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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poesia

Madri di guerra

23 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #poesia, #il mondo intorno a noi

 

 

 

 

Contateli

Contateli i vostri figli

O madri dolenti!

Guardate i vostri figli morti

Immobili e freddi

Allineati uno dopo l’altro

Come i grani del rosario

Che stringete fra le mani.

Cosa rimane

Dei vostri e dei loro sogni!

Labbra mute che vorrebbero gridare

Ancora canzoni d’amore.

Occhi chiusi su un passato

Troppo breve per essere ricordato.

Oh! Madri dolorose

Guardate quelle mani inermi

Senza più spade o rami d’olivo

O sogni, o lacrime, o attimi di vita

Che vorrebbero inseguire

In un cielo oscuro e lontano

Troppo lontano per le vostre preghiere.

 

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Il vento d'inverno

14 Aprile 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #poesia

 

 

 

 

 

Specie quando

Il vento d’inverno

Mi trafigge i capelli

Cammino sulla riva del mare.

Odo il richiamo del gabbiano

Il fremito delle vele

Sul taciturno molo.

Qui

Ritrovo chiari mattini

E suoni e aspri odori

Non dimenticati e reti.

Grovigli inestricabili

Che mani antiche

Annodano e riannodano.

Specie quando

La solitudine diventa

Un’ombra sottile e lunga

E fredda nel crepuscolo.

Quando

Gli sfaccendati granchi

E il vento

E l’onda monotona del mare

Osservano il mio passo

Affondare nella sabbia

Senza lasciare tracce

Dalle navate oscure e contorte

Di conchiglie abbandonate

Sale un lamento.

Un suono d’organo struggente

Che mi possiede

Percuote la mia anima

Fino a spezzare il cerchio

Di una tristezza antica

Che mi sovrasta come una tempesta

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A volte ritornano

1 Marzo 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #come eravamo, #poesia, #storia

 

 

 

 

 

A volte ritornano…  sì, ritornano in mente le vecchie poesie che, bambina, m’inorgoglivo di sapere tanto bene a memoria. La leggenda di Teodorico, di Giosuè Carducci, è una di queste.

Teodorico, re degli Ostrogoti ai tempi dell’Impero Romano d’Oriente, fu mandato in Italia dall’Imperatore, dopo avere  sconfitti gli Eruli ed il loro re, Odoacre. Viveva nel castello di Verona.

Teodorico mise in carcere e fece uccidere il suo consigliere Severino Boezio, dopo  una lunga disputa religiosa. Ma, a sentire Carducci,  la giustizia divina non si fece attendere.

 

 

Su 'l castello di Verona

Batte il sole a mezzogiorno,

Da la Chiusa al pian rintrona

Solitario un suon di corno,

Mormorando per l'aprico

Verde il grande Adige va;

Ed il re Teodorico

Vecchio e triste al bagno sta.

Pensa il dí che a Tulna ei venne

Di Crimilde nel conspetto

E il cozzar di mille antenne

Ne la sala del banchetto,

Quando il ferro d'Ildebrando

Su la donna si calò

E dal funere nefando

Egli solo ritornò.

Guarda il sole sfolgorante

E il chiaro Adige che corre,

Guarda un falco roteante

Sovra i merli de la torre;

Guarda i monti da cui scese

La sua forte gioventú,

Ed il bel verde paese

Che da lui conquiso fu.

Il gridar d'un damigello

Risonò fuor de la chiostra:

— Sire, un cervo mai sí bello

Non si vide a l'età nostra.

Egli ha i pié d'acciaro a smalto,

Ha le corna tutte d'òr.

— Fuor de l'acque diede un salto

Il vegliardo cacciator.

— I miei cani, il mio morello,

Il mio spiedo — egli chiedea;

E il lenzuol quasi un mantello

A le membra si avvolgea.

I donzelli ivano. In tanto

Il bel cervo disparí,

E d'un tratto al re da canto

Un corsier nero nitrí.

