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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poesia

Il Gran Sasso

12 Dicembre 2018 , Scritto da Nando Con tag #nando, #poesia, #luoghi da conoscere

 

 

 

 

Una volta dalla mia terra sono scappato

ora ci riandrei a piedi

con le ginocchia acciaccate

per farmi una mangiata

con gli amici quelli veri

che ti chiedono come stai

non chi sei diventato

magari con un tressette dentro

a un'osteria

schioccando le carte sul tavolino

tutto accompagnato da un po' di vino

Napoli a spade mi piacerebbe strillare ma

è un sogno non succederà

ho girato tutta l'Italia e son contento

ma la mancanza del Gran Sasso sempre la sento

ora un pensiero fisso mi accompagna

di finire il mio tempo sotto la montagna

 

 

Na vodd da la terra mi, so scappat,

Mo ci 'ariess pur a pet

ch li giunucchi scunucchiat,

pe fammm na magnat

ch li amici mi, ma chill ver,

ch ta' duman com sti

no chi i diventat.

Magar ch nu tresset dentr

a na cantin

schiucchien la cart su lu tavulin,

tutt  accumpagnat da nu po di ' vin.

Napoli a Spad, mi piacess strilla' ma

è nu sogn, non succederà.

So girat tutta l'Italia e so cuntent,

ma la mancanz de lu Gran Sasso sempre la sent.

Mo nu pensier fiss m'accumagn di fini' lu temp mi sott a la muntagn.

 

(Nando)

 

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Il bambino e il selfie

3 Dicembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #le suggestioni di franca, #poesia

 

 

 

“Narciso si sporgeva sull'acqua per meglio contemplarsi...” inventando l'idea dell'autoritratto.

Autoritratti di grandi pittori, seguirono autoritratti in fotografia, sono tecniche vecchie quanto il mondo. L'uomo ha necessità da sempre di mettere a nudo la propria personalità attraverso questa forma di “auto presentazione”.

Il selfie moderno, figlio della tecnologia, è la deriva di questa pratica. Uno sguardo attento rivela molto di una persona attraverso una semplice immagine di se stessa da dare in pasto ai social. Un selfie dice tanto di noi anche se spesso non ne siamo consapevoli, per esempio questo bambino dotato di una fantasia meravigliosa, a mio avviso, rivela grandi potenzialità per il suo futuro. A lui dedico questo breve e faceto componimento (che fa il verso a Gianni Rodari e me ne scuso)

 

Poesiola che viene e che va

del piccino che soldi non ha

Il bimbo al mare scorda la rabbia

e fa le foto con la sabbia,

la bimba ai monti fa foto alle cime

e sicuro non si deprime

E chi cellulare non ne ha?

Solo, solo foto non fa:

si siede sul marciapiede,

e il passante distratto non lo vede,

ma il piccolo inventa i suoi scatti più carini

in compagnia dei fratellini.

Lui sa volare con la fantasia

e scatta la foto più dolce che ci sia

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Ho voglia di mare

21 Novembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

 

 

 

 

Ho voglia di mare

delle sua onda continua spezzata e respinta dal rigido scoglio

della sabbia bagnata che scompare e riappare fra i flutti

il rumore rabbioso di  un moto perpetuo di vita e di morte.

È un abbandono latente, un ritorno, una carezza continua

che inquieta  pensando al futuro incerto e caduco.

Ho voglia di mare

sono pronta coi  pugni contro la vita che continua a sfidarmi

farò fronte all'inverno col ricordo del sole negli occhi

nella lotta si arrendono i deboli, chi è forte trionfa

Ti aspetto un giorno, ovunque sarà, come l'onda

in un solo attimo prende e regala l' eternità.

 

 

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Le suggestioni di Franca: Dino Campana

7 Novembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #le suggestioni di franca, #poesia

 

 

 

 

Siamo compassati o frettolosi, impassibili o distratti, nulla ci ferma, nulla ci dà quel leggero turbamento da farci fremere. Che fine ha fatto l'emozione? L'emozione non è un codice genetico, non passa di padre in figlio come il colore degli occhi, non si insegna, è di pancia come l'amore. Credo però si possa trasmettere come d'inverno l'influenza, basta uno starnuto e li contagi tutti. Per esempio quando ti chiamano di notte per leggerti una poesia e tu, silenzio, solo il battito del cuore, conta di più il tremolio della voce che non le parole, e gli occhi ti si fanno lucidi, o come quando davanti a un quadro ti fermi impalata, mille sensazioni ti attraversano, ti scuotono  e non riesci a dire altro che “bello”.

