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pietro pancamo

Il regista dimenticato

1 Agosto 2018 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #racconto

 

 

 

Esitò, quando il meteo tacque. L’occasione era propizia – si rese conto, spegnendo la radio –, ma la forza per attuare il “piano” (peraltro già studiato e preparato da tempo) tardò a presentarsi, lì per lì. L’anima non s’atteggiava all’ardimento, per dirla col poeta. Oh nessun problema, ad ogni modo, perché eccolo il rimedio: scherzare fra di sé. «Lo schiocco secco del cuore che si spezza è proprio come quello di un ciac in campo», pensò, allora. E all’improvviso trovò il coraggio: un coraggio amaro, che l’accompagnò per mano alla rada solitaria.

Così adesso, in quell’esterno notte che si era scelto, il regista dimenticato non voleva tornare più alla vita che lo aveva diseredato, né gli riusciva di capire se a gonfiare il genoa e spingere il piccolo cutter malandato fossero le frequenti scosse d’aria o le immagini “ondose” che il vecchio proiettore a bobine – dall’alto del suo treppiede, assicurato con gomene e cime a proravia – drappeggiava sul bianco agitato della vela. Guardandola, continuava a ripetersi: «Senza il minimo dubbio, “Marosi alla deriva” è stato il mio film migliore!». E mentre una stilla di sorriso iniziava a formarsi sulle sue labbra, gli sembrò di scorgere i flash dei fotografi.

Ah, no… erano i lampi. Quelli, per ora lontani, della tempesta in arrivo. Il bollettino dei naviganti, beh non si sbagliava.

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Vigilia di Natale

24 Dicembre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #unasettimanamagica

 

 

 

 

Oggi, ad esempio, consegni le pizze, triste fattorino, in questa sera ascensionale ch’esala, nella neve, dall’asfalto al cielo. Vorresti fare il traduttore, cambiar lingua alle parole, ma ti obbliga a tutt’altro la realtà. «Pazienza, mi rassegno», hai deciso già da anni. E mentre i due lampioni chini sulla via, cioè il vicolo piccino che attraversi proprio ora, ti ricordano l’infanzia, rifletti un poco più sereno sulla cupa delusione esistenziale che t’infesta sia la vita che le tante sfacchinate, vagabonde e assai randagie, d’ogni giorno; e concludi i tuoi pensieri rivolgendo una preghiera all’amico preferito, il tuo... Babbin Gesù: «Fa’ che il lavoro mi nobiliti la rabbia...».

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TV

22 Dicembre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #poesia, #unasettimanamagica

 

 

 

 

 

 

I
Gli occhi
come i piatti di una bilancia
che ha per sostegno
un sentimento a ritroso:
mezzo chilo d’amore
e mezzo chilo d’odio
tengono i piatti in equilibrio.
Risultato?
Uomo da niente,
uomo di niente.

 

II
Sentimenti di Natale
rabboniscono il televisore.
E adesso
il tuo cuore
è un ornamento
che sai appendere
al rametto stilizzato

di un sogno narcotico,
di un sorriso plagiato.

 

Terzo comandamento: ricordati
di santificare il televisore.

 

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Serafino preposto al coraggio

20 Dicembre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #racconto, #unasettimanamagica

 

 

 

 

 

 

 

Gli angeli si diplomano al Conservatorio Astronomico perché studiano la musica che le sfere celesti producono ruotando. Fanno l’analisi armonica degli accordi supremi che, una volta, anche gli uomini eletti (Pitagora, ad esempio) avevano la forza e il diritto di ascoltare.

Gli esami sono molti, però che gran soddisfazione ultimare i corsi e ottenere infine (lode al Signore!) il permesso d’insegnare.

I miei studi sono a buon punto e fra poco l’esame conclusivo mi darà il titolo che sogno tanto: quello di Maestro!

