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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poesia

Ida Verrei: Il nome che ride

18 Marzo 2013 , Scritto da Ida Verrei Con tag #ida verrei, #poesia

Il nome che ride

 

Leiètuafiglia.

Con ciglia lunghe e occhi di pietra lavica rubati alla madre

che sanguina

Leiètuafiglia.

Col riso d’un golfo riarso dal vento strappato al saraceno

 bambino del sud

Leiètuafiglia.

Col presagio del bene nel nome che ride che ride

Leiètuafiglia.

Coi passi di piombo

di piombo nella vena azzurrina

Leiètuafiglia.

E io, percorsa da mitologie senza storia, coi silenzi di sasso nel cuore,

Iosonotuamadre.

E sbianco, senza certezze d’eterno.

 

Leiètuafiglia.

E a guardarla diresti: eppure è bella, anima mia, la vita

 

I.V.

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Patana

13 Marzo 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Patana. Niente più si muove.
Il sole invoglia al tuffo
immergersi è un invito a rilasciare
il sale, da questa pelle e dal sudore.

Freschezza di emozioni
non più giovani né mai mature,
sopite, rilassano le membra,
riemergono anche il cuore
per farlo galleggiare, accoccolato,
dal maestoso mare.

Sospinto verso l’alto, sospeso con fiducia,
dipingo ad occhi chiusi i colori della vita,
il senso ai miei ricordi, le gioie e i delusi.

Ora, libertà. Pace è intorno,
la terra è a distanza
voglio incontaminarmi al cielo,
sotto di me resta il profondo
ma non dà più pensiero.

Mi muovo appena-appena e nel silenzio
lo sguardo vola in alto,
riassapora ogni momento
nel rincorrere il rimorso.

Le labbra si serrano tra i denti
poi un sospiro grida al mondo:
“non c’è traccia di rimpianti”.

Patana
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Cinque poesie di Adriana Pedicini

12 Marzo 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

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OCCHI DI GABBIANO

9 Marzo 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Un grido richiama dall'alto.

L'azzurro del mio mare si distrae,
dall'orizzonte si alza a quel cielo
tanto acceso da un bagliore oscuro,
mentre il tutto asciuga i cattivi pensieri.

Due bianche ali incatenate nell'aria
volteggiano, poi planano contro, veloci,
ad impazzare verso quella mente,
col cuore, ormai stritolata da artigli selvaggi.

Poi, ad evitare lo schianto
la dolce frenata,
e come l'Angelo, posarsi accanto.

Gli occhi fissi mescolano i sentimenti
In due perdiamo gli sguardi annebbiati
verso quell'Oltre troppo lontano.

Un altro grido richiama dal cielo.
"Io torno a volare, Amico mio.
Proviamoci insieme".

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Ida Verrei: Cheikh Tidiane Gaye, Il poeta di due mondi

1 Marzo 2013 , Scritto da ida verrei Con tag #ida verrei, #poesia

Ospitiamo Cheikh Tidiane Gaye, poeta italo-senegalese, con una delle sue belle poesie. Scrive nella nostra lingua e il suo verso possiede la musicalità che pare nutrita dal nettare dell’antico Vate.

Canta il Giorno, Gaye, quasi una danza propiziatrice, un richiamo al sole, alla luce dolce dei ricordi.

 

 

 

 

Vorrei lodare il giorno

 

di Cheikh Tidiane Gaye

 

 

Il giorno mi ospita nella sua locanda di tenerezza,

m’incanta il soffio dell’uccello, mi sdraio sul letto dell’onore

e colgo l’alito di ogni primavera per covare nel nido

dell’alfabeto le parole dolci poiché a qualcuno devo la rima

sfornata nell’alveare.

 

  1.  

 

Avessi solo la notte nel mio bicchiere

avessi visto l’onda della disgrazia inondare il mio fiato

avrei pesato ogni sillaba prima di lodare l’alba

che mi spalanca la mattina:

il giorno, una stella immensa che cade, che si alza

a volte titubante, tante volte vacillante

a volte va col vento ma rimane sempre la stella,

la duttile ala per volare nei ricordi.

 

  1.  

 

Lungo è il giorno e il suo dorso pieghevole,

stiamo camminando ma non ci arriveremo mai.