Nero come un corbo vecchio,

E ne gli occhi avea carboni.

Era pronto l'apparecchio,

Ed il re balzò in arcioni.

Ma i suoi veltri ebber timore

E si misero a guair,

E guardarono il signore

E no 'l vollero seguir.

In quel mezzo il caval nero

Spiccò via come uno strale

E lontan d'ogni sentiero

Ora scende e ora sale:

Via e via e via e via,

Valli e monti esso varcò.

Il re scendere vorría,

Ma staccar non se ne può.

Il più vecchio ed il più fido

Lo seguía de' suoi scudieri,

E mettea d'angoscia un grido

Per gl'incogniti sentieri:

— O gentil re de gli Amali,

Ti seguii ne' tuoi be' dí,

Ti seguii tra lance e strali,

Ma non corsi mai cosí.

Teodorico di Verona,

Dove vai tanto di fretta?

Tornerem, sacra corona,

A la casa che ci aspetta? —

— Mala bestia è questa mia,

Mal cavallo mi toccò:

Sol la Vergine Maria

Sa quand'io ritornerò. —

Altre cure su nel cielo

Ha la Vergine Maria:

Sotto il grande azzurro velo

Ella i martiri covría,

Ella i martiri accoglieva

De la patria e de la fé;

E terribile scendeva

Dio su 'l capo al goto re.

Via e via su balzi e grotte

Va il cavallo al fren ribelle:

Ei s'immerge ne la notte,

Ei s'aderge in vèr' le stelle.

Ecco, il dorso d'Appennino

Fra le tenebre scompar,

E nel pallido mattino

Mugghia a basso il tosco mar.

Ecco Lipari, la reggia

Di Vulcano ardua che fuma

E tra i bòmbiti lampeggia

De l'ardor che la consuma:

Quivi giunto il caval nero

Contro il ciel forte springò

Annitrendo; e il cavaliero

Nel cratere inabissò.

Ma dal calabro confine

Che mai sorge in vetta al monte?

Non è il sole, è un bianco crine;

Non è il sole, è un'ampia fronte

Sanguinosa, in un sorriso

Di martirio e di splendor:

Di Boezio è il santo viso,

Del romano senator.

                                               G. Carducci, da Rime Nuove

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Siate buoni, o figli

13 Gennaio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #come eravamo, #animali

 

 

 

 

Per continuare la serie delle poesie che ci facevano imparare a memoria  - e questa è bella lunga, non so come farei adesso a recitarla a mente – ce n’è una che prediligevo e ancora oggi mi fa salire le lacrime agli occhi: Il rospo di Giovanni Pascoli.

Qui il “fanciullino” non è buono, tutt’altro, qui è semmai l’immagine della malvagità inconsapevole, quasi innocente nella sua implacabilità. A esser buono è il “mostro”, il rospo brutto, e per ciò stesso “cattivo”. Lui è l’unico ad aver l’animo tenero e sensibile, capace di vedere la bellezza della natura. Se ne sta per i fatti suoi, mentre i fanciulli, belli e amati, imperversano sul suo corpo sgraziato. Ad aver pietà di lui non è un uomo, non è una donna, ma un povero asino vecchio e  macilento, vittima a sua volta di percosse e brutalità.

 

 

Era un tramonto dopo il temporale.

C'era a ponente un cumulo di cirri

color di rosa. Presso la rotaia

d'un'erbosa viottola, sull'orlo

d'una pozza, era un rospo. Egli guardava

il cielo intenerito dalla pioggia;

e le foglie degli alberi bagnate

parean tinte di porpora, e le pozze

annugolate come madreperla.

Nel dì che si velava, anche il fringuello

velava il canto, e, dopo il bombar lungo

del giorno nero, pace era nel cielo

e nella terra.

 

Un uomo che passava

vide la schifa bestia; e con un forte

brivido la calcò col suo calcagno...