Nel frattempo, grazie alle mie doti vocali, già occupo la carica di tenore-capo nella gerarchia lirica del Conservatorio: sono forse il più bravo, tra gli allievi di “Esercitazione corale”. E poi, dirlo mi riempie di gioia, lavoro come assistente di un angelo cherubino che scende ogni giorno in Terra, posandosi delicato sulla quercia di un bosco dolce e campagnolo, per educare gli uccellini al canto. Li abitua a portare il cinguettio in maschera e a sorreggerlo con il diaframma; non tutti riescono subito, anzi nessuno: perciò hanno bisogno di me, “serafino preposto al coraggio” che deve esortarli a ignorare la delusione.

Mi capita, spesso, di calmare i picchi, tanto irascibili da abbandonarsi a voli isterici e rabbiosi, dopo un acuto sbagliato. Per sfogare il rammarico dell’errore, percuotono il becco addosso agli alberi, facendosi (io credo) un male diavolo!

Allora intervengo: abbraccio con la mano grande il loro corpicino scosso dai nervi, accarezzo piano la testolina invasata di furore e fischietto per loro qualche melodia celeste; così, lentamente, l’ira si placa. L’agitazione, tachicardia dei nervi, torna ad essere tranquillità.

Una lezione dura da mattina a sera e in fondo non è pesante: diverse pause concedono sollievo alla stanchezza. Io mi apparto, negli intervalli, su di un ramo nascosto e mi svago a pensare. Se un’aria d’opera comincia a formarsi nella mia immaginazione, la scrivo per appunti sulle foglie pentagrammate che gli uccelli usano a mo’ di spartito e, magari, cerco di farla somigliare a quelle dei compositori più illustri. No, non Rossini o Mozart, come ritengono gli uomini, bensì Giove, Saturno e Urano, come noi angeli sappiamo benissimo!

Quando mi annoio, tento un’occhiata verso l’orizzonte e sempre vedo qualcosa d’interessante che mi convince a osservare il paesaggio. Ho una vista incantevole dagli occhi panoramici che possiedo in volto: gli avvenimenti fanno tappa nel mio sguardo, e nulla viene considerato con poca attenzione.

D’altronde come può sfuggirmi una persona bizzarra simile a quel prete in tonaca di gala, che si avvicina lungo il sentiero mostrando, allegro, un giglio all’occhiello. Ah no! Si tratta di un monaco elegante, che sfoggia un saio a coda di rondine… Macché! Ora lo scorgo chiaramente: è di sicuro un Beato, assorto nel compito di farsi propaganda (distribuisce infatti santini da visita a cacciatori e spaccalegna: “Casomai vi servisse una grazia…”).

Anche Satana gradisce, talvolta, un giro nei boschi: sale dall’Inferno e va a rintanarsi nel buio intricato delle macchie più fitte. Nella tenebra contorta dei rami bassi, in quella notte artificiale, trova l’ispirazione per musiche blasfeme: con spirito malvagio architetta note sacrileghe, bestemmie sinfoniche, allucinazioni sonore da far eseguire alla sua orchestra d’orchi.

Però i concerti non sono mai un granché ed anzi, in Paradiso, gli angeli ironizzano inventando dialoghetti briosi. È facile sentirli scherzare: “Ho fatto una volata all’Inferno per assistere a un’esibizione dell’orchestra d’orchi.”, “Ah sì? E chi suonava? Il primo violino?”, “No, il primo venuto: sai, era una cosa improvvisata…”.

Sorrido fra me per le battute ingenue dei colleghi alati, mentre la mia curiosità continua a sorvegliare la vita intorno. E mi accorgo di un simpatico ragazzo, seduto ai piedi d’una betulla, intento a deliziarsi del tepore e della luce. Sembra davvero uno scrittore, forse perché si è poggiato accanto uno strato di fogli che non smette di compilare, mano mano, a penna.

