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musica

Malafemmena

29 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #cinema

Malafemmena

No signore! Non è come pensate voi. Io 'sta canzone qua non l'ho scritta per quella bellissima donna che era Silvana Pampanini.
Però ve l'ho fatto credere, ehhh? Per tutti questi anni i giornalisti non hanno fatto altro che divulgare questa notizia, e io zitto, a leggere, e mi dicevo: voglio proprio vedere come va a finire! ma, in fondo, a me stava pure bene.
La donna del mistero rimaneva veramente del m
istero.

Silvana, la grande Silvana, come era bella! e se ve lo dico io, che sono grande intenditore di donne e grandissimo fruitore specialmente di quelle belle, e perché no, anche bellissime, ci potete credere. Silvana Pampanini era 'nu babà, era - che vi devo dire - 'na serenata sciuè sciué, era 'na cosa grande, nel vero senso della parola. E poi che v'aggi' 'a di'? A me le donne mi piacciono! Le adoro, Tutte. Le racchie (be', insomma!), e le belle bellissime!
A me m'hanno rovinato le femm
ine…

"Totò era un vero signore, una persona di una gentilezza incredibile. E parlo non di Totò attore, no, quello lo sappiamo tutti quanto era bravo, era un grande della scena in quegli anni là, e col tempo è diventato un'icona vera e propria della storia del cinema italiano. No, parlo di lui come uomo, e come compagno di lavoro: davvero insuperabile per cortesia e garbo. Lo ricordo al mio fianco (meglio: io ero al suo fianco) nel film "47 morto che parla"; bene dentro quella pellicola c'era un po' di tutto, dalla comicità alla satira, ma c'era soprattutto un grandissimo Totò.

Credo di avere imparato molto, a girare quel film insieme a Totò; sono diventata grande tutto insieme, a stare vicino a lui; io che ero giovanissima, ho avuto i suoi incitamenti, i suoi insegnamenti; ma quello che più contava per me, tutta la sua stima. E la sua ammirazione. Era innamorato di me? Che vi debbo confessare? che sì? e che si è dichiarato? e che la cosa non è andata in porto? Immaginate pure quello che volete, io non ve lo dico di certo. Del resto la verità è molto vicina a quello che i giornali hanno raccontato. Mi voleva sposare? Forse sì, ma io ripeto, ero una ragazzina, e i miei genitori in ogni caso non mi avrebbero (hanno?) dato il consenso. Mi colmava di gentilezze, mi faceva recapitare in camerino mazzetti di fiori, oppure scatole di cioccolatini, ma con una discrezione che poi nel corso della mia lunga carriera non ho riscontrato in nessun altro uomo. Vi confesserò solo questo: lui, sì, mi voleva bene; e anch'io, gliene volevo; e un giorno gli lessi negli occhi il desiderio di me; glielo dissi: ti voglio bene, ma come si vuole bene a un padre.
Capì. Ma continuò a volermi bene in silenzio, a farmi regalini, a starmi vicino… Scrisse quella bella canzone. Era per me? Mist
ero!"

Femmena,
tu si 'a cchiù bella femmena,
te voglio bene e t'odio
nun te pozzo
scurdà...

La canzone è dell'anno 1951. Sia le parole che la musica sono di Totò, che, badate bene, non sapeva scrivere di musica e non la conosceva, non avendola mai studiata. La scrisse in un momento di sconforto (o di meditata allegria? non lo sapremo mai), nella sua lingua, il napoletano, lingua nella quale compose una infinità di poesie molte delle quali d'amore. In napoletano malafemmena sta indicare una donna di malaffare, e per usare il termine più volgare, anche una prostituta. Totò però lo usa in senso diverso, e le da un significato particolare, quello più morbido e più appropriato al suo caso di "donna che fa soffrire", una femmina che fa soffrire le pene d'amore a chi la ama.

Stavo a Formia, per girare un film… (era il mese di aprile del 1951, il film era: Totò terzo uomo, per la regia di Mario Mattoli; anche qui Totò aveva vicino una bomba sexy dell'epoca Franca Marzi la prima supermaggiorata del cinema italiano; e nel cast c'era il meglio della cinematografia di allora: Carlo Campanini, Aroldo Tieri, Mario Castellani che per anni fu la sua spalla nelle gag anche televisive, Alberto Sorrentino, l'eterno morto di fame, lugubre e dal viso affilato come un morto, e una Bice Valori alle prime armi)…e mi vennero spontanee queste prima parole, femmena, tu si' 'na malafemmena… erano belle, dense di significato,. mi piacquero e le scrissi sul retro di un pacchetto si sigarette (un pacchetto di Turmac), ma poi accartocciai l'involucro per gettarlo, e con esso gettai involontariamente anche quel mio principio di canzone. Ma i versi mi giravano sempre in testa; tanto che ci fischiettai sopra una musica, semplice, leggera, Ci stava proprio bene. Quando uscimmo dal set tornando all'albero le feci sentire al mio autista (il signor Salvatore Cafiero) che si schifò, mi disse che "… è 'na lagna, dotto'…".
E tu si' 'nu fesso, e nun capisce proprio niente!. Tie'…
Continuai a fischiettare e a comporre mentalmente.
Una volta tornato a casa a Roma, poi, mi accomodai al pianoforte con un dito solo, seguendo il fischio cercai le note relative, e piano piano nacque la musica. Alla quale aggiunsi le parole che già tenevo, poi le completai con altre, che vennero spontaneamente a galla dal fondo dell'anima mia. Posso dire che nacquero insieme, parole e musica, le une a complemento dell'altra; e viceversa.
Forse sono 'nu poco tristi, 'sti pparole, ma che cci vuo' fa'. io sono un attore comico, ma nella vita sono triste, sono un funerale
di I classe.

A lungo si è parlato di chi fosse il soggetto di questa canzone, si è indagato senza riuscire a scoprire chi fosse la donna che ha fatto penare il grande attore comico. E siccome era terminato il film 47 morto che parla, e in quella pellicola Totò aveva lavorato con una ragazza di una bellezza indescrivibile, si pensò che la malafemmena delle parole della canzone, fosse proprio lei, la Silvana Pampanini.
Si è scritto che Totò le avesse chiesto di sposarlo, ma che lei - ancora troppo giovane per il grande passo della sua vita - avesse - forse a malincuore - respinto la proposta.
Del resto Silvana allora aveva solo 25 anni e Totò - essendo nato alla fine del secolo, nel 1898 - ne aveva già 52, più del doppio quindi, e così anche se fosse vera la storia della sua dichiarata passione d'amore e della sua richiesta di matrimonio, va da sé che la domanda del comico aveva in sé già la risposta; non poteva essere che un "no".
Si vocifera anche che i genitori dell'attrice erano contrari a questa unione, pure se niente avevano contro quel gran signore che era un principe: Antonio Focas Flavio Angelo Ducas Comneno De Curtis di Bisanzio Gagliardi, e come usava presentarsi più brevemente: principe Antonio De Curtis.
La canzone divenne anche un film, che Totò girò insieme a un altro grande del cinema di allora, quel Peppino De Filippo, uno dei fratelli della celebre famiglia di attori napoletani che nessuno potrà mai dimenticare: Peppino, appunto, Eduardo, e Titina. Il film era intitolato Toto, Peppino e la malafemmina, dove la donna cattiva era interpretata dall'attrice Dorian Gray, per la regia di un altro grande regista di quegli anni Camillo Mastrocinque.
Vale la pena di riportare brevemente la trama.
Due fratelli campagnoli, i fratelli Capone Antonio e Peppino, possidenti di terre nel napoletano: uno è donnaiolo e dalle mani bucate (e non poteva essere che Antonio/Totò) l'altro al contrario (Peppino) è avaro e sempliciotto (e per questo Antonio lo sottomette ai suoi voleri facendo valere ai suoi occhi la cultura che in effetti non ha). Hanno un nipote che studia per diventare medico, a Napoli, ma che, invaghitosi di una ballerina di avanspettacolo, la segue e a Milano. La giovane attrice (che poi è la malafemmena) circuisce il giovane studente e gli fa perdere la testa; e, una volta a Milano, informa sua madre, la signora Lucia, sorella dei due Capone, che il figlio è fuggito con lei a Milano.
I tre fratelli, temendo uno scandalo che possa rovinare la reputazione della famiglia e, soprattutto, che il ragazzo non seguiti più a studiare per colpa di quella malafemmena, decidono di andare nella capitale lombarda per cercare di convincere la ragazza a lasciare che il nipote torni alla sua vita; e lo stesso a ritornare a casa. E cercano di fare avere alla giovane soubrette anche dei soldi (di Peppino, chiaramente, che versa in cuore lacrime amare per quella somma che avrebbe dovuto abbandonarlo) perché lasci il nipote al suo destino.
Insomma, dopo molte vicissitudini, alla fine prevarrà l'amore tra i due innamorati; e anche i tre fratelli si convinceranno che sì, va bene così.
Vale la pena di riportare il testo della lettera che Antonio detta a Peppino, lettera da inviare alla "cattiva signorina" che sta facendo deviare dalla retta via il nipote Gianni.

«Signorina, veniamo noi con questa mia addirvi una parola che scusate se sono poche ma sette cento mila lire; noi ci fanno specie che questanno c’è stato una grande morìa delle vacche come voi ben sapete: questa moneta servono con l'insalata a che voi vi consolate dai dispiacere che avreta perché dovete lasciare nostro nipote che gli zii che siamo noi medesimo di persona vi mandano questo [la scatola con i soldi] perché il giovanotto è studente che studia che si deve prendere una laura che deve tenere la testa al solito posto cioè sul collo; Salutandovi indistintamente i fratelli Caponi (che siamo noi i Fratelli Caponi)»


La gente venne a sapere chi si celava dietro il mistero della donna che fece perdere la testa al principe, solo molto dopo la sua morte, avvenuta a Roma nell'anno 1967. E fu proprio la figlia, Liliana De Curtis a svelare il mistero.

"E' risaputo che Totò era un grande conquistatore di cuori femminili, fu - come dicono a Napoli - 'nu grande sciupafemmene. Ma amò profondamente solo una donna, che poi divenne sua moglie, mia madre Diana (Dina Bandini Luchesini Rogliani), che gli dette una sola figlia, me appunto.
Era destino che mio padre si innamorasse solo di donne che avevano la metà della sua età, infatti quella bella ragazza che stava in collegio di suore a Firenze, aveva appena 15 anni, e lui più di trenta. Da lì scappò e raggiunse quello che sarebbe diventato suo marito - anche se per poco - a Roma, e con lui visse nonostante tutto un'esistenza felice, anche se a tratti burrascosa; perché Totò non aveva remore a mostrare di amare qualsiasi femmina capitasse dalle sue parti; decisero di sposarsi (Totò era impegnato nel frattempo con un'altra attrice, ma non glielo disse).
Mia nonna respinse la richiesta dell'attore di volere come sua sposa la figlia, un po' perché non voleva che avesse una vita girovaga appresso a un attore, e per di più comico, e poi perché era troppo piccola per quel passo; allora mio padre passò alle maniere forti: scrisse una lettera alla ragazza nella quale ribadiva il suo grande amore per lei e le diceva che l'aspettava a Roma. Mia madre Diana non si fece certo pregare, e senza dire niente a nessuno prese il primo treno e venne a Roma.
Nacqui io, Liliana, nel 1933, che i miei non erano ancora sposati; vivevano insieme, e solo due anni dopo, due anni che mamma e io passammo in alberghi, ora qua ora là, perché seguivamo Totò nei suoi continui spostamenti per lavoro, convolarono, come si dice a giuste nozze.
Papà era felicissimo; mia madre addirittura r
aggiante.
Iniziarono quasi subito a litigare, sempre per le scappatelle di Totò, ma più per la sua gelosia. Il matrimonio durò poco, appena cinque anni, perché nel 1940 decisero consensualmente di separarsi definitivamente. Pure se voleva un bene da morire a mia madre, ne era gelosissimo; pensate che fu a causa di questa sua gelosia, e per paura di essa, che volle divorziare dalla moglie, - si era nell'anno 1940 - e lo fece all'estero, in Bulgaria, (dove stava girando l'ennesimo film) con una clausola ben precisa, che anche lei accettò di buon grado: la convivenza doveva continuare, almeno altri dieci anni, cioè fino a che io non avessi raggiunto la maggiore età, per evitare che soffrissi troppo il loro distacco. Andarono avanti come meglio poterono ma mia madre soffriva troppo; e ci piangeva, a sentire le voci e a leggere ciò che i giornali riportavano intorno alle mille donne che Totò amava e cercava e circuiva.

Alla fine anche questa convivenza ebbe fine, io avevo ormai sette anni, e cominciavo a vedere e capire; e a soffrire insieme a mamma che non riusciva più a sopportare le scappatelle del marito mentre a lei quella sua sfrenata gelosia non permetteva nessuna avventura.
Fu così che mia madre ruppe quella promessa - fatta all'atto di firmare le carte del divorzio - divorzio che avvenne quando si seppe in giro che Totò, l'inguaribile sciupafemmene Totò - ancora oggi quando penso a questo sostantivo che lo qualifica come un grande amatore agli occhi del sesso, maschile e femminile che fosse, per noi significava una rottura di vita comune - aveva proposto a Silvana Pampanini di sposarlo; mamma ne venne a conoscenza; allora non ne poté più, lo lasciò definitivamente e si sposò con un avvocato; ma questa è un'altra storia.
Ciò nonostante, mia madre volle sempre bene a quel fedifrago di professione.
E anche T
otò a lei.

