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pittura

Giovanni Fattori

20 Novembre 2015 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #pittura, #personaggi da conoscere, #poli patrizia

 

"Fattori’s painting” says Argan, "is not the academic, generic and evasive design; it is, as it was in the Tuscan figurative culture of the fifteenth century, a design that penetrates, defines, engraves. " (G.C. Argan, "History of Italian art, Sansoni, 1979)

Giovanni Fattori (1825 - 1908) was born in Livorno but then moved to Florence, coming into contact with the group of painters who met at the Michelangelo cafe, in via Larga (now via Cavour).

He starts as a romantic but his artistic maturity and his most prolific moment are concentrated after forty years when, together with Telemaco Signorini and Silvestro Lega, he becomes one of the main Macchiaioli artists. The phenomenon is a precursor of Impressionism and is linked to the Risorgimento ideological framework, of which Fattori is part, being a member of the Action Party. He will retain an indelible memory of the siege of Livorno.

According to the Macchiaioli theory, the painter must render the truth as his eye perceives it, with coloured patches of light and shadow, without cultural prejudices. Indeed, Fattori considers himself a "man without letters", capable of grasping the present, the moment in action. And, however, the identification of the artist with the subject is never achieved, there is always a testimony, a comment, an ethical evaluation.

One of his favourite themes is military life, captured in everyday life, the other great subject is the rural landscape of the Maremma, with cowboys, oxen and horses.

In his life, Fattori is often in financial difficulty, he returns to Livorno to assist his sick wife who then dies of tuberculosis. The painter then travels, visiting Europe, the United States and South America. He also stays in Fauglia and Castiglioncello, a guest of friends.

Towards the end of his artistic career he dedicated himself to etching, a technique consisting of etching a metal plate with acid.

He died in Florence in 1908.

 

 

 

 

Il disegno del Fattori”, dice l’Argan, “non è il disegno accademico, generico ed evasivo; è, com’era nella cultura figurativa toscana del Quattrocento, un disegno che penetra, definisce, incide.” (G.C. Argan, “Storia dell’arte italiana, Sansoni, 1979)

Giovanni Fattori (1825 – 1908) è nato a Livorno ma si è poi trasferito a Firenze, entrando in contatto con il gruppo dei pittori che si riuniva al caffè Michelangelo, in via Larga (ora via Cavour).

Parte come romantico ma la sua maturità artistica e il suo momento più prolifico si concentrano dopo i quarant’anni quando, insieme a Telemaco Signorini e a Silvestro Lega, diventa uno dei principali artisti macchiaioli. Il fenomeno è precursore dell’impressionismo e si lega al quadro ideologico risorgimentale, del quale Fattori fa parte come fattorino del Partito d’Azione e del cui assedio di Livorno conserverà memoria indelebile.

Secondo la teoria macchiaiola, il pittore deve rendere il vero come lo percepisce il suo occhio, con chiazze colorate di luce e di ombra, senza pregiudizi culturali. Fattori, infatti, si considera “uomo senza lettere”, capace di cogliere il presente, il momento in atto. E, tuttavia, l’identificazione dell’artista col soggetto non si raggiunge mai, si ha sempre una testimonianza, un commento, una valutazione etica.

Uno dei suoi temi preferiti è la vita militare, colta nella quotidianità, l’altro grande soggetto è il paesaggio rurale della Maremma, con butteri, erbaiole, acquaiole, buoi e cavalli.

Nella sua vita, Fattori è spesso in difficoltà economiche, torna a Livorno per assistere la moglie malata la quale, poi, muore di tubercolosi. Il pittore, allora, si dà a viaggiare, visitando l’Europa, gli Stati Uniti e il Sudamerica. Soggiorna anche a Fauglia e a Castiglioncello, ospite di amici.

Verso la fine della sua carriera artistica si dedica all’acquaforte, tecnica consistente nell’incisione di una lastra di metallo tramite acido.

Muore a Firenze nel 1908.

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Ardengo Soffici

3 Settembre 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #personaggi da conoscere, #pittura

Ardengo Soffici



ARDENGO SOFFICI (1879-1964), fiorentino di Rignano sull'Arno, ad un certo punto della sua vita, come moltissimi altri giovani fiorentini dell'epoca, venne affascinato dalla figura carismatica di quell'istrione che rispondeva al nome di Filippo Tommaso Marinetti, il quale giunse in Italia dalla vicina Francia, con in tasca il suo Manifesto del Movimento Futurista, che, nel 1909, aveva pubblicato oltralpe, e che, di lì a poco, avrebbe abbacinato le menti e i cuori di tanti artisti italiani prima ed europei dopo.

Quando il buon Filippo cominciò la sua avventura in Italia, Ardengo, già pittore di buon nome, aveva poco più di trent'anni. Ma fu folgorato, come tanti altri, anche lui. E divenne un futurista, ma, come si definiva lui: un futurista oltre il futurismo.
Ardengo Soffici fu un pittore di vaglia e un valido scrittore, nonché critico apprezzato.
Il periodo che lo vide rivoluzionario durò lo spazio di un mattino, ché presto "tornò all'ordine" come amava dire, cioè a quella pittura personale intimistica, e talvolta paesaggistica, nata nel ritiro del suo Poggio a Caiano. Dove visse a lungo e dove è stato sepolto.

In una intervista del 1957 alla RAI affermò: "Anche oggi dopo 55 anni di pittura, il mio lavoro è una specie di identificazione tra me e il paese in cui vivo…
Fu una vita piena, la sua, (quando morì aveva 85 anni) e fu grazie a lui che l'Italia conobbe i pittori e gli artisti d'oltralpe, gli impressionisti (Medardo Rosso) e i cubisti (Picasso).
Soffici conobbe e frequentò tutti gli artisti di quella Firenze del primo novecento, ma fu assiduo di uno solo, Giovanni Papini, col quale fondò la rivista letteraria Lacerba, che vide la luce nel 1913, per permettere agli artisti che lo desideravano di dar voce alle loro aspirazioni futuriste (e non).
Uno di questi che nulla aveva a che vedere coi futuristi era Dino Campana, da Marradi.

Ricordo che la rivista era appena nata, quando si presentò a Firenze alla redazione del giornale, un tale che si dichiarò mio lontanissimo parente, ma che io non conoscevo affatto; si presentò come Dino Campana, disse che scendeva da Marradi e trasse di tasca una sua operetta, dal titolo "Il più lungo giorno" che voleva sottoporre a un giudizio nostro, perché esaminassimo la possibilità di pubblicare qualche parte di essa su Lacerba, appunto.
Debbo dire che là per là non presi in considerazione né quel signore, era sporco e malmesso, né la sua opera; ma mi sembra di ricordare addirittura che io non fossi in sede, però potrei sbagliarmi. Insomma, questo strano personaggio lascia un manoscritto ancora più strano di lui, scritto su carta comune, con molte correzioni.
Avevamo molto da fare io e Papini, con i nuovi scrittori francesi; ero appena tornato da Parigi, dove avevo visitato l'Esposizione Universale, e avevo esposto là le mie opere, ricevendo favorevoli consensi, e poi amicizia, dei e coi vari Braque, Picasso, Matisse, tra i pittori, ed Apollinaire tra i poeti; per dire dei già celebri colleghi francesi.
E il caso volle che quel manoscritto andasse smarrito.
Quello che accade poi ha dell'inverosimile, ma voglio raccon
tarvelo.
Dopo qualche tempo quel tale, Dino Campana appunto, torna da Marradi, in ancora più cattivo stato d'animo della prima volta e con un aspetto da paura (pareva che ce l'avesse col mondo intero, e non si sa per cosa), e a Papini richiese indietro il manoscritto. Ma il buon Giovanni non ce l'aveva, e lo mandò da me.
Stessa richiesta fece a me, ma io, in tutta onestà, non ricordavo di averlo avuto, nonostante lui insistesse che l'aveva messo proprio "nelle mie mani". E a malincuore lo licenziai, ma quel signore dette in escandescenze, e inveiva contro i letterati fiorentin
i.