Ricordo quella volta in cui, da ragazza, sotto le due torri, era il primo anniversario della strage alla stazione di Bologna, andai a sentire Carmelo Bene che leggeva l'Inferno di Dante, fu un interprete favoloso che stravolgeva, reinterpretava e l'essenza cruciale dell'opera ti colpiva tagliente come un coltello e, calda come la lava di un vulcano, inondava l'anima. “Il folle Ulisse” franava dal palco, entrava nella mia piccola mente rapita, la forgiava, mi ricostruiva, e mi estasiavano Paolo e Francesca in amore, mi uccideva a morsi lo strazio del conte Ugolino. Andai a cercarlo ancora in qualche piazza dove dava spettacolo sperando nella stessa emozione e me ne regalò altre, me ne regalò ogni volta di più: “Nessuno è più generoso di chi distrugge se stesso”.

C'è nostalgia e nostalgia, non sempre è negativa, io ho nostalgia di quelle vibrazioni che mi scuotevano il cuore. O ero soltanto più giovane e felice? Può darsi, ma stasera, un calice di vino, la luce soffusa e un vinile di Bene che recita i versi di Dino Campana e vorrei farvi ascoltare la mia emozione, è contagiosa:

 

La morte magra e seria ha nella voce

Un’armonia che pure io gusto tutta

Ma il mondo grasso l’ha scomunicata

E la disprezza

I ricchi son potenti al giorno d’oggi

Fanno le leggi e decretan la fame

Ai poveretti che cercan nel mondo

Un ideale

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Il laboratorio creativo della Casa della Poesia di Como

31 Ottobre 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi, #fotografia, #musica, #vignette e illustrazioni, #poesia

 

 

 

 

 

La Casa della Poesia di Como è lieta di presentare il nuovo progetto delle Api dell’Invisibile: un ciclo di otto incontri pensati dai giovani e per i giovani, con lo scopo di condividere le proprie forme d’arte, di creare sul posto e di fare dell’arte uno strumento in grado di agire attivamente nel mondo.

 

Non lezioni frontali, ma riunioni di giovani e per i giovani: un vero e proprio laboratorio creativo. Gli incontri, distribuiti con cadenza mensile, a partire da sabato 17 novembre, sono pensati per ragazze e ragazzi tra i 15 e 30 anni, che abbiano la passione della scrittura poetica o in prosa, del disegno, della pittura, della musica o della fotografia.

 

Tanti i temi e tante le ispirazioni; portate la vostra penna, i vostri pennelli e i vostri strumenti, ma soprattutto portate la vostra testa: facciamo arte insieme!

 

Vi aspettiamo in tanti (tantissimi!) all’inaugurazione di questo nostro progetto, il 10 novembre 2018, alle ore 17, al Chiostrino Artificio (Piazzolo Terragni 4, 22100 Como) in sintonia con la mostra Di fronda in fronda dell’artista Gunza, le cui produzioni artistiche saranno affiancate da haiku e poesie.


 

17 NOVEMBRE 2018, sabato ore 17.00-19.00

Io oltre lo specchio

15 DICEMBRE 2018, sabato ore 17.00-19.00

Stanze di vita quotidiana

19 GENNAIO 2019, sabato ore 17.00-19.00

Cospiratori e poeti: poesia che fa politica

16 FEBBRAIO 2019, sabato ore 17.00-19.00

“Ti amo ma non te lo so dire” cit. Anonimo

16 MARZO 2019, sabato ore 17.00-19.00

Siamo tutti barbari: io e l’altro

 

20 APRILE 2019, sabato ore 17.00-19.00

Workshop Poetry Slam

11 MAGGIO 2019, ora e luogo da definirsi

Da Leopardi al Giappone: 3 versi per l’infinito.

Workshop di Haiku sulle rive del lago.

15 GIUGNO 2019, sabato ore 17.00-19.00

Sono solo canzonette - Psogos ed Eminem: rap e poesia.

​​

Contribuisci con la tua creatività, crea insieme a noi!
Location: Chiostrino Artificio, Piazzolo Terragni 4, 22100 Como

 

 

La partecipazione è libera, a tutti i giovani tra i 15 e i 30 anni che si interessano di arte, scrittura creativa in prosa o poetica, musica, disegno, dipinto e anche a tutti gli adulti che vogliono vedere i giovani in azione.

