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poesia

Franz Krauspenhaar, "Capelli struggenti"

18 Ottobre 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

Franz Krauspenhaar
Capelli struggenti
Marco Saya Edizioni, 2016

- Pag. 90 - Euro 10

 

Franz Krauspenhaar è poeta anche quando fa prosa, ma quando scrive poesia tocca vertici di sublime bellezza difficilmente eguagliabili in questo asfittico Duemila letterario. Non credo che Franz si definirebbe uomo del Duemila, sono sicuro che come il concittadino Vecchioni opterebbe per la definizione di uomo del Novecento, secolo che ci rende orgogliosi di esserci nati per la grande fioritura culturale che l’ha caratterizzato. Krauspenhaar ha pubblicato nove romanzi, un saggio e cinque raccolte di poesie, tra le sue ultime operazioni intellettuali ricordiamo la pregevole collaborazione a una rivista culturale imprescindibile come Il Maradagal, ben diretta da Sara Calderoni.

Capelli struggenti è una raccolta intensa e poeticamente uniforme, composta da quattro sillogi: Momenti intimi - Strani momenti - La pertosse dell’anima - Complimenti, bistecche, laghi, il terrore, l’orrore, appuntamenti al buio, i capelli … Capitolo conclusivo affidato alle prose liriche del Gran finale con corse, violoncelli, merde, e i pezzi che ci compongono. Filo conduttore il pessimismo cosmico, il senso della profonda vacuità della vita, condito di sferzante ironia, quasi sarcasmo, che accompagna tenebrosi pensieri di morte incombente sui nostri giorni, compagna invisibile ma sempre presente, tale da rendere il poeta come un foglio giallo, sotto una biro che non scrive. Liriche che parlano di suicidio, angoscia, disperazione, mancanza d’amore, solitudine, assenza di speranza, viaggi verso terre lontane come la Thailandia, fratelli scomparsi in una feritoia della vita, madri ritrovate nel profumo di vaniglia, incubi che recano risvegli ansanti e sconvolti.

Versi senza speranza come: Siamo tutti invecchiati/ non è stato difficile, il tempo/ ruba e scava dove trova, anzi trova/ sempre terra e detriti. Ma anche: In vent’anni non ho conosciuto nessuno/ ho incontrato migliaia di persone/ senza conoscere anima viva/ non sono solo, siamo in tanti/ ad essere soli. La morte immaginata come un’ultima birra, un domani che non avrà luogo, un’ultima pigione da pagare. E poi l’inutile estate, la prigione ad aria aperta, in attesa di un nuovo inverno, pronta a sfondare ogni residuo benessere, una disperazione che continua a perpetrare i suoi incubi e a diffondere dolore. Stupende le prose finali, a tratti persino bukowskiane nella loro espressività diretta, senza fronzoli, ma sempre attente a conservare la musicalità delle parole. Concludo dicendo che Capelli struggenti - come ogni libro di poesia - si apprezza di più se letto a voce alta, declamato o recitato, come ho fatto questa sera prendendo mia figlia come cavia, che cercava un libro per addormentarsi. Ha resistito abbastanza, sino a La pertosse dell’anima, apprezzando le liriche e interrompendo per chiedere il significato di alcune parole.

La poesia non è morta, come affermano certi soloni, sono i veri poeti che scarseggiano, oltre a mancare editori competenti e appassionati. Krauspenhaar e Saya sono una coppia che non delude. Confezione spartana e prezzo accessibile: 10 euro per un libro intenso e coinvolgente che ti fa venire voglia di affrontare subito una seconda lettura.

 

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Nato ieri

11 Settembre 2018 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia

 

 

 

 

 

Sei nato ieri,

dovevi essere bello e forte

resti un sogno nei miei pensieri

sei stato un regalo della morte.

Il tuo sguardo assente,

il tuo dolce sorriso

sono per me luna tagliente

senza eguali in nessun viso.