E forse aveva proprio ragione, Campana, ad avercela col Soffici, perché il manoscritto della sua opera, "Il più lungo giorno" che prima di essere stampato cambiò titolo in Canti orfici, opera che improntò di sé quella prima parte del novecento letterario italiano, fu ritrovata dopo circa sessant' anni, precisamente nell'anno 1971, tra le carte del pittore nella sua casa di Poggio a Caiano; e per puro caso, dalla vedova di lui, che stava spostando carte e documenti da una stanza all'altra (manoscritto importantissimo che attualmente si trova nel Gabinetto Viesseux di Firenze).

Insomma, il fatto è che io non ce l'avevo e glielo dissi; e glielo ripetei alla noia. Ma lui continuò a dare in escandescenze, e nulla potei contro quella sua rabbia incontrollata. Gridava che aveva solo quella copia, e che se non l'avesse avuta indietro sarebbe tornato con un coltellaccio e ce l'avrebbe fatta vedere!
Mi sembra che in seguito ci inviasse anche lettere di minaccia, ma ciò non fece altro che acuire la nostra indifferenza e quella di tutto il mondo letterario di Firenze, che aveva cominciato a conoscerlo da questo increscioso episodio, che noi raccontavamo; e non solo indifferenza, ma da parte di qualcuno anche disprezzo.
Insomma, venimmo a sapere poi che era un labile di mente… Ricordo, ci definì "sciac
alli".
In una delle tante lettere che giunsero in redazione quel signore si definiva "di una intelligenza superiore alla media (Sapete, - scrisse a Papini - essendo voi filosofo sono in diritto di dire tutto: del resto vi sarete accorto che sono un'intelligenza superiore alla media…). E ci definiva, noi letterati fiorentini e in particolare noi della redazione di Lacerba: … una massa di lecchini, finocchi, camerieri, cantastorie, saltimbanchi, giornalisti e filosofi come siete a Firenze…

Poi Campana nel giro di pochi giorni fu costretto a riscrivere la sua opera a memoria, (secondo la critica successiva, anche servendosi di appunti che aveva conservato) ma insomma fu così. E fu così che si accentuò la sua instabilità mentale, tanto che qualche anno dopo finì in una casa di cura vicino a Firenze, dove stette quattordici lunghissimi anni senza scrivere più una riga, cucinando per gli altri reclusi, malati di mente come e più di lui, che apprezzavano le sue polpette…

Abbiamo detto che Ardengo Soffici fu un pittore di vaglia. La sua pittura risentì delle esperienze francesi, (molto influì su di lui Cezanne). Ma a questa sua principale attività si affiancò come abbiamo detto anche quella di scrittore e critico, nonché redattore prima ne La Voce (1908), poi in Lacerba.

Il lavoro alla rivista Lacerba mi dava molto da fare, e io cercavo e trovavo però il modo e il tempo di coltivare la pittura che era la mia principale occupazione. Si avvicinavano tempi bui per l'Italia, tirava una brutta aria, ed io ero allineato con le idee del fascio, lo ammetto, che tendeva a rigenerare un po' tutto di questa nostra terra di poeti e artisti, non tollerando l'arte e tutto ciò che veniva da fuori, respingeva l'esotismo in ogni maniera si presentasse. Insomma, era un movimento politico rivoluzionario, sotto questo aspetto, e io ne ero un seguace attento e scrupoloso. Ma non ero rigido come richiedeva il partito, ma ero piuttosto aperto elle nuove indicazioni e proposte che venivano dalla Francia, tanto che tornato da Parigi, vi avevo vissuto e studiato, e lavorato, per alcuni anni, per l'esattezza dal 1900 al 1907, come ho detto, importai artisti come Degas e Cezanne. Fui proprio io a scoprire e far conoscere agli italiani il genio di Cézanne, fui io a organizzare nel 1910 a Firenze, la prima grande mostra degli impressionisti.

Le opere di Soffici, ormai artista tra i più importanti d'Italia, vengono esposte in una mostra a Londra, insieme ai grandi di quel 900 italiano molto prolifico sotto l'aspetto dell'arte pittorica; come De Chirico, Boccioni, Carrà, Modigliani e Morandi; e Rosai, e molti altri.

A Parigi collaborai a diverse riviste, e per un lungo periodo non me la passai bene, feci, come si dice, la fame, ma tiravo avanti, ne andava della mia carriera. Là conobbi anche artisti e letterati come Guillaume Apollinaire, Max Jacob, e altri. E anche scrittori italiani, come Vailati e Papini.

Scriverà poi nel suo libro Giornale di Bordo, di cui più sotto parleremo: A Parigi, in una camera oscura del Boulevard Saint Michel, ho sofferto il freddo e la fame. Ho passato una notte di pioggia su una panchina del Quai Voltaire. Una donna straniera ha calpestato il mio cuore dalle parti di Vaugirard: altre donne l’han calpestato un po’ dappertutto. Un amico, due amici, tre amici mi hanno fatto soffrire. Ho pensato seriamente alla morte nella foresta di Saint Germain, a Basilea sul ponte del Reno, in riva al mare nel golfo di Genova; più d’una volta in questa vecchia casa campagnola. Sono stato infelice sotto tutti i cieli. Sia benedetta la vita.

Con Giovanni Papini la simpatia e la condivisione di idee fu immediata, … pur se i nostri caratteri erano agli antipodi. Anche il caro Giovanni ha sofferto molto l'indifferenza nei suoi confronti da parte dei letterati italiani; non ne hanno grande stima, ma sbagliano, e di grosso, Papini è un grande, e il futuro lo dirà. Tornati a Firenze abbiamo creato, come ho detto, la rivista Lacerba, dopo che avevo militato per qualche tempo con la Voce.
Ma quello della Voce era un periodo ormai superato; io là facevo i disegni per la testata della rivista. Era il 1908, e scrivevo ogni tanto qualche articolo di critica letteraria o saggio.

Va a Milano richiamato colà da una mostra di pittori futuristi; ma ne rimane deluso, e si arrabbia molto a vedere "i suoi canoni" gettati la vento. Ne scrive (male) su La Voce, e ne subisce subito le conseguenze: i pittori della mostra, tra i quali c'era lo stesso Marinetti, il giovanissimo Umberto Boccioni, e altri, risposero per le rime, e decisero di andare a Firenze per incontrare quel signore, che non conoscevano. Con loro c'era anche il buon Palazzeschi, che tutto aveva fuorché il carattere combattivo proprio dei suoi compagni. Obiettivo: il caffè delle Giubbe Rosse ove era solito stazionare il gruppo de La Voce.

Ricordo, adesso con simpatia, che Boccioni, cui fui indicato da qualcuno, mi affrontò a brutto muso, e volarono dei ceffoni, tra noi due, si scatenò una rissa non da poco tra me e i vociani che vennero in mio soccorso, e quegli scatenati di futuristi. Ma finì lì, poi simpatizzammo, ascoltammo le loro idee rivoluzionarie e fu così che sia io che Papini lasciammo La Voce e fondammo Lacerba per accogliere tutte le voci letterarie, anche quelle futuriste. Instaurando rapporti e discussioni costruttive intorno alla letteratura.

