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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poesia

Due poesie tratte dalla silloge Noemàtia, di Adriana Pedicini

28 Febbraio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

due poesie tratte dalla silloge Noemàtia (termine greco classico che significa piccoli pensieri)

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il MIO vuoto

23 Febbraio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #poesia

mi mancherai per sempre

vorrei scrivere frasi che abbiano un senso e uno spessore
ma la sofferenza che ti ho inflitto non ne ha

questa non è una poesia
e io non conosco amore

ma se potessi uccidermi
per renderti la vita
le speranze
i sogni

per non essere mai stata
il tuo boia

NON
lo farei

ma il tuo vuoto
che non ho saputo riempire

mi mancherà per sempre

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non ho bisogno di amici

23 Febbraio 2013 , Scritto da Margareta Nemo Con tag #margareta nemo, #poesia

 

i miei amici camminano

rasentando il muro

a occhi bassi

 

non chiedono scusa

non dicono grazie

non lasciano tracce

 

nella mia vita

né io nella loro

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POESIA E POLITICA GLI “ ULTIMI VERSI” di GIOVANNI RABONI

20 Febbraio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #saggi, #poesia, #biagio osvaldo severini

di Biagio Osvaldo Severini

Il cavalier Menzogna e il trionfo dell'Impudenza, della Volgarità, dell’Arroganza, dell’Ignoranza, del Malaffare, dell’Impunità.

Stamattina, per caso, mi sono ricordato di alcuni versi poetici letti qualche anno addietro e li ho trovati subito illuminanti per capire la concitata situazione politica che stiamo vivendo.

Parlo degli "Ultimi versi" di Giovanni Raboni, scritti sì tra il 2002 e il 2004, ma di una attualità sconvolgente, segno che nulla è cambiato nella scena elettorale.

Questi versi sono la reazione feroce, precisa, chiara del grande poeta, che non vive nel mondo incolore, indistinto della contemplazione, dove non ci sono nuvole e tutto è dominato dall’atmosfera dei “tarallucci e vino”, ma vive in mezzo alla gente e si interessa della vita politica, civile, sociale italiana contemporanea.

È il classico esempio dell'intellettuale "engagé", impegnato (per certi aspetti ci fa venire in mente il francese Jean Paul Sartre della Resistenza, ma anche i nostri Pier Paolo Pasolini e don Milani, pur nella diversità delle attività), che non teme di sporcarsi le mani, di prendere posizione netta contro un certo modo aberrante di concepire e attuare il governo del Paese, e di schierarsi, di conseguenza, a favore di una composita formazione politica e partitica da lui ritenuta più idonea a tutelare la vita democratica dell'Italia. Perché Giovanni Raboni è anche un poeta civile.

Scrive, a tal proposito, i "Trionfi" e le "Canzoni" che fotografano con amarezza, vivacità, immediatezza e acutezza di analisi le condizioni degradate della quotidianità.

La sua raccolta si apre con un "Brindisi elettorale" che tratteggia sinteticamente il paesaggio politico attuale, illuminato da una luce livida: "voto a voto vadano astuzia e crimine / convincendo i semplici a farsi complici / fin quando al mercatino dello scibile / l'abuso non sia abicì, norma il libito."

Le parole usate sapientemente chiariscono e affrescano la trama del tessuto sociale: astuzia, crimine, semplici, complici, mercatino, abuso, libito (capriccio, istinto). Sono tutti concetti che evidenziano una realtà comunitaria fatta di relazioni negative, di disvalori.

Nei "Trionfi" i disvalori sono quelli dell' "Impudenza", della "Volgarità", dell' "Arroganza", dell' "Ignoranza", del "Malaffare", dell' "Impunità".

Il protagonista principale, anzi supremo di questi "Trionfi" è "il cavalier Menzogna", dalla "facciata di gomma o plastica che gli serve da faccia", che regala "una montagna di orologi / e bracciali firmati / delle più famose gioiellerie…a sudditi e compari…con pacche sulle spalle…mentre si gongola nella villa inaccessibile in compagnia dei grandi della terra".

