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Intervista rilasciata a Paolo Mantioni

20 Marzo 2013 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #poli patrizia, #interviste, #paolo mantioni

Intervista rilasciata a Paolo Mantioni

Di Paolo Mantioni

Patrizia Poli, di cui abbiamo recensito di recente il romanzo Il Respiro del Fiume, ha accettato di rispondere a qualche domanda e a qualche osservazione che il suo libro ha suscitato. Facciamo precedere la trascrizione del colloquio telematico con l’autrice da una breve scheda bio-bibliografica che la stessa Patrizia Poli ha stilato per noi.
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Sono nata e vivo a Livorno. Mi sono laureata, nel 1985, in lingua e letteratura inglese, all'università di Pisa, Il mio racconto "Quand'ero scemo" ha vinto il premio Guerrazzi ed è stato pubblicato sulla rivista "La Ballata"
Ho scritto "Il Respiro del Fiume", romanzo edito su www.ilmiolibro.it ambientato in India alla fine degli anni ottanta, frutto di studi e di meticolose ricerche.
Ho scritto "Signora dei Filtri", romanzo edito su www.ilmiolibro.it ambientato nell'età del bronzo. (Ri)racconta la storia del viaggio degli Argonauti, di Medea e Giasone, ma da un'angolazione inusuale, che percorre anche la giovinezza dei protagonisti ed approfondisce il mito di Orfeo.
Insieme a Allegri, Lucchesi, Marcaccini e Sciabà, ho pubblicato su www.ilmiolibro.it "La Livorno che c'è", raccolta alla quale partecipo con 11 racconti e la prefazione.
Ho da poco terminato un racconto lungo,"Bianca come la neve", che mescola la fiaba dei fratelli Grimm con i nosferatu, cioè i non morti della tradizione mitteleuropea, ora edito su ilmiolibro.it insieme ad un altro racconto fantastico "Il volo del serpedrago".
Per saperne di più, e per leggere alcuni dei miei racconti, visitate il mio sito www.signoradeifiltri.altervista.org
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Anzitutto l’India, la sua spiritualità e la sua situazione economico-sociale. Nella recensione scrivo che Lei ne fornisce informazioni di prima mano – almeno così mi è sembrato. Vi ha soggiornato a lungo? Nel periodo cui fa riferimento il romanzo, o anche in altri periodi?

Sono stata in India nel 1989, anno in cui è ambientato l’inizio del romanzo, ma solo per breve periodo e da turista profano. Solo al ritorno sono iniziati uno studio e un approfondimento che hanno richiesto anni.

Attualmente, secondo lei, la tradizionale concezione castale è ancora così forte come un tempo? E gli insegnamenti gandhiani, che sembrano ispirare il finale del suo libro, al di là delle vuote mitologie o delle strumentalizzazioni politiche, sono ancora vivi e operanti nella società indiana?

Poiché, come ho appena spiegato, non ho una conoscenza diretta dell’India di oggi, posso solo rifarmi a quanto apprendo attraverso la narrativa, il cinema e i giornali. Penso che l’influenza delle caste sulla vita di tutti i giorni abbia ancora un suo spessore, come, ad esempio, si può evincere dagli annunci che vengono pubblicati per la ricerca dei partners nei matrimoni combinati. Se una ragazza ha la pelle chiara - segno di una casta più elevata – è ancora molto più appetibile.

La sua tecnica narrativa, almeno quella operante nel Respiro del fiume - punti di vista diversi, narratore onnisciente quasi nascosto dietro i personaggi – mi ha ricordato molto quella messa in opera da Edna O’ Brian in un romanzo intitolato Una splendida solitudine. Conosce quel romanzo o altri romanzi della scrittrice irlandese?

No, mi dispiace, non ho mai letto Edna O’Brian, ma la mia tecnica fa ricorso a una terza persona immersa e a un jamesiano punto di vista rigorosamente circoscritto.

Quella tecnica narrativa – se vogliamo, non tanto diversa da quella dei Malavoglia verghiani – può avere un forte effetto “straniante”, ossia può indurre il lettore a rimettere continuamente a fuoco la sua attenzione, soprattutto se il personaggio, portatore di un punto di vista decisamente personalizzato, lo costringe ad uscire “fuori da sé”. Ecco, a me sembra che nel suo romanzo questo effetto sia attenuato, che non punti, cioè, a scuotere le aspettative del lettore, come se la materia narrata basti di per sé a catturare la sua attenzione e il suo consentimento. È un’impressione sbagliata o è una sua consapevole scelta?

Infatti non intendo “scuotere le aspettative del lettore” bensì mostrare fatti e persone attraverso una molteplicità di sguardi che concorrono, tuttavia, ad un’unica resa della materia, il più oggettiva possibile.