Dolori come spilli puntati

piovono in testa

vita che scorre con sogni svuotati

e la realtà ci calpesta.

Sei gioia, sei semplicità,

sei orgoglio e umiltà

sei vivo, sei spento,

sei oro e sei argento

sei vanità piegata, sei vita accettata.

 

Pensieri per Giulio – Stelle, Soli e Lune è un libro pubblicato da Edit@ Casa Libraria in Taranto e rappresenta il cimento letterario collettivo, dedicato alla poesia, alla narrativa e alla fotografia, in memoria del piccolo Giulio Romano Valentini. Tema del concorso è stata una raccolta di pensieri che narrano la bellezza ma anche le problematicità del mondo dell'infanzia e della disabilità.

Questa la pagina Fb dedicata al piccolo Giulio Romano.

 

Ricordiamo che tutto il ricavato sarà devoluto all'ONLUS "Il Porto dei Piccoli", che opera negli ospedali pediatrici e nei reparti di pediatria di molte città italiane, tra cui il Gaslini di Genova. Chi fosse interessato all'acquisto contatti la nostra redazione che provvederà a girare la richiesta agli autori. 

 

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Ritrovarsi e Corax

9 Settembre 2018 , Scritto da Luca Valentini Con tag #luca valentini, #poesia

 

 

 

Ritrovarsi

 

Portami lontano e ci ritroveremo

indicami un infante e ci ritroveremo

annulla anche il mio respiro e ci ritroveremo.

 

Non la cenere, non una foto

non un albero, non la fonte d'oggi

forse le stelle, solo all'alba:

 

ritrovarti nel bisogno altrui

ritrovarti nell'ingiustizia umana

ritrovarti nell'abbandono della vita.

 

Che gli Dei non ridiano a tuo padre

la normalità prima di te

la serenità sterile prima di te:

 

ciò che brucia di dolore

può ancora essere ardore di nascita

Amore paterno per il mondo

 

….di una voce che non possa urlare

potrei morirne!

 

Corax

 

Fai ciò che devi,

finché il pettirosso verrà a salutarti

all'alba ed al meriggio:

 

presto per te

arriverà la notte

e verrà a salutarti il corvo

ed allora ciò che è diviso

non lo sarà più.

 

Pensieri per Giulio – Stelle, Soli e Lune è un libro pubblicato da Edit@ Casa Libraria in Taranto e rappresenta il cimento letterario collettivo, dedicato alla poesia, alla narrativa e alla fotografia, in memoria del piccolo Giulio Romano Valentini. Tema del concorso è stata una raccolta di pensieri che narrano la bellezza ma anche le problematicità del mondo dell'infanzia e della disabilità.

Questa la pagina Fb dedicata al piccolo Giulio Romano.

 

Ricordiamo che tutto il ricavato sarà devoluto all'ONLUS "Il Porto dei Piccoli", che opera negli ospedali pediatrici e nei reparti di pediatria di molte città italiane, tra cui il Gaslini di Genova. Chi fosse interessato all'acquisto contatti la nostra redazione che provvederà a girare la richiesta agli autori. 

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Michele Paoletti, "Breve inventario di una assenza"

11 Luglio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Michele Paoletti
Breve inventario di un’assenza

Samuele Editore, 2017

– Pag. 80 – Euro 12

 

