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Faulkner, gli yankee, Paperino, D'Alema....

4 Ottobre 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #il mondo intorno a noi

Faulkner, gli yankee, Paperino, D'Alema....

La narrativa di Faulkner, densa e imponente come poche altre, è percorsa da un’idea, ora esplicita ora sottesa, che si potrebbe riassumere press’a poco così: la guerra degli yankee contro lo schiavismo sudista è stata una guerra sbagliata, e quella faccenda, lo schiavismo, appunto, i sudisti se la dovevano sbrigare da sé. Idea che i manuali di storia e le buone convenzioni culturali hanno, probabilmente in buona fede, cancellato o creduto, a sua volta, sbagliata. Secondo i più, la lotta dei buoni yankee contro lo schiavismo era giusta e benedetta da Dio (o da i valori ideali costitutivi della civiltà occidentale). Ma con quell’idea, Faulkner mette il dito su una piaga sempre aperta della storia americana e, di conseguenza, della civiltà occidentale e, oggi, mondiale.

È giusto e augurabile che un’ingiustizia palese, macroscopica e intollerabile sia schiacciata con la forza? Gli yankee hanno schiacciato un bubbone facendolo esplodere, ma i rimasugli di quello, ricadendo, hanno fatto sorgere un’innumerevole serie di ingiustizie più piccole e meno eclatanti, la cui somma, però, potrebbe non essere inferiore a quella che si è schiacciata. Non voglio tener conto in questa sede di quella costellazione di problemi irrisolti che la storia americana sembra portarsi dietro ad ogni movimento: la cattiva coscienza di esser stata la causa, o anche solo d’aver contribuito, al sorgere dell’ingiustizia che ora si combatte (si pensi al problema mostruoso dei nativi americani); il concetto di frontiera inestricabilmente legato alla conquista violenta; e quant’altro ogni coscienza critica giudiziosa, non necessariamente malevola, potrebbe aggiungere. Mi limito al problema dello schiavismo: l’idea di Faulkner mette in evidenza una costante della storia americana, occidentale e, ora, ma non è detto che sia per sempre, mondiale: l’interventismo, l’aggressione dei problemi, delle ingiustizie in vista di un loro annientamento. Non ho intenzione di guardare la storia dal buco della serratura e, perciò, fare di quegli interventi e di quelle aggressioni l’effetto di interessi economici e geopolitici dissimulati dalle belle parole. Interessi che pure ci sono, ma che non potrebbero scatenare tutta la loro forza persuasiva se non fossero sostenuti dagli ideali che sono il piedistallo, la legittimazione, dei sistemi politici e istituzionali del mondo occidentale (per farsi un’idea di cosa intendo per "guardare la storia dal buco della serratura", basta armarsi di pazienza e leggere, tra uno sbadiglio e l’altro, Il cimitero di Praga di Umberto Eco). Gli storici, i politici, gli economisti possono trovare tutte le possibili giustificazioni materiali e prosaiche per quegli interventi, ma senza l’impulso dell’ideale quegli interventi non ci sarebbero stati. Nessun presidente degli Stati Uniti dirà mai: invadiamo l’Iraq perché dobbiamo controllare la gestione del suo petrolio. Si può discutere, certo, se, in assenza di impulsi materiali e prosaici o, addirittura, in presenza di elementi controproducenti, quegli interventi ci sarebbero stati ugualmente. Credo, però, che la questione debba essere lasciata impregiudicata e affidata all’intelligenza e alla sensibilità di ognuno. Idealismo o materialismo sono scelte perché né l’uno né l’altro sono verità.

Torno all’antipatica idea faulkneriana perché l’ho sempre accostata ad un cartone animato di Walt Disney che è rimasto nella mia memoria come una perfetta metafora della storia e della mentalità americana, occidentale e, per ora, mondiale. Cartone animato che vidi da adulto e che mi provo a riassumere e descrivere come meglio posso, avvertendo che l’autore (o gli autori, com’è più probabile) del cartone non aveva nessun intenzione di produrre un sunto ideologicamente orientato della storia americana, ma voleva soltanto, credo, divertire, con rara maestria e vivacità, i piccoli e grandi spettatori. Ma questa è una delle grandi prerogative dell’arte: dire anche ciò che non si sapeva e che non si aveva intenzione di dire e dirlo ad ognuno in maniera diversa a misura del suo spirito.

Dunque, è un giorno di festa e il tenero Paolino Paperino ha di fronte a sé la prospettiva di una giornata di piena soddisfazione, potrà trascorrerla in compagnia dei suoi amati nipoti, per i quali ha preparato una magnifica torta, ascoltando alla radio la cronaca di un’importante partita di baseball. Si accorge però di dover combattere un piccolo nemico insinuatosi in casa sua: una fila di formiche decise ad approfittare dell’abbondanza di cibarie contenute nella sua dispensa, non ultima la magnifica torta. Respinti i primi attacchi senza aver potuto annientare il nemico, Paperino passa a controffensive sempre più imponenti che continuano a scontrarsi con l’ostinata resistenza delle formiche. In un vertiginoso crescendo di attacchi e contrattacchi, fughe e rincorse, astuzie e smacchi, versi papereschi sempre più inarticolati, le azioni di Paperino diventano via via più sproporzionate rispetto al nemico da combattere e al bene da difendere. Alla fine ovviamente egli ha ragione delle sue nemiche ma solo al prezzo di veder distrutta buona parte della dispensa, la torta e finanche la radio da cui era in diritto di aspettarsi delizie di ristoro. Per inciso: la radio anche semidistrutta continuerà a funzionare.

Confesso che probabilmente ho riparato ai buchi della memoria e all’impossibilità di ritrovare e rivedere quel cartone orientandolo ancor più esplicitamente verso quell’interpretazione che allora e ancor oggi m’ero sentito in diritto di dargli. Si potrebbe anche poter dire che se non fosse vero l’avrei ben trovato.

Tra i tanti (troppi, a giudizio pressoché unanime) interventi americani orientati a difendere i valori della giustizia e della democrazia, il più al di sopra d’ogni sospetto è, per i cittadini della periferia dell’impero, gli europei, l’intervento contro il nazi-fascismo. Anch’esso però, a ben guardare, non manca di aspetti controversi: senza Pearl Harbour, quanto ancora si sarebbe aspettato? Nel quadro della guerra, che funzioni hanno avuto le distruzioni sistematiche? L’ostinazione a pretendere una resa senza condizioni? E la portata devastante della Bomba era stata prevista o ha ecceduto le previsioni?

C’è un modo alternativo di schiacciare i bubboni evitando che i rimasugli facciano sorgere una somma di ingiustizie pari o superiore a quelle che si è combattuta? I manuali, i benpensanti, i soddisfatti sono portati a credere, vorrebbero convincersi e convincere che non ce n’è e che quegli interventi e quelle aggressioni, e la loro misura, “erano inevitabili” (queste odiose parole le sentii pronunciare da D'Alema al tempo dei bombardamenti in Libia, ma non ho mai sentito dire da nessun “ho contribuito a renderli inevitabili – non sono stato abbastanza previdente, non denunciato e combattuto sul nascere quell’ingiustizie, ecc. – perciò mi ritiro a vita privata”). Rimane il fatto però che non sapremo mai come “i sudisti se la sarebbero sbrigata da sé”. Sogni di poeti… insoddisfatti.

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Il mio primo e unico furto (fuori casa)