Se però non si “scuote l’aspettativa del lettore” si corre il rischio che la ricercata oggettività possa degradare a “medietà”, cioè a rimanere aderenti ad un punto di vista condivisibile perché prevedibile e non perché il testo ha creato un modo nuovo, originale di guardare al mondo, che è poi, a mio parere, la funzione essenziale dell’elaborazione letteraria.

I miei romanzi hanno come target il lettore comune e non sono alla ricerca di virtuosismi linguistici, anche se il mio stile non è sciatto né banale ed ogni parola è studiata attentamente. Dietro l'apparente leggerezza e mancanza di sforzo, mi creda, c'è una fatica da certosino.
Io mi considero una narratrice, una che dispensa emozioni e aspira a creare personaggi che restano nel cuore e nella mente de lettore medio, non eccessivamente sofisticato, anche se non stupido o incolto. Quindi, per me la "medietà" è un fine ed un valore, come lo sono il controllo estremo e la razionalità..
Tuttavia, negli anni, il mio linguaggio si è evoluto nel senso che dice lei e, se mai le capitasse di leggere l'ultimo mio libro, "Bianca come la Neve", si renderebbe conto che lì il registro è più originale, più poetico, intuitivo, lirico.

Lei ha pubblicato a sue spese più d’un libro. Perché questa scelta? Quali tentativi ha esperito per interessare alla sua opera un editore tradizionale? E quali risposte ne ha ricevuto?

Preciso che l’autopubblicazione non comporta spese da parte dell’autore. Non ho, infatti, l’abitudine di acquistare copie per rivenderle, lascio che sia il lettore a ordinare da solo il mio testo, se incuriosito dalla presentazione. Ho passato molti anni a cercare un editore per “Il Respiro del Fiume” e per l’altro mio romanzo “Signora dei Filtri (ora entrambi pubblicati su ilmilibro.it). Ho partecipato a concorsi dove arrivavo “nella rosa dei finalisti” senza mai vincere, ho sborsato soldi per editing inutili o addirittura dannosi, per tasse di partecipazione a premi mai effettuati, sono stata rifiutata da tutte le case editrici esistenti non a pagamento. Persino la compianta Elvira Sellerio ha definito lo stile di “Signora dei Filtri” nobile, e si è detta dispiaciuta ma ha, comunque, respinto il testo. Ero amareggiata, non vedevo vie d’uscita, soprattutto perché mi ero fatta un punto d’onore di non avvalermi di case editrici che richiedessero un contributo, allora mi sono rivolta all’autopubblicazione come ultima spiaggia. Adesso, però, nonostante le vendite siano ancora scarse, sono contenta della mia scelta e sto cominciando a liberarmi di quel vago complesso inferiorità che mi faceva sentire da meno di chi ha una casa editrice alle spalle.

Io credo che una delle novità più evidenti e controverse della storia letteraria degli ultimi venti anni – e che riguarda specificatamente la sociologia della letteratura – attenga proprio la pubblicazione, la divulgazione e la fruizione dei testi letterari. Da un lato le nuove tecnologie hanno enormemente ampliato la possibilità di far sentire la propria voce (e anche il nostro sito è espressione di queste nuove possibilità), dall’altro, però, hanno indebolito la capacità di filtro dell’industria culturale, che per quanto non sempre limpida e disinteressata, permetteva però una selezione e una cura dei testi non sempre rispettata nella letteratura “fai-da-te”. Insomma prima lo scrittore, il saggista, il critico letterario dovevano essere issati sulla tribuna e parlavano ad un pubblico silenzioso che aveva più o meno fiducia in chi ce lo aveva posto, ora ci si issa da soli, ma si rischia di non essere ascoltati. Qual è la sua esperienza in proposito?

Concordo con lei, anche per l’enorme quantità di libri che vedo pubblicizzati sui social networks, dove ogni libro viene osannato da un codazzo di “amici virtuali” e definito automaticamente “bellissimo”, in un appiattimento generale che svilisce tutto e impedisce l’emersione dei pochi ma buoni.

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"Signora dei Filtri" Recensione di Paolo Mantioni

13 Marzo 2013 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #poli patrizia, #recensioni, #paolo mantioni

"Signora dei Filtri"  Recensione di Paolo Mantioni

di Paolo Mantioni

Signora dei Filtri
di Patrizia Poli
Ilmiolibro.it, 2009

La vicenda di Medea, di Giasone, di Orfeo, degli Argonauti, dell’oro di Eeta, della Grecia arcaica: questo il materiale narrativo con cui si confronta il romanzo di Patrizia Poli. Ho scritto vicenda e non mito perché la storia narrata, i personaggi e gli ambienti sono ricostruiti a partire dal basso, dalla quotidianità, e risultano così plausibili, così vicini al comune sentire, vivere, gioire e soffrire da perdere ogni solennità mitica. E anche il soprannaturale che il mito tramanda è ridotto al senso comune, alle possibilità insite nella razionalizzazione del mito stesso, in un percorso inverso a quello dell’immaginazione mitologica. Patrizia Poli riesce nell’impresa di ri-umanizzazione del mito senza però la spocchia del razionalista, senza l’ironia o la supponenza del materialista, rispettandolo e riportandolo ad un naturalismo di stampo lucreziano, tutt’altro che arido. Solo per fare un esempio: il soprannaturale del passaggio nel regno dei morti di Orfeo e della definitiva perdita di Euridice è derubricato a sogno dello stesso Orfeo, il che però non vuol dire che il suo dolore, il senso di un vuoto incolmabile non siano reali e non abbiano conseguenze concrete nell’animo del personaggio.