Venne una donna con un fiore al busto,

ed in un occhio le cacciò l'ombrella...

Quattro ragazzi vennero sereni,

allegri, biondi: ognuno avea sua madre,

a scuola andava ognuno. - Ah! la bestiaccia!

dissero. Il rospo andava saltelloni

per la scabra viottola cercando

la notte e l'ombra. Ed ecco i quattro bimbi

con una brocca a pungerlo, a picchiarlo,

a straziarlo. Sotto i colpi il rospo

schiumava, e i bimbi: - Come è mai cattivo! 

L'occhio strappato ed una zampa cionca,

cincischiato, slogato, insanguinato,

non era morto; e gli voleano i bimbi

gettare un laccio, ma scivolò via

arrancando. Incontrò la carreggiata,

vi si annicchiò fra l'erba verde e il fango.

Ed i fanciulli in estasi e in furore

s'erano certo divertiti un mondo.

Guarda, Piero! Di’, Carlo! Ugo, dà retta!

prendiamo, per finirlo, ora un pietrone.

E, rossi in viso, empivano di strilli

la dolce sera. Intanto uno rinvenne

con una grossa lastra: - Ecco trovato!

A stento la reggea con le due mani

piccole, e s'aiutava coi ginocchi.

 Ecco! - E ristette sopra il rospo, e gli altri

a bocca aperta, senza batter ciglio,

stavano intorno con la gioia in cuore.

E quello alzò la lastra. Uno... due...

 

 

Quando

videro un carro che venia tirato,

là, da un asino vecchio, zoppo, stanco,

con gli ossi fuori e con la pelle rotta.

Il barroccio veniva cigolando

nei solchi delle ruote, trascinato

dalla povera bestia. Essa il barroccio

tirava, e avea due cestoni indosso.

La stalla, dopo un giorno di fatica,

era ancor lungi; il barrocciaio urlava,

e segnava ciascun: - «Arrì »- d'un colpo.

Il solco delle rote era profondo,

pieno di melma, e così stretto e duro

ch'ogni giro di rota era uno strappo.

L'asino s'avanzava, rantolando

tra una nuvola d'urla e di percosse.

La strada era in pendio: tutto il gran carro

pesava sopra il ciuco e lo spingeva.

Ed i fanciulli videro, e, gridando

al lor compagno: - Fermo con la pietra!

dissero: - il carro passerà sul rospo;

c'è più gusto così.

 

Dunque, in attesa,

sgranavano gli allegri occhi i fanciulli.

Ecco, scendendo per la carreggiata,

dove il mostro attendea d'esser infranto,

l'asino vide il rospo: e triste, curvo

sovra un più tristo, stracco, rotto, morto,

sembrò fiutarlo con la testa bassa.

Il forzato, il dannato, il torturato,

oh! fece grazia! Le sue forze spente

raccolse, e irrigidendo aspre le corde

sugli spellati muscoli, ed alzando

il grave basto, e resistendo ai colpi

del barrocciaio, trasse con un secco

scricchiolio, fuori, e deviò la ruota,

lasciando vivo dietro lui quel gramo.

Poi riprese la via sotto il randello.

Allor nel cielo azzurro, dove un astro

già pullulava, intesero i fanciulli

Uno che disse: - Siate buoni, o figli.

 

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Sul ponte sventola bandiera bianca

9 Gennaio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia, #come eravamo

 

 

 

 

 

Fra le poesie che ci facevano imparare a memoria alle elementari negli anni sessanta, una di quelle che più mi è rimasta impressa è L’ultima ora di Venezia di Arnaldo Fusinato (1817 – 1888). Amico di Prati ed Aleardi, l’autore fu poeta patriottico contro l’oppressione austriaca. Nel marzo del 1848 insorsero le città del Lombardo Veneto, costringendo alla ritirata le guarnigioni austriache. Nel 49 anche Venezia insorse e fu proclamata la Repubblica di San Marco, dove Fusinato prestò servizio come tenente. Anche qui, nonostante la  difesa guidata da Daniele Manin, dopo quasi un anno la città si dovette arrendere alle forze austriache. Nella poesia L'ultima ora di Venezia si può leggere tutto lo sconforto provato da Fusinato in quei momenti, che il mio cuore di bimba romantica, imbevuta - per retaggio familiare - di ideali patriottici, riusciva a sentire nel profondo.