 

Un progetto dell’Associazione “La Casa della Poesia di Como“ e Le Api dell’Invisibile.

Responsabili del progetto: Martina Toppi e Carlotta Sinigaglia

 

Maggiori informazioni: 

lacasadellapoesiadicomo@gmail.com

martinatoppi43@gmail.com

segreteria.luminanda@gmail.com

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Franz Krauspenhaar, "Capelli struggenti"

18 Ottobre 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

Franz Krauspenhaar
Capelli struggenti
Marco Saya Edizioni, 2016

- Pag. 90 - Euro 10

 

Franz Krauspenhaar è poeta anche quando fa prosa, ma quando scrive poesia tocca vertici di sublime bellezza difficilmente eguagliabili in questo asfittico Duemila letterario. Non credo che Franz si definirebbe uomo del Duemila, sono sicuro che come il concittadino Vecchioni opterebbe per la definizione di uomo del Novecento, secolo che ci rende orgogliosi di esserci nati per la grande fioritura culturale che l’ha caratterizzato. Krauspenhaar ha pubblicato nove romanzi, un saggio e cinque raccolte di poesie, tra le sue ultime operazioni intellettuali ricordiamo la pregevole collaborazione a una rivista culturale imprescindibile come Il Maradagal, ben diretta da Sara Calderoni.

Capelli struggenti è una raccolta intensa e poeticamente uniforme, composta da quattro sillogi: Momenti intimi - Strani momenti - La pertosse dell’anima - Complimenti, bistecche, laghi, il terrore, l’orrore, appuntamenti al buio, i capelli … Capitolo conclusivo affidato alle prose liriche del Gran finale con corse, violoncelli, merde, e i pezzi che ci compongono. Filo conduttore il pessimismo cosmico, il senso della profonda vacuità della vita, condito di sferzante ironia, quasi sarcasmo, che accompagna tenebrosi pensieri di morte incombente sui nostri giorni, compagna invisibile ma sempre presente, tale da rendere il poeta come un foglio giallo, sotto una biro che non scrive. Liriche che parlano di suicidio, angoscia, disperazione, mancanza d’amore, solitudine, assenza di speranza, viaggi verso terre lontane come la Thailandia, fratelli scomparsi in una feritoia della vita, madri ritrovate nel profumo di vaniglia, incubi che recano risvegli ansanti e sconvolti.

Versi senza speranza come: Siamo tutti invecchiati/ non è stato difficile, il tempo/ ruba e scava dove trova, anzi trova/ sempre terra e detriti. Ma anche: In vent’anni non ho conosciuto nessuno/ ho incontrato migliaia di persone/ senza conoscere anima viva/ non sono solo, siamo in tanti/ ad essere soli. La morte immaginata come un’ultima birra, un domani che non avrà luogo, un’ultima pigione da pagare. E poi l’inutile estate, la prigione ad aria aperta, in attesa di un nuovo inverno, pronta a sfondare ogni residuo benessere, una disperazione che continua a perpetrare i suoi incubi e a diffondere dolore. Stupende le prose finali, a tratti persino bukowskiane nella loro espressività diretta, senza fronzoli, ma sempre attente a conservare la musicalità delle parole. Concludo dicendo che Capelli struggenti - come ogni libro di poesia - si apprezza di più se letto a voce alta, declamato o recitato, come ho fatto questa sera prendendo mia figlia come cavia, che cercava un libro per addormentarsi. Ha resistito abbastanza, sino a La pertosse dell’anima, apprezzando le liriche e interrompendo per chiedere il significato di alcune parole.

La poesia non è morta, come affermano certi soloni, sono i veri poeti che scarseggiano, oltre a mancare editori competenti e appassionati. Krauspenhaar e Saya sono una coppia che non delude. Confezione spartana e prezzo accessibile: 10 euro per un libro intenso e coinvolgente che ti fa venire voglia di affrontare subito una seconda lettura.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Nato ieri

11 Settembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

 

 

 

 

 

Sei nato ieri,

dovevi essere bello e forte

resti un sogno nei miei pensieri

sei stato un regalo della morte.

Il tuo sguardo assente,

il tuo dolce sorriso

sono per me luna tagliente

senza eguali in nessun viso.

Dolori come spilli puntati

piovono in testa

vita che scorre con sogni svuotati

e la realtà ci calpesta.

