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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poesia

"L'ora della sera" di Adriana Pedicini

11 Gennaio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

 

 

 

Si ferma il tempo

nell’ala che si stende

a sfogliare piumate ombre

sui tetti mentre in cielo

sola e lontana

posa la luna

a cui pur s’àncora il mio cuore.

Soffuso

l’eco della vita

mi ritorna e gioioso

stupore bambino

sul limitare

di giorni sconosciuti

nelle vene tremito

sul ciglio dell’ignoto

attese e desideri

sulla corda sottile

dii sogni giovanili

infranti o pronti a germogliare

da cuore saggio che oblia

con gli anni e accorto

impara a raccattare

splendidi tesori

nel ritmo di legge sovrumana

che  sveste dei respiri

ma poi di folate di luce

all’improvviso investe. .

Ammassati

nel granaio della memoria

-sedula formica-

i frustoli di un lungo faticare

della vita sicura dote

e cibo per l’anima

al tempo dei marosi.

E pur son giunti e non pochi

e ogni volta la tenue speranza

si è slabbrata in incubo.

Ogni volta non so se io viva

o sono un’altra

che ricorda il suo passato

o interpreta una parte non sua

in pirandelliano teatro. .

Non so se il sipario cali ora

ma vorrei che quest’ora

fosse segno e sintomo d’amore,

ultima battuta in forma di sorriso

aura perenne sul cammino

di chi resta.

Adriana Pedicini

La Musa Pensosa è una copia romana di età antonina (ultimo quarto del II secolo d.C.) di un originale di epoca tardo ellenistica, conservata nel Museo della Centrale Montemartini di Roma

La Musa Pensosa è una copia romana di età antonina (ultimo quarto del II secolo d.C.) di un originale di epoca tardo ellenistica, conservata nel Museo della Centrale Montemartini di Roma

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Tanto per dire... sì! Ci sono anch'io.

8 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

IL TEMPO E’ FATTO DI MOMENTI, MOMENTI CHE SCORRENDO VELOCEMENTE, DEFINISCONO IL SENTIERO DI UNA VITA E LO CONDUCONO INESORABILMENTE VERSO LA SUA FINE. QUANTE VOLTE CI SOFFERMIAMO AD ESAMINARE QUEL SENTIERO, A CAPIRE LA RAGIONE PER LA QUALE TUTTE LE COSE ACCADONO.

A CONSIDERARE SE IL SENTIERO INTRAPRESO NELLA VITA, SIA SOLO UNA NOSTRA CREAZIONE, OPPURE SEMPLICEMENTE QUALCOSA IN CUI VAGHIAMO AD OCCHI CHIUSI. MA SE POTESSIMO FERMARE IL TEMPO, PER VALUTARNE OGNI PREZIOSO ISTANTE PRIMA CHE PASSI E RIUSCISSIMO A VEDERE LE ALTRE INFINITE POSSIBILITA’ DI PERCORSO CHE SI SONO PRESENTATE A NOI... DAVVERO SCEGLIEREMO UN ALTRO SENTIERO?”

Dal 4 giugno dell’anno 2000, ho iniziato a vivere secondo questa filosofia. La mia vita, unica, da vivere inseguendo le luci che illuminano il mio cammino e che rischiarano le infinite possibilità che tutto il Mondo muove intorno a me. Interminabili scariche di flash, una accanto all’altra, che se pur non serviranno a dare un senso al mio passato, guidano il percorso da seguire nella mia esistenza, verso la fine o verso i confini dell’Universo. Oppure, molto più semplicemente… ho smesso di pensare che le cose accadano per caso e che le circostanze che sembrano schiacciarci, bisogna provare ad influenzarle e farle nostre, perché nel Bene della Vita che va vissuto, c’è ancora tutto un mondo da scoprire.

.:. Good bye ‘900

Ho interrotto la corsa..

mi sono fermato.

Piegato, con le mani sui fianchi,

la testa china, il respiro affannato,

gli occhi grondanti di lacrime e sudore.

Mi sono fermato, ho alzato la testa

e del mio corpo ho ripreso coscienza.

Ho riaperto gli occhi

e del mio tutt’intorno più niente c' era.

Ho abbassato lo sguardo alla terra

e da lì, in ascesa fino al cielo,

ho provato a trovare la stella

che di giorno non brillava.

Ho rimosso il primo passo,

ho ripreso a camminare,

ero ancora vivo

e stavolta guardavo avanti.

Dietro di me,

in quella sabbia antica

vecchia come il mondo,

solo lacrime e sudore.

Così si formava la mia prima rosa, che regalavo al deserto.

Tra le mie mani restava solo il ricordo di quel fragile silenzio...

Fabio Marcaccini (fabio.marcaccini@tiscali.it)

Tanto per dire... sì! Ci sono anch'io.
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"la poesia: un eterno mistero" di Adriana Pedicini

8 Gennaio 2013 Con tag #poesia, #adriana pedicini

 

Omne tulit punctum, qui miscuit utile dulci, tradotta letteralmente, significa: "Ha ottenuto un consenso unanime chi ha mescolato l'utile al dolce" (Orazio, Ars poetica, verso 343). In altre parole: "Raggiunge la perfezione chi sa unire l’utile al dilettevole”.

Con questo verso (e con quello seguente: ...lectorem delectando pariterque monendo, cioè: "...dilettando e insieme istruendo il lettore") Orazio intende assegnare alla poesia una funzione didascalica, d'insegnamento. Questo principio di poetica che Orazio fa suo è appreso dalla cultura ellenistica, sviluppatasi in un particolare momento, tanto per usare un termine moderno, di globalizzazione dei paesi grecizzati.

