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signoradeifiltri.blog (not only book reviews)

poesia

L'ambiguità della sorte in Silenzio

18 Maggio 2014 , Scritto da Adriana Pedicini Con tag #adriana pedicini, #poesia

Poesia inedita

Silenzio

di Adriana Pedicini

A brace spenta

bruciano

le mani del sogno

caldo in cuore.

Neri rami s’alzano

sterile fumo

al plumbeo cielo.

Di pioggia le nuvole

s’ammassano nere

segni fatali di sorte.

Dorme nel bianco ventre

il chicco disfatto

a nuova messe.

Ritornano

il sole l’erbe e i fiori

se sai ricordare.

Pace o segno di

nero silenzio

questa assenza di voce.

L'ambiguità della sorte in Silenzio
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Mauro Cesaretti, "Se è vita lo sarà per sempre"

10 Maggio 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Mauro Cesaretti, "Se è vita lo sarà per sempre"

Se è vita lo sarà per sempre

Mauro Cesaretti

Montag

Nella silloge “Se è vita lo sarà per sempre”, di Mauro Cesaretti, primo libro di una futura trilogia, l’oggetto del contendere è La Vita, come può apparire ad un ragazzo molto emotivo: difficile, piena di delusioni e di paure. La gestione delle emozioni è il compito più arduo.

Mauro Cesaretti è un adolescente dalla ricca vita interiore, un performer che accompagna i suoi versi con la danza e il gesto. L’onda dell’emotività rischia di sommergerlo, perciò prende la penna e scrive per arginare suggestioni, turbamenti, angosce, fobie, sogni. Se troppo sensibili, si vive senza pelle, con i nervi allo scoperto: tutto ferisce, tutto ingigantisce, tutto fa male. È per questo che, a diciotto anni, Cesaretti già sente la fatica di vivere, si sente già “lasso”. E, tuttavia, non smetterebbe mai di guardare il mondo “con gli occhi del cuore”, emozionarsi ed emozionare, svelando gli oggetti nella loro essenza, togliendo loro il velo della mediocrità.

Ci parla di cose quotidiane: il gatto nel giardino, il padre, la ragazza, la poesia, la solitudine, la metafora del viaggio, il bagaglio perso che simboleggia ciò che siamo stati, i nostri ricordi, ma già considera la vita “lercia”, “lurida”, e può esserlo davvero, a tutte le età, in tutte le condizioni, perché la sofferenza non ci lascia mai. C’è comunque resistenza al dolore, non abbandono, tentativo di rinnovarsi: “l’estate seguente mi ricreo/in un getto d’acque calde.”

Quando si è molto giovani – e diciotto anni oggigiorno sono pochi – si tende a non rinunciare a niente di ciò che abbiamo scritto. Non è nemmeno ostentazione o vanità, piuttosto l’entusiasmo di condividere tutte le emozioni, e la paura di lasciare fuori qualcosa. Abbiamo perciò, qui, una ricerca stilistica ancora immatura, e con ampio margine di miglioramento. Si sperimentano varie strade senza tralasciare nulla, dal recupero di stilemi ottocenteschi a un tentativo di ermetismo blando – senza, almeno in apparenza, dilavare, distinguere, scegliere, ripulire. È una indagine che non ha ancora trovato la sua via, fra assonanze sibilanti - “La compagnia interessante /di sassi pesanti./L’allegria passante per i pressanti suoni.” – e cacofoniche – “Sarà uno scatto fermo, preso alla sprovvista/d’una svista mista tra i ripensamenti/di incombenti scelte incerte e delusioni.”

Lo studio metrico c’è, fino a trovare anche un certo ritmo gradevole che, però, non è mantenuto fino in fondo. L’autore pare sviarsi, cambiare stile ad ogni strofa, non raggiungere l’intensità voluta e persino incappare in qualche licenza di troppo. Come spesso accade, le immagini più belle sono quelle senza pretese, quasi sfuggite all’autore distratto, come “il faro sulla collina stanca.

Concludiamo proponendo una delle poesie più piacevoli:

Io e te

Siamo solo io e te.

Tutto il resto è fermo

e silenzioso.

Solo quella lacrima si muove

sul tuo volto rosato

e tutto il mondo diventa

salato e arido.

Questi sassolini bianchi

ricoperti di cenere,

vengono spolverati da

questo tuo sorriso.

