Overblog
Segui questo blog Administration + Create my blog
signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poesia

recensione Planando nell'aria di V. Principe by Adriana Pedicini

5 Dicembre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #recensioni, #poesia

recensione Planando nell'aria di V. Principe by Adriana Pedicini

Il titolo – Planando nell’aria - della raccolta di poesie di Vittoria Principe potrebbe essere la chiave di lettura della personalità che è sottesa ai versi e che viene fuori a sprazzi, a momenti non univoci nella fase descrittiva, ma pur legati da un doppio filo che da una parte conduce al bisogno insopprimibile di libertà (questa è la mia storia, simile a quella di un uccello), dall’altro alla necessità di essere, cercare e mostrare amore, come novella eroina sofoclea (eppure sento di essere fatta per amare). Vale a dire che Vittoria rappresenta un universo (femminile) oscillante perennemente tra il desiderio di affermarsi per quello che sente di essere, e i vincoli, ora gioiosi ora dolenti (i momenti felici che si trasformano in dolori …), che la legano alle persone care e alla vita quotidiana.

Una ghirlanda di libertà

È da sempre che cerco la mia libertà.

Perduta in cieli infiniti,

in abissi spaventosi,

in deserti illimitati.

Nell’universo senza fine,vago,

alla ricerca della mia libertà.

La colgo nella luna, in una stella, nel sole.

Ma guardando un prato,

la colgo in un fiore.

La stringo, la bacio, la guardo….dov’eri?

Angosciata e felice la pongo nel mio cuore.

Ora è al sicuro in me.

Mi volto; guardo il mondo,

incatenato, sofferente, schiavo.

Io sono libera,

le mie catene sono sciolte,

per sempre…

è una ghirlanda di fiori

il mio unico vincolo.

Dio l’ha posta al mio collo,

come un giogo soave e lieve.

Di qui i dissidi, di qui le fughe in avanti (un sogno sospeso nell’aria, una disperata fuga) e i ritorni (tornerai a brillare…l’anima mia allora ti parlerà), di qui pianti e scoppi di gioia (come una tempesta...quest’ira furibonda… Ma d’improvviso un raggio di sole...placa il tutto in un silenzio di pace).

Talora prende il sopravvento la nostalgia, che è sempre desiderio di qualcosa, già compiuta, anche se il solo ricordo fa male (Tutto è stato avvolto in un velo di ricordi...aver vissuto momenti terribili)) o agognata, contro cui si profilano i fantasmi del dubbio, dell’incertezza, della paura (Ho paura. Diroccata in lontananza c’è la sede dei fantasmi..) e ancora della vacuità e dell’inutilità (Ecco ti assale il nulla).

Sicché l’oasi tanto desiderata talora sembra scomparire risucchiata dal vuoto, dalla sterilità dei sentimenti intorno a lei o semplicemente dal nonsense della vita. Ma la ricerca di serenità permane immutabile (troverò mai la mia oasi di pace?)

Diventa allora spasmodica anche la ricerca del divino, che pure rimane la suprema àncora, ma con mille domande, anzi con la suprema domanda vibrante come un urlo disperato: Dio, dove sei?

La ricerca della felicità infine è quasi un’ossessione (anima mia…urla con dolore la tua voglia di felicità), che la porta però a scandagliare, ad esaminare, a leggere la realtà che la circonda, per concludere che la felicità ha un unico ritrovo, un’unica sede: il proprio cuore (Il mio cuore resterà sempre al sicuro in me)(Un giorno…mi sono accorta che essa è dentro di noi).

E dal cuore sente tracimare l’affetto per i figli in particolare. Due realtà che danno senso alla sua vita, l’uno perché ha realizzato il sogno quasi adolescenziale della maternità (il mio bambino sarà un mondo incantato), l’altro perché costituisce un’applicazione costante del suo saper e voler essere mamma.

Alla fine sul senso di solitudine (quell’angosciosa presenza del niente) di cui sono testimonianza alcune liriche prevale il giudizio sentenzioso (Se questa è la vita viviamola pure), non senza l’amabile speranza (c’è un fiore appena sbocciato), non senza la curiosità (fruga nella vita, come in un sacco colmo), non senza la fratellanza (se tutti siamo insieme…viviamo), non senza in ultimo l’appello all’amore da donare e da ricevere (se un giorno interrogassi il mio cuore…non tormentarlo. Amalo...)(se un giorno mi verrai a cercare…entrerai nel mio cuore e vi troverai scritto un solo nome AMORE).

Per concludere aggiungerei che la silloge è di piacevole lettura, sobria e scorrevole, senza tranelli o incertezze interpretative, e ancora una volta la limpidezza dichiara la volontà tetragona di un donna che pur sentendo la sofferenza dell’esistenza, ama la sfida, il volo, per poi abbandonarsi dolcemente, planando nell’aria, all’unica vera forza, l’Amore.

Adriana Pedicini

Mostra altro

Eran tre frati apostoli

28 Novembre 2013 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #luciano tarabella, #poli patrizia, #poesia

Eran tre frati apostoli

PREFAZIONE

Poeta e gentiluomo

I poeti son filosofi rimatori. E quando c’è di mezzo il vernacolo o il dialetto, rimano in sonetti. Come Luciano Tarabella, della prolifica scuola dei poeti popolari toscani. Livornesi, nel suo caso. Che alla tipica acutezza dissacratoria della toscanità uniscono il tipicissimo linguaggio dei Quattro Mori, così spesso intriso di quei termini gastro-ano-genitali che racchiudono un po’ tutta la visione che del mondo hanno i figli di Labrone: mangiare-cacare-trombare, a racchiudere tutto l’arco della parabola esistenziale. Col sesso a far da scena totale sul teatro della vita. E con tante parolacce, come le definiscono gli altri. Quelli che "sannounasega" loro com’è che l’imprecazione antidivina o il vaffanculo antiumano non sono a Livorno mera volgarità ma forma linguistica d’una mentalità ch’è filosofia di vita. Insofferente di perbenismo e d’autorità. Ché a mandà ‘nculo ‘r re il livornese ci mette quanto a mandà ‘n culo anche ‘r papa. Una lingua ch’è filosofia, insomma. O una filosofia parlata.

Senti per esempio il Tarabella, in questo “Testa e lische”:

Si sognava la topa da ragazzi a occhi aperti ma cor pipi ritto e c'era un solo modo d'esse’ sazzi sebbene che l'amore sia un diritto.

Ortre la mano, nun ce n'era spazzi perché la donna, lei, voleva ir citto; a occhi chiusi e a parità di cazzi sceglieva sempre quello cor profitto.