Leggendo non cerchiamo nuove idee, ma pensieri già da noi pensati, che acquistano sulla pagina un suggello di conferma, scrive Pavese ne Il mestiere di vivere. Per concludere che ci colpiscono degli altri le parole che risuonano in una zona già nostra – che già viviamo – e facendola vibrare ci permettono di cogliere nuovi spunti dentro di noi. Michele Paoletti nel suo Breve inventario di un’assenza indaga il senso di vuoto che pervade la nostra vita dopo la scomparsa di una persona cara, in questo caso il padre, senza indulgere in momenti retorici e malinconici, ma stringendo un patto di comune sentire con il lettore. Tutto si fa più leggero/ adesso che le stagioni/ voltano le carte mentre il gelo/ si attarda tra le lenzuola/ con uno sbadiglio/ di gatto infastidito./ Ho trovato per sbaglio/ la tua giacca verde/ ma non c’erano caramelle/ nelle tasche e mancava/ il secondo bottone sul davanti./ La lascio appesa alla poltrona,/ un’ala di falena/ impolverata e persa/ nella fuga. L’assenza del padre si nota dalle piccole cose, dai particolati evanescenti, da un capo di abbigliamento consueto, ritrovato per caso e subito abbandonato a un destino di oggetto inutile, ormai privo di spirito vitale. Il poeta fa l’inventario di quel che resta dopo la scomparsa, un inventario  poetico, malinconico e dolente, ma non triste e ripiegato su se stesso, quanto teso a mostrare il cambiamento della vita provocato dall’assenza. La realtà torna a essere se stessa, con il quotidiano scandito da piccoli gesti, inevitabilmente segnato dal dolore. Breve inventario di un’assenza è un corpus poetico unitario, una silloge compiuta e profondamente sentita, introdotta da brevi versi di Paolo Ruffilli e da una frase di Amelia Rosselli sul senso del dolore, della perdita, della mancanza, rappresentata dagli oggetti che si trasformano in cose ormai vuote, prive di senso. Non è certo un ragioniere – se non dei sentimenti – il poeta che enumera le fatture da saldare con la vita, i conti che non tornano, i nodi sottili di dolore da stringere di poco sotto la cravatta. Il libro si articola in tre momenti lirici: La terra intatta, Inventario e Muri, tre istanti dilatati nel tempo per metabolizzare dolore e perdita, per farlo diventare una cosa sola con gli oggetti e i momenti della vita. Torneranno le giornate lunghe/ le corse dei bambini,/ la conta dei gradini da saltare./ Si faranno altri nidi sugli abeti/ e l’estate non chiederà il permesso,/ ma pioverà sole intorno/ per far fiorire qualche cosa dentro,/ un grumo, un fremito, un appiglio. Tornano i giorni lieti e magici dell’infanzia, armamentario lirico del poeta, perché tutto quel che si scrive - ormai lo sappiamo! - proviene dalle emozioni ancestrali, dai nostri archetipi di bambini e di adolescenti. Che ridere quando con la mano/ inventavi contro il muro/ un cane una farfalla/ o un’aquila lontana./ Ora la tua ombra è solo un solco/ che si allunga,/ un pilastro caduto senza suono. Non resta che fare l’inventario del poco che ci resta, ascoltare gli oggetti respirare da lontano/ l’aria che muovono i ricordi/ quando si staccano da noi. Poca cosa è il significato delle evanescenti tracce del recente passato: Una macchia sul cuscino/ due bottoni, la manica/ scucita di una giacca./ Il breve inventario di un’assenza. Tutto intorno al poeta è mancanza, ricordo di quel che è stato e che non può tornare. Si allunga la fila di croci/ contro il calendario./ Per dimenticare/ basterebbe non saper contare.

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Davide Rocco Colacrai, "Polaroid"

8 Luglio 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Davide Rocco Colacrai
Polaroid

Edizioni Cinquemarzo, 2018 

– Pag. 100 – Euro 12

 

