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poesia

Angela Angiuli, "Storie di un tempo minore"

22 Luglio 2017 , Scritto da Angela Caccia Con tag #angela caccia, #poesia, #recensioni

 

 

 

 

Storie di un tempo minore

Angela Angiuli

 

Fara Editore, 2016

 

 

È come se lanciassimo qualcosa di noi - scardinato dalla nostra struttura che ci identifica, lontano da un linguaggio comune convenzionale - oltre noi: sarà questo un buon verso. Non cade, non scivola, ma siamo noi a lanciarlo in un immaginario oltre, perché viva di vita propria; una parte che ci appartiene ma che è giusto se ne differenzi per quel suo dire e raccontare aldilà dell’io che l’ha generato.

È il gusto di un momento di grazia: in una lingua impopolare, come inesplorata, un fiato d’anima - o chi per lei - nell’attimo in cui è stritolata da un peso o avvolta da braccia possenti.

Una considerazione che mi ha suggerito la lettura di questa BELLA silloge di Angela Angiuli, Storie di un tempo minore, edito dalla Fara di Alessandro Ramberti. Il titolo, a primo acchito, spiazza un po’, ma tutto si gioca su quell’aggettivo, minore, che - forse … probabilmente… - non indica qualcosa di inferiore ma di subordinato, non di marginale ma di giovane, sorgivo.

Sul retro della copertina, sette righe dell’autrice spiegano il motivo e l’ispirazione di questi versi succosi: un prosimetro

 

“Questo libro è stato scritto per il dolore di molti e per la vita che in tutti continua a circolare e a sporgerci in avanti, nonostante tutto. È stato scritto in dialogo d’intimo silenzio con Mino, fratello minore, che a 37 anni ha lasciato questa vita per l’Altra. Continuerà ad essere scritto in tutti coloro che leggendolo troveranno voce per tutto quello che in noi non ha suono”.

 

Ma, da qui, a desumere che si tratti di pagine addolorate dolenti, di quelle che ti portano, insieme all’autore, in un baratro, si sbaglia. Mai, come in questo caso, così valide le parole del filosofo ginevrino Henri Frédéric Amiel

 

“La poesia è liberazione, perché è una forma di libertà. Lungi dall’essere un’emozione, essa è lo specchio di un’emozione; è al di fuori e al di sopra, tranquilla e serena. Per cantare una sofferenza, bisogna esser già, se non guariti di questa sofferenza, almeno convalescenti. Il canto è sintomo di equilibrio; è una vittoria sul turbamento, è la ripresa delle forze.

 

E il canto dell’Angiuli ha un che di vittorioso: il dolore trova nel verso una casa, tra le tante, che fanno villaggio e forse l’anima:

 

A Mino  (pag. 31)

 

Mio fratello è un tramonto di rose

a cui ha mangiato le spine

uno stormo di uccelli di cui ha preso la direzione

e vola vola e guida l’avanzata

delle stelle sul mare

che tanto ha amato fino a traboccare.

Voleva cavalcare le onde - lui - come un puledro,

ci è saltato sopra con un salto gentile

troppo alto per capire, è arrivato fino alle sirene,

ha avuto un bell’ardire.

Veleggia ancora lui dalla spiaggia,

ha mangiato la sua morte, ne ha trovato l’ormeggio

e il coraggio di dire - si -

ad un mondo nuovo che albeggia.

 

E ancora da pag. 24

 

I suicidi sono animali interessanti

hanno il becco di un picchio

con cui rompere la scorza della vita

mangiano ossa spellate dalla consunzione

                               quotidiana

le bucce trovano gustose e pare che gettino il frutto.

Ma io so che hanno la vista lunga

più lunga del desiderio, loro lo sanno attraversare

tarlare il creato fino in fondo

perché il loro frutto non è più qui

ha allungato i rami nel giardino del Vicino,

e loro - lì - se lo vanno a prendere.