E' per lei, dunque, che scrisse questa stupenda canzone.

Si avisse fatto a n'ato
chello ch'e fatto a mme
st'ommo t'avesse acciso,
tu vuò sapé pecché?
Pecché 'ncopp'a sta terra
femmene comme a te
non ce h
anna sta pé n'ommo
onesto comme a me!...

Femmena
Tu si na malafemmena
Chist'uocchie 'e fatto chiagnere..
Lacreme e
'nfamità.

Femmena,
Si tu peggio 'e na vipera,
m'e 'ntussecata l'anema,
nun pozzo cch
iù campà.

Femmena
Si ddoce comme 'o zucchero
però sta faccia d'angelo
te serve pe 'ngannà...

Te voglio ancora bene
Ma tu nun saie pecchè
pecchè l'unico ammore
si stata tu pe me...

E tu pe nu capriccio
tutto 'e distrutto,ojnè,
Ma Dio nun
t'o perdone
chello ch'e fatto a mme!...

Le confessò quello che forse non ebbe mai il coraggio di dire a parole, che era la donna più bella del mondo, che l'amava perdutamente, ma che l'odiava per tutto quello che le aveva fatto (l'abbandono - va detto - gettò Totò in un estremo sconforto), e che adesso non poteva scordarla…

Femmena,
tu si 'a cchiù bella femmena,
te voglio bene e t'odio
nun
te pozzo scurdà...

marcello de santis

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Il trio Lescano

27 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica, #personaggi da conoscere

Il trio Lescano

Tre sorelle ungheresi di nascita, ma vissute a lungo in Olanda, che rispondevano ai nomi di Alexandrina Eveline, Judik, Catharina Maje; il loro cognome era Leschan, che, una volta affacciatesi alla ribalta della musica leggera, quasi per caso del resto, venne cambiato in Lescano.
E anche i nomi furono italianizzati, si chiamarono da quel momento Alessandra Giuditta e Caterinetta. Era il 1936 quando si provarono a cantare in coro.
Si deve al maestro Carlo Prato, che era allora il direttore artistico della sede EIAR, Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche di Torino, la sola radio italiana dell'epoca fascista, nata nel dicembre del 1927, che ha lavorato in regime di monopolio fino l 1957, quando divenne RAI, Radiotelevisione Italiana. Carlo dunque prese le tre sorelle sotto la sua ala protettrice e le preparò, provando e riprovando per farne appunto un trio. Impostandone la voce, e lavorando su ognuna di esse, separatamente prima, e insieme poi.

Carlo Prato era di Susa, e, quando conobbe le sorelle Lescano, aveva appena 35 anni, ma aveva un fiuto impareggiabile per gli artisti in fieri; era un buon pianista, poi diplomatosi in composizione, e quindi anche in direzione d'orchestra, e per non farsi mancare niente si mise a cantare, per hobby più che altro, ma all'occasione non si tirava indietro e si esibiva.
Tra le altre cose, - a tempo perso diceva lui -, era anche un talent scout, uno scopritore di talenti; a lui deve la sua fama Ernesto Bonino; e più tardi il duo Fasano, due sorelle, Dina e Delfina, che furono per tanti anni nell'orchestra del maestro Cinico Angelini, insieme a Achille Togliani ,Carla Boni, Nilla Pizzi e Gino Latilla.
Nel 1936, le ragazze avevano: Alexandrina 26 anni, Giudik 23, e Catharin, la più piccola, appena 17 anni. Erano olandesi, essendo nate la prima a Gouda e le altre due a l'Aia. Pure essendo nate e vissute in Olanda (la madre era una cantante d'operetta, Eva de Leeuwe, olandese), le sorelle Lescano tennero la cittadinanza ungherese (quella del padre Alexander, che era di Budapest) fino a che non vennero naturalizzate italiane.
Il padre era un circense, e faceva il contorsionista; fino a che un bel giorno rimase invalido per essere incorso in un infortunio, e abbandonò la scena. Fu così che la signora de Leeuwe decise, per tirare avanti la famiglia, di creare un complesso famigliare di ballo acrobatico, al quale parteciparono solo le due sorelle più grandi; mentre Catherinetta fu lasciata in collegio ad Amsterdam. Il corpo di ballo a tre si chiamò The sunday Sisters e prese a esibirsi in Europa e in vari paesi del medio oriente.
La famiglia, dopo molto girare in Europa, giunse a Torino, come detto più sopra, furono viste dal maestro Carlo Prato, che decise di farne un gruppo musicale.
Il lavoro sulle ragazze non fu difficile, in quanto si rivelarono intonatissime e con delle voci che nel coro a tre s'integravano perfettamente; e non poteva essere altrimenti, dato che provenivano da una famiglia prettamente musicale; basti considerare che il nonno David, il padre della loro mamma, era un valente violinista, e altri tre zii erano virtuosi di pianoforte.
Nonno David era molto fiero delle sue nipotine, e visse ancora quattro anni (1854-1940), giusto il tempo di vederle al successo.
Fu fatto loro firmare un contratto con la Parlophon-Cetra, e nacque così il nome Trio Lescano (italiano, meglio Trio Vocale Sorelle Lescano, ma immediatamente abbreviato così come poi giunse al successo e alla fama). Incisero il loro primo disco coll'orchestra dell'EIAR diretta dal maestro Cinico Angelini; era il 22 febbraio 1936.
Spiccarono il volo, e cantarono con vari cantanti, Ernesto Bonino, Oscar Carboni, Silvana Fioresi e altri.
Le loro canzoni volarono dalla radio e si sparsero per tutta l'Italia; specialmente una sorpassò tutte le altre in notorietà, Tulipan, una canzone olandese, tradotta in italiano da Riccardo Morbelli, che ne curò anche l'arrangiamento.

Il successo delle sorelle Lescano fu dovuto al modo tutto particolare di interpretare le canzoni; quello swing che fino ad allora non si era registrato in nessuno dei cantanti sull'onda del successo. Un ritmo particolare che era un incrocio tra swing e jazz.
Il fascismo era alle porte, con tutta la sua parte deleteria; però va detto che, davanti al talento delle tre graziose cantanti, anche Mussolini ebbe ad applaudire.
Gli anni passavano veloci; la loro fama volava alto, grazie alle trasmissioni della radio.

Siamo nell'anno 1942. Fu proprio per l'intervento del capo del fascismo che ottennero la cittadinanza italiana; Mussolini intervenne presso il re Vittorio Emanuele, e la cosa fu fatta.
Venne la persecuzione degli ebrei, cui non si sottrassero neppure i fascisti di quell'Italia sciaguratamente alleatasi con la Germania e furono attivi come e quanto i tedeschi di Hitler; il Fuhrer aveva organizzato in larga scala la distruzione della razza ebraica e la ormai tristemente famosa "soluzione finale".
Venne a galla l'origine ebraica delle ragazze, si andò a spulciare tra le carte di famiglia e si scoprì che la madre Eva de Leeuwe era una ebrea olandese.
Ma la notizia non fu mai verificata, né è stato mai possibile dire se rispondeva alla realtà (non il fatto che fosse di razza ebraica, questo era vero) se si fecero ricerche in tal senso.
Sembra che di un loro arresto, avvenuto appunto nel 1942, ebbe a parlare in una intervista ai giornali, nel tardo 1985, una delle sorelle, precisamente Alessandra, arresto avvenuto proprio per motivi razziali. Ma la notizia - ripetiamo - non ebbe mai riscontri. Ad ogni modo sembra che una spiata effettivamente ci fu, ad opera delle sorelle Codevilla che costituivano un altro trio, il Trio Capinere, che non ebbe il successo delle Lescano; e che pare fossero invidiose di loro; era il 1942/1943.
L'accusa sarebbe stata di spionaggio, e, stando a quanto raccontato da Alexandra Leschan, le sorelle furono incarcerate a Genova. Attenzione, però, questa delazione non fu mai trovata nella storia; la si riporta per dovere di cronaca.
La storia del Trio Lescano andò avanti fino ai primi anni '50, quando, essendo il trio emigrato ormai da diversi anni in Sud America, si sciolsero definitivamente.
Successe questo: sei anni prima, nel 1946, dunque, la più piccola delle sorelle, Caterinetta, lasciò il gruppo vocale, sembra per sposarsi; e la ragazza venne sostituita con una giovanissima cantante italiana a nome Maria Bria, (nata nell'anno 1925, torinese, e ancora vivente).
Va detto che nessuno seppe della sostituzione di Caterinetta, Kitty, come la chiamavano confidenzialmente le sorelle. La voce del trio continuò così a volare per l'etere. La voce di Maria era una voce molto simile a quella della sorella uscita dal complesso vocale, ma il volto era e restò sconosciuto. Ripeto: per sei anni - dal '46 al, '52, nessuno seppe della sostituzione.
Sembrava essere ritornati ai primi tempi della radio, quell'EIAR che mandava in onda le voci ma nessuno conosceva i volti dei cantanti.
Torniamo alle origini del trio.
Prima di essere il Trio Lescano, le sorelle facevano le vocalist, cioè le coriste di contorno a cantanti già in auge nel panorama delle musica leggera italiana, prima fra tutte la cantante Maria Iottini, che cantava Maramao perché sei morto, celebre canzone del periodo fascista.
Quando passarono ad affrontare i microfoni come Trio, le loro canzoni raccolsero immediatamente un successo inatteso.
Abbiamo detto che furono messe sotto contratto dalla Parlophon Cetra; nel breve giro di sei anni dal '46 al '52, incisero la bellezza di più di trecento canzoni.
Le orchestrazioni del maestro Cinico Angelini della Rai di Torino, e poi anche di Pippo Barzizza e degli altri direttori d'orchestra che le diressero e arrangiarono le loro canzoni, erano basate su uno swing tutto personale; che i maestri presero dal jazz, per infonderlo nella musica che le sorelle pareva avessero nel sangue.
Abbiamo detto dei dischi incisi, trecentosessantacinque canzoni, tantissime, e molte di esse raggiunsero il successo. Pensate, della canzone Tulipan:... parlano d'amore i tuli tuli tuli pan...
vendette la bellezza di trecentocinquantamila copia, di quei primi dischi in vinile, sui quali la puntina di diamante seguiva i solchi che si restringevano man mano che la canzone andava avanti. E quando il disco si consumava a forza di essere sentito, frusciava ed acquistava un fascino particolare.
I successi furono molti, alcuni si ascoltano volentieri ancora oggi, Maramao perché sei morto, Ma le gambe, Pippo non lo sa, Tulipan, furono successi straordinari.
Sapete qual'era il compenso del trio? Mille lire al giorno, quelle mille lire che erano, e non per tutti, il salario di un lavoratore italiano, in un epoca in cui s'era affermata una canzone per la voce del cantante Gilberto Mazzi, che diceva così:

Se potessi avere
mille lire al mese,
senza esagerare,
sarei certo di trovare
tutta la felicità.

Un modesto impiego,
io non ho pretese,
voglio lavorare
per poter alfin trovare
tutta la tranquillità.

Una casettina
in periferia,
una m
ogliettina
giovane e carina,
tale e quale come te.

Se potessi avere
mille lire al mese,
farei tante spese,
comprerei fra tante cose
le più belle ch
e vuoi tu.

Alessandra raccontò - intervistata nel 1985, aveva ormai settantacinque anni, e da lì a due anni sarà l'ultima delle sorelle Lescano a lasciarci (morì infatti nel 1987) - che quei soldi servirono per acquistare un appartamento a Torino, una balilla fuoriserie e tanti vestiti e scarpe; cose che non si sarebbero mai sognate di avere, quando facevano la danza nel circo.
Ma intanto in quella intervista ribadì i fatti del '43, dell'arresto a Genova, del carcere durato un mese, della liberazione per intervento del principe Umberto, e della loro fuga in Val d'Aosta, a raggiungere la madre.

Racconta Maria Brio:

... le sorelle rimaste non volevano cambiare il nome, ché avevano ancora contratti da rispettare...
... io frequentavo un maestro di canto perché volevo intraprendere la carriera di cantante solista...
... ci conoscemmo, mi proposero di unirmi a loro...
... accettai
con entusiasmo...
... lavorai con loro, andai con loro nelle Americhe del Sud, e per sei anni fui la sorella invisibile...
... non presi una lira... ma mi piaceva troppo
cantare...

E' vero, furono scattate a volte delle fotografie, ma Maria si era talmente immedesimata nella terza sorella, Kitty, non diede modo di dubitare sulla sua identità (falsa).