Affido agli occhi uno sguardo più pronto, per leggere le parole di quel ragazzo… ecco, finalmente capisco: è impegnato a buttar giù la recensione di un libro, che s’intitola Il Silenzio Stonato. Ha scelto la natura come ufficio di lavoro, quel ragazzo, e il suo inchiostro afferma, tutto disinvolto: “Rob Demàtt introduce la fantasia dei lettori all’uso narrativo dei ricordi, costruendo uno sfogo romanzato (dal linguaggio brillante e volitivo) che ha per contenuto un messaggio autobiografico: il sesto senso è quello di colpa. È il rimorso d’aver sprecato gli anni e la vita per dedicarci a illusioni che prima incantavano e che, adesso, ci deridono. Allora un’esclamazione prende in noi a gridare: “Temo il cielo e la terra; il tempo mi sta lasciando solo: entra nelle ossa la paura, il respiro non ha più forza nei polmoni e tutto mi incita alla morte!”.

Ma quando i cicli d’angoscia termineranno e la sofferenza non sarà che uno stimolo di guarigione, scopriremo sollievo anche nel dolore e, nel sollievo, amore”.

“Realizzerai i miei desideri?”, domanda l’uomo.

“Aspetta e spira…”, ribatte il destino.

Chissà per quale motivo, la recensione mi ha suscitato in mente questo lugubre giochetto di parole… Certo dev’essere triste per gli uomini ritrovarsi in mezzo alle ore, sempre minacciati da pene e afflizioni. Un giorno, però, avranno soltanto gioia e serenità, perché noi angeli provvederemo a convertire il destino!

Per il momento, io e il Maestro cherubino salutiamo gli uccelli agitando le ali (è sera, la lezione è finita) e torniamo lassù, nel Conservatorio Astronomico, a riascoltar le stelle.

 

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Verande d'azzurro

19 Ottobre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #poesia

 

 

 

Verande d’azzurro

 

 

 

I

 

Un laghetto di fumo nel cuore… Processioni di frasi lasciano calzature d’intelligenza

prima di entrare nella moschea delle bocche.

 

 

 

II

 

I profumi sorridono tra le maschere di foglie. E lettere serpentine

indossano pastrani di luce.

 

 

 

III

 

Un gregge di bagliori

alle pendici dei versi

nasconde l’Ulisse della mia ispirazione…

 

Canicola di gioia, tanfo d’allegria

negli sguardi ciclopici del solo occhio giornaliero. Spranghe di felicità

negli acuti del sole

e, fra verande d’azzurro, spaventapasseri di poesia…

 

 

 

IV

 

Tachicardia di vento nei vestiti: il vento, cuore del cielo…

Le nuvole sembrano covoni di luce, capanne di fieno

intorno al pagliaio del sole. Nel raspo degli alberi

festoni d’aria, e gli occhi sono brandelli di nostalgia tra festuche di tempo allegro.

Stelle filanti d’erba, pendii agitati fra la bonaccia della pianura…

 

 

 

V

 

Terra diroccata e baracche di collina. Villaggi di sole.

 

Dal lievito nullo di rocce azzime,

paesini salgono

pioli di luce.

 

 

Poeti

 

 

Noi che visitiamo carmi di sole

brindiamo con versi e parole.

 

Scriviamo sorrisi

e sentimenti in codice;

 

insonni di vita

 

andiamo sposi

 

ai nostri occhi.

 

 

 

Se la tua voce

 

 

Se la tua voce desidera cullarsi

nel mio cuore,

troverò i sorrisi

con la mano di un giocoliere

e i miei minuti saranno il volto di acrobazie

che, da una mano all’altra,

volano fra una mano e l’altra.

 

 

 

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Decomposizione psichica

10 Ottobre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #poesia

 

 

 

 

 

 

Il destinorizzonte

 

 

Stracci di sonno coprono,

masticano il corpo della notte

diafano di tenerezza;

lo avvinghiano

sinuoso di buio

– flessuoso di membra stellate –

 

e lo attraversano d’amore.