Sei gioia, sei semplicità,

sei orgoglio e umiltà

sei vivo, sei spento,

sei oro e sei argento

sei vanità piegata, sei vita accettata.

 

Pensieri per Giulio – Stelle, Soli e Lune è un libro pubblicato da Edit@ Casa Libraria in Taranto e rappresenta il cimento letterario collettivo, dedicato alla poesia, alla narrativa e alla fotografia, in memoria del piccolo Giulio Romano Valentini. Tema del concorso è stata una raccolta di pensieri che narrano la bellezza ma anche le problematicità del mondo dell'infanzia e della disabilità.

Questa la pagina Fb dedicata al piccolo Giulio Romano.

 

Ricordiamo che tutto il ricavato sarà devoluto all'ONLUS "Il Porto dei Piccoli", che opera negli ospedali pediatrici e nei reparti di pediatria di molte città italiane, tra cui il Gaslini di Genova. Chi fosse interessato all'acquisto contatti la nostra redazione che provvederà a girare la richiesta agli autori. 

 

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Ritrovarsi e Corax

9 Settembre 2018 , Scritto da Luca Valentini Con tag #luca valentini, #poesia

 

 

 

Ritrovarsi

 

Portami lontano e ci ritroveremo

indicami un infante e ci ritroveremo

annulla anche il mio respiro e ci ritroveremo.

 

Non la cenere, non una foto

non un albero, non la fonte d'oggi

forse le stelle, solo all'alba:

 

ritrovarti nel bisogno altrui

ritrovarti nell'ingiustizia umana

ritrovarti nell'abbandono della vita.

 

Che gli Dei non ridiano a tuo padre

la normalità prima di te

la serenità sterile prima di te:

 

ciò che brucia di dolore

può ancora essere ardore di nascita

Amore paterno per il mondo

 

….di una voce che non possa urlare

potrei morirne!

 

Corax

 

Fai ciò che devi,

finché il pettirosso verrà a salutarti

all'alba ed al meriggio:

 

presto per te

arriverà la notte

e verrà a salutarti il corvo

ed allora ciò che è diviso

non lo sarà più.

 

Pensieri per Giulio – Stelle, Soli e Lune è un libro pubblicato da Edit@ Casa Libraria in Taranto e rappresenta il cimento letterario collettivo, dedicato alla poesia, alla narrativa e alla fotografia, in memoria del piccolo Giulio Romano Valentini. Tema del concorso è stata una raccolta di pensieri che narrano la bellezza ma anche le problematicità del mondo dell'infanzia e della disabilità.

Questa la pagina Fb dedicata al piccolo Giulio Romano.

 

Ricordiamo che tutto il ricavato sarà devoluto all'ONLUS "Il Porto dei Piccoli", che opera negli ospedali pediatrici e nei reparti di pediatria di molte città italiane, tra cui il Gaslini di Genova. Chi fosse interessato all'acquisto contatti la nostra redazione che provvederà a girare la richiesta agli autori. 

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Michele Paoletti, "Breve inventario di una assenza"

11 Luglio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Michele Paoletti
Breve inventario di un’assenza

Samuele Editore, 2017

– Pag. 80 – Euro 12

 