Ti abbraccio forte e il tuo sguardo

mi penetra il cuore,

il tuo sguardo amaro,

ma pur sempre amichevole.

I tuoi occhi blu

brillano nel tramonto

di questa faccia seria e serena,

e mentre sei assorta in qualche pensiero,

nel vuoto dell’infinito,

il cielo si dipinge di grigio.

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Il richiamo dell'usignolo

6 Maggio 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #poesia, #luoghi da conoscere

Il richiamo dell'usignolo

Il richiamo dell’usignolo

Memorie, il richiamo dell’usignolo

Memorie, immagini, luoghi vissuti

storia e storie di gente consumata

fra terra arsa e case di pietra.

Vita spalmata tra vicoli ciechi

dove forte era l’odore del muschio

e il sol di rado dispensava sorrisi.

Al reiterato canto del gallo,

che all’alba suonava la sveglia,

seguiva un vociare affannoso

che rimbalzava di casa in casa.

Davanti a Edicole improvvisate,

effigie poste nelle crepe delle case,

ognuno chiedeva ragione ai santi

di mancati raccolti e stupori affranti.

Memorie, immagini, pietre vissute

pagine e pagine di libro mai chiuso

che in religiosa attesa rimane

pronto a colmare lacune

dell’usignolo che ne avverte il richiamo.

Lucia Clemente

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Crollano i cieli

28 Aprile 2014 , Scritto da Lorenzo Campanella Con tag #lorenzo campanella, #poesia

Crollano i cieli

Nuovi paesi

morsi da un cancro

fatto di oro

Nuovi paesi

senza problemi

che con i soldi

risolti e voilà..

Tutti ingranaggi

da controllare

e sistemare

in un tempo oscuro..

Strategie nuove

fatte di prassi

liberamente

serenamente

pensando a niente

senza note stonate...

Nuovi paesi

fatti di fuoco

simboli neri

dentro raccolte

Nuovi paesi

che con i soldi

fatti di fuoco

e simboli neri

Liberamente

Serenamente

spazi aperti

dentro coscienze

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Più brillanti di stelle

21 Aprile 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Più brillanti di stelle

Siamo stati mostri marini

a vagare nel buio,

lumini tremolanti

in caotici abissi.

Nascosti

alle nostre deformità…

Siamo stati pazzi Diogene

a cercare, lanterna alla mano,

lo sfacelo dell’uomo…

…tra le nostre incapacità…

Siamo stati fari pulsanti

nell’orrenda tempesta

a segnare strapiombi

salati di lacrime

per fantasmi di navi lontane…

Siamo stati led nella notte,

oscuri nell’oscuro

fulmini rotti,

malati infra-rossi,

invisibili a tutti…

Siamo stati lampi al magnesio

bruciati da Soli impotenti,

ultra-violenti.

Da raggi improvvisi

derisi…

Siamo stati nel buio del bosco

da soli tra alberi amici,

nascosti come piccole bestie.

Ombre fra le ombre

lunghe

infinite

di continui tramonti…

Siamo stati da soli nel buio,

immobili,

per non disturbare,

tra la paura

e la speranza

di una sola carezza…

Siamo stati inutili cristalli

come diamanti

nella roccia profonda,

come lava bollente

che forgia piccoli Dei,

come fari blu

di auto in fila

nella notte.

Siamo stati:

ombre vaganti nell’oscuro…

Siamo stati:

lampadine intermittenti nei riverberi…

…barlumi invisibili…

…brandelli di tenebra…

Ora cosa siamo?

Noi siamo lucciole!

Più brillanti di stelle

troppo distanti

per essere vere.

Appuntate come spilli

a cieli di cartone.

Noi siamo lucciole

cadute nell’erba!

Spossate

dal tanto lampeggiare

dal tanto segnalare

dal tanto cercare…

Siamo Anime

Insieme approdate

a una spiaggia di ciottoli.

A cui ora e solo ora,

all’orizzonte,

il Mare lucente

di nuovo

appare…

ML
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Costantino Kavafis, "Il sole nel pomeriggio"

16 Aprile 2014 , Scritto da Gordiano Lupi Con tag #gordiano lupi, #poesia

Costantino Kavafis,  "Il sole nel pomeriggio"

Costantino Kavafis

Il sole nel pomeriggio

Traduzione di Tino Sangiglio e Paolo Ruffilli

Biblioteca dei Leoni – Pag. 80 – Euro 12

Il sole del pomeriggio è una raccolta poetica interessante che serve a riportare all’attenzione del pubblico un grande poeta come Costantino Kavafis, lirico ellenista, alessandrino nello spirito e nella carne, geniale e per niente neoclassico. Alberto Moravia diceva: “Kavafis non è solo il maggior poeta greco moderno, ma anche uno dei maggiori poeti europei”. Indubbiamente vero, come non possiamo negare che fosse greco sino al midollo e intriso di cultura ellenistica.