5 Luglio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Il mio primo e unico furto (fuori casa)

All’epoca eravamo un gruppo di monelli tra i dodici e i quattordici anni. Passavamo il tempo tra giochi infantili – nascondino (da noi chiamata nascondarella), partite di pallone, e altre simil cose – e occupazioni più smaliziate – partite di poker nel garage momentaneamente libero d’uno di noi; chiacchierate indolenti seduti sul muretto della chiesa o tra i tavoli del piccolo bar dei paraggi, a dispetto della non sempre contenuta irritazione del proprietario, che vedeva i suoi tavoli occupati per molte ore a fronte di poche e povere consumazioni; sigarette fumate tra le dunette di un campetto circostante ai limiti del nostro territorio e da noi chiamato “I monticelli”, e altre simil cose. Eravamo un gruppo di monelli ognuno dei quali aveva un che da fuggire in casa propria. Chi altri quattro o cinque tra fratelli e sorelle ingombranti, chiassosi e tendenzialmente prevaricatori, impegnati a costruire e mantenere una gerarchia della quale facevano le spese i minori, magari a petto d’un padre ubriaco se allegro o ingrugnito se sobrio; chi fuggiva invece dubbie reputazioni di madri o sorelle, troppo spigliate o simpatiche, pagando il fio di una colpa non sua e risarcendo qualcuno di noi dell’ospitalità con saltuarie e non del tutto impegnative prestazioni omosessuali; chi fuggiva l’onta di genitori separati: oggi si stenterebbe a crederlo, ma allora un padre non morto o non emigrato o non carcerato che non vivesse in casa era un mistero che rendeva i figli bisognosi di comprensione e sempre a rischio d’esclusione; chi, più semplicemente, fuggiva le botte dirette su di sé o indirette sulla madre d’un padre perennemente sbronzo – fotocopia sputata del Ferribotte dei Soliti ignoti - che sostentava la famiglia e la sua macchina sportiva guardando lavorare moglie e figlio nel lucroso negozio di casalinghi e servizi vari. Io per la verità non ricordo cosa fuggissi o se avessi qualcosa da fuggire: madre e parenti mi volevano bene, mi stimavano, mi ritenevano in rampa di lancio per un profittevole futuro, ero riflessivo, educato, preoccupato; soffrivo un po’, forse, dell’indifferenza arrogante d’un fratello troppo maggiore d’età e già impegnato in attività cui non potevo partecipare: insomma nulla di veramente serio. Eravamo un gruppo di monelli che s’aggirava o sostava su un territorio circoscritto che comprendeva le case d’ognuno di noi, la scuola, la chiesa, il bar, i “Monticelli”: questo era il cerchio spaziale. Il cerchio ideale che costituivamo era altrettanto reale, sebbene duttile e permeabile sia in entrata che in uscita. Eravamo un gruppo di monelli e in mezzo a noi capitava talvolta un ragazzo un po’ più grande, di pochi mesi da alcuni, di un anno o poco più da altri. Un ragazzo di esperienza e di prestigio. Per l’una faceva fede il suo lavoro fisso – barista al bar del mercatino rionale, ben distante dal nostro territorio – per l’altro un fratello in carcere, che se non era proprio il famoso bandito era comunque oggetto di suggestione e soggezione. Eravamo un gruppo di monelli e un ragazzo d’esperienza e prestigio saltuariamente ospite del nostro circolo ognuno con un nome. Mi correrebbe l’obbligo di indicarlo, di chiamare con il loro nome o con un nome fittizio questi personaggi (me compreso). Ma l’una o l’altra cosa mi risultano difficili. Se li indicassi con il loro vero nome, temo, nel caso improbabile vengano a conoscenza di queste righe, che possano urtarsi, possano rivendicare d’aver visto le cose in maniera diversa, o che non gradiscano vedersi imprigionati in una verità parziale, com’è, e come non può essere altrimenti, una verità. Se usassi nomi fittizi e mi consegnassi, come sarebbe giusto, a tutte le prerogative del fare letteratura, mi sembrerebbe quasi di tradirli, di svellere da loro una parte della loro verità. Un residuo, forse, del pensiero magico che contesta l’assoluta convenzionalità di parola e cosa, nome e persona. Del resto, però, chiamarsi Giovanni o Kevin o Goffredo, oppure Concetta, Sharon o Lucrezia, converrete con me, non è la stessa cosa, soprattutto quando si è ancora in tenera età, quando la personalità è ancora una nebulosa di opportunità. Ma in questa constatazione c’è poco di magico: qui entrano in corte la Storia, la Sociologia con gli spregevoli cortigiani dell’autocompiacimento e dell’intellettualismo. Eravamo un gruppo di monelli e un ragazzo ospite e ci chiamavamo, alla rinfusa, Gianni, Paolo, Daniele, Stefano (due occorrenze), Giorgio, Massimo, Giancarlo; nessun Goffredo, nessun Sigismondo, nessun Manfredi e nemmeno un più spendibile Riccardo; per la verità non c’erano nemmeno Carmeli o Concetti o Santini. Il ragazzo ospite aveva una per noi stupefacente disponibilità economica che gli permetteva d’aprire giornalmente il suo pacchetto di Marlboro morbide (soft), che, quasi snobisticamente, ripagavano della minor praticità della confezione rispetto alla Marlboro dure (box) con una leggera maggior lunghezza e un gusto più pieno. Poteva consumare al bar e fare il gesto che alcuni di noi sognavano la notte: infilare la mano in tasca, trarne una manciata di monete e trascegliere tra queste quelle da consegnare al cassiere. Intendiamoci, noi gruppo di monelli, avevamo disponibilità economiche personali superiori a quelle dei Goffredo - che magari avrebbe potuto possedere e giocare con una pista a quattro corsie, due ponti e un giro della morte, ma non avrebbe potuto decidere d’andarsi a prendere un gelato - o dei Concetto, ma dovevamo pur sempre contare mentalmente le 500 lire per il cinema o le 250 da mettere insieme per le MS da 10. E se riuscivamo a mettere insieme ognun per sé le 2500 lire per la piscina – avendo il mare a poche centinaia di metri, ovviamente agognavamo d’andare nella piscina inaugurata di fresco, come una grande novità – non potevamo certo dire, come faceva il ragazzo talvolta ospite, “dai, un biglietto ve lo pago io”. La letteratura non ha solo il sacro e santo, fumoso e controverso compito di dire la verità, ma, assieme ad altri ancora, anche quello di mostrare agli Stefano, ai Goffredo e ai Concetto che il mondo è un prisma cangiante e che se ci si riduce ad una striminzita figurina – foss’anche nudo su un panfilo a largo o in costume da bagno a bordo piscina o in mutande bianche su una spiaggia libera – se ne perde gran parte del gusto. Il ragazzo ospite aveva anche il privilegio di lasciare, purché non glielo richiedessimo esplicitamente, gli ultimi due tiri o addirittura l’intera mezza sigaretta a qualcuno di noi che lui opzionava a caso o secondo sue imperscrutabili elucubrazioni. Caso e elucubrazioni insollecitabili, pena l’evaporare della possibilità. Il ragazzo ospite aveva disponibilità economiche per noi fantasmagoriche perché lavorava, perché a fine mattinata poteva portarsi via le mance e perché rubava. Era specializzato nel furto delle autoradio dalle macchine in sosta. Come poi trasformasse l’aggeggio in monete e banconote, ovvero l’esistenza di ricettatori o committenti, era per noi gruppo di monelli un mistero che rendeva il ragazzo ospite ancora più affascinante e soggiogante. Come invece svolgesse concretamente l’operazione, anziché limitarsi a raccontarcelo, decise, colta una circostanza favorevole, di mostrarcelo. In un’aula a cielo aperto il ragazzo ospite tenne un seminario di ladroneria. In uno spiazzo poco lontano dalla spiaggia, un assistente del professore – l’inconsapevole e malcapitato proprietario – aveva depositato una Cinquecento gialla con la cappotta apribile di cotone plastificato. Il ragazzo ospite ci fece dapprima notare che non aveva gli ammortizzatori abbassati, quindi non poteva appartenere a qualcuno che, informandosi in giro, avrebbe potuto scoprire l’autore (o gli autori?) del misfatto. Poi estrasse dalle tasche i ferri del mestiere, un coltellino e un rampino (che altro non era che un’antenna da autoradio, appunto), che spiegò sotto i nostri occhi. (Ah, che meravigliosa storia è compresa tra il rampino del secentesco Cavalier Marino e quello del ragazzo ospite). Sbirciò dal finestrino, si girò di nuovo verso i suoi pigolanti allievi e disse, con l’aria di chi la sa lunga, “c’è l’impianto, ma lo stereo non c’è”. Pensammo (o forse sperammo) che fosse suonata la campanella e che la lezione sarebbe stata rimandata ad altra data o a mai più; invece, dopo aver studiato le nostre estatiche espressioni, dopo aver di nuovo maliziosamente sorriso, “sti coglioni tante volte lo mettono sotto il sedile” aggiunse. D’un sol colpo di coltellino disegnò uno squarcio a forma di 7 sulla cappotta, infilò il rampino, sollevò il pomello di chiusura dello sportello, controllò sotto entrambi i sedili, scassinò, per sicurezza, e già che c’era, il vanetto portaoggetti, il tutto in non più di cinque o sei secondi, ma lo stereo non c’era per davvero. Evidentemente il coglione, sordo alle derisioni dei cabarettisti, se l’era portato dietro e ora passeggiava per mano alla fidanzata tenendo nell’altra il suo stereo in sicurezza. E noi gruppo di monelli fummo sollevati dall’idea che in fondo, mancando il bottino, non avevamo partecipato ad un furto, eravamo ancora vergini, per così dire. Il ragazzo ospite non se la prese più di tanto: uno squarcio in più o in meno non avrebbe influito più di tanto sulla sua esecranda carriera.

Cionondimeno quella lezione ebbe i suoi frutti. In una bella sera d’estate, ridotto momentaneamente il gruppo di monelli a una coppia, passeggiavamo per una delle nostre strade senza marciapiede e superavamo macchine in sosta alla nostra destra. Notai, notò, notammo una Seicento nera (se mal non ricordo) con il finestrino completamente aperto: non ci sarebbe stato bisogno né di coltellino né di rampino. Proseguimmo per un po’ senza parlarne, solo guardandoci, poi feci, fece, facemmo un’inversione a U e ripassammo di fianco alle lamiere tentatrici. Non c’era nessuno stereo, ma c’era in bella evidenza sul cruscotto un pacchetto di sigarette Astor morbide, involucro marrone, cammeo all’inglese proprio al centro, che aveva tutta l’aria di essere pressoché intonso. Al terzo passeggio presi, prese, prendemmo la decisione: il mio buon amico, poco più grande, più risoluto e, diciamolo francamente, più bello di me, protese il braccio nell’abitacolo e senza nemmeno aprire lo sportello, arpionò l’agognato pacchetto di sigarette. Cominciammo a correre a perdifiato, svoltammo subito a destra su una stradina laterale meno illuminata e più stretta e non ci fermammo fino a quando gli immaginati giustizieri con bastoni e forconi avrebbero esaurito l’ultima stilla d’energia. Io e il mio buon amico ci eravamo sverginati, per così dire. Come si evince dal titolo di questo pezzo letterario e, per chi fosse interessato, dal mio casellario giudiziale, io interruppi lì la mia carriera: troppa paura, troppa preoccupazione di far soffrire la mamma, di deludere i parenti. Il mio buon amico invece perseverò con conseguenze, che il fallace e lungimirante, a volta a volta lungimirante e fallace, senso comune, considererebbe disastrose. Il mio buon amico agì secondo il fallace e lungimirante detto “chi non risica non rosica”, io secondo l’altrettanto fallace e lungimirante “male non fare paura non avere”.

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Russa o Rumena?

28 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Russa o Rumena?

Saltuariamente, senza quella cadenza regolare che mi consenta approssimativamente di prevederne il ritorno, come per la gran parte dei clienti abituali, una bella signora di mezza età viene a mangiare un trancio di pizza, sempre la stessa varietà e la stessa quantità, e a bere una mezza minerale naturale nella mia pizzeria. I tratti somatici e le poche parole che le sento pronunciare la qualificano d’acchito come straniera. Compattamente bionda, di certo, vista l’età presunta, con l’ausilio di tinture o coloranti o, magari, semplicemente di acqua ossigenata, minuta, aggraziata, colpisce per l’eleganza naturale dei movimenti, per la riservatezza dello sguardo, per l’economia di parole, per il sorriso gentile, non manierato, per il viso armonico, abbronzato, sobriamente truccato. Tutto il suo aspetto non dice nulla di più di ciò che si vede, anzi sembra voler dire qualcosa di meno, come volesse sottrarre una parte di sé allo sguardo altrui. E veste fuori moda: camicette coi gugni, o con le mezze maniche a sbuffo, infilate, ben sopra il bacino, in gonne svasate sotto il ginocchio o in pantaloni semiscampanati su scarpe a mezzo tacco, colori uniformi, vivaci talvolta, ma mai festaioli. Un’immagina nitida di cura di sé e di pulizia, senza la pastosità dell’ostentazione o della civetteria.

Gentile, e bellissima, Signora,

Mi rivolgo a Lei per lettera non per timidezza o perché non sia in grado di creare l’occasione di incontrarla falsamente per caso, ma perché, come Lei e i Suoi modi, i Suoi abiti, le Sue scarne parole, il Suo sorriso trattenuto, i Suoi gesti sottovoce, i Suoi sguardi retrivi, la lettera è fuori moda.

Straniera, di sicuro. Mi piace immaginarle il destino di una nobile russa decaduta, travolta e scacciata dalla Rivoluzione, ospitata in casa di qualche ricco borghese ad insegnare francese, canto e pianoforte ad una fanciulla in attesa di maritarsi, nascondendole l’orrore, lo sgomento, il lutto. Ma non siamo all’inizio del secolo delle rivoluzioni. E allora potrebbe essere una rumena: pulizie ad ore, coi mariti fuori casa e le mogli ad insegnare ciò che non sanno fare.