Leggendo non cerchiamo nuove idee, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma, scrive Pavese ne Il mestiere di vivere. Per concludere che ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi. Michele Paoletti nel suo Breve inventario di un’assenza indaga il senso di vuoto che pervade la nostra vita dopo la scomparsa di una persona cara, in questo caso il padre, senza indulgere in momenti retorici e malinconici, ma stringendo un patto di comune sentire con il lettore. Tutto si fa più leggero/ adesso che le stagioni/ voltano le carte mentre il gelo/ si attarda tra le lenzuola/ con uno sbadiglio/ di gatto infastidito./ Ho trovato per sbaglio/ la tua giacca verde/ ma non c’erano caramelle/ nelle tasche e mancava/ il secondo bottone sul davanti./ La lascio appesa alla poltrona,/ un’ala di falena/ impolverata e persa/ nella fuga. L’assenza del padre si nota dalle piccole cose, dai particolati evanescenti, da un capo di abbigliamento consueto, ritrovato per caso e subito abbandonato a un destino di oggetto inutile, ormai privo di spirito vitale. Il poeta fa l’inventario di quel che resta dopo la scomparsa, un inventario  poetico, malinconico e dolente, ma non triste e ripiegato su se stesso, quanto teso a mostrare il cambiamento della vita provocato dall’assenza. La realtà torna a essere se stessa, con il quotidiano scandito da piccoli gesti, inevitabilmente segnato dal dolore. Breve inventario di un’assenza è un corpus poetico unitario, una silloge compiuta e profondamente sentita, introdotta da brevi versi di Paolo Ruffilli e da una frase di Amelia Rosselli sul senso del dolore, della perdita, della mancanza, rappresentata dagli oggetti che si trasformano in cose ormai vuote, prive di senso. Non è certo un ragioniere – se non dei sentimenti – il poeta che enumera le fatture da saldare con la vita, i conti che non tornano, i nodi sottili di dolore da stringere di poco sotto la cravatta. Il libro si articola in tre momenti lirici: La terra intatta, Inventario e Muri, tre istanti dilatati nel tempo per metabolizzare dolore e perdita, per farlo diventare una cosa sola con gli oggetti e i momenti della vita. Torneranno le giornate lunghe/ le corse dei bambini,/ la conta dei gradini da saltare./ Si faranno altri nidi sugli abeti/ e l’estate non chiederà il permesso,/ ma pioverà sole intorno/ per far fiorire qualche cosa dentro,/ un grumo, un fremito, un appiglio. Tornano i giorni lieti e magici dell’infanzia, armamentario lirico del poeta, perché tutto quel che si scrive - ormai lo sappiamo! - proviene dalle emozioni ancestrali, dai nostri archetipi di bambini e di adolescenti. Che ridere quando con la mano/ inventavi contro il muro/ un cane una farfalla/ o un’aquila lontana./ Ora la tua ombra è solo un solco/ che si allunga,/ un pilastro caduto senza suono. Non resta che fare l’inventario del poco che ci resta, ascoltare gli oggetti respirare da lontano/ l’aria che muovono i ricordi/ quando si staccano da noi. Poca cosa è il significato delle evanescenti tracce del recente passato: Una macchia sul cuscino/ due bottoni, la manica/ scucita di una giacca./ Il breve inventario di un’assenza. Tutto intorno al poeta è mancanza, ricordo di quel che è stato e che non può tornare. Si allunga la fila di croci/ contro il calendario./ Per dimenticare/ basterebbe non saper contare.

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Davide Rocco Colacrai, "Polaroid"

8 Luglio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Davide Rocco Colacrai
Polaroid

Edizioni Cinquemarzo, 2018 

– Pag. 100 – Euro 12

 

Ho conosciuto Davide Rocco Colacrai durante il concorso di poesia Il Cipressino, dove – come spesso mi capita – facevo parte della giuria e mi sono battuto a fondo perché fosse tra i premiati, vista la profondità civile delle sue liriche e la ricerca letteraria insita nei suoi versi. Fare poesia –credo di averlo scritto fino alla noia – non significa buttare giù una serie di riflessioni in prosa e di tanto in tanto andare a capo; pure in tempi segnati dal verso libero fanno la differenza ricerca linguistica, assonanze, dissonanze, metafore, musicalità della parola, valenza delle cose da dire. Colacrai spazia dai temi intimisti alla poesia civile, fa riferimento alla Rivoluzione Cubana e al Cile, passando per la Repubblica Dominicana di Trujillo e per le problematiche di una dittatura centramericana. Temi personali e ispirazione d’autore che si abbevera alla poesia di Tondelli e di Pasolini, ma che frequenta il ritmo della poesia racconto di Pavese e di tanto simbolismo europeo. Stefano Zangheri e Federico Li Calzi scrivono due intensi saggi pubblicati in apertura e a chiusura di silloge, utili per comprendere meglio il poeta, anche se sono del parere che un buon lettore debba impadronirsi delle liriche e trovarci soprattutto se stesso.  Come diceva Pavese, si cerca in quel che leggiamo soltanto noi stessi, nel preciso istante in cui facciamo nostra l’opera d’un poeta finiamo per tradire il motivo per cui è stata scritta. Ma questo è il gioco della letteratura, il suo intimo segreto. Una nota di merito va all’editore Cinquemarzo, del quale ho già avuto modo di leggere due libri (Frammento di Falesia di Stefano Giannotti è il precedente), apprezzando buon gusto e capacità di selezione. Per dare un’idea del lavoro che sta alla base della ricerca poetica di Colacrai, pubblichiamo due liriche contenute nella raccolta.