Ora che sono pieno di vaìni cor conto in banca che mi son sudato batto ancora musate. Come sai

la topa viene data ai ragazzini perché l'anziano nun è più caàto: budello cane, un c'indovino mai!

Oddìo, non è più quel Tarabella giovanilmente pimpante che cominciai a pubblicare sul Vernacoliere nei focosi anni ’80, quando l’uccello tirava a lui e lui tirava moccoli agli dei. Sì, qualche ricordo c’è di quei tempi, in questa raccolta di sonetti. Ma ci si respira più che altro la malinconia del tempo andato, degli amori sperati e non vissuti, dei sogni mai realizzati.

Piglia “Ir destino”, per capire: (in corsivo)

La sorte umana è drento un canterale con chissà quanti mai cassetti in fila però è nascosta da una grande pila di passioni diverse e messe male.

Ognuno, per istinto naturale, vorrebbe la migliore e la trafila, la mia, la tua o d'artri centomila, è la stessa per tutti, tale e quale.

Buttate all'aria tutte l'occasioni la ricerca ci lascia inappagati e ci si scopre vecchi con stupore.

Allora si fa ir conto: d’illusioni, magari vattro sogni irrealizzati, eppoi? Mi vien da ride’: eppoi si mòre!

Ma l’animo acceso, la caratterialità ironica e sfottente del livornese non cedono. E neppure nel ricordo malinconico manca la rabbia vitale.

Come in “Ficona”: (in corsivo)

Com'eri bella cinquant'anni fa, solo a guardatti mi mancava ir fiato e quanti... sogni mi ci son tirato perché un me la volevi propio da’!

Io chi ero? Un ragazzo innamorato che un ciaveva più voglia di ampà e che avevi ridotto in uno stato che neanco si pòle immaginà.

Eppure stamattina dar norcino, pagando un etto e mezzo di preciutto, m'hai sorriso iudendo ir borsellino.

Sicché ho pensato: ora ti decidi? Ora che sei cicciona, ma di brutto, mi mostri la dentiera e mi sorridi?

Con quer culo che 'un passa dall'androni con quer naso moccioso fatto a becco con quelle puppe mosce ciondoloni...

speravi di trovammi cèo secco?

E certo manca un vaffanculo, a chiusura del tutto: perché Tarabella è sì poeta, ma è anche un gentiluomo. Malgrado la livornesità.

Mario Cardinali

(Direttore de " IL VERNACOLIERE" di Livorno)

POST FAZIONE

Livorno ha alcuni cantori accaniti e fra questi c’è Luciano Tarabella, che da cinquanta anni scrive le sue poesie in italiano e in vernacolo. Quelle raccolte qui costituiscono una dichiarazione d’amore, innanzi tutto per la sua città, salsa e libera, di cui sa cogliere gli aspetti lirici ma anche il degrado e l’abbandono con un amore totale e senza riserve. “Noiartri ci s'ha il Porto, ir mercatino via Grande, la Sambuca, le Fortezze... “ Lo sguardo è attento, curioso, personale, irriverente come irriverenti sono tutti i livornesi. Persino i famosi 4 Mori, simbolo della città, diventano “quattro vucumprà senz’accendino.” Ma l’amore è anche per la vita in generale, per la famiglia, per il cane, per la moglie, ricordata nei momenti della passione giovanile, quando “s’andava al bubbocine”, ma amata tanto più adesso, nella dolce complicità degli anni che si fanno sentire. Gli argomenti spaziano dalla rievocazione di figure tipiche nostrane come il reietto Cutolo, alla citazione dantesca ironica, alla vita quotidiana, alla politica e al costume, ai fatti di cronaca cittadina, fino addirittura ad un tentativo di cosmogonia filosofica. Tarabella ha una parola per tutto, s’interessa di tutto, senza intellettualismi né orpelli ma anche senza superficialità e con uno sguardo morale. Racconta anche se stesso, la sua vita quotidiana che diventa la vita di ognuno di noi, uomo o donna. Lo stile è sboccato, semplice, arrabbiato con bonarietà, ironico e divertente anche fra le lacrime.

Patrizia Poli

Mostra altro

Sonetto d'amore

26 Novembre 2013 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #luciano tarabella, #poesia

Sonetto d'amore

Corri sonetto, va', non inciampare!
Vola e raggiungi presto l'amor mio
tu sai perché la penso e non scordare
di dirle tutto come fossi io.

Racconta che non faccio che sognare
il suo ritorno da quel triste addio,
che in ogni volto che confronto e spio
un altro come il suo non so trovare.

Dille, magari, tutto il mio tormento
che mi trascino ancora nella vita
più quello che tu sai nel cuore preme.

Descrivile con calma cosa sento
ma se t'accorgi che per lei è finita,
ritorna qui da me: si piange insieme.

Autore: Luciano Tarabella

Mostra altro

Adriana Pedicini, "Sazia di Luce"

22 Novembre 2013 , Scritto da Ida Verrei e Patrizia Poli Con tag #poesia, #recensioni, #poli patrizia, #ida verrei, #adriana pedicini, #Laboratorio di Narrativa, #gordiano lupi

Adriana Pedicini, "Sazia di Luce"

Sazia di Luce

Adriana Pedicini

Edizioni Il Foglio

pp 79

10,00

“Ogni volta non so se io viva o se sia un’altra che ricorda il passato

Adriana Pedicini è una poetessa di talento che ha portato avanti per molti anni la sua attività di docente di lettere classiche, e ora, dopo il pensionamento, nella piena maturità, presenta in pubblico la sua attività di scrittrice e il suo amore per la poesia.

Il libro, edito da Il Foglio, elegante, arricchito dai disegni di Anna Perrone, è una silloge di cinquantasette liriche che, come chiarisce la stessa autrice, si muovono circolarmente tra quei due poli antitetici che corrispondono al dolore che annienta e alla rinascita nella Fede.

Una raccolta di liriche che ripercorre sentieri dolorosi, esperienze che tracciano solchi profondi e si fanno poesia: versi che trovano, nell’espressività delle immagini e nella suggestione evocativa, la forza per ricreare atmosfere e stati d’animo.