... cantavamo in varie lingue, io ne conoscevo alcune, non il tedesco o l'inglese, ma imparai presto, e nessuno dubitò mai.
Continua Maria:

... non andavamo più a cantare alla radio, quella radio che aveva lanciato il gruppo vocale originario e lo aveva fatto conoscere su vasta scala, adesso, dice, non ne avevamo più bisogno,

Il nuovo Trio cantava nelle piazze, nei locali.
Il Gruppo si sciolse, come detto, nell'anno 1952. Maria si era stancata di lavorare gratuitamente, (non venni mai pagata, racconta) pur con tutta la passione per la musica leggera e l'affetto che la legava ormai alle sorelle rimaste, e poiché le due Lescano superstiti, Sandra e Giuditta, non potevano esibirsi in due, decisero di porre fine al loro sodalizio. Eppoi, Judik si fidanzò e anche lei ventilò a più riprese il desiderio di ritirarsi:; ciò che fece,

Io lasciai così, a malincuore; tornai in Italia, mentre loro restarono in Venezuela, a Caracas precisamente; Caterinetta le raggiunse più tardi e tornarono a stare unite senza però più cantare. Io mi impiegai presso il Comune di Torino, dove lavorai per più di vent'anni; mi sposai ebbi figli e diventai nonna felice; e adesso bisnonna.

Catharina Leschan, la più giovane, morì a causa di un tumore nel 1965, aveva appena compiuto 46 anni. Alexandra, la più grande, morì in Italia a Fidenza, come abbiamo detto poco sopra, nel 1987. Dell'altra sorella Judik si sono perdute le tracce, e non se ne sa ancora oggi, nulla.
Scomparsa.

marcello de santis

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Libero Bovio

17 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Libero Bovio

LIBERO BOVIO (Napoli 1883-1942). Per farvi un'idea di chi è stato questo grande poeta e scrittore napoletano del primo novecento voglio partire dalla fine.
Dopo una vita di successo, e di estemporaneità grazie al suo carattere compagnone e allegro, anche se un poco - apparentemente e forse no - misantropo, il poeta è sul letto di morte.
E voglio immaginare che in questo mesto momento della sua vita, nelle case, nelle piazze, nei vicoli della città partenopea la quotidianità della gente - che scorreva come al solito uguale e monotona, e da qualche parte forse anche no - si lavorasse si riposasse si vivesse - insomma - ascoltando qua la canzone Lacreme Napulitane


... e 'nce ne costa lacreme st'america
a nuje napulitane
pe' nuie ca 'nce chiagnimmo
o ci
elo e napule

là, la canzone Reginella

t'aggio voluto bene
tu m'hai voluto bbene a me
mo nun'nce amammo 'cchiu'
ma a vvote distrattame
nte
pienzo a te

e magari la radio italiana dell'epoca, quella che si chiamava ancora EIAR - Ente Italiano per le Audizioni Radiofoniche (avrebbe assunto la sigla di oggi RAI Radio Audizioni Italiane solo due anni dopo, nel 1944) trasmetteva per tutto il territorio nazionale la canzone più malinconica, più triste del poeta: quella Chiove che egli scrisse dedicandola alla celebre cantante Elvira Donnarumma.

Tu staje malata e cante,
tu staje murenno e cante...
So' nove juorne, nove,
ca chiove...chi
ove...chiove...

La cantante infatti stava per morire - era l'anno 1923 - e Libero Bovio, don Liberato come lo chiamavano gli amici e colleghi più intimi, volle dedicargli una poesia; perché al poeta sembrò che la signora Elvira esprimesse con gli occhi ancora il desiderio di poter cantare, magari una canzone nuova, e magari una canzone scritta appositamente per lei dal suo più grande amico, don Liberato, appunto.

E se fa fredda ll'aria,
e se fa cupo 'o cielo,
e tu, dint'a stu ggelo,
tu sola, ca
nte e muore...

Chi si'? Tu si' 'a canaria...
Chi si'? Tu si' ll'Amm
ore...

E forse, chissà, con lo sguardo triste e stanco sul viso emaciato, implorava con un sorriso amaro, il poeta vicino 'on Libera' scrivetemi 'na canzona...
Elvira aveva un aspetto imponente, era piuttosto grossa, florida e vivace.
Cominciò a cantare giovanissima a Napoli per poi trasferirsi a Roma dove si esibì a lungo come canzonettista, appunto. Nonostante non avesse particolari attrattive fisiche, divenne una cantante di grande successo. Era il periodo della Belle Epoque e dei cafè-chantant e lei ne divenne presto una regina incontrastata. Ebbe successi enormi, e la stima di grandi autori come Bovio, appunto, e Nicolardi. Lavorò fino a che la sua cattiva salute, che era stata malferma fin dalla giovane età, la costrinse a ritirarsi dalle scene nel 1932.
Morì a Napoli l'anno successivo, all'età di cinquant'anni.
Fu così che nacquero i versi di Chiove, che il poeta sottopose all'attenzione del suo amico Evemero Nardella; che ne fece - musicalmente parlando - il capolavoro di quell'anno; e di tutti i tempi.

Tu, comm'a na Madonna,
cante na ninna-nonna
pe' n'angiulillo 'n croce,
ca vò'
sentì' 'sta voce,

'sta voce sulitaria
ca, dint' 'a notte, canta...
E tu, comm'a na Santa,
tu sola
sola, muore...

Chi sì'? Tu sì' 'a canaria!
.......
Giesù, ma comme chiove!

***

Il poeta aveva una stazza gigantesca, era grosso, camminava poco; sempe c''a sigaretta 'mmocca, come scrisse più tardi Carosone in una sua canzone dal titolo 'o sarracino; la sigaretta tra le labbra, viaggiava sempre in carrozzella; i napoletani lo amavano molto e lo riconoscevano da lontano quando passava per strada; correvano verso di lui e lo applaudivano, lo complimentavano; era una gioia per loro raccontare poi di averlo visto, di averlo avvicinato, e i più fortunati, di avergli stretto la mano.
Era ricercatissimo nei salotti che contavano, nelle "periodiche che si tenevano nelle case dei signori, dove si davano convegno scrittori, poeti, musicisti, parolieri"; era rinomato e per la sua classe estetica non indifferente e per la sua battuta sempre pronta e spontanea.
Ascoltate questa: un giorno sedeva al suo tavolo di lavoro, nella redazione della Casa musicale La canzonetta. Stava leggendo una sua nuova poesia al direttore, quando entrò nella stanza un modesto gerarca fascista, venuto appositamente nella sede delle Edizioni per comunicare al poeta che stava per arrivare a Napoli un alto funzionario del partito, tale Edmondo Rossoni, che desiderava incontrarlo.
Si avvicina alla scrivania, si presenta, battendo i tacchi con sussiego e disciplina, come era uso fare, ma Bovio che non intende distrarsi, alza appena la testa, gli lancia uno sguardo brevissimo e gli dice: pigliatevi una sedia. E torna alla sua poesia.
Quel fascistello borioso anzichenò, piuttosto contrariato da questo comportamento, gli fa: Forse non avete capito chi sono! E si ripresenta: nome, cognome, grado.
E Bovio: ...aaaaaahhh, e allora pigliateve ddoje segge.
E torna a leggere.
La sua fama nel mondo si deve alla canzone napoletana, anche se scrisse pure versi in lingua, che divennero presto canzoni famosissime; ricordiamo tra le più celebri Signorinella e Cara piccina. Amava la sua città, la sua gente, il suo dialetto. Diceva: Vuje nun 'o ssapite, ma puro Giesù parlava in dialetto; e Dante nun scriveva in dialetto? O pateterno alloco pur'isso parla in dialetto! (da: Renato De Falco, Del parlare napoletano.)
Scrisse i versi di "Surdate", che divenne la sua prima canzone di successo, per la musica di quel grande musicista, cui abbiamo già accennato, che fu Evemero Nardella.

«Songo napulitano. Nun voglio fa' 'a guerra, signor tenente...
voglio sulamente can
ta'!».

Il tenente ha sorpreso il soldato mentre canta una malinconica canzone napoletana, e gli dice che non deve fare il tenore, ma deve fare il soldato. E il soldato, con gli occhi lucidi, velati di tristezza, gli risponde così:

«Signor tenente,
mannàteme 'm priggione, nun fa niente!
Pienzo a 'o paese mio ca sta luntano,
e so' napulitano, e si
nun canto i' moro!»

Racconta lo storico Vittorio Paliotti che, quando Libero Bovio doveva salire sulla carrozzella, il cocchiere si doveva spostare con tutto il suo peso dalla parte opposta rispetto a dove stava salendo lui, facendo da contrappeso, per evitare che con la sua mole inconsueta facesse capovolgere la carrozza.
Lo scrittore Giuseppe Marotta lo descrive così: ... largo, denso, ... il mento a due piani, il ventre ondeggiante e inquieto come un pallone alla festa del Carmine in procinto di innalzarsi, le gambe stipate negli imbuti dei calzoni...
La storia della canzone napoletana lo annovera tra i grandissimi di tutti i tempi, accanto a Salvatore di Giacomo, Ernesto Murolo, E.A.Mario.
Si iscrisse all'Università, alla facoltà di medicina, ma non faceva per lui, abbandonò. La madre, la signora Bianca Nicosia ,valente pianista e maestra di pianoforte, quando s'avvide che al figlio piaceva comporre in napoletano, cercava di distrarlo facendogli ascoltare brani di musica classica, ma lui era solito affermare che migliori di Bach e Beethoven erano senz'altro i suoi compagni Gambardella e Di Capua (altri due grandi della canzone napoletana).
Fu il re di Piedigrotta per oltre trent'anni, con poesie musicate dai grandi musicisti di Napoli, tra cui Nardella, Lama, De Curtis.
La madre fece di più, per distrarlo da questa sua "mania" lo fece assumere presso un giornale locale, ma a lui di stare là dentro non piaceva; lo lasciò dunque per andare al Museo archeologico Nazionale; qui aveva modo di scrivere; e molto anche, ma soprattutto scrivere quello che più gli piaceva, lontano dagli sguardi fulminanti sua madre: poesia in dialetto.
Questa sua passione lo portò a dirigere la casa editrice La canzonetta per cinque anni (1917-1923), per poi passare ad un'altra casa editrice.
Nel 1915 scrisse Tu ca nun chiagne che Ernesto De Curtis rivestì di una musica immortale, e Reginella (musicata da di Gaetano Lama); il tempo passava e il suo nome brillava sempre di più; e anche la sua stazza saliva e saliva...
I napoletani lo amavano.

Dieci anni dopo nacquero 'O paese d'o sole (musica Vincenzo D'Annibale) e Lacreme napulitane (Francesco Buongiovanni).
Gaetano Lama musicò anche quella stupenda poesia che è Silenzio cantatore; sulla quale ebbe a scrivere alla moglie Maria, Luigi Pirandello: ... Silenzio cantatore vale quanto i miei Sei personaggi in cerca d'autore.
Va ricordato che nel 1934, - aveva appena passato la cinquantina -, fondò insieme ai musicisti suoi amici e collaboratori Gaetano Lama e Ernesto Tagliaferri, cui si unì anche Nicola Valente, la casa editrice La bottega dei quattro.
La sua vita fu costellata di tantissimi aneddoti che si ricordano con simpatia ancora oggi. Ne voglio riportare ancora uno.
Don liberato, come lo chiamavano gli amici, stava a letto con una fastidiosa influenza. E poiché non gli passava, impaziente, insofferente com’era proprio per natura, oltretutto con quella figura massiccia che si ritrovava - figuriamoci poi come doveva esserlo adesso che non si sentiva bene - fa chiamare il dottore.
Viene al suo capezzale un valente medico di Napoli, basso e scartellato (cioè gobbo). Il poeta che ha la testa avvolta in uno scialle di lana, si lamenta,
- dotto’… dotto’, me sento male! Me sa ca chesta vota ‘on liberato se nne va…
Il medico gli batte uno scherzoso colpetto sulla pancia enorme e per sollevarlo da quel pessimismo fuori luogo, gli fa:
- … don libera’, pigliateve ‘e medicine che v’aggio scritto ccà, e int’a quacche juorno, vuj starete comm’a me.
Bovio spalanca gli occhi sulla misera storta figura del medico, e bofonchia:
- dottò, voglio muri’…
Pur essendo di una mole esagerata era molto riservato e dotato di un pudore immenso. Le sue canzoni celebri non si contano. Noi ne vogliamo ricordare ancora altre due, indimenticabili.
Una è Zappatore che il poeta scrisse nel 1928, e che la musica di Ferdinando Albano contribuì a farne un successo internazionale. Successo che si deva anche al grande cantante Mario Merola, il quale ne recitò una sceneggiata che rimarrà alla storia. Ma forse pochi sanno che la prima interpretazione della canzone si deve a Gennaro Pasquariello (nel 1928, appunto); e solo un anno dopo - tanto era accattivante la storia - nacque la sceneggiata che porta lo stesso titolo, portata sulle scene dal grande Salvatore Papaccio due anni dopo, nel 1930.
Dovevano passare 52 anni, prima che Mario Merola ne facesse il suo cavallo di battaglia, nell'anno 1980, portandola in giro prima in Italia e successivamente in America, dove gli emigrati italiani fecero un idolo del cantante.
A una festa di ballo che si svolge in città si presenta un uomo di campagna, con indosso poveri panni di tutti i giorni. Persone allegre, "uommene scicche e femmene pittate": uomini eleganti e signore bene abbigliate.