Una lettera anche perché, eventualmente, l’incontro non sia casuale. La nostra età – no, non si offenda, qualunque sia la Sua non giovane età, Lei ne è più giovane e più bella – la nostra età dovrebbe consentirci di essere franchi. Lei mi piace, mi piacerebbe parlarLe e sentirLa parlare, guardarLa negl’occhi, senza essere maleducato o importuno. Sì, certo, se poi, dopo, chissà, potessi anche carezzarLe la guancia, lisciarLe i capelli, sistemandoglieli dietro l’orecchio, tenere il palmo della mano sulla Sua nuca, poggiare le labbra alle Sue, intrufolare la lingua nella Sua bocca, sentirmene ricambiato… Ma non è solo questo, o non è, innanzitutto, questo.

La vedo entrare e avvicinarsi alla casa e continuo a guardarla mentre paga e aspetta, poi continuo a guardarle la schiena, seduta sullo sgabello di fronte al bancone, davanti alla piccola mensola dove poggia con gesti misurati e attenti l’involucro della pizza e la bottiglietta di plastica. La guardo non come un pizzaiolo guarda una cliente, ma come un uomo guarda una donna. Indossa un vestitino trasparente, di cotone chiaro, a fiorellini, simili a quelli con cui le militanti dei collettivi studenteschi ricoprivano il loro corpo acerbo, arrabbiato e fremente. Quella trasparenza, che in altri tempi e altri luoghi, la bella signora avrebbe attenuato o del tutto nascosto, è una piccola concessione alla disinvoltura delle mode attuali. Ne approfitta, forse, per liberarsi del fastidio estivo di una sottoveste. Avevo acquisito una certa esperienza. Ero esercitato e conoscevo bene l’incrocio di traiettorie che mi avrebbe permesso di accentuare quella trasparenza fino a vedere il più possibile. Mi sono appostato nel punto del bancone che l’ora e la stagione mi suggerivano: un raggio di sole tra un attimo l’avrebbe trafitta sulla soglia. Tra poco avrei visto, di più, quasi tutto. Un imbecille, dall’altro lato del bancone, pretendendo di scaldare un po’ di più il suo trancio già morso, nota che indugio e pensa di gratificarmi con un’espressione complice per la quale la risposta più giusta sarebbe un manrovescio.

Mi decido a scriverle la lettera.

Davvero, innanzitutto vorrei dare un contenuto empirico alla Sua forma, alla Sua bellezza che è una promessa. E tanto più struggente perché è una bellezza anche retrospettiva. Quanto dev’essere stata bella da giovane! No, non si sorprenda o non mi schernisca perché un pizzaiolo possa usare l’espressione “contenuto empirico”. Chi, meglio di Lei, Russa o Rumena, può tollerare l’imprevedibilità della vita? Avrebbe mai pensato, da bambina, che il futuro sarebbe stato fatica in un paese straniero?

La faccio tradurre in russo e in rumeno, in corsivo e ne ricopio a mano entrambe le versioni, imbrogliandomi un po’ coi caratteri cirillici, sforzandomi di mantenerli intellegibili. Piego i tre fogli e li infilo in una busta sulla quale scrivo

Per ЉАЯ Pentru.

Ne aspetto il ritorno.

Vede, la Sua grazia naturale, il Suo viso così ossuto che la pelle sembra stentare a ricoprire, la Sua bocca tanto restia a dischiudersi, i Suoi occhi che, ricorderà, quel giorno ho sorpreso torcersi verso di me, sono una promessa di delizie che basterebbe a se stessa, se non volessimo sempre di più, se non sentissimo il bisogno di riempire quella forma di un contenuto che quasi sempre la involgarisce, ma non dobbiamo farne a meno, dobbiamo rischiare. Le sembro troppo impegnativo? La vita Le sembra già abbastanza tribolata per aggiungervi le farneticazioni di uno che in fondo vuole quello che vogliono tutti? Allora, sarà stato comunque bello averLa non conosciuta.

Eccola. La raggiungo mentre mangia. Le sorrido, le porgo la lettera. “Signora, mi farebbe la cortesia di scrivere il suo nome, qui” punto il dito sotto la triplice versione del “per”, porgendole la penna. Pensa, credo, ad una specie di concorso, ad un gioco a premi per clienti. Scrive. Riprendo la busta. Leggo: “Mara”. “No, Signora, non il nome che usa in Italia, ma il nome con cui la chiamava Sua madre”. Mi guarda infuriata, pensa, credo, “ma come si permette questo di intromettersi nella mia intimità”. Tengo duro, continuo a guardarla negli occhi, senza implorare, senza ironizzare, senza deflettere. Non so perché, ma riscrive il suo vero nome sulla lettera a lei indirizzata.

“Mara Rossi”

“Italiana?”

“Sì, italiana. Perché le sembra strano?”

“No, no, per carità!” Non so se si potesse percepire anche dall’esterno, ma dentro vibravo, e, mentre stavo pronunciando la domanda, sentivo che stavo giocando un tutto per tutto, “non si sarà mica offesa che l’abbia scambiata per una straniera?”

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Poveri loro

26 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Poveri loro

Pasquale Sorrento era annoverato nella categoria degli scassacazzo-pagatori. Gli scritturisti, i venditori e i proprietari delle ditte del mercato generale del pesce di Roma classificavano i compratori, i pescivendoli al dettaglio, in base alle potenzialità d’acquisto, al grado di malleabilità nelle trattative e, soprattutto, alla celerità dei pagamenti (subito, in contanti, a fine settimana, a fine mese, alla fine di reiterate e sbraitanti richieste, mai). Pasquale Sorrento comprava tanto, pagava subito e, da conoscitore del mercato, spremeva da queste sue qualità il massimo di rigidità nelle trattative e del rispetto che gli era dovuto. Girovagava con fare distratto tra i plateatici, fiero del suo addome prominente (“omo de panza, omo de sostanza”), dei suoi scarponi larghi e slacciati, che strascinava come zoccoli, quasi indifferente al febbrile movimento che gli si svolgeva intorno, come se lui quel giorno non dovesse comprare (il grosso e il meglio glielo avevano già messo da parte le tre o quattro ditte di fiducia), si fermava, guardava questa o quella cassa, aspettava che il venditore gli dicesse “Pasca’, che te posso leva’?” (togliere, scansare, levare = mettere da parte, riservare a). “Pe’ prima cosa, nun me chiamo Pasca’. Quanto sfocano ‘sti merluzzi?” “15.” “Sì, te saluto.” E si allontanava senz’altro. “Pasquale, dai, vie’ qua.” Si riavvicinava. “’Sta cassa de merluzzi e ‘ste du’ casse de frittura, l’un per l’altro a 10 mila lire”. Metteva una mano sulla spalle del figlio che lo seguiva come un’ombra e passava oltre. Il figlio di Pasquale Sorrento era un giuggiolone grande e grosso come e più del padre con qualche ritardo nello sviluppo mentale.

A fine mercato lo raggiungeva la moglie Nerina. Una donna che in condizioni normali, a passeggio per il Corso, o in un ristorante di Testaccio, o più semplicemente di giorno, non avrebbe attratto sguardi di unanime concupiscenza, ma di notte, in un ambiente frequentato per la stragrande maggioranza da maschi fanfaroni, faceva la sua figura. E nella formazione composta in testa da Pasquale Sorrento e il figlio, seguiti da carrello trainato dal fido Romeo (facchino della ditta dove il Capo faceva gli acquisti più consistenti) e dall’operaio Rossano e chiusa dalla moglie Nerina, si passava nelle diverse ditte dove s’erano fatti acquisti, si pesava, si caricava sul carrello e la donna pagava il conto, subito, in contanti (portando un po’ d’ossigeno alle ditte sempre finanziariamente periclitanti).

Tutt’al contrario, Pieretto era cronicamente in debito. Il martedì e il venerdì notte in particolare (nei giorni, cioè, di massima affluenza al mercato) svicolava furtivo tra le ditte, era inavvicinabile, tesissimo, impegnatissimo, concentratissimo, perché doveva conciliare due esigenze pressoché inconciliabili: comprare la molta merce di cui aveva bisogno per un banco frequentatissimo dal popolino del Tufello e respingere i molti attacchi dei creditori pregressi che reclamavano la corresponsione di quanto loro dovuto. Abile quant’altri mai nella vendita, esperto e tempestivo nel fiutare l’aria del mercato, inarrivabile nel rimandare al giorno dopo i pagamenti, avrebbe potuto costruire un impero economico, se la natura non lo avesse appesantito del fardello del Vizio. Giocava. Ai cavalli. Ai cani. A carte. A battimuro. Era industre quanto un’ape mellifera nel produrre reddito e coglione quanto un levriero da corsa nel gioco. E Darwin avrebbe affermato che le due qualità erano reciprocamente correlate: produceva ricchezza per sprecarla e la sprecava perché la produceva. E tra lo spreco e la produzione lasciava sempre quel margine che lo costringeva a tirare il collo allo spasimo, fino a che, ogni tanto, doveva mettere un punto e ricominciare tutto daccapo.

Come tutti gli uomini virtuosi, Pasquale Sorrento aveva una debolezza ridicola: a dispetto del nome e di un ambiente infestato da napoletani, pugliesi, siciliani e tunisini, di nascita o d’origine, ostentava con orgoglio la sua romanità. Nella parlata, innanzitutto, sforzandosi di dire “drento” per “dentro” o “annammio” per “andammo”, ma anche negli atteggiamenti, nella grevità delle espressioni e delle posture, nella ricercata indolenza, nelle occhiate sprezzanti di chi sa già tutto, e quando gli capitava di accettare una proposta altrui guardava come per dire “me faccio frega’ solo perché nun me va de sbuggiardatte”. Il suo modello era l’Aldo Fabrizi della televisione e faceva mostra d’essere così pigro che, diceva, non si sedeva per non far la fatica di rialzarsi. I bambini ben’educati per i loro coetanei più poveri e più monelli usavano un’espressione che Pasquale Sorrento avrebbe volentieri sottoscritto per sé: “romanaccio”, con quanto di volgare, ma anche di positivamente definito essa comporta. Un romanaccio dice le parolacce, fa il gradasso, strilla e ride sgangheratamente, ma proprio per questo non può essere un farabutto, un usuraio o un criminale. Mutate le coordinate geografiche, una quindicina d’anni dopo lo si sarebbe definito un leghista antelitteram. Condivideva della Lega la meschinità bottegaia e la lacrimuccia scintillante per i bei tempi passati, sotto le quali si nascondeva un fondo più melmoso e nero che tanti vorrebbero considerare inestirpabile: un mondo di padroni, sottopadroni, servi e sottoservi.