È una chiave, una finestra, una porta, una stanza

infine una camera che ci ospita e  un giorno lasceremo.

Mi avvolgo nei meandri del giorno,

il suo viso la mia chioma

fiorirò la mia gioia nel suo petto accogliente.

Giorno, ti chiamo e ti chiedo: “Dammi il tuo sole e appenderò il mio quadro;

riscalda il mio mezzogiorno triste convivente della solitudine

prestami la tua ala, volerò nei tuoi prati d’allegria;

ascolta il mio battito per raccogliere le mie ansie;

disegna il mio cammino così non inciampo nell’incognito”.

I miei sogni le farfalle colorate che addobberanno il pallido sentiero.

 

  1.  

 

Però, sollevami dal  peso della notte prima che il mio sguardo si scurisca,

così ti lodo poiché sei il principe delle mie memorie.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Due poesie tratte dalla silloge Noemàtia, di Adriana Pedicini

28 Febbraio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

due poesie tratte dalla silloge Noemàtia (termine greco classico che significa piccoli pensieri)

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il MIO vuoto

23 Febbraio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #poesia

mi mancherai per sempre

vorrei scrivere frasi che abbiano un senso e uno spessore
ma la sofferenza che ti ho inflitto non ne ha

questa non è una poesia
e io non conosco amore

ma se potessi uccidermi
per renderti la vita
le speranze
i sogni

per non essere mai stata
il tuo boia

NON
lo farei

ma il tuo vuoto
che non ho saputo riempire

mi mancherà per sempre

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non ho bisogno di amici

23 Febbraio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #poesia

 

i miei amici camminano

rasentando il muro

a occhi bassi

 

non chiedono scusa

non dicono grazie

non lasciano tracce

 

nella mia vita

né io nella loro

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POESIA E POLITICA GLI “ ULTIMI VERSI” di GIOVANNI RABONI

20 Febbraio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #poesia, #biagio osvaldo severini

di Biagio Osvaldo Severini

Il cavalier Menzogna e il trionfo dell'Impudenza, della Volgarità, dell’Arroganza, dell’Ignoranza, del Malaffare, dell’Impunità.

Stamattina, per caso, mi sono ricordato di alcuni versi poetici letti qualche anno addietro e li ho trovati subito illuminanti per capire la concitata situazione politica che stiamo vivendo.

Parlo degli "Ultimi versi" di Giovanni Raboni, scritti sì tra il 2002 e il 2004, ma di una attualità sconvolgente, segno che nulla è cambiato nella scena elettorale.

Questi versi sono la reazione feroce, precisa, chiara del grande poeta, che non vive nel mondo incolore, indistinto della contemplazione, dove non ci sono nuvole e tutto è dominato dall’atmosfera dei “tarallucci e vino”, ma vive in mezzo alla gente e si interessa della vita politica, civile, sociale italiana contemporanea.

È il classico esempio dell'intellettuale "engagé", impegnato (per certi aspetti ci fa venire in mente il francese Jean Paul Sartre della Resistenza, ma anche i nostri Pier Paolo Pasolini e don Milani, pur nella diversità delle attività), che non teme di sporcarsi le mani, di prendere posizione netta contro un certo modo aberrante di concepire e attuare il governo del Paese, e di schierarsi, di conseguenza, a favore di una composita formazione politica e partitica da lui ritenuta più idonea a tutelare la vita democratica dell'Italia. Perché Giovanni Raboni è anche un poeta civile.

Scrive, a tal proposito, i "Trionfi" e le "Canzoni" che fotografano con amarezza, vivacità, immediatezza e acutezza di analisi le condizioni degradate della quotidianità.

La sua raccolta si apre con un "Brindisi elettorale" che tratteggia sinteticamente il paesaggio politico attuale, illuminato da una luce livida: "voto a voto vadano astuzia e crimine / convincendo i semplici a farsi complici / fin quando al mercatino dello scibile / l'abuso non sia abicì, norma il libito."

Le parole usate sapientemente chiariscono e affrescano la trama del tessuto sociale: astuzia, crimine, semplici, complici, mercatino, abuso, libito (capriccio, istinto). Sono tutti concetti che evidenziano una realtà comunitaria fatta di relazioni negative, di disvalori.