Chi só'?...
Che ve ne 'mporta!
Aggio araputa 'a porta
e só'
trasuto ccá...

Musica, musicante!
Fatevi mórdo onore...
Stasera, 'mmiez'a st'uommene aligante,
abballa un contadin
o zappatore!

E' venuto a cercare il figlio avvocato, che per la grande città s'è dimenticato del paese e della madre che sta morendo,

... se vi vergognate di noi, signor avvocato, anch'io mi metto scuorno - mi vergogno, di vossignoria...
Sìssignori, scusate, sono un parente dell'avvocato... e voglio dirgli
che

Mamma toja se ne more...
'O ssaje ca mamma toja more e te chiamma?
Meglio si te 'mparave zappatore,
ca 'o zappatore, nun sa sco
rda 'a mamma!

Mamma tua sta morendo, vorrebbe che tu venissi a raccogliere il suo ultimo sospiro...

Chi só'?
Vuje mme guardate?
Só' 'o pate...i' sóngo 'o pate...
e nun mm
e pò cacciá!...

Só' nu fatecatóre
e magno pane e p
ane...
Si zappo 'a terra, chesto te fa onore...
Addenócchiate... e vásame sti
mmane!

(sono un lavoratore/ e mangio pane e pane/ se lavoro la terra, questo ti fa onore/ inginocchiati, e baciami queste mani.)

L'altra canzone che non potevamo non ricordare è la celebre Guapparia. Aveva 31 anni Libero Bovio quando scrisse le parole della canzone; e il musicista Roberto Falvo, che di anni ne aveva dieci più di lui, ne fece un capolavoro. Non c'è concerto nel mondo, leggero o lirico, in cui questa canzone non venga eseguita. Nel tempo venne classificata - se così si può dire - una "canzone di giacca" cioè di malavita; il nome si deve al fatto che parla del "guappo" che si presenta sempre ben vestito, elegante, cravatta alla moda e giacca attillata.
Un uomo è offeso dalla sua donna. Si chiama Margherita, è 'a cchiù bella d''a 'nfrascata.

Scetáteve, guagliune 'e malavita...
ca è 'ntussecosa assaje 'sta serenata:
Io sóngo 'o 'nnammurato 'e Margarita
Ch'è 'a femmena cchiù bella d''
a 'nfrascata!

Ma adesso lui la vuole 'ntusseca', la vuol fare soffrire. E organizza una serenata 'ntussecosa, cattiva, crudele, per mettere in croce chi l'ha messo in croce; per colei che gli ha fatto perdere la dignità di guappo; pe' colpa soia. Era il più guappo del rione Sanità, e adesso...

Ll'aggio purtato 'o capo cuncertino,
p''o sfizio 'e mme fá sèntere 'e cantá...
Mm'aggio bevuto nu bicchiere 'e vino
pecché, stanotte, 'a voglio 'ntussecá...
Scetáteve guagl
iune 'e malavita!...

Ma il complesso, il concertino improvvisato, pur partecipando al dolore del capo, non va a tempo, stona maledettamente e sembra piangere mentre dovrebbe piangere solo lui...

Pecché nun va cchiù a tiempo 'o mandulino?
Pecché 'a chitarra nun se fa sentí?
Ma comme? chiagne tutt''o cuncertino,
addó' ch'avess''a chiagnere sul'i'...
Chiágneno sti guagli
une 'e malavita!...

Libero bovio s'era ammalato nel 1941, quando aveva 57 anni. Stava nella sua casa a Napoli, in Via Duomo; morì là; era il mese di maggio del 1942. Poco prima di spirare scrisse gli ultimi suoi versi, Addio Maria, dedicati alla moglie Maria (Maria Di Furia). Ma volle scrivere anche il suo epitaffio, che desiderava fosse scolpito sulla pietra sulla sua tomba. Parole che dicevano così

qui non riposa libero bovio
perché gli altri morti di notte
litigano tra loro
e gli da
nno fastidio

Ciò che non avvenne: là furono incisi alcuni de versi di Addio Maria... Forse, e forse anche spesso, quando la gente passando si sofferma a leggere il suo nome sulla lapide e i versi dedicati alla moglie Maria, da lontano, fuori del camposanto giungeranno le parole e la musica di qualche sua canzone che si scioglierà dolce nel silenzio del luogo di rispetto. Silenzio che parla parole d'amore per la sua cara Maria.

Marì dint''o silenzio
silenzio cantatore
nun te dico parole d'ammore
ma t''e ddice '
o silenzio pe' me"


marcello de santis

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Little Tony

15 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Little Tony

Io ricordo Little Tony in maniera un po' diversa da come siamo abituati a vederlo e sentirlo, cioè pieno di vestiti hard con lustrini e frange, alla Elvis.
Era molti anni fa, al Castello Orsini di Palombara Sabina a pochi chilometri da Tivoli, cittadina celebre per la sagra delle cerase, Antonio teneva una lezione sul rock and roll e i modi di presentare questo genere di musica da parte dei cantanti delle varie parti del mondo: e in particolare là dov'era nato il rock, in America, con i pianoforti e i sassofoni, presto sostituiti dalla chitarre elettriche; a noi giunse la canzone più celebre di rock, quella che abbiamo considerato come il primo rock end roll, quel Rock Around the Clock portata al successo da un altro cantante con un ricciolo sfacciato sulla fronte, Bill Haley che cantava con il suo gruppo "I Comets".
Ricordate I primi versi della canzone? Celeberrimi, li imparammo subito anche noi studenti del 56 che l'inglese non lo conoscevamo, o almeno sapevamo solo quello scolastico appreso sui banchi del liceo

One, Two, Three O'clock, Four O'clock rock,
Five, Six, Seven O'clock, Eight O'clock rock.
Nine, Ten, Eleven O'clock,
Twelve O'clock rock,
We're gonna rock around the clock
tonight.

Poi vennero Little Richard e Elvis Presley, e qui in Italia, dove aveva trovato i terreno fertile Little Tony, l'amico Bobby Solo.
Palombara Sabina, dunque, e Little Tony; ma io non sapevo di che si trattava; ero libero quel sabato mattina, e avevo letto da qualche parte che a Palombara "ci sarebbe stato Little Tony" per alcune classi del ginnasio-liceo della cittadina laziale
Andai a vedere, convinto che avrebbe fatto uno dei suoi spettacoli canori per i ragazzi delle scuole di Palombara. Mi sedetti davanti, c'era una fila di posti liberi, forse all'inizio riservati alle autorità, ma ricordo non c'erano i famosi biglietti "riservato", o forse no; non so bene, ma insomma, presi posto soddisfatto; ce l'avevo là a due metri che armeggiava con la sua attrezzatura necessaria alla mattina.

Fece tutto, tranne cantare. Manovrando - con l'aiuto di un assistente, forse un componente del suo gruppo o un amico - dei compact disk su un riproduttore di musica, sistemato in un angolo su un tavolinetto senza pretese, tenne una lezione indimenticabile sulla nascita lo sviluppo e l'attualità della musica rock nel mondo.
Fece ascoltare il modo di interpretarla, quella musica che aveva rivoltato il mondo musicale di quegli anni, da diversi cantanti stranieri, spiegandone i motivi, le sfumature che a un orecchio non abituato sarebbero sfuggite, le inflessioni (non linguistiche, ché quelle erano normali) ma del "porgere le parole" adeguandole alla musica e agli arrangiamenti.
Non lo dimenticherò mai. Alla fine mi avvicinai e mi congratulai.

Con la sua gentilezza (inaspettata? forse sì), e anche se dalle sue espressioni sempre pacate nelle interviste e nelle sue interpretazioni mi ero fatto una visione simile di lui, mi onorò della sua stretta di mano e di qualche ulteriore spiegazione ad alcune mie domande, dopo quelle fatte da alcuni studenti (poche invero); parlammo insomma per un po', si trattenne volentieri, e mentre parlava ed esponeva, mi guardava negli occhi, con quei suoi occhi magnetici, e, lasciatemelo dire, belli davvero. Poi lo salutai mentre insieme al collaboratore riponeva le sue cose.

Ecco, questo per me era Little Tony, un Little Tony sconosciuto alla gente della canzone, inedito per i fans che lo applaudivano ogni sera ai bordi dei palcoscenici nei teatri o nelle piazze, questa era l'anima vera di un grande cantante. Una persona gentile e colta.
Si chiamava Antonio, Antonio Ciacci e ha molto a che fare con la mia città; infatti era nato proprio qui, a Tivoli, nel febbraio del 1941, anche se la famiglia (famiglia di musicisti, il papà suonava la fisarmonica e si dilettava anche a cantare, e uno zio era chitarrista) era di origini Sanmarinesi, e così anche lui mantenne la cittadinanza di quel piccolo paese per sempre.
Aveva cominciato a suonare e cantare coi suoi fratelli allietando il pubblico delle piazze, dei ristoranti dei castelli romani, delle feste paesane, dei piccoli teatri e delle sale da ballo; la gente si accorse di lui e accorreva ovunque si annunciavano le sue partecipazioni.
E se ne accorsero anche quelli che contavano; per caso lo vide - era l'anno 1958 - un impresario straniero, lo portò in Inghilterra, e lì Antonio si dovette adeguare: nacquero Little Tony and his Brothers'.

Canta così inventando una lingua inglese tutta sua, ma poi, visti l'accoglienza e il plauso della gente, comincia a cantare Johnny be Good; e Lucille, che quel cantante pazzo americano Little Richard aveva portato al successo, quel Little Richard che gli aveva dato il nome, Little, come lui, e Tony, ché non poteva a 'sto punto chiamarsi ancora Antonio. E i fratelli, divennero i brothers, inglesi anche loro. Viene chiamato l'Elvis Presley italiano.
Nel 1961 torna in Italia e approda subito a Sanremo dove porta al successo con Celentano la canzone Ventiquattromila baci.
Ma non è questo il luogo di fare la storia delle sue canzoni, né della sua vita, mi preme solo ricordare il grande successo di Cuore matto, che canta a Sanremo nel 1967.
Il suo successo è enorme; dischi che si vendono a milioni di copie: e i vari festival cui prende contribuiscono ad espandere la sua immensa fama.
Lui aveva due anni meno di me; eravamo quasi coetanei.
Lo ricordo ancora quando negli anni 60 noi studenti del "Liceo classico Amedeo di Savoia" organizzammo il tradizionale ballo carnascialesco; a Carnevale allora si usava, c'era il ballo del liceo, il ballo di ragioneria, il ballo dei commercianti, e così via. Lo facemmo in quella che allora era l'Arena Italia, un grande cinema all'aperto, di proprietà del padre del mio amico Pierluigi - poi chiuso tanti anni dopo, e ancora oggi là, fatiscente e inutilizzato - prima con teloni, che in estate, verso sera, si aprivano per far godere gli ultimi spettacoli all'aperto: film e avanspettacolo, lire 25. Bene, quell'anno, era appena tornato dall'Inghilterra, lo invitammo a esibirsi per noi; e lo presentammo noi studenti. Il mio amico Alberto si improvvisò - e fu veramente bravo - presentatore della serata
Ho fatto di proposito i nomi dei miei amici Alberto e Pierluigi, perché, di lì a una ventina d'anni, dopo molto mio errare per il frusinate e il napoletano per lavoro, sede dopo sede e promozione dopo promozione, quando tornai a Tivoli demmo vita al Gruppo Appuntamento con la Poesia che raggiunse la formazione definitiva con l'innesto della bravissima e dolcissima Grazia e del tecnico del suono Gianni.
Dunque, quando parlammo, gli ricordai quel pomeriggio a Palombarala cosa, e sorrise, come a dire ma come posso ricordare, ne ho fatte tante...
Little Tony ci deliziò col suo rock cantato in inglese, un inglese che s'era inventato lui, insieme ai suoi fratelli Alberto ed Enrico, che facevano parte della sua band, Enrico chitarrista, che scrisse anche qualche canzone per lui, e Alberto, bassista.
Ha raccontato infatti più di una volta in interviste mandate dalle tivu, che quello slang - tradotto: frasi fatte da parole o espressioni che non fanno parte del lessico anglosassone né tantomeno di linguaggio dialettale o storpiamento voluto di una lingua parlata - era frutto della sua fantasia:

"Dovevo cantare davanti alle telecamere inglesi e non conoscevo una parola di inglese, e allora un poco ricordando Elvis, un po' inventando suoni simili, mi buttai, e andò. E il pubblico ci accolse con ovazioni ripetute e sincere."
Ma poi tornò in Italia e per poco continuò a cantare in quell'inglese senza senso.