Sazia di Luce, recita il titolo, e la sovrabbondanza di luce nasce dall’anima della poetessa, …e mi adagerò petalo impalpabile/ all’ombra del cipresso ad attendere/dietro la falcata nuvola nera/ l’indice di luce ad indicarmi la via…”, pur nella disperazione, nell’angoscia del rapido fluire delle cose, nello sconforto della malattia come metafora di uno stato di disfacimento dell’intera vita: “… Oggi è la storia/ cruenta di sempre”

In tutta la raccolta ricorre il registro elegiaco del ricordo, ma anche del senso amaro e duro della realtà, del mondo penoso dell’infermità fisica: … Ancora per poco vive/ libera la mia ansia e/ su muro bianco/di sole settembrino/si stempera/mentre sulle orme della sera/già plana l’angoscia. È lo sguardo attonito di fronte al mistero della morte, è il timore dell’inconoscibile, è il rimpianto per i chiarori di albe profumate di tiglio, per il profumo di mosto/e aria ebbra di vino. E allora nascono le interrogazioni, le domande perenni che dilaniano l’animo: che sarà di questo brandello di vita? Ricucirò i lembi di vecchia placenta?

Ma a questa dimensione crepuscolare si oppone la volontà di vivere e di agire, l’amore per la vita espresso nella quotidianità, negli affetti, nelle piccole e grandi cose di tutti i giorni.

“Il faut tenter de vivre”, recita Paul Valery, e Adriana, anche attraverso la fede, ritrova il senso della rinascita; la sofferenza si muta in luce che “sazia”, una gemma di vita e di speranza… profumo del Natale.

E allora, dopo la rivelazione del senso amaro della realtà, del mondo angoscioso della malattia, i versi rivisitano un mondo rassicurante, ritrovano la magia dei sentimenti, dei valori più autentici, la natura, le stagioni, la luce e i paesaggi, i suoni, gli odori, i colori: “Pigolio/il bisbiglio d’amore/ dei miei piccoli/ mi ha resa rondine/ che torna al suo nido/ con rinnovata scorta/ d’amore

… È tempo di cantare/ più dolci melodie

Il mutamento del paesaggio e delle atmosfere trova uno spiraglio di evasione e di sogno, pause contemplative, luoghi evocati e rivissuti attraverso l’emozione, ma anche con l’esercizio delicato dei sensi: “… a sera nel tremolio/ delle membra sotto turchina luce./ Ascolto solo/ la mia piccola città/ che pettegola, mormora…” È una provincia quasi appartata, ancora silenziosa, dove ha ancora un senso scorgere negli occhi un timido sorriso, legata alla dimensione della levità, come conquista di una serenità recuperata: è “Vita”.

La silloge si chiude con la domanda estrema/ che fu anche la prima./ Chi siamo? Adriana Pedicini trova la sua risposta nella Poesia e nella Fede. La vita non offre mai niente senza controparte, ma talvolta restituisce ciò che toglie.

Adriana Pedicini è imbevuta di studi classici. Lo stile di questa silloge lo dimostra, al punto da farne la sua peculiarità. I suoi sono versi dal sapore antico, con parole scelte e desuete. Ma non è il classicismo la sua vena migliore. Queste poesie sono state scritte in un momento difficilissimo della sua vita, ed ella, in lotta quotidiana con la malattia che devasta e toglie, le ha usate come sfogo ad un dolore che inchioda, come argine alla paura che mozza il respiro e “tinge di nero la prossima alba”. E i momenti più alti, più sublimi, non sono quelli in cui dà ordine al sentimento costringendolo nella forma classica, bensì quelli dove lo stile composto, trattenuto, lascia trapelare squarci di verità nuda, di parole scabre, quasi caproniane.

“Vita

Non conosco

la folla dei mercati

dei bar e delle piazze

delle strade lunghe

che nascono in periferia

silenziose e si svegliano

alle porte dei cantieri.

Non so

le brevi strade

colorate al mattino

di voci giovanili,

bisbiglianti amore

nei tardi crepuscoli,

silenti di parole

a sera nel tremolio

delle membra sotto turchina luce.

Ascolto solo

la mia piccola città

che pettegola, mormora,

trepida, soffre,

amo la vita della mia città antica

dove ha ancora un senso

scorgere negli occhi un timido sorriso.

Miracolo vivente

Mi hai appellata così,

vedendo la mia testa rasa,

sì, miracolo è vedermi

“senza” e non “con”,

vedere,

mentre a pezzi cade il corpo,

un’anima bambina

slanciarsi come sempre

ad afferrare lo spicchio di sole

che sbianca la parete

spalancare avidi gli occhi

sull’alba che fuga

i fantasmi della notte.

Il cuore piange e ride, giammai tedioso,

riposa sulla coltre grigia

della insensata calma.

Ogni giorno un guadagno,

ogni giorno un sassolino

bianco di luce segna i passi

dell’amore da fare insieme

finché…

finché l’ultima ora

scioglierà la promessa

di pur breve cammino.

Allora sarò ovunque

Ma sempre a voi vicina

Piccolo lume di fiamma viva a scaldarvi il cuore.

Qui non c’è artificio, non c’è manierismo, c’è solo un grumo di dolore che esplode, che dilania, un lago fondo di paura, il terrore della nera signora in agguato, pronta a strapparci ai figli, al sole, all’amore del compagno di una vita - uomo taciturno, forse austero, che ora frana nel dolore di lei. La malattia assale, la cura è ancor peggiore del male, si teme che non ci sia più tempo per gli affetti, e il panico tracima: “sarò cuore di cerbiatta spaurito, allo strepito dei rami di mirto”, diventando anche rabbia. “Non vorrei che la mano del destino/assetata arpia/mi trascinasse via/mentre spuma di rabbia/m’illividisce il volto. L’autrice si abbarbica all’amore dei figli che mai vorrebbe lasciare: “Saranno miei rami le braccia dei figli”, si ribella a un destino che nessuno di noi accetta.

Il rifugio nella fede è, sì, consolazione ma raramente abbandono, la ferita è troppo aspra, la lacerazione troppo insopportabile. Qualunque cosa è meglio che morire, qualunque cosa è vita, anche i ricordi della guerra, di un tempo amaro in cui, almeno, si aveva la possibilità di lottare e la speranza di sopravvivere.

Ma le radici sono forti, lo spirito è come roccia tenace che sa sempre risorgere, aggrapparsi, se non proprio alla speranza, almeno agli sprazzi di vita, alla natura, al profumo del Natale, (sia pur in “uggioso avvento”), della primavera, della natura. Così si ritagliano “lampi di serene giornate” mentre la fiducia rinasce, così si ha anche un pensiero cristiano per i poveri, gli abbandonati, i derelitti.

L’autrice si mostra in tutta la sua fragilità, con i suoi timidi rossori, il suo cuore di cerbiatta spaurita di fronte al fucile puntato, i suoi pudori che nascondono passioni sotterranee. L’impatto emotivo è immediato - nonostante il filtro della tecnica - dirompente, commovente. Le poesie migliori sono quelle dove non si cercano belle immagini ma ci si mette a nudo, crocifissi dal dolore, e le parola vita, vivente, sono ripetute ad esorcizzare il buio, a gridare il proprio incrollabile desiderio di rimanere ancora su questa terra.