Come letterato Ardengo Soffici fu uno scrittore di buon livello, e il Giornale di Bordo, che vide la luce a Firenze nell'anno 1915 per le edizioni della Libreria della Voce, per la quale rivista letteraria egli lavorava come vignettista, ne è la dimostrazione più efficace.
Un eminente saggista italiano, nel 1987, definisce il libro come prosa antinarrativa di derivazione impressionistica, e non poteva essere altrimenti, se consideriamo lo stile pittorico dell'artista fiorentino. Del resto era quello il periodo in cui molti poeti e scrittori d'avanguardia usano per esprimersi il frammento lirico, di cui anche il nostro fa largo uso, per mezzo dei quali frammenti Il Soffici fa un'opera in parte biografica, in parte di vita corrente, ritraendo gli artisti che lo circondavano nella Firenze di allora.
Lo diceva lui stesso: voglio una letteratura breve, efficace, essenziale, che giunga al sodo senza giri di parole inutili, e perifrasi intellettuali superflue.
Va da sé che in un'opera con questi scopi, indagatori e descrittivi di una realtà reale, non può non parlare, oltre che dei poeti, pittori e scrittori a lui vicini, anche dei colleghi della Voce, che non apprezzano i suoi giudizi, né tanto meno dagli amici/nemici del futurismo milanese.
Che lo ritengono fin troppo ironico.
Conseguenza di questo suo modo di giudicare: futurismo: l'unico movimento cui possiamo associarci. Per poi aggiungere, quasi a rinnegare quanto detto: «Siamo per l’eleganza, la raffinatezza e lo spirito, contro la violenza il virtuosismo e la serietà».) è l'isolamento in cui venne a trovarsi di lì a poco.
Scrisse: Malinconia di non somigliare a nessuno, d’essere in disaccordo con tutti! Orgoglio immenso di sentirsi soli, tremendamente…
Io cercavo altro, nella pittura. Ho combattuto per le idee futuriste, non lo nego. Ma io cercavo sì di ricostruire, come affermavano loro, ma vedevo una ricostruzione che tenesse conto delle basi dei grandi pittori del passato.
Ardengo Soffici morì a Vittoria Apuana, nei pressi di Forte dei Marmi, nel 1964

marcello de santis

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Frida e Diego

22 Giugno 2015 , Scritto da Franca Poli Con tag #pittura, #marcello de santis

Frida e Diego



Sfogliando un piccolo volume di opere d'arte, senza, debbo confessare, un interesse particolare, tra le altre tele che ho visionato mi sono apparsi alcuni autoritratti femminili che mi hanno colpito in modo particolare, per l'espressione a dir poco severa del soggetto ritratto. Sono di una artista che non avevo mai visto, e della quale non avevo mai sentito neppure parlare. Il suo nome mi diceva poco, anzi, non mi diceva niente: Frida Kahlo, di cui parlerò tra poco.
Sono venuto più tardi a conoscenza - leggendo le notizie su di lei - che è stato girato anche un film qualche anno fa sulla sua vita; e sul suo rapporto duraturo ma non sempre idilliaco con un altro artista pittore (sconosciuto per me anche lui), Diego Rivera. Questa simbiosi tra due artisti pittori mi ha colpito molto, e ho pensato che come me, non molti, e forse neppure coloro che sono addentro nel campo della pittura come studiosi o appassionati, sono a conoscenza di questi due, per me, grandi personaggi. Con l'acquisire notizie sui due non so chi mi abbia poi appassionato di più, tra i due; forse la figura preponderante nel rapporto è quella di Diego, ma anche lei, la Frida in ogni momento ha imposto spesso la sua grande personalità.
Avventura appassionante il loro rapporto d'amore. Credo che prenderà anche voi. Seguitemi, dunque.
Diego Rivera nasce a Guanajuato, una meravigliosa città a nord di Città del Messico verso la fine del 1800 (1887); aveva un nome lunghissimo, o meglio una sfilza di nomi come si usa nei paesi dell'america latina, vogliamo leggerli? ecco: Diego María de la Concepción Juan Nepomuceno Estanislao de la Rivera y Barrientos Acosta y Rodríguez; e scusate se è poco, ma noi lo chiameremo solo Diego.
Grazie a due importanti borse di studio, si reca giovanissimo in Europa; in Spagna studia alla scuola di Eduardo Chicharro; è anche in Italia; ma è in Francia che si avvicina ai vari movimenti del primo novecento: primi fra tutti cubismo e futurismo. Qui sposa una pittrice russa, tale Angelina Beloff. Poi torna in Messico dove esercita la sua arte che ha preso una direzione ben precisa: i murales, con un fine ben preciso: politico e sociale, diventando in breve il più bravo rappresentante di questo genere di pittura. Si sposa ancora, dopo aver avuto una figlia da una donna Marie Vorobeb, che non volle riconoscere; stavolta con Guadalupe Marìn, unione che dura solo cinque anni e dà due figlie. Divorzia. Nel 1929 sposa Frida.
Diego Rivera era un uomo alto, grosso, all'apparenza rozzo, forse è meglio definirlo un omaccione robusto e con una pancia prominente; affatto di bella prestanza; mentre la sua Frida era minuta ed esile da non dire (anche se forte di carattere). Un'idea della figura di Diego si può avere oltre che dalle foto, soprattutto dai ritratti e autoritratti.

Frida conobbe Rivera quando andò lei stessa a trovarlo per mostrargli alcune sue opere; ed avere un suo giudizio. Dico: andò lei stessa, e vi parrà strano: invece no, perché la ragazza, all'età di 17 anni, aveva avuto un terrificante incidente di macchina che la ridusse in condizioni pietose (delle quali tra poco diremo) paralizzandone tra le altre cose i movimenti; aveva dunque da poco ripreso a camminare, anche se sopportando dolori che non l'avrebbero mai più abbandonata per tutta la vita. Si recò dunque "con le proprie gambe" dal pittore già famoso per i suoi immensi straordinari murales. Rivera mostrò tutto il suo interesse per le tele; e le fece i complimenti.
Frida aveva 20 anni meno di colui che poi diventerà suo marito, per ben due volte. Era nata infatti nel 1907 a Coyoacá, una vasta zona a nord di Città del Messico, sede di scavi delle antiche popolazioni che l'abitarono fin dal 300 a.c.
Il padre era immigrato tedesco che sposò una donna del posto. Quando scoppiò la rivoluzione messicana nell'anno 1910, dunque, Frida aveva tre anni, ma lei ha sempre sostenuto di essere nata proprio nel periodo della rivoluzione; in tal modo "si sentiva figlia della rivoluzione", come affermava.
Ma veniamo al grave incidente che ha indirizzato la sua vita. Come detto, aveva 17 anni, un autobus su cui viaggiava si scontrò con un tram. Spaventoso. Rimase gravemente ferita: varie fratture per tutto il corpo: alle vertebre lombari le più gravi, ma anche il bacino ne subì addirittura cinque. Per non dire del piede e della gamba destra, fratturati in ben 11 punti. Sfortuna delle sfortune, un corrimano dell'autobus, staccatosi nell'urto tremendo, l'infilzò e la passò da parte a parte, entrando dal fianco e uscendo dalla vagina. Subì una quarantina di interventi che la condizionarono enormemente.
Va detto anche che Frida (all'anagrafe Magdalena Carmen Frida) era nata con una strana malattia, che fece pensare a una forma di poliomielite (che forse giudicarono fosse ereditaria, infatti anche la sorella più piccola ne soffriva). Si trattava invece di "spina bifida", una malformazione del midollo spinale (prenatale) che comporta una chiusura anomala di alcune vertebre. Per anni dovette vegetare stando a letto, prima in ospedale, e poi, dimessa, a casa. Il busto, confezionato appositamente per lei sulla sua figura, busto che la stringeva per tutto il corpo, la privava di quasi ogni movimento. Da quel momento la vita di Frida va avanti portandosi nell'anima rabbia e dolore, e facendo dell'artista una persona all'apparenza fragile ma forte dentro, risoluta a vivere la sua vita tutta intera.
Doveva trovare, Frida, un modo per passare il tempo nella posizione scomodissima che l'amareggiava non poco, insieme al futuro nero che aveva costantemente davanti agli occhi. I genitori s'inventarono il modo di agevolarla; le fecero costruire un letto con una specie di baldacchino, con uno specchio in alto in modo che potesse vedersi. Costretta in questa scomoda posizione, Frida leggeva, leggeva molto, specialmente libri di politica, e in particolare sul movimento comunista. Poi il papà le regalò dei colori e delle tele. Frida vedeva solo il suo viso e immaginava o vedeva anche il suo corpo martoriato. E prese a dipingersi, ché non poteva ritrarre che se stessa. Nacquero i primi autoritratti. Solo molto più tardi, il gesso e l'altro materiale dell'imbragatura fu rimosso e poté cominciare i primi esercizi di deambulazione; e pian piano riprese in qualche modo il suo camminare.
Torniamo al rapporto con Diego Rivera. Una volta ripreso a camminare volle dunque far vedere le sue opere al pittore; e si recò a casa sua. Questi giudicò i suoi dipinti di una modernità assoluta; e la ricoprì di elogi e consigli fino a divenire il suo pigmalione. E dato che anche lui era inserito nella cultura e nella politica comunista messicana (i suoi murales riportavano solo grandi scene anche con personaggi del partito, messi qua è là), la inserì nel suo ambiente; lei ne fu conquistata, tanto che divenne una attivista (nel 1928 si iscrisse al partito).
Prima o poi, era destino, doveva scoppiare l'amore, era scritto; lei si innamorò, lui ricambiò, e quel che doveva avvenire avvenne; si sposarono un anno dopo, nel '29, anche se Frida sapeva che Diego era un donnaiolo, e conosceva le molte avventure amorose del pittore (che era, lo abbiamo detto più sopra, al suo terzo matrimonio).
Nei suoi dipinti, il pittore messicano era solito ritrarre la gente anche se collocava le persone in situazioni che ricordavano la politica e il suo militarismo nel partito comunista. Presto, abbiamo detto, si dedica ai grandi affreschi creando murales mai più superati per bellezza e interesse da altri dopo di lui. I colori sono vivaci e gli argomenti sono quelli propri della rivoluzione messicana di inizio 1900. Una rivoluzione dura e lunga che durò ben 17 anni (1910-1917) e che terminò con la promulgazione della nuova costituzione. Ma il suo impegno non finì con essa, perché scoppiò la rivoluzione russa ed egli si prodigò ancora, come del resto fece per tutta la vita, portando i suoi sentimenti e le sue idee sui molti murales messicani e non.
Diego Rivera fu chiamato in America, per dipingere alcuni muri e alcune opere per la fiera internazionale di Chicago; andarono insieme, lui e Frida; in quel periodo di intenso lavoro, lei rimase incinta; sembrava che dovesse andare tutto bene, ma quando era già avanti colla gravidanza abortì a causa della sua fragilità e delle condizioni del suo corpo, che risentivano chiaramente dell'incidente e delle mille operazioni subite. Tornarono in Messico, anche perché a Diego Rivera furono revocati gli incarichi che erano stati stabiliti. La causa della rescissione dei contratti fu questa. Dipingeva affreschi su un muro all'interno del Rockefeller Center di New York, gli venne l'idea di ritrarre in uno dei tanti volti del murale il volto di Lenin. Gli fu intimato - all'esame di una commissione - di cancellarlo, ma il pittore rifiutò.
Contemporaneamente al suo lavoro, le sue scappatelle extramatrimoniali (e talvolta molto più che semplici scappatelle) si moltiplicavano, e Frida sapeva; e sopportava. Anche se qualche volta sentendosi sola e abbandonata si consolò anche lei per ripicca con amanti sporadici, e anche con esperienze omosessuali occasionali. Ebbe allora diversi amanti dell'altro sesso; tra tutti una relazione abbastanza seria con Lev Trotsky, sì, proprio quello della rivoluzione russa, emigrato laggiù, e ospitato in casa dei coniugi Rivera per alcun tempo, prima di avere una seria discussione sulle idee di portare avanti la lotta contro il potere con Diego; allora lasciò la casa.
Trotsky venne ucciso nel 1940 proprio là, nella sua dimora a Coyoacàn da tale Ramòn Mercader, un emissario stalinista che gli ficcò una piccozza nel cranio, mentre era prono alla sua scrivania a leggere un articolo di politica.

