una polacca e razzista, l’altra nera e tribale, l’una algido sepolcro imbiancato, l’altra sorta di donai dall’utero fertile e dalle movenze feline e sensuali.

La padrona sta nel mezzo, vorrebbe partecipare di tanta carnalità, si abbandona per un momento anche lei alla trasgressione. Mentre il compagno è via, esce con Brando, bellimbusto più vecchio di lei dal fare accattivante; si lascia trasportare dalla seduzione, ci scappano un paio di baci al chiar di luna.

La mattina dopo viene trovato morto nel pozzo della sua villa l’aitante ma volgare e sfacciato Antonio Locandido, un giovane del posto che se la fa con entrambe le domestiche. Di costui, per antipatia mista ad attrazione, Livia aveva rubato, e poi nascosto, il cellulare (e non si capisce bene questo particolare che rilevanza abbia poi nella trama.)

Non possiamo svelare il finale ma le indagini procederanno, nel mentre che Livia scioglierà nodi irrisolti del suo passato, riuscendo altresì a venire a patti col presente, con l’amore congelato del compagno, con la diffidenza della figliastra.

C’è un personaggio di cui nessuno parla e che mi ha colpito per la bellezza e la verità con cui è descritto: il cane Zinzulusa, fiero pastore tedesco, l’unico a piangere davvero il padrone morto, a nobilitarne addirittura la fine con i suoi latrati strazianti. Poi c’è la figura della nera, che personalmente trovo fastidiosa nel suo essere vittima secolare ma anche carnefice, nel suo abbandonarsi all’irrazionalità di pratiche ancestrali.

Abbiamo un tentativo di critica sociale: il muro compatto dei nuovi ricchi che si tengono mano l’un l’altro, pronti a voltar gabbana e nascondere la polvere sotto il tappeto per mantenere apparenze e vecchi segreti. Forse solo la giovane Miriam, figlia di Boris, emblema d'innocenza, riesce a smascherarli.

E ora apro una parentesi che con questo romanzo c’entra fino a un certo punto. Recensendo libri di autori contemporanei, non faccio che leggere nei “ringraziamenti” finali lodi sperticate agli editor. C’è chi addirittura confessa che il proprio stile muta in funzione dell’editor di turno.  Oddio. Ma non è che l’editor sta soppiantando il romanziere? Non è che il libro diventa un collage, un’opera a più mani costruita a tavolino? Per carità, se il risultato è godibile, niente di male, ma dove è finita la genialità dello scrittore?

  

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Palla pallina

19 Agosto 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #musica, #televisione

 

 

Palla pallina su un piede sto

e mille salti con te farò

Il 1968 è un anno fatidico che ha significato molto per tanti: la contestazione studentesca, la liberazione sessuale, i vecchi definiti “matusa”, etc etc. Ma io avevo sette anni, ricordo solo il gioco “palla pallina” lanciato da Rita Pavone. Lo rammentate? Una piccola palla di plastica dura e un lungo cordino terminante in un cappio da infilare alla caviglia. Con un piede la si faceva roteare e con l’altro bisognava saltare la cordicella. Non era poi così facile mantenere il ritmo, ma ci ho provato per giorni e giorni nelle interminabili estati sulla terrazza che dava sui tetti. Canottiera e mutandine, ginocchia sudice e sbucciate, piedi feriti dal cemento dei bagni o da qualche spina di riccio, il tempo si dilatava come in un buco nero, le vacanze duravano dalla metà di giugno fino al primo di ottobre, la noia, sì, la benedetta e santa noia, oggi sconosciuta ai bambini, era capace di farmi giocare da sola i giochi di società, persino la dama, interpretando entrambe le parti senza barare, cercando di vincere contro me stessa. Annoiarsi era un valore, non una mancanza di stimoli. M’induceva a leggere, a trovare risorse in me stessa, a lavorare con la fantasia, a trasformare il niente in tutto, a diventare creativa.

Non pressate di stimoli continui i vostri figli, non giocate tutto il giorno con loro, non sballottateli qua e là come pacchi fra ludoteche, gonfiabili e compleanni, non intromettetevi nei loro trastulli, lasciateli essere bimbi fra bimbi, lasciateli frignare per la noia in una stanza o in un cortile, che gli fa bene!