A Tivoli tornava spesso, senza molto clamore, quasi alla chetichella; infatti era un collezionista di macchine d'epoca e non; nel suo parco macchine ce ne sono molte: Ferrari (una di queste era introvabile sul mercato: la Ferrari 330 GT 2+2 del 1964, motore V12, 4 litri di cilindrata) e Lamborghini i suoi gioielli; ma anche Alfa Romeo e delle vere opere d'arte, rarità assolute; ne aveva parecchie; meraviglia delle meraviglia una cadillac color rosa, una Fleetwood, simile a quella posseduta dal suo idolo giovanile, Elvis Presley.
Partecipò per diversi anni alla manifestazioni di queste vetture che si tenevano nella mia città.
Ho ricordato più sopra il grande successo di Cuore matto, che presenta alla sua ennesima apparizione al Festival di Sanremo nel 1967.
Antonio aveva veramente un cuore matto come la sua canzone per eccellenza, quella che ha venduto milioni di copie insieme all'altra, Una spada nel cuore.
Gli dette enormi preoccupazioni quella volta che venne colpito da un infarto; si trovava in Canada al Contessa Hall di Ottawa; cantava con la sua solita grinta gentile per i figli e i nipoti degli italiani emigrati colà. Era il 2006. Qui da noi si seppe della cosa solo qualche tempo dopo, lo confessò lui stesso in una intervista, in cui raccontava la rocambolesca storia della sua fortunata avventura nella canzone internazionale.
Ma non era ancora finita, partecipò ancora al Festival di Sanremo di due anni dopo, con una canzone che non avrà fortuna.
Le ultime volte che andò in televisione, in effetti non apparve molto in forma, sì, lo tesso ciuffo di una volta, un costume da scena leggermente più sobrio, e molte rughe sul viso; ma il sorriso era sempre quello, quello di Little Tony anni 60.


marcello de santis

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Sciuldezza bella

13 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Sciuldezza bella



La canzone "sciuldezza bella", dal motivo accattivante e, permettetemi il termine, moderno, risale - come era solito dire il grande Mario Riva, attore comico romano conduttore della trasmissione televisiva Il Musichiere degli anni belli della nostra giovinezza... "nientepopodimeno ché" all'anno 1905. Ha più di cent'anni dunque.
Il testo è opera del grande poeta Edoardo Nicolardi, napoletano verace; ricordiamo di lui la canzone più celebre, quella "Voce 'e notte" che egli scrisse per colei che sarebbe poi diventata sua moglie, Anna Rossi (Ernesto De Curtis ne scrisse la musica).
Edoardo Nicolardi, Napoli 1878-1954, fu dapprima giornalista, cominciò a scrivere all'età di diciassette anni al Giorno, poi produsse poesie, molte delle quali divennero celebri canzoni classiche napoletane.
Abbiamo detto poco fa della canzone Voce 'e notte, che scrisse per la futura moglie Anna Rossi.
C'è una storia legata a questo amore. Edoardo chiese la mano di Anna al padre, che era un commerciante, ma il signor Gennaro la diede in sposa ad un altro, a un suo cliente, della bella età di settantasette anni, mentre la ragazza era nel fiore degli anni, ne aveva appena 17, la stessa età di Edoardo. Ma il destino volle che l'anziano marito campasse ancora solo due anni.
E così i due giovani innamorati poterono sposarsi e creare una numerosissima prole.
Sulle parole spassose di "sciuldezza bella", scrisse una musica allegra il musicista Alberto Montagna ,allora già celebre pianista, seppur giovanissimo, nonché primo accompagnatore dell'affascinante Elvira Donnarumma; s'incontrarono alla Birreria dell'Incoronata nei pressi di Via Medina, a Capodimonte, punto e snodo importante della città; infatti collegava la parte alta di Napoli con la frequentatissima zona del porto. Fu qua che Alberto conobbe Elvira e si innamorò di lei perdutamente. Ed era qua che Alberto Montagna si esibiva come pianista.
La canzone narra di una ragazza, che doveva essere bella e affascinante, se riusciva ad ingannare tutti quelli che si innamoravano di lei. Questi ragazzi innamorati, dunque, si riuniscono sotto il suo balcone e la invitano ad affacciarsi, ché ci sono tutti, tutt''e quarantaquatto 'nnamurate; affacciati dunque, la invocano, e conta 'e cape, conta le teste, conta quanti siamo.

Bella figliola ch'hê 'ngannato a tante,
chi sa si 'e tradimente ll'hê cuntate!
Ma si t'affacce, 'e vvide a tuttuquante:
simmo 'a quarantaquatto 'nnammurate!

'Ammore è doce e 'o spassatiempo è bello...
ll'arape 'sta fenesta o nun ll'arape?...
Chist'è 'o mumento pe' chiammá ll'appello:
affácciate nu poco
e conta 'e ccape...

(bella figliola che hai ingannato tanti/chissà se i tradimenti li hai contati/
ma se t'affacci, li vedi tutti quanti/ siamo 44 innamorati/
l'amore è dole e il passatempo è bello/ l'apri questa finestra o non la apri?/
questo è il momento di fare l'appello/ affacciati un momento e conta le teste)

Stanno tutti là riuniti a fare un concertino, Peppe Tore, Giorgio Papiluccio... stanno là per farle una serenata, con la chitarra il mandolino il putipù, la ciaramella, e c'è Bebé che canta...

Che finezza 'e cuncertino!...
ma è n'orchestra o na fanfarra?
Peppe gratta 'o mandulino,
Tóre pízzeca 'a chitarra...
Giorgio sona 'a ciaramella,
Papiluccio, 'o putipù...
Picceré', sciuldezza bella!
...
Sulo chesto saje fá tu!

la serenata a Napoli

io t'aggio amato tanto/ io t'amo e tu lo saje...
J' te voglio bene assaje.../ e tu nun pienze a mme...
..

Bella figliola che tanti ne hai ingannati, eccoli qua sotto, che sfilano tutti per te, il tempo passa, e tu non hai trovato ancora marito... ci hai baciato tutti, ci hai tradito tutti... ma non fa niente ti portiamo ugualmente questa serenata

"tutto s'acconcia cu na serenata..."

Bella figliola ch'hê 'ngannato a tante,
tenive 'nfrisco tutte sti partite...
Mo 'e vvide ca te sfilano pe' 'nnante...
ma 'o tiempo passa...e tu nun te mmarite!

Nun ce sta core ca nun hê traduto;
nun ce sta vocca ca nun hê vasato,
ma nun fa niente, va'!...chi ha avuto ha avuto!...
tutto s'acconcia cu na serenata...

Picceré', stu cuncertino
porta overo 'e cape suone,
Bebé canta, e Vicenzino
mette 'a terza da 'o puntone...
Giorgio sona 'a ciaramella...
Papiluc
cio, 'o putipù...
Picceré', sciuldezza bella!
Sulo chesto pienze t
u!

Bella figliola, che stai rinchiusa in casa, dicci con chi stai, lo vogliamo sapere, per metterlo sull'avviso, ché tu un giorno lo lascerai... sei una traditrice, e digli al tuo uomo di adesso che impari a suonare uno strumento, che l'anno prossimo sarà qui con noi...

"Picceré', sciuldezza bella!
Sulo chesto saje fá tu!..
..."

Bella figliola ca staje 'nchiusa 'a dinto,
vulessemo sapé cu chi staje 'nchiusa...
fall'affacciá...ll'avimm''a fá cunvinto
ca tu nu juorne 'o 'nchiante cu na scusa...

Tu si' na scellerata e 'o tradimento,
cresce cu 'e vase ca ve date ô scuro...
Dille ca se 'mparasse nu strumento:
ll'ha
da suná cu nuje ll'anno venturo...

Picceré', pe' tutt''o vico,
vanno 'e nnote 'e 'sta canzone...
si vedisse 'on Federico
ll'urganetto comm''o sona!
Giorgio sona 'a ciaramella...
Papiluccio, 'o putipù...
Picceré', sciuldezza bel
la!
Sulo chesto saje fá tu!

*****

Nell'aprile del 1974 Gabriella Ferri pubblica il suo ottavo disco (per la RCA italiana) dal titolo Remedios; l'anno prima era uscito il suo album dal titolo Sempre; comprendente tra le altre, le canzoni Il valzer della toppa (parole di Pasolini e musica di Umiliani) Sempre, appunto, Io cerco la Titina di Guido Di Napoli ,portata al successo tantissimi anni prima dal grande Natalino Otto; e le due celebri canzoni napoletane 'A casciaforte, testo di Alfonso Mangione e musica di Nicola Valente, e Lacreme napulitane, di Bovio e Buongiovanni.
Per la prima volta Gabriella Ferri si cimenta in canzoni della tradizione latinoamericana, e tra di esse citiamo la celebre La paloma che risale all'anno 1860, e Gracias a la vida, scritta dalla cantante cilena Violeta Parra poco prima di suicidarsi, era l'anno 1967, stava per cominciare l'era Pinochet; e inoltre Cielito lindo e La malaguena.
Nell'altro lato dell'album invece la cantante romana torna, o meglio prosegue, alla via del recupero, nel suo modo tutto particolare di cantare e di interpretare, della migliore tradizione classica romanesca. Tra le altre canzoni, ricordiamo Nina si voi dormite, del 1901, Fiori trasteverini una stupenda canzone di Romolo Balzani, e altre; e tra le altre: Semo centoventitre.
Gabriella Ferri, Roma 1942- Corchiano 2004 attrice e cantante di famiglia romana. Giovanissima insieme all'amica Luisa De Santis, figlia del regista cinematografico Giuseppe, forma un duo con il nome appunto di Luisa e Gabriella, interprete di canzoni romanesche. Ma Luisa è restia a mostrarsi sul palcoscenico, e la lascia. Gabriella intraprende la carriera di cantante solista. Col tempo dalle canzoni romanesche passa anche a quelle napoletane, che interpreta con una originalissima personalità.
Teatro, televisione, Bagaglino e Folk Studio e poi Il Piper a Roma.
Celebre è una trasmissione televisiva in cui lei, già con un fisico molto irrobustito, e il reuccio Claudio Villa, se ne dicono di tutti i colori a colpi di stornelli, duello che finisce senza vincitori né vinti, ma con la consacrazione, se ce ne fosse stato bisogno, di due grandissimi artisti della canzone dialettale.
Nel novembre 71 pubblica l'album di canzoni napoletane E se fumarono a Zazza, con tra le altre 'o sole mio, reginella, maria marì, marechiare...
Si ritira dalle scene nell'anno 1997 a causa dei una grave depressione che da anni la tormenta.
E che la porterà alla morte qualche anno dopo, nell'aprile del 2004.
Gabriela Ferri si cimenta anche come autrice del testo, dopo aver letto e ascoltato la canzone napoletana di cui abbiamo appena parlato, e cioè Sciuldezza bella.
La storia che Gabriella scrive è grosso modo la stessa cui aveva dato vita il poeta Edoardo Nicolardi tanti anni prima. Cambia molto poco in effetti; ad esempio il poeta napoletano presenta un gruppo di amanti traditi dalla bella al balcone in numero di quarantaquattro, Gabriella porta il numero a centoventitre. La scena è la stessa, la ragazza dai cento amanti al balcone e il raduno degli innamorati delusi di sotto; pronti a rinfacciarle i tradimenti, ma tutti riuniti per farle sentire la serenata. E come quello elencava dei nomi dei presenti, anche qui la cantante romana fa dei nomi, Peppino, Ninetto, Pippo l'avvocato, Giggetto... tanti sono i traditi, pensate, la bella regazza che cià cento amanti, e che sta lassù alla loggetta, non si è fatto mancare nessuno...

...e c’è puro er sagrestano
semo in centoventit
re ...

Bella ragazza che c’hai cento amanti
affaccete ‘ n tantino a la loggetta
se semo aridunati tutti quanti
pe’ fattela senti’ ‘sta canzonetta


Paraponzipò paraponzipò

La serenata a Roma si faceva di notte, all'epoca le vie erano ancora buie, mancando l'illuminazione e i lampioni erano ancora molto rari; se c'era la luna era meglio, la luna e una voce accompagnata dal colascione, e anche qui, come a Napoli, dal mandolino

C’è Peppino , c’è Ninetto
c’è sta Pippo l’avvocato
c’è Giggetto , c’è er "Tarmato"
vie’ a vede’ che bisca c’è

Scenni giù bell’angioletto
te li conti co’ la mano
e c’è puro er sagrestano
sem
o in centoventitre

Paraponzipò paraponzipò

Gli amanti napoletani le rinfacciano i baci dati, gli abbracci a profusione, i tradimenti, questi romani le ricordano che non si può proprio nascondere, ché sanno molte cose di lei, ad esempio

che c’hai li nastri lilla a le mutanne
(ha i nastri colore lilla alle mutande)

e le giarrettiere so’ color de rosa
(e il colore rosa d
elle giarrettiere)...

bella regazza che ciài cento amanti... affaccete ‘ n tantino a la loggetta, qui sotto ce stamo tutti: ce so' puro Donato, Pietruccio, perfino Fausto lo zoppo, scendi vieni a contarci t'accorgerai quanti siamo,

e le ricordano ancora una volta ch, se potesse parlate la stanza dove ella dava convegno... be', che dire, anche la carta alle pareti sarebbe arrossita per la vergogna

De te sapemo tutti quarche cosa
e le giarrettiere so’ color de rosa
e ar busto porti ‘n cappio accussi granne

Paraponzipò paraponzipò

C’è Donato e lo "Stallino"
c’è Pietruccio , c’è er "Pelato"
ce sta Fusto lo "sciancato"
stanno tutti a aspetta’ te

Scenni giù bell’angioletto
mò nun passa più gnisuno
ce contenti a uno a uno
semo in centoventitre

Paraponzipò paraponzipò

Parlasse la stanzetta ma no ‘n antra
che n’ avrà vista quarche
duna grossa
la carta che era tutta quanta bianca
pe’ la vergogna è diventata rossa

Paraponzipò paraponzipò

Poi le fanno sentire il concertino che stanno per fare (come accadeva nella scena napoletana) c'è anche qui una chitarra, c'è la fisarmonica, l'organetto
...
ce contenti a uno a uno
semo in centovent
itre

Vie’ a senti’ ‘sto concertino
chi te sona l’organetto
Pippo er flauto e Ninetto la chitara s
tà a sonà

...e qui a Roma, contrariamente a quanto avviene nella scena napoletana, tutti e centoventitre le chiedono un ultimo favore,

Scenni giu sur portoncino
mò nun passa più gnisuno
ce contenti a uno a uno
semo in centove
ntitre

Qui sotto potete ascoltare la due canzoni, Sciuldezza bella nella classica versione di Nino Fiore, e Semo centoventitre cantata da Gabriella Ferri.
Grazie di avermi seguito.



marcello de santis

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O sole mio

11 Agosto 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

O sole mio



Che bella cosa na jurnata 'e sole
n'aria serena dopo la tempesta!
Pe ll'aria fresca pare già na festa...
Che bella cosa na j
urnata 'e sole.