 

È fosco l'aere,

il cielo è muto;

ed io sul tacito

veron seduto,

in solitaria

malinconia

ti guardo e lagrimo,

Venezia mia!

 

Fra i rotti nugoli

dell'occidente

il raggio perdesi

del sol morente,

e mesto sibila

per l'aria bruna

l'ultimo gemito

della laguna.

 

Passa una gondola

della città:

- Ehi, della gondola,

qual novità? -

- Il morbo infuria

il pan ci manca,

sul ponte sventola

bandiera bianca! -

 

No, no, non splendere

su tanti guai,

sole d'Italia,

non splender mai!

E su la veneta

spenta fortuna

si eterni il gemito

della laguna.

 

Venezia! L'ultima

ora è venuta;

illustre martire,

tu sei perduta...

Il morbo infuria,

il pan ti manca,

sul ponte sventola

bandiera bianca!

 

Ma non le ignivome

palle roventi,

né i mille fulmini

su te stridenti,

troncaro ai liberi

tuoi dì lo stame...

Viva Venezia!

muore di fame!

 

Su le tue pagine

scolpisci, o storia,

l'altrui nequizie

e la sua gloria,

e grida ai posteri:

- Tre volte infame

chi vuol Venezia

morta di fame! -

 

Viva Venezia!

L'ira nemica

la sua risuscita

virtude antica;

ma il morbo infuria,

ma il pan ci manca...

sul ponte sventola

bandiera bianca!

 

Ed ora infrangasi

qui su la pietra,

finché è ancor libera

questa mia cetra.

A te, Venezia,

l'ultimo canto,

l'ultimo bacio,

l'ultimo pianto!

 

Ramingo ed esule

in suol straniero,

vivrai, Venezia,

nel mio pensiero;

vivrai nel tempio

qui del mio core

come l'immagine

del primo amore.

 

Ma il vento sibila

ma l'ombra è scura,

ma tutta in tenebre

è la natura:

le corde stridono,

la voce manca...

sul ponte sventola

bandiera bianca!

 

Franco Battiato ha ripreso il ritornello nella canzone Bandiera bianca.

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TV

22 Dicembre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #poesia, #unasettimanamagica

 

 

 

 

 

 

I
Gli occhi
come i piatti di una bilancia
che ha per sostegno
un sentimento a ritroso:
mezzo chilo d’amore
e mezzo chilo d’odio
tengono i piatti in equilibrio.
Risultato?
Uomo da niente,
uomo di niente.

 

II
Sentimenti di Natale
rabboniscono il televisore.
E adesso
il tuo cuore
è un ornamento
che sai appendere
al rametto stilizzato

di un sogno narcotico,
di un sorriso plagiato.

 

Terzo comandamento: ricordati
di santificare il televisore.

 

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Malinconia di Natale e dies natalis

16 Dicembre 2017 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia, #unasettimanamagica

 

 

 

 

 

Malinconia di Natale

 

Un alito di speranza

Una lingua di fumo del focolare

una spina di malinconia

un sussulto nel cuore

le mamme sole

tra i pianti di non graditi balocchi

ché in quelli non avuti

vive il desiderio

e il pungente profumo di  visi

sbarbati e gelidi al calore

di tenera pudica carezza

in attesa di puntuali mense da re.

A sera un filo di strada alla grotta

e lacrime ghiacce di solitudine

deposte sul giaciglio a ghirlanda

del capo del divino bambino

incoronato di spine in un futuro

nemmeno troppo lontano.