Kavafis nasce ad Alessandria nel 1863, vive e lavora in Egitto, ma rinuncia alla nazionalità inglese per acquistare quella greca, sceglie di scrivere nella lingua di Omero perdendo la possibilità di farsi leggere dal mondo anglofono. Kavafis inventa una sua lingua, una koiné ibrida e amalgamata, fresca, compatta e musicale, sceglie di parlare d’amore (sensualità e nostalgia), bellezza e storia. La poesia di Kavafis - uomo scomodo e sincero, per niente convenzionale, nemico di tutte le ipocrisie - è fatta di metrica antica e racconta la vita interiore attraverso i sensi. Nella sua lirica è importante la passione omosessuale, il solo modo in cui il poeta intende il rapporto erotico, ma anche il senso del tempo che incalza, la cruda realtà della vecchiaia, la “riga delle candele spente”, i giorni del passato che restano indietro con la loro “fila tenebrosa”. La poesia e la vocazione estetica, sono le uniche cose capaci di riscattare la pochezza dell’esistenza.

Costantino Kavafis ha pubblicato pochissimo in vita, ma dopo la morte - sopraggiunta nel 1933 ad Alessandra - la sua opera è stata oggetto di studio e costante rivalutazione. In Italia quasi tutta la sua produzione è stata pubblicata da Mondadori, ma da tempo non si sentiva parlare di un autore che negli anni Settanta poteva dirsi di culto. Paolo Ruffilli ha fatto un grande lavoro di selezione e di commento poetico, speriamo sufficiente a riportarlo in auge. Leggiamo due poesie intense e struggenti, perché è inutile parlare di un poeta se non gustiamo la profondità della sua lirica.

CANDELE

Stanno dinanzi a noi i giorni del futuro

come una fila di candele accese

- calde, vivide, dorate -.

Restano indietro i giorni del passato,

riga penosa di candele spente:

le più vicine fanno fumo ancora,

ma fredde, ormai disfatte e storte.

Non voglio, no, guardarle: mi pesa il loro aspetto,

pesa il ricordo del loro antico lume.

E guardo avanti le candele accese.

E non mi volto, per non vedere, scosso dai tremiti,

come si allunga la fila tenebrosa,

come crescono presto le candele spente.

UN VECCHIO

Laggiù in fondo, nel frastuono del caffè,

un vecchio seduto curvo al tavolino,

se ne sta solo a leggere il giornale.

Afflitto dalla cruda sua vecchiaia,

ripensa al po’ di vita che ha goduto,

quando aveva forza, vivacità e bellezza.

Sa di essere ormai vecchio: lo vede e sente.

Eppure gli sembra appena ieri il tempo

della giovinezza. Che breve spazio, niente…

Pensa agli inganni della sua saggezza,

alla fiducia che ha riposto, pazzo,

alla bugiarda che diceva: “Domani, su. Hai tempo!”.

Quanti slanci che ha frenato ieri e quanta

la felicità sacrificata. Ogni occasione persa

adesso spregia la prudenza sua insensata.

…ma l’intensità del suo pensiero e del ricordo

stordisce il vecchio. E si assopisce

curvo al tavolino del caffè.

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Studentello di Via San Nicolao!

5 Aprile 2014 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #luciano tarabella, #poesia, #luoghi da conoscere

Studentello di Via San Nicolao!


O dolce Lucca, quanti bei tramonti,
albe piovose e fredde ho ritrovato
lungo le Chiese, gli angoli, il selciato
ascoltando, rapìto, i tuoi racconti!

Quella dolcezza ha sempre accompagnato
i sogni che portavo giù dai monti
e se ora facessi due confronti
lo cambiere il presente col passato!

E che bimbe a passeggio sulle Mura!
Quanti sorrisi, quanti ricci al vento
e quanti baci dati con paura

che qualcuno spiasse quell'evento!
Un tenero rimpianto mi cattura
p
er questo sogno che si fa sgomento!