 

Poi, fosforescente,

lo sguardo della nebbia,

scosso di stanchezza,

si espande lento nel cuore

come un gas di desideri

volatilizzati.

 

Mentre il mio destino,

guantato dalla notte,

scende nei sobborghi dell’anima:

strade oscure di pensiero

e siepi d’amore

s’intersecano nel mio nome.

Il destinorizzonte

s’attorciglia

a questa landa di tempo.

 

«Chi» – si domanda –

«striscerà nella roccia del canto

la gioia, turgida

come i seni di un fiore incantato?».

 

 

 

Danzai

 

 

Danzai nelle viscere di un sentimento

                    all’ombra de’ tuoi occhi.

 

Poi l’amore s’irradiò in rivoli di tempo.

 

«Che sia la vita!», urlava il nostro dio

                           (o soltanto noi).

 

Ma si sbagliò (o soltanto noi sbagliammo

                      perché non c’era

                                  null’altro da fare) e

 

fu il tempo

                 (o continuò… )

 

 

 

Parole dal silenzio

 

 

Ricorda il mistero

che fioriva in un sospiro,

dove la morte ha tessuto il nido

come una spiaggia

di parole taciute;

come un barbaglio di sogni trasparenti,

orchestra di anime perdute.

 

 

 

 

Il mondo analizzato

 

 

Desideri esplosi nel cielo

mimano le stelle.

 

Regni abissali di morte,

fiorita nel respiro di Dio.

 

Leggende di anime affogate nel buio

sotto la volta di sentimenti castrati.

 

Malinconia: il pensiero animato di sole

rattrappito

nel sonno di una dolce tristezza.

 

E la morte vive all’inchinarsi del tempo

all’imbrunire della voce

in questa via del pensiero

ghiaiosa d’amore.

 

E gli uomini

(sogno di Dio, ossessione della morte)

spengono una scintilla

umida di storia;

ascoltano un nome

raggiato di follia.

 

 

 

In incognito

 

 

Dormo in incognito

per non farmi riconoscere dagli incubi.

 

Scavano per l’aria come talpe;

hanno un paio d’occhi

larghi e fotofobici.

 

Sul comodino

il lume acceso mi nasconde.

 

 

 

Decomposizione psichica

 

 

Musica come bava alla bocca:

e il cielo si gonfia tra le urla dei pazzi,

il loro sguardo è vento

che si perde nel labirinto di stelle.

 

Ogni parola è una stella

che splende di saliva: e cieli agitati

innevati di stupore

tramontano lontani,

evocati dalla morte.

 

Il mio cielo

è questo mio cervello

pieno di tralicci spezzati

e di barriere sventrate

e d’acque ferite

e di binari sradicati

che si mordono col ferro.

Dentro le vene,

aggrovigliate come un gomitolo

di dolore,

il sangue è un fiume abbandonato

terso di rumori prosciugati.

 

La morte è silenzio

stonato.

 

 

La fuga mancata

 

 

La voce trasuda parole d’accento piagato

ma è tiepido il grido del tuo respiro,

le piaghe troppo soffocanti

perché tu abbia il fiato d’urlare.

 

Morire da te

è una fuga troppo leggera

per avere il sollievo.

Così

un pantano di figure

nel cuore

e il giorno s’increspa

a raccogliere il tuo soffio.

 

 

 

Nausea

 

 

Morbido silenzio, soffice

come una preghiera del sonno.

Il buio che adora fruscii e parole:

il buio, affannato dal mio respiro,

può solo accarezzare la

nausea di questa vita.

 

Nel giorno,

sputo della notte,

fiori freddi

come steli di pioggia.

Un’orma di luce

imbavaglia lo spazio.

 

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Morte antologica permanente

8 Ottobre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #poesia

 

 

 

 
 
Trattatello

 

 

PREFAZIONE:

le parole seguenti

sono un fango di cellule nervose,

tenute insieme dal silenzio.