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Vincenzo Zonno, "Caterina"

18 Agosto 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni

 

 

 

 

Caterina

Vincenzo Zonno

Watson edizioni, 2018

pp. 147

14,00

 

Caterina, di Vincenzo Zonno, è un romanzo scritto benissimo, con un linguaggio davvero letterario, ma risulta, almeno per la sottoscritta, di difficile comprensione. Storia onirica e surreale, in cui non si capisce dove finisce la realtà e dove comincia il sogno, anzi, l’incubo horror che richiama alla mente atmosfere gotiche alla Edgar Allan Poe. Ed Edgar è, guarda caso, anche il nome di uno dei protagonisti, mentre di Poe è, appunto, un libro citato nel testo.

Caterina è una ragazzina orfana, che vive col patrigno, il Bulgaro, terribile figuro il quale, s’intuisce, le ha usato violenza in passato. La madre è morta in circostanze misteriose. Caterina passa i suoi giorni e le sue notti nel circo del patrigno, in mezzo a persone grottesche, anaffettive e dispettose, in una parola, cattive fra loro e soprattutto con lei che è, apparentemente, debole e inerme. Ognuna di queste maschere rappresenta il vizio e il peccato: lascivia, invidia, tradimento, sadismo.

Ma ci sarà una nemesi, incarnata in due figure emerse dal passato, due gemellini misteriosi e inquietanti, e anche nella stessa Cat. L’ecatombe finale è una vendetta catartica, muoiono anche i personaggi positivi perché “non si sa mai cosa c’è dietro le persone”, perché le speranze sono nulle e il genere umano è di per sé malvagio, perché solo gli animali sono innocenti: i barboncini, i molossi, il leopardo che ricorda la splendida lince di Non è un vento amico, il precedente romanzo di Zonno.

C’è uno stacco, forse stridente, fra ciò che accade nel circo, la parte migliore e più matura del romanzo, e la misteriosa casa nella foresta, topos di tanti romanzi e film dell’orrore, ma anche di molte fiabe, dove si aggira un gigante buono, dall’aspetto vagamente da pastore.

Più che capire il romanzo, confesso che mi sono lasciata andare alle libere associazioni mentali e ne è venuto fuori un parallelismo con Il cigno nero, un film del 2010, di Darren Arofnosky - dove una ragazza sessualmente repressa (interpretata da Natalie Portman), lasciando emergere la sua parte oscura, è artefice inconsapevole del proprio male - e anche certe splendide atmosfere circensi, felliniane ma non solo, dove le figure sono bizzarre e orrorifiche, dove i sorrisi sono ghigni malefici come la faccia di Pennywise, il pagliaccio di King.

Non c’è redenzione e non c’è perdono nel romanzo, l’innocenza del cigno bianco si trasforma nell’orrore del cigno nero. Una sorta di pacificazione si ha solo dopo la morte. Il peccato è vasto, diramato, il male esiste e non dà scampo. Per sconfiggerlo ci vuole un male più grande, un male talmente puro da essere innocente, da trasformarsi in strumento di giustizia divina.

Lo stile, a parte qualche lieve, incomprensibile, sbavatura, è meraviglioso, c’è un enorme sviluppo tecnico, immaginifico e poetico, dal primo romanzo di Zonno a questo. Come avevo già detto, un autore dalle incalcolabili possibilità.

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Gli incontentabili hanno il passo pesante

17 Agosto 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #televisione

 

 

Vi ricordate la terribile famiglia degli “incontentabili” che in ogni negozio non trovava mai niente di abbastanza buono da comprare, dopo aver messo a soqquadro ogni cosa e ridotto all’isteria il malcapitato commesso? “Gli incontentabili hanno il passo pesante” era un tormentone che avevamo adottato anche noi in famiglia.

Uno spot della ignis degli anni settanta, un padre che incute soggezione - il compianto Giampiero Albertini, attore di tanti sceneggiati famosi e doppiatore del tenente Colombo - una madre che non perde un pelo,  figli modello, fratello e sorella, ingessati e perfettini come due Derossi. Tutti e quattro, più che camminare, marciano, col loro passo, appunto, “pesante”, indice di determinazione e autorevolezza, mentre incutono paura a ogni addetto alle vendite, finché non trovano una lavatrice degna di essere acquistata senza nemmeno pensarci su.

Come appaiono lontani dal nostro attuale modo di essere quegli ingenui sketch che allora parevano moderni e rivoluzionari! Quanta nostalgia, per tutto, anche per le cose più insignificanti e brutte, come la crepa sull’asfalto, il pratino sterrato e la panchina con i cuori e  le iniziali. El magùn, direbbe Albertone.

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