 

La delicatezza di questi versi su un tema che raggela, il tutto “maneggiato” con dita di vento, sottile profumato: parole che non condannano non assolvono - e come potrebbero?... – si limitano a intravedere il giardino del Vicino che sa come prendersi ancora - e per sempre - cura di quei rami che hanno oltrepassato la staccionata.

Affascina in questi versi, in ogni pagina, una fede grande sincera spensierata perché, già da tempo, meditata e sofferta e, quindi, consolidata. E come ogni poesia di fede che si rispetti, di fatto, non parla - né può parlare - di morte, ma solo di resurrezioni.

La poesia è e sarà sempre intraducibile, resterà “regionale” anche se di tanto in tanto tenderà verso altre fonti d’ispirazione – così scrive Harry Martinson, poeta e scrittore svedese, Nobel per la letteratura nel 1974.

Forse - oso - la poesia vera è anche incommentabile: ogni lirica un viaggio, compiuto seguendo un tracciato preciso che ha escluso altre strade; occhi che hanno conservato e raccontato quei paesaggi e non altri; a chiosare un buon verso si rischia di togliere o aggiungere una foglia ad un albero, di suo, già perfetto. Da pag. 41

 

Scrivo fragile

sono un popolo senza storia

- tracce di mosca - tarli di carta.

Scrivo a matita per il bambino che in me aspetta il semplice

linee storte o oblique per tracciare la Speranza

                               che fugge ogni misura

 

Scrive fragile la Nostra, per non disturbare - forse - le voci che la popolano, che in lei convogliano, si intrecciano. Siamo la somma di ciò che leggiamo e più amiamo, una mirabile sintesi. Ma il superamento di quella sintesi - e Angela Angiuli lo sa bene - quando e se arriva, è voce cristallina e vergine di poeta: CHAPEAU !

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Miriam Bruni, "Credere nell'attesa"

3 Giugno 2017 , Scritto da Angela Caccia Con tag #angela caccia, #recensioni, #poesia

 

 

Da Le lettere di Berlicche di Clive Staples Lewis

Caro Malacoda - è il diavolo Berlicche che scrive al nipote imbranato per addestrarlo al male-, se tenti gli uomini al piacere non fai nulla di utile per noi, in quanto soddisfi anche il nostro Nemico, poiché il piacere fa parte della sua creazione; tenta invece l’uomo all’aridità, all’apatia, portalo adagio adagio nel deserto, e quando è nel deserto impediscigli di pregare: allora avrai vinto anche l’ultima battaglia.

 

E inizio da qui a parlare di questo libro/scrigno, Credere nell’attesa di Miriam Bruni, Terra d’Ulivi Edizioni. Un qui molto lontano e ancestrale, com’è solo la preghiera, e il brano di Lewis la dice lunga, seppur implicitamente, sull’origine e motivazioni del pregare. Il deserto è sempre dietro la porta di casa, né l’abitudine a sgranare rosari immunizza da quell’aridità: ci vuole un cuore pulsante e un digiuno che graffia perché consapevole di potersi placare solo in quel dire e ribadire a Lui la nostra fiducia – da pag. 5

 

Solo Tu, solo Tu mi vedi intera e sai

lenire l'incomprensione amara, che ci

 

rode e a tratti ci sbrana. Non credessi

all'invisibile, Signore, una fossa avrei

 

scavata, quante volte, a seppellirmi

viva. Ma sei tu l'Oltre che vado cercando.

 

Che sento, che vedo, è a Te che io chiedo

protezione profonda, l'incursione del Bene

 

nelle mie piazze, e la pace tua dolce

sulle mie pene. E un poco di luce, quel

 

tanto che basta per avanzare senza

troppa paura e a sera renderti ogni mia

 

cosa, sia essa gaia e fiduciosa, oppure

triste e polverosa. Che vita vien fuori,

 

sarai Tu a dirlo, alla mia fronte

imperlata di Cielo, e alle mie mani

 

tese a raccogliere del tuo splendore

l'eterna manna, mio Redentore.