 

Il silenzio è un’isteria di solitudine

che genera e accumula:

prodotti temporali,

energie cinetiche,

reazioni di gesti a catena.

I sogni, inseriti nella rassegnazione

come in un programma di noia pianificata,

sono gli arti di questo silenzio;

o, se preferiamo,

gli organuli ciechi del silenzio

che lavorano a tastoni

dentro il suo liquido citoplasmico.

Il silenzio può anche essere

la cellula monocorde

di un sentimento spaventato,

di un amore rappreso,

di un guanto scucito:

in tal caso

trasforma la solitudine

nella raggiera cerimoniosa

d’una nausea che procede,

maestosa,

con moto uniformemente accelerato.

(Si registra un’accelerazione a sbalzi

solo quando

un’effervescente disperazione

s’intromette con scatti sismici

a deviare il corso

dell’accelerazione stessa).

Per concludere,

l’evoluzione della nausea

può secernere un vuoto,

avente più o meno

le caratteristiche della morte;

o germogliare per gemmazione

quella strana forma di vita

identificata col nome di indifferenza,

la quale risulta essere (da approfondite supposizioni)

il chiasmo di paura e odio.

 

POSTFAZIONE:

le parole precedenti

sono un fango di cellule nervose,

tenute insieme dal silenzio.

Ogni allusione

a sentimenti e/o fatti reali

è voluta

silenziosamente.

 

 

 

Pensieri terra terra

 

 

Mi rovino l’appetito,

prima di far cena,

mangiando fette di pandoro.

 

Che pensieri terra terra

vengono in mente

mandando giù bocconi

pastosi di burro:

pensieri... stomaco stomaco.

Tipo: «Sono stracco di vivere

a mia rovina;

sono stracco di vivere

alle mie spalle».

 

La gente rimane sbalordita al sentire le mie risposte così lapidarie (quindi troppo categoriche). Ma io per nessuno provo cattiveria: perché la mia rabbia è confusione.

Insomma è un malessere transitorio che bisogna pur soffrire passando, tutto d’improvviso, dalla gioia al dolore. È un po’ come il malore successo a quelli che han volato da un fuso orario all’altro. Poi, quando la rabbia finisce, il mio pessimismo è solo rassegnazione.

 

III

Se vedo, però, intorno a me

sorrisi di compassione

per l’enorme sfiducia

che mi affligge il cuore,

mi rincacchio con passione

e, senza nemmen finire

di rovinarmi l’appetito,

corro a letto immusonito

saltando l’antipasto

(e figurati la cena!).

 

«Ah, sono stracco di vivere

a mia rovina;

sono stracco di vivere

alle mie spalle».

 

 

 

Pomeriggio sfaticato

 

 

A casa,

nel disordine alchimistico

delle ore scapestrate,

sfoglio un libro

foruncoloso di parole.

 

Allora esco

e vado a guardare i miei passi

che vorrebbero tanto

(come mille moschettieri)

essere uno

per ogni raggio di sole.

«Miao», fa il micio.

«Vruum», risponde l’automobile.

«Boh!», commento io. E torno a casa

galleggiando su questi passi

che ormai hanno capito

di essere ben pochi:

«Vorremmo tanto» – pensano –

«che i raggi di sole

(come tre moschettieri)

fossero uno

per ognuno di noi».

 

A casa,

nel disordine alchimistico

delle ore scapestrate,

mi ritrovo a fare

la critica letteraria

di uno starnuto

o della mia

scarpa sinistra.

 

 

 

Il traviato

 

 

Nel vero senso del cimitero

e di un riposo ossessivo

non sa più divincolarsi

dalle materie (o macerie) di studio

che pian piano disimpara con pigrizia

nella vecchi’aia del suo podere.

 

Traviato da un senso malinteso d’allattamento,

al contrario dei fratelli

partiti allo sbaraglio

(coraggiosi inermi in armi),

lui cerca rifugio

nella casa di famiglia:

la masseria

prensile e sterrata.