 

 

 

 

Dies natalis

 

Quando nasce la Vita come a Betlemme

palpita d’immenso il cuore

 stupefatto di nuvole rosa

e di germogli di pesco

di luci di stelle e mormorio di vento.

Cadono d’un tratto le paure

e le angosce del limite estremo

e come pane di lievito il cuore si slarga

l’animo empie le gote di spirito sacro

e profumo di viole conduce alla stalla

a rimirare il miracolo antico che nuove

sparge speranze e virtù e ogni volta

il male purifica in bene a chi

a guisa di umile servo accoglie

del regale Bambino il segno del Tempo

nei fuggevoli tempi dell’uomo

nei giorni precari di vite consunte

in animi sordi alla buona novella.

L’Infinito è in un attimo

al santo vagìto ci guida

la stella cometa

da lontano nell’aria

suoni di ciaramelle.

 

 

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Fratello sole, sorella luna

20 Novembre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #poesia

 

 

 

 

Nell’Italia dei Comuni nacque un altro grande uomo, che parlava di pace quando tutti parlavano di lotte e di sangue, e che amò la povertà in un tempo in cui tutti cercavano di arricchire: San Francesco d’Assisi.

Francesco si staccò dalla regola benedettina e fondò uno dei due grandi ordini mendicanti, quello francescano, appunto. L’altro, il domenicano, fu fondato da San Domenico Guzman per combattere l’eresia, in particolare quella catara. A questi due ordini si devono i due massimi intellettuali religiosi dell’epoca  - ma tutto in quei secoli era intriso di religione e di fede: il domenicano San Tommaso d’Aquino e il francescano San Bonaventura da Bagnoregio.

Francesco amò le belle opere di Dio e della natura: l’acqua, il fuoco, la luna, le stelle, il vento, le nuvole, il cielo, la terra e l’erba. Amò, soprattutto, anche gli animali, che considerava fratelli, in senso non completamente antropocentrico. Famosa la leggenda legata al lupo che terrorizzava la città di Gubbio. Si narra che Francesco riuscì a domarlo con la dolcezza e le parole.

E poi il detto lupo vivette due anni in Agobbio; ed entravasi domesticamente per le case a uscio a uscio, senza fare male a persona e senza esserne fatto a lui; e fu nutricato cortesemente dalle genti; e andandosi così per la terra e per le case, giammai niun cane gli abbaiava dietro. (Fioretti, cap. XXI).

I Fioretti sono stati scritti dopo la morte di Francesco e fanno parte di una nutrita letteratura francescana sviluppatasi dopo la sua scomparsa.

Francesco Bernardone nacque ad Assisi nel 1182. Figlio di un ricco mercante, era vestito di stoffe pregiate ma se ne spogliò per indossare una tunica ruvida, abitava in una bella casa e scelse come alloggio una grotta, abbandonò gli amici ricchi per vivere fra i poveri, per condividere le loro sofferenze. Ebbe una giovinezza godereccia e tumultuosa, studiò latino e francese. Nel 1206 conobbe una profonda crisi, a seguito della quale fondò l’ordine dei frati minori che, come tutti i movimenti pauperistici, fu guardato con sospetto dalla Chiesa, all’interno della quale riuscì, tuttavia, a ri-convogliare le istanze evangeliche ed ereticali, rafforzandone così il prestigio. Un po’ quello che è chiamato a fare oggi l’omonimo papa argentino, eletto proprio in un momento in cui gli scandali stavano affossando la reputazione della chiesa e c’era bisogno di rinnovamento.

Francesco d’Assisi si recò in Egitto nel tentativo di convertire il sultano e, non riuscendovi, si ritirò sul monte della Verna, amareggiato dalle contese che cominciavano a  dilaniare l’ordine. Ricevette le stimmate nel 1224 e nel 1226 morì alla Porziuncola.