 

Si dice che la poesia non preghi ma faccia pregare, eppure in questo libro, tra queste pagina, sembra di cogliere l’hic et nunc in cui s’aggruma una sofferenza tra le più acute che l’autrice spande sul foglio affinché, alchemicamente, attraverso i segni che ribolliranno sul bianco, si trasformi nella meta più ambita: la speranza. È un filo sottilissimo a separare questa dall’illusione: il rischio è di adagiarsi troppo nell’attesa di tempi migliori e crogiolarsi non attivandosi, o di scattare troppo in avanti sostenuti da una visione che non appartiene al presente.

È necessario quindi rimanere ben radicati alla realtà, per quanto dolorosa e inaccettabile, perché la speranza sia sempre più credibile e si concretizzi in un ventaglio di possibilità. Una strada tutta in salita: è sperare la cosa più difficile, a voce bassa e vergognosamente. La cosa facile è disperare ed è la grande tentazione (Charles Peguy)

Ecco che “vedo” Miriam chiamare per nome il suo dolore e, pensosa ma ritta, affrontarlo … - da pag. 59

 

E' agosto e ho iniziato la chemio.

Nello sforzo costante alla pazienza

le mie labbra sono chiuse.

Devi guardarmi

come una muta nube, madre.

Agli uccelli di cui odo il suono

cerco di dare un nome,

come col verso delle bestie

di fattoria o di cortile. Ma qual è

il verbo dei cortei celesti?

E' da sola che lo imparo,

nella pace che mi coglie

se li guardo, come quando

sul finire del fuoco puntualmente

mi ristoro di brace

 

e ancora – da pag. 12

 

Spoliazione

 

Dei due massimi emblemi

del femminile: capelli e seno;

caduti entrambi in una

manciata di settimane.

 

Ma resto donna e a tratti

mi assale una pena

che mi schiude e poi richiude

come il sogno che non si fa

 

reale. Fossi di pietra, ora,

non sentirei dolore

per le miriadi di cellule

programmate a morire.

 

Non sentirei pesantezze,

fastidi, nausee, timori.

Ma nemmeno questa musica

o le vostre preghiere.

 

Ma faremmo un torto a questo bel libro, alla sua autrice, se non mostrassimo anche il “lato rosato” delle sue parole. Rosata com’è la quiete, una modalità altra di essere felici. In essa non si soffre più la resistenza, l’assenza di fatica nella vita normale è inedia, ma nella quiete diventa l’attimo più vicino all’infinito – da pag. 62

 

Le foglie d'ottobre

cominciano a cadere, sì,

a scricchiolare

sotto le suole, mentre noi

di felicità

fatichiamo anche solo

a parlare. Invece

del cielo

gli stormi d'uccelli

fan piste di ghiaccio

su cui eseguire

-beati e veloci -coreografie

da lasciare estasiati.

Ancora la calura

non raggiunge

i piani alti.

Si irradia mansueta

la sera e San Luca

è una torta illuminata.

Sono tornate

le rondini

a graffiare la luna,

a suonare

i tasti del cielo

-spensierate.

 

E ancora – da pag. 35

 

Per chi può volare alto

il pervinca

è un aperto nascondiglio,

non li puoi vedere in cielo,

ti accontenti

dei rubini tra le spighe verde-luce,

delle api a crogiolarsi,

strofinarsi

dentro i fiori. Per chi è povero

di sogni realizzati è ricchissima

miniera la natura; le colline

a inizio giugno

ricoperte da criniere

e le nubi a incoronare

l'orizzonte così belle che vi affondi

con la mano della mente,

mentre foglie, fili d'erba

e petali leggeri, tutto ti ricorda

che da un vento

di carezze tu nascevi.

 

Ciò che barra il cammino è sempre la paura - s’incarna, stravolge, sa come sradicare i piedi dal reale - così la strada si biforca: da una parte la disperazione, quello stare nel deserto che è fissità e attesa dell’ineluttabile di cui parla il vecchio diavolo Berlicche; l’altra… l’altra esige un colpo di reni per approdare al coraggio della vita e della sua difesa estrema: e la preghiera, qui, non è l’auspicio di una maggiore energia che ci faccia approdare al coraggio di cui sopra, ma è già quel colpo di reni.