 

 

Morte antologica permanente

 

 

Siccome la vita

ci rovina la vita

(sempre!),

a giugno ho visitato

(un po’ turista, un po’ becchino

e un po’ parente sconsolato)

l’interessante morte

antologica permanente

delle mie speranze

migliori:

quanti sogni falliti

imbalsamati in bella mostra!

 

Li guardavo e piangevo

desolato nero,

dannandomi frenetico

la salute.

 

E adesso è soltanto

stanchezza rabbiosa

resistere ogni giorno

al ripetersi ingombrante del respiro

 

e della luce.

 

 

 

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Delusione

6 Ottobre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #poesia

 

 

 

 

 

DELUSIONE

 

 

 

Delusione

 

 

La bravura simbiotica delle rime a incastro.

 

Il sogno è un conservante,

l’additivo artistico

per rimodernare

ambizioni letterarie,

o speranze, sopite ad honorem.

 

Comunque il sole

non è bello come prima.

Adesso mi pare una vecchia fotografia.

Il particolare, anzi,

di una vecchia fotografia

... ritagliato via

dall’alone di un sorriso.

 

 

 

Pirandelliana

 

 

Vecchio! La vita?

Ti piaceva…

«Sissì… Beh

in fondo vivevo

solo per ricordare me stesso:

per non avere rimpianti

o rimorsi».

E la seguivi, allora.

La seguivi!

«Sissì…

Magari non per nobiltà

o entusiasmo

o speranza. Nonnò…

 

Per una ragione, invece,

molto più romantica:

perché non mi scacciava…

 

Ma sì! Poi l’eco di uno sguardo,

l’eco di uno sguardo

s’infrange nel cuore:

e tutto quello che resta da vedere

è il desiderio di guardare».

 

 

Il nulla

 

 

I miei sogni leggeri, scanalati

fra ombre creole di tenera luce

e foglie di facciata

(ovvero blande

come ballerine

morse dal vento).

 

E quando l’incubo arriva

il nulla esce dal suo fuori

per annuire agli occhi del presente;

«io sono» – dice –

«un barbaglio di notti camuse

e la pioggia di quel che verrà:

del futuro mi rivelo

l’unica, insomma,

l(’)abile traccia!».

 

 

 

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Qualche indizio di materia

2 Ottobre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #poesia

 

 

 

 

 

Aeroplano

 

 

Se tento

di raggiungere il cielo

la distanza rimane invariata.

M’avvicino

soltanto alle nubi.

 

 

 

 

Filosofia

 

 

Parole e frasi sono gli intercalari del silenzio

che smette, ogni tanto,

di pronunciare il vuoto.

 

Allora qualche indizio di materia

deforma l’aria,

descrivendo le pause del nulla

prima che il silenzio

si richiuda.

(Le mani s’infrangono

contro un gesto incompiuto)

 

 

 

 

Passi

 

 

Gesti sinuosi

a intrecciare

il corpo di un uomo

 

mentre

 

danze attutite

risalgono il tempo

sfiorando i minuti

con un frullo di passi.

 

 

 

 

Frammento

 

 

A tratti nel buio

la filigrana di stelle

configura

la mia rabbia pensosa:

amore o incertezza, incertezza e amore.

 

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Francesco Gazzé: il sentimento come ragion di scrivere

30 Settembre 2017 , Scritto da Pietro Pancamo Con tag #pietro pancamo, #recensioni

 

-

Il terzo uomo  sulla luna

Francesco Gazzè

 

Baldini, Castoldi , Dalai, 2002

 

 

C’è un’acuta distanza (quasi totale, cioè irreversibile o giù di lì) fra i sentimenti e il mondo attuale… Al punto che ognuno di noi (se fosse onesto) si dovrebbe inquisire schiettamente, sottoponendosi magari a un discorsetto accusatorio tipo questo: “Dove finisce la televisione e dove comincia la mia identità? Ahimè, non resta più alcun confine di riconoscimento…”.