Un altro amante (si dice) fosse André Breton, il pittore francese che portò le sue opere a Parigi in una mostra. Breton ebbe a dire di lei che fosse "una surrealista creatasi con le sue mani"; definizione che sapeva le avrebbe portato giovamento e riconoscimenti, ma che respinse sempre; voleva essere originale per conto suo.
Non ne poté più; fu lei a prendere la decisone cruciale; separarsi; ma non voleva rompere i ponti definitivamente con il suo maestro e marito. Decisero di vivere in due case, vicine e pure collegate tra di esse; la scusa era di avere ognuno il proprio spazio per lavorare, ma in realtà era perché Frida non sopportava più le relazioni extra del suo uomo.
Anno 1939. Erano passati dieci anni dal matrimonio dei due, e Frida chiese il divorzio. La causa scatenante fu l'accorgersi della relazione di Diego anche con sua sorella Cristina. Divorzio che ottenne. Ma stettero lontani appena un anno ché Diego tornò da Frida, che nonostante tutto amava ancora. E tanto anche, le fece una nuova dichiarazione d'amore. Si proclamò pentito. Lei si piegò (l'amava anche lei, del resto), e l'anno dopo, nel 1940, si risposarono a San Francisco.
Frida apprese moltissimo in pittura dello stile misto alle idee politiche di Diego Rivera, tanto che continuò sì a dipingere autoritratti, ne fece tantissimi; ma stavolta tutti con fattezze e caratteristiche antichissime, proprie delle donne messicane, per tenere sempre vive le tradizioni del suo paese che amava.

Vissero insieme fino alla morte di Frida avvenuta nel 1954; negli ultimi tempi gli arti inferiori si infettarono e per una cancrena che rese irrecuperabile una gamba, questa le venne amputata.
Nel 1950 Rivera fece i dipinti per l'opera Canto General di Pablo Neruda.

Cinque anni dopo, alla morte della moglie, si sposò una quarta volta, con tale Emma Hurtado, ed emigrò in Russia per sottoporsi ad una operazione chirurgica. Non si riprese più, visse per altri due soli anni e alla età di 70 anni morì a Città del Messico dove era tornato.
Frida scrisse e portò avanti un diario molto prezioso per le notizie che ci ha fatto avere; in esso - tra le altre cose, memore della definizione di "surrealista" datale da André Breton, lasciò questa frase: pensavano che anche io fossi una surrealista, ma non lo sono mai stata. Ho sempre dipinto la mia realtà, non i miei sogni.
Una settimana prima di morire, Frida volle vergare di sua mano qualcosa sulla sua ultima tela; intinse il pennello in un barattolino di vernice rosso sangue, e scrisse il suo nome, Frida, seguita dalla data e dal suo paese, Coyaocàn. e - in lettere maiuscole - VIVA LA VIDA.

marcello de santis

Frida e Diego
Frida e Diego
Diego in due ritratti eseguiti da Amedeo Modigliani

Diego in due ritratti eseguiti da Amedeo Modigliani

Frida e Diego
Frida e Diego
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Pinacoteca "Corrado Giaquinto"

6 Febbraio 2015 , Scritto da Redazione Con tag #redazione, #pittura

Pinacoteca "Corrado Giaquinto"

Bari, Pinacoteca “Corrado Giaquinto”

13 dicembre 2014 – 31 marzo 2015

Persone.
Ritratti di uomini, donne, bambini (1850-1950) da collezioni pubbliche e private pugliesi