E termino con una breve poesia che, a mio avviso, appartiene a tutti noi, a me che mi diletto di poesia sino a scriverne più o meno indegnamente – da pag. 9

 

Sono loro ad ordinare

“Fammi fiume, fammi pane”.

 

Sono loro, le parole

a farsi vive, necessarie.

 

E quanto siano necessarie e salvifiche a Miriam, a tutti noi che continuiamo a proteggere la parte migliore, l’essenza, quella, forse, più vicina all’anima, lo spiega ancora e mirabilmente Shakespeare

 

Dà al tuo dolore le parole che esige. Il dolore che non parla, sussurra
bensì a un cuore troppo affranto l'ordine di schiantarsi.

 

 

 

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CON UN SORRISO SULLE LABBRA

1 Giugno 2017 , Scritto da Luca lapi Con tag #luca lapi, #le riflessioni di luca, #poesia

 

 

     Mi salutò con un sorriso sulle labbra.
     Ma non sull'Anima.
     Nemmeno sul Cuore.
     Un'Anima ed un Cuore aridi, sterili e vuoti.
     Nessuna fertilità, fecondità e pienezza.
     Un sorriso sulle labbra.
     Labbra come se avessero contratto la lebbra.
     Un contratto non rispettato che dal sottoscritto a cui erano stati diretti il saluto ed il sorriso.
     Un saluto che mi ha procurato un salto nel buio, nel vuoto.
     Io: un vuoto a perdere!!!

          Luca Lapi

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Fiorenza dentro da la cerchia antica

6 Maggio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #storia, #poesia

 

 

 

Le prime città italiane a divenire libere e ricche furono le città marinare. Ma anche i borghi dell’interno ambivano a maggiore indipendenza e libertà di scambio e di commercio, contrastati, però, in questo, dalla prepotenza dei feudatari. Allora i borghesi si riunirono, si giurarono reciprocamente fedeltà e chiamarono il loro raggruppamento (coniuratio) Comune. Lottarono contro i feudatari, rivolgendosi persino all’Imperatore per ottenere il diritto di governarsi da soli, in cambio di una tassa da pagare.

I contadini lasciavano i campi e si aggregavano alle città che divennero sempre più grandi e ottennero l'indipendenza, trasformandosi in vere e proprie città stato. All'interno delle mura vennero a convivere uomini di estrazione sociale molto diversa: contadini inurbati in seguito all'eccedenza di manodopera nei campi, feudatari minori che cercavano di sottrarsi ai vincoli verso i grandi feudatari trasferendosi in città, oltre che notai, giudici, medici, piccoli artigiani e mercanti. Questi costituivano la borghesia.

In Italia meridionale l'ascesa dei Comuni fu ostacolata dal centralismo normanno mentre essi raggiunsero un eccezionale sviluppo a Nord, espandendosi dalle città alle campagne. Ciò spiega il mantenimento al sud di grandi latifondi e baronie, retaggio del periodo feudale.

Il potere del comune si estese anche alle campagne circostanti, spesso di proprietà di alcuni valvassori che erano fra i notabili del Comune. Nacque così il concetto di contado.

Durante l'età comunale germogliarono anche le corporazioni di arti e mestieri, cioè mercanti e artigiani riuniti secondo il mestiere che praticavano.

In linea generale, il Comune si basò su principi opposti a quelli del feudalesimo. Mentre il mondo feudale fu agricolo e militare, fondato su una rigida gerarchia, il mondo comunale, che raccoglieva l'eredità della città-stato antica, fu cittadino e mercantile, prevedendo la partecipazione al governo di una buona parte dei cittadini. Di riflesso, l'arma tipica del feudalesimo fu la cavalleria, i Comuni, invece, misero in campo eserciti cittadini.

I Comuni si svilupparono anche in Francia, in Germania e in Inghilterra ma il fenomeno fu essenzialmente italiano.