Chi lo sa: probabilmente, peggiorando in circolo (e continuando quindi, previa tv, a involversi dai sentimenti alle pulsioni, dall’intelligenza alla scimmia) la razza dominante del nostro pianeta ritornerà, spiritualmente parlando, allo stato selvaggio e brado, da umana che era.

E nel frattempo, l’arte che fa? Non ci salva? Sfortunatamente no, accidenti! Dal momento che, complice ancora il piccolo schermo, è ormai decaduta a cabaret, rivestendosi forse di motti arguti, ma anche di sfondoni assortiti, veicolati da un italiano, drasticamente ridotto al rango degradato di dialetto nazionale, buono per tutte le ignoranze e sgrammaticature.

Certo, per fermare il collasso, ci vorrebbe qualcuno in vena e in grado di dare l’esempio. Sì! Ecco la soluzione! Qualcuno ci vuole, che scriva e rifletta. Qualcuno che, discosto dalla massa e dalla tv, abbia una ricezione infallibile del cuore in genere e non delle emittenti varie.

Qualcuno, insomma, come Francesco Gazzè.

Dunque… fratello e paroliere com’è di Max il cantante e musicista, il Francesco in questione ha esordito in proprio nel campo della prosa, pubblicando nel 2002 (per i tipi della casa editrice Baldini&Castoldi, in seguito ribattezzatasi Baldini Castoldi Dalai) un volume di racconti, suggestivi e corti: Il terzo uomo sulla luna.

Che dire mai di quest’opera prima, che non ha mancato, naturalmente, di riscuotere lettori e commenti lusinghieri?

Beh per cominciare, non soffre d’illusioni Francesco Gazzè; anzi i dolori, appresi dalla vita, gl’insegnano a valutare (se non “auscultare”, addirittura) desideri, angosce, perplessità: la sua voce è composta d’inflessioni melodiche e, attraverso le pagine del libro, s’articola secondo le direttive di una salda ironia analitica, pronta a sublimarsi in acume poetico. Utilizzarlo (nell’attimo di un foglio, nel volgere di un libro) per catturare la libertà (dell’immaginazione) e farne sentimento, è facilissimo per l’autore. Egli sottrae alla forza isterica del giorno, della vita corrente e d’ordinanza la propria indole d’artista, aggira l’esuberanza maligna di pene e ansietà (che sono energia, adrenalina del dolore) per librare nella dimensione estatica della fantasia, fiabe d’incanto.

Mai sovrastate dall’affanno, quelle emozioni di pura leggerezza irradiate dal suo animo trovano respiro in novelle delicate e lievi, in tenui parole e trame carezzevoli che indulgono, talvolta, all’ariosa ecletticità del sogno.

Balza l’inchiostro da un racconto all’altro formando personaggi azioni ambienti, mentre nasce la pagina, come una lega metallica, dal miscuglio di lettere e bianco.

I segni e le pause rispettano i confini di storie fluenti e testi brevilinei che, senza cedere alla verbosità (ma con l’aiuto, nondimeno, di armoniose volute sintattiche), illustrano malinconia, gioia e dubbio.

Quindi sentimenti multiformi che, trasfigurati dall’ironia onnipresente, diventano profezia d’amore e riscatto umano, impreziosiscono il tessuto letterario di queste novelle e, intanto, sogni attraversano rapiti lo spazio di carta, per mutare in musica le parole e allietare le pagine con melodie narrative, pervase di sole.

Un sole inconfutabile che non splende a vanvera e, al contrario, sa illuminare (con cognizione di causa) la bravura di Francesco Gazzè, scrittore ben diverso da quelli che, discutibilmente, trascorrono la propria esistenza – intera ed effettiva – alla ricerca ossessionata d’interviste o trasmissioni, da cui lasciarsi ritrarre nell’atto retorico (persino narcisistico) di sproloquiare, di soffrire, d’incensarsi.