Ho conosciuto Davide Rocco Colacrai durante il concorso di poesia Il Cipressino, dove – come spesso mi capita – facevo parte della giuria e mi sono battuto a fondo perché fosse tra i premiati, vista la profondità civile delle sue liriche e la ricerca letteraria insita nei suoi versi. Fare poesia –credo di averlo scritto fino alla noia – non significa buttare giù una serie di riflessioni in prosa e di tanto in tanto andare a capo; pure in tempi segnati dal verso libero fanno la differenza ricerca linguistica, assonanze, dissonanze, metafore, musicalità della parola, valenza delle cose da dire. Colacrai spazia dai temi intimisti alla poesia civile, fa riferimento alla Rivoluzione Cubana e al Cile, passando per la Repubblica Dominicana di Trujillo e per le problematiche di una dittatura centramericana. Temi personali e ispirazione d’autore che si abbevera alla poesia di Tondelli e di Pasolini, ma che frequenta il ritmo della poesia racconto di Pavese e di tanto simbolismo europeo. Stefano Zangheri e Federico Li Calzi scrivono due intensi saggi pubblicati in apertura e a chiusura di silloge, utili per comprendere meglio il poeta, anche se sono del parere che un buon lettore debba impadronirsi delle liriche e trovarci soprattutto se stesso.  Come diceva Pavese, si cerca in quel che leggiamo soltanto noi stessi, nel preciso istante in cui facciamo nostra l’opera d’un poeta finiamo per tradire il motivo per cui è stata scritta. Ma questo è il gioco della letteratura, il suo intimo segreto. Una nota di merito va all’editore Cinquemarzo, del quale ho già avuto modo di leggere due libri (Frammento di Falesia di Stefano Giannotti è il precedente), apprezzando buon gusto e capacità di selezione. Per dare un’idea del lavoro che sta alla base della ricerca poetica di Colacrai, pubblichiamo due liriche contenute nella raccolta.

 

Il confino (Isole Tremiti, 1939)

Agosto trascorre lento, solo,

la notte a girare per le campagne e contare i pioppi

sugli argini

e bere[1].

 

 

Ricordo lo stomaco vuoto com’erano vuote le onde,

i giorni nella ragnatela dell’attesa,

il marchio di essere un arruso,

l’odore di quell’incubo,

e tutto nell’atto di fingere una vita diversa, forse migliore.

 

Zuppa di fagioli e pane,

lo sciabordare liquido dei sogni,

il gioco alla morra,

il desiderio esacerbato della carne, di virgole azzurre nella notte,

un orizzonte senza scorciatoie,

il pensiero fisso all’isola,

nostra unica donna, madre e matrigna.

 

Eravamo costretti in baracche, due e di legno,

prigionieri di un reticolato,

pochi metri quadrati per essere uomini,

quattro spiccioli per sopravvivere a noi stessi.

 

Passavano i giorni,

lenti e lontani, come risucchiati dal Cretaccio, e sospesi,

era un’isola, la nostra, che non c’era,

si faceva sempre più pesante la solitudine,

l’assenza quasi tangibile dell’amore,

un’ora come un anno

a strisciare nei solchi lasciati dalle nostre preghiere, e poi a capo.

 

C’era chi raschiava il silenzio,

chi dipanava la matassa di un senso fatto di sole ossa,

qualcuno annusava già la morte.

 

Non c’era pietà né perdono.

 

Addosso, con me, il dolore mai lavato della razza, del nostro essere tutti cani randagi, senza nomi.

 

 

 

 

Il peso viola del coraggio (a Oscar Wao)

 

Erano lenti e stanchi, gli anni di Truijllo[2], scarni e senza benedición,

e ogni figlio dell’isola aveva una stella di fukú[3] a seguitarlo

che nessuno osava scomporre in sillabe,

ancora meno nel sussurro di un sogno o di un amore,

per non scoprisi cuorecontro in un campo di canna di zucchero

prima di aver avuto il tempo di decidere

a quale Santo votarsi.

 

Contavamo la polvere,

molti respiravano le proprie orme, incerte ed epidermiche,

e tessevano rimorsi,

qualcuno prestava il nome alle onde corte dell’Avana

per tentare il domani,

c’erano studenti, spesso figli di zapateros, il cui incedere era lesto, quasi diafano, e d’ombra,

e tutti eravamo in attesa,

intrappolati nel grembo cavo di una terra, nostra madre,

dove il diablo seminava la sua gramigna, 

l’ansia di sentire bussare alla porta,

una nota di merengue inghiottita dal silenzio di un padre che svaniva,

l’aria che si dissolveva,

e persino il vento ridotto all’accenno di un apostrofo.