Scrisse opere in latino, mentre in volgare compose il famoso Cantico delle creature, o Cantico di frate sole, sul modello dei salmi di Davide. Il Cantico è il testo poetico più antico della letteratura italiana di cui si conosca l’autore, originariamente accompagnato da una musica andata persa. I precedenti culturali sono quelli del pensiero mistico per cui Dio è misterioso e ignoto e si fa conoscere solo attraverso la bellezza del creato. Se molti altri, come Jacopone da Todi,  hanno cantato il disprezzo del mondo, Francesco ne ha esaltato, invece, la perfezione.

Data la dissonanza di tono fra l’inizio e la fine, si pensa che il Cantico sia stato composto in due tempi, con l’ultima parte scritta all’avvicinarsi della morte del santo. Sarà solo in ambito romantico che questo testo verrà rivalutato in senso poetico e non solo storico. Il pubblico cui si rivolge è quello umile delle folle dei credenti, quello stesso che imparava le storie della Bibbia e dei santi dagli affreschi di Giotto nelle basiliche.

 

Altissimu, onnipotente, bon Signore,

tue so’ le laude, la gloria e l’honore et onne benedictione.

Ad te solo, Altissimo, se konfano,

et nullu homo ène dignu te mentovare.

Laudato sie, mi’ Signore, cum tucte le tue creature,

spetialmente messor lo frate sole,

lo qual è iorno, et allumini noi per lui.

Et ellu è bellu e radiante cum grande splendore:

de te, Altissimo, porta significatione.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora luna e le stelle:

in celu l’ài formate clarite et pretiose et belle.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate vento

et per aere et nubilo et sereno et onne tempo,

per lo quale a le tue creature dài sustentamento.

Laudato si’, mi’ Signore, per sor’aqua,

la quale è multo utile et humile et pretiosa et casta.

Laudato si’, mi’ Signore, per frate focu,

per lo quale ennallumini la nocte:

ed ello è bello et iocundo et robustoso et forte.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra matre terra,

la quale ne sustenta et governa,

et produce diversi fructi con coloriti flori et herba.

Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo tuo amore

et sostengo infirmitate et tribulatione.

Beati quelli ke ‘l sosterrano in pace,

ka da te, Altissimo, sirano incoronati.

Laudato si’, mi’ Signore, per sora nostra morte corporale,

da la quale nullu homo vivente pò skappare:

guai a·cquelli ke morrano ne le peccata mortali;

beati quelli ke trovarà ne le tue sanctissime voluntati,

ka la morte secunda no ‘l farrà male.

Laudate e benedicete mi’ Signore et rengratiate

e serviateli cum grande humilitate.

.

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Il cor gentil

24 Ottobre 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #personaggi da conoscere, #poesia

 

 

 

Cacciato dal Comune di Firenze in seguito alle lotte tra diversi gruppi cittadini, Dante non tornò più nella sua città. Durante l’esilio scrisse un libro, nel quale racconta un viaggio meraviglioso, fatto con la fantasia: la Divina Commedia. Dante attraversa l’Inferno, il Purgatorio, il Paradiso, dove sono punite le anime dei malvagi e sono premiate quelle dei buoni. Accanto ai santi e ai dannati, agli angeli e ai diavoli, Dante parla sempre della sua Fiorenza, con le cento torri merlate, che egli ama più di qualsiasi altra cosa e che ha dovuto abbandonare. Anche nella Divina Commedia, come nelle opere di Giotto, troviamo la descrizione del modo di vivere degli uomini medievali e dei loro sentimenti che, alla fine, sono anche i nostri.