No: Gazzè si mostra, e dimostra, individuo di tutt’altro stampo e identità. Prova ne sia che, ne Il terzo uomo sulla luna – distinguendosi senza tregua o sosta da coloro (forse gli scrittori suddetti, per l’appunto!) che spesso raccolgono frasi, periodi e complementi in organismi grammaticali incapaci di poesia – trionfa, impeccabile e sincero, nel compito di “imprimere” corpo e consistenza a sistemi di parole, che ora si presentano a forma di nostalgia, ora di sorriso, ora di filosofia. Quella ad esempio, birichina e suadente, che dando segni d’ironia, impregna – “impastandolo” di sé – il brano intitolato Prima del gong:

 

Assalito ovunque dalle sue farine, il giovane fornaio era tutto bianco come Pulcinella. Impastava energico la prima luce del giorno affondandoci le dita e il peso del corpo, colpendo l’impasto chiaro con gli schiaffi e poi lisciandolo sul palmo della mano quasi pentito, per trarre da esso qualcosa di buono, una forma. […] Anche una piccola radio portatile prendeva parte al lavoro [...] Sempre accesa sulla mensola più in alto [...] sancì, quella volta, la fine del mondo: per mezzo di una voce senza suono, lo speaker annunciò, interrompendo una nota trasmissione di musica leggera, che il pianeta stava implodendo a causa di un improvviso vuoto d’aria formatosi intorno al suo centro, e che in quelle ore la crosta terrestre aveva già iniziato ad accartocciarsi lentamente come la buccia di una pera marcia. Proclamava ciò in preda a una specie di terrore isterico che aumentò come una febbre a ogni parola. Riuscì comunque a precisare che i migliori geologi di ogni continente erano concordi nell’affermare con limitato margine di errore che all’intera umanità non restava più di mezza giornata prima della fine […] Il fornaio separò le mani dall’impasto, le avvolse in un panno asciutto prima di strofinarle davanti alla faccia come una mosca, andò alla finestra a controllare il panico che intanto s’era impossessato delle poche persone già sveglie in città. Se ne aggiunsero altre, e lui le osservò per l’intera mattinata affannarsi a realizzare subito sogni che tenevano chissà da quanto tempo incalcati nelle membra. Tutti insieme, in fretta, di corsa, alla rinfusa… prima del gong! […]”.

 

Lo si può inevitabilmente constatare: attraverso la “parabola” del fornaio, il racconto appena citato configura Francesco Gazzè come attento e minuto osservatore delle piccole cose, ch’egli delinea e traccia con snella incisività, manifestando un talento notevole di cronista “accorato”, superlativamente preso a studiare i contorni e il nucleo della realtà, per “rigovernarli in codice” con l’intervento e l’appoggio della fantasia.

Insomma, si cede quasi alla tentazione di vederlo – il nostro autore – come perennemente affacciato ad una finestra china sulla vita: sì, eccolo mentre (bloccandosi nel pieno raggio della finestra aperta) s’impone allo sguardo dell’aria e cerca di essere la pupilla del vento, per scoprire così gli uomini nelle infinitesime particole dei gesti. Risultato eccellente e lirico: Gazzè riesce in questo modo ad avvolgere, nei propri occhi di narratore, la vicenda complessiva delle persone comuni e quotidiane, con tutte le loro ansie, egoismi e volatili euforie. Che sono, in ultima analisi, i sottomultipli delle ore.

Chiaro dunque come il suo libro, altro non sia che un’antologia di contenuti e sostanze variegate: so-stanze da pranzo, di cui il lettore deve cibarsi (masticando a fondo col cuore e la mente) per mitigare la notte reciproca, instauratasi – ormai da troppo – fra l’uomo e i sentimenti.

 

 

 

-di Pietro Pancamo (pipancam@tin.it; pietro.pancamo@alice.it)-

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