Anche a non voler tener conto degli oggettivi ostacoli ai rapporti franchi e cordiali, lavoro notturno, sotto luci abbaglianti che indolenzivano le palpebre e ricordavano continuamente che si doveva aver sonno, in mezzo ad una folla turbinosa di persone, cose e merci, tra le qualion mancavano i bari, gli assassini e i tipi strani, e nemmeno il pericolo di vedersi tranciata una gamba da un carrello impazzito, o, più pacificamente, di vedersi rifilare una fregatura, anche a non tener conto di tutto questo, Pasquale Sorrento e Pieretto non potevano essersi simpatici. Uno era consumato da un fuoco esterno: la considerazione e il rispetto che gli altri dovevano avere di lui; l’altro da una tara interna che lo rosicchiava fino al midollo, che lo rendeva agile e scattante, ma sempre sul punto di sentirsi mettere una mano sulla spalla “Prego, venga con noi, la commedia è finita”.

“Piere’, tu ‘o sai, i sordi nun so’ li mii, so’ de Barbablu”. Ciò dicendo Settimio intendeva evocare magicamente attorno a sé quattro facciacce da galera che addossassero a Barbablu il lubidrio dei tassi d’usura e delle conseguenze spiacevoli per gli eventuali mancati pagamenti delle rate. Per Pieretto, invece, al colmo della gioia per l’aiuto prestatogli da Settimio, quella frase era un apriti sesamo che lo introduceva al possesso dei quei soldi con cui avrebbe pagato i conti più urgenti e che gli avrebbero consentito di riprendere una vita di mercato, di lavoro e di gioco più tranquilla. Riceveva 16 milioni e rilasciava un assegno scritto a matita di 20, che gli sarebbe stato restituito dopo aver pagato tutti i sabato 20 rate da un milione. Dopo aver esaurito i “crediti affettivi”, sorella, madre, qualche amico, era la terza volta che Pieretto provava un sollievo del genere. Nel buco creato con la prima aveva buttato dentro i terreni agricoli che la moglie aveva ereditato dai genitori, la seconda volta l’aveva coperto con le frasche dell’ipoteca della casa, ora, consumati i “crediti legali”, aveva trovato in Settimio il suo salvatore. Naturalmente, tutti sapevano, e Pieretto per primo, che i soldi non erano di Barbablu e non si poteva essere nemmeno sicuri che Settimio fosse autorizzato a servirsi del terribile nome – se non fosse per un pranzo del quale si favoleggiava e per il quale Settimio aveva passato tutta la notte di mercato ad accaparrarsi la mercanzia migliore seguito da una facciaccia brutta che presentava fieramente come “’n’amico de Barbablu”. Stavolta Pieretto, grazie alle premure e all’amicizia di Settimio, aveva aperto un buco enorme che poteva essere colmato solo dalla promessa indefettibile di non giocare più e di usare i suoi buoni guadagni per coprirlo. Solo dopo aver escogitato la soluzione, Pieretto fu scosso da un breve fremito di inquietudine, come di scampato pericolo: non era necessario promettersi di non giocare più, bastava non perdere più, convincendosi fermamente che cambiando le modalità del gioco, facendosi più furbo, mettendo a frutto una ineguagliabile esperienza di perdente, avrebbe invertito il corso, fino ad allora funesto, della fortuna. Povero lui.

S’era quasi alla fine del mercato, tra poco sarebbe comparsa Nerina e si sarebbe iniziato il giro del ritiro e del pagamento della merce, Pasquale Sorrento chiacchierava svogliatamente con uno dei venditori, il figlio a pochi metri da lui lo guardava estasiato. Un infame, profittando del passaggio di un carrello stracarico, senza farsi riconoscere, sibila all’orecchio del figlio di Pasquale Sorrento “Chiama tu’ padre, dije che Nerina l’aspetta ar cacatore”. E quello prese a gridare “Papà, Mamma ar cacatore…” Pasquale Sorrento pensa subito ad un malore, accelera il passo remando con le braccia affianco all’addome gonfio, alzando a fatica la pesante tara degli scarponi slacciati, raggiunge il figlio, “aspettame qui”, e prosegue uscendo dalla navata e avviandosi verso i bagni, quasi correndo e attirando, così, l’attenzione di quelli che lo vedevano. Nel frattempo gli occhi dell’infame, acquattati da qualche parte, si godono lo spettacolo. Sulla soglia dei bagni, come sempre, Scascione, il mitico guardiano dei cessi, è seduto su uno sgabello dietro ad un tavolino con su la ciotola delle monetine e i rotoli di carta igienica, vedendo arrivare Pasquale Sorrento gli si fa incontro come a volerlo fermare, preoccupandolo ancora di più. Lo scansa con un gesto autoritario, “’ndo sta?”, apre la porta della toilette delle signore e non la trova, così spalanca quella dirimpetto riservata ai signori (le porte non erano mai chiuse a chiave perché Scascione ne regolava impeccabilmente il traffico). La trova con le mutande e la calzamaglia calate fino alle ginocchia e la sottana tirata su, seduta su Romeo, a sua volta seduto sul water, che la teneva per le anche. Nerina si alza di scatto e solo allora Romeo s’accorge della presenza inopportuna di Pasquale Sorrento. Approfittando dell’umano stupore del marito, Nerina in un tutt’uno si ricompone alla bell’e meglio e lo scavalca, avvicinandosi quasi correndo al parcheggio delle macchine, inseguita dal figlio rincuorato nel vedere la madre in buona salute e in grado quasi di correre. Dopo un attimo di sbalordimento, Romeo, mentre si riabbottonava i pantaloni, dovette quasi piegare la testa per non far vedere che gli scappava da ridere. In piedi superava di una buona testa il rivale in amore e sarebbe andato via senza ulteriori danni se Pasquale Sorrento non lo avesse preso a spintonate. “A pezzo de merda” gli diceva. Romeo era uscito dai bagni senza reagire, camminava lentamente e guardava oltre la piccola folla che s’era radunata, Pasquale Sorrento lo raggiunse e lo spintonò di nuovo, disperato e quasi piangente, “a stronzo, a pezzo de merda”. “Bono, Pascà, sta bbono. Finimola qui, che è meglio pe’ tutti”.

S’era radunata un po’ di folla e, in mezzo ad essa, Pieretto, che sapeva sempre, per istinto, qual era il posto del mercato dove si doveva trovare (e ancor meglio sapeva quello dove non si doveva trovare). S’era radunata un po’ di folla, “Ch’è successo?” “Chi, Romeo co’ Nerina!” “Ansenti, aho!”, perciò Pasquale Sorrento non poteva finirla lì: si avventò di nuovo. Ma prima di essere raggiunto, Romeo si voltò di scatto e gli assestò un ceffone a tutta forza che lo buttò a terra, supino. Pasquale Sorrento, alla sua età, non aveva ancora imparato che non basta avere ragione per essere forti.

Saranno stati gli scarponi troppo larghi e slacciati che non facevano presa sull’asfalto, o l’addome così imponente, o le spalle troppo strette, o l’agitazione, ma Pasquale non riusciva a rialzarsi. Agitava le braccia e la gambe, ma proprio non riusciva a tirarsi su. Nessuno tra i divertiti spettatori si decideva ad aiutarlo, solo Scascione, il mitico guardiano dei cessi, in un moto di pietà si chinò offrendogli un braccio come appiglio.

Per qualche settimana Pasquale non frequentò più il mercato e affidava i suoi acquisti ad una persona di fiducia (si fa per dire). Nello stesso periodo Pieretto si godeva gli ultimi barbagli d’un sole occiduo: i soldi ricevuti stavano per finire e la certezza di non perdere più era stata sostituita dalla fiduciosa attesa di una grossa vincita risolutiva; e si fermava spesso, nei giorni di minor affluenza, a chiacchierare appoggiato sulla stanga di un carrello, facendo ciondolare una gamba, “…pareva un bacarozzo rivortato, pareva” raccontava e, povero lui, si sbellicava dalle risate.

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Pietas per i volatili che più non siamo

24 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Pietas per i volatili che più non siamo

La finestra della mia camera affaccia sul marciapiede che conduce alla piccola stazione del treno metropolitano. Il treno degli studenti, degli impiegati, degli operai e degli immigrati pendolari. Osservo spesso e a lungo le persone che percorrono quel segmento di marciapiede offerto al mio sguardo. Tra questi passanti, visti e rivisti più volte, in diverse stagioni, in condizioni meteorologiche diverse, ad orari diversi, due mi colpiscono in modo particolare. La prima è una donna, sui trentacinque, quarant’anni, non bella, con gli occhiali spessi, i capelli castani lisci e fini, stretti in trecce o crocchie che lasciano fluttuare ciocche ribelli o troppi esili per essere raccolte, camicetta leggera, gonna aderente, a tubino, che le imprigiona le cosce fino allo spacco all’altezza delle ginocchia, scarpe lucide, a punta, tacco alto. Forse perché incapace di indossare questi abiti con il sussiego richiesto o perché istintivamente refrattaria ad attirare lo sguardo del maschio o per il viso anonimo e gli occhi spenti, nulla in lei suscita sensualità, così gli abiti che dovrebbero esserne il viatico sono come stilemi raffinati di una lingua che non sa parlare, o non vuole.

L’altro è un uomo anziano, sulla sessantina, addosso al quale la giacca, la camicia, la cravatta, i pantaloni sembrano calati quasi alla rinfusa e solo per caso al posto giusto. Nel modo di camminare svagato, nella figura bislacca, nella rotondità del cranio e dell’addome ricorda Poldo, il mangia-panini del fumetto di Braccio di Ferro (il galeotto domesticato a mo’ di tenerone instupidito che del perturbante vitalismo cieco e violento delle sue origini mantiene solo i segni esteriori: la testa rasata e il tatuaggio. Segni oggi adibiti ad altre domesticazioni). Da lontano, non posso esserne sicuro, ma non mi stupirebbe vedergli la giacca calata da un lato, il lembo della camicia che fuoriesce dalla cintola dei pantaloni, una stringa slacciata.