A nove anni Dante conosce Beatrice (Bice) Portinari, la rivede poi a diciotto anni, prima che vada sposa a Simone de Bardi. Lei muore prematuramente e Dante la piange tutta la vita, nonostante si sia fatto una famiglia, sposando Gemma Donati, dalla quale avrà quattro figli. Il ricordo di Beatrice è racchiuso ne la Vita Nova, e nel Paradiso si trasforma in simbolo, in guida spirituale. Lei è l’esempio dell’amor cortese, l’amore clandestino dei trovatori, ma anche la donna angelicata dello stilnovismo, in un contesto più intellettuale. La figura femminile evolve verso la una "donna-angelo", intermediaria tra l'uomo e Dio, capace di sublimare il desiderio maschile, purché l'uomo dimostri di possedere un cuore gentile e puro, cioè nobile d'animo; amore e cuore gentile finiscono così con l'identificarsi totalmente.

 

Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia, quand'ella altrui saluta,

ch'ogne lingua devèn, tremando, muta,

e li occhi no l'ardiscon di guardare.

Ella si va, sentendosi laudare,

benignamente d'umiltà vestuta,

e par che sia una cosa venuta

da cielo in terra a miracol mostrare.

Mostrasi sì piacente a chi la mira

che dà per li occhi una dolcezza al core,

che 'ntender no la può chi no la prova;

e par che de la sua labbia si mova

un spirito soave pien d'amore,

che va dicendo a l'anima: Sospira

 

E al “cor gentil” “ratto si apprende amor” anche in Paolo e Francesca, nel celeberrimo Canto V de L’Inferno, quando i due, galeotto fu un libro, si abbandonano alla passione. L’amore può esplodere solo nei cuori predisposti perché sensibili e nobili, sia dell’uomo che della donna.

 

Amor, ch'al cor gentil ratto s'apprende,

prese costui de la bella persona

che mi fu tolta; e 'l modo ancor m'offende. 

Amor, ch’a nullo amato amar perdona,

mi prese del costui piacer sì forte,

che, come vedi, ancor non m’abbandona. 

Amor condusse noi ad una morte.

 

Una curiosità: a far rivivere l’Alighieri ha contribuito, nel 1946, Il romanzo di Dante, di Luigi Ugolini (1891 –  1980) nato anche lui a Firenze. Egli collaborò a alla rivista Nuova Antologia, insieme a Giovanni Papini, e divenne nonno della romanziera Wanna Bontà.

 

 

 

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Verande d'azzurro

19 Ottobre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #poesia

 

 

 

Verande d’azzurro

 

 

 

I

 

Un laghetto di fumo nel cuore… Processioni di frasi lasciano calzature d’intelligenza

prima di entrare nella moschea delle bocche.

 

 

 

II

 

I profumi sorridono tra le maschere di foglie. E lettere serpentine

indossano pastrani di luce.

 

 

 

III

 

Un gregge di bagliori

alle pendici dei versi

nasconde l’Ulisse della mia ispirazione…

 

Canicola di gioia, tanfo d’allegria

negli sguardi ciclopici del solo occhio giornaliero. Spranghe di felicità

negli acuti del sole

e, fra verande d’azzurro, spaventapasseri di poesia…

 

 

 

IV

 

Tachicardia di vento nei vestiti: il vento, cuore del cielo…

Le nuvole sembrano covoni di luce, capanne di fieno

intorno al pagliaio del sole. Nel raspo degli alberi

festoni d’aria, e gli occhi sono brandelli di nostalgia tra festuche di tempo allegro.

Stelle filanti d’erba, pendii agitati fra la bonaccia della pianura…

 

 

 

V

 

Terra diroccata e baracche di collina. Villaggi di sole.

 

Dal lievito nullo di rocce azzime,

paesini salgono

pioli di luce.

 

 

Poeti

 

 

Noi che visitiamo carmi di sole

brindiamo con versi e parole.

 

Scriviamo sorrisi

e sentimenti in codice;

 

insonni di vita

 

andiamo sposi

 

ai nostri occhi.

 

 

 

Se la tua voce

 

 

Se la tua voce desidera cullarsi

nel mio cuore,

troverò i sorrisi

con la mano di un giocoliere

e i miei minuti saranno il volto di acrobazie

che, da una mano all’altra,

volano fra una mano e l’altra.

 

 

 

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