Eppure già a quei tempi c’era chi si lamentava per l’espansione delle città, per il degrado e per i mutamenti nel costume.

Così Dante fa parlare l’avo Cacciaguida nel Canto XV del Paradiso

 

Fiorenza dentro da la cerchia antica,

ond'ella toglie ancora e terza e nona,

si stava in pace, sobria e pudica.

Non avea catenella, non corona,

non gonne contigiate, non cintura

che fosse a veder più che la persona.

Non faceva, nascendo, ancor paura

la figlia al padre, ché 'l tempo e la dote

non fuggien quinci e quindi la misura.

Non avea case di famiglia vòte;

non v'era giunto ancor Sardanapalo

a mostrar ciò che 'n camera si puote.

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Questo indelebile mutare, davanti allo specchio e l'apparenza inganna.

17 Marzo 2017 , Scritto da Fabio Strinati Con tag #fabio strinati, #poesia

 

 

Ancora poesie da Pensieri nello scrigno di Fabio Strinati

 

 

Questo indelebile mutare

 

La stabilità non ha scrupolo

per il mutare in miniatura

per nulla la cortesia

una riguardosa strofa di caviale

raffinatamente tronca

eccellente l'opera

con l'abilità delle querce

il configgersi d'un raggio pudico,

ormai smarrita la collera

brilla dicembre con la sua fama

di mostruoso attore

 

 

Davanti allo specchio

 

Un buco nel ritratto buio

il mare il suo sfondo

un proscenio l'erto muro pertinace

di scorie sputano

quel gioco ermetico di brado gergo

così misto e muto l'inerme oggetto

privo di rime assai palese intralcio,

come l'esilio

in lui si cela la pornografia

purché sia mai un ludibrio ella contiene

e dubita il fosco grumo dell'affabulazione.

 

 

L'apparenza inganna 

 

E se poi nel sogno bacio

il drago come dello scorpione la coda unta,

lo smilzo serpe la strada solca,

untuoso, fulmineo e la sua tana?

distante forse.

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Esisto, l'amore e arrivo come partenza

15 Marzo 2017 , Scritto da Fabio Strinati Con tag #fabio strinati, #poesia

 

 

Ecco alcune poesie tratte da Pensieri nello scrigno di Fabio Strinati

 

 

Esisto

 

Il condottiero sbrana le vertebre

di questa notte inebetita

leziosismi d'arpa,

la mitezza dei morti.

 

 

L'amore

 

...come la prossima

primavera esplode

piange il fiore sfiorato

dagli dèi quel suo esile

suono d'arpa il pianto

dell'amore.

 

 

 

Arrivo come partenza

 

Scremato è il Grecale

la sua mira

ossequia il mimo

verga l'epitaffio.

truce è l'equinozio,

il soliloquio s'eccita

emula il solo anteporre

l'apostrofo come vacante.

 

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Vincenzo d'Alessio, "Immagine convessa"

8 Marzo 2017 , Scritto da Angela Caccia Con tag #angela caccia, #recensioni, #poesia

 

 

Conosco l’autore e ho aperto questo libro, Immagine convessa – Fara Editore 2017, conscia di trovare all’interno, oltre alla poesia, il sapore del grande romanzo: quel tutto organico che restituisce una precisa atmosfera da cui, tu lettore, non ti divincoli tanto è solida e ben costruita. Un buon libro di poesie - e questo è un libro di poesie - è come entrare in una casa che ha una sua precisa identità: ne percepisci i profumi, le ombre tenaci e quelle più docili alla luce variabile del giorno, gli angoli già carichi di storia, quelli con pareti pastello pronti a darti il benvenuto e altre dove fanno da protagoniste tende immobili statuarie e, dietro, una finestra che da tempo non si apre più. Un buon libro di poesie ha in sé l’invito ad entrare nello spazio esistenziale di chi l’ha scritto, di chi ha saputo raccogliere nell’unico linguaggio che gli è più consono, i suoi silenzi.