 

Il confino (Isole Tremiti, 1939)

Agosto trascorre lento, solo,

la notte a girare per le campagne e contare i pioppi

sugli argini

e bere[1].

 

 

Ricordo lo stomaco vuoto com’erano vuote le onde,

i giorni nella ragnatela dell’attesa,

il marchio di essere un arruso,

l’odore di quell’incubo,

e tutto nell’atto di fingere una vita diversa, forse migliore.

 

Zuppa di fagioli e pane,

lo sciabordare liquido dei sogni,

il gioco alla morra,

il desiderio esacerbato della carne, di virgole azzurre nella notte,

un orizzonte senza scorciatoie,

il pensiero fisso all’isola,

nostra unica donna, madre e matrigna.

 

Eravamo costretti in baracche, due e di legno,

prigionieri di un reticolato,

pochi metri quadrati per essere uomini,

quattro spiccioli per sopravvivere a noi stessi.

 

Passavano i giorni,

lenti e lontani, come risucchiati dal Cretaccio, e sospesi,

era un’isola, la nostra, che non c’era,

si faceva sempre più pesante la solitudine,

l’assenza quasi tangibile dell’amore,

un’ora come un anno

a strisciare nei solchi lasciati dalle nostre preghiere, e poi a capo.

 

C’era chi raschiava il silenzio,

chi dipanava la matassa di un senso fatto di sole ossa,

qualcuno annusava già la morte.

 

Non c’era pietà né perdono.

 

Addosso, con me, il dolore mai lavato della razza, del nostro essere tutti cani randagi, senza nomi.

 

 

 

 

Il peso viola del coraggio (a Oscar Wao)

 

Erano lenti e stanchi, gli anni di Truijllo[2], scarni e senza benedición,

e ogni figlio dell’isola aveva una stella di fukú[3] a seguitarlo

che nessuno osava scomporre in sillabe,

ancora meno nel sussurro di un sogno o di un amore,

per non scoprisi cuorecontro in un campo di canna di zucchero

prima di aver avuto il tempo di decidere

a quale Santo votarsi.

 

Contavamo la polvere,

molti respiravano le proprie orme, incerte ed epidermiche,

e tessevano rimorsi,

qualcuno prestava il nome alle onde corte dell’Avana

per tentare il domani,

c’erano studenti, spesso figli di zapateros, il cui incedere era lesto, quasi diafano, e d’ombra,

e tutti eravamo in attesa,

intrappolati nel grembo cavo di una terra, nostra madre,

dove il diablo seminava la sua gramigna, 

l’ansia di sentire bussare alla porta,

una nota di merengue inghiottita dal silenzio di un padre che svaniva,

l’aria che si dissolveva,

e persino il vento ridotto all’accenno di un apostrofo.

 

La vita era una hjia dagli occhi di Atlantide, con un cuore in apocalisse,

forgiata dalla povertà primitiva quanto basta dell’Azua Profonda[4],

una parabola d’oscurità

che segnava il primo e ultimo neo del giorno

con o senza un amen,

dove la Fine del Mondo e la Mangusta[5],

tanti scordatidimé nell’educazione di un esilio,

i c’erano una volta senza epilogo,

fukú e zafa[6], e tutto al peso viola del coraje, insieme,

indovinavano un’Anacaona[7] moderna sulla iolla[8] verso una pagina bianca e innocente come questa.

 

 

 


[1] Altri libertini, Pier Vittorio Tondelli

[2] Dittatore della Repubblica Dominicana dal 1930 al 1961, conosciuto anche come El Jefe

[3] Maledizione mortale:  “Si credeva che chiunque cospirasse contro Trujillo sarebbe incorso in un fukù potentissimo, che lo avrebbe perseguitato per oltre sette generazioni”.

[4] Una delle zone più povere della Repubblica Dominicana: “I poveri… si vestivano spesso di stracci, giravano scalzi e vivevano in case che sembravano costruite con i detriti di un mondo precedente.”

[5] Simbolo di forza e ricchezza spirituale, si nutre di serpenti (che simboleggiano odio e avidità)

[6] L’unico controincantesimo per neutralizzare la maledizione fukù

[7] Una delle Madri fondatrici del Nuovo Mondo, conosciuta anche come Fiore d’Oro

[8] Tipo di barca a vela su cui s’imbarcavano coloro che immigravano negli Stati Uniti d’America

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