Ida Verrei e Patrizia Poli

Mostra altro

Barolong Seboni Nell'aria inquieta del Kalahari

14 Novembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia, #recensioni

Barolong Seboni Nell'aria inquieta del Kalahari

In the disquiet air of the Kalahari

Traduzione di Marisa Cecchetti

Si legge poca poesia nel nostro paese, purtroppo, anche se la lirica resta la prima forma letteraria conosciuta, insieme al teatro. Ma interessa ancora la letteratura in un panorama editoriale guidato dal profitto e gestito da manager? La domanda è retorica. Per fortuna che ci sono i piccoli editori e i traduttori intelligenti, tra i quali - immodestamente - mi ci metto pure io, visto che Il Foglio Letterario (grazie a Malini) traduce Polanski, ma anche (grazie a me) i cubani Viera, Navarrete, Padilla e Piñera, oltre a pubblicare italiani di valore (Garofalo e Polito su tutti). LietoColle compie un'opera meritoria, grazie all'attenta traduzione di Marisa Cecchetti che rende in un italiano raffinato e lirico alcune poesie scritte a Edimburgo, nel 1993, da Barolong Seboni (Botswana, 1957). Poesie scritte fuori dall'Africa, ma che parlano dei problemi e dei panorami della sua terra, profumano di nostalgia e di sconfinate praterie del Kalahari, pur scritte nel rigido clima scozzese. "La poesia di Seboni - come scrive la traduttrice in una dotta prefazione - passa attraverso il recupero della memoria dei padri, del loro orgoglio nazionale, è un processo di riscoperta delle radici che diventa riscoperta e costruzione di sé, con un ritorno nel grembo materno della sua tradizione, in un'esigenza di dignitoso riscatto della propria cultura dopo il tentativo dei bianchi di cancellare tale passato". Un popolo senza passato è un popolo perso, afferma Seboni. Come dargli torto? Ognuno di noi è alla ricerca del suo passato, delle sue radici, ma nel caso di Seboni sono radici antirazziste, ricordano la lotta contro un colonizzatore bianco per il riscatto d'una terra libera. Il mio amore per Cuba fa sì che riesca ad apprezzare meglio di altri questa straordinaria opera poetica, perché sono molte le suggestioni che sento vicine. Alberi possenti come il baobab - nel Caribe si chiama ceiba ma è la stessa cosa - dove si seppelliscono i propri cari, simbolo di energia, di longevità e di forza.

La leggenda cubana della ceiba che protegge perché contiene le anime dei genitori, della possente sequoia immortale che non va abbattuta ha radici africane. La jacaranda è un altro fiore che unisce Africa e Cuba, commistione razziale e paesaggi sconfinati tra terra e mare sono il ricordo che torna prepotente alla memoria. La poesia di Seboni ricorda liriche di Piñera e racconti di Cabrera Infante quando cita il fiore dal rosso colore, l'erba ingiallita, il vento capriccioso, i cespugli dannati e gli ossuti rovi. Le donne della Namibia sembrano contadine cubane di razza nera sedute all'ombra della loro bancarella, un vestito che è fluire di luce splendente, mentre cuciono pezze multicolori sulle bambole che vendono. E che dire delle stagioni? Come posso non amare una lirica che recita: "Non ci sono stagioni/ in Africa, dicono/ solo calde estati che fumano/ di nubi tonanti gonfie/ di pioggia del tipo convenzionale/ e notti invernali che fischiano/ sulle sabbie gialle del Kgalagadi". Questa è Cuba, signori, non soltanto l'Africa, è anche la terra dei miei amati poeti che un tiranno fuori dalla storia mi impedisce di rivedere. Ecco perché non posso scrivere una recensione su questo piccolo gioiello di libro, ma solo testimoniare tutto il mio amore per liriche intense che raccontano un luogo dell'anima che non è patrimonio esclusivo del poeta. Due parole sulla traduttrice, Marisa Cecchetti, che ha scoperto un talento lirico ignoto al pubblico italiano. Pisana di San Giuliano Terme, lucchese di adozione, di cui abbiamo letto con piacere un intenso romanzo di formazione come La bici al cancello (Baroni, 2007). Vi lascio con due liriche particolarmente suggestive di Seboni. Leggere la sua opera fa bene al cuore.

Sanguedisole

Nelle sere

le donne di Soweto

con occhi arrossati

piangono

perché attraverso

il velo di fumo

densodipus

il loro sole

sanguina.

Coltello notturno

Al colpo

di un coltello

la notte si immerge

improvvisa sul tenero

fianco di Soweto.

La mattina grida

come sirene

insanguinate di rugiada.

E il giorno

si sparge vuoto

spalancandosi

in una sorpresa mortale

come una gola

fessa.

Mostra altro

Omaggio a Giorgio Caproni

10 Novembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi, #poesia, #personaggi da conoscere

Omaggio a Giorgio Caproni

Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città

Omaggio a Giorgio Caproni

a cura di Patrizia Garofalo e Cinzia Demi

Edizioni Il Foglio, 2013

pp. 110

Ci sono saggi letterari che illuminano, arricchiscono, fanno dire: “Ecco, questo è proprio ciò che pensavo e sentivo”. Ce ne sono altri che grondano accademia, ad esempio quelli letti nei giorni dell’università, quando dovevi perdere un’ora, non per studiare il poeta o il romanziere in questione, ma solo per capire cosa intendesse il critico con la sua nebulosa accozzaglia di parole. Si finiva per telefonarci l’un l’altro fra studenti, chiedendo: “Ma tu cosa hai recepito?” Si cercava di ricostruire il filo del discorso, di “tradurre” il testo in un italiano comprensibile, mettendo faticosamente in relazione soggetto e predicato. Spesso, alla fine, una volta parafrasato e volgarizzato, il saggio era riassumibile in tre o quattro concetti cardine. Provavamo, allora, il bisogno di allontanarci da un mondo fatto solo di gente che si parlava addosso, e immergerci nella vita reale, nelle cose concrete.

Questa premessa per segnalarvi una raccolta di saggi su Giorgio Caproni - poeta più che mai alla ricerca del contatto totale fra parola e cosa – che contiene testi sia dell’uno e che dell’altro stampo. Per fortuna sono prevalenti di gran lunga quelli del primo tipo.