mostra a cura di Clara Gelao

Fra le novità proposte della mostra Persone, che è stata inaugurata sabato 13 dicembre presso la Pinacoteca di Bari e che si qualifica come uno degli eventi più importanti nel panorama espositivo di fine d’anno, c’è un inedito di Silvestro Lega, firmato sul retro, raffigurante un giovane uomo dal volto serio e malinconico, bocca ben disegnata, occhi castani di forma allungata, capelli bruni corti e ben pettinati, vestito con una giacca di velluto marrone ad ampi revers, sulla quale spicca il triangolo bianco della camicia con collo a listino chiuso da un grande fiocco nero.
Il ritratto apporta un notevole contributo di conoscenza alla prima stagione artistica di Silvestro Lega e può essere collocato tra il 1850 e il 1860, trova il suo corrispondente stilistico più vicino nel noto Ritratto del fratello Ettore fanciullo della Pinacoteca di Brera. Anche la cromia, giocata come nel ritratto milanese su una gamma di tonalità spente e cinerine, illuminate delicatamente da una luce limpida e cristallina, portano in questa direzione, tanto da far pensare che il dipinto faccia parte di quel nucleo di ritratti realizzati dal Lega a Modigliana fra il 1855 e il 1857, quando il giovane pittore vi fece ritorno in preda ad una crisi di “carenza d’invenzione” e dove, pur compiendo frequenti puntate a Firenze, eseguì una decina, e forse più, di ritratti, alcuni su commissione, come quello del vescovo Melini, altri più intimi e personali, per parenti ed amici.
Il dipinto costituisce sicuramente uno dei tanti centri d’interesse della mostra, costituita da oltre 100 opere (pittoriche, scultoree, grafiche), datate o databili tra il 1850 (con poche eccezioni di epoca precedente) e il 1950, scelte tra quelle conservate nella stessa Pinacoteca barese e nei più importanti musei pugliesi, nonché in alcune collezioni private, anch’esse pugliesi, propone al grande pubblico una approfondita lettura del genere “ritratto” attraverso gli exempla forniti da alcuni noti artisti pugliesi (da De Napoli a Netti a De Nittis, da Toma ai Barbieri, da Cifariello a Martinez, sino a Speranza, Martinelli, Cavalli, Levi), aprendosi ovviamente ad accogliere anche interessanti opere “extraregionali” (Michele Cammarano, Enrico Fiore, Giuseppe De Sanctis, Giuseppe Costa, Enrico Lionne ed altri napoletani, un inedito di Silvestro Lega, opere di Romolo Pergola, Annibale Belli, ecc.) o addirittura di valenza internazionale (come il cileno, naturalizzato francese, Santiago Arcos y Megalde, morto nel secondo decennio del Novecento, autore di un finissimo Ritratto di signora, o John Singer Sargent, autore dello straordinario Ritratto di Vernon Lee).
Completeranno il percorso alcuni stralci e frammenti tratti da opere di scrittori dell’Otto e Novecento, veri e propri “ritratti” letterari, che dialogheranno con effetti intriganti con le opere esposte, mostrando le sintonie o le variazioni che intercorrono tra i due diversi “media”.
La mostra, a cura di Clara Gelao, è accompagnata da un catalogo scientifico edito da Mario Adda editore di Bari, contenente brevi saggi introduttivi nonché la riproduzione a colori di tutte le opere, corredate da schede scientifiche che vedono la generosa collaborazione di molti studiosi e storici dell’arte di diverse generazioni, alcuni dei quali impegnati nelle stesse istituzioni museali.

Sponsor Ufficiale


Pinacoteca “Corrado Giaquinto”
Via Spalato 19 / Lungomare Nazario Sauro 27 – Bari - Tel. 080/ 5412420-3-4-5-7 pinacotecaprov.bari@tin.it www.pinacotecabari.it
Ufficio Stampa Pinacoteca: Tel: 080/5412427 – Fax 080/5583401 pincorradogiaquinto@tiscali.it;


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LA RAGAZZA CON L'ORECCHINO DI PERLA

6 Settembre 2014 , Scritto da Franca Poli Con tag #franca poli, #recensioni, #pittura

LA RAGAZZA CON L'ORECCHINO DI PERLA

La ragazza con l'orecchino di perla

Tracy Chevalier

Neri Pozza Editore

pp. 236

Si è chiusa recentemente a Bologna una importante mostra, sulla Golden Age della pittura olandese e, se anche questo ha creato qualche polemica essendo esposti quadri di Rembrandt a e di altri famosi pittori, la eccezionale riuscita dell'esposizione che ha richiamato sotto le due torri 342.626 visitatori, è dovuta principalmente a un solo quadro “La ragazza con l'orecchino di perla” di Johannes Vermeer.

Questo dipinto, insieme alla Gioconda di Leonardo, è senza dubbio una delle opere d’arte più note e amate in tutto il mondo. Un quadro dal fascino particolare, l'ingenuo volto della giovane ritratta con un impenetrabile sguardo, da oltre tre secoli continua a far sognare coloro che hanno potuto ammirarlo o che magari ne hanno soltanto visto copie riprodotte, ovunque, in giro per la città. Si tratta di un dipinto olio su tela, databile intorno al 1665-1666, di piccole dimensioni (44,5×39cm), ma di grande fascino, con una suggestiva leggenda alle spalle che lo circonda di un'aura misteriosa e che colora con una nota di romanticismo la biografia di un grande pittore del quale in realtà si conosce ben poco.

Il quadro raffigura una giovane donna ritratta di tre quarti nell'attimo preciso in cui si gira verso l'artista e lo guarda con profonda intensità. Colpiscono la lucentezza della perla e i colori degli abiti che risaltano su sfondo scuro. Il magnetismo che conquista lo spettatore è dato da una serie di elementi: il turbante e la perla, dal fascino esotico, una fanciulla dallo sguardo innocente e al tempo stesso assolutamente languida e ammaliante, infine le labbra lucide e semi aperte che le danno una carica di candida meraviglia, ma anche una vena di accattivante erotismo. Non si sa con certezza chi fosse in realtà la bella modella, c'è chi attribuisce il giovane volto alla figlia del pittore e chi invece, come la scrittrice Chevalier, alla serva di casa. Questo enigmatico velo di dubbio che nasconde la sconosciuta ha fatto sì che Tracy Chevalier ne scrivesse un best- seller nel 1999 da cui poi fu tratto un film nel 2003 con Scarlett Johansson nel ruolo della protagonista. Certo è che di fronte al quadro si è portati a sognare e a credere che la storia raccontata nel libro che ho letto sia vera, dietro quello sguardo innocente, dunque, io ci ho visto la giovane domestica di casa Vermeer.

Griet ha sedici anni quando a causa della malattia del padre, decoratore di piastrelle che ha perso la vista, è costretta a prendere servizio in casa del pittore per aiutare la famiglia rimasta senza reddito. Fra la ragazza e l'artista si instaura un rapporto di immediata confidenza, che non trascende in passione, ma che nella innocente purezza della giovane crea un forte turbamento. Col tempo la fanciulla mostra timidamente interesse e innata comprensione per la pittura. Notando la sua propensione naturale, l'accortezza con cui non muove di un millimetro, mentre spolvera, gli oggetti disposti in attesa di essere riprodotti, Vermeer le insegna come preparare i colori per i suoi dipinti, macinando ingredienti naturali che le manda a comprare di nascosto da tutti, creando così una sorta di segreta collaborazione che in Griet, e forse nello stesso artista, porta a una crescente inquietudine. L'autrice riesce con maestria a tratteggiare una sottile linea che, fra sguardi e sospiri, separa la passione per l'arte a quella sensuale che potrebbe scatenarsi fra amato e amante.