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Mentre aspetto di doventà nonno

3 Aprile 2014 , Scritto da Luciano Tarabella Con tag #luciano tarabella, #poesia

Mentre aspetto di doventà nonno



Da cosa lo apisci d'esse anziano?
Vediamo se ci rivi o sei toppone!
Siùro dalla troppa commozione,
da un certo tremolìo della tu mano

che agguanta ma con meno decisione,
o dall'occhi che un vedano lontano
o poco da vicino o che, pian piano
doventi rimbambito e più coglione

un giorno doppo l'artro. Certamente
c'è un calo irreversibile, lo so,
ma ognuno dève fà lo strafottente.

Io sono forte, senza discusssioni,
ar nipote un ci penzo, ma però,
m'asciugo, di nascosto, i luccìoni.

Luciano Tarabella
04/03/14

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>...E forse..."> Siamo noi (solo)

20 Marzo 2014 , Scritto da Marco Lucchesi Con tag #marco lucchesi, #poesia

Siamo noi (solo)

foto di Paola Fazzi

"A volte mi sveglio la mattina e mi alzo...mi vesto, preparo lo zaino, allaccio gli scarponi, carico il computer o aggiusto le foto trappole...e mi domando: <<...ma dove vado? Che faccio? E' vero o sto ancora dormendo?...>>...E forse sto ancora dormendo ma va bene così...." (M.L.)

Siamo noi (solo)

Siamo noi (solo)

che ci buttiamo nel giorno

dietro un’idea

un’immagine

un sogno da perfezionare

un maldischiena,

da terra inumidita,

oramai,

da calmare…

Siamo dolci pazzi,

cantanti,

per le strade festanti

sotto ponti addobbati,

pieni di amici

e di genti…

Siamo gatti a orologeria

cani con i capelli

lupi fulminei

cui non hanno mostrato

l’uscita per “la notte”…

Siamo piccoli figli

danzanti

ritmici

battenti,

sul ventre butterato

della Madre

morente.

Siamo noi (solo)

che ci gettiamo nell’oblio

ancora correndo

ancora inseguendo

ancora, le gambe,

mulinando…

Siamo pazzi e siamo soli,

e ci teniamo la mano,

per non perderci nel sogno…

Siamo saggi bambini da osteria.

Siamo noi (solo)

puntini all’orizzonte,

lampare dalla riva,

fuoco galleggiante…

…ci puoi seguire

a nuoto

di corsa

al tuo passo…

o solo scrutarci da lontano,

se vuoi,

viandante…

ML

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Marco Milone, "Anime nude"

15 Marzo 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #poesia

Marco Milone, &quot;Anime nude&quot;

Anime nude

Marco Milone

Narcissus, 2014

“Anime nude” è una raccolta di liriche brevi. Alcune ricordano molto da lontano l’ultimo Caproni del “Conte di Kevenhüller”, quasi che si sia rinunciato ad esprimersi per l’esterno, a comunicare con un’umanità che le speranze deride e violenta, e si ripieghi sulla nostra sabbiosa malinconia, sui nostri ricordi, che sono sentieri dolenti, “solo per me”, perché nessuno può capire i sentimenti altrui, né condividerli.

Insistito il concetto di morte, la signora oscura, (salme, lastra tombale) insieme alla ricerca dell’Assoluto, che non è solo Ente Supremo che scaglia la sua ira sul creato -e, al contempo, si manifesta a chiunque lo cerchi - ma anche sovrannaturale in senso più ampio.

Rime volutamente facili e sgraziate, (immensità-profondità- radiosità/ abbarbagliate-levigate- salassate); parole che tornano come echi quasi in ogni poesia: malinconia, salma, eterno, scelte lessicali non complicate ma desuete per un autore classe 1980 – persino echi foscoliani, la fatal quiete - che non si lasciano per niente influenzare da una facile contemporaneità: cotanta beltà, giammai, opifici, zefiro.Il verso è disadorno, aspira, come l’autore, alla purezza e all’autenticità.

Ci piace riproporre qui, in particolare, la dolente “Palme insanguinate

Palme insanguinate

Intinsero di dolore

Le mie scapole

Lo splendore

dell’uomo che fu

scomparve

assalito

dalle arcane forze

or ora liberate

Un inquieto zefiro

Ci stipò

In angusti anfratti

Che soffocavano i nostri tremiti

E come si fece buio,

tal era rarefatta l’aria

che i nostri respiri si annullarono.

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