“Tra Livorno e Genova, il poeta delle due città”, a cura di Patrizia Garofalo e Cinzia Demi, è un omaggio a Giorgio Caproni, che si sviluppa in dodici saggi, alcuni frutto di due convegni organizzati da una delle curatrici, a Palermo e a Bologna, altri opera di studiosi e cultori e persino dello stesso figlio di Caproni. Molti emozionano, uno in particolare annoia perché scritto in un linguaggio intellettualmente auto compiaciuto.

La raccolta si apre con un’intervista che il figlio di Caproni, Attilio Mauro, ha rilasciato a Matteo Bianchi. Caproni figlio sostiene che scrivere versi è una pratica difficilissima, non è sufficiente mettere parole in colonna per essere poeti, non si deve rispecchiare un’epoca specifica, bensì avere intuizioni che scavalcano il tempo e restano valide a distanza di secoli. Il poeta raggiunge la maturità artistica attorno ai quaranta anni, dopo di che la creatività scema e si ripercorrono i propri passi con meri esercizi di stile.

Il secondo saggio, di Angelo Andreotti, si occupa della raccolta “Res amissa”, uscita postuma nel 1991 a cura del filosofo Giorgio Agamben. La res amissa è la cosa che si può perdere, la cosa che c’era ma di cui si è smarrito anche il ricordo, la cosa nascosta così bene da essere scomparsa e che permane solo come assenza, come nostalgia di un Dono ormai inconoscibile: forse la Grazia, forse la Vita, forse la Poesia stessa, in ogni caso il Bene.

“Gli ultimi versi della sua produzione poetica, e in particolare quelli di Res amissa, risultano franti, in parte anche sincopati, interrotti da trattini e parentesi, separati da spazi bianchi e puntini (di “canto spezzato parla Agamben”); e con questa disarmonia – con questo respiro affannato, ansioso – sembra voler negare al lettore la piacevolezza della lettura, o per lo meno imporgli un ritmo rigido, per nulla naturale”. (Angelo Andreotti)

Il terzo saggio, ancora a firma Matteo Bianchi, è indicativo di una tendenza che, ultimamente, si sta diffondendo nella critica, quella, cioè, di essere multimediale, di mescolare “alto e basso”. (La recente candidatura di Vecchioni al Nobel per la letteratura ne è un esempio.) In questo saggio, Bianchi accosta il testo di “Canzone”, di Lucio Dalla e Samuele Bersani, con la poesia di Caproni “Preghiera”. E, nonostante la disparità di valore, come dimenticare che la poesia è nata proprio con accompagnamento di musica? Come dimenticare il video nel quale Caproni stesso confessa di essersi avvicinato alla poesia da paroliere dei propri componimenti musicali?

Bianchi rimarca il rifiuto del classicismo in Caproni, il suo aggancio con la tradizione popolare di Genova e di Livorno, la facilità e, insieme, la sapienza estrema della rima, l’eco nei suoi versi di Cavalcanti e dei primitivi.

Il quarto saggio, di Fabio Canessa, si sofferma sui temi del congedo e del viaggio, cari al poeta livornese: il congedo è da una vita cara, amata e superiore alla poesia, una vita che nessuna parola riesce a rendere.

“Io son giunto alla disperazione calma,

senza sgomenti.”

“Nella musicalità affabulatoria orchestrata dagli enjambement, nel lessico discorsivo del tono colloquiale c’è tutta la “calma disperazione” dell’accettazione della vita e della morte.”

Anche il viaggio si fonde con il suo contrario, con “la negazione della partenza e il corto circuito fra passato, presente e futuro sfiora il nonsense.”

Nel quinto pezzo, Maurizio Caruso parla degli elementi che hanno ispirato il quadro di Caproni riprodotto sulla copertina.

Nel sesto, Cinzia Demi si occupa della raccolta “Il seme del piangere” (1959) e, in particolare, degli splendidi Versi livornesi. Se Genova è la città della maturità, dell’essere a pieno se stesso, Livorno è il luogo dell’anima, dell’infanzia, del re-incontro con la madre giovane. Il dolore è modulato con disincanto come in “Ad portam inferi” che qui riproponiamo per la sua semplice bellezza.

Chi avrebbe mai pensato, allora,

di doverla incontrare

un'alba (così sola

e debole, e senza

l'appoggio di una parola)

seduta in quella stazione,

la mano sul tavolino

freddo, ad aspettare

l'ultima coincidenza

per l'ultima stazione?

Posato il fagottino

in terra, con una cocca

del fazzoletto (di nebbia

e di vapori è piena

la sala, e vi si sfanno

i treni che vengono e vanno

senza fermarsi) asciuga

di soppiatto - in fretta

come fa la servetta

scacciata, che del servizio

nuovo ignora il padrone

e il vizio - la sola

lacrima che le sgorga

calda, e le brucia la gola.

Davanti al cappuccino

che si raffredda, Annina

di nuovo senza anello, pensa

di scrivere al suo bambino

almeno una cartolina:

"Caro, son qui: ti scrivo

per dirti ..." Ma invano tenta

di ricordare: non sa

nemmeno lei, non rammenta

se è morto o se ancora è vivo,

e si confonde (la testa

le gira vuota) e intanto,

mentre le cresce il pianto

in petto, cerca

confusa nella borsetta

la matita, scordata

(s'accorge con una stretta

al cuore) con le chiavi di casa.

Vorrebbe anche al suo marito

scrivere due righe, in fretta.

Dirgli, come faceva

quando in giorni più netti

andava a Colle Salvetti,

"Attilio caro, ho lasciato

il caffè sul gas e il burro

nella credenza: compra

solo un pò di spaghetti,

e vedi di non lavorare

troppo (non ti stancare

come al solito) e fuma

un poco meno, senza,

ti prego, approfittare

ancora della mia partenza,

chiudendo il contatore,

se esci, anche per poche ore."

Ma poi s'accorge che al dito

non ha più anello, e il cervello

di nuovo le si confonde

smarrito; e mentre

cerca invano di bere

freddo ormai il cappuccino

(la mano le trema: non riesce,

con tanta gente che esce

ed entra, ad alzare il bicchiere)

ritorna col suo pensiero

(guardando il cameriere

che intanto sparecchia, serio,

lasciando sul tavolino

il resto) al suo bambino.

Almeno le venisse in mente

che quel bambino è sparito!

E' cresciuto, ha tradito,

fugge ora rincorso

pel mondo dall'errore

e dal peccato, e morso

dal cane del suo rimorso

inutile, solo

è rimasto a nutrire,

smilzo come un usignolo,

la sua magra famiglia

(il maschio, Rina, la figlia)

con colpe da non finire.