Eccoli i primi versi della canzone napoletana più celebre al mondo, tradotta in mille lingue, cantata da tutti i cantanti di musica leggera, e da tutti i tenori; eseguita dalle orchestre piccole e grandi, da complessi e gruppi vocali, e perfino da cori polifonici del mondo intero.
Il padre del maestro Edoardo di Capua, il signor Giacobbe, in quell'anno del signore 1898 si trovava in Crimea (Ucraina) e precisamente a Odessa, per una tournée con altri colleghi musicisti; lui suonava il violino, e portava Napoli in giro per il mondo con una compagnia di posteggiatori molto rinomata. Lo accompagnava appunto il figlio Edoardo, anche lui posteggiatore e facente parte della compagnia: Eduardo che - aveva allora 39 anni - scrisse colà la musica, a rivestire quelle stupende parole di 'o sole mio, che l'amico Giovanni Capurro aveva scritto e gli aveva sottoposte. Era il mese di aprile, e chissà, forse a Odessa quel giorno c'era il sole, magari tiepido, o forse era una giornata buia e nuvolosa e per l'aria c'era ancora il freddo residuo di un inverno che da quelle parti è sempre rigido.
Fatto sta che Edoardo, pensando alla sua bella Napoli, con il sole che nel golfo è sempre di casa, prese a vergare con una matita sulle cinque righe di uno spartito bianco, una nota dietro l'altra, mentre tentava sui tasti bianchi e neri di un pianoforte ch'era in stanza (suo padre dormiva nella camera accanto) quella che diventerà la melodia per eccellenza di Napoli e della napoletanità.
Prima di partire, Giovanni tirò fuori dalla tasca un foglio un po' spiegazzato e lo porse all'amico Eduardo.

Edua' vide nu poco tu che ci puoi fare. Pe' me so' belle parole, e 'o ssaccio ca te piaceranno. Statte buono!

E dopo un abbraccio frettoloso, si allontanò; volgendosi una, due volte indietro a salutare l'amico, ancora, con il braccio alzato.

Che bella cosa na jurnata 'e sole / n'aria serena dopo la tempesta! / Pe ll'aria fresca pare già na festa.../ Che bella cosa na jurnata 'e sole…

Eduardo lesse in fretta solo i primi versi, che gli frullarono per la testa per tutto il viaggio.
Quella mattina, prima dimettersi al pianoforte, vogliamo immaginare - e forse fu proprio così - che si affacciasse alla finestra, gettasse uno sguardo al Mar Nero, calmo e tranquillo laggiù, e al sole che lo scaldava (o alle nuvole che oscuravano tutto). Poi tornò ai tasti; e pigiava e scriveva, pigiava e cancellava, pigiava e riscriveva.
Al termine della tournée, il complesso dei posteggiatori torna a Napoli, e qui comincia la vera storia della canzone: che guarda caso, era nata all'estero.

Lùcene é llastre d'a fenesta toia;
'na lavannara canta e se ne vanta
e pé tramente torce, spanna e canta
Lùcene 'e llastre d'a fenest
a toia.

Ci sono storie che contrastano con quanto ho appena scritto circa la nascita della canzone. Una di queste vuole che la casa editrice Bideri, cui il musicista collaborava da qualche tempo, affidasse i versi di Capurro solo in un secondo momento al musicista, quando questi già questi aveva composto la stessa. Anzi, l'editore sarebbe stato contrario ad accettare quei versi dal poeta (non parlavano d'amore, e non avrebbero avuto presa sulla gente, diceva; Napule esigeva sulamente parole d'ammore.)
Ma insomma, la soluzione del dilemma non ha importanza, il fatto che conta che nacque la canzone.

I POSTEGGIATORI

Bisogna fare una digressione, e parlare dei posteggiatori e di quello che rappresentavano in particolare in quell'ultimo scorcio dell'ottocento, in cui la musica e la canzone napoletana erano sentite come una cosa "necessaria" alla vita quotidiana da tutta la città e da tutti i cittadini, specialmente tra i popolani.
I posteggiatori, personaggi nati contemporaneamente alla canzone dialettale della città, si può dire che siano inscindibili dalla vita di questa terra benedetta da Dio con il suo mare e il suo cielo sempre azzurri, e rischiarati e riscaldati da un sole sempre presente. Essi sono da secoli sulle strade, nei vicoli, sulle piazze, con ogni mezzo che faccia musica, dal calascione del milleseicento (derivante da uno strumento più grosso e più ingombrate che si chiamava "colascione") alla chitarra di oggi, dal liuto del 400 al mandolino odierno, tutt'e due gli strumenti suonati col plettro; dalle mandole medievali a quelle rinascimentali e quindi a quelle moderne, dai tamburi ai tamburelli, dalla caccavella o putipù al triccheballacche.
E con la voce la più artigianale possibile, facevano conoscere i versi delle canzoni che nascevano nottetempo, lassù, nei salotti dove si tenevano le famosissime periodiche (di cui parlerò in un apposito saggio): riunioni ove ogni artista si esibiva nella propria specialità, spesso con nuove composizioni che già da questa prima esecuzione, rimbalzavano per la via sottostante, dove gruppi di persone erano in attesa di partecipare - se pure da lontano e come semplici "uditori"- a quelle novità.
Le canzoni, eseguite dal tenore di turno nella sala dei signori, scendevano una tira l'altra, attraverso la finestra aperta; e dalla notte stessa e quindi dal giorno dopo ci pensavano appunto gli improvvisati posteggiatori a farle conoscere da tutti. Del resto, è risaputo che la canzone napoletana è nata e si è sviluppata per le strade di Napoli, volando tra un mare sempre azzurro e il Vesuvio silenzioso a vegliare sulla città, grazie proprio all'opera indefessa di questi cantanti improvvisati.
Ai tempi nostri "'a pusteggia" (da posto) è un mestiere che si fa per vocazione, perché è una qualità "insita" nel napoletano vero; ancora oggi più che mai è richiestissima: non c'è matrimonio, comunione, compleanno, o qualsiasi banchettata fuori (trattoria, ristorante) o dentro casa, che non veda presenti due o tre posteggiatori, un mandolino, una chitarra, un tamburello, un violino, riuniti insieme ad allietare la serata. Si fanno chiamare "professuri" e non posteggiatori. Ci tengono a questa usurpatissima qualifica, ne va del loro prestigio di suonatori e cantanti. E non c'è serenata che non esiga la loro presenza.
Come ho già detto, la posteggia risale a tempi remotissimi. Senza andare molto indietro, va detto che già nel seicento si eseguivano villanelle e strambotti, col passare degli anni cambiavano le canzoni, ma rimanevano sempre gli esecutori che, alla stregua degli antichi menestrelli, si esercitavano nel loro mestiere di musicanti. Vecchissime, risalgono a quegli anni, le conosciutissime ed ancora eseguite Michelamma' e Lo Guarracino.
Quasi nessuno di essi raggiunse la celebrità, pure se qualcuno ebbe momenti di gloria, grazie anche ai soprannomi che adottarono, o che vennero loro attribuiti dalla gente comune, per loro caratteristiche.
Ne ricordiamo alcuni: nel cinquecento ci fu un certo "Compare Junno", che era cieco, ma molto bravo davvero. Nel seicento, Sbruffapappa, perché grazie alla sua voce rimediava giornalmente da mangiare. Nell'ottocento "'O busciardo", il secolo seguente "O zingariello, e poi "Eugenio cu 'e llente (con gli occhiali)

GLI AUTORI

EDUARDO DI CAPUA (1865- 1917)

Ebbe l'educazione alla musica in casa, impartitagli dal padre valente violinista e posteggiatore; con lui si esibì in tournée che lo portarono in giro, oltre che in Italia, anche all'estero, in Russia e in Inghilterra. E, come raccontato più sopra, fu proprio durante una di questi giri di spettacoli che il musicista compose le note della melodia più bella della storia della canzone napoletana.
Canzone che partecipò alla festa della Madonna di Piedrigrotta nel settembre del 1898; non vinse, arrivò solo seconda; il successo arrise ad una altra composizione che restò sconosciuta, mentre 'o sole mio spiccò il volo per tutta Napoli, e da lì per tutta l'Italia e poi per tutto il mondo. Ebbe negli anni traduzioni infinite e fu nel repertorio di tutti i più grandi cantanti nazionali e internazionali. Senza contare i tenori che si sono cimentati con essa.

Quanno fa notte e ó sole se ne scenne,
me vene quase 'na malincunia;
sott' a fenesta toia restarria
quanno fa notte e 'o sole se ne
scenne.

Ma Eduardo, nonostante il successo di 'O sole mio, non riuscì a vivere di essa, perché i tantissimi proventi di questa celebre canzone, come diremo appresso parlando di Capurro, andarono all'editore Bideri.
Eduardo Di Capua era costretto a vivere del suo pianoforte; accompagnava i primi film muti, nei cinema di periferia; o esibendosi a pagamento con altri musicisti che lo cercavano per la sua bravura, in matrimoni o cerimonie varie. Pensate: alla sua morte, avvenuta nell'anno 1917, la vedova fu costretta a venderlo, lo strumento tanto caro al maestro; fu lei a farlo trasportare da un rigattiere, per ricavare qualche soldo per tirare avanti.
Un aneddoto: alle Olimpiadi di Anversa, dell'anno 1920, al momento della esecuzione degli inni nazionali, il maestro della banda schierata in campo non trova l'inno di Mameli; improvvisa "o sole mio"; e uno stadio intero - alzandosi in piedi - canta in napoletano la canzone.
Va detto che Eduardo Di Capua divenne il musicista per eccellenza della canzone napoletana, musicò i versi dei più grandi poeti e parolieri coetanei. E dette vita ad alcune tra le più belle canzoni napoletane. Vogliamo ricordarne solo due: con parole di un altro grande sfortunatissimo poeta Vincenzo Russo: j' te vurria vasa', e Maria Mari'.

(notizie acquisite grazie a una storia di D. Rota, che ringraziamo)

GIOVANNI CAPURRO (1859-1920)


Al contrario di Eduardo di Capua, Giovanni Capurro studiò musica in Conservatorio e si diplomò in flauto. Ma arrivò alla canzone solo più tardi, ché nella vita fece diverse attività per tirare avanti, prima di quello che fu il suo mestiere definitivo: il giornalista, e da lì anche il critico teatrale. Ma era molto ricercato dai salotti, nei quali partecipava volentieri suonando il pianoforte.
La storia dice che aveva un carattere allegro, era - come si direbbe oggi - un buontempone, ed abilissimo a fare imitazioni. Ma era anche un buon poeta, tanto che pubblicò alcune raccolte di poesie. Da qui a scrivere versi per alcune canzoni il passo fu breve. Sua anche (ma siamo già nel 1905) la celebre Lili Kangy le cui parole dettero modo al musicista Salvatore Gambardella di rivestirle di una musica fantastica. Chi non ricorda le famosissime parole:


chi me piglia pe' frangesa/ chi me piglia pe' spagnola/ ma so' nata a Conte 'e Mola/ metto 'a coppa a chi vogl'j'… Caro Bebé,/ che guarde a fá?/ io quanno veco a te/ mme sento disturbá! …

Scrisse parole per moltissime canzoni, ma la sola che gli dette una notorietà internazionale fu solo una: 'o sole mio.

Quei fantastici versi:

Ma n'atu sole
cchiù bello, oi né.
'O sole mio
sta 'nfronte a te!
'O sole, 'o sole mio
sta 'nf
ronte a te
sta 'nfronte a te!

fecero e fanno ancora oggi il giro del mondo.