Titolo e copertina - che rappresenta la foto del figlio dell’autore, Antonio, morto giovane e bello -, sono un tutt’uno: l’uno spiega l’altra e viceversa. Non penso esista un genitore che vorrebbe sopravvivere alla morte di un figlio: con lui - il figlio - si spegne il mondo di chi, come un genitore appunto, lo ha amato visceralmente ed ha intrecciato nel bene e nel male la propria vita alla sua; di chi, ora, non sa più che farsene della propria vita così sprogrammata e, per sempre, disarticolata da tanto dolore. A meno che - a meno che … - non si raggiunga un compromesso e, quindi, una sorta di possibile convivenza con una sofferenza accesa sempre, ma che ora si lascia centellinare. Vela ancora gli occhi e ancora deforma l’immagine: ogni immagine, che torna convessa verso l’alto come un calice colmo di tanta appassionata umanità: chiavi di un regno, mappa di tanti orizzonti.

Da pag. 79 (meravigliosa!)

 

Posso dirti che non mi piace

vederti seduto ad aspettarmi

tra lapidi bianche al cimitero

meglio è sentirti con me

immergere gli occhi nel cielo

limpido delle terre verdi

dove siamo nati, Antonio

concerto di mare verso le sabbie

dorate di Camerota i frulli

salmastri del rosmarino nel vento

ci insegue mordendo i capelli

vieni, i fratelli vicini, mia moglie

ti guarda, quasi spia, la tua dolcezza

che piace a Dio.

 

Da pag 75

 

Ti hanno vestito con l’abito

buono, sorridevi baciato

dal tuo amore per la vita

le lunga dita ancora in fiore

come le corde del contrabbasso

 

Sei bello per sempre di fronte

all’eterno cuore leggero

del tuo sogno: si muore

dormendo dopo una lunga

notte d’amore.

 

In quanto esposto prima, la chiave di lettura del libro. Mi accosto ora ad altri argomenti, cari al nostro D’Alessio, precisando che ogni tema non è presentato - e affrontato - da nostalgico, ma da testimone, uno di quelli che teme l’adattamento a ciò che non va, la resa ad una memoria/automatismo senza la vividezza del ricordo; quel testimone, insomma, che non ha fatto il callo a ciò che non va e lo denuncia ancora una volta. Ecco che il verso è una sorta di memento lasciato al vento perché almeno una folata raggiunga e allerti sempre il futuro.

Da pag. 76

 

Padre Bosco che sei

più in alto siano santificati

i tuoi faggi vengano

le tue sorgenti a rinnovare

le valli sia fatta la tua volontà

uccelli nel cielo fiori sulla terra

dacci sempre il tuo fresco quotidiano

perdona i nostri errori

non ci privare dei tuoi doni

ma rinnovali nell’eterno

delle tue stagioni: Amen!

 

Da pag. 77

 

Dove vanno i giovani del Sud

i loro cognomi sparsi

ai quattro venti, gli occhi

spiritati di colore, le mani

calde di lavoro? Sciamano

rondini anonime dal deserto

delle nostre terre

pugni stretti ai fianchi solchi

sulla fronte portano la dignità

dei sogni avuti al sole.

 

Il Nord del mondo è

tempesta d’odio e di serpenti.

Giovani del sud onore

mai smarrito.

 

C’è una dimensione che pregna l’intero libro ed è quella della preghiera. Non è tanto l’esplicita devozione a Dio, comunque molto presente nel Nostro, ma una sorta di condivisione e partecipazione alla Vita di sempre e di tutti, con le proprie umane e precarie capacità, da figlio e fratello - veri e propri legami di sangue da quell’umanità che stilla un dolorepersempre.