La giovane protagonista vive la sua situazione di sottoposta con orgoglio e coraggio, soffrendo la mancanza della famiglia, del padre malato, della madre che le ha insegnato tutto, del fratello costretto come lei a lavorare anzitempo, che poi farà una brutta fine e della sorellina piccola che morirà di peste senza che lei possa rivederla provocandole un grande dolore. Griet si abitua lentamente al cambio di vita cui è costretta anche per la differente religione praticata dai suoi padroni , in casa Vermeer, cattolico, trova quadri di crocefissioni e Madonne a cui non è abituata, ma è la passione per la pittura che la rende forte e orgogliosa di poter assistere e partecipare in qualche modo alla nascita di nuove opere d'arte. La giovane e piacente cameriera attira le brame del mecenate di Vermeer che vorrebbe circuirla, ma che si accontenterà del quadro che il pittore gli promette per distogliere le sue malevoli intenzioni e per mantenere buone relazioni con lui, essendo Van Ruijven la sua principale fonte di reddito. In realtà Vermeer prova un desiderio inconfessato e del tutto personale di ritrarla e lo farà nascostamente alla moglie che, fra un parto e l'altro (darà alla luce undici figli),troverà il tempo di nutrire una forte gelosia nei confronti della serva di casa. Gelosia e sospetto che aumentano durante il periodo in cui il marito, lavorando segretamente al quadro della ragazza, crea fra loro una maggiore complice intimità. Griet nel frattempo conosce Pieter, il figlio del macellaio dal quale viene mandata a fare spesa per conto della famiglia. Un bel ragazzo con i riccioli d'oro che se ne innamora e spasima per averla come moglie, lei non ricambia subito i suoi sentimenti anche se capisce che lui è l'unico futuro che si possa aspettare, così inizia con l'accettare le sue attenzioni in una sorta di fidanzamento ufficiale, fino a cercarlo e a farsi possedere una sera durante la lavorazione del quadro, quando l'attrazione per il pittore diventa un insostenibile desiderio carnale. ”Talvolta non faceva altro che starsene seduto, guardandomi come se aspettasse che io facessi qualcosa. In quei momenti non aveva l'aria del pittore ma dell'uomo, e facevo fatica a tenere gli occhi fissi nei suoi”. In quel periodo Griet dà prova di grande coraggio, sfidando le convenzioni del tempo che non approvavano la scelta di farsi ritrarre con le perle, assolutamente inadatte a una domestica, e soprattutto con le labbra dischiuse in segno di sfrontata trasgressione, ma la passione per l'arte, unita al desiderio di compiacere l'uomo che la ritrae, le consentiranno di arrivare fino in fondo, sfidando le critiche e i giudizi malevoli fuori e dentro le mura della casa dove vive. Quando il dipinto è ormai ultimato, a causa della perfida soffiata di una delle figlie, che odia Griet perchè ha ricevuto da lei uno schiaffo il primo giorno in cui prestava servizio da loro, la moglie di Vermeer scopre la verità, e va su tutte le furie. Quando, guardando il quadro, si avvede che il marito ha fatto indossare alla serva di casa i suoi orecchini di perle, decide di cacciare su due piedi la ragazza da cui si sente doppiamente insultata, poiché Vermeer le confessa di aver dipinto Griet anziché lei perché quest'ultima riusciva a capire meglio la sua arte. La giovane domestica, com'era destino, data l'ambientazione storica -sociale dell'epoca, “sensatamente” quando si trova per strada va a rifugiarsi da Pieter, che in seguito sposerà in una naturale e inevitabile conclusione. Lavorerà al banco della sua macelleria, conducendo una vita felice. L'unico rammarico che le resta è sapere se lui, il padrone, l'aveva amata par suo o se era stata per il grande pittore un interesse puramente professionale e la risposta arriverà, del tutto inattesa, quando oramai aveva smesso di chiederselo, totalmente presa dall'amore per i suoi due figli.Dieci anni dopo, infatti, invitata a casa dei suoi vecchi padroni, trova l'esecutore testamentario che, in ottemperanza alle ultime volontà di Vermeer, le farà consegnare dalla moglie del defunto pittore proprio gli orecchini di perla.

Un bel romanzo che comprende fantasia, romanticismo, passione e riscatto finale per la protagonista. Il libro si conclude (praticamente come si era aperto) con un ultimo sonoro schiaffo alla perfida figlia del pittore che chiede alla serva di consegnarle gli orecchini appena ricevuti . Uno stile scorrevole anche se a tratti leggermente attendista, ma fortemente introspettivo. Il finale lascia una vena di nostalgia per un amore fatto di parole non dette, di silenzi e di mani sfiorate, di sguardi proibiti, struggente addirittura in certi momenti come quando Vermeer mette l'orecchino a Griet e le asciuga le lacrime carezzandole il viso.

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Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"

20 Agosto 2014 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #saggi, #pittura, #personaggi da conoscere

Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"

La verità di Caravaggio

Giuseppe Fornari

Nomos edizioni, 2014

pp 172

19,90

Docente non di storia dell’Arte, bensì di storia della filosofia, all’Università di Bergamo, Giuseppe Fornari affronta in questo saggio un’interpretazione personale dell’opera di Michelangelo Merisi da Caravaggio.

Confrontandosi,sia con alcune montature nate dall’enorme e crescente notorietà dell’artista seicentesco, sia con la critica storica prima, e con quella recente poi, egli elabora una teoria non scevra da convinzioni ideologiche personali.

Parte dall’assunto che “Caravaggio va cercato là dove egli voleva essere trovato”, cioè nelle sue opere e, per questo motivo, ne analizza molte in modo dettagliato e tecnico, a partire dai lavori giovanili, definiti “precaravaggeschi”, con la loro trasparenza vetrosa e il non rifiuto del colore, fino agli ultimi capolavori prima della morte.

I miti da sfatare sono due: lo psicologismo e il naturalismo. A Caravaggio non interessa la psicologia dei personaggi, ecco perché i suoi ritratti sono una delusione sotto questo profilo. Egli inserisce la figura umana nel complesso dell’azione, racconta un fatto così come si svolge, nella sua immediata e cruda verità, senza scandagliare l’animo dei protagonisti e senza cercare il contatto estremo con la realtà, bensì, piuttosto, l’allusione al simbolo religioso. (Fornari, infatti, a livello filosofico, riconduce lo sviluppo della cultura a esperienze estatico religiose). Il canestro di frutta, ad esempio, presenta pomi corrotti, in omaggio, sì, alla nuda oggettività di ciò che ci circonda, ma anche come simbolo barocco di caducità, di effimero, di corruzione.

Il segno determinato e determinante è quello della storicità, non dello psicologismo soggettivo, (che non è il segno nemmeno della psicologia di un Tiziano o di un Velazquez, che ci restituiscono il mistero metafisico dell’incarnazione dispiegato nella storia, non introspezioni di sapore otto o novecentesco) (pag 25)

Caravaggio si allontana progressivamente dai colori giovanili, mutuati dall’ambiente lombardo veneto, da Tiziano e da Tintoretto, attraversa l’esperienza plastica e religiosa di Michelangelo, e giunge all’uccisione dei colori, all’oscuramento della luce, del lumen che si abbuia e si condensa in un unico raggio salvifico, rappresentativo di pentimento e grazia (Vocazione di San Matteo).

Secondo Fornari, le opere di Caravaggio facevano discutere, sconcertavano i committenti e piacevano al grande pubblico per la loro profonda religiosità e non per il brutale verismo o per una “indagine galileiana” della materia. Tutto è luce e simbolo, in Caravaggio, anche la pastosità delle forme, anche i gesti che sono plastici ma rarefatti, allusivi. Il suo è un realismo, ci dice Fornari, dionisiaco e cristologico, che si sviluppa dalle prime alle ultime opere con sempre maggiore potenza, con meno manierismo e più drammaticità, grazie anche all’incontro con la cultura romana e la pittura piena di contenuti di Michelangelo Buonarroti. Anche Michelangelo è profondamente religioso, morale, spirituale. Le figure acquistano forza e si collocano in rapporto reciproco, in un tutt’uno che cristallizza l’azione, incarna l’agire divino nella storia (Conversine di San Paolo e Crocifissione di San Pietro), illuminate da una luce tagliente come un raggio laser. Immagini, insomma, a uno stesso tempo allegoriche e naturali.

Anche all’apogeo della fama, Caravaggio non smise mai di fare ricerca, non si accontentò di ingraziarsi i committenti con qualche opera di maniera. “Ambizioso, protervo e orgoglioso, e tuttavia portatore di una luce segreta”, egli era un temperamento rissoso, violento, malinconico, ossessionato dalla morte, com’era nello spirito del secolo, morte che non smette di additarci in ogni suo dipinto, in modo spietato (Morte della Vergine, Seppellimento di santa Lucia). La morte è mancanza, sottrazione, strazio lucido, tomba che ci inghiotte.

Ripreso poi anche da Goya è il tema della verità. La verità intesa non come naturalismo materialista ma come accettazione della dura realtà dei fatti, esclusione del bello, della diplomazia, della mitigazione. E tuttavia, mentre si rivive il fatto nell’azione, se ne scopre tutta la simbologia nascosta, la drammaticità evocativa e cristologica, la forza redentiva. (Resurrezione di Lazzaro).

Michelangelo ha improntato di sé un’epoca, si è proiettato verso di noi anche attraverso Velasquez, Rubens e lo stesso Goya. Concludiamo dicendo che, forse, solo la visione di questi classici intramontabili della pittura mondiale, potrà salvarci dall’abbrutimento e dall’effimero.