Nel trionfo dell'ignoranza l'unica cosa da notare è "l'invisibile bravura /con la quale il Menzogna /e i suoi spacciatori mediatici / immettono da vent'anni ogni giorno / nelle vene dei sudditi / micidiali microdosi d'oblio."

Lo scopo è quello di annullare la memoria storica, per negare tutte le nefandezze del passato e presentarsi sulla scena politica con una veste candida, immacolata, spacciandosi per “vergin di servo encomio e di codardo oltraggio”( ci perdoni Manzoni!), con una faccia tosta straordinaria.

In questo modo si può diffondere il revisionismo e il negazionismo con cui gonfiare "un fiume di denaro sporco/…riciclato in isole lontane" che fa galleggiare "pregiudicati e delinquenti / d'ogni risma e colore."

Il "Menzogna" vuole rifare l'Italia con questi famigerati compagni di viaggio, ai quali di tanto in tanto "impartisce reprimende", estendendole anche agli avversari, spiegando loro "che ricevuta la prescritta unzione / uno (uno, s'intende, come lui) / diventa ipso facto padrone / come se si trattasse d'una villa", dimenticando volutamente, o con un delirio d'onnipotenza, che l'Italia non è di proprietà di un singolo, ma è la patria pubblica di tutti gli Italiani.

Ma questa paura nei confronti del cavalier Menzogna è diventata una ossessione, si dirà!

Raboni risponde: "Certo che lo è. / Come potrebbe non ossessionarci / la continua reiterazione / degli stereotipi più osceni, / l'alluvione di falsità e soprusi, / la suprema pornografia / dell'astuzia fatta oggetto di culto, / della prepotenza fatta valore, / della spudoratezza fatta icona?…a correre rischi non è soltanto / la credibilità della nazione / o l'incerta, dubitabile essenza / che chiamiamo democrazia, / qui in gioco c'è la storia che ci resta…"

E anche qui le parole colpiscono la mente e scolpiscono una brutale realtà: stereotipi osceni; alluvione di falsità e soprusi; pornografia dell'astuzia; prepotenza fatta valore; spudoratezza fatta icona. Tutte queste porcherie vengono, insomma, trasformate in immagini da venerare, in valori da imitare, diventano, cioè, la religione e l'educazione della gioventù!

Da quanto tempo è iniziata questa "nuova era della nostra tragicomica storia?"

Raboni cerca di fare il conto, ma non sa se partire dalla discesa in campo, dall'ascesa al trono, dalla prima vittoria elettorale, dall'ultima; " o sarà invece il caso / d'andare più indietro, molto più indietro, / per esempio all'ingresso nella loggia o a quando la coscienza del paese / ha cominciato a modellarsi / sui palinsesti di canale cinque? / Sarebbe già più d'un ventennio, allora, / più d'un ventennio… "

E, quindi, "bisognerà riabituarsi / a contarli per numeri romani…/ gli anni che son passati…"

Chiaramente il poeta fa riferimento al primo ventennio fascista, quello del cavaliere Benito Mussolini, che contava gli anni così: I, II, III, IV e così via, dell'Era Fascista.

Qualcuno a Raboni ha avuto il coraggio di chiedere d'essere più pacato, più costruttivo "d'avere più distacco, più ironia…"

Il poeta grandemente indignato risponde: "si distruggono vite, / si distruggono posti di lavoro, / si distrugge la giustizia, il decoro / della convivenza civile. / E intanto l'imprenditore del nulla, / il venditore d'aria fritta, / forte coi miserabili / delle sue inindagabili ricchezze, / sorride a tutto schermo / negando ogni evidenza, promettendo / il già invano promesso e l'impossibile, / spacciando per paterno / il suo osceno frasario da piazzista. / Mai così in basso, così simile / (non solo dirlo, anche pensarlo duole) / alle odiose caricature / che da sempre ci infangano e sfigurano…/ Anche altrove, lo so, / si santifica il crimine, anche altrove / si celebrano i riti / del privilegio e dell'impunità / trasformati in dottrina dello stato. / Ma solo a noi…è toccata, con il danno, la beffa, / una farsa in aggiunta alla sventura."

Come si può essere pacati, di fronte a tanto degrado morale?