Pregare è pensare al senso della vita, citazione di Wittgenstein alla quale fa quasi da rifinitura quella di Martin Heidegger, pensare è ringraziare, come a dire che quando si iniziano a toccare certe profondità si incontrano tanti e tali cieli che il porgersi di un poeta ha sempre un sottofondo di gratitudine e pelle accapponata

 

Da Pag. 33

 

La notte è un groviglio di rovi

per gli occhi in preghiera

per mani mansuete al giaciglio

il sole arancio sulle terre

nel sacro velo del cielo

beata te rondine che torni

 

non sappiamo se figlia

madre sposa della passata

stagione il tuo volo non muore

il nostro cade nel rantolo

antico delle ore.

 

Da pag. 97

 

Signore, posso chiederti dove

comincia il cielo dei poveri?

L’acqua del loro pianto è

polvere nel fuoco delle armi

il sangue dei figli è rosa

del deserto, puoi sentire

per amore della tua carne

queste grida?

 

E termino la mia riflessione che, come altre precedenti, non nasconde un pensiero affettuoso e di stima verso questo Poeta - in privato gli ho scritto che avrei voluto essere io l’autore del suo libro - col finale di una poesia di Paul Celan che ben si adatta a condensare il sapore lasciato dalla lettura

 

fanno restare senza fiato, oggi,

le mani giunte.

 

 

Angela Caccia

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C'era una volta la Romagna: il raccolto

7 Marzo 2017 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #luoghi da conoscere, #poesia

 

 

Al tempo della mietitura si andava tutti nei campi, anche i bambini, presi dall'euforia dell'occasione, si rendevano utili spostando mannelli, piccoli fasci di spighe, o portando da bere ai mietitori. Finito il raccolto si trasportavano a casa i covoni e si faceva una grossa bica (o barcone) a forma di parallelepipedo con grandi spioventi. Il giorno della trebbiatura era una vera festa. Si sentiva in lontananza il battito di un trattore che si avvicinava lentamente trainando una lunga carovana composta da macchina per la trebbia, scala, carretto dei carburanti e lubrificanti. Enorme, arancione, si presentava come una grande cassa di legno, montata su un carro a quattro ruote della lunghezza di circa sei o sette metri, e arrivava nell’aia come un mostro, impegnandola quasi completamente. Al seguito venivano tutti gli uomini a salario che avrebbero aiutato nel compito di prendere i covoni, scaraventarli dentro una specie di grosso imbuto in cima a quel diavolo rumoroso e ansimante, che sbuffando faceva uscire inspiegabilmente da sotto il grano in chicchi, mondato dalle spighe, mentre la paglia usciva da dietro, raccolta in balle legate col filo di ferro. Noi bambini restavano a bocca aperta nel vedere tale trasformazione e confabulavamo chiedendoci chi fosse nascosto dentro quel grosso cassone, e quanta fatica doveva fare per lavorare così bene, in fretta e al chiuso. Spesso, troppo spesso, si rompeva la grossa cinghia di trasmissione che dal trattore faceva funzionare la macchina trebbiatrice, e allora si sentiva volare dalla bocca degli operai addetti ogni sorta di imprecazioni per santi e madonne. A noi scappava, maliziosamente, da ridere, e il nonno, arrabbiato, ci prendeva a scappellotti perché, misteri della fede, “un uomo in un momento di nervoso poteva anche bestemmiare, ma un bambino mai e poi mai doveva sentire!”

Gli uomini, col cappellaccio calato fin quasi sugli occhi per difendersi dalla polvere e dalla pula che volavano intorno, si proteggevano il viso con grossi fazzoletti legati dietro la nuca, che coprivano naso e bocca, tanto da sembrare quei banditi che vedevamo sui giornaletti di Tex Willer assaltare le diligenze. Così fantasia su fantasia ci mettevamo anche noi il fazzoletto e iniziavamo a correre battendo la mano sul sedere come se stessimo incitando un cavallo e giocavamo a rincorrerci, “indiani e cowboy”, urlando e saltando per tutta l'aia.

Mente noi giocavamo, per parecchie ore si udivano, martellanti, il battito frenetico del trattore e il rombo cupo della trebbiatrice. Anche in lontananza si poteva vedere il polverone sollevato, mentre le biche dei covoni calavano e contemporaneamente crescevano i pagliai.