In anni stupidi e oscuri come quelli che stiamo vivendo, non dobbiamo mai dimenticarci di queste fantastiche creazioni, perché nel loro retaggio, nella ricchezza spirituale che ci trasmettono, e che le chiacchiere insulse da cui siamo circondati non riescono neanche a sfiorare, c’è forse la sola speranza per il nostro futuro.” (pag 9)

Giuseppe Fornari, "La verità di Caravaggio"
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Il museo Fattori

6 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #pittura, #luoghi da conoscere

Il museo Fattori

Entrando nella storica villa Mimbelli che ospita il Museo Fattori, ci vengono incontro gli affreschi di Annibale Gatti, la sala da fumo in stile moresco, la scala decorata con putti in ceramica invetriata. Attraversiamo poi le sale dove sono conservati i dipinti dei macchiaioli, Giovanni Fattori, Silvestro Lega, Telemaco Signorini e dei post macchiaioli, Giovanni Bartolena, Vittorio Matteo Corcos, Oscar Ghiglia, Ulivi Liegi, Guglielmo Micheli, Plinio Nomellini, Llewellyn Lloyd, Raffaello Gambogi etc.
Fra i macchiaioli, attivi dal 1855, e i post macchiaioli c’è un ventennio, che ha trasformato la forza delle pennellate di Fattori in manierismo sempre meno verista e più decadente.
La sala di Fattori è inconfondibile, ti devi sedere davanti ai grandi quadri di battaglie e paesaggi, con quella botta nello stomaco che dà l’arte vera e che non puoi descrivere con nessuna nota accademica.

Pennellate grosse, personaggi tozzi, pantaloni sformati dall’uso, buoi e pagliai, battaglie risorgimentali con cavalli impennati. Il rinnovamento verista è declinato in stile toscano, maremmano, in opposizione alle rovine romantiche, alle dame in pose languide, ai poeti pensosi. Le immagini sono contrasti di macchie di colore, ottenuti tramite la tecnica chiamata dello specchio nero, utilizzando uno specchio annerito col fumo che permette di esaltare i contrasti chiaroscurali all’interno del dipinto. Punti e linee sono eliminati perché non esistenti in natura e sostituiti da macchie di colore. Cronologicamente, i macchiaioli precedono gli Impressionisti francesi, e tendono alla riproduzione del presente, così com’è colto dall’occhio nell’immediato, senza sovrastrutture culturali, ma anche senza piena identificazione, piuttosto come testimonianza e commento.

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Il caffè Bardi

2 Giugno 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #luoghi da conoscere, #pittura

Il caffè Bardi

Non ci fu solo il caffè Michelangelo a Firenze, quartier generale dei macchiaioli, nel quale Renato Fucini declamava i suoi sonetti fra l’ilarità generale, insieme all’amico Edmondo de Amicis, ci furono anche i caffè livornesi, luoghi di ritrovo di artisti e letterati, dove ribollivano fermenti culturali e avanguardie.
Nella Livorno della Belle Epoque, mentre il bel mondo si pavoneggiava sul lungomare e prendeva i bagni ai Pancaldi, il caffè Bardi, all’angolo fra via Cairoli e piazza Cavour, ospitò pittori, scultori, letterati, musicisti e autori di teatro, convogliando correnti artistiche che vanno dal simbolismo al post impressionismo.
Fondato nel 1908 da Ugo Bardi, che rilevò l’attività del vecchio caffè Carlo Ragazzi, fu frequentato da artisti di ogni genere ma anche da collezionisti e appassionati d’arte e divenne il ritrovo preferito del Gruppo pittorico Labronico.
Il proprietario era un amante dell’arte, un mecenate, creò un luogo di aggregazione e svago; i pittori che lo bazzicavano si divertivano a tracciare caricature degli avventori sul marmo dei tavolini, decorando i pilasti e le lunette. I giovani artisti occupavano il cantuccio di sinistra, che essi stessi avevano abbellito, in particolare Romiti e Natali vi lasciarono affreschi.
Lo frequentava Modigliani, nelle sue rare rimpatriate, che al caffè lasciò un rotolo di disegni su carta a quadretti. Fu qui, pare, che gli fu consigliato di “buttare nel fosso” le sue sculture, dando origine, molti anni dopo, alla famosa beffa delle teste di Modì.
Erano habitué del caffè pittori come Gino Romiti, Oscar Ghiglia, Giovanni Bartolena, Giovanni March ma anche scrittori come Gastone Razzaguta, che, in Virtù degli artisti labronici, ne ha lasciato un vivido ricordo, e ancora Giosuè Borsi e persino Dino Campana e Gabriele d’ Annunzio quando si fermavano a Livorno.
Nessuno sa, però, che poco più avanti, in via Cairoli, in un palazzo che oggi ospita uffici di professionisti, medici e assicuratori, c’era l’atelier di Rosachiara, casa di mode frequentata dalle signore del bel mondo. Rosachiara è famosa perché il suo uomo sfidò a duello Mussolini, quando ancora non era il duce.
Agli ordini della padrona, con mani svelte e alacri, le sartine creavano plissé, ricoprivano di stoffa minuscoli bottoni, aprivano asole per compiacere signore esigenti e viziate.
Fra tutte spiccava Ida, alta, con gli occhi azzurri, i capelli biondi. Era così bella che la padrona la chiamava ad indossare i vestiti per mostrarli alle acquirenti. Si alzava, allora, Ida, posava il lavoro, nascondeva le dita bucate dall’ago, la povera biancheria dimessa, si spogliava negli stanzoni ghiacci dagli alti soffitti, sfilava col suo passo fiero, trafitta dalle occhiate invidiose di signore sulle quali mai il vestito sarebbe caduto così bene. Lei le oltrepassava, altera, distaccata.
E poi, ridendo, le sartine scappavano in strada per una pausa, s’infilavano nel caffè Bardi, sotto gli sguardi ammirati di artisti, pittori, studenti e bancari, che non erano abituati a ragazze tanto audaci e moderne.
E chissà se Modigliani, stanco, disilluso, ubriaco, si sarà fermato ad ammirare il lungo collo immacolato di Ida, gli occhi brillanti, colmi di speranza in una vita che sarebbe stata lunga, sì, ma che non avrebbe mantenuto le promesse.
Il caffè chiuse nel 1921, alla vigilia della fondazione del partito comunista e dell’ascesa di Mussolini.

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Giovanni Fattori

28 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #pittura, #personaggi da conoscere

Giovanni Fattori

"Il disegno del Fattori”, dice l’Argan, “non è il disegno accademico, generico ed evasivo; è, com’era nella cultura figurativa toscana del Quattrocento, un disegno che penetra, definisce, incide.”

Giovanni Fattori (1825 – 1908) è nato a Livorno ma si è poi trasferito a Firenze, entrando in contatto con il gruppo dei pittori che si riuniva al caffè Michelangelo, in via Larga (ora via Cavour).
Parte come romantico ma la sua maturità artistica e il suo momento più prolifico si concentrano dopo i quarant’anni quando, insieme a Telemaco Signorini e a Silvestro Lega, diventa uno dei principali artisti macchiaioli. Il fenomeno è precursore dell’impressionismo e si lega al quadro ideologico risorgimentale, del quale il pittore fa parte come fattorino del Partito d’Azione e del cui assedio di Livorno conserverà memoria indelebile.
Secondo la teoria macchiaiola, il pittore deve rendere il vero come lo percepisce il suo occhio, con chiazze colorate di luce e di ombra, senza pregiudizi culturali. Fattori, infatti, si considera “uomo senza lettere”, capace di cogliere il presente, il momento in atto. E, tuttavia, l’identificazione dell’artista col soggetto non si raggiunge mai, si ha sempre una testimonianza, un commento, una valutazione etica. Uno dei suoi temi preferiti è la vita militare, colta nella quotidianità, l’altro grande soggetto è il paesaggio rurale della Maremma, con butteri, erbaiole, acquaiole, buoi e cavalli.
Nella sua vita, Fattori è spesso in difficoltà economiche, torna a Livorno per assistere la moglie malata la quale, poi, muore di tubercolosi. Il pittore, allora, si dà a viaggiare, visitando l’Europa, gli Stati Uniti e il Sudamerica. Dalle nostre parti, soggiorna anche a Fauglia e a Castiglioncello, ospite di amici.
Verso la fine della sua carriera artistica si dedica all’acquaforte, tecnica consistente nell’incisione di una lastra di metallo tramite acido.
Muore a Firenze nel 1908.