Voglio raccontare brevemente la vita di stenti che portò avanti il poeta.
Capurro rimase vedovo ancora giovane, aveva appena 31 anni, e la moglie gli lasciò tre figli da accudire, ma anche molti debiti. Per fortuna, nel 1904 scrisse una canzone per la nascita del figlio del Re che, rimasto soddisfatto, per l'occasione gli regalò una spilla di valore, che lui, invece di vendere, o di impegnarla come si era soliti di fare in quelle circostanze, volle donare alla Madonna di Piedigrotta, sperando che la Madonna gli facesse avere una vita migliore. Ma abbiamo già detto che i due autori, che fecero la fortuna della canzone 'o sole mio, e con essa la fortuna dell'editore Bideri, non ebbero a fruire dei diritti d'autore, perché della canzone si appropriò lo stesso editore, che li compensò con una somma modestissima: appena 25 lire.
Anche Capurro, come il suo amico, morirà poverissimo, seguendo dopo appena tre anni l'amara sorte del compagno.
Un aneddoto anche per Giovanni Capurro. L'autore di "'o sole mio" stava sul letto di morte, circondato dai suoi cari, gli avevano messo su un tavolinetto, lì accanto, per devozione, un'immagine di San Giuseppe, che a Napoli è considerato il patrono della buona morte. Ma il poeta, guardandolo, ebbe in mente il dolce che si prepara il 19 marzo, in occasione della festa del santo, le zeppole. In quel momento sorrise ed esclamò: che bona morte, sì… me sento meglio…

marcello de santis

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Omaggio a Mario Abbate

30 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Omaggio a Mario Abbate

Agli inizi degli anni 50 - avevo undici, dodici anni - ed ero già un inguaribile appassionato di canzoni, specialmente quelle napoletane - conobbi un cantante dalla voce d'oro, si chiamava Mario Abbate.
Pensate, io avevo a capo del mio letto in sala da pranzo, (casa mia era modesta e povera: camera da letto per i miei genitori, papà a lungo disoccupato e mamma donna di casa, una sala quadrata con tavolo anch'esso quadrato, buffet e controbuffet, e il mio letto, e una cucina piccolissima e fredda; il bagno era uno sgabuzzino di due metri per due metri, con un finestrino alto lassù dove la luce penetrava a malapena, e un gancio di ferro a portata di mano per infilarci i fogli di carta di giornale al posto della carta igienica), dicevo, avevo a capo del mio letto una grossa radio "marca Geloso", di quelle a valvole, dove le stazioni si cercavano girando una manopola che metteva in movimento una barra verticale; e girando girando gracchiava fino a che non si trovava una stazione, sulle onde medie (io non capivo che erano 'ste onde medie, ma mi adeguavo), e allora la fermavo.
Si può dire che ero io il signore della radio, ché mio padre era sempre in giro a cercare lavoro e mamma sempre indaffarata a mandare avanti una barca che faceva acqua da tutte le parti, con me e mio fratello che quando non eravamo a scuola le gironzolavamo sempre intorno.
Era una vita da tirare avanti alla bell'e meglio, per i miei genitori, ma per me ragazzino scorreva piacevole tra i giochi coi compagni di sotto al prato sangiovanni, una vasta distesa di terra circondata da poche abitazioni, tra cui la nostra (in affitto, s'intende) fuori della porta grande del paese (c'è ancora, questo portone medievale alto e grosso e rovinato dal tempo, oggi è sempre aperta; ma allora di sera si chiudeva ancora, qualche volta)
La radio era la cosa che amavo di più.
Uscivo da scuola e tornavo di corsa, perché all'una, ricordo, c'era sempre un programma di canzoni; un giorno Angelini e la sua orchestra con la sigla "c'è una chiesetta, amor"; oppure Angelini e otto strumenti, con la sigla "dove e quando", con Nilla Pizzi, Carla Boni, Gino Latilla, Achille Togliani e il duo Fasano; un'altra volta l'orchestra di Semprini o quella del maestro Francesco Ferrari o quella di Pippo Barzizza o Armando Fragna (questa con Giorgio Consolini, Clara Iaione, Vittoria Mongardi, Luciano Benevene).
Da questa radio ho ascoltato tutti i festival di Sanremo e i primi festival della canzone napoletana. Da questa radio ho ascoltato per la prima volta la voce divina di Mario Abbate
Poi venne la televisione, e anche papà poté acquistare uno di quegli immensi scatoloni ingombranti e bizzosi con uno schermo bombato. E i festival cominciammo a seguirli alla televisione.
Era il 1951 quando uscì il primo numero di "Sorrisi e Canzoni" che trattava solo di canzoni e di cantanti, con fotografie e notizie e biografie di artisti della rai, celebri e non.
E forse fu proprio da quelle pagine che seppi di lui e della sua vita, del papà artigiano in piazza san Ferdinando a Napoli, delle sue prime esibizioni (col suo vero nome, Salvatore) nelle prime sceneggiate (che allora erano altra cosa da quelle di camorra e guappi di Mario Merola) con la compagnia di Salvatore Cafiero e di Eugenio Fumo.
Era il 1951 quando lo sentii per la prima volta dipingere con la voce "malafemmena" di Totò. Che emozione, ragazzi. Credetemi, nessuna voce mi commuoveva come la sua.
Nel 1965 finalmente dopo tanti piazzamenti d'onore (secondi posti) porta al successo e al primo posto la canzone "core napulitano".
Mario Abbate era diventato uno dei miei idoli ormai da molto tempo, insieme a Franco Ricci, a Pina Lamara e a tanti altri.
Fece anche teatro ma a me piace ricordarlo come cantante; e interprete di stupende indimenticabili canzoni come "Anema e core"; ma soprattutto quella "Indifferentemente" che ancora una volta arriverà al secondo posto al festival di Napoli dell'anno 1963; ma che nel tempo, e a buon diritto grazie anche e soprattutto alla sua esecuzione da gran maestro, entrerà nel novero delle "classiche".
Non scorderò mai la sua eleganza, la sua bonomia e la sua voce meravigliosa.

marcello de santis

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Domenico Modugno

28 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Domenico Modugno


Vent'anni fa moriva il grande cantautore italiano. Aveva appena 66 anni, ancora giovane per i suoi tempi, ma mister volare era provato per il male che lo aveva colpito anni prima. Però viveva felice con la sua famiglia, la moglie e i due figli, sull'isola di Lampedusa dove si era ritirato tra i suoi delfini.
Era mister volare, nel mondo, perché la canzone che vinse il Sanremo dell'anno 1958, che si intitolava Nel blu dipinto di blu era diventata,prima per gli americani e poi per la gente del mondo intero, Volare.
E la sua figura con le mani al cielo, quell'uomo baffuto con uno smoking formato da calzoni neri giacca bianca e farfallina nera, ha fatto il giro del pianeta terra. E dico poco.
Io ho un antico ricordo di Domenico Modugno.
Ero un ragazzo, ascoltavo le sere alle undici e un quarto, sulla mia amata radio Geloso, posta a capo del mio letto, sistemato da un lato nella piccola sala da pranzo della modesta casa dei miei genitori (in affitto), una radio di quelle che andavano a valvole, ricordate? E che come tutti gli apparecchi radio del tempo mostravano uno schermo di vetro, illuminato da una lucina interna che dava luce alle varie stazioni italiane e straniere segnate sul vetro, le cui frequenze si andavano a captare girando una delle due manopole sotto lo schermo, e una barretta verticale, di alluminio forse, interna al vetro, si muoveva a seconda del movimento impresso alla manopola, e si andava a fermare sulla stazione cercata e trovata; ascoltavo un programma che non ho mai dimenticato; e sì che sono passati più di cinquant'anni.
Erano altri tempi, le stazioni private o le radio libere di oggi non esistevano, ancora, l'etere era dell'Eiar prima della Rai poi, e la televisione era di là da venire.
Bene, dicevo che ascoltavo, alle ore 11 e un quarto di sera, un programma che si chiamava Siparietto. Una voce maschile, dopo alcuni secondi di silenzio, annunciava: Siparietto, a cura di Nicola Adelchi. Non sapevo chi fosse costui, ma erano notizie di giornata quelle che proponeva in quel quarto d'ora di attualità, notizie che potevano interessare più i grandi che i ragazzi come me, dico quelli di sedici diciassette anni o giù.
Ascoltavo dunque il programma perché sapevo che subito dopo, circa verso le undici e mezza, più o meno, c'era un'altra rubrica; e questa sì che m'interessava; era un breve programma di canzoni, anche questo di un quarto d'ora circa; aveva una particolarità, non presentava canzoni conosciute né tantomeno cantanti celebri. Ma solo giovani di belle speranze che non avevano ancora un nome.
E' là che ho scoperto, forse il primo in italia, la grande Dalida (non capivo bene il nome, dalida, dalirà darilà, tanto che il giorno dopo la trasmissione dedicata a questa nuova futura star della canzone francese scrissi alla mia amica Nicole di Marsiglia - che avevo conosciuto per lettera in seguito a uno scambio di corrispondenza tra ragazzi di liceo (italiani) e bacalaureat (francesi)- se mi sapeva dire qualcosa di lei; la conosceva, e mi confermò, insieme ad altre poche notizie, che il nome esatto era Dalida e che era una oriunda italiana; poi di lei venni a sapere tante altre cose, ché ero un appassionato della canzone fin da allora.
Ecco, in uno di quei brevi programmi venne presentato un giovane pugliese cantante che si chiamava Domenico Modugno (mai sentito nominare) del quale mi colpirono due cose, immediatamente: la voce calda e piena e tutta particolare; e il genere di canzoni che cantava accompagnandosi con la chitarra; canzoni in dialetto. La prima fu: Lu pisci spada - spiegò le parole il presentatore - e la seguii attentamente; che brividi sulla mia pelle di ragazzo! Quella voce che piangeva faceva piangere anche il mio cuore. Il povero pesce spada che vede la sua amata arpionata e morire, e piange.
Avevo scoperto Domenico Modugno.
Poi si fece un nome, divenne conosciuto in italia, ma tutto qui. Fino a quando al festival di Sanremo del 1958 presentò la sua canzone per eccellenza; lui aveva scritto la musica sul testo di quel grande che risponde al nome di Franco Migliacci, e che Modugno presentò in coppia con Johnny Dorelli: Nel blu dipinto di blu.
Non sto scrivendo per esaltare i suoi successi e i suoi premi, e i riconoscimenti i più prestigiosi del mondo, dico solo che non si fece mancare niente; ai tanti trofei aggiunse anche nel 1964 la vittoria al festival della canzone napoletana, dove portò al primo posto la stupenda dimenticabile canzone da lui scritta: Tu sì 'na cosa grande.


marcello de santis

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Quanto sei bella Roma

26 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Quanto sei bella Roma

Era il 7 febbraio del 1987, ormai quasi trent'anni fa; Claudio Villa moriva. Appresi la notizia, e come me moltissimi italiani, durante la trasmissione in televisione dell'ultima serata del Festival di Sanremo. Erano passate da poco le ore 23.00, si presentò Pippo Baudo dopo l'esecuzione dell'ennesima canzone e fece l'annuncio. Ci fu un silenzio generale poi Baudo chiese un applauso; e applauso ci fu, lungo e caloroso.

Vinse la canzone "Si può dare di Più", cantata dai tre amici Umberto Tozzi, Enrico Ruggeri, ancora con i capelli e gli occhiali scuri con la montatura bianca, e Gianni Morandi. Disse Morandi: "Conoscevo Claudio Villa da quando portavo i calzoncini corti e lui, già famoso, venne a cantare nel mio paese. Che strano sapore ha la vittoria in queste condizioni".

Ecco, il reuccio della canzone ci aveva lasciato.

Era stato ricoverato a Padova per un intervento al cuore; e molti pensammo che fosse deceduto sotto i ferri dei chirurghi, invece no; fu un infarto. Niente faceva prevedere la sua uscita di scena così improvvisa. Per sessant'anni aveva occupato un posto speciale nel grande palcoscenico della canzone italiana e romanesca.

Era trasteverino, era nato in via della Lungara, la strada dove c'era e c'è il carcere di Regina Coeli; e di cognome faceva Pica, come il padre Pietro che faceva prima il ciabattino, poi il vetturino e l'acquaiolo. E pure lui lo aiutava andando a riempire, all'Acqua Acetosa, i recipienti con l'acqua da vendere.

Poi scoprì la sua voce, e la sua vita cambiò.

Ma in questo breve pezzo, che ho scritto di getto per presentare una stupenda canzone su Roma, è d'uopo dire della trasformazione di Claudio, cantante melodico per eccellenza, dal Claudio dei primi tempi, che si obbligò a cantare in falsetto e che ci ha lasciato indimenticabili melodie su disco, ed è il Claudio Villa che amo di più, nel cantante che conosce la gran massa di fans, cioè di Claudio delle esibizioni a voce piena, da grande tenore.

Era il 1944. Claudio si ammalò di tubercolosi; un male micidiale per chi canta. Tanto è vero che i medici gli consigliano di lasciare perdere; non può più cantare se non vuole aggravare la malattia. Ma il giovane trasteverino è impunito, come si dice a Roma, e non demorde. Decide di cantare in falsetto, prova e riprova e la cosa gli riesce, senza eccessivi sforzi di voce.

E da quella malattia è nato un Claudio Villa fantastico.

Eccola la sua voce, in falsetto appunto, in una famosa canzone: "Quanto sei bella Roma".

Quanto sei bella Roma

quanto sei bella Roma a primavera

er Tevere te serve

er Tevere te serve da cintura,

San Pietro e er Campidojo da lettiera,

Quanto sei bella Roma

quanto sei bella Roma a prima sera.