Ma lei, anche se le si strappa

il cuore, come può ricordare,

con tutti quei cacciatori

intorno, tutta quella grappa,

i cani che a muso chino

fiutano il suo fagottino

misero, e poi da un angolo

scodinzolano e la stanno a guardare

con occhi che subito piangono?

Nemmeno sa distinguere bene,

ormai tra marito e figliolo.

Vorrebbe piangere, cerca

sul marmo il tovagliolo

già tolto, e in terra

(vagamente la guerra

le torna in mente, e fischiare

a lungo nell'alba sente

un treno militare)

guarda fra tanto fumo

e tante bucce d'arancio

(fra tanto odore di rancio

e di pioggia) il solo

ed unico tesoro

che ha potuto salvare

e che (lei non può capire)

fra i piedi di tanta gente

i cani stanno a annusare.

"Signore cosa devo fare,"

quasi vorrebbe urlare,

come il giorno che il letto

pieno di lei, stretto

sentì il cuore svanire

in un così lungo morire.

Guarda l'orologio: è fermo.

Vorrebbe domandare

al capotreno. Vorrebbe

sapere se deve aspettare

ancora molto. Ma come,

come può, lei, sentire,

mentre le resta in gola

(c'è un fumo) la parola,

ch'è proprio negli occhi dei cani

la nebbia del suo domani?

La Demi avvicina Caproni a Saba, anch’egli controcorrente per lo stile umile.

Annina è un archetipo femminile, una cavalcantiana e stilnovistica figura guida, che accompagna l’anima del poeta ormai vecchio attraverso una Livorno popolare, gioiosa, mattutina e non ancora bombardata. La madre diventa fidanzata del figlio ma non in un rapporto incestuoso, bensì atemporale, che ricongiunge e fonde le anime; così come la poesia “A mio figlio Attilio Mauro che ha il nome di mio padre”, contenuta in “Il muro della terra” (del 75), crea un legame astorico fra padre e figlio, dove il padre diventa figlio di suo figlio (quasi un’eco, ancora una volta, del paradiso dantesco e della Vergine Maria) e viene trasportato in quel futuro che non gli apparterrà.

Portami con te lontano

...lontano...

nel tuo futuro.

Diventa mio padre, portami

per la mano

dov'è diretto sicuro

il tuo passo d'Irlanda

l'arpa del tuo profilo

biondo, alto

già più di me che inclino

già verso l'erba.

Serba

di me questo ricordo vano

che scrivo mentre la mano

mi trema.

Rema

con me negli occhi allargo

del tuo futuro, mentre odo

(non odio) abbrunato il sordo

battito del tamburo

che rulla - come il mio cuore: in nome

di nulla - la Dedizione.

Il settimo saggio, scritto da Flora di Legami, è il più ostico, indigesto e compiaciuto. Si occupa delle raccolte “Il Franco Cacciatore “ (1982)“ e Il conte di Kevenhüller” (1986), già di per sé difficili per il linguaggio franto e l’ardua ricerca stilistica.

“Il franco cacciatore” è ispirato a un’opera di Weber, su libretto di Kind, ma s’inserisce in una tradizione che, come dice la di Legami, “da Dante a Boccaccio, da Petrarca a Poliziano, da Marino a Bruno, giunge alla modernità con Valery e Melville”. Le metafore venatorie e mitologiche e il motivo del viaggio sono la traccia per una discesa all’interno del sé alla ricerca di valori universali. “Bellezza e orrore, attesa e vuoto, vitalità e morte, parola e silenzio, sono i nuclei di un racconto, disposto sul metro della mitica caccia.” (Flora di Legami)

La caccia è nei confronti di Dio, la morte del cacciatore è il sacrificio della parola al silenzio. I continui punti di sospensione, le parentesi, le frasi spezzate indicano un’ indagine che si avvita su se stessa aspirando a un’inattingibile essenzialità.

“Atteone è segno del lavorio ininterrotto per dire l’indicibile.” “Per via di continui slittamenti inversioni e giochi di antifrasi, il poeta compone inediti arabeschi di sovversione logica, con cui rendere gli scarti disarmonici dell’esistere e del pensiero.”

“Il conte di Kevenhüller” (1986) è una sorta di “operetta morale” basata sulla caccia a una feroce Bestia che altri non è che la parola stessa.

“Se la parola è l’involucro in cui prendono forma e consistenza angosce, tremori, interrogazioni e dubbi di una ricerca esistenziale, nessuna meraviglia che proprio questa divenga la preda mitica del poeta cacciatore.”

Alla fine si ha un’infinita e ossimorica coincidenza di opposti, una myse en abyme fra vita e morte, cacciatore e preda.

L’ottavo saggio, di Rosa Elisa Giangoia, si riferisce al poemetto “Ballo a Fontanigorda” (1938), evidenziando il legame di Caproni con la val Trebbia, i suoi boschi, i suoi villaggi e la statale 45. Qui Caproni fu maestro elementare e partigiano. Qui la sua poesia, basata più “sul togliere parole che sull’aggiungerne”, arriva al definitivo superamento della concezione romantica e decadente di paesaggio come specchio dello stato d’animo e ritratto di luogo ameno e pittoresco. Il paesaggio non comunica emozioni, è uno spazio rarefatto, semplificato, è un luogo da cui tutti se ne vanno, lasciandoci soli con il bosco e il fiume, mentre, man mano, le certezze svaniscono e le risposte ridiventano domande.

Il nono saggio, di Gianfranco Lauretano, parte dalla raccolta “Congedo del viaggiatore cerimonioso e altre prosopopee” (1965) per mostrarci come dal ‘65 al ‘90 Caproni non abbia fatto che congedarsi da tutto, dalla vita, dalla famiglia, dagli amici, da quello che chiamava mézigue, cioè “me stesso”. Già da cinquantenne inizia a salutare, mentre la sua poesia sempre più si rastrema, mentre la storia lo delude, mentre il concetto di Dio, per lui ateo, diventa sempre più sfuggente e, insieme, paradossalmente desiderabile.

Il decimo saggio, del linguista Fabio Marri, ci mostra nei particolari come lavora il poeta Caproni, come la sua lingua facile, quasi elementare - se sottoposta ad analisi tecnica - sveli tutta la sua sapienza e l’artificio.

Il linguaggio è semplice ma composto anche di termini rari e aulici, di aggettivi inusuali, il senso letterale delle parole è trasformato e arricchito dalla loro forma fonica, dall’armonia all’interno della frase, dalla posizione nel discorso poetico, dalla disposizione sintattica. Il verso è agile, si allunga nell’enjambement, si dispiega in rime baciate, prima chiare, poi, con l’acuirsi del tormento interiore e della ricerca, sempre più scure. La rima serve ad accostare fra loro parole che possono fondersi o cozzare, come in Cavalcanti, Carducci, Pascoli, prima, e Ungaretti, Montale, Saba, Luzi, poi. Le parentesi, invece di isolare, evidenziano concetti fondamentali, epifanici, le frasi diventano esclamative e interrogative, a sottolineare riflessioni dolorose.