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Amedeo Modigliani, l'arte nelle mani dell'uomo

14 Marzo 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #saggi, #pittura, #personaggi da conoscere

 

Amedeo Modigliani (1884 - 1920) was born in Livorno, from Sephardic Jews. His father is an impoverished money changer, there are cases of depression in the family, a brother is imprisoned. Mined by the tbc since he was a child, he is stubborn, independent, very good at drawing, he becomes a pupil of Guglielmo Micheli and knows Giovanni Fattori and Silvestro Lega.
 
He spends most of his life in Paris, a melting pot of culture, home to all experiments and avant-gardes. Here Amedeo embodies the icon of the cursed artist, living first in Montmatre and then in Montparnasse, coming into contact with Toulouse - Lautrec and Cézanne.
 
Without being a contemporary of Cubists, influenced by expressionist Fauvism, rather than by Impressionism, by the use of pure colour, by the abolition of chiaroscuro and perspective, by clear contours, Modì frequents Picasso and Utrillo, developing his own personal style, which draws on archaic and African suggestions.
 
He starts as a sculptor, creating stylized, Egyptian, primitive masks, but the dust aggravates his already ill lungs and he must choose painting, although he also writes poetry. His interest focuses on the human figure. In his work he is fast, he manages to finish a portrait in a couple of sessions and then he doesn't touch it up anymore, but being painted by him, they say, is like "having your soul stripped". His nudes are considered scandalous, his exhibitions are closed, his most beautiful paintings sold for a few pennies.
 
He returned to Livorno in the summer of 1909, sickly and worn out, but left immediately for Paris again. All the  money all ends up in alcohol and drugs, he is romantically linked to several women - Beatrice Hastings, Lunia Czechowska – he has a natural son who does not recognize then, suddenly, love breaks out with Jeanne Hebuterne, the crazy passion of his short life.
 
Jeanne is beautiful, has blue eyes, long brown hair, a docile character and paints with great sensitivity. Their souls are kindred, their love is one of those that go beyond death, they give birth to a daughter who is also called Jeanne.
 
Modigliani dies of tuberculous meningitis in the arms of the tormented Jeanne, pregnant in the ninth month. They make him a great funeral, which parades through the streets of Paris. The cart is covered with flowers, followed by a long procession of painters, sculptors, models, all the artists of Montmatre and Montparnasse gathered. The remains are buried at Pere Lachaise. Jeanne cannot stand up to separation, she cannot live without Amedeo, not even for her daughter Jeanne or her unborn child. She throws herself out the window and perishes with the creature she has in her lap. The family does not want any more scandals, has her buried in another cemetery, far from her loved one. It will be only in the thirties that authorization will be given to transfer her corpse and bury it close to Amedeo.
 
Her daughter Jeanne grew up in Florence, in the home of a paternal aunt, and, as an adult, wrote an important biography, "Modigliani senza leggenda" which, together with the book by Corrado Augias, "Modigliani, the last romantic", is one of the main sources of information on the life of the missing painter. Also noteworthy is the 2004 film "Modigliani, the colours of the soul" by Mick Davis.
 
The daughter Jeanne dies falling from the stairs while discussing the authenticity of the heads found in the Ditches, suspicion of murder hovers over her end. The other son, the one not recognized by the painter, grew up in France and became a priest. The rest of the family is buried in Livorno, in the new Jewish cemetery where, in memory of Modì, there is only one plaque.
 
After Modigliani's death, his works are sold for astronomical figures.

 

 

 

Amedeo Modigliani (1884 - 1920) nasce a Livorno, da ebrei sefarditi. Suo padre è un cambiavalute impoverito, in famiglia ci sono casi di depressione, un fratello viene incarcerato. Minato dalla tbc fin da piccolo, è testardo, indipendente, bravissimo nel disegno, diventa allievo di Guglielmo Micheli e conosce Giovanni Fattori e Silvestro Lega. La maggior parte della sua vita vede come teatro Parigi, crogiolo di cultura, sede di tutte le sperimentazioni e le avanguardie. Qui Amedeo incarna l'icona dell'artista maledetto, vivendo prima a Montmatre e poi a Montparnasse, venendo a contatto con Toulouse - Lautrec e Cézanne. Contemporaneo dei cubisti senza esserlo, influenzato dal fauvismo espressionista, piuttosto che dall'impressionismo, dall'uso del colore puro in funzione anche emotiva oltre che costruttiva, dall'abolizione del chiaroscuro e della prospettiva, dai contorni netti, Modì frequenta Picasso e Utrillo, sviluppando uno stile suo, personale, che attinge a suggestioni arcaiche e africane. Parte come scultore, creando maschere stilizzate, egiziane, primitive, ma la polvere aggrava i suoi polmoni già malati e deve orientarsi sulla pittura, sebbene scriva anche poesie. Il suo interesse si concentra sulla figura umana. Nel suo lavoro è veloce, riesce a terminare un ritratto in un paio di sedute e poi non lo ritocca più, ma essere dipinto da lui, dicono, è come "farsi spogliare l'anima". I suoi nudi sono considerati scandalosi, le sue mostre vengono chiuse, i suoi quadri più belli venduti per pochi spiccioli. Torna a Livorno nell'estate del 1909, malaticcio e logorato, ma riparte subito per Parigi. I pochi soldi finiscono tutti in alcol e droghe, si lega sentimentalmente a diverse donne - Beatrice Hastings, scrittrice inglese, Lunia Czechowska - ha un figlio naturale che non riconosce poi, improvviso, scoppia l'amore con Jeanne Hebuterne, la passione folle di tutta la sua breve vita. Jeanne è bella, ha occhi azzurri, lunghi capelli castani, un carattere docile e dipinge con grande sensibilità. Le loro anime sono affini, il loro amore è di quelli che vanno oltre la morte, gli partorisce una figlia che si chiama Jeanne anche lei. Modigliani muore di meningite tubercolare delirando fra le braccia della straziata Jeanne, incinta al nono mese. Gli fanno un gran funerale, che sfila per le vie di Parigi. Il carro è coperto di fiori, seguito da un lungo corteo di pittori, di scultori, di modelli, tutti gli artisti di Montmatre e Montparnasse riuniti. Le spoglie vengono sepolte al Pere Lachaise. Jeanne non regge alla separazione, non può vivere senza Amedeo, neanche per la figlia Jeanne o per il nascituro. Si getta dalla finestra e perisce con la creatura che ha in grembo. La famiglia non vuole altri scandali, la fa seppellire in un altro cimitero, lontana dal suo amato. Sarà solo nel trenta che verrà data l'autorizzazione a traslarla e inumarla vicina ad Amedeo. La figlia Jeanne cresce a Firenze, in casa di una zia paterna, e, da adulta, scrive una importante biografia,"Modigliani senza leggenda" che, insieme al libro di Corrado Augias,"Modigliani, l'ultimo romantico", è una delle principali fonti d'informazione sulla vita del pittore scomparso. Da segnalare anche il film "Modigliani, i colori dell'anima", del 2004, di Mick Davis. La figlia Jeanne muore cadendo dalle scale mentre si discute sull'autenticità o meno delle teste ritrovate nei fossi, sulla sua fine aleggia il sospetto dell'omicidio. L'altro figlio, quello non riconosciuto dal pittore, cresce in Francia e diventa sacerdote. Il resto della famiglia è sepolto a Livorno, nel nuovo cimitero ebraico dove, a ricordo di Modì, c'è solo una lapide. Dopo la morte di Modigliani, le sue opere sono vendute per cifre astronomiche.

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