Sono figure innocue, quasi tenere, se non provocassero una profonda compassione quando, sentendosi in ritardo, corrono trafelati per non perdere il treno. Nella donna, la gonna troppo stretta accentua la protuberanza dei glutei, rendendola sproporzionata, e le cosce, imprigionate dal tessuto, non possono allargare il raggio d’azione, sicché deve alzare le ginocchia, slanciare in avanti i piedi, rendendo ogni passo insidioso per via delle scarpe scomode. Solo il martellamento dei tacchi sull’asfalto indurrebbe chiunque a rallentare il passo, non lei, di certo incalzata da una forza superiore. L’uomo, fors’anche per l’età, è ancora più compassionevole: le braccia semiprotese all’altezza del petto (immagine stilizzata di un vero corridore) dalle quali pendono, a destra, la ventiquattrore, e, a sinistra, l’ombrello, che, oscillando, lo intralcia e lo tortura proprio là dove nessuna donna lo accarezzerà più per amore. Vista la quasi impercettibile differenza di velocità tra il suo camminare e il suo correre, questa postura faticosa sembra quasi un’espiazione. E le facce contratte nella deformazione, disperate, nell’apnea del pensiero e del fiato, ricordano quelle di una gallina scacciata da un invisibile gallo e di un pinguino minacciato dallo scioglimento dei ghiacci. Perché, dopo aver rinunciato alla bellezza, grattano via in questo modo anche quel po’ di serenità che ogni rinuncia reca in dono? Se potessero vedermi, distoglierei lo sguardo.

Mi sono informato: lei è intermediatrice finanziaria, lavora per un’agenzia immobiliare, vende appartamenti, in tutt’altro modo, evidentemente, degli ambigui e infidi sensali d’un tempo; lui è un impiegato del catasto vicino alla pensione. Perché non possono tardare? Quale giovane concorrente o quale potente capufficio potrebbero cancellare il solco del loro passaggio sul pianeta? Riesco a sentirne finanche il dolore fisico del dopo-corsa, i conati di vomito, la ribellione del braccio atrofizzato che si rifiuta di riprendere la posizione naturale. Quale treno in anticipo rincorro o ho rincorso anch’io? E questa sedia? E queste ruote? Cosa sono? Una grazia, una disgrazia?

La donna l’ho rivista, una volta, alle otto di sera, agganciata al guinzaglio di un cagnetto, prima della cena, sui bordi asfaltati ai confini delle pinetina, per i bisogni fisiologici del tirannico animaletto, non proprio in vestaglia e ciabatte, concedendo quel tanto di corda che non la facesse entrare troppo all’interno, in blusa e sandaletti, più distesa, sempre un po’ in ansia, però. Il cagnolino bizzoso la strattona, le fa sfuggire di mano il manico del guinzaglio, fallisce il tentativo di bloccarlo con il piede, il cagnetto scaracolla tra gli alberi all’imbrunire, trascinandosi dietro la corda e il manico a ricordo di un’antica schiavitù. Il mio angusto punto di osservazione, lo sguardo fisico ed empirico, non m’ha concesso di saperlo: gli sarà corsa dietro, in una comica finale?

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Marco Melani

22 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Marco Melani

D’improvviso, nel pieno di un sonno che avrebbe ritenuto profondo, Marco Melani fu risvegliato dal suo stesso russare. Un rumore sgradevole, volgare e insistito, che lasciava in bocca un sapore acre, secco e caccoloso.

La stanza era avvolta nel buio, lo schermo convesso del televisore rifletteva, distorcendola, la luce rossa della radiosveglia: 3:45. La finestra era chiusa. Tastò di lato: il corpo silenzioso di Milena giaceva addormentato accanto a sé. Pensò di aver sognato.

Si riaddormentò quasi subito. E quasi subito si risvegliò per lo stesso motivo. Stavolta non poteva aver sognato, il rumore doveva averlo sentito veramente, si sollevò torcendo il collo per guardare la radiosveglia: 3:50. Milena continuava a dormire e non sembrava disturbata dai rumori e dai movimenti di Marco. Cercò di riagganciare il rumore alle ultime immagini oniriche: nulla, non ne aveva conservata nessuna. Sorrise pensando a quando lo avrebbe raccontato alla moglie: “Mi sono svegliato per quanto russavo, ma tu non ti sei accorta di niente? Poi dici che c’hai il sonno leggero.” Da supino passò sul fianco, chiuse gli occhi. Di nuovo il rumore e di nuovo gli occhi aperti. Scattò seduto sul letto “Cazzo, ma che c’ho?” Infilò i sandali, andò in bagno, nettò con cura il naso, tornò a letto irritato per la perdita di sonno e perché l’irritazione gli faceva perdere il sonno. Si riaddormentò ancora altre due o tre volte e sempre fu immediatamente risvegliato.

Alle 7:15 Milena lo trovò lavato, sbarbato, vestito. “Già sei pronto?” constatò sonnacchiosa aprendo il frigorifero. “Mi sono svegliato alle tre e mezza e non mi sono più riaddormentato” “Si vede, c’hai na faccia…Com’è?” “Non lo so, mi sembrava di russare…” Come aveva immaginato, Milena rise di gusto.

Allo sportello dell’ufficio comunale dove fungeva da impiegato, tutto si svolse pressoché regolarmente. Solo fu un po’ più sensibile agli squilli improvvisi del telefono, rispose un po’ più seccamente alle domande stupide degli utenti e chiese gentilmente alla collega della postazione affianco di spegnere la radio “Ho un po’ di mal di testa, ti dispiace…”.

Per tutta la notte successiva si addormentò e si risvegliò di continuo sotto lo sguardo allarmato di Milena. “Ma possibile che tu non lo senti. Non senti che russo?” “Sì, ma è proprio un attimo, ti risvegli subito”. Lei provò tutto quello che era in suo potere: camomilla, carezze, massaggi, cantilene, canzonature, profferte sessuali. Marco camminava avanti e indietro lungo la stanza, andava in bagno, accendeva la televisione in soggiorno, apriva la finestra e respirava l’aria gelida della notte, bestemmiava. Poi guardò Milena che si stava addormentando e ne fu sollevato, non fece rumore e aspettò il mattino.

“Allora?” domandò lei appena sveglia. “Niente, t’ho guardata dormire” “Oggi vai dal medico, però”.

Né il farmacista né il medico riuscirono a trovare rimedi efficaci. Marco non provava nemmeno più ad addormentarsi sperando di crollare da un momento all’altro, perciò aveva smesso di uscire di casa. Tisane, calmanti, sonniferi sempre più forti e pericolosi lo avevano soltanto rincoglionito.

Durante la terza notte, Milena l’aveva convinto a turarsi le orecchie, lei lo avrebbe vegliato, accarezzato, coccolato. Appena addormentato, la moglie si chinò su di lui, accostando l’orecchio alla sua bocca. Marco si svegliò di colpo e, come per liberarsi da un incubo, si tirò su colpendo violentemente con la fronte il viso di Milena che prese subito a sanguinare. Lei corse in bagno, metà ridendo e metà piangendo, lui si alzò e rimase ad osservare, senza pensieri, la macchia di sangue sul lenzuolo bianco che prima si era allargata rapidamente e ora, conquistato il terreno, si consolidava e si espandeva lentamente.

Dopo dieci giorni d’inferno, il neurologo propose il ricovero in una clinica specializzata nel trattamento dei disturbi del sonno. Ma Marco e Milena erano sempre stati in buona e giovanile salute, non avevano l’assicurazione necessaria e coprire i costi del ricovero superava ogni loro più generosa possibilità. Sempre più intontonito, vacillante, consunto, non sapeva che fare: l’assicurazione… dormire… no, la corda!... offrirsi come cavia… lo sgabello, aiuto… Milena, aiutami… sì, confesso… dormire… sono stato io.

Cadde in uno stato di prostrazione catatonica: il cervello non coordinava più le funzioni vitali al pensiero, continuava a mantenere in vita il corpo per inerzia e sfruttando quel po’ di cibo che Marco controvoglia e solo per la tenacia di Milena continuava ad ingurgitare. Ma le funzioni psichiche erano disarticolate, i centri nervosi inviavano impulsi discontinui, scentrati, fuoriluogo. Non era più in grado di produrre volontà e comportamenti conseguenti.

Si allettò, senza mai più riaddormentarsi, dapprima a casa, poi in una stanza d’ospedale alimentato artificialmente, sotto lo sguardo implorante di Milena.

Morì un mese più tardi e nell’ultimo lampo di lucidità, quello dell’agonia, si ritrovò fratello di Pio Angelucci seviziato in nome del Papa-Re nel 1754 con la tortura del sonno e morto per il terrore di addormentarsi.

“L’imputato veniva fatto sedere su uno sgabello appuntito, tenuto in precario equilibrio da una cinghia di cuoio che gli passava intorno al petto alla quale erano attaccate delle corde fissate alla parete; i piedi erano legati ad un bastone in maniera che le gambe fossero divaricate al massimo, e il bastone era fissato con una corda alla parete di fronte; le braccia infine erano tirate dietro la schiena, legate per i polsi e tese da una corda fissata alla parete dietro l’imputato. Talora per l’enorme sforzo fisico provocato da questa posizione, l’imputato aveva un collasso e moriva, e spesso lo sgabello provocava gravi ferite ai glutei” (Luigi Cajani, Giustizia e criminalità nella Roma del Settecento, in Ricerche sulla città del Settecento, a cura di Vittorio Emanuele Giuntella, Edizioni Ricerche, Roma 1979, pag. 275).

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Giovanni Buffoni

20 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni, #racconto

Giovanni Buffoni

Giovanni Buffoni pregustava già il piacere che avrebbe avuto dicendolo a Marlene. Finalmente dopo un anno e mezzo di bella vita, le avrebbe potuto offrire qualche settimana di vita bellissima. Finora la bella vita era stata inframmezzata da qualche noia: gli impegni di lavoro, gli incontri con il figlio, gli appuntamenti con l’avvocato, le udienze davanti al giudice affianco a quella strega della ormai (Dio mio, che liberazione) ex-moglie. Ora che tutte le villette del comprensorio Poggio Ameno erano state vendute e che le banche erano state pienamente soddisfatte e che le minacce s’erano trasformate in invito a intraprendere nuove avventure, che il figlio aveva programmato un soggiorno di due mesi negli Stati Uniti, ora sì, aveva potuto prenotare quella crociera sul Mediterraneo che avrebbe lasciato Marlene a bocca aperta. A sessant’anni in giro sul mare azzurro assieme a una bella ragazza di venticinque, bionda, formosa, gentile, sì, forse un po’ imbronciata qualche volta, ma comunque sempre disponibile alle carezze o al sesso, beh, cosa poteva chiedersi di più! L’entusiasmo gli aveva fatto prendere sottogamba che di venerdì pomeriggio 24 giugno volersi spostare da Viale Marconi verso Torvajanica percorrendo la Pontina è cosa da sfidare il più placido degli uomini, figurarsi lui che bolliva dal desiderio di far saltare di gioia la sua Marlene e non voleva certo dirglielo per telefono, voleva averla davanti a sé, farsi inondare dal suo (presunto) stupore estatico. Giovanni Buffoni non aveva né l’attitudine né la pazienza per chiedersi se veramente per Marlene quella notizia sarebbe stata poi così eccitante, fatto sta che il più delle volte, quando ritardiamo la comunicazione di una notizia che riteniamo entusiasmante ubbidiamo a un impulso egoistico (non molto diverso dall’impulso che guida la beneficienza pubblica): la persona attinta da tanta benevolenza ne deve godere non per sé e in sé, bensì per nostro tramite e dev’essere un mezzo per aumentare la considerazione che desideriamo che quella persona abbia di noi.