Sul piano dell’espressione, la cifra stilistica del romanzo è l’equilibrio: equilibrio linguistico – si tratta di una lingua piana, precisa, non ricercata, senza fronzoli; equilibrio compositivo – la linearità cronologica e la puntuale determinazione spaziale non sono mai abbandonate, se non nel brevissimo (e bellissimo) prologo; equilibrio retorico – le figure non sono ingombranti, non assorbono nell’immagine o nel gioco di parole il significato, non rubano l’attenzione del lettore; equilibrio sintattico – la frase di Patrizia Poli non è deliberatamente paratattica (secondo il riprovevole costume attuale che fa della semplicità manierata il dito dietro cui nascondere il vuoto di contenuti) né raffinatamente ipotattica, non affida, cioè, ai meandri del pensiero o dell’analisi il contenuto da comunicare, è, bensì, una frase semplice che descrive dall’esterno, come occhio-che-guarda; equilibrio diegetico – la narrazione si sviluppa alternando la voce del narratore onnisciente, i dialoghi, l’indiretto libero dei personaggi e il diario di Orfeo, assicurando in questo modo anche la varietà di toni e di punti di vista, ovvero quella coralità che è una delle proprietà letterarie più peculiari dell’autrice. Ed è proprio nel contrasto tra l’equilibrio espressivo e la materia narrata, quant’altre mai frutto del disequilibrio, dell’eccesso, della follia, a segnare la riuscita letteraria del romanzo.
Da un lato, la materia narrata non deborda, non si fa grido inarticolato, non stravolge nell’enfasi o nella svenevolezza l’espressione, dall’altro, la stessa espressione, ammettendo increspature, effrazioni alla pura comunicazione, non cancella quanto d’incomunicabile, d’irrazionale e irriducibile la materia narrata comporta. Sotto l’equilibrio si avverte la profondità, l’abisso, la resa alle forze irrazionali, comunque in qualche modo operanti nell’agire dei personaggi (e di ognuno di noi). Si tratta d’increspature, di emersioni appena percettibili, sulle quali l’autrice non indugia, quasi di fenditure inappianabili che testimoniano lo sforzo, la tensione per trattenere contenuti psichici che metterebbero a repentaglio l’assunto comunicativo e narrativo. Nel prologo Medea, ormai bandita dal consorzio umano, sola in un’isola deserta, dice

“So quando la fame è in agguato dietro un cespuglio, e quando la preda smette di dibattersi, quasi un sollievo, e si arrende”.

Quasi un sollievo… (al riguardo vorrei notare che anche qui, come nel Respiro del fiume – l’altro romanzo di Patrizia Poli che abbiamo recensito sul nostro sito -, è rappresentata una scena di suicidio dalle caratteristiche molto simili: il placido e imbelle scivolamento dal dolore, vivo e crudele e immeritato, alla morte) E ancora di Medea:

“Era la sua disgrazia, accorgersi di tutto, avvertire ogni vibrazione, intuire i pensieri della gente e l’ostilità che la circondava. Era sempre stato così, da quando ricordava, e ne aveva molto sofferto, senza mai farne parola con nessuno, per orgoglio, per non mostrare debolezza”.

Come dire: l’eccesso di odio e d’amore, la follia dell’incantatrice, della Signora dei filtri (farmaci o veleni, non pozioni magiche) ha un’origine non dissimile da quella del diverso, dell’artista, di chi potrebbe diventare la Signora della scrittura. Insomma quell’equilibrio, quella scelta comunicativa e narrativa sono anche la trasfigurazione artistica – letteraria, nello specifico – delle forze che potrebbero squassarlo. È, alla fine, il consentimento alla scoperta della costante compresenza e di una comune origine dei contrari: chiaro e scuro, solarità e lunaticità, vita e morte.

Ah, dimenticavo. Signora dei filtri è un libro autopubblicato, ovvero poco più (non me ne voglia l’autrice) di un dattiloscritto affidato ai capricci ondivaghi della Rete. Io credo che meriti qualcosa di più: ad esempio un editore che dica al pubblico: “comprate e leggete questo libro, ne vale la pena, io stesso ci ho scommetto qualche soldino”.

Orsù, editori - piccoli, medi o grandi – date, o fate dare, un’”occhiata” a questo romanzo, chissà che…

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