Come si può accettare di trasformare la cultura "in qualcosa in più da smerciare, da investire, da far fruttare" nel corso della vita?

Per Raboni la gioia più pura, più sottile, più perfetta è quella che consiste nell' "accumulare silenziosamente dentro di me beni infruttiferi e intrasmissibili", derivanti dalla lettura, ben diversi dai buoni fruttiferi e dai beni immobili, derivanti dal commercio, da lasciare in eredità con atto notarile.

Ecco la differenza che il poeta - uno dei più grandi del nostro ultimo Novecento - vuole rimarcare tra la vera cultura e il desiderio di ammassare sempre più "robe", tra la nobiltà della mente e la materialità delle cose, tra l'altruismo e l'egoismo, tra la socialità e l'individualismo, tra l'essere e l'avere.

Lettura rapida, ma che subito fa nascere sentimenti di amore o di odio, di approvazione incondizionata o di condanna senza appello, che ti pone, comunque, di fronte alla scelta di aderire alle tesi sostenute dal poeta, perché rispondono al tuo sentire, o di rifiutarle, considerandole solo bassa e biliosa propaganda politica.

Questi versi, però, non ti lasciano indifferente e ti forzano a stare dall'una o dall'altra parte: l' "aut-aut"di kiekegaardiana memoria; o di qua o di là, "tertium non datur", nel senso che ci sono alcuni diritti costituzionali , fondanti la vita democratica, che vanno o accettati o rinnegati, e l'una scelta esclude l'altra.

D’altra parte lo stesso Raboni ci indica la strada più semplice da seguire per operare la scelta, senza ricorrere a inutili elucubrazioni intellettuali: “È vero, / la sinistra non c’è più, / c’è un profluvio di destre / d’ogni tipo, formato e sfumatura / e in tanta oscena abbondanza decidere / sarebbe a dir poco difficile / se spuntato verso il crepuscolo / dalla verminosa fermentazione / dei rimasugli della guerra fredda / e dei rifiuti dell’ancien régime / a capo di una non ci fosse lui, / il palazzinaro centuplicato / da venerabili benevolenze, / l’imbroglione da mercato rionale / trasformato a furor di video / in unto del Signore. / Finché, mi dico, Dio ce lo conserva / e i suoi squadristi in doppiopetto o blazer / ce lo lasciano fare / sapremo sempre contro chi votare.”

Al cittadino, quindi, la responsabilità della scelta, tenendo ben presente, comunque, che “ a correre rischi non è soltanto / la credibilità della nazione / o l’incerta, dubitabile essenza / che chiamiamo democrazia, / qui in gioco c’è la storia che ci resta...”, è l’avvertimento dell’angosciato Raboni.

(Giovanni Raboni è morto il 16 settembre 2004, all'età di settantadue anni. Questi "Ultimi versi" sono stati pubblicati postumi, da Garzanti, per volontà della compagna Patrizia Valduga, che chiude la pubblicazione con una sua personale postfazione poetica).

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73 volte Scully

20 Febbraio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Pensieri, parole,
hanno violato il Cielo.

Ho trovato sconfitte
le mie illusioni
col perseverare incosciente
per l'errore di viverti,
ad ogni costo
e a pagarne lo scotto.

L'acqua è malata,
impura,
non lava l'anima né la coscienza.

Il mio mondo è intorno,
mi vuol vicino.

Tu
tra il rumore di troppi corpi accanto
riascolta i nostri silenzi
pensieri e parole
volate verso il cielo.


2002

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Poesia per i naufraghi di settembre 2012

18 Febbraio 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

 

Carico 
di membra fantasma
al fondo della chiglia,
occhi fissi come fari penetrano
il buio indistinto che leviga scogli
sbattuti dal lamento di lacrime perse 
e di persa speranza
se appena più forte
il flutto si abbatte
come ala di nero destino.
Non come chi la vita ogni giorno 
l’inventa o la sciupa
nel tranquillo bisogno.
Ma come nasce ogni volta
chi supera i nodi stretti e violenti
di guerre e soprusi.

Il vento ha spirato più forte.
Di cento che erano
solo cinquanta hanno visto la riva
e degli altri la morte.