Già all’altezza del Raccordo, prima e seconda, prima e seconda, freno, frizione e acceleratore, quest’ultimo appena sfiorato, il muscolo della coscia e il tendine della caviglia già cominciavano a dolere. In più la suoneria del telefonino, con il display che annuncia, non Marlene, come aveva sperato, no, non Marlene, il display annuncia, e proprio non se l’aspettava e proprio non voleva crederci, Adele. Non rispondere sarebbe stato inutile, perché la sua ex-moglie avrebbe continuato a farlo squillare fino a notte inoltrata e gli avrebbe rimproverato che neanche per un grave incidente del figlio sarebbe stato rintracciabile.

  • Sì, pronto.
  • Ah, buongiorno. Dove sei?
  • Cosa importa a te dove sono io.
  • Giusto. Stai venendo a prendere Gianluca? O te ne sei dimenticato?

Se n’era proprio dimenticato. Prima che Gianluca partisse per gli Stati Uniti, spettava loro o dovevano sopportare un altro fine settimana insieme.

  • Non me ne sono dimenticato. Ci ho parlato e gli ho spiegato che ci vediamo domenica pomeriggio. Lui sa perché. Ciao e buon fine settimana

Contava di poterlo avvertire subito dopo essersi liberato dal morso canino di Adele, ma non fece in tempo a premere il tastino rosso e del resto sarebbe servito a poco conoscendo l’ostinazione della ex-moglie.

  • Ah, e quando glielo avresti detto, visto che Gianluca è qui affianco a me e non ne sa niente ed è così scrupoloso che prima di uscire per fatti suoi ha voluto che ti avvertissi…
  • E tu giustamente non ti sei fatta pregare. Da madre premurosa e tutta votata al benessere del figlio, soprattutto dopo che il bel Maurizio…
  • Sei proprio egoista e meschino.
  • Tu invece sei una rompipalle frustrata. E ti ricordo che hai cominciato tu con il bel Maurizio, il quarantenne palestrato che si è tolta la curiosità per la babbiona in calore e poi…
  • Io invece ho qualche comunicazione da darti. Lo sapevi che la dolce Marlene prima di trovare il grande amore, il padre putativo, o il nonno, il vecchio porco, tanto per dire, divideva una monocamera con tre marocchini…
  • Non me ne frega nien…
  • Ma ancora non sono riuscita a sapere se l’affitto lo pagava in natura o coi quattro soldi guadagnati pulendo i cessi!
  • E tutte queste belle cose tu come le sai?
  • Le so, le so mi sono inform…
  • Un investigatore privato! Hai preso un investigatore privato! Ma è fenomenale! Sei molto peggio di quanto si poteva mai immaginare! Oppure mi ami talmente tanto da interessarti ancora dei cazzi miei.
  • Per carità, bello mio! Voglio solo impedire che il culo e le tette di un’immigrata si mangino il patrimonio di mio figlio…
  • Che madre deliziosa…Sappi comunque che Marlene diventerà mia moglie e che tra pochi giorni andremo in crociera. Sì, proprio quella crociera che non abbiamo fatto per colpa tua e del bel Maurizio. Te lo ricordi? Il medico me l’ha sconsigliata, potrei soffrire il mal di mare, non me la sento di lasciare Gianluca da solo…Quante cazzate: erano i pettorali di quel cretino che non volevi lasciare. Povera imbecille!
  • Ah, un’altra cosa ho saputo. La dolce Marlene faceva i bocchini al tuo avvocato prima di trovare il grande amore: gli faceva le pulizie a studio e gli faceva i bocchini. Com’è non te l’ha detto il tuo grande amico, il grande avvocato De Santis?
  • Tu vedi troppo televisione, Mora, Fede e la Minetti ti hanno fatto dare di volta al cervello. E almeno in televisione ci mettono il bip, visto che Gianluca è lì vicino a te…
  • Vuoi fare l’innamorato e invece sei solo un vecchio porco!
  • Sì, ma c’è solo una cosa peggiore di un vecchio porco, una vecchia porca!!

Stavolta il tastino rosso l’aveva premuto e non avrebbe saputo dire se “stronzo” l’aveva sentito o solo immaginato. E non fece nemmeno in tempo a domandarselo perché aveva dovuto frenare a secco per non tamponare la macchina che lo precedeva, per altro con la paura di farsi beccare dalla macchina dietro: aveva preso un po’ di velocità prima della curva, prima, seconda, terza, 40, 60, 80 all’ora e subito dopo di nuovo come prima, tutti fermi, a smadonnare per telefono, de visu o nel pensiero.

“Se morirò in un incidente stradale, morirò a questa maledetta curva della Pontina!”

Avevano gridato tutto il tempo, fino a farsi dolere la gola e le vene del collo. Aveva bisogno di rifarsi un po’ la bocca, e giacché aveva ancora il telefonino in mano, decise che non avrebbe aspettato di essere chiamato.

  • Ciao, dolcezza mia, che fai?
  • Sono in spiaggia e mi rompo.
  • Sto arrivando. Sono sulla Pontina, una mezz'ora e sono lì.

Press’a poco le stesse parole che migliaia di mariti, fidanzati, amanti stavano dicendo a quell’ora, su quella strada e con quel tono alle migliaia di mogli, fidanzate e amanti da sole sulla spiaggia. Per fortuna le cose si stanno un po’ mescolando e cominciano a esserci centinaia di mogli, fidanzate e amanti che possono dire la stessa cosa.

  • Mi avevi detto che stavi qui ieri sera.
  • Dolcezza mia, sono rimasto a Roma a prepararti una sorpresa…Ma ti dico dopo, sennò va a finire che vado addosso a qualcuno.

Ritardare, invece, una brutta notizia è spesso un atto d’amore: prolungare l’inconsapevolezza dell’altra persona di una morte o di una malattia grave o di un licenziamento o di una bocciatura, significa tenerla più lontano possibile da una sofferenza. Ma anche quest’atto d’amore ha una coda controversa: la persona salvaguardata potrebbe rimproverarci di aver nascosto una verità. Se invece la brutta notizia è contenuta in una domanda che a sua volta contiene un sospetto, e la brutta notizia sarebbe “ho motivo di dubitare di te”, allora il ritardo o la cautela tornano ad avere un’origine egoistica: se il sospetto è fondato non avremmo più la possibilità di credere che la cosa non sia avvenuta e dovremmo sobbarcarci il faticoso compito di ricostruire una nuova architettura d’illusioni per continuare a vivere e considerarci come prima.

Glielo avrebbe chiesto? Avrebbe avuto il coraggio di domandarle “Prima di conoscermi, andavi a letto con Vito, l’avvocato De Santis?”

Se lo avesse fatto, la cosa sarebbe andata press’a poco così. Immerso nell’acqua della piscina, avrebbe goduto dei movimenti rallentati, grazie al liquido che l’avvolgeva, alla frescura, alla quiete che gli offriva, avrebbe sentito che le cose più spigolose, gli aculei più fastidiosi possono ammorbidirsi, possono sciogliersi in modo quasi naturale o magico, si farebbe fatto l’idea che in fondo era una domanda come un’altra. Poi seduto sul lettino, continuando a frizionarsi la testa con l’asciugamano, sfruttando la scia di benevolenza che la notizia della crociera avrebbe dovuto assicurargli, “Senti, Marlene, ho bisogno di sapere una cosa. Prima di conoscermi o quando ci conoscevamo appena, andavi a letto con Vito?” Marlene, immobile, sdraiata sul lettino, senza togliersi gli occhiali da sole, senza dare a vedere un minimo di turbamento, come se le avesse chiesto se non volesse un gelato, avrebbe risposto “ma che dici, che ti viene in mente?” “Davvero, solo per curiosità.” Marlene si sarebbe alzata di scatto, avrebbe gettato sdegnata gli occhiali sul lettino, “no, non ci sono stata a letto, va bene adesso?” avrebbe detto. E se ne sarebbe andata verso la piscina a passo rapido, portandosi via quel bel corpo bianco nonostante i tentativi di rovinarlo con l’abbronzatura e sodo.

Sì, ma in realtà Adele aveva parlato di altro, si sarebbe detto Giovanni. Ma al ritorno dalla piscina non avrebbe avuto modo di precisare la domanda.

Il disgusto e il disprezzo che Marlene provava per quest’uomo che sembrava spiarla quando si vestiva, che era tutto contento quando, durante le compere – lo shopping, diceva lui -, tra le due paia di occhiali firmati lei sceglieva non quello che le piaceva di più, ma quello che costava il doppio dell’altro, e che prima di metterle le mani addosso le chiedeva ogni volta “ti va, amore mio. Sei sicura che ti va?”. Ora a quel disgusto e a quel disprezzo dissimulati e tradotti in sorrisini timidi e imbarazzati, ora poteva aggiungere il corpo flaccido, abbandonato, soddisfatto di sé e della grandiosa notizia che le aveva portato, mezzo o tutto addormentato su questo lettino da spiaggia sotto il sole e, soprattutto, poteva aggiungere questo filo di bava che colava da un lato della bocca e che Giovanni, mezzo o tutto addormentato, non sembrava sentir colare e non asciugava. Quel disgusto e quel disprezzo erano stati sovrastati, dopo che gli aveva gettato sul viso un piccolo asciugamano, “pulisciti, non vedi che sei sporco?”, dopo che l’aveva scosso sempre più violentemente, dopo che aveva gridato, dopo che aveva tentato di svegliarlo a voce sempre più alta, dopo aver chiamato aiuto, dopo essere inorridita, quel disgusto e quel disprezzo erano stati inghiottiti dal ribrezzo retrospettivo per aver toccato un morto.