Tutto questo, a detta di Caproni stesso, senza formalismi forzati, senza ritorni anacronistici ad avanguardie superate, senza anticonformismo obbligato, ma anche senza nessuna musicalità consolatoria.

L’undicesimo saggio, di Paolo Ruffilli, mette in collegamento la poesia di Caproni con l’opera lirica settecentesca e con la cultura illuminista.

Infine l’ultimo, di Massimo Scrignoli, evidenzia l’immagine ricorrente in Caproni della “stella nera”, luce spenta ma pur sempre luce, collegata al ricordo della perduta sorella minore, Marcella.

Mostra altro

SAZIA DI LUCE poesie di ADRIANA PEDICINI (ed. IL FOGLIO)

19 Ottobre 2013 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

Nota dell’autrice

La prima sezione della silloge di poesie che hanno sottolineato e accompagnato il mio cammino in un momento difficile, intrecciandosi con scenari sociali di tristezza e disperazione, si apre e si conclude secondo una struttura ad anello con un dato olfattivo metaforico che, spontaneamente sgorgato dall’animo, ha alla fine evidenziato il sorgere della speranza nell’arco di tempo che separa le prime poesie dalle ultime.

Senso di disfacimento, di sconfitta, di nostalgia, il senso del tempo che non ritorna alberga nelle prime poesie dove mal si cela il timore dell’ignoto, della vicenda umana post mortem; la poesia “Profumo di Natale” è invece la cesura che comporta la rinascita, se non fisica, almeno spirituale che ogni evento nuovo favorisce o determina quando nuovamente si ripete carico di valore simbolico.

Se non fosse così persi sarebbero per sempre i nostri passi.

Pertanto, nella seconda sezione della silloge, il poetare trae alimento da un più fiducioso rapporto con la vita e con la natura tutta nelle varie manifestazioni; soprattutto esso è frutto della convinzione serena e consapevole che il male come il bene fanno parte della vita umana: il male anche inteso come dolore sofferenza e infine morte.

La sofferenza può essere l’inizio di un cammino nel Profondo di noi, speculare al cammino verso il Cielo, verso il livello più alto dell’umano, dove l’elemento estetico, etico, e religioso si compenetrano e si condizionano reciprocamente. Si conquisteranno allora definitivamente il Bene e il Bello, testimoniare i quali nella vita e con la vita sarà un atto di autentica Fede.

contatti per l'acquisto del libro (costo 10 euro)

adripedi@virgilio.it

Prefazione di Giuseppe Possa

Con questa feconda e sofferta raccolta lirica, Adriana Pedicini è giunta nei più remoti fondali della propria anima, per esorcizzare la disperazione che sorge nei momenti di triste sconforto, quando l’esistenza pare minata da un destino crudele: <<Oggi è paura/ il nodo che stringe la gola/ svelle le radici dei sogni/ tinge di nero la prossima alba>>.

La poetessa, però, con quella ricchezza d’aneliti che aspira al sublime, nei suoi versi armoniosi, intensi e commoventi, non si abbandona a un discorso consolatorio; si affida, invece, a una superiore speranza che la volontà o la fede spesso possono realizzare: <<Se mi abbandono a te/ la mia certezza è salda>>.

Di primo acchito, le sue liriche rievocano un mondo intimo e privato, di “silenzi inquieti” (<<…mentre sulle orme della sera/ già plana l’angoscia>>), ma a una più attenta e coinvolgente lettura ci si trova immersi in un’energia luminosa che è “afflato universale” dello spirito umano, desideroso di risorgere dagli abissi, che non rinuncia a lottare e che con grande caparbietà sa scorgere sempre uno spiraglio di luce, pure nello sconforto: <<Godo la pace/ di questo momento/ che sa d’infinito>>.

Si può, quindi, affermare che Adriana ha fatto della poesia un poderoso strumento d’analisi del mondo interiore, dei pensieri e dei sentimenti che albergano nel cuore degli uomini: un diario vero e sincero dell’animo puro di chi crede nei valori della vita e nel ricordo di un passato che non si vuole dimenticare: <<Sono qui/ attendo/ l’ultimo vagone/ da sola/ con i miei ricordi/ e una speranza>>.

A gettarla nella disperazione sono il pensiero della malattia, della consunzione e della morte (che definiscono la poetica della prima parte del volume), “mostri” che improvvisamente le si parano davanti, mentre lei si sente ancora dentro la forza e l’entusiasmo di donarsi a coloro che le stanno accanto “nel nido sicuro d’amore”: <<Non vorrei che la mano/ del destino/ assetata arpia/ mi trascinasse via/ mentre spuma di rabbia/ m’illividisce il volto>>. La realtà, in quei terribili momenti, è filtrata attraverso una lente mutata (spuntano “le polveri sottili della paura” ), fa vacillare le certezze e mette a nudo, tra l’essere e il nulla, la fragilità che accomuna tutti i viventi: <<L’anima/ affonda in sonno/ senza sogni>>, poiché si resta soli - quando si finisce “crocifissi al proprio dolore” - ad affrontare il personale destino.

A questi versi che si concretizzano con parole sovente angoscianti, colme di suggestioni e pervase da un’emotività struggente, fanno eco la passione e il desiderio, in “lampi di serene giornate”, di poter ancora amare: <<Cuore mio risorgi/ tra i chiarori di albe/ profumate di tiglio/ in questa calda estate,/ riposa all’ombra d’Amore/ senz’ombre>>.

I suadenti, armoniosi, componimenti della poetessa si snodano senza schemi prestabiliti, dando vita anche ad strazianti messaggi, scaturiti dalla propria etica interiore e da un pathos genuino, sofferente, contemplativo: <<Si attende nuovo vento/ a sparigliare/ i frustoli del male/ perché l’alba riapra/ nuova via/ a questa danza di stelle/ sulla mia malinconia>>.

Non manca <<la domanda estrema/ che fu anche la prima/ Chi siamo?>> e non mancano neppure ansiosi interrogativi (<<Dove riparerà/ l’alito divino che fu mio/ che plasmò/ il fango in anima vivente?>>) che la poetessa si pone, colta da dubbi, angosce e aspettative, pullulanti in un crogiuolo di desideri e di sogni, ora terreni ora trascendenti; quindi, conclude: <<Oggi/ ti sento/ Signore/ a me vicino/ Sei l’aria/ che respiro/ l’orizzonte/ che mi attrae/ questo cielo/ che mi abbraccia>>.