Ancora: “Il fine del poeta è: o giovare o dilettare o dir cose piacevoli e insieme utili alla vita. Ciò che inventa col proposito di dare piacere sia verosimile. Non pretenda la poesia che si presti fede a tutto ciò che vorrà far credere”.

“Si è fatta questione se una poesia sia lodevole per l’ingegno nativo o per l’arte. Io non vedo a che giovi lo studio senza vena, né l’ingegno senza cultura: l’una cosa ha bisogno dell’altra e vanno insieme concordi”

 

Certamente questo fine non esaurisce le infinite possibilità e le peculiarità della poesia, nonché richiama una serie di norme a cui, pur nella sua originalità, il poeta è tenuto a conformarsi.

 

“Non basta che le poesie siano belle artisticamente. Devono trascinare l’animo di chi le ascolta. La  massima parte dei poeti si lasciano attrarre dall’apparenza del giusto: per essere brevi si diventa oscuri, a chi cerca una forbita semplicità vien meno il nerbo e il sentimento, chi affetta il sublime dà nell’enfatico; chi teme guardingo la tempesta rasenta la terra, chi s’affanna a variare in modo meraviglioso e strano un soggetto per sé semplice, finisce col dipingere un delfino nei boschi, un cinghiale nel mare. Per fuggire un difetto s’incorre in un altro quando manca l’arte”.

Inoltre “Un soggetto acquisterà un’impronta personale  se non ci si perderà dietro il giro di fatti triti, aperti a tutti”.

A proposito del verso

 “Se non posso e non so conservare le funzioni assegnate ai diversi metri né il tono né il colore dei vari generi letterari perché lascio che mi dicano poeta? Perché con falso pudore preferisco ignorare piuttosto che apprendere? Consultate notte e giorno i modelli (Greci)”!

“Non tutti i critici avvertono la disarmonia del verso. Ma devo per questo scrivere a capriccio? Avrò schivato il biasimo ma non meritato la lode”.

Sì, perché anche il verso libero deve avere in sé una musicalità interiore percepibile sia dall’orecchio, sia dalla lettura.

Ma cos’è la poesia? Quale il suo status? Quali le finalita? Deve essere asservita alla morale, alla politica, alla religione, a qualunque argomento dottrinario o riguarda solo l’interiorità individuale stricto sensu?

Secondo me, qualunque sia il contenuto, l’anima individuale costituisce pur sempre un filtro, sicché non esiterei ad affermare che la poesia è storia d’anima ma anche storia d’intelletto. Anche se l’invadenza delle forme raziocinanti in seno alla poesia rischiano di operare un’azione distraente e contaminante. Ma non sempre riesce di tener distinti i due piani della coscienza con il riversare nella prosa la considerazione critica e il discorso teorico e affidando invece al verso l’introspezione personale. Una cosa del genere si può notare in Leopardi, il quale, finché al canto era riservata l’esperienza puramente sentimentale come commemorazione autobiografica, si sentiva fedele alla propria estetica, ma non c’è dubbio che con gli anni subisse una evoluzione proprio nella direzione del contenuto concettuale e raziocinante. Evoluzione già avvenuta in Dante, evoluzione di tipo intellettualistico, che implicava una rinnovata coscienza della poesia e dei suoi contenuti. Anche per Dante si trattò di passare dai temi sentimentali alle proposte dottrinarie. Col mutare della sensibilità lirica, dunque, si trasforma anche il concetto della poesia, la sua funzione nell’ambito culturale, e pertanto gli stessi valori contenutistici.

 La filosofia dell’arte, da Aristotele all’età contemporanea, ha continuamente scandagliato nei modi del fare poetico, tentando di cogliere i significati multipli e improbabili della poesia, la quale non è esprimibile con funzioni finite di parole, poiché il suo oggetto proprio è ciò che non ha un solo nome, ciò che di per sé provoca e richiede più d’una espressione, ciò che infine suscita una pluralità di forme e di pronunce.

Dunque che cos’è la poesia?

I filosofi hanno spesso preteso di risolvere la complessità della domanda all’interno di sistemi chiusi e sul piano di astratte definizioni logiche; i poeti invece hanno fatto.

In questo loro fare forse è possibile fermare l’enigma dell’arte e svelarne certi percorsi. Dalla necessità di indagare appunto sul divenire del poiein l’estetica, nell’era moderna, comincia a misurarsi con le opere, con la riflessione che gli artisti svolgono sul proprio fare. Valery riesce a pensare l’arte al di fuori degli schemi filosofici tradizionali come un gioco di metamorfosi e di trasformazioni in perenne fieri, che tende a creare un ordine artificiale e ideale per mezzo di una materia di origine ordinaria. Ma riesce soprattutto a collocare su un piano di ontologica autosufficienza ogni discorso poetico e ogni opera che vengono considerati come stadi di un lavoro che può essere quasi sempre ripreso e modificato, e questo stesso lavoro dotato di un valore proprio. Donde consegue che l’opera (la quale esige l’atto della fabbricazione) si configura fondamentalmente  come il risultato di un’azione il cui scopo finito è quello di provocare in qualcuno sviluppi infiniti, mentre l’artista è colui che giunge a possedere una conoscenza di se stesso spinta fino alla pratica e all’impiego automatico della propria personalità, della propria originalità.

poesia arte ingegno tecnica forma contenuto

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