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Aggrappati alle recinzioni

18 Gennaio 2015 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #paolo mantioni

Aggrappati alle recinzioni

Anch’io ho fatto parte di quel popolo di genitori che, tra il sabato pomeriggio e la domenica mattina, aggrappati alle recinzioni, prendono d’assedio i campetti di periferia e guardano il proprio figlio disputare la partita che corona una settimana di allenamenti, d’impegni per accompagnarlo e andarlo a riprendere, incastrando turni, orari e percorsi, accumulando fatica da lavoro e dovere di genitore. Una settimana ripagata anche dalla piccola soddisfazione che proviene dagli ammaestramenti fatti di consigli tecnico-atletici e di giudizi sui compagni e sui metodi e le scelte del mister. Un popolo, nella gran parte dei casi, sommesso e disponibile, che talvolta ha travalicato il confine che ne certifica l’invisibile esistenza finendo sulle pagine di cronaca dei giornali per le maleparole, le baruffe, le violenze vere e proprie che hanno provocato la sacrosanta indignazione della comunità visibile, quella che può parlare, perché ne ha i mezzi materiali e perché dispone della strumentazione analitica, culturale, linguistica e retorica necessaria. Denunce e sdegni che hanno condannato, genericamente, superficialmente, e presto dimenticato, quelle escrescenze tumorali di un’epidermide, per il resto, tutto sommato, sana. Un popolo di genitori che ha dentro di sé un magma di valori civili, etici e sociali che si scontra, nelle occasioni delle partitelle e spessissimo in tutte le altre occasioni della vita quotidiana, con un fuori che li nega, talvolta addirittura li disprezza, rendendoli inservibili e inapplicabili. Un magma, bisogna ammetterlo, scarsamente coltivato dall’interno e quasi mai irrorato dall’esterno. Dunque, più che delle escrescenze tumorali, bisognerebbe sorprendersi della loro relativa rarità.

Sono stato uno di quei genitori e lo sono stato in diverse versioni, in momenti diversi e secondo stati d’animo diversi, contradditori e complessi. Dalla linea cronologica che tiene insieme quest’esperienza, posso estrarre tre o quattro situazioni privilegiate, a mio modo di vedere, particolarmente significative, senza però dimenticare che fanno parte di una linea per lo più piatta e opaca, semi-cancellata dalla memoria.

Ho rivissuto, empaticamente, le emozioni primordiali del piccolo calciatore che ero stato, ho trattenuto il respiro insieme a quello del piccolo calciatore attuale, separato da lui da qualche metro e da un monte di anni, prima del rigore decisivo, assieme a lui ho fatto istintivamente partire la gamba uscendo dall’apnea.

Ho dapprima subito silenziosamente e poi reagito collericamente per i comportamenti aggressivi di alcuni genitori di parte avversa. E ho visto trasformarsi la collera in rabbia, l’ho vista separarsi dal suo motivo attuale e contingente, una partitella tra ragazzini condizionata surrettiziamente dal vocio esacerbato dei troppo interessati spettatori, per unirsi a principi superiori, giustizia, correttezza, tolleranza, ma l’ho vista esprimersi, però, nelle stesse forme e nello stesso linguaggio del loro esatto contrario.

E me lo sono ricordato quando, in un’altra versione, alle prime avvisaglie, prima che l’aggressione verbale altrui e la rabbia mia montassero, ho difeso il giovanissimo arbitro gridando frasi come “ma lasciatelo in pace! Dovreste ringraziarlo di sacrificarci le domeniche per farci divertire!” Ridicolizzando, in un incongruo afflato sentimentalistico, me stesso, l’arbitro, le domeniche e il campetto tutto.

In un'altra versione ho avuto paura: le parole, le posture, le facce livide di quelli che avrei dovuto provare a far ragionare non promettevano nulla di recuperabile. Ho taciuto esattamente come quelli pretendevano che facessi. Ho avuto paura della mia incolumità fisica? O ho avuto paura di finire sui giornali come un bell’esempio diseducativo?

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Paolo Mantioni, "Le età della vita"

8 Maggio 2013 , Scritto da Patrizia Poli Con tag #poli patrizia, #recensioni, #paolo mantioni

Paolo Mantioni, "Le età della vita"

Le età della vita

Paolo Mantioni

Bebert edizioni, 2013

pp152

13.00

Mi pare che tu non riesca a credere veramente in nulla di quello che fai, non ti consumi fino in fondo, continui a mantenere un controllo che ti serve per restare fuori. Ma così rischi di rimanere fuori dalla letteratura, dal lavoro e pure dalla vita.” (pag 86)

Ci sono persone che si guardano dall’esterno e non sono mai convinte o immerse in ciò che stanno facendo, restano sempre un passo al di fuori. Invece, per vivere, per fare carriera, per inserirsi bene nel sistema, bisogna essere agguerriti, disciplinati, disposti a compromessi, a non avere dubbi. Il protagonista di “Le età della vita”, alter ego giovanile dell’autore, è una di queste persone.

L’io narrante è un universitario, matricola di Lettere che, per mantenersi agli studi, lavora di notte ai mercati generali di Roma, come grossista di pesce. Apparentemente felice, ama lo studio, che lo fa volare in cieli intellettuali dai quali si sente irrimediabilmente attratto, ma ha anche un buon rapporto col suo lavoro, in grado di mantenerlo con i piedi per terra, di offrirgli il necessario distacco per vedere le cose con obiettività e non perdersi in un iperuranio di astrazioni filologiche. Ha pure una fidanzata che gli dà tutta se stessa, che gli vuole bene, che lo sprona studiare, a costruirsi una posizione come si deve.

Il suo lavoro lo mette a contatto con un’umanità variopinta, pittoresca, popolare, di cui si sente parte e dalla quale, nello stesso tempo, prende le distanze da persona colta.

Di tanto in tanto, come d’abitudine, interrompeva brevemente la lettura per assaporarne più pacatamente il gusto, per prolungarne e trattenerne il godimento, quasi a confrontarla con quanto di brutto e incomprensibile gli ruotava intorno.” (pag 53)

Ma anche lui appartiene a quel mondo, anche lui parla quel dialetto plebeo, anche lui è uno di loro, senza, tuttavia, esserlo fino in fondo.

Questo era il mondo popolare dal quale veniva e che amava frequentare ora che i libri lo aiutavano a distaccarsene, ora che poteva vederlo anche con gli occhi degli autori più amati e che poteva scomporlo con gli schemi analitici degli studiosi più in voga.” (pag 72)

Riesce ad analizzarne i meccanismi linguistici e le dinamiche umane, barcamenandosi fra i due mondi, tenendosi in equilibrio fin quando gli è possibile. Ma viene un momento in cui qualcosa si spezza e l’alienazione cresce, il senso di estraneità deflagra.

Qualcosa stava cambiando. Tra il “cacatore “ di Pieretto e il “sublime” di Patrizi da Cherso la forbice si andava facendo troppo ampia. Rischiava di perdersi in una terra prosciugata, abbandonata dall’uno e dall’altro. Il senso di non appartenenza lo stava ghermendo.”

Pure nelle vite che sembrano scorrere con più facilità, che paiono scivolare su ottimi binari, qualcosa stride, frena, blocca lo scorrimento: si chiama paura e può farti deragliare.

Sono due le paure che aleggiano nel romanzo, una è quella inconfessata che non accada nulla, che tutto vada come deve andare, che la fidanzata si trasformi in moglie, il lavoro precario diventi occupazione stabile, gli studi portino alla laurea e al posto fisso; l’altra, invece, che capiti l’imponderabile, lo scarto, lo scherzo cattivo del destino pronto a cambiare tutto, a distruggere, rivoluzionare, scompaginare.

Entrambe queste angosce sono identificate dal personaggio di Carmine Avagliano, uomo al limite, borderline fra un’esistenza quasi normale e una da barbone. Carmine rappresenta un incontro casuale per il protagonista ma di quelli che ti folgorano. Carmine, un tempo, era un laureato pieno di speranze e in procinto di sposarsi. Poi Elsa, la sua fidanzata svizzera, è morta in un incidente, e Carmine è andato lentamente alla deriva, ha smesso di studiare, di lavorare, mantenendo però il suo alloggio, seppur spoglio di ogni suppellettile, mantenendo una parvenza di regolarità fatta di dormite, di passeggiate, di una finestra dalla quale ancora guardare fuori.

Carmine è ciò che il protagonista potrebbe diventare se si lasciasse sommergere dal nulla, ma è anche, sottilmente, simbolo positivo di ribellione al sistema, a una vita conosciuta e prevedibile.

Il protagonista decide di mettere ordine nelle carte di Carmine. Non sa perché senta l’esigenza di farlo, visto che, sistemare la vita dell’altro significa scardinare la propria, non andare al lavoro, perdere le lezioni dell’università, litigare con la fidanzata. Più che i fogli di Carmine si accumulano in pile ordinate, più che la vita del protagonista va all’aria.

Voglio capire, voglio dargli un senso.”

”Il mondo non ha senso”

“Il mondo, no. Ma ogni sua singola componente, sì.” (pag 56)

Il bisogno di archiviare, di catalogare, è lo stesso che porta l’autore a descrivere con faticosa minuzia tutte le operazione del mercato, come se analizzando ciò che lo circonda, egli possa esercitare una qualche forma di controllo sulla propria vita - forse non proprio quella desiderata - e su se stesso, sui propri impulsi, su quel misto di alto e basso, di istinto e cultura, che lo caratterizza senza fondersi mai completamente, e che si riflette anche nella lingua, incisiva, curata nei minimi particolari, ma intersecata dal dialetto romanesco. “Un romano laureato in letteratura potrà mai spiccicarsi di dosso il romanesco?”

Raffinato e proletario, letterato e volgare, si alternano e s’incrociano come trama e ordito per tutto il romanzo.

Ma vaffanculo!

Il gesto apotropaico susseguente (fregarsi i testicoli, insomma) era assolutamente inevitabile. La superstizione accompagnata energicamente alla porta, tolleranti ma decisi, da Montesquieu, Leopardi e Lévi – Strauss, rifaceva capoccella dalla finestra, e chi le faceva da sgabello intrecciando le dita delle mani all’altezza dell’inguine? Un divertito e malizioso “Richetto er pesciarolo”, detto Lo Scaltro” (pag 70)

Sembrerebbe, a prima vista, la stessa operazione linguistica pasoliniana, solo che qui la mimesi è totale e non c’è lirismo nella lingua di Mantioni, solo un’operazione lucidamente razionale. Tuttavia, nonostante questo intellettualismo, nonostante la meticolosità con cui sono descritte certe scene, il romanzo non è faticoso, scorre, crea attesa e curiosità nel lettore.

C’è poi, anche se non del tutto sviluppato, il filone psicanalitico, che si ritrova nei racconti infantili a conclusione del romanzo. È come se l’autore accennasse a qualcosa di cui, tuttavia, non arrischia parlare. Se ci si potesse inoltrare nei meandri della psicanalisi, ci dice, le scoperte sarebbero tante e tali che un racconto solo non basterebbe, lo scavo interiore potrebbe davvero far uscire la vita dagli schemi autoimposti, trasformandola in scheggia impazzita, in lettera senza collocazione che può volare al primo colpo di vento.