Sconfitta “la nuvola nera”, la rinascita porta l’autrice (nella seconda parte del libro) su un nuovo percorso esistenziale, in cui è ancora possibile lasciarsi affascinare dall’intima essenza della vita e del suo mistero: <<E sarà suono di violini/ nell’anima,/ fiori di pesco/ sui rami/ volo di rondini/ in cielo./ Semplicemente/ sarà/ nuova vita>>.

A questo punto le ritorna anche l’enfasi della voce che “canta” i colori della natura (<<Sono qui/ in attesa/ del profumo dei mandorli/ in fiore/ del volo garrulo/ della rondine intorno allo stagno/ del battito d’ali/ di bianche colombe/ sul ramo d’ulivo>>) e la felicità di poter continuare a vivere con chi che le sta vicino <<dove ha ancora senso/ essere uomini insieme>>. Ora, finalmente, ha di nuovo la forza per affrontare i problemi quotidiani o d’impegno sociale, come quelli di grande respiro che riguardano i bambini <<umiliati/ traditi/ violentati/ affamati/ malati/ sono tanti i bimbi infelici>> o <<i nodi stretti e violenti/ di guerre e soprusi>>.

Le illuminazioni liriche di Adriana Pedicini sono “pane spezzato di condivisione” col lettore, emozioni raffinate, semi per profonde riflessioni, in particolare quando passa da uno stato angoscioso alla fatica della speranza (<<Ho temuto/ il cedimento,/ le lacrime come pioggia/ di primavera/ mi hanno resa/ nuova>>) e, infine, alla gioia perché <<una gemma di vita e/ di speranza/ ha baluginato/ tra le ombre/ incerte/ delle ore mattutine/ tra le foglie/ ascose del tuo amore>>.

Concludo con un giudizio critico, sebbene diventi superfluo, perché i giudizi tendono a dare ordine e significato a un’opera che, come questa, a mio avviso, non vuole essere incasellata o spiegata, ma desidera presentarsi nella sua peculiarità e nel suo forte impatto emotivo, nella sua tensione intima, rogo continuo di riflessioni e sentimenti.

Tuttavia, la tecnica espressiva propria di Adriana Pedicini (compatta e riconoscibile nella sua individualità che ha affinato negli anni) è appropriata ai temi trattati, omogenea e ricca di spunti non solo meditativi ma pure estetici, con grande sensibilità della parola incanalata nelle sue declinazioni testimoniali e timbriche. Inoltre, forma e contenuto si coniugano in modo esemplare per la limpidezza del dettato e per il fremito, o ritmo del cuore, che ne percorre i versi compiutamente riusciti.

Chioserei sostenendo che la poetessa, ha trovato liricamente, nella sua dolorosa e sofferta esperienza, il giusto equilibrio tra la disperazione dell’essere umano, messo di fronte alla vita e alla morte, che serenamente accetta, ma non si rassegna a lasciarsi sopraffare dal male, e la felicità di ritrovarsi risanato, nel corpo e nella mente, per affrontare l’esistenza con rinnovato spirito e con un diverso ottimismo universale.

Giuseppe Possa

Finalità del libro

Raccogliere fondi per l'Associazione Komen Italia per la lotta ai tumori al seno (sede operativa nazionale via Venanzio Fortunato 55, 00136 Roma; sede legale largo Agostino Gemelli 8, 00168 Roma. www.komen.it

SAZIA DI LUCE poesie di ADRIANA PEDICINI (ed. IL FOGLIO)
Mostra altro

Marco Milone, "Dove va il mondo"

18 Ottobre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Dove va il mondo

Marco Milone

“Dove va il mondo” di Marco Milone è una raccolta di dodici brevi liriche scaricabili gratuitamente.

Non si esce da una visione solipsistica del mondo, registrato, valutato, ricreato da un punto di vista soggettivo. L’autore scava dentro di sé, fra “questioni irrisolte”, dipingendo le “tele delle incertezze” . Prende posizioni mediane su ciò che vede, sta in disparte, sceglie il compromesso, la “contesa leale”.

“Numerare i ponti, tagliarne

una parte. Decidere

dove stare ottimamente”

“La gente è sempre quella. Immobile

duole vederla. Solo chi sta in disparte. La vita

è lotta, è aggressività, è contesa

leale. Il metodo

è sempre il confronto”

Dopo il diluvio c’è sempre una rinascita e “si ricomincia a vivere"ma la vita è breve, “il giorno fa testamento" (è subito sera, verrebbe da aggiungere.)

Nell’insieme, un tentativo onesto di ricerca linguistica non ancora maturo ma, almeno, personale e attento, una scrittura poco consolatoria che risulta stagna e troppo controllata anche se scaturisce da angosce profonde.

Mostra altro

Mancheranno

24 Settembre 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

Mancheranno

le istruzioni di volo

all’alba

sui tetti.

Mancheranno

le prime ricognizioni d’aprile,

il fischio

nell’ora indefinita

della sera

quando il pipistrello

vola radente.

Mancheranno

le stoviglie

le voci

gli asciugamani stesi

la quiete della domenica

giù nel cortile.

Fra qui e là

c’è solo

tempo da riempire.

Mostra altro

Il sogno di una cosa

11 Settembre 2013 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia

Il sogno d’una cosa,

desiderio inespresso,

illusione perduta.

Il sogno d’una cosa,

libro letto milioni d’anni fa.

Il sogno d’una cosa,

le tue parole mendaci,

tristezza d’un ritorno,

casa disabitata dai sogni,

rifugio del tempo perduto

e di troppe sconfitte,

perduta passione

che assale e distrugge.

Il sogno d’una cosa,

senza tempo da vivere,

senza rimpianti,

senza ricordi,

senza recriminare

d’aver creduto al sogno,

come se un sogno infranto

non conservasse il fascino

delle cose perdute.

Il sogno d’una cosa,

tentativo di brutta poesia

quando mancano le parole

e non sai come uscirne,

parlare a un amico,

se soltanto ci fosse ancora,

aprire le porte ai ricordi

e lasciar scorrere il tempo,

tra brusche virate del cuore

e soffi di vento africano.

Una delle mie tante notti insonni

deve averti portata via da me

bambina dai mille volti

e non riesco più a sorridere.

Gordiano Lupi (Piombino, 29 agosto 2013)

Mostra altro
<< < 10 20 21 22 23 24 25 26 27 28 > >>