Nei "Trionfi" i disvalori sono quelli dell' "Impudenza", della "Volgarità", dell' "Arroganza", dell' "Ignoranza", del "Malaffare", dell' "Impunità".

Il protagonista principale, anzi supremo di questi "Trionfi" è "il cavalier Menzogna", dalla "facciata di gomma o plastica che gli serve da faccia", che regala "una montagna di orologi / e bracciali firmati / delle più famose gioiellerie…a sudditi e compari…con pacche sulle spalle…mentre si gongola nella villa inaccessibile in compagnia dei grandi della terra".

Nel trionfo dell'ignoranza l'unica cosa da notare è "l'invisibile bravura /con la quale il Menzogna /e i suoi spacciatori mediatici / immettono da vent'anni ogni giorno / nelle vene dei sudditi / micidiali microdosi d'oblio."

Lo scopo è quello di annullare la memoria storica, per negare tutte le nefandezze del passato e presentarsi sulla scena politica con una veste candida, immacolata, spacciandosi per “vergin di servo encomio e di codardo oltraggio”( ci perdoni Manzoni!), con una faccia tosta straordinaria.

In questo modo si può diffondere il revisionismo e il negazionismo con cui gonfiare "un fiume di denaro sporco/…riciclato in isole lontane" che fa galleggiare "pregiudicati e delinquenti / d'ogni risma e colore."

Il "Menzogna" vuole rifare l'Italia con questi famigerati compagni di viaggio, ai quali di tanto in tanto "impartisce reprimende", estendendole anche agli avversari, spiegando loro "che ricevuta la prescritta unzione / uno (uno, s'intende, come lui) / diventa ipso facto padrone / come se si trattasse d'una villa", dimenticando volutamente, o con un delirio d'onnipotenza, che l'Italia non è di proprietà di un singolo, ma è la patria pubblica di tutti gli Italiani.

Ma questa paura nei confronti del cavalier Menzogna è diventata una ossessione, si dirà!

Raboni risponde: "Certo che lo è. / Come potrebbe non ossessionarci / la continua reiterazione / degli stereotipi più osceni, / l'alluvione di falsità e soprusi, / la suprema pornografia / dell'astuzia fatta oggetto di culto, / della prepotenza fatta valore, / della spudoratezza fatta icona?…a correre rischi non è soltanto / la credibilità della nazione / o l'incerta, dubitabile essenza / che chiamiamo democrazia, / qui in gioco c'è la storia che ci resta…"

E anche qui le parole colpiscono la mente e scolpiscono una brutale realtà: stereotipi osceni; alluvione di falsità e soprusi; pornografia dell'astuzia; prepotenza fatta valore; spudoratezza fatta icona. Tutte queste porcherie vengono, insomma, trasformate in immagini da venerare, in valori da imitare, diventano, cioè, la religione e l'educazione della gioventù!

Da quanto tempo è iniziata questa "nuova era della nostra tragicomica storia?"

Raboni cerca di fare il conto, ma non sa se partire dalla discesa in campo, dall'ascesa al trono, dalla prima vittoria elettorale, dall'ultima; " o sarà invece il caso / d'andare più indietro, molto più indietro, / per esempio all'ingresso nella loggia o a quando la coscienza del paese / ha cominciato a modellarsi / sui palinsesti di canale cinque? / Sarebbe già più d'un ventennio, allora, / più d'un ventennio… "

E, quindi, "bisognerà riabituarsi / a contarli per numeri romani…/ gli anni che son passati…"

Chiaramente il poeta fa riferimento al primo ventennio fascista, quello del cavaliere Benito Mussolini, che contava gli anni così: I, II, III, IV e così via, dell'Era Fascista.