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"Bianca come la Neve" recensione di Paolo Mantioni

29 Aprile 2013 , Scritto da Paolo Mantioni Con tag #poli patrizia, #recensioni, #paolo mantioni

"Bianca come la Neve" recensione di Paolo Mantioni

Io sono sempre molto attento ai dati formali, al modo in cui il testo si costituisce e allo stile in cui è reso, perciò prendo le mosse da quella che mi è sembrata una novità di rilievo di “Bianca come la Neve” rispetto ai due romanzi precedenti. Nel racconto la voce narrante protagonista della vicenda ha una preminenza assoluta rispetto agli altri personaggi, che, però, hanno anche loro diritto ad esprimersi in prima persona, per altro introdotti da una formula - “parla Radu” “parla padre Bernardu”, ecc. - che fa pensare a un che di solenne, analogo alle inserzioni del coro nelle tragedie greche. È come se al centro della narrazione ci fosse la voce narrante della protagonista e intorno, a raggiera, quella dei personaggi secondari, come a costituire un “centro” o un dentro” rispetto a un “fuori”. Il procedimento mi pare molto originale (uno dei rimproveri che facevo all’autrice era proprio la mancanza di originalità, ma tra la tecnica narrativa de “Il Respiro del Fiume” e quella de “Il Volo del Serpedrago” c’è stata una evoluzione e una personalizzazione che smentiscono le sue stesse parole, “voglio essere una semplice narratrice” - per altro non si è mai “una semplice narratrice”). Un procedimento già abbozzato con il diario di Orfeo in “Signora dei Filtri” e in parte ripreso anche nell’ultimo racconto e che risponde a una tematica molto presente nella scrittura della Poli e di rilievo personale ma anche, diciamo così, filosofico-religioso. C’è, nella sua scrittura, una forte, addirittura violenta, dialettica tra “dentro” e “fuori”, tra le pulsioni profonde, represse o scatenate e il giudizio esterno, le conseguenze della repressione o dello scatenamento. Per questo discorso, aggiungo un altro dato formale di rilievo e che riguarda in particolare “Bianca come la Neve”: il testo è puntellato da “prolessi”, ovvero più volte si fa riferimento alla soluzione dell’intrigo, a quando la situazione della protagonista e degli altri personaggi non sarà più la stessa, alla fine della storia, insomma. Ecco, anche questo dato più essere interpretato in quell’ottica: il bisogno di guardarsi da “fuori”, dal “dopo”, dall’”esterno” (e la presenza come personaggio dello Specchio non è da sottovalutare). Cos’è il “fuori”, il “dopo”, l’”esterno” se non un bisogno di trascendenza, di pacificazione in un altrove? Cos’è la scrittura rispetto all’esperienza esistenziale? L’avevo già notato e scritto per “Signora dei Filtri”: l’apparente medietà dello stile talvolta si lacera, mostra fenditure, lacerazioni, come se la coperta della scrittura si rilevasse a volte insufficiente a coprire tutto l’oscuro, il represso, l’inconsapevole che è stato violentemente lasciato ai margini o nascosto. Negli ultimi racconti quel represso è lasciato trapelare più liberamente generando quella dialettica forte di cui dicevo prima (e devo aggiungere che questa mi sembra la strada letteraria, se non personale, sulla quale si potrebbe insistere con profitto).

- La narrativa della Poli ha alcune caratteristiche che, pur nelle diverse combinazioni o realizzazioni, tornano costantemente. La sottrazione al “qui e adesso”, ad esempio. Lo spostamento può essere solo spaziale (“Il Respiro del Fiume”) o spazio-temporale, si guarda e si racconta dell’altrove dall’altrove della scrittura, della narrazione. Ma mentre nel primo romanzo tra i due altrove, la vicenda narrata e la scrittura, vi era un rapporto pacificato, scarsamente conflittuale, l’evoluzione dei racconti successivi mostra sempre più chiaramente il conflitto, che diventa anche investimento personale, partecipazione emotiva alla vicenda. E questo investimento personale, questa specie di lotta tra la “semplice narratrice” e i contenuti psichici, che la scrittura lascia emergere, favoriscono quell’immedesimazione, quel rapporto empatico tra personaggi e lettore che può essere trasmesso solo se, a sua volta, la scrittrice si è trovata a viverli e a volerli esprimere. Quella della Poli è una narrazione di passioni forti, di molte morti e di molte nascite, di pulsioni irresistibili che travolgono e sconvolgono, una narrazione che chiama a testimoni gli elementi primordiali - l’acqua, il sole, l’aria, la terra - è, ripeto, una narrazione violentemente dialettica che vorrebbe trovare pace in un Dio “forte e buono” , un Dio giusto, pietoso e, soprattutto, accogliente; appunto un Dio, non un uomo (o una donna). La scrittura mostra un anelito alla religiosità, alla trascendenza, è una scrittura a-storica (con quanto di buono e di meno buono, questo comporta).

- “Mi levai di scatto (…) io ho già avuto la mia parte” (pag. 14). Rileggiamo questo breve brano: da un lato l’immoralità della vampirizzazione del padre santo evitata solo per l’intervento provvidenziale di Nero, dall’altro la moralità del cibo offerto ai poveri; ma, mentre l’atto immorale s’avvale di un lessico che si direbbe d’amore - “annusai” ,”sangue tiepido”, “dolcemente”, - quello morale, tutt’al contrario, è all’insegna dello sprezzo, della rinuncia forzata - “scaraventai”, “io ho già avuto la mia parte”. Le parole, la tessitura lessicale entrano in conflitto con l’atto.

- Un’altra caratteristica costante è la compresenza di sublime (sì, Patrizia Poli è una delle poche scrittrici a non fuggire dal sublime) e disgustoso (qui invece è in buona compagnia). Il sublime nasce dall’immersione senza remore nel sentimento panico della natura (già il prologo e l’epilogo di “Signora dei Filtri” ne avevano dato prova - ancora: quel prologo e quell’epilogo non sono anche l’altrove pacificato “fuori” dalla narrazione?) dal saper rappresentare quella sensibilità creaturale, innocente e primigenia, che accomuna tutto il creato, organico e inorganico. Il disgustoso è invece rappresentato dal movimento, dal continuo rinnovarsi dell’universo. A questo riguardo mi è rimasta molto impressa una scena de “Il Respiro del Fiume”: a Padre Franz, turbato dalla scoperta del sentimento per Urmilla, cadono di mano i flaconi delle pillole, subito “anneriti dalle formiche”.

- Un’idea molto caratteristica degli ultimi due racconti è che, attraverso un contatto materiale - bere il sangue della vittima o quando il Serpedrago morente “sposta una zampa e gliela pone in grembo” - si instaura una comunicazione immateriale, che trasmette, senza opacità alcuna, i pensieri e il passato. Idea che per altro mi ha ricordato il film di Spielberg Intelligenza artificiale dove i computer, ormai unici abitanti della terra, leggono il passato dei loro simili con il semplice gesto di toccarli. Da un lato io do in generale poca importanza ai topoi narrativi, nel senso che la ripresa di motivi narrativi già sviluppati da altri autori non è di per sé un difetto, perché ciò che conta di più è l’utilizzo del topos, la sua rifunzionalizzazione più o meno coerente con la propria opera; dall’altro io credo che i geni, quelli capaci di inventare dal nulla, siano talmente pochi che nessuno possa aspirare all’assoluta originalità.

- Le pagine finali di Bianca come la neve mostrano un’inedita tensione espressiva rispetto alle opere precedenti, hanno un afflato lirico notevole, però, se fossi un editor, probabilmente consiglierei un’attenuata presenza del soggetto, ad esempio l’uso del “noi” o addirittura dell’impersonale “si” per qualcuna delle frasi.

- In tutt’e quattro le narrazioni si segue l’evolversi di un personaggio femminile dall’infanzia alla maturazione fisica, sessuale e psicologica. E in tutt’e quattro una delle scene più forti e decisive è la perdita della verginità. Si tratta di un momento della vita delle protagoniste in cui le pulsioni interne trovano nel corpo maturo un alleato per abbattere i divieti fisici e morali che ostacolano il libero soddisfacimento del desiderio. Ognuna deve superare un impedimento che, prima e durante l’atto, assume l’aspetto di un freno che non fa che aumentare l’intensità e la ineluttabilità del desiderio e che fa dell’atto anche la rappresentazione di una lotta (qui sarebbe da ricordare il modello freudiano dell’atto sessuale che il “bambino che guarda” interpreta come lotta, ma io sono poco convinto delle modellizzazioni freudiane), poi lo stesso impedimento, ormai dissolto, ritorna sotto forma di conseguenze drammatiche, tragiche o addirittura catastrofiche causate dall’atto stesso. L’aver travolto il divieto morale della separazione religiosa (Urmilla) o dell’amor di patria (Medea) o, quello più sacro e inviolabile, dell’incesto (Bianca) è una liberazione per la quale si pagano tributi personali e collettivi terribili, ma l’atto e le sue conseguenze sono in un certo qual modo inevitabili, fatali. Una situazione più sfumata e anche più coinvolgente è invece quella di Ahnu: lei non sa di poter essere colpevole, l’uomo cui si abbandona non ha un volto, una precisa identità e l’unica sua debolezza è quella d’aver ceduto alla vista e all’immaginazione di “un trono d’oro”, eppure proprio l’innocente Ahnu, cedendo, scatena conseguenze catastrofiche su tutta la comunità, che, però, sono al contempo, anche l’origine del riscatto collettivo, della solidarietà, della vittoria del Bene sul Male, dell’acqua sul fuoco. Il divieto morale è un tappo alle pulsioni interne, un tappo che è necessario, nonché inevitabile e fatale, far saltare per acquisire consapevolezza e conoscenza di sé. Si tratta di attraversare il dolore per ritrovarsi dall’altra parte della storia, nell’altrove di un Dio che accoglie senza imporre divieti morali in conflitto con le naturali e creaturali pulsioni interne.

- “Una semplice narratrice”? La descrizione della battaglia finale ne “Il Volo del Serpedrago” infiamma i nessi logico-cronologici della narrazione, fa dello sguardo, del vedere il centro della rappresentazione: “Ahnu vede la picca vibrare (…) spalancate”. In quelle pagine, a partire dalla vittoria del Dio del deserto, la “semplice narratrice” è travolta dal ritmo forsennato, dal caos reale e simbolico nel quale è immersa, perde lo sguardo limpido e ordinato, si abbandona al turbine degli elementi offrendo al lettore una visione degli eventi più immediata, più coinvolgente, più personale e condivisibile.

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