 

La vita era una hjia dagli occhi di Atlantide, con un cuore in apocalisse,

forgiata dalla povertà primitiva quanto basta dell’Azua Profonda[4],

una parabola d’oscurità

che segnava il primo e ultimo neo del giorno

con o senza un amen,

dove la Fine del Mondo e la Mangusta[5],

tanti scordatidimé nell’educazione di un esilio,

i c’erano una volta senza epilogo,

fukú e zafa[6], e tutto al peso viola del coraje, insieme,

indovinavano un’Anacaona[7] moderna sulla iolla[8] verso una pagina bianca e innocente come questa.

 

 

 


[1] Altri libertini, Pier Vittorio Tondelli

[2] Dittatore della Repubblica Dominicana dal 1930 al 1961, conosciuto anche come El Jefe

[3] Maledizione mortale:  “Si credeva che chiunque cospirasse contro Trujillo sarebbe incorso in un fukù potentissimo, che lo avrebbe perseguitato per oltre sette generazioni”.

[4] Una delle zone più povere della Repubblica Dominicana: “I poveri… si vestivano spesso di stracci, giravano scalzi e vivevano in case che sembravano costruite con i detriti di un mondo precedente.”

[5] Simbolo di forza e ricchezza spirituale, si nutre di serpenti (che simboleggiano odio e avidità)

[6] L’unico controincantesimo per neutralizzare la maledizione fukù

[7] Una delle Madri fondatrici del Nuovo Mondo, conosciuta anche come Fiore d’Oro

[8] Tipo di barca a vela su cui s’imbarcavano coloro che immigravano negli Stati Uniti d’America

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La poesia oggi

30 Giugno 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #poesia

 

 

 

 

 

Vi sono tante voci poetiche ai giorni nostri che sono in continua ricerca di novità, intese come un rifiuto della tradizione che ritengono, a torto, essere superata, troppo mielosa o troppo erudita. Quasi sempre tutto si riduce ad una sperimentazione di nuove formule, di nuovi linguaggi poetici, oscuri e tortuosi, che nelle intenzioni dovrebbero rappresentare il linguaggio moderno espresso, per lo più, da silenziosi esseri vaganti persi nella nebbia di piccoli mondi illuminati a stento da fievoli luci ipnotiche.  La poesia quella vera non è effimera, un fenomeno transitorio legato al momento o ai tempi correnti, ma una voce che resiste nel tempo, composta da semplicità e chiarezza. La vera poesia è come un respiro caldo che nasce dall’animo di chi scrive e diventa parola, messaggio d’amore o voce che si alza forte dal fondo dei cuori. Può essere viatico di conforto, di luce consolatrice per i cuori aperti a ricevere il bello, l’amore e la storia che ci circonda. La tradizione poetica non è una catena da trascinarsi dietro come un carico inutile e noioso, ma la buona terra dove seminare i nuovi semi affinché possa continuare a esprimere valori universali che coinvolgono tutti i popoli, tutte le culture. La poesia non morirà mai se continuerà a proporsi con prepotenza di espressione, come hanno fatto i tanti poeti la cui voce si ripeterà ovunque e per sempre.

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Stefano Colli, "Lettere da una bambola"

28 Giugno 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

 

Lettere da una bambola

Stefano Colli

Giuliano Ladolfi Editore, 2018

pp 78

10,00

 

Questa nuova opera di Stefano Colli mi è piaciuta molto più della prima. È, oggettivamente, un testo di pregio. Si tratta di un poemetto, o, meglio, di un romanzo sotto forma di poesie l’una collegata all’altra, con una sorta di trama, di svolgimento e di conclusione.