6/9/2012

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"The neverending history"

31 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Umile sasso di terra
spaccata e detrita,
logoro, noioso,
avulso di vita.

Sbiancato nel Tempio
di un mare profondo
o rosso del sangue
di angosce del Mondo.

Lavato da lacrime
di Anime inquiete,
per Mano Divina
a raggiunger le mete.

Anelita impronta
erosa dal vento,
scia futura
nei pianti del Tempo.

Umile sasso,
inanime corpo,
restituisci alla vita,
la Vita che hai.

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The truth out there

31 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Che i tuoi occhi
inseguan sempre
spazi aperti e l'orizzonte
e le orecchie non si fermino
ad ascoltare i silenzi.

Cerca e trova
i profumi, quelli più inebrianti
l’aurea tua non li confonda
dai baci amari e tradimenti.

Tendi sempre le tue mani
a sorrisi e sguardi onesti.

Con mente sana poi rifiuta
gli egoismi degli stolti
la cattiveria delle genti
e poi…
ama, ama, ama…
…e fallo solo per Amore,

E non buttarti via al momento
credendolo migliore,
per diventare un oggettino
tutto usato, senza valore.

Fuori c’è ancora tutt’un mondo da scoprire
che ti cerca e ti vuol bene;
tu non perderlo di vista,
è il tuo Mondo, ti appartiene.

E se poi ricorderai
la triste storia tua con me;
forse allora capirai:
nessuno s'è fermato
neppur davanti a te.

Un piccolo cielo ci sarà sempre
guardiano di quei mali,
prigioniero tra quei monti.
nella favola negata
ai più maestosi orizzonti.

Non fidarti di nessuno
a segnare il tuo destino,
neanche quando di rimorsi
avrai segnato il tuo cammino.

La tua vita è una sola,
importante e tu lo sai,
ma potrai aver vissuto
quando rimpianti non avrai.

Se la tua Anima è pulita
prova a chiederti il perché;
forse, anche solo un poco,
tu somigli tutta a me.

Scegli di viver l’emozione
che non genera vergogna
quella che non si nasconde
quando il tuo pensiero…
sogna.
Sogna, Amore e sogna ancora,
sogna sempre Cosa Buona
scegli solo Buona Vita
Ama, ascolta e poi perdona.

Non vorrei perdermi i tuoi anni
perciò non crescer troppo in fretta,
però cresci bimba mia,
c’è il tuo babbo che ti aspetta!

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Dedicata alle distanze…

31 Gennaio 2013 , Scritto da Fabio Marcaccini Con tag #fabio marcaccini, #poesia

Ricordi?

Cielo terso e troppo azzurro
per poter pensare male di quel vento
che nell'alto in fretta ripuliva
spingendo e rincorrendo via
i nostri pensieri e le nostre più grigie paure.

Tanto spazio liberato
per gli assolati raggi d'estate
illuminanti di calore
che bruciano ancora la terra
e la pelle.

Fuggire correndo fino al nostro rifugio,
in quel verde tranquillo
che riparava la mente
adagiava le membra
sull'amico sottobosco, morbido e cullante
che invitava gli occhi a chiudersi
sulle perseverate inquietudini
figlie delle tristezze quotidiane.

Riecheggia ancora, vicino
quel ruffiano sciacquio del fiume,
dove ieri ubriachi di musica,
nascondevamo la smania di prendersi
e il groviglio dei corpi
sbattuti dalla tempesta.

Oggi provo a trovarvi riposo
e non pace.
Tutto il resto del mondo continua a vivere
con o senza di te.

Noi,
sempre così troppo vicini o lontani;
vicini e lontani, sempre!

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L'albero

28 Gennaio 2013 , Scritto da Maria Antonietta Pinna Con tag #poesia

L’albero

La testa

contro l’austera carnalità del giorno,

titanico,

l’albero geme,

par che senta

i colpi dell’accetta,

l’unghia ramosa

stretta

nei fianchi di una verde nuvola

di sangue,

l’albero aspetta,

freme,

si perde

nella lenta

agonia della foresta.

L'albero
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