Gira si la vòi girà,

Canta si la vòi cantà.

De qua e de là dar fiume

de qua e de là dar fiume c'è 'na stella,

e tu nun pòi guardalla

e tu nun pòi guardalla tanto brilla,

e questa è Roma mia, Roma mia bella,

de qua e de là dar fiume,

de qua e de là dar fiume c'è 'na stella.

Gira si la vòi girà

canta si la vòi cantà

marcello de santis

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Bammenella

24 Luglio 2015 , Scritto da Marcello de Santis Con tag #marcello de santis, #musica

Bammenella

Quante volte ho ascoltato la canzone Bammenella per la splendida interpretazione di Angela Luce, bella e brava cantante e attrice napoletana.

Per un certo periodo è stata per me la canzone più amata, quella che ascoltavo di più, ne ero incantato (forse perché ero innamorato della bella voce di Angela).

Eppure, confesso, non mi sono mai soffermato sul testo che pure mi piaceva tanto; anche e soprattutto per la musica che mi rapiva ogni volta. E non immaginavo neppure lontanamente il significato del termine bammenella, che ritenevo - ignorantemente - fosse il nome della protagonista della canzone. Solo più tardi mi resi conto che, sì, in qualche modo lo era.

Allora non sapevo quanto lontano io fossi dalla realtà.

Bammenella, in lingua significa bambinella, un vezzeggiativo del sostantivo "bambina, insomma "piccola dolce bambina"; ma nella canzone è il nome della ragazza che fa da protagonista, nata dalla verve di quel grande compositore e poeta che fu a Napoli Raffaele Viviani, il "poeta scugnizzo" come veniva chiamato.

La canzone nacque nei primi anni del novecento, esattamente nel 1917, a narrare le vicende di questa giovane affascinante guagliona che per vivere esercita il mestiere più antico del mondo, la prostituta; lei si descrive come "bammenella 'e copp' 'e quartiere", la bambinella di sopra i quartieri, presumiamo si tratti dei quartieri spagnoli, sopra Toledo. Oggi i quartieri, in cui un tempo era disegnata e divisa teoricamente la città, sono solo dei riferimenti, come dire, topografici; e in ispecie indicazioni dei luoghi sulla carta della posizione nella città vecchia. A quel tempo, nel primo novecento, erano circa una trentina, oggi sono stati raggruppati in dieci municipalità.

I quartieri spagnoli oggi stanno a indicare le zone di Montecalvario ed Avvocata, per intenderci; prendono il nome dall'essere stati, nel millecinquecento, sede delle milizie spagnole di stanza permanente a Napoli o di passaggio per poi andare verso altre destinazioni. E fin da subito luoghi di cattiva fama per la presenza di prostitute e di piccola e grande criminalità. Sono vicoli e vicoli che scendono dalla parte alta della città storica di Napoli giù alla allora via Toledo (oggi via Roma) che prende il nome dal viceré della città don Pedro de Toledo, appunto. Ancora oggi i quartieri sono popolatissimi di gente povera, gran parte della quale vive nei famosi "bassi (vasci)"

La ragazza dunque si racconta così

“... So' Bammenella ‘e coppe Quartiere:

pe’ tutta Napule faccio parla’,

quanno, annascuso, pe vicule, ‘a sera,

‘ncopp’ o pianino mme metto a balla’.

Sono "Bambinella" di sopra i Quartieri, / e per tutta Napoli faccio parlare (di me), / quando, nascostamente, per i vicoli, di sera, / sulla musica di un pianino mi metto a ballare...

Raffaele era di Castellammare di Stabia, ma la sua famiglia presto si trasferì a Napoli, dove il giovane, con la grande passione trasmessagli dal padre che a Castellammare dirigeva un teatro, l'Arena Margherita, prese a scrivere appena si fece grandicello, ché ancora bambino - aveva solo quattro anni - debuttò sulle scene del nuovo San Carlino, a fianco della sorella Luisella; e dalle tavole del palcoscenico nacque il Raffaele Viviani che noi conosciamo.

Raffaele Viviani (1888-1950)

La famiglia ha sempre versato in condizioni miserevoli e Raffaele ben presto deve darsi da fare per aiutare in casa.

Infatti a soli dodici anni perde il padre e diviene giocoforza lui il capo della famiglia.

Deve abbandonare i giochi e lavorare per vivere, cominciando a recitare prima, a scrivere commedie dopo; e poi poesie e quindi canzoni, tutte cose che lo rndono celebre non solo a Napoli, ma nel mondo intero.

Ecco i primi versi di una poesia in cui descrive se stesso ancora guaglione

Quanno pazziavo 'o strummolo, 'o liscio, 'e ffiurelle,

a ciaccia, a mazza e pìvezo, 'o juoco d''e ffurmelle,

stevo 'int''a capa retena 'e figlie 'e bona mamma,

e me scurdavo 'o ssolito, ca me murevo 'e famma.

quando giocavo con lo strummolo (la trottolina di legno) 'o liscio (giocando a carte, lo striscio, il liscio, a significare che si hanno in mano altre carte dello steso seme) 'e ffiurelle (a figurine) a lizza (o lippa) o con i bottoni ('e ffurmelle) ricordo che stavo nella più grande combriccola di figli di buona mamma e mi dimenticavo al solito che morivo di fame.

(Raffaele Viviani, Guaglione, 1931)

E dunque, Bammenella.

L'autore con tutta la sua anima di attore e sceneggiatore, nonché di autore di commedie, descrive una ragazza, come detto, di facili costumi, che andrebbe bene come interprete di una sceneggiata tutta napoletana. Io non so se l'abbiano mai messa in scena questa canzone (come è avvenuto per tante altre; ho in mente a tal proposito il grande Mario Merola con le sue indimenticabili sceneggiate, la più grande di tutte "'Zappatore", nata appunto come canzone - era l'anno 1928 - per i versi di Libero Bovio e la musica di Ferdinando Albano, e poi portata sulle scene ogni volta con grandissimo successo); dicevo, non so se Bammenella sia mai stata rappresentata, riconosco la mia ignoranza, e me ne dolgo. Ma credo che sarebbe una sceneggiata di grido; gli ingredienti ci sono tutti per un dramma che pare attuale, considerando l'argomento trattato: la donna perduta, giovane e bella, il pappone, il maresciallo o il brigadiere, la malattia del protettore, le cure che gli prodiga la donna, e le botte che lui le rifila, e l'amore che - nonostante - ella prova per lui.

E la musica è già pronta; basta farne degli arrangiamenti ad hoc. Se pensiamo che la poesia è nata dall'estro di questo grande artista a tutto tondo, c'è da restare stupiti; un artista "già grande", quando grande non era ancora, ma che fu costretto, come ho detto, a diventarlo presto, quann'era - se po' dicere, ancora "guaglione".

Aveva presto lasciato i giochi di ragazzo, lo strummolo, 'o liscio, 'e ffiurelle, perché

... a dudece anne, a tridece, cu 'a famma e cu 'o ccapì,

dicette: Nun pò essere: sta vita ha da fernì.

Pigliaie nu sillabario: Rafele mio, fa' tu!

E me mettette a correre cu A, E, I, O, U.

... a dodici tredici anni, con la fame che non passava e cominciando a capire la vita, mi dissi: non può andare così, questa vita deve finire... e si mise a studiare, prese il sillabario, "adesso devi fare sul serio, caro Raffaele"... ... e si mise a compitare cominciando dalle vocali... (e mi misi a correre studiando le A,E,I,O,U).

E allora Bammenella, Bammenella 'e copp''e quartiere.

Nella quale l'autore, grande scrittore e interprete sulla scena delle sue opere, trasfuse tutta la sua immensa umanità, che va a mitigare la trista realtà della donna di strada, vittima non solo della vita ma anche del protettore che su di essa scarica una inammissibile violenza gratuita; e anche su Bammenella si riversa questa violenza materiale, ma ella ama il suo uomo, nonostante tutto.

Sentite qua:

....

Io faccio ‘ammore cu ‘o cap’e guaglione

e spenno ‘e llire p’o fa’ cumpare’.

....

Tengo nu bellu guaglione vicino

ca mme fa rispetta’!

Chi sta ‘into peccato,

ha dda tene’o ‘nnammurato,

ch’appena doppo assucciato,

s’ha da sape’ appicceca’.

E tutt’ e sserate

chillo mm’accide ‘e mazzate!

Mme vo’ nu bene sfrenato,

ma nun ‘o ddà a pare’!”

... faccio l'amore con il capo / e spendo i soldi per fargli sempre fare bella figura. (in pratica, è lei che mantiene lui)

...

ho vicino a me un bel ragazzo / che mi fa rispettare da tutti.../ del resto chi vive nel peccato come me / deve per forza avere l'innamorato, bello, forte / che dopo aver fatto l'amore / deve sapere anche litigare...

Mi riempie di botte (mazzate) tutte le sere / mi vuole però un bene da matti / anche se non lo dà a vedere...

E ditemi voi se questi versi scritti quasi cento anni fa non sono attualissimi, nel dipingere la situazione della violenza sulle donne, che da allora non è cambiata, se non in peggio; di cui oggi molto si parla e si argomenta, con una maniera sì drammatica ma quasi accettabile, direi; come nella canzone, ché così appare in essa questa bellissima figura femminile, grazie anche a una stupenda colonna musicale.

Bammenella è convinta che il suo uomo la ami, anche se la spinge giornalmente sul marciapiede a battere, la riempie di "mazzate" e le fa fare debiti per mantenerlo; situazione che anche oggi la gran parte delle donne vessate materialmente e psicologicamente si rifiutano di denunciare (per paura? per abitudine alla sottomissione?) alle autorità costituite; e si giustificano dentro di sé con un "e che possiamo fare, se non questo?".

E' convinta che lui l'ama, e lei confessa di riamarlo in maniera carnale. Lo cura quando sta male, spende tutto quello che ha per le visite del medico, per le medicine, e quando non ha denaro sa come fare:

...‘o duttore cu mme s’è allummato,

pe’ senza niente mmo faccio cura’.

Ha fatto innamorare il dottore (che s'è acceso per lei, s'è allumato) / e fa curare il suo uomo senza pagare (e lascia intendere che paga in natura...).

Bammenella viene presa spesso in occasione di retate delle guardie che la portano in caserma; ma lei non se ne preoccupa, ché

Cu ‘a bona maniera,

faccio cade’o brigatiere,

con le mie buone maniere / faccio cadere nelle mie braccia il brigadiere ...

e quando nella retata talvolta cade il suo protettore, lei sa come fare, si reca laddove l'hanno portato, e

Cu ‘a bona maniera,

faccio cade’o brigatiere

mentre io lle vengo ‘o mestiere

isso hav’o canzo’ e scappa’

... mentre concedo a lui le mie grazie / il mio uomo ha modo di scappare...

E' un amore carnale che la lega indissolubilmente a questo mascalzone che per lei è solo il bel ragazzo alto e forte che la fa rispettare da tutti e che la fa impazzire d'amore.

Sentite questo:

Pe’ mme, o ‘ssenziale

è quanno mme vasa carnale:

mme fa scurda’ tutto o mmale

ca mme facette fa’.”

Per me la cosa più bella e più importante / è quando lui mi bacia e mi desidera carnalmente / è allora che mi fa scordare ogni male, ogni bruttura della vita / e di tutto il male che mi fece e mi fa fare...

Eccola la vita degradata di Bammenella, ma per lei la vita più bella che ci sia perché ha vicino un uomo che la ama nonostante tutto, non importano più la dignità calpestata, le botte; e ci sta bene pure che spesso venga portata via dalle guardie, tanto andare in questura, per lei è talmente un'abitudine inveterata che è diventata una pura "furmalità".

Ché lei lo sa che

... cu ‘a bona maniera,

faccio cade’ ‘o brigatiere,

piglio e lle vengo ‘o mestiere...

Cu ‘a bona maniera,

faccio cade’o brigatiere

mentre io lle vengo ‘o mestiere

isso hav’o canzo’ e scappa’

... mentre concedo a lui le mie grazie / il mio uomo ha modo di scappare...

Per chiudere voglio riportare una breve testimonianza di Angela Luce che ha per oggetto la canzone.

Lo ha raccontato in occasione dei festeggiamenti per i suoi sessant'anni di carriera di canto e di cinema. Riporto le sue parole:

Era il 1967 e stavo girando ‘‘Lo straniero''. Eravamo in una pausa e a un tratto il maestro si avvicinò e mi disse: ‘Angela me lo fa un grande regalo?',

‘Ma certo conte, mi dica',

‘No, non mi chiami conte, ma solo Luchino, ecco vorrei che mi cantasse ora e qui la sua straordinaria ‘Bammenella'. Sa, l'ho sentita a teatro e mi ha regalato emozioni fortissime'.

Non me lo feci ripetere due volte e intonai a cappella, senza strumenti, lo struggente brano di Viviani, che da allora sarebbe diventato il mio cavallo di battaglia».

E' il suo cavallo di battaglia.

Per me Bammenella, la ragazza perduta de copp''e quartiere, è e sarà solo e sempre Angela Luce.

marcello de santis

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