Il grano raccolto in grossi sacchi di tela di juta veniva accatastato nel granaio e sarebbe stato in parte venduto dal nonno al mercato e in parte portato al mulino per ottenere la farina necessaria alla famiglia tutto l'anno: pane e pasta si facevano ancora in casa.

Infine una parte di grano si conservava per la semina successiva. Il nonno faceva depositare questa grande quantità di chicchi in una stanza vuota della casa vecchia, la stanza veniva riempita per tutta l'ampiezza e quasi per metà in altezza. Alla porta d'ingresso mettevano di traverso un grosso asse di legno che non consentisse al grano di spandersi all'esterno, ma per noi era perfetto da usare come trampolino per piacevolissimi tuffi nella nostra “piscina privata”. Incuranti della polvere del grano che mordeva le carni, affondando nei chicchi profumati e morbidi che si modellavano lentamente sotto il nostro peso, immaginavamo di essere al mare e di nuotare incalzati dalle onde verso l'isola del tesoro.

 

AMO LA TERRA

“Amo la terra che mi ha

partorito:terra di pianura,

nera e grassa che alimenta i

tralci e matura le messi.

Terra umida in cui è dolce

affondare le mani e piantare

profonde radici.

Amo la terra di rossa creta

dove correvo l’estate

graffiandomi i piedi,

“calanchi” che scivolano a

valle, si sciolgono, si

increspano, ondulati come il

mare.

Amo la terra secca e brulla

quando d’inverno il gelo

disegna arabeschi sulle zolle

nude e un giorno vi farò

ritorno:

lei si aprirà accogliendomi

nel suo seno e non avrò

freddo, non avrò paura nel

caldo abbraccio di mia

madre.

E poi sarò di nuovo viva: sarò

albero, sarò fiore.”

Affresco di Nicoletta Mainetti

Affresco di Nicoletta Mainetti

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Io ero un'anima debole, un nido di paglia e cereali

25 Febbraio 2017 , Scritto da Fabio Strinati Con tag #fabio strinati, #poesia

 

 

Alcuni brani tratti da Dal proprio nido alla vita

 

ll freddo miete le sue vittime cercandole sempre tra le più deboli.

Io ero un’anima debole, un nido di paglia e di cereali.

La paura del vento, degli urli tra i rami spogli

degli alberi spettrali, e le sentinelle della montagna...

le minacce della vita nei giorni freddi dell’inverno,

che alimentavano in me, un’angoscia devastante,

proprio come le mosche, insonnolite

prima di quel lungo viaggio che forse, staccherà il biglietto

per quei paesaggi miti, o per quei paesaggi, dove i moribondi

siamo sempre noi, anime vaganti per i sentieri infiniti!

 

 

 

La morte è un termine orrendo. Orrenda è la morte,

che all’improvviso arriva, con aria buffa

di chi si prende gioco della vita, di chi la disprezza;

la morte è più vera di un inganno deciso a tavolino,

di questi uomini vestiti di nero, di cui nulla sappiamo

ma che con certezza, come la morte arriva,

che della vita se ne fa beffa!

 

 

 

Il vento è un suono così sottile, così

invisibile, che sa essere custode

e  padre al tempo stesso:

il vento è quel treno di ferro

che ti accoglie nel suo viaggio,

facendo scendere ad uno ad uno,

i fantasmi che ti porti dietro!

Nel vento possiamo volare,

leggiadri come piume,

sereni come il cielo

oltre quella linea longitudinale...

oltre un mare lontano,

saggia è la vecchiaia,

matura la tua rondine madre!

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Non c'è ritorno

22 Febbraio 2017 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #poesia

 

 

Stavo meglio

quando pensavo

che il gatto mi baciasse

quando le parole erano vaghe

come stelle del Leopardi

quando il cane agitava la coda

solo per fare le feste

quando cercavo gente

per voler bene

senza aggiunte

Dietro c’era quello che si vede

E sangue chiamava sangue

con purezza facile

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