Le liriche sono discorsive, semplici, molto caproniane e prosaiche, eppure poetiche e belle, con grande senso del ritmo, a parte qualche verso meno riuscito. Lo stile è sobrio, dimesso, scarno eppure pregno. Anche qui, come già ne La diaspora del senso, abbiamo un collage di versi di altri poeti, una serie di echi e rimandi. Non si tratta di “copiare”, bensì di usare strofe e parole altrui dopo averle introiettate e fatte proprie, quasi una specie di codice in comune col lettore.  

Tutto il componimento stesso si basa su qualcosa di già esistito, poiché si rifà alle “Lettere da una bambola” scritte da Kafka, “uno scrittore di cui non ricordo il nome”, alla bambina Elsie. Qui, invece, la bambina si chiama Gioia e la bambola che le scrive Ester.

L’io narrante è una sorta di figura sospesa, che vive in un limbo costituito non si sa se dalla morte o dalla Follia, personaggio a sua volta della storia. È “un uomo senza passato”. Però, man mano che procede la narrazione, egli recupera parte della memoria, scopre di aver avuto una moglie, che ora lo tradisce col migliore amico, e due figli. Le lettere lo tengono ancorato alla terra, in bilico fra il qui e l’Altrove.

Nei viaggi fittizi raccontati nelle missive, l’uomo viene in contatto con tanti bambini che nel mondo hanno un motivo per piangere - così come piange la piccola Gioia/Elsie - per le situazioni atroci in cui sono costretti a vivere: la guerra, la barbarie, lo sfruttamento. Bambini che “non sono più in grado di sognare”. Si spazia da Pol Pot a Stalin, a Tito, su su fino ai mali dei giorni nostri, fino ai naufragi nel Mediterraneo, fino al terrorismo afghano.

C’è sempre un motivo per piangere al mondo, ma ci si può anche consolare con una flebile speranza. Speranza che queste lacrime si asciughino, che il mondo si raddrizzi, che un Dio, forse non “senza peccato”, rivolga finalmente a noi il suo sguardo. Bisogna, per permettere a questo seme di speranza di germogliare, non solo imparare a cooperare per il bene comune, ma pure far cadere gli “steccati e pregiudizi”, aprendoci a una conoscenza che è anche, per forza di cose, follia. Perché il sapere può renderci liberi ma anche sconvolgerci, scardinare le nostre comode certezze, capovolgere il nostro credo. La poesia serve a questo, a denunciare, a consolare, e a rivoluzionare.

 

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Stefano Giannotti, "Fermento di Falesia"

27 Giugno 2018 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #recensioni, #poesia

 

 

 

 

Stefano Giannotti
Fermento di Falesia

Euro 12 – pag. 80
Edizioni Cinquemarzo, 2018 - www.cinquemarzo.com

 

Stefano Giannotti è autore che conosciamo per aver apprezzato i suoi primi romanzi editi, - Alla ricerca dell’isola perduta e La biblioteca di sabbia -, pervasi di citazioni da Borges, Proust e altri autori che compongono il suo immaginario letterario. Non conoscevamo la sua inclinazione poetica, ma questa silloge, dedicata alla città natale, dimostra che l’ispirazione lirica non è meno coinvolgente rispetto alla dimensione della prosa. La dedica compone una sorta di lirico (quanto condivisibile) incipit: A Piombino, dove sono nato,/ che da giovane ho creduto essere tutto il mondo./ Adesso che di mondo ne ho visto abbastanza,/ non so se da ragazzo mi sbagliavo poi molto, che dà il via a una proustiana ricerca del tempo perduto, segnata dal rimpianto e dal vivere con i ricordi, patrimonio personale irrinunciabile. Amarcord felliniano per immagini che colpiscono improvvise e scaturiscono dagli oggetti più impensati e dai luoghi ritrovati nelle vesti d’un tempo.

Il poeta percorre le strade della sua città mentre da ogni angolo fa capolino il passato, sotto forma di sensazione indelebile e di flashback della memoria che ricorda sequenze indimenticabili de Il posto delle fragole.