Qualcuno a Raboni ha avuto il coraggio di chiedere d'essere più pacato, più costruttivo "d'avere più distacco, più ironia…"

Il poeta grandemente indignato risponde: "si distruggono vite, / si distruggono posti di lavoro, / si distrugge la giustizia, il decoro / della convivenza civile. / E intanto l'imprenditore del nulla, / il venditore d'aria fritta, / forte coi miserabili / delle sue inindagabili ricchezze, / sorride a tutto schermo / negando ogni evidenza, promettendo / il già invano promesso e l'impossibile, / spacciando per paterno / il suo osceno frasario da piazzista. / Mai così in basso, così simile / (non solo dirlo, anche pensarlo duole) / alle odiose caricature / che da sempre ci infangano e sfigurano…/ Anche altrove, lo so, / si santifica il crimine, anche altrove / si celebrano i riti / del privilegio e dell'impunità / trasformati in dottrina dello stato. / Ma solo a noi…è toccata, con il danno, la beffa, / una farsa in aggiunta alla sventura."

Come si può essere pacati, di fronte a tanto degrado morale?

Come si può accettare di trasformare la cultura "in qualcosa in più da smerciare, da investire, da far fruttare" nel corso della vita?

Per Raboni la gioia più pura, più sottile, più perfetta è quella che consiste nell' "accumulare silenziosamente dentro di me beni infruttiferi e intrasmissibili", derivanti dalla lettura, ben diversi dai buoni fruttiferi e dai beni immobili, derivanti dal commercio, da lasciare in eredità con atto notarile.

Ecco la differenza che il poeta - uno dei più grandi del nostro ultimo Novecento - vuole rimarcare tra la vera cultura e il desiderio di ammassare sempre più "robe", tra la nobiltà della mente e la materialità delle cose, tra l'altruismo e l'egoismo, tra la socialità e l'individualismo, tra l'essere e l'avere.

Lettura rapida, ma che subito fa nascere sentimenti di amore o di odio, di approvazione incondizionata o di condanna senza appello, che ti pone, comunque, di fronte alla scelta di aderire alle tesi sostenute dal poeta, perché rispondono al tuo sentire, o di rifiutarle, considerandole solo bassa e biliosa propaganda politica.

Questi versi, però, non ti lasciano indifferente e ti forzano a stare dall'una o dall'altra parte: l' "aut-aut"di kiekegaardiana memoria; o di qua o di là, "tertium non datur", nel senso che ci sono alcuni diritti costituzionali , fondanti la vita democratica, che vanno o accettati o rinnegati, e l'una scelta esclude l'altra.

D’altra parte lo stesso Raboni ci indica la strada più semplice da seguire per operare la scelta, senza ricorrere a inutili elucubrazioni intellettuali: “È vero, / la sinistra non c’è più, / c’è un profluvio di destre / d’ogni tipo, formato e sfumatura / e in tanta oscena abbondanza decidere / sarebbe a dir poco difficile / se spuntato verso il crepuscolo / dalla verminosa fermentazione / dei rimasugli della guerra fredda / e dei rifiuti dell’ancien régime / a capo di una non ci fosse lui, / il palazzinaro centuplicato / da venerabili benevolenze, / l’imbroglione da mercato rionale / trasformato a furor di video / in unto del Signore. / Finché, mi dico, Dio ce lo conserva / e i suoi squadristi in doppiopetto o blazer / ce lo lasciano fare / sapremo sempre contro chi votare.”

Al cittadino, quindi, la responsabilità della scelta, tenendo ben presente, comunque, che “ a correre rischi non è soltanto / la credibilità della nazione / o l’incerta, dubitabile essenza / che chiamiamo democrazia, / qui in gioco c’è la storia che ci resta...”, è l’avvertimento dell’angosciato Raboni.

(Giovanni Raboni è morto il 16 settembre 2004, all'età di settantadue anni. Questi "Ultimi versi" sono stati pubblicati postumi, da Garzanti, per volontà della compagna Patrizia Valduga, che chiude la pubblicazione con una sua personale postfazione poetica).

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73 volte Scully

20 Febbraio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Pensieri, parole,
hanno violato il Cielo.

Ho trovato sconfitte
le mie illusioni
col perseverare incosciente
per l'errore di viverti,
ad ogni costo
e a pagarne lo scotto.

L'acqua è malata,
impura,
non lava l'anima né la coscienza.

Il mio mondo è intorno,
mi vuol vicino.

Tu
tra il rumore di troppi corpi accanto
riascolta i nostri silenzi
pensieri e parole
volate verso il cielo.


2002

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