Il portachiavi, le camicie e l’orologio/ non sapranno mai che me ne sono andato/ ma questa città non mi abbandona/ aspetta che sia sempre parte di lei/ sono nato, sono stato e sempre starò a Falesia.

Piombino - Falesia è il nome antico che ricorda le scogliere - occupa gran parte dei componimenti, intenso come luogo dell’infanzia, la Combray indimenticabile di Proust, dove tutto comincia e dove si tende a tornare. Altre liriche sono dedicate a se stesso, ai libri, alla biblioteca, al vento che soffia dalla Provenza, alle donne del passato, a scrittori e personaggi di romanzi, ma su tutto aleggia il panorama indimenticabile d’un promontorio, dal Golfo di Baratti alla Cittadella, passando per la piazza sul mare dedicata a Giovanni Bovio.

Che ne sarà stato di quei ragazzi/ che verso il mille e novecento ottanta/ si ritrovavano su quelle panchine/ a cercare senza trovarlo/ un luogo dove spendere il tempo/ ignari del tedio che porterà il futuro/ ma felici a notte fonda di dire/ ci vediamo domani, amici.

Il rimpianto resta nota indelebile:

Cosa non darei per scambiare ancora/ le figurine in via Dalmazia/ il nascondino o un calcio al pallone/ un gioco continuo fino al tramonto.

L’Isola d’Elba all’orizzonte segna la rotta da seguire, una volta mollati gli ormeggi, lasciando alle spalle ciminiere corrose che non fanno alcun fumo/ un mostro l’altoforno di fatiscente ferro. Dal ponte della nave si ammirano le case e le strade di quel tempo perduto/ la spiaggia e gli amori di quei giorni passati. Una traversata che assomiglia alla vita, anche se il porto a vent’anni era un ponte sospeso/ verso mondi migliori e donne d’amare, mentre adesso non resta che un cupo orizzonte fatto di angoscia e paura, anche se continua la ricerca dell’isola perduta.

Nostalgia e passione sono la nota dominante di una raccolta di liriche sincera e per niente costruita, pur se lo stile denota ricerca e studio della parola per conferire al verso musicalità e ritmo. Poesia racconto che ricorda il Pavese di Lavorare stanca, ma anche molte liriche ambientate a Piombino composte da Maribruna Toni che consigliamo di rileggere con attenzione. Un piccolo grande libro da leggere e rileggere, per metabolizzarlo in profondità. Essere piombinesi aiuta ma non è indispensabile, perché le liriche rappresentano un’elegia della provincia e del tempo perduto che può essere universalizzata e rivolta a ogni luogo dell’anima. Concludiamo con un assaggio lirico, forse con il componimento più emblematico che unisce la sinfonia dei ricordi a sprazzi di poesia civile sullo stile de Le ceneri di Gramsci di Pier Paolo Pasolini.

Torniamo a leggere poesia. Fa bene al cuore.

 

FALESIA

 

Sono nato in un’altra città che pure si chiamava Falesia.

Ricordo ogni tipo di odore, piacevole e fastidioso,

quello acre delle polveri della fabbrica,

quello pungente delle alghe bagnate sulle spiagge,

quello di cocco della crema solare

spalmata dai bagnanti in estate,

quello arido delle reti dei pescatori al porticciolo,

quello nauseante del pesce nella pescheria di mia zia,

quello fragrante della schiaccia appena sfornata,

quello floreale delle ginestre in quelle notti di maggio,

quello silvestre degli aghi di pini nella mia spiaggia.

Ricordo la piazza dove ho imparato a leggere

ma pure giocavo a pallone con l’amico che non c’è più,

ricordo la pizzeria delle notti a ridere con gli amici,

ricordo il piazzale con le barche dove imparai a nuotare,

ricordo quel golfo dove per la prima volta mi dichiarai

ma anche l’anfratto dove in penombra detti il primo bacio.

Ricordo la granita al tamarindo con le labbra salate,

le mattine al porto a veder salpare i traghetti

credendo un giorno di partire per destinazioni sconosciute.

Ricordo lo stadio sulle cui gradinate esultavo per il gol,

il palazzetto dove gioivo per un canestro decisivo.

Ricordo la piazza con le due cabine del telefono

dove ogni giorno ritrovavo i miei amici

senza pensare che quel giorno non ci sarebbe più stato.

Ricordo l’operaio che si rifiutò di consegnare il tricolore

mentre cantava Bella ciao e quelli che occuparono la fabbrica

lasciando i figli senza pane per rivendicare i propri diritti.

Ricordo lo specchio che rifletté per l’ultima volta

il volto di mio padre.

Ora in quella città sarei un estraneo

qualcuno forse più giovane di me

non leggerà mai questa pagina

ma rimpiangerà quel campo di ulivi

e quell’amore mai sbocciato.

Gordiano Lupi
www.infol.it/lupi

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Un nuovo colloquio e Il tempo felice

13 Maggio 2018 , Scritto da Lorenzo Barbieri Con tag #lorenzo barbieri, #poesia

 

 

 

 

UN NUOVO COLLOQUIO

 

Per non essere seppellito

Dalle suadenti parole

Di gracchianti mostri colorati

In questo mare di vacue immagini

E suoni ossessionanti

Io naufrago senza isole

Rievoco i tormentati anni

Dell’utopia sessantottina

Per dare un senso

Al tempo della mia vita

Quando il pensiero era una musica

E le parole un coro.

Per risvegliare nel cuore

Imborghesito dalla monotonia

Un nuovo colloquio

con quanto ancora c’è di buono

di concreto e di vivo

al di là del buio colpevole

dei nostri occhi silenziosi.

 

 

 

IL  TEMPO FELICE

 

I poeti che hanno vissuto il sessantotto

il sessantanove

E tutti gli altri anni

Che si sono succeduti tutti uguali

Tutti inutili, inconcludenti e deludenti;

i poeti di quella generazione

che hanno sopportato anni di piombo

terrificanti e troppo pesanti

per le loro grandi e fragili idee;

questi uomini dal libero pensiero

nonostante abbiano dovuto indossare

nuovi abiti di perbenismo

sono rimasti ancora insieme

a ricordare, a dialogare, a dissertare

sul bello e sul brutto

di un tempo ormai lontano

dove nascevano sogni e utopie

fra le massime di Mao

e le canzoni di Bob Dylan.

Questi uomini

Non possono dimenticare la fiamma

Che bruciava nei loro cuori

I carri armati di Praga

Il primo uomo sulla Luna

Ma soprattutto non vogliono

Rinunciare alla nostalgia

Del loro tempo felice

Assurto agli onori della storia.

 

 

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Festival Internazionale Europa in versi

5 Maggio 2018 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #eventi, #poesia

 

 

 

 

Siamo lieti di presentarvi il prestigioso Festival di Poesia Europa in Versi, giunto alla sua ottava edizione, sotto la direzione della Casa della Poesia di Como.

 

Il Festival si terrà da venerdì 18 a domenica 20 maggio, con eventi riservati alle scuole nella prima giornata ed incontri aperti al pubblico nei due giorni seguenti.

 

Segnaliamo in particolare l'International Poetry Slam e Reading di poesia

che si terrà sabato 19 maggio a villa Gallia a partire dalle 15.00.

A seguire la cerimonia di proclamazione di vincitori e finalisti del Premio Europa in versi.

 

Da ricordare anche Di poeta in poeta, una passeggiata creativa sul lago di Como

con la partecipazione dei poeti di Europa in versi, che partirà domenica alle 14.30 da Piazza del Duomo.

 

Scaricate il programma dettagliato che trovate qui sotto per conoscere tutti gli incontri previsti, con orari e luoghi.

 

Partecipate numerosi!

 

PROGRAMMA DETTAGLIATO

 

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